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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

09 mercoledì Apr 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La sesta e ultima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

VI
Benché non speri più di ritornare
Benché non speri
Benché non speri di ritornare
A oscillare fra perdita e profitto
in questo breve transito dove i sogni si incrociano
Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
Le ali non spezzate
E il cuore perduto si rinsalda e allieta
Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi
Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto
S’avviva a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere che ruota
E l’occhio cieco crea
Le vuote forme fra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano
Fra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono
Che l’altro tasso sia scosso e risponda.
Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
Non permettere che ci si irrida con la falsità
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti
Anche fra queste rocce,
E’n la Sua volontarie è nostra pace
E anche fra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non sopportare che io sia separato
E a Te giunga il mio grido.

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“Versi di una nota sola/Per un itinerario musicale” di Miriam Sartori

07 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Miriam Sartori

Immagine creata con AI

 

Versi di una nota sola
Per un itinerario musicale

I.

La mattina è per la composizione.

Di un sogno, di un’idea
di un affacciarsi
sul davanzale del tempo,
nell’ultimo minuto di buio.
Aspettiamo che il sangue
ci risuoni nelle vene
e insieme lo aiutiamo
intonandoci
sul medesimo accordo.
Sciolgo le dita,
il giorno entra dai vetri.
Le formiche di note in cadenza
sulla nostra pelle spiegazzata.
Quartine di schiocchi,
arpeggi di baci.
Il rigo non fa che allungarsi
e il nostro minuetto, muta in sinfonia.

 

II.

Si cammina sulle strade dei giorni.

E il ritmare dei nostri passi
come massi in caduta
da collina che frana,
scandisce le ore
mentre crollano, disperse

Irregolari e imperfette
sempre scenderanno
ma la Valle, accogliendole tutte
sarà barra doppia
dopo monti di note.

 

III.

Questa poesia non vuole

indicare, definire
o esprimere.
Non vuole essere niente
che già non sia,
ma sola restare
nel vuoto creatore dell’essenza.
Versi come pause
nella timida espirazione,
se la bacchetta fulmina:
ultima vibrazione.

Questa poesia vuole
essere incisa
nel silenzio.

 

IV.

Ora
possiamo appena ascoltare
questo schiodare di stelle
dal cielo
questo continuo sgusciare
dal canto,
delle nostre fiamme
il fremito incanto.

R-accolto ogni pezzo di strofa
tutta la musica che resta
conchiusa
in una sola nota

 

Testi inediti di Miriam Sartori

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Poesia sabbatica: “Verrà l’inverno” e “E’ solo così”

05 sabato Apr 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie giovanili e sparse

 

VERRA’  L’INVERNO

 

verrà l’inverno

e noi lo vedremo dalle finestre

di vetro e ghiaccio,

dalle rughe intorno agli occhi

che non nasconderemo più,

dall’affanno in cima alle scale

salite ad una ad una

 

verrà l’inverno

e sarà la nostra storia

già scritta tutt’intera

e troppo corta la vista

per guardare lontano,

troppo malferma la mano

 

verrà l’inverno

ma non devi piangere ora

non devi piangere amore,

perché è maggio ancora

e tu profumata rosa,

 

non devi piangere amore

perché tu sei la rosa

e per noi è maggio ancora.

 

***

 

E’ SOLO COSI’

 

non c’è un altro mondo

né un mondo migliore,

di diverso c’è solo

che qualcuno ci crede,

 

smetterà

 

e sarà come me, come te,

a camminare in un mondo

che è solo così:

 

troppo stretto per sogni

che un giorno furono immensi.

 

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita  “Poesie giovanili e sparse”)

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Venerdì dispari

04 venerdì Apr 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Cosa sono le nuvole a marzo
si lasciano guardare in lunghe prospettive.
Vengono dai loro mondi indecifrabili
e vanno a perdersi o a raccogliersi.
Ci invitano con la carità dei loro gesti
e con la grazia dei colori.
Ci dicono dai tetti dei loro alfabeti
che hanno pronunciato sentenze altrove
e tutto il sapere che portano cammina
insieme al cupo silenzio dei fulmini.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

02 mercoledì Apr 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La quinta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la parola non detta e non udita
È non udita e non detta,
Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
Il Verbo senza parola, il Verbo
Nel mondo e per il mondo;
E la luce brillò nelle tenebre e
Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso
.
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
Non sul mare o sulle isole, né sopra
La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
Per coloro che vanno nella tenebra
Durante il giorno e la notte
Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
Pregherà la sorella velata per coloro
Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i fanciulli al cancello
Che non lo varcheranno e non possono pregare:
Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
Per coloro che l’offendono e sono
Terrificati e non possono arrendersi
E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
Oh mio popolo.

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Martino Bosco, “Stati della materia”, Fallone Editore, 2024.

31 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Martino Bosco, Stati della materia

 

Laboratorio 1

Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.

Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.

Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.

Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.

Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.

 

La chambre verte

Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.

 

Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.

 

Laboratorio 3

Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.

Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.

Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.

 

Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.

 

L’AUTORE

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.

 

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Poesia sabbatica

29 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

Distacco lento

 

si comincia a farsi trasparenti

quando gira intorno

un altro mondo

 

(scartano i bambini scatole nuove,

altre lingue

i figli nati ieri)

 

poi il tacere ad uno ad uno

dei passi amici in sincronia

 

e tu

la faccia al finestrino

in un treno oltreconfine.

*

Scusami

 

non so

se ti giunge

la mia voce,

da me

caduto in un crepaccio

 

non volermene

se riesco a dire

solo le parole

del durare in quest’offesa

 

noi la chiamiamo vita

ma è soltanto

l’annuncio di una morte

che ritarda.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

28 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Interno notte

Interno notte
disseminata notte
di mezzaluna e sangue
dalla finestra è tutto
un cadere di stelle.
Cosa sarà di noi, me e te
lontani dal centro delle cose
contemplando l’accendersi del buio
l’esplodere perfetto di oggetti
così terrestri e capaci
di annerire le notti.
Per ora siamo rimasti pensatori
senza il coraggio di pensare
oltre il passo successivo al primo
se ci sarà ancora un pensiero
di qualcosa che assomigli a un mattino.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Edmond Gore Alexander Holmes

27 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Edmond Gore Alexander Holmes, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)

NOTTE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie
Nelle morbide profondità insondabili del cielo:
In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono
Le infinite distese degli abissi,—
Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare,
E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti
Col maestoso ondeggiare del mare.
Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso,
Nelle nere acque d’una baia senza sbocco
Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge
A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve;
E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre,
E notturni gemiti d’onde imprigionate.

NIGHT

Night comes and stars their wonted vigils keep
In soft unfathomable depths of sky:
In mystic veil of shadowy darkness lie
The infinite expanses of the deep,—
Save where the silvery paths of moonlight sleep,
And rise and sink for ever dreamily
With the majestic heaving of the sea.
Night comes, and tenfold gloom where dark and steep,
Into black waters of a land-locked bay
The cliffs descend: there never tempest raves
To break the awful slumber; far below
Glimmer the foamy fringes white as snow;
And sounds of strangled thunder rise alway,
And midnight moanings of imprisoned waves.

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

26 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La quarta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

IV
Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
Sovegna vos

Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito

Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

E dopo questo nostro esilio

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Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

24 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Amén, Ester Guglielmino, Sergio Daniele Donati

 

“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizio – Antologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

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Poesia sabbatica: 1-2

22 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, I giorni dell'abbandono

 

1

io che pensavo
ti fossi nascosta
dietro la luna

(e sapessi
quanto sporgermi dal balcone
per quel poco di luce
che hai lasciato sui vetri)

anche oggi vicino alla porta
ho guardato l’angolo vuoto delle tue scarpe

(ma non ho sentito i tuoi passi
nemmeno il giro di chiave
e tu che scendevi le scale ad una ad una )

è rimasto il silenzio
qui
e il tuo profumo a svanire…

***

2

dove sei?

sto perduto
in questa nebbia di maggio,
non lo senti il richiamo
quanto corre sul mare
(e mi ricordo
di balene in amore
e di un grido di notte
fra l’acqua e la luna)

dove sei?

stamattina
ti ho chiamata per nome
ero sovrappensiero

(ti ho chiamata per un bacio
un bacio soltanto
e tu già non c’eri)
semmai poi tornassi
ti ho lasciato sul muro
un disegno col rosso

come il sangue che perdo
dal mio cuore di adesso.

Francesco Palmieri

(dalla plaquette inedita “I giorni dell’abbandono”)

 

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Venerdì dispari

21 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Impermanere

Impermanere

Il giorno mi dice piccole cose
si fermano sulla retina indugiando e fuggono
piccole parole inudibili scritte perchè io legga.

Il mare in tempesta e l’onda orlata di spuma
una famiglia di nuvole con il vento in poppa.
C’è del buono perfino in una domenica
che passa sotto il sole senza fretta.

Quello che non succede mi è indispensabile
quello che accade destinato a non durare.
Così è il sorriso della bambina che gioca con la sabbia
così è l’impronta impermanente della risacca.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

19 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La terza strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

III
Là dalla prima rampa della seconda scala
Mi volsi e vidi in basso
La stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto la nebbia nell’aria fetida
In lotta col demonio delle scale
Dall’ingannevole volto della speranza e della disperazione.
Alla seconda rampa della seconda scala
Li lasciai avvinghiati, volti in basso;
Non v’erano più volti e la scala era oscura,
Scheggiata ed umida, come la bocca guasta
E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo.
Là sulla prima rampa della terza scala
Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo
Come quello di un fico e al di là
Del biancospino in fìore e della scena agreste
Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro
Affascinava il maggio con un flauto antico.
Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca,
Lillà e chiome brune;
Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala,
Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione
La forza sale sulla terza scala.
Signore, non son degno
Signore, non son degno
ma di’ una sola parola.

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Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024. Nota di lettura di Deborah Mega

17 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Emilio Paolo Taormina, Il tempo lungo

 

 

Da molto tempo è nota la vocazione poetica di Emilio Paolo Taormina, apprezzatissimo poeta e scrittore siciliano dei nostri anni. L’ultima sua raccolta, “Il tempo lungo” è stata edita a ottobre 2024 da Ladolfi Editore ed è permeata da due sentimenti prevalenti: l’amore che domina i rapporti interpersonali e con la natura che circonda il poeta e il sentimento del tempo che passa. La raccolta è costituita da un nutrito numero di componimenti e frammenti che per la loro organicità, compattezza, omogeneità di toni e temi, si presentano come un unitario poema d’amore. Poesia crepuscolare, ricca di metafore e personificazioni, poesia della memoria, dove si alternano dialoghi immaginari con l’amata, monologhi interiori, flussi di coscienza. La lezione è quella dei poeti decadenti, di Machado, Salinas e altri grandi del Novecento. Come scriveva Machado “L’amata non viene all’incontro; è l’assenza. Non fa compagnia; è quello che non si ha e si aspetta invano”. E nel caso di Taormina, si ricorda; la mancanza dell’amore diviene presenza tangibile e costante. Le pause di silenzio tra un componimento e un altro rivestono la loro importanza dal momento che i testi appaiono indipendenti tuttavia concatenati. Accanto a mutamenti di stagioni, scorci del paesaggio siciliano con limoni, zagare, ulivi, arance, mandorle, gelsomini, gerani, melagrane, menta, oleandri, ginestre, si delinea il segno di un intimismo lirico, frutto di un sentimento di nostalgia che riconduce ai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. La città con i suoi vicoli, le sue strade, le statue, le fontane, le piazze diventano oggetti familiari, liberati dalla loro staticità per diventare simboli e allegorie della “solitudine” interiore del poeta: gli scenari esterni, infatti, alimentano il dialogo di Taormina con la realtà e gli consentono di approfondire la conoscenza di sé. La tendenza alla riflessione e la semplicità lessicale permettono un graduale processo di interiorizzazione operando allo stesso tempo una fusione del sentimento del tempo con il paesaggio. L’amore sfugge e ritorna, come la natura, come le onde del mare. Il poeta, segnato nel fisico dal tempo che passa, resta giovane nei ricordi, è un bambino che gioca ancora col mondo, infila ancora il filo “nella cruna del verso”.

Deborah Mega

 

 

sono un bambino

affacciato agli occhi

di un vecchio

per giocare col mondo

 

a gennaio

basta un giorno di sole

e il limone fiorisce

era quel raro profumo di zagare

che volevo regalarti in un verso

 

talvolta nella solitudine

davanti a me

viene a sedere

una donna di sabbia

che le onde del tempo

non hanno sgretolato

 

la pioggia è una bambina

che corre a piedi nudi

cigola la porta del vento

la stanza ha pareti di nuvole

le lancette del pendolo

mi cuciono con ago e cotone

tutto è fermo

una sabbia impalpabile

come il tempo copre ogni cosa

 

ci conoscemmo di sfuggita

nel cortile del ginnasio

t’incontrai che gettonavi

“only you”

mi fermai con te

con “passion flowers”

e “diana”

eri abbronzata

passeggiammo per

corso vittorio con un cono

di cioccolata e nocciola

il frastuono del traffico

aveva un ritmo di cha cha cha

le colombe nel tramonto

erano d’oro

per molti giorni

come un malato

di notte alla finestra

cercai i tuoi occhi

in un cielo blu reale

non t’incontrai

né al jukebox né sulla spiaggia

a luglio la luna

è una lampada immensa

le falene e gli amori

girandovi intorno

si bruciano le ali

 

sei la parola che non riesco

a scrivere

il seme portato dal vento

germogliato dentro di me

le tue radici

prendono linfa nelle mie vene

ti porto con me

 

andrò a samarcanda

a comprare

un tappeto volante

voglio tornare bambino

sdraiato sotto l’azzurro

sentire sulla mia pelle

l’erba crescere come piume

volare sui tetti

ritrovarmi nella sala

di un cinema

accanto alla nonna

guardare sullo schermo

come dentro uno specchio

il ladro di bagdad

 

ci sei

sento la tua musica

i tuoi occhi verdi

mi scrutano dalla superficie

del torrente

basta solo un raggio di sole

e tu mi appari

in forma di verso

 

tutta la notte il ragno

dell’insonnia

a tessere la tela

della tua assenza

 

sei passata

come un giorno di festa

al crepuscolo

è rimasta la tristezza

di un treno che parte

 

non sei vecchio

se riesci ad infilare

il filo

nella cruna del verso

 

Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Emilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938. Sue opere sono state tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, polacco. Ha pubblicato molti libri di poesia e sei romanzi, tra cui Archipiélago, ed. Plaza & Janés, con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale. Barcellona 2002, La stanza sul canale, Palermo 2005, Lo sposalizio del tempo, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2011, Le regole della rosa, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014, La cengia del corvo, edizioni del foglio clandestino, 2016 e con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale, ed. peccata minuta, Barcellona 2016 e con testo a fronte in armeno di Hiacob Symonian, Erevan, 2016, Cronache da una stanza, ed. l’arciere del dissenso, 2017, Palermo, Gelsi neri, ed. la linea dell’equatore, 2018, Parnassius apollo, ed. l’arciere del dissenso, 2018, Il giardino dell’elleboro, ed. la linea dell’equatore di Fabrizio Orlandi, 2019, nel 2020 Il sorriso del tulipano, nel 2021 Ore piccole e nel 2023 Poesie scritte all’aria aperta (tutte e tre con Giuliano Ladolfi). Dopo Il fonografo a colori del 1970 ed. Siculiana, Palermo, ha pubblicato molti quaderni e libri con il logo l’arciere del dissenso e la Forum quinta generazione di Giampaolo Piccari. Da cinquanta anni non partecipa a premi letterari. In prosa ha pubblicato: Elvira des Palmes, Palermo 1991 (ristampa Giuliano Ladolfi, 2022), La pioggia di agosto, Marina di Patti, 1993, Il giusto peso dell’anima, Palermo, 1999, Inchiostro, Sesto San Giovanni. 2011, Passeggiata notturna, ed. l’arciere del dissenso.
emiliopaolo@taormina-bendrien.it

 

 

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Poesia sabbatica: 155 e 157 “Scherzo”

15 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

-155-

ed io e te
saremo una carne sola
ci fu detto
e noi fummo felici,
io sangue del tuo sangue
tu sangue del mio sangue,
tu l’occhio destro
io l’occhio sinistro
e orecchie di una sola testa
gambe e braccia di un solo tronco

sarete una carne sola
ci fu detto
e noi fummo felici

ma fu allora un dio
(o chi per lui)
che disse una bugia.

 ***

 

-157-    Scherzo

oggi avrei voluto scrivere una poesia d’amore,
di quelle dove c’è qualcuno che dice ti amo
e qualcun altro risponde ti amo,
una poesia con i fuochi d’artificio
e un cupido dalle frecce d’oro
che mai sbagliano il bersaglio,
mai spaccano il cuore o lo fanno a pezzi,
una poesia coi fiori in ogni parola
ed ogni fiore una parola,
sì, una poesia solo per te, solo io e te,
ma quando ho scritto ti amo
tu non hai risposto ti amo
ed è così che non l’ho scritta più.

Francesco  Palmieri

(dalla raccolta riveduta e corretta “Solo parole d’amore” inedita)

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Venerdì dispari

14 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Il migliore dei mondi

Il migliore dei mondi

C’è questo mondo migliore
che vorremmo come si vuole un pane.
Si va dal panaio chiedendo
la parte di pane che si spezza
ogni giorno per noi
e al banco non si sa proprio come dirlo.
Che il grano non è stato raccolto
e in parte è arrivato bruciato
e ci sono parti di mondo
che non sono venute bene al forno.
Che il migliore dei mondi
non è stato sfornato da tempo.
Che le mani non sono più infarinate
come quando ti porgono il frutto caldo
del lavoro migliore che hanno.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Amos Russel Wells

13 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Amos Russel Wells, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Amos Russel Wells (1862-1933), americano (foto web)

LA COPPA DELL’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Cosa contiene la coppa dell’oceano?
Gloria di porpora e scintillio d’oro;
I più teneri verdi e il blu del cielo,
Colpiti dalla luce del sole in tutto e per tutto;
Increspature che vagano oziosamente.
Frangenti che cadono con schiuma galante;
Sabbie e ciottoli che si rincorrono e scivolano;
Correnti mistiche che scorrono dolcemente;
Potente incantesimo dei tempi antichi,
Questo contiene la coppa dell’oceano.

Che cosa sente la coppa dell’oceano
Alle labbra della gente di terra d’ogni luogo?
Il respiro minaccioso e spettrale del pericolo,
le forme martoriate d’una morte atroce;
Ululanti tempeste e nevischio pungente,
lo schianto dei terribili piedi dei destrieri marini;
Navi che tremano per l’urto spaventoso,
Angoscia ammucchiata a una roccia selvaggia;
Perdita, tumulto e insidia fatale,
Questo fa il calice dell’oceano.

Guardate bene la coppa dell’oceano,
Voi che volentieri sorbite bellezza.
Soffermatevi a lungo sull’infido bordo,
Guardatevi dentro ogni volta vi curvate e bevete.

*

THE CUP OF OCEAN

What does the cup of ocean hold?
Glory of purple and glint of gold;
Tenderest greens and heavenly blue,
Shot with the sunlight through and through;
Wayward ripples that idly roam.
Tumbling breakers with gallant foam;
Sands and pebbles that chase and slide;
Mystic currents that softly glide;
Mighty spell of the ages old,
This does the cup of ocean hold.

What does the cup of ocean hear
To the lips of land folk everywhere?
Danger’s ominous, ghostly breath,
Battered forms of an awful death;
Howling tempests and bitter sleet,
Crash of the sea steeds’ terrible feet;
Ships a-quiver with fearful shock,
Anguish heaped on a savage rock;
Loss and turmoil and fatal snare,
This does the cup of ocean bear.

Look ye well to the ocean’s cup,
Ye who gladly on beauty sup.
Tarry long at the treacherous brink,
Gaze within e’er ye bend and drink.
 

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

12 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La seconda strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

II
Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse
Vivranno queste ossa? vivranno
Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo
Per la bontà di questa Signora
E, per la sua grazia, e perché
Ella onora la Vergine in meditazione
, Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
Qui dismembrato offro all’oblìo le mie gesta, e il mio amore
Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E’ questo che ristora
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste
Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste.
Che la bianchezza dell’ossa espii fino all’oblìo.
In esse non c’è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere
Dimenticato, così vorrei dimenticare
Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solo perché
Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo

Signora dei silenzi
Quieta e affranta
Consunta e più integra
Rosa della memoria
Rosa della dimenticanza
Esausta e feconda
Tormentata che doni riposo
La Rosa unica
Ora è il giardino
Dove ogni amore finisce
Terminato il tormento
Dell’amore insoddisfatto
Più grande tormento
Dell’amore soddisfatto
Fine dell’ínfinito
Viaggio verso il nulla
Conclusione di tutto ciò
Che non può essere concluso
Linguaggio senza parola
E parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l’amore finisce.

Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra,
Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,
Dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite
Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
Spartirete. E né divisione né unione
Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.

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Bellezza nel mirino: Progetto Ragna-tele

11 martedì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Bellezza nel mirino, Miriam Bruni

Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative

Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta:
“La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare.
Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.
Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi.
Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”

PROGETTO RAGNA-TELE

di Miriam Bruni

Il ragno per me ha una forte valenza simbolica.
Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….

Tra visibilità e invisibilità

Tra operosità e silenzio

Il ragno lavora,
e vive, cattura,
se ti chini lo scorgi
alla giusta angolatura.
Ci passi anche tu
sulla via delle fagiane
e levi una preghiera
alle nuvole lontane.
Ti aggrappi alle spighe
come fossero ringhiere:
hanno forza dorata
pur sottili e leggere.

Ode al ragno

Hai filato nel buio senza ansie né plausi.
Ora è nel tuo scrigno aperto
che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.

Perle mirabili per fattura e splendore
che ricordano ai terrestri
a chi devono la vita: acqua e sole.

                                                         Galleria fotografica
connessioni precarie
fiore o baco
geometrie et finesse
metafisico
parasole inefficace
resilienza
sottobosco
un lavoro ammirevole
ventaglio artigianale



Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia.
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:

  • Cristalli, 2011
  • Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
  • Credere nell’attesa, 2017
  • Così, 2018
  • Falesìa, 2019
  • Concentrati sul cromosoma celeste,2022
  • Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
  • Cuanto cuesta vivir, 2022.

Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli.
Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.

È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche.
Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.

Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.

Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:

https://miriambruni.blogspot.com/

Contatti:
miribruni79@gmail.com
fotoquadri.mirystyle@gmail.com

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