Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)
DAL MAR DEL NORD (Traduzione di Emilio Capaccio)
Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord, andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano; lunghe onde rotolavano da lontano facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi. E come noi andavamo mi sembrò che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno, il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare, e l’amore, vecchio quanto loro. Veniva dal mare una bruma meditabonda, la vedemmo distendersi, piega su piega, e notammo il gran sole alchimista mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro. Osservate bene, osservate bene, mia signora, il grigio sotto, l’oro sopra, solo così la vita più grigia può splendere tutta dorata in luce d’amore.
*
BY THE NORTH SEA
Her cheek was wet with North Sea spray, we walked where tide and shingle meet; the long waves rolled from far away to purr in ripples at our feet. and as we walked it seemed to me that three old friends had met that day, the old, old sky, the old, old sea, and love, which is as old as they. Out seaward hung the brooding mist we saw it rolling, fold on fold, and marked the great Sun alchemist turn all its leaden edge to gold, look well, look well, oh lady mine, the gray below, the gold above, for so the grayest life may shine all golden in the light of love.
1
Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.
*
da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ
Fribourg – Lugano – Torino
Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.
*
A Adele
A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.
*
et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.
Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.
*
Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.
*
da UNA CODA
Processi mitopoietici
In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.
Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.
In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.
*
da UN’ALTRA VOLTA
Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda
e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.
Avrei dovuto nascerlo
esserci dove ora non sono
crescere dividendomi in parti
nella culla di un altro.
Un ragazzino se non introverso
almeno taciturno, capace di saltare
fin da piccolo sulle mattonelle
senza toccare le linee.
Azzardare un cammino in cui il piede
atterra su una superficie più elastica
avendo la testa nascosta dentro un ermetico
casco di riccioli che a fatica distingui le luci
degli occhi-binocoli che avvicinano cose.
Avrei pestato meno merde correndo
e sulle mie lune avrei piantato bandiere di latta
immobili, rigide, sventolanti parole
come quelle che in Tibet legge il vento
e che stanno in silenzio tra loro
prima di scendere e muoversi.
E come fa il vento sarei andato lì
in ogni dove su in circolo
prima di scegliere di nascere
prima di nascondermi a morire.
La poesia “Qualcuno dovrebbe ringraziarmi” di Loredana Semantica, dalla raccolta illustrata “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024. Legge Antonella Pizzo
Qualcuno dovrebbe ringraziarmi qualcuno che ho memoria mi aveva già scalzato da altri luoghi similmente connessi allo stradario era un presagio vago circolare come di notte che si ripete è perciò che lo escludo per essersi compiuto l’arcano inevitabile non tanto ormai per splendere che da tempo ho dismesso le grandi attese stupida essendo ogni cosa intorno gravoso il male anzi banale nel suo dolore provocato pervicace squallidi tutti i cercatori di bava di baldoria.
Ho il senso di qualcosa che sprofonda come le cattedrali edificate sul fango dalle fondamenta vuote il crollo avviene lentamente tale che agli abitanti non sia dato di vedere l’inutile ormai lo escludo dicevo chi tesse trame chi nega l’evidenza chi alle spalle lavora ai tatuaggi chi finge chi intrallazza chi le guance cadenti chi il cuore strafatto chi le fitte o i ricami non tanto ormai per splendere dicevo ma per essere quietamente.
Ho spedito una foto del cielo di Pisa
a un amico lontano
il mio cielo plumbeo confrontato al suo
decisamente azzurro e a tratti lattiginoso.
Ho spedito anche me stesso
quello che sto tessendo e colorando
il segno di una caduta
lasciato da un angelo maldestro
una curva rischiosa sulla strada
il lancio di un aereo di carta non riuscito
e alcune frasi fatte che nascondono
a malapena l’imbarazzo e il disagio
di dire qualcosa quando si è distanti
diventati sconosciuti cultori di solitudini.
Volevo che tornasse indietro il messaggio
ma l’ho spedito così com’era
rarefatto e incompleto,
così da apparire un ritratto
cancellato dal tempo
qualcosa che ti è scappato di mano
come un refuso.
Ella Wheeler Wilcox (1850-1919), americana (foto web)
UNA NAVE VOLGE A EST (Traduzione di Emilio Capaccio)
Una nave volge a est e un’altra volge a ovest dagli stessi venti soffiate. È l’assetto delle vele non le burrasche che indica la rotta che percorriamo. Come venti del mare sono le onde del tempo mentre attraversiamo la vita. È l’assetto dell’anima che determina il traguardo non la calma o la lotta.
*
ONE SHIP SAILS EAST
One ship sails East, And another West, By the self-same winds that blow, Tis the set of the sails And not the gales, That tells the way we go. Like the winds of the sea Are the waves of time, As we journey along through life, Tis the set of the soul, That determines the goal, And not the calm or the strife.
Di fronte ad una nuova opera, che sia essa di natura artistica o letteraria, mi viene naturale, se non addirittura spontaneo, esprimere le emozioni provate durante la visione o la lettura, sottoporre al vaglio critico la mia stessa mente nel suo processo di analisi. Già all’inizio del Novecento Thomas S. Eliot rifletteva su questo tema nel suo saggio Tradition and the Individual Talent e mi accorgo che mi sovvengono le sue parole in seguito alla lettura dell’opera Siamo fatte di carta, scritta e realizzata da Floriana Porta e Anna Maria Scocozza. Potrei soffermarmi sul senso storico delle coautrici, «ciò che rende uno scrittore più acutamente consapevole della sua posizione nel tempo, della sua propria contemporaneità», citando T.S.Eliot. Invece, sento l’esigenza di spostare la lente d’ingrandimento sul legame di questo libro con la tradizione dei livres pauvres, inserendolo, per giustapposizione e confronto, tra altre opere del passato. Siamo fatte di carta ha la particolarità di porsi come un dialogo intimo tra la parola e l’immagine, un incontro tra poeta e artista. La sua semplicità materiale si contrappone alla ricchezza creativa, sfidando l’idea tradizionale di valore nell’arte. Forte del richiamo affettivo al genere dei livres pauvres, questo libro sembra volerci ricordare che l’arte non è definita dalla sua opulenza, ma dall’impronta unica dell’espressione umana, dalla connessione emotiva che evoca nell’osservatore, dalla valorizzazione della qualità artistica e umana al di sopra della quantità materiale.
L’immediatezza, la rapidità, la fulminea apparente frammentarietà della parola poetica di Porta condivide il baluginio emotivo, il palpito luminoso, la cesellatura che innesca una trama narrativa con le opere di Scocozza realizzate con la carta e con materiali riciclati. Questo tipo di lavoro risente del legame con la tradizione, iniziata da Daniel Leuwers, del “libro povero” quale opera d’arte che trascende i confini convenzionali dove è intensa la collaborazione tra poesia e immagine, tra parola scritta e arte visiva. La sinergia tra poeta e artista, che si esprime su un semplice foglio di carta, porta alla creazione di un’opera da esplorare.
Le due coautrici, Floriana Porta, nelle vesti di poeta, e Anna Maria Scocozza, in quelle di artista, intrecciano le loro voci creando un connubio creativo in cui parole e immagini si influenzano e si arricchiscono a vicenda. In questo processo emergono espressioni condivise che riflettono i loro sentimenti e il loro universo interiore, celebrando la forza della collaborazione artistica che sembra, in un qualche modo, ricordare il concetto oraziano «ut pictura poësis». Sfogliando e leggendo Siamo fatte di carta rintraccio quello che ha affermato l’artista francese Mylène Besson a proposito della sua arte e del significato che ruota attorno alla realizzazione di un’opera a quattro mani.
«Réaliser à quatre mains un livre d’artiste, c’est partager un espace avec un(e) ami(e), c’est désirer ensemble un objet commun, c’est donner et recevoir, c’est transformer l’espace de la page en lieu d’une intimité partagée».
«Creare un libro d’artista a quattro mani è condividere uno spazio con un amico, è desiderare insieme un oggetto comune, è dare e ricevere, è trasformare lo spazio della pagina in un luogo di intimità condivisa». Questo desiderio di condivisione e di trasformazione da privato a pubblico, questo bisogno di donare, si avverte e cresce in intensità con il procedere di ogni pagina. Il progetto di Porta e Scocozza prende le distanze dalla tradizione dei livres pauvres proprio a questo punto della sua storia quando il bisogno di condivisione esce dallo sguardo di pochi intimi per accogliere le mani e gli sguardi di un pubblico più ampio che può leggere e fare proprio il libro stesso. Come scrive Recalcati a proposito del bambino, che solamente «se si vede guardato dall’Altro, se si rivede nel volto dell’Altro, potrà autorizzarsi a guardare il volto del mondo», analogamente l’artista richiede di essere accolto dall’Altro, necessita dello sguardo altrui per costruire quel dialogo con l’Altro da sé. L’artista, come il bambino, ha bisogno di edificare un incontro, proprio come nell’amore. E dall’amore per l’arte e per la condivisione, dalla passione per la poesia e per la creazione con carta e materiali riciclati nasce Siamo fatte di carta, un progetto che sfida le convenzioni e celebra la creatività artistica come un’esperienza profondamente personale e significativa. Un progetto al quale auguro l’incontro con tanti sguardi e tante mani.
Anna Maria Scocozza nasce a Roma nel 1965 dove vive e lavora. Diplomata in Costume e Moda, ha frequentato, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, la Scuola libera del nudo e moltissimi corsi di specializzazione di pittura e decorazione. Come attività lavorativa ha condotto numerosi Laboratori/Workshop artistici-creativi e corsi di tecniche pittoriche presso musei, scuole e centri di aggregazione giovanile per adolescenti, adulti e bambini.
Negli ultimi anni la sua ricerca artistica si è focalizzata sulla realizzazione del suo “Guardaroba poetico” e precedentemente sull’acquarello e sui libri d’artista.
La sua è un’arte non solo estetica, ma anche etica, tenta di spingere lo spettatore a interrogarsi non soltanto verso tematiche sociali che riguardano soprattutto le donne vittime di violenza, ingiustizie, emarginazioni, razzismi, ma lo conduce via via, ad un’introspezione sia psicologica che spirituale, con uno sguardo fisso sulla realtà alla ricerca di risposte. Anche se forse, non c’è mai una giusta risposta, forse solo una giusta domanda. Costruisce le sue cartose opere “Indumenti poetici” con ciò che viene rifiutato, inutilizzato: vecchi libri riciclati, destrutturati e ricreati, talvolta filati, a formare una stoffa di carta che utilizza come metafora poetica, visioni da indossare per descrivere la realtà, anche quella più dolorosa; simboli visivi e archetipi umani che ci accompagnano nel nostro difficile viaggio terreno e spirituale. Strappi come cicatrici, che diventano feritoie da dove la luce ci illumina e custodisce, preparandoci per nuove fioriture. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Italia e all’estero e le sue opere si trovano presso Musei, Fondazioni e Collezioni italiane e straniere.
Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. È esperta di poesia giapponese, in particolare di haiku, baishù e tanka. Si tratta di componimenti poetici che si caratterizzano per avere un forte collegamento di temi con l’ambiente naturale e che seguono regole metriche sillabiche molto ferree. Una poesia Zen molto riflessiva, di grande emotività, suggestione e incredibile brevità. Ha fatto parte per tanti anni della giuria del prestigioso Concorso Internazionale di Haiku di Cascina Macondo. Ha pubblicato numerosi libri, ebook e plaquette di poesia ed è presente in molte importanti antologie poetiche. Titoli delle sue principali pubblicazioni: Verso altri cieli (Edizioni REI, 2013), Quando sorride il mare (AG Book Publishing Editore, 2014), Dove si posa il bianco (Sillabe di Sale Editore, 2014), L’acqua non parla (Libreria
Editrice Urso, 2015) Fin dentro il mattino (Fondazione Mario Luzi Editore, 2014), La mia non è poesia (Aljon Editrice, 2017), I nomi delle cose (Edizioni L’Arca Felice, 2017), In un batter d’ali (AG Book Publishing Editore, 2018), Offro respiro ai versi (La Ruota Edizioni, 2018), Il Giappone in controluce (AG Book Publishing Editore,
2020) L’infinito è in me (AG Book Publishing Editore, 2021) e Oltre gli orizzonti (Blurb, 2022).
Hanno scritto della sua poesia numerosi critici ed esperti di poesia e letteratura: Antonio Spagnuolo, Lucio Zinna, Marco Furia, Gabriella Cinti, Pier Luigi Coda, Fortuna della Porta, Ilaria Guidantoni, Andrea Galgano, Alessandro Moscè, Luciano Somma, Rosa Elisa Giangoia, Giuseppe Conte, Camilla Ziglia e molti altri.
Da “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024, la poesia “Non che il mondo fosse buono”. Una lettura di Antonella Pizzo.
Non che il mondo fosse buono Zanzotto caro ma così nero nefasto violento non l’avevo mai visto così geneticamente votato all’autotutela del vuoto e spinto sull’orlo di un qualche baratro marino o fossa atlantica dove si addensa una piovra gigante il rostro aperto sul cuore che succhia l’energia vitale dal nucleo e genera angoscia sulla sorte dell’uomo.
I secoli avevano promesso una svolta una generazione nuova di zecca una rivoluzione celeste sono queste le doglie del parto da cui nasce il futuro le spinte le controspinte come fischi di treni trasmettono al ventre gli impulsi pulsanti dei tamburi le ere fecondano la volta del cielo innestano in fondo l’amnio del mondo.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
TERESA VALENTINA CAIATI
Leggo ogni giorno i silenzi che mi invii,
annuso l’intenzione che ci metti
anche se evapora, cerco nell’aria
un segno, un distico elegiaco nel vento.
Sai, conosco la potenza
delle cose lontane, la metamorfosi
che non dà scampo e trasforma
i punti interrogativi in punti fermi.
Il giorno esatto del mese di Marzo,
alle idi le odi di odio risuonano.
Non si può ripartire dopo un addio,
mi spieghi le instrucciòn de seguridad
ti guardo e non capisco dove aggrapparmi
in caso di pressurizzazione, sprofondo.
Immaginare santi
per rispetto dei grandi,
andare in processione intorno al verso,
col cero che cola il moccolo nell’ipertesto
dei tuoi rimandi, dacché mi amavi
ad oggi, i pianti
e che ne sanno i grandi,
e che ne sanno i santi.
Del tuo nome so dire la prima lettera
la buca in cui metto i piedi quando piove
e il vuoto che mi assale tra gli schizzi
e il freddo di ottobre che non mi asciuga
e poi ancora, l’ostinazione a non aversi,
a sillabarsi
sguardi di commiato in sordina dai passanti
indifferenti
e poi tacere
anche nel verso delle parole che dici,
che non dici e scrivi
senza sottintendere niente
oltre la rondine non fa primavera.
Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.
È giallo ocra lo sfondo sul foglio
a pois come Yayoi Kusama la mia fantasia.
Ogni cosa ha un simbolo, un segno.
Di te conosco l’archetipo, la statua senza nome,
mono sguardo binoculare fisso perso nel vuoto
con la posa canonica degli invertebrati di mare
al primo sole di aprile.
Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.
La paternità della mia assenza è tua,
l’hai fatta nascere tu
e ora mi chiedi il test del dna
come se non ricordassi
il giorno
in cui mi hai fecondata di infelicità.
Non c’è più un orizzonte
con la mano tesa a toccare
quello che immagino e dico
a tutti che è reale. Ora esiste
un confessionale spoglio
di acque benedette, una parola
audace che mi bagna la fronte
e il mento, quando bevo alla fonte
per le strade, schizzare forte,
ho scoperto, è il divertimento.
Testi di Teresa Valentina Caiati, tratti da “Togli le parentesi ( ), Eretica Editore, 2024.
Teresa Valentina Caiati è nata a Bari nel 1985. È musicista e artista versatile. Alcuni suoi testi editi e inediti sono comparsi online e su riviste specializzate. È docente di musica presso la scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Frange di interferenza (Eretica edizioni, 2019).
La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere pienamente e serenamente la Pasqua, festa di rinascita, speranza e rinnovamento.
Io canto la canzon di primavera,
andando come libera gitana,
in patria terra ed in terra lontana,
con ciuffi d’erba ne la treccia nera.
E con un ramo di mandorlo in fiore
a le finestre batto e dico: Aprite,
Cristo è risorto e germinan le vite
nove e ritorna con l’April l’amore!
Amatevi fra voi, pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon su la terra,
uomini della penna e de la guerra
uomini de le vanghe e dei martelli.
Schiudete i cuori: in essi erompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza;
io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la primavera.
Erano venuti in riva al fiume
per parlare tra loro di questioni di confine
uno faceva saltare le piccole pietre sull’acqua
l’altro rimaneva guardingo e timoroso
osservando di continuo la sconfinata proprietà
che gli era accanto.
Finirono per essere descritti in questo istante
da un fotografo celeste di passaggio.
E quello che avvenne dopo
del come brució il fienile e del quando
del dove furono trovati i corpi dei piccoli
e delle posizioni assunte dai cadaveri
della moglie che uccise col forcone
il servo che ricopriva col corpo la sua bambina
e della devastazione del campo e del raccolto,
fu conteso dai narratori
che giravano tra i villaggi
per rendere esemplare la storia
e almeno per riempire di senso
il breve tempo della pace.
Salpano pensieri di ferro la sera su navi di ferro; come luci lontane, fievoli vanno mentre calano l’àncora dodici piedi, al borbottar del traghetto che come trottola, nel frangente mareale, tórno tórno fa girar la sua voce di gallo mezz’arrochita da tubi attossicati e impiumati di vapore. La nave passa. I cutter s’allontanano. Le campane battono. Il traghetto erutta un’ultima bianca frase; e labbra umane un’ultima nera, carica di benvenuti alla disfatta. Lasciano la spietata città i pensieri; però navi di ferro sono e pietà non hanno; e gli uomini di cuori e fianchi che si sforzano e arrugginiscono. Pensieri di ferro salpano nella polvere da città di ferro, però come tenere colombe i pensieri che volano a casa.
*
IRON CITIES
Iron thoughts sail out at the evening on iron ships; They move hushed as far lights while twelve footers Dive at anchor as the ferry sputters And spins like a round top, in the tide rips, Its rooster voice half muted by choked pipes Plumed with steam. The ship passes. The cutters Fall away. Bells strike. The ferry utters A last white phrase; and human lips, A last black one, heavy with welcome To loss. Thoughts leave the pitiless city, Yet ships themselves are iron and have no pity; While men have hearts and sides that strain and rust. Iron thoughts sail from the iron cities in the dust, Yet soft as doves the thoughts that fly back home.
Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?
Avevo circa cinque anni e, appena terminata la lettura di una riduzione dell’Iliade per bambini (“Storie della storia del mondo”, di Laura Orvieto), rimasi talmente colpito e intristito dalla morte di Achille che scoppiai a piangere e promisi a me stesso di riscrivere un’Iliade riveduta e corretta, con un finale diverso. Attribuisco a quell’episodio la mia prima dichiarazione consapevole circa la volontà di scrivere. Poi ho fatto tutta la trafila ordinaria, almeno per la mia generazione: poesie adolescenziali, racconti brevi in gruppi carbonari di scrittura creativa… Insomma, tutto quello che poteva fare uno studente medio tra gli anni ’80 e il 2000, perso tra delusioni amorose, noia e disturbi d’ansia.
Nella prima metà del Novecento, la letteratura ha spesso anticipato i segni premonitori della disumanizzazione dell’uomo, che si sarebbe tragicamente concretizzata ad Auschwitz. Un esempio significativo è il romanzo “Cuore di tenebra” (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad (1857-1924), che illustra in modo straordinario l’orrore insito nella civiltà occidentale e il suo desiderio di controllo globale, realizzato attraverso l’uso razionale dello sfruttamento economico delle risorse e del dominio politico. Questo orrore si manifesta tanto nel lento scorrere del Tamigi quanto in quello del Congo, che rappresenta il confine della civiltà occidentale e il palcoscenico dell’impresa eroica e brutale, sacra e maledetta, del misterioso Kurtz. Grazie alla forza critica e ironica della sua scrittura, Conrad riesce a superare gli stereotipi culturali del suo tempo, offrendo una rappresentazione senza pregiudizi della dura realtà del dominio coloniale. Si tratta di una vera e propria disamina. Il paesaggio appare apocalittico e distrutto, caratterizzato da burroni, crateri, rottami metallici di macchinari, vagoni ferroviari, rumori assordanti e mine. Nella visione letteraria di Conrad, questo scenario coloniale si trasforma in un cupo girone d’inferno, dove i dannati sono i neri e i diavoli i bianchi. L’attualità di questo testo è splendidamente rappresentata dalla visionaria trasposizione cinematografica ambientata nel Vietnam americano, realizzata in “Apocalypse Now” (1978) da Francis Ford Coppola.
Osip Ėmil’evič Mandel’štam
Nel 1923, il poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam, a pochi anni dall’inizio della rivoluzione, scrive un drammatico confronto con il suo secolo: “Secolo mio, mia belva, chi saprà/ fissare lo sguardo nelle tue pupille, /chi incollerà con il proprio sangue/ le vertebre di due secoli? / Sangue costruttore sgorga/ dalla gola di cose terrene, /Tenera cartilagine di bimbo/ è il secolo infantile della terra:/hanno immolato ancora una volta/ come un agnello il cranio della vita”. Nelle parole di Mandel’štam si percepisce un’immagine chiara e inquietante delle tragedie che di lì a poco avrebbero colpito il continente. Questo sembra confermare l’idea che, nello specchio della letteratura autenticamente creativa, la realtà si rivela nella sua essenza più profonda e nascosta. Come si può dimenticare il presagio della violenza anonima e impersonale della burocrazia nei romanzi di Franz Kafka?
Franz Kafka
Attraverso i suoi inquietanti e surreali personaggi di Praga, Kafka mette in luce, in modo profondo e primordiale, la vulnerabilità della vittima. Allo stesso modo, il disagio e il senso di alienazione dell’uomo del Novecento trovano una piena e originale espressione nell’opera del boemo. Nella Metamorfosi (Die Verwandlung, 1916), il protagonista Gregor Samsa si confronta con un mondo dominato da una legge incomprensibile, che lo schiaccia sotto il peso di una colpa indefinita, vanificando ogni tentativo di comprensione e ogni protesta d’innocenza. Inoltre, i meccanismi di controllo e tortura, rappresentati come una macchina che funziona autonomamente per dodici ore consecutive, nella Colonia penale (In der Strafkolonie, 1919), si manifestano attraverso la scrittura del comandamento violato sui corpi nudi dei condannati, sotto la supervisione di un ufficiale che incarna caratteristiche inquietanti: “soldato, giudice, ingegnere, chimico e disegnatore”.
Ernst Jünger
Analogamente, gran parte dell’opera di Ernst Jünger (1895-1998) offre spunti di riflessione sull’inumanità della vita quotidiana e si focalizza sull’analisi della società di massa. Questo approccio prende avvio dalla sua esperienza durante la prima guerra mondiale, descritta in “Tempeste d’acciaio” (In Stahlgewittern, 1920), e dal cambiamento sociale che ne è scaturito, esplorato in “Operaio” (Der Arbeiter, 1932). Jünger indaga come la mobilitazione sociale generi un’energia capace di trasformare le società contemporanee, ritrattando gli individui come insetti oscuri, privi di princìpi o ideali, mossi esclusivamente dall’organizzazione e dalla struttura tecnica delle loro azioni. Anche la poesia sembra aver anticipato questa trasformazione, non solo della vita, ma soprattutto della morte, evidenziando un cambiamento significativo nel modo in cui viene espressa. Essa evolve il proprio linguaggio e le forme del canto per affrontare la morte e tradurla in parole. Come possono coesistere la bellezza e l’orrore estremo? E come può l’essere umano trovare il proprio posto di fronte a tenebre così profonde? Il semplice atto di nominare l’orrore implica già un confronto con l’umanità, opponendosi all’inesorabile barbarie che si manifesta sia all’esterno che all’interno di noi, come abbiamo potuto osservare attraverso le opere di Conrad. Per Jünger, così come per il filosofo Martin Heidegger (1889-1976), esiste una netta e ferma consapevolezza dell’inadeguatezza dei criteri tradizionali dell’umanesimo nel comprendere e affrontare la realtà attuale. Auschwitz non ha scosso profondamente questa convinzione; al contrario, ha spinto entrambi a esplorare con maggiore urgenza il superamento dell’umanesimo, avvalendosi di strumenti di pensiero che non si fondano esclusivamente sul concetto tradizionale di “uomo”. La poesia sembra aver anticipato la trasformazione non solo della vita, ma soprattutto della morte nella società di massa. Questo cambiamento si riflette in un profondo mutamento nel modo di esprimerla, nel linguaggio e nelle forme del canto, per poterla affrontare e tradurre in parole.
Rainer Maria Rilke
Un esempio evidente di questo cambiamento si trova in Rainer Maria Rilke (1875-1926), il quale, nei Quaderni di Malte Laurids Brigge (Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, pubblicato nel 1910), esprime il suo orrore di fronte alla morte degli uomini nell’Hôtel-Dieu, il più grande e antico ospedale di Parigi. Rilke descrive con profondo dolore la massa di diseredati e mendicanti parigini, il commercio della prostituzione e l’angoscioso morire anonimo di individui abbandonati. L’ultima parte del Libro d’ore, intitolata “Il libro della povertà e della morte”, provoca in Rilke un forte impatto emotivo e assume una forza profetica, come se anticipasse i segni premonitori di una disumanizzazione crescente. La massificazione e la produzione a ritmi industriali, insieme alla spersonalizzazione degli individui, conferiscono alla morte le caratteristiche di un processo meccanico. Tuttavia, di fronte all’orrore e alla mostruosità di questo oscuro meccanismo di morte, tipico delle grandi città “perdute” e “sfatte”, in cui l’uomo è privato della sua “dolce” e “personale” morte, Rilke contrappone la vera povertà del desiderio e del bisogno. L’amore emerge come una forma di consolazione e fiducia, ma soprattutto come la “grande morte”, quella “propria”, che cresce dentro ogni essere vivente fin dalla nascita. Questa morte è consegnata a ciascuno insieme al proprio esistere, simile a un “frutto” che matura con la vita e l’amore. La metafora del frutto evoca l’idea di generazione, collegata all’amore come desiderio e unione sessuale, ma anche come abbandono confidente, il quale a sua volta sviluppa il concetto dell’effimero scorrere del tempo e della transitorietà di ogni cosa.
Dal Libro della povertà e della morte (6,7,8.)
“O Signore concedi a ciascuno la sua morte:
frutto di quella vita
in cui trovò amore, senso e pena.
***
Noi siamo la buccia e la foglia.
La grande morte che ognuno ha in sé
è il frutto attorno a cui ruota ogni cosa.
Per questo frutto crescono le ragazze
levandosi come un albero da un liuto
e ragazzi per averle bramano diventare adulti,
e chi cresce confida alle donne paure
che nessun altro potrebbe placare.
Per questo frutto rimane eterno
quel che ammirammo anche se passato da tempo-
e scultori e architetti si realizzarono
in un mondo che gelò, sgelò
e s’intrecciò con esso illuminandolo.
Vi fluirono dentro il calore del cuore
e il bianco ardore del cervello-:
ma i tuoi angeli vi passano sopra come uccelli:
tutti i frutti erano verdi per loro.
***
Signore, siamo più poveri delle povere bestie
Che muoiono della loro morte, anche se cieche
Perché noi non siamo ancora morti.
Concedici uno che riesca
a intrecciare la vita ad una pergola
su cui a tempo giusto inizi maggio.
Perché ciò che ci rende estraneo e greve il morire
È che la morte non è nostra, ch’essa ci prende
Solo perché non ne abbiamo maturata un’altra.
Ed è una tempesta e ci sfronda tutti.
Cresciamo nel suo giardino per anni,
alberi ai cui rami pende la dolce morte,
ma quando giunge il tempo del raccolto
siamo vecchi, donne che hai picchiato;
chiusi, cattivi e sterili.
O la mia boria è forse ingiusta?
Gli alberi sono migliori? Siamo soltanto
sesso e ventre di donne compiacenti?
Abbiamo copulato con l’eterno
per partorire al momento delle doglie
i defunti aborti della nostra morte,
il curvo, triste embrione
che (spaventato da cose orribili)
si copre con le mani gli occhi ancora in germe
e reca sulla fronte già formata
la paura dei suoi futuri dolori-
e tutti muoiono come sgualdrine
sul letto dl parto, al taglio cesareo.
R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994
L’orrore generato da questo inquietante meccanismo di morte ha un forte impatto sulle ultime opere di Rilke, come abbiamo osservato.
Questa reazione si manifesta e si intensifica anche nella poesia di un altro grande poeta, Paul Celan (1920-1970), il quale ha posto al centro del suo linguaggio l’esperienza della morte dopo Auschwitz.
Paul Celan
LETTO DI NEVE di Paul Celan
Occhi, ciechi al mondo,
dentro le crepe del morire:
vengo, io, con più durezza
in cuore. Vengo.
Specchio lunare ardua
parete. Giù! (Lanterna
macchiata di fiato. Strisce
di sangue. Anima
annuvolante, di nuovo
quasi figura. Ombra delle
dieci dita – avvinghiate.)
Occhi ciechi al mondo,
occhi dentro le crepe del
morire, occhi, occhi:
Il letto di neve sotto noi
due, letto di neve. Cristallo
per cristallo, in griglia
profonda quanto il tempo,
noi cadiamo, e
cadiamo e restiamo e cadiamo.
Noi cadiamo: Noi fummo.
Noi siamo. Siamo una sola
carne con la notte.
Nei cunicoli, cunicoli.
P. Celan, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998
In “Grata di parole” (1959), la poesia di Celan trascende il semplice commento su un evento tragico. Essa si propone come un tentativo di preservare la memoria del passato e di redimere i “sommersi” attraverso la potenza della parola poetica. La sua scrittura si impegna in una ricerca intensa e talvolta oscura, ma è caratterizzata da una straordinaria forza lirica e semantica. Auschwitz ha privato i morti della loro voce, ha reso mute le loro bocche, ha pietrificato le loro palpebre e ha trasformato il mondo in un deserto sepolto dal gelo della neve, soffocato da un’aria intrisa dell’orrore di quei corpi ridotti in cenere. Solo la poesia può cercare il barlume luminoso della loro parola (Lanterna macchiata di fiato, v.5) e penetrare le palpebre pietrificate (negli occhi dentro le crepe del morire, v.9, richiamando l’immagine di Levi della “Gorgone”) di quegli sguardi persi nel vuoto della camera a gas. Solo la poesia ha il potere di catturare l’immagine che racchiude l’eco dell’ultimo respiro, affinché essa possa essere custodita. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di avviare un dialogo e un incontro di sguardi, elementi fondamentali per i vivi, affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte come esseri umani. Gli occhi diventano una metonimia, simboleggiando l’atto di vedere, la luce e il giorno (temi presenti in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e creano un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Tuttavia, ora solo un letto di neve—gelido e desolato come gli inverni orientali, dove i forni crematori hanno disperso le ceneri di quegli sguardi—accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. Solo la poesia ha la capacità di raccogliere da essi l’immagine che custodisce l’eco di quell’ultimo respiro. Perché possano a loro volta custodirlo. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di instaurare un dialogo e un incontro di sguardi, essenziali per i vivi affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte da esseri umani. Gli occhi fungono da metonimia, esprimendo l’idea di vedere, di luce e di giorno (temi che ricorrono in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e stabiliscono un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Ma ormai solo un letto (in cui si compendia l’immagine nuziale e al contempo funerea) di neve-vale a dire gelido e deserto come quello degli inverni orientali in cui i forni crematori dispersero le ceneri di quegli sguardi- accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. La “grata di parole” che offre gioia ai vivi e dignità ai morti è stata spezzata: l’ombra del silenzio si allunga su un mondo che persiste dopo lo sterminio. In risposta a questo silenzio, la poesia di Celan intraprenderà un cammino lungo, oscuro e affascinante, che porterà infine alla consapevole decisione di rimanere in silenzio per sempre.
Note
– R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994
– P. CELAN, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998
-Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1988
-H. Langbein, Uomini ad Aushwitz, Mursia, Milano 1984
-Th.W.Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972
-G.Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, Milano 2001
I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca, dà il via alla nuova collana Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus.Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare?
Giochiamo lo stesso.
Progetto grafico e impaginazione:
Laura Venturi
In copertina:
Massimiliano Zatini, I Punkinari, 2024
Testi:
Alessandro Pagani
Illlustrazioni:
Massimiliano Zatini
Matteo Cialdella
Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.