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Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Ho amici angeli e diavoli.
Gli angeli mi dicono ciò che è sbagliato,
i diavoli mi portano a conoscerlo.

A. de C. A.

Antônio de Castro Alves è una delle figure più significative della letteratura brasiliana dell’Ottocento e occupa un posto centrale nella storia del Romanticismo del Brasile. Nato il 14 marzo 1847 nella regione di Curralinho, nello stato di Bahia, visse un’esistenza breve ma intensa, segnata da una straordinaria precocità intellettuale e da un forte impegno civile. La sua morte, avvenuta il 6 luglio 1871 a Salvador, quando aveva soltanto ventiquattro anni, contribuì a costruire intorno alla sua figura un’aura quasi leggendaria. Nonostante la brevità della sua vita, Castro Alves lasciò un’eredità letteraria di grande valore, diventando il simbolo della lotta contro la schiavitù e una delle voci poetiche più influenti del mondo lusofono.
La sua formazione avvenne in un contesto storico caratterizzato da profonde contraddizioni sociali. Il Brasile dell’Ottocento era ancora una monarchia fondata in larga misura sul lavoro degli schiavi, e le disuguaglianze economiche e sociali erano evidenti. Proveniente da una famiglia relativamente agiata, il giovane Castro Alves ebbe accesso agli studi e frequentò inizialmente il collegio a Salvador. Fin da adolescente mostrò una particolare inclinazione per la letteratura, il teatro e l’oratoria. Successivamente si trasferì a Recife per studiare giurisprudenza, entrando in contatto con ambienti culturali e politici molto vivaci. In quegli anni maturò una coscienza critica sempre più profonda riguardo ai problemi della società brasiliana e sviluppò un ideale di giustizia che avrebbe segnato in modo indelebile la sua produzione poetica.
La sua esperienza universitaria rappresentò un momento decisivo per la formazione della sua personalità artistica. Recife era uno dei principali centri culturali del Paese e offriva numerose occasioni di confronto intellettuale. Castro Alves entrò in relazione con scrittori, giornalisti e studenti impegnati nelle discussioni politiche del tempo. La sua poesia iniziò così ad assumere un carattere fortemente pubblico, superando la dimensione individuale e sentimentale tipica di molta produzione romantica precedente. Pur conservando l’intensità emotiva propria del Romanticismo, egli trasformò la parola poetica in uno strumento di denuncia sociale e di partecipazione civile.
Uno degli aspetti più significativi della sua biografia riguarda il rapporto con il teatro e con l’attrice portoghese Eugênia Câmara, di cui si innamorò profondamente. Questa relazione influenzò la sua sensibilità artistica e alimentò numerose composizioni dedicate all’amore e alla passione. Tuttavia, la sua vicenda personale fu segnata anche da eventi drammatici. Durante una battuta di caccia si ferì gravemente a un piede con un colpo d’arma da fuoco; le complicazioni mediche portarono all’amputazione della gamba. Già indebolito dalla tubercolosi, una delle malattie più diffuse e temute dell’epoca, non riuscì a recuperare completamente la salute. Gli ultimi anni furono caratterizzati dalla sofferenza fisica, ma anche da una notevole intensità creativa.
Per comprendere pienamente l’importanza della sua opera è necessario collocarla nel quadro del Romanticismo brasiliano. La critica letteraria tende a distinguere diverse fasi di questo movimento. Castro Alves appartiene alla cosiddetta terza generazione romantica, spesso definita “condoreira”. Il termine deriva dall’immagine del condor, grande uccello delle Ande che vola ad altissime quote e che simboleggia la libertà, la visione ampia e l’aspirazione a ideali elevati. I poeti di questa generazione si allontanarono dall’intimismo e dal pessimismo esistenziale che avevano caratterizzato molti autori precedenti, privilegiando invece temi sociali, politici e umanitari.
L’elemento che rende Castro Alves una figura eccezionale è la capacità di coniugare il lirismo romantico con una forte tensione etica. Nei suoi versi la poesia non è soltanto espressione dei sentimenti individuali, ma diventa una forza capace di intervenire nella realtà. Egli considera il poeta come una coscienza critica della società, un interprete delle sofferenze collettive e un promotore di cambiamento. Questa concezione emerge con particolare evidenza nelle opere dedicate alla condizione degli schiavi africani e afrodiscendenti presenti in Brasile.
La schiavitù rappresenta il tema centrale della sua produzione più celebre. In un’epoca in cui milioni di persone erano ancora private della libertà e sottoposte a condizioni disumane, Castro Alves utilizzò la poesia per denunciare la violenza del sistema schiavista. La sua voce si distinse per il coraggio e per la forza emotiva con cui affrontò una questione che molti preferivano ignorare o giustificare. Attraverso immagini potenti e un linguaggio capace di suscitare indignazione, egli riuscì a trasformare la poesia in un mezzo di sensibilizzazione pubblica.
La sua opera più famosa è generalmente considerata O Navio Negreiro, un poema che descrive il trasporto degli schiavi africani verso il continente americano. In questa composizione il poeta costruisce un contrasto impressionante tra la grandiosità della natura e l’orrore delle sofferenze umane. Il mare, il cielo e gli spazi immensi dell’oceano vengono evocati con immagini solenni e maestose, mentre all’interno della nave si consuma una tragedia fatta di dolore, umiliazione e morte. L’efficacia del testo deriva dalla capacità di alternare momenti descrittivi a passaggi di forte coinvolgimento emotivo, creando un crescendo drammatico che culmina nella condanna morale della schiavitù. Il lettore non assiste semplicemente a una rappresentazione della realtà, ma viene chiamato a partecipare emotivamente all’esperienza delle vittime.
L’originalità di Castro Alves consiste anche nella sua attenzione alla dimensione umana degli schiavi. In un contesto storico in cui essi erano spesso considerati semplicemente come forza lavoro o proprietà economica, il poeta restituisce loro dignità, identità e sofferenza. Nei suoi versi gli schiavi diventano individui capaci di provare paura, nostalgia, speranza e dolore. Questa umanizzazione contribuisce a rendere la sua denuncia particolarmente efficace e moderna. Egli non si limita a criticare un sistema economico, ma mette in luce la tragedia personale e collettiva di chi ne subisce le conseguenze.
Dal punto di vista stilistico, la poesia di Castro Alves si caratterizza per un linguaggio ricco, energico e fortemente teatrale. La sua esperienza nel mondo dello spettacolo influenzò profondamente il modo di costruire i testi. Molte composizioni sembrano concepite per essere declamate davanti a un pubblico, con un uso frequente di esclamazioni, interrogazioni retoriche e immagini di grande impatto visivo. Questa dimensione oratoria conferisce ai suoi versi una forza comunicativa straordinaria e contribuisce a spiegare il successo che ottennero già durante la sua vita.
Un altro elemento distintivo è l’ampiezza delle immagini poetiche. Castro Alves predilige scenari grandiosi, fenomeni naturali imponenti e simboli capaci di evocare idee universali. Il mare, il cielo, il sole, le tempeste e il volo degli uccelli assumono spesso un valore metaforico legato alla libertà, alla giustizia e al destino umano. Questa tendenza riflette l’influenza del Romanticismo europeo, in particolare di autori come Victor Hugo, ma viene reinterpretata alla luce della realtà brasiliana e delle esigenze espressive del poeta.
Accanto alla poesia sociale, una parte importante della sua produzione è dedicata all’amore. Le liriche amorose di Castro Alves si distinguono per una sensualità relativamente nuova nel panorama romantico brasiliano. A differenza di altri autori che idealizzavano la figura femminile fino a renderla quasi irraggiungibile, egli presenta l’amore come esperienza concreta, intensa e profondamente legata alla vita. La donna non appare soltanto come simbolo di purezza o perfezione spirituale, ma come presenza reale, capace di suscitare desiderio, passione e coinvolgimento emotivo. Questa visione più terrena e vitale contribuisce a dare originalità alla sua poesia.
L’eros e la libertà costituiscono infatti due dimensioni strettamente collegate nella sua opera. L’amore viene spesso rappresentato come una forza capace di superare convenzioni e limiti imposti dalla società. Anche in questo ambito emerge la fiducia del poeta nella possibilità di affermare pienamente la dignità e l’autenticità dell’essere umano. Tale atteggiamento si collega alla sua visione generale dell’esistenza, caratterizzata da un profondo desiderio di emancipazione individuale e collettiva.
La produzione di Castro Alves rivela inoltre una notevole sensibilità verso le trasformazioni storiche del suo tempo. Pur essendo profondamente radicato nella tradizione romantica, il poeta anticipa alcuni aspetti che verranno sviluppati da movimenti successivi. Il suo interesse per le questioni sociali, la sua attenzione ai gruppi emarginati e il suo desiderio di intervenire nel dibattito pubblico prefigurano orientamenti che troveranno maggiore diffusione nella letteratura realista e nella poesia impegnata del secolo successivo. In questo senso la sua opera rappresenta un ponte tra diverse stagioni della cultura brasiliana.
La ricezione della sua poesia fu molto significativa già durante la seconda metà dell’Ottocento. Le sue composizioni circolarono ampiamente e contribuirono a rafforzare il movimento abolizionista che avrebbe portato, alcuni anni dopo la sua morte, all’abolizione della schiavitù in Brasile. Sebbene non sia possibile attribuire alla letteratura un ruolo esclusivo nei cambiamenti politici, è indubbio che la voce di Castro Alves contribuì a diffondere una nuova sensibilità morale e a rendere più visibili le contraddizioni della società brasiliana.
Nel corso del tempo la sua figura è stata celebrata come quella di un poeta della libertà. Questa definizione non deriva soltanto dalla sua opposizione alla schiavitù, ma da una concezione più ampia dell’essere umano e dei suoi diritti. Nei suoi versi emerge costantemente la convinzione che ogni individuo debba poter vivere con dignità, senza oppressioni e senza discriminazioni. Tale messaggio conserva ancora oggi una notevole attualità e continua a essere uno degli aspetti più apprezzati della sua eredità culturale.
L’importanza di Antônio de Castro Alves nella storia della letteratura brasiliana risiede dunque nella straordinaria capacità di unire bellezza estetica e impegno civile. La sua poesia riesce a emozionare senza rinunciare alla riflessione critica, a denunciare le ingiustizie senza perdere intensità lirica, a rappresentare il dolore umano senza cedere al pessimismo. Attraverso immagini potenti, una grande abilità retorica e una sincera partecipazione alle vicende del suo tempo, egli trasformò la parola poetica in uno strumento di libertà. La sua opera continua a essere letta e studiata non soltanto come testimonianza di un’epoca, ma come esempio di come la letteratura possa contribuire alla costruzione di una coscienza collettiva più sensibile ai valori della giustizia, dell’uguaglianza e della dignità umana.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

L’airone triste

Sono come un airone triste
Che vive sulla riva del fiume,
Le rugiade della notte
Mi fanno tremare di freddo.

Mi fanno tremare di freddo
Come i giunchi della laguna;
Felice a vagare l’araponga ,
Che libera è, che libera vola.

Che libera è, che libera vola
Verso le terre del suo nido,
E sull’acacia nera della sera
Canta lontana dai sentieri.

Canta lontana dai sentieri
Dove scalpiccia il bovaro,
E se le ali vuol riposare
Ha la palma, la vaniglia.

Ha la palma, la vaniglia,
Ha la palude, la lavandaia,
Ha i campi, il fiore,
Ha l’erba, la rampicante.

Ha l’erba, la rampicante,
Tutti hanno i loro amori,
Io non ho madre né figli,
Né fratello, né lare, né fiori.

A garça triste

Eu sou como a garça triste
Que mora à beira do rio,
As orvalhadas da noite
Me fazem tremer de frio.

Me fazem tremer de frio
Como os juncos da lagoa;
Feliz da araponga errante
Que é livre, que livre voa.

Que é livre, que livre voa
Para as bandas do seu ninho,
E nas braúnas à tarde
Canta longe do caminho.

Canta longe do caminho.
Por onde o vaqueiro trilha,
Se quer descansar as asas
Tem a palmeira, a baunilha.

Tem a palmeira, a baunilha,
Tem o brejo, a lavadeira,
Tem as campinas, as flores,
Tem a relva, a trepadeira,

Tem a relva, a trepadeira,
Todas têm os seus amores,
Eu não tenho mãe nem filhos,
Nem irmão, nem lar, nem flores.

Notte d’amore

Passava la luna nell’azzurro spazio
Del tuo grembo
A innamorar l’aurora!
Come era motivo del suo blando lume…
Fui geloso
Di veder tanto amore.

Come albicanti piume d’un cigno
Andavano le brume
A vagar nei cieli,
Gemeva la brezza — profumando la rosa —
Soffice, lamentosa
Nei tuoi capelli.

Che notte santa! Sempre muto il labbro
A dir tutto
A sospirar passione
Da spazio a spazio — un fervente bacio —
E dopo il bacio
Tu dicevi — “No! … ”

Fui la brezza, tu fosti per me la rosa,
Fui farfalla
— Tu fosti per me la luce!
Brezza — ti baciai; farfalla — mi arsi,
E oggi m’opprime
La croce del martirio.

E quando ora il vento sulla montagna
Geme lamento
D’amor infinito,
Invano cerco d’udire i tuoi giuramenti
Non più felicità…
Solo dolore mi resta.

Sarebbe un sogno quella notte errante?…
Dimmi, mia amata!…
Fu reale… lo so bene…
Ah, non negarmi …Dimmi della luna, del vento
Dimmi del tormento…
Che per te soffrii tanto!

Noite de amor

Passava a lua pelo azul do espaço
De teu regaço
A namorar o alvor!
Como era tema no seu brando lume…
Tive ciúme
De ver tanto amor.

Come de um cisne alvinitentes plumas
Iam as brumas
A vagar nos céus,
Gemia a brisa — profumando a rosa —
Terna, queixosa
Nos cabelos teus.

Que noite santa! Sempre o lábio mudo
A dizer tudo
A suspirar paixão
De espaço a espaço — um fervoroso beijo
E após o beijo
E tu dizias — “Não!…”

Eu fui a brisa, tu me foste a rosa,
Fui mariposa
— Tu me foste a luz!
Brisa — beijei-te; mariposa — ardi-me,
E hoje me oprime
Do martírio a cruz

E agora quando na montanha o vento
Geme lamento
De infinito amor,
Buscando debalde te escutar as juras
Não mais venturas…
Só me resta a dor.

Seria um sonho aquela noite errante?…
Diz, minha amante!…
Foi real… bem sei…
Ai! não me negues… Diz-me a lua, o vento
Diz-me o tormento…
Que por ti penei!

( Espumas Flutuantes, 1870) 

Crepuscolo del sertão

La sera smoriva! Nelle acque fangose
Le ombre dei margini si facevano lunghe lunghe;
Sulla snella vedetta degli alberi secchi
Un triste pianto s’udiva d’araponghe.

La sera smoriva! Dai rami, dagli sterpi,
Dalle pietre, dal lichene, dalle edere, dai cardi,
Le tenebre striscianti col ventre a terra
Uscivano, come neri e crudeli leopardi.

La sera smoriva! Ma nel fondo delle acque
S’imporriva la galla dell’oscura inga …
Nel gelido fremito dei venti taglienti
Stridea musicale la palma solinga.

Sussurro profondo! Fragore gigante!
Forse un – silenzio!… Forse un’ – orchestra…
Dalla foglia, dal calice, dalle ali, dall’insetto…
Dall’atomo – alla stella… dal verme – alla foresta!…

Le garzette sotto l’ali mettevano
Il becco vermiglio – dalla brezza alla sferzata -;
E la terra nell’onda d’azzurro infinito
Il capo s’ornava di piume dell’ora annottata!

Solamente talvolta dai bordi della giungla
Dagli enormi golfi, da quel paraggio,
Innalzava la testa, sorpreso, inquieto,
Coperto di limo – un toro selvaggio.

Allora le alzavole, intorno planando,
Senza meta, il volo, spaurite, piegavano…
E quelle timide reclamando altre rive
Sulla piroga gridando passavano!…

Crepúsculo sertanejo

A tarde morria! Nas águas barrentas
As sombras das margens deitavam-se longas;
Na esguia atalaia das árvores secas
Ouvia-se um triste chorar de arapongas.

A tarde morria! Dos ramos, das lascas,
Das pedras, do líquen, das heras, dos cardos,
As trevas rasteiras com o ventre por terra
Saíam, quais negros, cruéis leopardos.

A tarde morria! Mas funda nas águas
Lavava-se a galha do escuro ingazeiro…
Ao fresco arrepio dos ventos cortantes
Em músico estalo rangia o coqueiro.

Sussurro profundo! Marulho gigante!
Talvez um – silêncio!… Talvez uma – orquestra…
Da folha, do cálix, das asas, do inseto…
Do átomo – à estrela… do verme – à floresta!…

As garças metiam o bico vermelho
Por baixo das asas, – da brisa ao açoite -;
E a terra na vaga de azul do infinito
Cobria a cabeça co’as penas da noite!

Somente por vezes, dos jungles das bordas
Dos golfos enormes, daquela paragem,
Erguia a cabeça surpreso, inquieto,
Coberto de limos – um touro selvagem.

Então as marrecas, em torno boiando,
O vôo encurvavam medrosas, à toa…
E o tímido bando pedindo outras praias
Passava gritando por sobre a canoa!…

Durante un temporale

Va fonda la tempesta nell’infinito,
Rugge il ciclone tumido e feroce…
Ulula la gabbia delle tigri della procella
– Io sogno la tua voce –

S’incrociano nubi nere, rifulgenti,
Nella mano del vento in scompigliati anelli…
Io – vedo sopra la seta del corpetto
I tuoi lubrici capelli…

Il baglio del lampo squarcia fin in fondo
Gli abissi interminabili dell’aria…
Io sondo il firmamento della tua anima,
Dentro la luce del tuo sguardo…

Sopra il petto fremente delle onde,
La spuma irrora di baci lo spazio…
Io —mi par di veder, ansimando,
Le cangianti trine sul grembo.

Trema la terra… le foglie cadute
Stridono all’aspero urto della grandine,
Come si culla un cuore afflitto,
Come è bello il tuo sorriso…

Che importa la notte, i venti, la bufera,
I tuoni che predicono il cataclisma…
Se meditando su di te si dissolve l’universo
E a te soltanto io penso…

Sei la mia vita… l’aria che respiro…
Non ci sono uragani quando sei calma.
Solo raggi per me nei tuoi occhi,
Procelle nella tua anima.

Durante um Temporal

Vai funda a tempestade no infinito,
Ruge o ciclone túmido e feroz…
Uiva a jaula dos tigres da procela
— Eu sonho tua voz —

Cruzam as nuvens refulgentes, negras,
Na mão do vento em desgrenhados elos…
Eu vejo sobre a seda do corpete
Teus lúbricos cabelos…

Do relâmpago a luz rasga até o fundo
Os abismos intérminos do ar…
Eu sondo o firmamento de tua alma,
À luz de teu olhar…

Sobre o peito das vagas arquejantes
Borrifa a espuma em ósculos o espaço…
Eu — penso ver arfando, alvinitentes,
As rendas no regaço.

A terra treme… As folhas descaídas
Rangem ao choque rijo do granizo
Como acalenta um coração aflito,
Como é bom teu sorriso,….

Que importa o vendaval, a noite, os euros,
Os trovões predizendo o cataclismo…
Se em ti pensando some-se o universo
E em ti somente eu cismo…

Tu és a minha vida … o ar que aspiro…
Não há tormentas quando estás em calma.
Para mim só há raios em teus olhos,
Procelas em tua alma!

I due fiori

Sono due fiori uniti
Sono due rose nate
Forse dallo stesso albore,
Vivendo sullo stesso ramo,
Dalla stessa goccia di rugiada,
Dallo stesso raggio di sole.

Uniti, proprio come le piume
Delle due piccole ali
D’un uccellino del cielo…
Come una coppia di tortore,
Come la schiera di rondini
Nel velo tenue del meriggio.

Uniti, come le lacrime,
Che in coppia scendono tanto
Dalle profondità dello sguardo…
Come il sospiro e il dispiacere,
Come le fossette sul viso,
Come le stelle marine.

Uniti… Ah, chi potrebbe
Dentro un’eterna primavera
Vivere, come vive questo fiore.
Riunire le rose della vita
Sul verde ramo fiorito,
Sul verde ramo dell’amore!

As duas flores

São duas flores unidas
São duas rosas nascidas
Talvez do mesmo arrebol,
Vivendo,no mesmo galho,
Da mesma gota de orvalho,
Do mesmo raio de sol.

Unidas, bem como as penas
Das duas asas pequenas
De um passarinho do céu…
Como um casal de rolinhas,
Como a tribo de andorinhas
Da tarde no frouxo véu.

Unidas, bem como os prantos,
Que em parelha descem tantos
Das profundezas do olhar…
Como o suspiro e o desgosto,
Como as covinhas do rosto,
Como as estrelas do mar.

Unidas …Ai quem pudera
Numa eterna primavera
Viver, qual vive esta flor.
Juntar as rosas da vida
Na rama verde e florida,
Na verde rama do amor!

Amare ed essere amato

Amare ed essere amato! Con quale desiderio
Con quanto ardore questo adorato sogno
Ho cullato nel mio ardente delirio.
In quelle dolci notti insonni!
Essere amato da te, il tuo respiro
A sfiorarmi la fronte ardente!
Nei tuoi occhi osservare il mio pensiero,
Sentire in me la tua anima, avere vita soltanto
Per un così puro e celeste sentimento:
Vedere le nostre vite come due fiumi tranquilli,
Vicini, vicini fino a perdersi nell’oceano –
Baciare le tue dita in un delirio folle.
Le nostre anime unite, il nostro respiro,
Confuso anch’esso, amante – amato –
Come un angelo felice… che pensiero!?

Amar e ser amado

Amar e ser amado! Com que anelo
Com quanto ardor este adorado sonho
Acalentei em meu delírio ardente.
Por essas doces noites de desvelo!
Ser amado por ti, o teu alento
A bafejar-me a abrasadora frente!
Em teus olhos mirar meu pensamento,
Sentir em mim tu’alma, ter só vida
Pra tão puro e celeste sentimento:
Ver nossas vidas quais dois mansos rios,
Juntos, juntos perderem-se no oceano –
Beijar teus dedos em delírio insano.
Nossas almas unidas, nosso alento,
Confundido também, amante – amado –
Como um anjo feliz… que pensamento!?

Nell’album dell’artista

Nei tempi antichi …l’alabastro, il marmo
Rivestivano le forme madide, nude,
Di Venere o di Frine.
Non un velo a celare il seno tremulo,

Non un tirso a velare la coscia pallida…
Lo sguardo non sogna… vede!
Un giorno l’artista, in un lucido momento,
Tra garze di pietra la bionda Aspasia
Avvolse amoroso.
Poi, sorpreso!… la vide ancor più languida…

Sognò più follemente quelle lubriche forme…
Più nude sotto un velo.
È il mistero dello spirito… la modestia
È la sacra porpora dei re di talento…
Artista, sei così bello…
Questo pudore santo è solo dei geni! –
Anche lo spazio si nasconde tra le nebbie…
Eppure è… senza fine!

No álbum do artista

Nos tempos idos… O alabastro, o mármore
Reveste as formas desnuadas, mádidas
De Vênus ou Friné.
Nem um véu p’ra ocultar o seio trêmulo,

Nem um tirso a velar a coxa pálida…
O olhar não sonha… vê!
Um dia o artista, num momento lúcido,
Entre gazas de pedra a loura Aspásia
Amoroso envolveu.
Depois, surpreso!… viu-a inda mais lânguida…

Sonhou mais doido aquelas formas lúbricas…
Mais nuas sob um véu.
É o mistério do espírito …A modéstia
É dos talentos reis a santa púrpura…
Artista, és belo assim…
Este santo pudor é só dos gênios! –
Também o espaço esconde-se entre névoas…
E no entanto è… sem fim!

Bacio eterno

Voglio un bacio senza fine,
Che plachi il desiderio e duri tutta la vita!
Il sangue mi ribolle. Acquietalo col tuo bacio.
Baciami così!
Serra l’orecchio al rumore
Del mondo, e baciami, adorata!
Vivi solo per me, solo per la mia vita,
Solo per il mio amore!

Fuori, riposi in pace,
Dormendo un sonno quieto, la quieta natura,
O si dibatta, presa nelle tempeste.
Baciami ancora!
E intanto che il soave calore sento
Sul petto del tuo seno,
Le nostre bocche febbrili s’uniscano con la stessa bramosia,
Lo stesso ardente amore!

Dice la tua bocca: “Vieni!”
Ancora! dice la mia singhiozzando… Esclama
Tutto il mio corpo che il tuo corpo chiama:
“Mordi pure!”
O, Mordi! che dolce è il dolore
Che mi entra nella carne, e la tortura!
Baciami più ancora! Mordimi più ancora! che muoia di ventura,
Morto per il tuo amore!

Voglio un bacio senza fine,
Che plachi il desiderio e duri tutta la vita!
Il sangue mi ribolle. Acquietalo col tuo bacio.
Baciami così!
Serra l’orecchio al rumore
Del mondo, e baciami, adorata!
Vivi solo per me, solo per la mia vita,
Solo per il mio amore!

Beijo eterno

Quero um beijo sem fim,
Que dure a vida inteira e aplaque o meu desejo!
Ferve-me o sangue. Acalma-o com teu beijo,
Beija-me assim!
O ouvido fecha ao rumor
Do mundo, e beija-me, querida!
Vive só para mim, só para a minha vida,
Só para o meu amor!

Fora, repouse em paz
Dormindo em calmo sono a calma natureza,
Ou se debata, das tormentas presa,
Beija inda mais!
E, enquanto o brando calor
Sinto em meu peito de teu seio,
Nossas bocas febris se unam com o mesmo anseio,
Com o mesmo ardente amor!

Diz tua boca: “Vem!”
Inda mais! diz a minha, a soluçar… Exclama
Todo o meu corpo que o teu corpo chama:
“Morde também!”
Ai! morde! que doce é a dor
Que me entra as carnes, e as tortura!
Beija mais! morde mais! que eu morra de ventura,
Morto por teu amor!

Quero um beijo sem fim,
Que dure a vida inteira e aplaque o meu desejo!
Ferve-me o sangue: acalma-o com teu beijo!
Beija-me assim!
O ouvido fecha ao rumor
Do mundo, e beija-me, querida!
Vive só para mim, só para a minha vida,
Só para o meu amor!

Il cuore

Il cuore è il colibrì dorato
Delle pure distese del giardino del cielo.
Uno – ha il miele di granadilla selvatica,
Beve i profumi che la primula ha dato.

L’altro – vola in zolle ancor più verdeggianti,
Si posa con un sorriso sul fiore rubino.
Vive del miele – che si chiama – fede –
Vive dell’aroma – che si dice – amore. –

O coração

O coração é o colibri dourado
Das veigas puras do jardim do céu.
Um – tem o mel da granadilha agreste,
Bebe os perfumes, que a bonina deu.

O outro – voa em mais virentes balças,
Pousa de um riso na rubente flor.
Vive do mel — a que se chama – crenças –
Vive do aroma – que se diz – amor. –

La nave negriera

I

Siamo in mezzo al mare, pazzerello gioca
Nello spazio il chiaro lunare — dorata farfalla;
E dietro corrono le onde… si stancano
Come torba inquieta d’infanti.

Siamo in mezzo al mare… Del firmamento
Gli astri saltellano come spume d’oro…
Il mare in cambio accende le fosforescenze
— Costellazioni di liquido tesoro…

Siamo in mezzo al mare… Due infiniti
Là si stringono in un abbraccio folle,
Azzurri, dorati, placidi, sublimi…
Quali dei due è il cielo? Quale l’oceano?…

Siamo in mezzo al mare… Aprendo le vele
Al caldo ansare delle virate marine,
Il brigantino corre sulla cresta dei mari,
Come rondini carezzano l’onda…

Da dove vieni? Dove vai? Chi conosce la rotta
Delle navi erranti se così grande è lo spazio?
In questo deserto i cavalli alzano la polvere,
Galoppano, volano, ma non lasciano traccia.

Beato colui che può a quest’ora
Sentire da questo quadro, la maestosità!
Sotto – il mare in alto — il firmamento…
E nel mare e nel cielo — l’immensità!

Oh! Che dolce armonia leva la brezza!
Che musica soave risuona da lontano!
Dio mio! Come sublime è un canto ardente
Che plana qua e là sulle onde infinite!

Uomini di mare! o rudi marinai,
Usti dal sole dei quattro mondi!
Creature che ondeggia la burrasca
Nella culla di questi pelaghi profondi!

Aspettate! Aspettate! Lasciate che beva
Questa selvaggia, libera, poesia.
Orchestra — è il mare che rugge dalla prora,
E il vento che sibila tra le corde…
………………………………………..
Perché fuggi così barcone leggero?
Perché fuggi dal pavido poeta?
Oh! Quanto vorrei accompagnar la tua scia
Che rassomiglia — folle cometa!

Albatro! Albatro! Aquila dell’oceano,
Tu che dormi sulle sommità delle nubi
Scuoti le piume, Leviatano dello spazio!
Albatro! Albatro! Porgimi queste ali.

II

Che importa al nauta della culla,
Di dove è figlio, qual il suo lare?
Ama la cadenza del verso
Che insegna il vecchio mare!
Cantate! La morte è divina!
Scivola il brigantino di bolina
Come veloce delfino.
Fissata all’albero di mezzana
La nostalgica bandiera saluta
Le onde che lascia vicino.

Degli Spagnoli le cantilene
Dimenanti di languore,
Ricordano le fanciulle morene,
Le andaluse in fiore!
Dell’Italia il figlio indolente
Canta Venezia dormiente
— Terra d’amore e tradimento
O nel grembo del golfo
Rammenta i versi del Tasso
Presso le lave del vulcano!

L’Inglese – freddo marinaio,
Che si trovò a nascere in mare
(Perché l’Inghilterra è una nave,
Che Dio nella Manica ancorò),
Aspero intona patrie glorie,
Ricordando orgoglioso storie
Di Nelson e di Abukir …
Il Francese – predestinato –
Canta gli allori del passato
E gli allori dell’avvenir!

I marinai ellenici
Che l’onda ionica creò,
Pirati belli e mori
Del mare che Ulisse attraversò,
Uomini che Fidia rintagliava,
Vanno cantando nella notte chiara
Versi che Omero sospirò…
Nauti di tutte le plaghe
Voi sapete trovare nelle onde
Le melodie del cielo!…

III

Discendi dallo spazio immenso, o aquila dell’oceano!
Discendi ancora… più ancora… nessuno sguardo umano
È come il tuffarsi tuo a picco sul brigantino volante!
Ma che vedo io là…Che quadro d’amarezza!
È un canto funebre!… Che tetre figure!…
Che scena vile e infame… Dio mio! Dio mio! Che orrore!

IV

Era un sogno dantesco…il cassero
Arrossato del bagliore delle lucerne.
Nel sangue bagnato.
Tintinnio di ferri… schioccar di frusta…
Legioni d’uomini neri come la notte,
Orridi a danzare…

Donne nere che sollevano alle tette
Scarne creature, le cui bocche nere
Irrora il sangue delle madri:
Altre fanciulle, più nude e atterrite,
Nel turbinio di spettri vacillate,
In ansia e angoscia vane!

E ride l’orchestra beffarda, stridente…
E dalla ronda fantastica una serpe
Solleva spire folli…
Se il vecchio ansima, se cade a terra
S’odono grida… la frusta schiocca.
E ancora e ancora volteggiano…

Stretta negli anelli di un’unica catena,
La moltitudine affamata vacilla,
E là piange e danza!
Uno di collera delira…un altro insanisce,
Un altro, che il martirio ha sfigurato,
Cantando, geme e ride!

Intanto il capitano ordina la manovra,
E, scrutando il ciel che si dispiega
Così puro sopra il mare,
Dice dal fumo di densi nebbioni:
“ Vibrate forte la frusta, marinai!
Fateli danzare di più!..”

E ride l’orchestra beffarda, stridente…
E dalla ronda fantastica una serpe
Solleva spire folli…
Come un sogno dantesco volano le ombre!…
Grida, lamenti, maledizioni, suppliche risuonano!
E Satana ride!…

V

Signore Iddio dei disgraziati!
Ditemi Voi, Signore Iddio!
Se è follia…se è verità
Tanto orrore innanzi ai cieli?!…
O mare, perché non cancelli
Con la spugna delle tue onde,
Dal tuo manto, questa macchia?…
Astri! Notti! Tempeste!
Rotolate dalle immensità!
Spazza i mari, tifone!…

Chi sono questi disgraziati
Che non trovano in voi
Più che il riso calmo della turba
Che eccita la furia del boia?
Chi sono?…Se la stella tace,
Se l’onda scivola in fretta
Come una complice fugace,
Innanzi alla notte confusa…
Dillo tu, severa Musa,
Musa liberissima, audace!…

Sono i figli del deserto,
Dove la terra sposa la luce.
Dove vive in campo aperto
La tribù degli uomini nudi…
Sono i guerrieri audaci
Che con le tigri maculate
Combattono in solitudine.
Ieri semplici, forti, coraggiosi.
Oggi miseri schiavi,
Senza luce, senz’aria, senza ragione…

Sono donne disgraziate,
Come lo fu anche Agar .
Che assetate, stremate,
Da lontano… assai lontano vengono…
Portando con passi traballanti
Figli e monili nelle braccia,
Nell’anima – lacrime e fiele…
Come Agar soffrendo tanto
Che neppur il latte del pianto
Da dare aveva ad Ismaele.

Là nelle sabbie infinite,
Nel paese delle palme,
Nacquero bellissimi bambini,
Vissero fanciulle gentili…
Passa un giorno la carovana,
Quando la vergine nella capanna
Medita sui veli della notte…
… Addio o capanna del monte!…
… Addio, palmizio della fonte!…
Addio, amori… addio!…

Poi, le sabbie estese…
Poi, l’oceano di polvere.
Poi, all’orizzonte infinito,
Deserti… solo deserti…
E la fame, la stanchezza, la sete…
Ah! Quanto infelice chi cede,
E cade per non rialzarsi più!…
Si libera un posto nella fila,
Ma sulla sabbia lo sciacallo
Trova il suo corpo da rodere.

Ieri la Sierra Leone,
La guerra, la caccia al felino
Il sonno dormito qua e là
Sotto tende d’amplitudine!
Oggi …la stiva nera, fonda,
Infetta, angusta, immonda,
Avendo la peste come giaguaro…
E il sonno sempre spezzato
Dallo spasmo d’un moribondo
E dal tonfo d’un corpo in mare…

Ieri piena libertà,
La volontà come potere…
Oggi… cumulo di malvagità,
Neppur liberi di morire…
Li trattiene la stessa catena
— Ferreo, lugubre serpente —
Nelle maglie della schiavitù.
E così, beffando la morte,
Danza la lugubre coorte
Al suon della frusta…. Irrisione!…

Signore Iddio dei disgraziati!
Ditemi Voi, Signore Iddio!
Se è follia…se è verità
Tanto orrore innanzi ai cieli?!…
O mare, perché non cancelli
Con la spugna delle tue onde,
Dal tuo manto, questa macchia?…
Astri! Notti! Tempeste!
Rotolate dalle immensità!
Spazza i mari, tifone!…

VI

Esiste un popolo che la bandiera presta
Per coprir tanta infamia e codardia!…
E la lascia trasformarsi in questa festa
In un manto impuro di fredda baccante!…
Dio mio! Dio mio! Ma che bandiera è questa,
Che tripudia impudente dalla vela di gabbia?
Silenzio. Musa… piangi, e piangi tanto
Che la bandiera si lavi nel tuo pianto!…

Verde oro bandierina della mia terra
Che la brezza del Brasile bacia e ondeggia,
Stendardo che la luce del sole racchiude
E le promesse divine della speranza…
Tu che, dopo la guerra di libertà
Fosti issata sulla lancia dagli eroi
Meglio se t’avessero strappato in battaglia,
Che servire un popolo da sudario!…

Atroce fatalità che schiaccia la mente!
Cancella in quest’ora il brigantino immondo,
Il solco che Colombo aprì nelle onde,
Come un arcobaleno nel pelago profondo!
Ma l’infamia è troppa!…Dall’eterea plaga
Rialzatevi eroi del Nuovo Mondo!
Andrada ! Strappa dai cieli quel vessillo!
Colombo! Sigilla la porta dei tuoi mari!

O naivo negreiro

I

‘Stamos em pleno mar… Doudo no espaço
Brinca o luar — dourada borboleta;
E as vagas após ele correm… cansam
Como turba de infantes inquieta.

‘Stamos em pleno mar… Do firmamento
Os astros saltam como espumas de ouro…
O mar em troca acende as ardentias,
— Constelações do líquido tesouro…

‘Stamos em pleno mar… Dois infinitos
Ali se estreitam num abraço insano,
Azuis, dourados, plácidos, sublimes…
Qual dos dous é o céu? qual o oceano?…

‘Stamos em pleno mar… Abrindo as velas
Ao quente arfar das virações marinhas,
Veleiro brigue corre à flor dos mares,
Como roçam na vaga as andorinhas…

Donde vem? onde vai? Das naus errantes
Quem sabe o rumo se é tão grande o espaço?
Neste saara os corcéis o pó levantam,
Galopam, voam, mas não deixam traço.

Bem feliz quem ali pode nest’hora
Sentir deste painel a majestade!
Embaixo — o mar em cima — o firmamento…
E no mar e no céu — a imensidade!

Oh! que doce harmonia traz-me a brisa!
Que música suave ao longe soa!
Meu Deus! como é sublime um canto ardente
Pelas vagas sem fim boiando à toa!

Homens do mar! ó rudes marinheiros,
Tostados pelo sol dos quatro mundos!
Crianças que a procela acalentara
No berço destes pélagos profundos!

Esperai! esperai! deixai que eu beba
Esta selvagem, livre poesia.
Orquestra — é o mar, que ruge pela proa,
E o vento, que nas cordas assobia…
………………………………………………….
Por que foges assim, barco ligeiro?
Por que foges do pávido poeta?
Oh! quem me dera acompanhar-te a esteira
Que semelha no mar — doudo cometa!

Albatroz! Albatroz! águia do oceano,
Tu que dormes das nuvens entre as gazas,
Sacode as penas, Leviathan do espaço!
Albatroz! Albatroz! dá-me estas asas.

II

Que importa do nauta o berço,
Donde é filho, qual seu lar?
Ama a cadência do verso
Que lhe ensina o velho mar!
Cantai! que a morte é divina!
Resvala o brigue à bolina
Como golfinho veloz.
Presa ao mastro da mezena
Saudosa bandeira acena
As vagas que deixa após.

Do Espanhol as cantilenas
Requebradas de langor,
Lembram as moças morenas,
As andaluzas em flor!
Da Itália o filho indolente
Canta Veneza dormente,
— Terra de amor e traição,
Ou do golfo no regaço
Relembra os versos de Tasso,
Junto às lavas do vulcão!

O Inglês — marinheiro frio,
Que ao nascer no mar se achou,
(Porque a Inglaterra é um navio,
Que Deus na Mancha ancorou),
Rijo entoa pátrias glórias,
Lembrando, orgulhoso, histórias
De Nelson e de Aboukir…
O Francês — predestinado —
Canta os louros do passado
E os loureiros do porvir!

Os marinheiros Helenos,
Que a vaga jônia criou,
Belos piratas morenos
Do mar que Ulisses cortou,
Homens que Fídias talhara,
Vão cantando em noite clara
Versos que Homero gemeu…
Nautas de todas as plagas,
Vós sabeis achar nas vagas
As melodias do céu!…

III

Desce do espaço imenso, ó águia do oceano!
Desce mais… inda mais… não pode olhar humano
Como o teu mergulhar no brigue voador!
Mas que vejo eu aí… Que quadro d’amarguras!
É canto funeral!… Que tétricas figuras!…
Que cena infame e vil… Meu Deus! Meu Deus! Que horror!

IV

Era um sonho dantesco… o tombadilho
Que das luzernas avermelha o brilho.
Em sangue a se banhar.
Tinir de ferros… estalar de açoite…
Legiões de homens negros como a noite,
Horrendos a dançar…

Negras mulheres, suspendendo às tetas
Magras crianças, cujas bocas pretas
Rega o sangue das mães:
Outras moças, mas nuas e espantadas,
No turbilhão de espectros arrastadas,
Em ânsia e mágoa vãs!

E ri-se a orquestra irônica, estridente…
E da ronda fantástica a serpente
Faz doudas espirais…
Se o velho arqueja, se no chão resvala,
Ouvem-se gritos… o chicote estala.
E voam mais e mais…

Presa nos elos de uma só cadeia,
A multidão faminta cambaleia,
E chora e dança ali!
Um de raiva delira, outro enlouquece,
Outro, que martírios embrutece,
Cantando, geme e ri!

No entanto o capitão manda a manobra,
E após, fitando o céu que se desdobra,
Tão puro sobre o mar,
Diz do fumo entre os densos nevoeiros:
“Vibrai rijo o chicote, marinheiros!
Fazei-os mais dançar!…”

E ri-se a orquestra irônica, estridente…
E da ronda fantástica a serpente
Faz doudas espirais…
Qual um sonho dantesco as sombras voam!…
Gritos, ais, maldições, preces ressoam!
E ri-se Satanás!…

V

Senhor Deus dos desgraçados!
Dizei-me vós, Senhor Deus!
Se é loucura… se é verdade
Tanto horror perante os céus?!…
Ó mar, por que não apagas
Co’a esponja de tuas vagas,
De teu manto este borrão?…
Astros! noites! tempestades!
Rolai das imensidades!
Varrei os mares, tufão!…

Quem são estes desgraçados
Que não encontram em vós
Mais que o rir calmo da turba
Que excita a fúria do algoz?
Quem são?…Se a estrela se cala,
Se a vaga à pressa resvala
Como um cúmplice fugaz,
Perante a noite confusa…
Dize-o tu, severa Musa,
Musa libérrima, audaz!…

São os filhos do deserto,
Onde a terra esposa a luz.
Onde vive em campo aberto
A tribo dos homens nus…
São os guerreiros ousados
Que com os tigres mosqueados
Combatem na solidão.
Ontem simples, fortes, bravos.
Hoje míseros escravos,
Sem luz, sem ar, sem razão…

São mulheres desgraçadas,
Como Agar o foi também.
Que sedentas, alquebradas,
De longe… bem longe vêm…
Trazendo com tíbios passos,
Filhos e algemas nos braços,
N’alma — lágrimas e fel…
Como Agar sofrendo tanto,
Que nem o leite de pranto
Têm que dar para Ismael.

Lá nas areias infindas,
Das palmeiras no país,
Nasceram crianças lindas,
Viveram moças gentis…
Passa um dia a caravana,
Quando a virgem na cabana
Cisma da noite nos véus…
… Adeus, ó choça do monte,
… Adeus, palmeiras da fonte!…
… Adeus, amores… adeus!…

Depois, o areal extenso…
Depois, o oceano de pó.
Depois no horizonte imenso
Desertos… desertos só…
E a fome, o cansaço, a sede…
Ai! quanto infeliz que cede,
E cai p’ra não mais s’erguer!…
Vaga um lugar na cadeia,
Mas o chacal sobre a areia
Acha um corpo que roer.

Ontem a Serra Leoa,
A guerra, a caça ao leão,
O sono dormido à toa
Sob as tendas d’amplidão!
Hoje… o porão negro, fundo,
Infecto, apertado, imundo,
Tendo a peste por jaguar…
E o sono sempre cortado
Pelo arranco de um finado,
E o baque de um corpo ao mar…

Ontem plena liberdade,
A vontade por poder…
Hoje… cúm’lo de maldade,
Nem são livres p’ra morrer..
Prende-os a mesma corrente
— Férrea, lúgubre serpente —
Nas roscas da escravidão.
E assim zombando da morte,
Dança a lúgubre coorte
Ao som do açoute… Irrisão!…

Senhor Deus dos desgraçados!
Dizei-me vós, Senhor Deus,
Se eu deliro… ou se é verdade
Tanto horror perante os céus?!…
Ó mar, por que não apagas
Co’a esponja de tuas vagas,
Do teu manto este borrão?…
Astros! noites! tempestades!
Rolai das imensidades!
Varrei os mares, tufão!…

VI

Existe um povo que a bandeira empresta
P’ra cobrir tanta infâmia e cobardia!…
E deixa-a transformar-se nessa festa
Em manto impuro de bacante fria!…
Meu Deus! meu Deus! mas que bandeira é esta,
Que impudente na gávea tripudia?
Silêncio. Musa… chora, e chora tanto
Que o pavilhão se lave no teu pranto!…

Auriverde pendão de minha terra,
Que a brisa do Brasil beija e balança,
Estandarte que a luz do sol encerra
E as promessas divinas da esperança…
Tu que, da liberdade após a guerra,
Foste hasteado dos heróis na lança
Antes te houvessem roto na batalha,
Que servires a um povo de mortalha!…

Fatalidade atroz que a mente esmaga!
Extingue nesta hora o brigue imundo
O trilho que Colombo abriu nas vagas,
Como um íris no pélago profundo!
Mas é infâmia demais!… Da etérea plaga
Levantai-vos, heróis do Novo Mundo!
Andrada! arranca esse pendão dos ares!
Colombo! fecha a porta dos teus mares!

( S. Paulo, 18 de abril de 1868 )

Voci d’Africa

Dio! oh Dio! dove sei che non rispondi?
In quale mondo, in quale stella ti nascondi
chiuso nei cieli?
Da duemila anni ti getto il mio grido,
che invano corre l’infinito…
Dove sei, Signore Dio?

Come Prometeo mi hai legato un giorno
nel deserto alla rossa rupe
— infinito: galera! —
per avvoltoio mi hai dato il sole bruciante,
e la terra di Suez è la catena
che mi hai stretto al piede.

Il cavallo stremato del beduino
cade sotto la frusta, rovesciato,
e muore sulla sabbia.
Il mio dorso sanguina, il dolore trasuda,
quando il frustino del simun si abbatte
dal tuo braccio eterno.

Le mie sorelle sono belle, sono felici…
L’Asia dorme nelle ombre voluttuose
degli harem del Sultano.
O sul dorso degli elefanti bianchi
ondeggia coperta di splendore
nelle terre dell’Indostan.

Per tenda ha le vette dell’Himalaya…
il Gange bacia le rive
coperte di coralli…
La brezza di Mysore incendia il cielo;
ed ella dorme nei templi di Brahma,
— pagode immense…

L’Europa è sempre Europa, la gloriosa!
La donna abbagliante e capricciosa,
regina e cortigiana.
Artista — scolpisce il marmo di Carrara;
poetessa — fa vibrare gli inni di Ferrara
nel suo delirio.

Sempre la gloria le tocca nella lotta…
ora una corona, ora il berretto frigio
le cinge la fronte.
L’universo dietro a lei — amante folle —
segue incatenato il passo delirante
della grande meretrice.

…………………………

Ma io, Signore! io triste abbandonata
tra le sabbie errante,
perduta cammino nel nulla.
Se piango… la sabbia beve il mio pianto;
forse… perché il mio pianto, o Dio clemente,
non resti sulla terra.

E non ho neppure l’ombra di una foresta…
non un tempio mi resta per coprirmi
su questa terra che brucia.
Quando salgo alle Piramidi d’Egitto
grido ai quattro cieli e non serve:
“Accoglimi, Signore!”

Come il profeta, la fronte di cenere,
copro il capo nella sabbia che gira
lo scirocco feroce.
Quando passo nel Sahara come un sudario…
dicono: “Ecco l’Africa velata
nel suo bianco albornoz…”

Ma non vedono che il deserto è il mio lenzuolo,
che il silenzio domina solo
sul mio petto.
Dove cresce appena il cardo
la Sfinge enorme di pietra sbadiglia
fissando il cielo.

Dalle colonne cadute di Tebe
le cicogne guardano chine
l’orizzonte senza fine…
dove sbianca la carovana errante
e il cammello lento, ansimante,
che scende da Efraim.

…………………………

Non basta ancora il dolore, o Dio terribile?!
È dunque il tuo petto eterno, senza fine,
di vendetta e rancore?
E che ho fatto, Signore? quale colpa
mi opprime così
la tua spada?

…………………………

Fu dopo il diluvio… un viandante
nero, pallido, ansimante,
scendeva dall’Ararat…
E io dissi al pellegrino colpito:
“Cam! sarai il mio sposo…
sarò la tua Eloà…”

Da quel giorno il vento della sventura
ulula nei miei capelli
l’anatema.
Le tribù errano tra sabbia e onde,
e il nomade affamato attraversa le terre
sul cavallo veloce.

Ho visto la scienza lasciare l’Egitto…
ho visto il mio popolo seguire — maledetto —
la via della perdizione.
Poi ho visto la mia stirpe spezzata
strappata dalle unghie d’Europa,
falcone domato.

Cristo! sei morto invano su un monte…
il tuo sangue non ha lavato dalla mia fronte
la macchia.
Ancora oggi, per destino crudele,
i miei figli sono bestie del mondo,
io — pasto universale…

Oggi il mio sangue nutre l’America,
condor diventato avvoltoio,
uccello della schiavitù.
Si è unita alle altre… sorella traditrice,
come i fratelli di Giuseppe un tempo
vendettero il fratello.

Basta, Signore! Dal tuo braccio potente
scenda tra gli astri e lo spazio
perdono per i miei peccati!
Da duemila anni piango un grido…
ascolta la mia voce nell’infinito,
mio Dio! mio Dio!


Vozes d’África

Deus! ó Deus! onde estás que não respondes?
Em que mundo, em qu’estrela tu t’escondes
Embuçado nos céus?
Há dois mil anos te mandei meu grito,
Que embalde desde então corre o infinito…
Onde estás, Senhor Deus?…

Qual Prometeu tu me amarraste um dia
Do deserto na rubra penedia
— Infinito: galé! …
Por abutre — me deste o sol candente,
E a terra de Suez — foi a corrente
Que me ligaste ao pé…

O cavalo estafado do Beduíno
Sob a vergasta tomba ressupino
E morre no areal.
Minha garupa sangra, a dor poreja,
Quando o chicote do simoun dardeja
O teu braço eternal.

Minhas irmãs são belas, são ditosas…
Dorme a Ásia nas sombras voluptuosas
Dos haréns do Sultão.
Ou no dorso dos brancos elefantes
Embala-se coberta de brilhantes
Nas plagas do Hindustão.

Por tenda tem os cimos do Himalaia…
Ganges amoroso beija a praia
Coberta de corais …
A brisa de Misora o céu inflama;
E ela dorme nos templos do Deus Brama,
— Pagodes colossais…

A Europa é sempre Europa, a gloriosa! …
A mulher deslumbrante e caprichosa,
Rainha e cortesã.
Artista — corta o mármor de Carrara;
Poetisa — tange os hinos de Ferrara,
No glorioso afã! …

Sempre a láurea lhe cabe no litígio…
Ora uma c’roa, ora o barrete frígio
Enflora-lhe a cerviz.
Universo após ela — doudo amante
Segue cativo o passo delirante
Da grande meretriz.

………………………………

Mas eu, Senhor!… Eu triste abandonada
Em meio das areias esgarrada,
Perdida marcho em vão!
Se choro… bebe o pranto a areia ardente;
Talvez… p’ra que meu pranto, ó Deus clemente!
Não descubras no chão…

E nem tenho uma sombra de floresta…
Para cobrir-me nem um templo resta
No solo abrasador…
Quando subo às Pirâmides do Egito
Embalde aos quatro céus chorando grito:
“Abriga-me, Senhor!…”

Como o profeta em cinza a fronte envolve,
Velo a cabeça no areal que volve
O siroco feroz…
Quando eu passo no Saara amortalhada…
Ai! dizem: “Lá vai África embuçada
No seu branco albornoz. . . “

Nem vêem que o deserto é meu sudário,
Que o silêncio campeia solitário
Por sobre o peito meu.
Lá no solo onde o cardo apenas medra
Boceja a Esfinge colossal de pedra
Fitando o morno céu.

De Tebas nas colunas derrocadas
As cegonhas espiam debruçadas
O horizonte sem fim …
Onde branqueia a caravana errante,
E o camelo monótono, arquejante
Que desce de Efraim

…………………………………

Não basta inda de dor, ó Deus terrível?!
É, pois, teu peito eterno, inexaurível
De vingança e rancor?…
E que é que fiz, Senhor? que torvo crime
Eu cometi jamais que assim me oprime
Teu gládio vingador?!

………………………………….

Foi depois do dilúvio… um viadante,
Negro, sombrio, pálido, arquejante,
Descia do Arará…
E eu disse ao peregrino fulminado:
“Cam! … serás meu esposo bem-amado…
— Serei tua Eloá. . . “

Desde este dia o vento da desgraça
Por meus cabelos ululando passa
O anátema cruel.
As tribos erram do areal nas vagas,
E o nômade faminto corta as plagas
No rápido corcel.

Vi a ciência desertar do Egito…
Vi meu povo seguir — Judeu maldito —
Trilho de perdição.
Depois vi minha prole desgraçada
Pelas garras d’Europa — arrebatada —
Amestrado falcão! …

Cristo! embalde morreste sobre um monte
Teu sangue não lavou de minha fronte
A mancha original.
Ainda hoje são, por fado adverso,
Meus filhos — alimária do universo,
Eu — pasto universal…

Hoje em meu sangue a América se nutre
Condor que transformara-se em abutre,
Ave da escravidão,
Ela juntou-se às mais… irmã traidora
Qual de José os vis irmãos outrora
Venderam seu irmão.

Basta, Senhor! De teu potente braço
Role através dos astros e do espaço
Perdão p’ra os crimes meus!
Há dois mil anos eu soluço um grito…
escuta o brado meu lá no infinito,
Meu Deus! Senhor, meu Deus!…

( São Paulo, 11 de junho de 1868 )