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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Poesia sabbatica: “Solo un desiderio”

07 sabato Giu 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Solo un desiderio

 

avrei voluto darti

darti vele leggere

e non il peso di meteorite

in caduta grave,

olio e non attrito

la corsa nella vita

 

avrei voluto darti l’appiglio

la sporgenza di parete

al precipitare a fondovalle

la stuoia gommapiuma

del riposo

 

ma anch’io sono pioggia

goccia parallela

in tonfo nel finito.

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa ” – edizioni Terra d’ulivi)

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Venerdì dispari

06 venerdì Giu 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Furto di luna

Furto di luna

Ti ho chiamata a vedere la luna tra le case
sorgeva rotolandosi sui tetti
piena di luce accecava la notte
spargeva semi luminosi sulla città
che l’ha dimenticata.

Quindi è solo nostra, mi dicevo
quindi è solo di chi la vede, mi ripetevo.

Ti ho regalato la luna piena di luce
questa inutile lanterna tra le strade illuminate
tra le torri-faro che dirigono le loro torce al cielo
i pulsanti che accendono le nostre tenebre.

Ti ho preso la luna rubandola con lo sguardo
di chi ha rischiato di perderla tra i tetti
infilzata tra le antenne, entrata e poi uscita
dalle finestre dei vicini, moneta spesa
dai bambini sognatori, e dagli spacciatori.

L’ ho raccolta nella nostra vecchia tenda
lucidandola, soffiandoci sopra
come si fa con una lampada
per far sparire le sue ombre polverose

i crateri e le meteoriti
i residui metallici di allunaggi
e le bandiere piantate
per cercare venti inesistenti.

Poi siamo tornati a letto
come due gatti
la luna in mezzo ai cuscini,
i pensieri rarefatti.

Francesco Tontoli

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“Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2024

04 mercoledì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Ivan Pozzoni, Kolektivne Nseae

Una selezione di testi da “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

CARONTE, IN RIVA AL LAGO

Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente
macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,
mi tramortisco col rumore ombroso delle onde
che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande.
Cerco un Caronte astioso e ansante,
che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,
rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,
scorbutico maleducato, rude bifronte.
Cerco un Caronte, un Caronte vero,
temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere,
con remi, barba stanca,
obolo di scorta che difenda all’arma bianca.
Seduto su una roccia, rinvio a domani
l’insulsa immaturità delle mie mani.

SIAMO TIGRI DI CARTA

L’una di notte non suona mai così spontanea
dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche,
da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta
schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone,
i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo
con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.
Responsabili e irresponsabili allo stesso momento
rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno,
non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance,
adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio
non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta
e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.
Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona,
attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma,
bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren,
nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En,
ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue,
non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.

RIDATEMI I MIEI VERSI

Se non sono ancora in grado di scrivere versi
mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi,
mamma, amavo una donna prima che fosse nata
e la mia serotonina si è trovata abbandonata.
Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino
non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino,
della consistenza di un esacerbato Krusty il clown
detonato senza miccia da giorni up e giorni down.
E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione,
mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione,
senza nemmeno renderti conto che io ero caduto
nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto.
Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero
perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero,
io nel mio fegato so che è cosa mia
in pubblico continuiamo con la terapia.

IL NOSTRO BIMBO AVREBBE AVUTO OCCHI BELLI

Il nostro bimbo avrebbe avuto occhi belli,
la tua smania di vivere e i miei momenti chiusi
avrebbe avuto mille diavoli tra i capelli
guizzanti nei suoi cento Parnasi.
Il nostro bimbo avrebbe avuto le stigmate,
e avrebbe intessuto fittissimi dialoghi con gli animali,
il tuo viso scuro delle cavallerizze sarmate
il mio amore viscerale di versi e madrigali.
Il nostro bimbo non sarebbe mai cresciuto,
imbrigliato di una rete di ragni caramellati
non avrebbe mai avuto bisogno d’aiuto
tutelato da buffoni loricati.
Il nostro bimbo mai nato,
schiavo d’un qualche Durex lubrificato,
è un’occasione chiusa nel mio diaframma cardiotoracico,
immerso, ferito, in una membrana d’arsenico.

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Poesia sabbatica: -153-

31 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

-153-

 

ti ho aspettato

 

come il grano l’acqua

come l’infermo il farmaco

come la grazia

al condannato a morte

 

ho aspettato che arrivassi

 

con l’ultimo treno

all’ultimo minuto

gridando il mio nome

quando già andavo via

 

ma forse un ritardo

gli orologi discordi

un contrattempo imprevisto

e non ti ho visto arrivare

 

ora cercami tu (amore)

sai il nome e cognome

l’indirizzo di casa

io abito lì.

*
*
*

*
Francesco Palmieri
*
(dalla raccolta inedita “Solo parole d’amore”, revisione della raccolta “Studi lirici” edita
*
da “La Vita Felice”)

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Venerdì dispari

30 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Le donne della mia vita

Le donne della mia vita

Cosa avranno da dirmi le donne della mia vita
ognuna sfilando una perla alla collana
ognuna aggiungendo sabbia nel deserto
ognuna portando
un chicco di grano al magazzino ?

Le donne che hanno preso
il gioco dei miei pensieri
quelle che si sono lasciate scorrere trapassandomi
cosa avranno da nascondere tra i denti ?

E dietro quegli occhi messi in prospettiva
che mi si perdono in gola e che tutti ho bevuto
succhiando dagli sguardi il luccichìo della vita
cosa cercano di consegnarmi,
quale oggetto oscuro
quale cartiglio segreto,
quale gesto incomprensibile?

Forse vogliono solo rubare
il filo d’erba che ho in tasca
che qualche volta stacco
dal prato che calpesto.
Forse vogliono solo
camminarmi a fianco.

Forse vogliono solo corrermi davanti
come fanno le bambine
ognuna inseguendo un palloncino.

Francesco Tontoli

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“La muta per amore” di Francesca Canobbio, Terra d’ulivi edizioni, 2024

28 mercoledì Mag 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Podcast

≈ 1 Commento

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Francesca Canobbio, La muta per amore, Podcast

“La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.

Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come  metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia  è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.

All’interno del libro tre sezioni,  la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono  titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.

Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.

L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.

Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.

La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.

Loredana Semantica

Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

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Cinque inediti di Jacopo Pignatiello

26 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Inediti, Jacopo Pignatiello

Epitaphium

il silenzio s’imprime sulla terra
e tutto si schiaccia col suo peso
la sera va mi toglie un altro giorno
nel buio resta il tempo che non vivo

*

Asfissia

la notte sa di ferro e di saliva
stringe con la morsa un fello fiato
stritola l’atra pressa punitiva
la bocca spasma un nome non sfiatato
la trista ombra strangola ogni promessa
la vita si contorce e poi si arresta

(così morì la sua bella voce
lasciando il silenzio boia feroce)

*

Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus

Mi dirigo sulle strade di marzo.
Corro finché resisto, l’ombra sfiora
l’asfalto frantumato dalle attese.
Resta muta la casa erta sul campo.

Chiedo alle margherite con le dita
inquiete. I petali gialli cadono
vorticando lungo i passi veloci,
i non deturpano il volto del cielo.

La primavera si schianta sul mondo:
fiato di terra che torna a salire.
Entra nel naso, si avventa sul petto,
il verde azzanna e lascia il suo vuoto.

Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
sento l’eco di un sì mai pronunciato.
Il fiore di un pesco cade appassito.
Il sole insiste, ma resta l’inverno.

*

Alba rossa, o vento o giozza

galleggia nel fuoco la laguna
sui marmi i ricordi si frantumano
la pelle trova sollievo al buio
continua a bruciare al sole

cerco quegli occhi nei visi mascherati
mentre il vuoto pulsa nelle vene
e l’abisso mi sorride voluttuoso

alla stazione corre uno zaino
sembra il suo quello bordeaux
è un lampo un battito
un breve varco nel tempo
un salto in un cerchio di fumo
inseguo tra la folla la mia follia
corro il fiato si spezza
la sagoma scatta subito via
e svanisce silenziosa tra i passi

riprendo il cammino
con il suo cuore in tasca
e i pensieri che annegano nel mare
coperti dalla tenue scia di una gondola

è stata luce attesa che freme
la grazia che vizia
la magia che mai sazia
ma poi alla sera mestizia e tristizia

ora è vento che tace

*

Alba

le labbra sfiorano il bordo
della tazza rossa bollente
il suo fiato caldo mi bacia
e gioca come una bimba
appannandomi gli occhiali
è il suo buondì

osservo assonnato
il vapore danzare lento
scorrere con garbo
sfaldarsi informe
tenue tremula bruma che vagando
imita la mente intorpidita
ed evoca l’eco
di un pensiero che non torna

forse perché devo destarmi
ma sento di voler dire
qualcosa che ho perso
è come un’ombra che indugia
con passo esitante sulla porta
rossa anche quella

fisso per un po’ un punto nel vuoto
il nescafé si sta raffreddando
il velo acqueo si dirada
assaporo gli ultimi sorsi
osservo l’immagine sul fondo
e la trovo indecifrabile

la luce si affaccia
bussando piano sui vetri
prima di stendersi sul tavolo
e illuminare
le briciole di ieri sera

il tempo si piega
ma il giorno
seppur senza fretta
senza scuse
s’incammina comunque
prima di me

 

Nota biografica

Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Letterature comparate. Attualmente insegna discipline storiche e letterarie nelle scuole superiori. Ha curato contributi di ricerca letteraria e storica pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su delle riviste online e in delle antologie poetiche.

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Poesia sabbatica: -31-

24 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Mr Hyde o del profondo abisso

 

-31-

 

 

mi cerco

tra una parola e l’altra

nel pieno di una frase

sotto la mattonella

nel foro bruciacchiato

in mezzo alla tovaglia

nell’occhio tuo che passa

e tu che non mi vedi

 

mi cerco

nel giallo delle sere di lampadine accese

nel chiaro dei lampioni di una strada muta

nel lieve della neve su cancellate e muri

nel buio dei portoni sprangati quand’è notte

sulle saracinesche chiuse di quando è già la sera

 

e lo so che questa è attesa

soffrendo fame e sete

lo stare giù bocconi

al peso di una croce

 

lo so che si fa notte

che un altro giorno è andato

che niente è accaduto

che così passa la vita.

*
*
Francesco Palmieri
*
dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)
*

Lettura dell’autore

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Venerdì dispari

23 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Intatti

Intatti

Non usciremo intatti da tutto questo
contaminati i nostri corpi
dalla furia dei tempi e dagli spari
nei caroselli che sbandierano
la latitanza della verità perduta
la sostanza delle cose corrotta.

Avremo a che fare con fenomeni che accadono
con il nostro silenzio-assenso
andremo a sbattere sulla parola amore
che si dilegua in mille rivoli
sul senso preciso da
dare ai nostri precetti
e i discorsi con i buoni propositi
si disperderanno come le pagine del vangelo
sulle bare dei papi.

I Farisei stanno morendo tutti di stenti
di bombe guidate da droni simili a mosche
e si accartocciano davanti alla ferocia del loro cielo
così che le albe che nasceranno saranno vedove di dio.

Le madri stanno addestrando I bambini
a cercare chicchi di riso caduti dal becco
di uccelli sazi e distratti.

I padri dicono che vorrebbero
almeno un piccolo tempio
anche per adorare
un solo vitello d’oro.

Quanto a sacrificare il proprio figlio,
tutti devono pensare a stento
che si levi una mano per impedire al coltello
di affondare senza che vi sia ragione.

Francesco Tontoli

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Domenico Setola, Inediti

19 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Domenico Setola, Inediti

Era un amico partito il plumbeo mattino,
fra la polvere accumulata di questi libri.
Dove è finito il petalo di sangue
sotto la mano del vento?
La nebbia del cuore e poi ti rivedo,
fra te e me c’è sempre inverno.
In quale rifugio starai tranquillo
come una noce nel suo guscio?
Vado solitario come un fiore nel bosco
dove l’erba gioca, i tuoi passi
al mio posto. La luce che scende
una dolce promessa più grande del mare
quel cielo che mi appare.
È il peso del tuo manto svegliandosi
la città, una donna piange di felicità
cantando al sole una canzone,
più antica e forte di ogni mia passione.

*

Parlami di te, dea d’oriente, il vento caldo
terra rossa di Costantinopoli, esule del tempo, cercando la
rotta di Istanbul.

Stella che si abbarbica sulle Chiese
d”oro e canti infiniti, scintillando fra i grandi cedri e la sabbia
cocente del perdono.

Racconta le pietre antiche di Megara
quando il Bosforo irrompe come cielo
azzurro fino al Corno d’oro fra lingue
e volti dimenticati.

Terra di mercanzìe e tramonti rosa, del mondo una sola
immensa prosa.

*

Appunti di viaggio

Dimenticare le antiche vie
piovendo dal cielo la meraviglia
di una certezza. Fra rumori e
clacson, il vólto materno roseo
come raggio di sole nella folla
dei colori.
Suonavano le pupille del cielo
e l’ombra si specchiava a trotto
fra sbuffi di nuvole sulla nuda terra.
E indifesa rideva tra la parata
dei superstiti, nel luogo di nessuno
dove ci lasciammo.

*

Appunti di viaggio

Se ieri è questo presente
nel solco delle mani
si consuma l’esistenza.
E corre così
da sponda a sponda
nell’antica luce precipitata,
l’alba sui vetri.
Se breve è la notte
il calore che davi,
somiglia al silenzio
la scia della memoria.

*

Sogno

Se la notte ha un vólto
è il tragitto di uno scandalo
nelle sere d’agosto
il mare dei suoi occhi,
le lunghe serate
in compagnia, coi libri
ricordati delle storie
al tavolo di un bar.

Se la notte ha un vólto
è la promessa del
ricordo, un lungo
dimenticarsi che
sfiorisce al cuore,
la primula sbocciata
forse il primo amore
nascosto il primo bacio
labbra tutto ardore.

*

Il tempo mi educò al dolore
al gesto sacro del silenzio mentre
le insistenti correnti del reale
s’addensavano nella mano
rovesciata.
Né ebbi garanzie d’esistenza
per il mio corpo
se non dove si srotolava
la grazia casuale che ha
scelto la forma delle mani.
E continuo a ripetere
i miei momenti più lontani
l’infanzia, l’incosciente pubertà,
l’incertezza di sempre.

*

Appunti di viaggio

Quel cielo era sopravvivenza
dei caduti quando l’amore esitava
e dietro le nuvole appariva
il suo vólto, il profumo di terra
bagnata distante da me stesso.

Era dicembre coi suoi paradigmi
della solitudine e dell’amore.
Le serrande dei bar appena
alzate e la promessa di
un peccato nascosta dietro
i banconi.

Fu l’aria tagliente, annuncio
della tua voce a battere
il tempo, quello dei sogni,
addormentata la città
al male lasciato risorgere.

*

Terra d’esilio la parola del libro
la trama passata, staccata dal
suo fiore. Ostinato amore tornare
laggiù, i padri dicevano del tempo
inciso sulla pelle.Tu sei nelle pietre
cammino nel deserto dove cresce
la follia, il sangue ribelle avevano
le parole, violenza della luce che
non muore.

*

Io credo nei venti, nelle lunazioni
che orientano il passo, disgiunto
l’essere dalla sua essenza.

Da nord soffia forte sull’oceano
dilagando al cuore quella voce
che a stento ricordo.

Io credo ai vólti, a ciò che sussurra
l’incomunicabile, la stella ininterrotta
che non dà tregua se la luce
accede alla storia degli avi.

Da qui ti vedo ancòra, origine
del moto che spodesta il giorno
correndo alla fine, miraggio d’infinito
sottratto alla parola.

Domenico Setola

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Poesia sabbatica: “16”

17 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Mr Hyde o del profondo abisso

 

16

 

e allora mi sono messo in viaggio

e ti ho cercata altrove

 

ho bussato a mille porte

credendo dietro ogni porta

che avresti aperto tu

 

ho camminato mille strade

aspettando ad ogni incrocio

che poi arrivassi tu

 

ho inseguito cento spalle

chiamandoti per nome

e poi non eri tu

ma solo un’altra faccia

che non eri tu

 

ho guardato in mille case

ho ascoltato mille passi

ho aspettato mille treni

cercato in gallerie

disceso mille scale

e risalite a mille

 

e tu soltanto un’ombra

a rimanere scura,

un lampo di memoria

e poi ancora sera

 

domani mi laverò la faccia

mi pulirò dal sale

un fiore rosso e vivo

io prenderò un giardino

e gli darò il tuo nome

poi senz’acqua, senz’acqua,

io lo vedrò morire.

Francesco Palmieri 
(dalla raccolta “Mr Hyde o del profondo abisso” – inedita)

 

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Venerdì dispari

16 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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A che servono gli anni persi?, Francesco Tontoli

A che servono gli anni persi?

A che servono gli anni persi?
ci vorrebbe un posto dove metterli
uno ad uno versarli in recipienti adatti
impilarli ordinatamente in magazzini
e se sono tanti avere cura di sorprendersi
a rievocarne lo smarrimento.
Anni persi per aver rincorso le cose che correvano
anni di immobilità e di silenzio come alberi
che aspettano un’ultima fioritura
anni compiuti nel dono del darsi pace
veder crescere, annuire al mondo
quando il mondo nemmeno ti chiede un parere.

Di questi anni e di quelli che verranno,
se verranno
ho perduto quello che si perde cercando.
Ho perduto le migliaia di rotte possibili
stando fermo a fissare il soffitto nel letto
marinaio, aviatore che fa quarantena
guardando dal finestrino della sua nostalgia
la costa che lentamente scorre.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Arthur Conan Doyle

15 giovedì Mag 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Tag

Arthur Conan Doyle, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)

DAL MAR DEL NORD
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord,
andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano;
lunghe onde rotolavano da lontano
facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi.
E come noi andavamo mi sembrò
che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno,
il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare,
e l’amore, vecchio quanto loro.
Veniva dal mare una bruma meditabonda,
la vedemmo distendersi, piega su piega,
e notammo il gran sole alchimista
mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro.
Osservate bene, osservate bene, mia signora,
il grigio sotto, l’oro sopra,
solo così la vita più grigia può splendere
tutta dorata in luce d’amore.

*

BY THE NORTH SEA

Her cheek was wet with North Sea spray,
we walked where tide and shingle meet;
the long waves rolled from far away
to purr in ripples at our feet.
and as we walked it seemed to me
that three old friends had met that day,
the old, old sky, the old, old sea,
and love, which is as old as they.
Out seaward hung the brooding mist
we saw it rolling, fold on fold,
and marked the great Sun alchemist
turn all its leaden edge to gold,
look well, look well, oh lady mine,
the gray below, the gold above,
for so the grayest life may shine
all golden in the light of love.

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Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024.

12 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Mattia Bettoni, Proiezioni ortogonali

 

Coro ammutolito (con tendenze cacofoniche)

1
Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.

*

da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ

 

Fribourg – Lugano – Torino

Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.

*

 

A Adele

A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.

*

 

et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.

Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.

 

*

 

Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.

 

*

da UNA CODA

 

Processi mitopoietici

In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.

Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.

In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.

 

*

 

da UN’ALTRA VOLTA

 

Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda

e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.

 

Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024. Postfazione di Massimo Gezzi.

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Poesia sabbatica: -32-

10 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Mr Hyde o del profondo abisso

 

-32-

 

dovresti chiedermi perdono

dio

o chiunque tu sia

 

per lo strazio, il supplizio,

l’inizio immortale

di quando si era bambini

e poi gli anni contati

il sudore alla fronte

l’inutile freno

della corsa alla morte

 

dovreste chiedermi perdono

padre

madre

voi lo sapevate

che sempre si nasce orfani

che imparare a vivere

è già come morire

 

dovreste chiedermi perdono

tu uomo

tu donna

per le parole salate

quando ero ferito

per le spalle voltate

quando ero più solo

per l’amore per sempre

che non sa diventar vero

per le tante promesse

che nessuno mantiene

 

dovreste chiedermi perdono

dio padre madre uomo donna

 

solo per farvi sapere

che io non perdono.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)

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Venerdì dispari

09 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Avrei dovuto nascerlo, Francesco Tontoli

Avrei dovuto nascerlo

Avrei dovuto nascerlo
esserci dove ora non sono
crescere dividendomi in parti
nella culla di un altro.

Un ragazzino se non introverso
almeno taciturno, capace di saltare
fin da piccolo sulle mattonelle
senza toccare le linee.

Azzardare un cammino in cui il piede
atterra su una superficie più elastica
avendo la testa nascosta dentro un ermetico
casco di riccioli che a fatica distingui le luci
degli occhi-binocoli che avvicinano cose.

Avrei pestato meno merde correndo
e sulle mie lune avrei piantato bandiere di latta
immobili, rigide, sventolanti parole
come quelle che in Tibet legge il vento
e che stanno in silenzio tra loro
prima di scendere e muoversi.

E come fa il vento sarei andato lì
in ogni dove su in circolo
prima di scegliere di nascere
prima di nascondermi a morire.

(2014)

Francesco Tontoli

 

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“Qualcuno dovrebbe ringraziarmi” di Loredana Semantica da “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024. Legge Antonella Pizzo

07 mercoledì Mag 2025

Posted by Antonella Pizzo in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Barracuda, Loredana Semantica, Podcast

La poesia “Qualcuno dovrebbe ringraziarmi” di Loredana Semantica, dalla raccolta illustrata “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024. Legge Antonella Pizzo

Qualcuno dovrebbe ringraziarmi
qualcuno che ho memoria mi aveva già scalzato
da altri luoghi similmente connessi allo stradario
era un presagio vago circolare come di notte
che si ripete è perciò che lo escludo
per essersi compiuto l’arcano inevitabile
non tanto ormai per splendere
che da tempo ho dismesso le grandi attese
stupida essendo ogni cosa intorno
gravoso il male anzi banale nel suo dolore provocato pervicace
squallidi tutti i cercatori di bava di baldoria.

Ho il senso di qualcosa che sprofonda
come le cattedrali edificate sul fango
dalle fondamenta vuote
il crollo avviene lentamente tale
che agli abitanti non sia dato di vedere
l’inutile ormai lo escludo dicevo
chi tesse trame chi nega l’evidenza
chi alle spalle lavora ai tatuaggi
chi finge chi intrallazza chi le guance cadenti
chi il cuore strafatto chi le fitte o i ricami
non tanto ormai per splendere dicevo
ma per essere quietamente.

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Poesia sabbatica

03 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

…

 

non ho che frammenti e rimasugli

per questo

da domani ti manderò le nubi

 

e se da ogni mia parola pioverà

sarà l’autunno ed io sarò la pioggia

sarà novembre ed io candele ed ombre

sarà pensarmi come si pensa ai morti

 

che un giorno sono andati

per non tornare più.

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

02 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli

Ho spedito una foto del cielo di Pisa
a un amico lontano
il mio cielo plumbeo confrontato al suo
decisamente azzurro e a tratti lattiginoso.
Ho spedito anche me stesso
quello che sto tessendo e colorando
il segno di una caduta
lasciato da un angelo maldestro
una curva rischiosa sulla strada
il lancio di un aereo di carta non riuscito
e alcune frasi fatte che nascondono
a malapena l’imbarazzo e il disagio
di dire qualcosa quando si è distanti
diventati sconosciuti cultori di solitudini.
Volevo che tornasse indietro il messaggio
ma l’ho spedito così com’era
rarefatto e incompleto,
così da apparire un ritratto
cancellato dal tempo
qualcosa che ti è scappato di mano
come un refuso.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Ella Wheeler Wilcox

01 giovedì Mag 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Ella Wheeler Wilcox, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ella Wheeler Wilcox (1850-1919), americana (foto web)

UNA NAVE VOLGE A EST
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Una nave volge a est
e un’altra volge a ovest
dagli stessi venti soffiate.
È l’assetto delle vele
non le burrasche
che indica la rotta che percorriamo.
Come venti del mare
sono le onde del tempo
mentre attraversiamo la vita.
È l’assetto dell’anima
che determina il traguardo
non la calma o la lotta.

*

ONE SHIP SAILS EAST

One ship sails East,
And another West,
By the self-same winds that blow,
Tis the set of the sails
And not the gales,
That tells the way we go.
Like the winds of the sea
Are the waves of time,
As we journey along through life,
Tis the set of the soul,
That determines the goal,
And not the calm or the strife. 

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