
immagine di Loredana Semantica
21 mercoledì Mar 2018
Posted in LETTERATURA, SINE LIMINE

immagine di Loredana Semantica
27 sabato Gen 2018
Posted in SINE LIMINE

Il 27 gennaio del 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti.
Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là…
C’erano due immensi forni…
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può
immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi…
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno 2000 persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.
tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann
15 lunedì Gen 2018

(La copertina dell’edizione tedesca di Horcynus Orca, che è stata riproposta quasi uguale anche in Francia.
Un lavoro che ha impegnato l’autore per quasi vent’anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, regionalismi segnici mono rematici e polirematici, rimandi all’epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del ‘900. Un impegno costante ,dicevo, che ha contribuito a trasformare I fatti della fera (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi. Horcynus Orca è una lettura che manifesta l’immensa ricchezza tematica con cui Stefano D’Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l’Odissea e l’Eneide, l’Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano o a Moby Dick, sono tutti elementi che affascinano e costringono il lettore ad addentrarsi nella grandiosa costruzione su cui D’Arrigo ha trascorso una vita .” Si tratta di un romanzo sfrontato che mira niente di meno che a gettare un ponte tra Storia e Mito (ponte bombardato, come si vedrà), la cui mole, densità e qualità finiscono per intimidire, per tenere un po’ ai margini il lettore comune” dice Paolo Mantioni. L’espressione “Horcynus Orca” ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine “orca”, fra altre cose, indica proprio l’orca assassina, come si può vedere nel celebre passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram («…cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae», Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a “Orcus”, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia, non ha interrotto il labor limae di D’Arrigo, il quale è tornato sul testo fino alla morte con ulteriori modifiche, seppur lievi, tant’è vero che la riedizione del 2003 reca nell’aletta di copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni d’autore.

Stefano D’Arrigo
Stefano D’Arrigo (Alì Marina, Messina, 1919 – Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi su Hölderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo un’altra parentesi a Messina, si stabilì a Roma nel 1946, dove si dedicò al giornalismo e alla critica d’arte, frequentando pittori e mercanti d’arte. Intorno alla metà degli anni ’50, D’Arrigo passa all’attività letteraria scrivendo un libro di versi (Codice siciliano) e cimentandosi con un’opera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindici mesi tra il 1956 e il 1957. Quest’opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattosi per quasi vent’anni, diventerà Horcynus Orca. La prima questione da affrontare riguardo all’Orca e al suo significato nel romanzo concerne la particolare denominazione scelta da Stefano D’Arrigo nel titolo, perché il grande mistero che circonda l’animale comincia proprio da lì. Se è abbastanza noto che il nome zoologico dell’Orca è “Orcinus Orca” (o “Orcynus Orca”), meno noto è il fatto che l’espressione “Horcynus Orca” non ricorre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni “Orcinus Orca” e “Orcynus Orca”). Per i “pellisquadre” di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello “squadro”, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da “squadrare”, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), l’Orca è il “ferone”, cioè la ‘grossa fera’, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella ‘comportamentale’ della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che l’animale arrivato nello “scill’e cariddi” è un’Orca, dice via via che essa è l’”orcinusa”, l’”orca orcinusa”, l’”orcynus” (quest’ultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen…) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, l’Orca, quando non è detta semplicemente “orcinusa”, è connotata nei modi più svariati nell’inesauribile suppurazione linguistico-morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi “orcaferone” (da orca + ferone) e “orcagna” (da orca + carogna), troviamo anche, occasionalmente, “porca” (cfr. p. 801), “orcarogna” (da orca + carogna + rogna: cfr. p. 801), “orcassa” (da orca + carcassa: cfr. p. 955), “orcassale” (da orca + carcassa + sale: cfr. 967), “orcarca”. Ma allora, perché quell’H nella denominazione dell’animale che compare nel titolo? Secondo Walter Pedullà (cfr. la sua “Introduzione” a I fatti della fera), uno dei massimi esperti su D’Arrigo, poiché quell’H fa sì che leggendo solo le iniziali (HO) si ha quasi la formula chimica dell’acqua, D’Arrigo ha voluto segnalare un’identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita/morte. Questa ipotesi è ampiamente giustificata dal testo, perché D’Arrigo insiste spesso non solo sull’Orca come fonte di vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, essa è anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori, sia perché da viva porta loro la “cicirella”, cioè i banchi di anguille appena nate, sollevandola dal fondo del mare, sia perché da morta offre tutta se stessa come cibo e materia prima per la fabbricazione di oggetti d’uso quotidiano, come pettini, posate, scarpe, ecc.), ma anche sul mare come luogo in cui i pescatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il lavoro) e di morte (la carestia, la ‘morte per acqua’ come nella Terra desolata di Eliot, ecc.). In un passo-chiave, l’”animalone” è proprio definito «un essere dell’altro mondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due» (p. 668), ed è, questa, una caratterizzazione che si può benissimo adattare al mare, inteso come elemento originario, principio e fine di tutte le cose, sin dall’alba del pensiero occidentale. Per non dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo sperone, ‘Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto di sale, dal quale i pescatori tirano a riva l’”orcassale” (cioè la carcassa di sale dell’Orca), e poi vede l’Orca stessa ricostituirsi, riprendere l’antico aspetto, agitarsi furiosamente, rigenerare da sé il mare liquefacendosi dalla coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere «una goccia d’acqua nel mare», come se «il mare rivivesse dalla morte di quell’essere orcinuso, rivivesse, cioè a dire, dalla morte della Morte». Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la y nella denominazione latina dell’Orca, che, come visto, non solo è attestata nell’uso, ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione dell’H, quella della y è molto più congetturale, proprio perché non è un’invenzione di D’Arrigo. Pedullà propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y è il simbolo matematico di un’incognita, e poiché cade al centro della parola “orcynus”, sembra alludere alla piaga dell’animale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda all’origine della vita, intimamente connessa con la malattia e la morte, dei cui segreti l’Orca è depositaria. Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene l’idea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.).L’Orca, dunque, in quanto ‘Orco’ e ‘Leviatano’ nello stesso tempo (da un pescatore è paragonata a un drago favoloso che chiederà tributi di pesce spada che finiranno per ridurre alla fame la popolazione: cfr. p. 657), si presenta come il luogo d’incontro di due tradizioni generalmente alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così l’aspetto di un ‘segno’ simbolico mostruosamente (è il caso di dirlo) significante. Sui legami di Horcynus Orca con l’Odissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evidenza palmare e si ha avuto modo di esplicitarli, sebbene in parte (‘Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Calipso; femminote/sirene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che D’Arrigo chiama il mare dello Stretto «lo scill’e cariddi» sin dall’incipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, ‘Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti l’eroe omerico, dopo un’assenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta l’ordine nel suo piccolo regno facendo strage delle “fere” che infestano la sua casa, il povero “nocchiero” della Marina Italiana torna dopo soli due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante auto affondatosi, trova la sua promessa “zita” Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie da anni (e invece è solo una “muccusa”, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un “ferone” i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po’ troppo nervosa. Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea (Eneide, VI, 273-281), descrive le fauci dell’Orco in un passo che contiene in nuce, personificate (Luctus, ultrices Curae, Morbi, tristis Senectus, Metus, malesuada Fames, turpis Egestas, Letum, Labos, Sopor, mala mentis Gaudia, mortiferum Bellum, Discordia demens), praticamente tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dell’Orca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, discordia, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.). Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l’Orca/Orco. Tutto muore in esso, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dell’Orco: muore la forma di vita secolare dei cariddoti, il quali, se non scelgono il suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, l’eroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso “terremaremoto” del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del “dollaro” e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore ‘Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nell’attimo i cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore l’Orca, dopo aver dato l’illusione beffarda di essere una divinità benigna apportatrice di “manna”, quando invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che l’apparizione in superficie della “cicirella” è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai essa è segno di qualcosa, è segno solo dell’inutile tentativo di quest’ultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667). Che il grande romanzo di Melville (molto amato da Stefano D’Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio (si pensi solo al fatto che il signor Cama ha un manuale di cetologia illustrata che sembra proprio quello ipotizzato da Melville nel famoso capitolo 32 di Moby Dick), ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca l’Orca darrighiana verso il mostro biblico. Le varie credenze sull’Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D’Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nello spazio e la sua immortalità (che poi è l’”ubiquità nel tempo”). Nel secondo fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte. Abbiamo qui elementi sufficienti per ricondurre l’Orca di D’Arrigo, tramite Melville, entro l’alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubiquo e immortale può essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pelli squadre. Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D’Arrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede già a partire dal fatto che l’ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il leviatano. Tutto ciò, com’è evidente, apre la strada a un’interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell’intero romanzo, che lo stesso D’Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguardano direttamente l’identificazione dell’Orca con il leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ‘Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l’Orca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunità dei ‘giusti’ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi. Inoltre, nel suo addio alla “zita” Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ricordava … la posa dell’Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe al petto le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D’Arrigo crea un rapporto diretto con l’Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia d’orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p. 1015). Infine, come l’Orca, che, oltre a donare ai pescatori la cicirella, vitale per la loro alimentazione fino a quel momento quasi esclusivamente a base di fave secche (è il cibo per cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati), finisce per offrire loro in pasto tutto il suo corpo, ‘Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all’acquisto della barca, arca di salvezza per l’economia della comunità, dopo essersi prodigato per ottenere, con l’intercessione del Maltese, che gli inglesi arenassero l’animale morto, e il romanzo si chiude con lui morto nella sua barca-bara portata come un’arca dell’alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei ‘giusti’ attorno al corpo dell’Orca.
Maria Allo
Fonti
Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, introduzione di Giuseppe Pontiggia, Mondadori, 1982 (1975)
Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea – A.A. 2002-2003
06 sabato Gen 2018
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Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi” Gislebertus, 1130
Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.
Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.
Mario Luzi
da Onore del vero (1957)

Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Fuga in Egitto” Gislebertus, 1130
02 martedì Gen 2018
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Il blog offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima, scrivendola tra i commenti e affidandola alla memoria del web. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.
*
01 lunedì Gen 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

Edward Miller (1875-1943) – The silence
Eugenio Montale, da Satura, 1971
31 domenica Dic 2017
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Anche quest’anno, come il precedente, in vista della conclusione dell’anno ormai prossima, propongo un bilancio dell’attività svolta nel blog nel corso del 2017. Anche quest’anno affido il riepilogo ai numeri che rendono con l’opportuna sintesi, ma anche con l’oggettività del dato, un’idea dei risultati e del lavoro svolto in questo luogo.
Nel momento in cui scrivo questo post, tra la fine del 30 e l’inizio del 31 dicembre 2017 risultano 34.694 visite a fronte delle 10.825 ricevute lo scorso anno, per differenza quelle ricevute nel 2017 sono 23.869, più del doppio di quelle del primo anno di attività.
Seguono il blog 104 persone, l’anno scorso erano 58 con un incremento di 46 seguaci. Li ringraziamo tutti, quelli da poco arrivati e anche quelli approdati qui nel corso del 2016; speriamo di essere sempre all’altezza della preferenza accordataci.
Nel blog fino al oggi, sono stati pubblicati complessivamente 343 articoli. Questo articolo è il 344° Alla fine del 2016 erano 145, per differenza risultano pubblicati nel corso del 2017: 199 articoli.
I commenti alla fine del 2016 erano 122, adesso sono nel complessivo 230, nel 2017 sono stati pubblicati quindi 108 commenti.
Sono state create e recentemente pubblicizzate le pagine che indicizzano gli autori e gli artisti presenti nel blog, i cui link sono visibili nella home appena sopra il titolo. Non le abbiamo altrettanto pubblicizzate, ma sono state create, sempre a cura di Deborah Mega, le pagine e indicizzazioni degli autori e degli artisti scomparsi, raggiungibili anch’esse dai link sopra il nome del blog. Un doveroso omaggio per non dimenticare mai sulle spalle di chi saliamo quando cerchiamo di guardare oltre la siepe.
Le principali rubriche che sono state curate nel blog sono elencate nella tabella sottostante, alcune di esse già erano attive nel 2016, in tal caso la tabella riporta la quantità di articoli pubblicati nel 2016 e nel 2017 distintamente.
| Principali rubriche/categorie
del blog |
Articoli pubblicati anno 2016 | Articoli pubblicati anno 2017 | Totale articoli pubblicati |
| Canto presente | 10 | 16 | 26 |
| Forma alchemica | 0 | 21 | 21 |
| Incipit | 0 | 17 | 17 |
| Parole di donna | 0 | 12 | 12 |
| Poesia sabbatica | 0 | 24 | 24 |
| Una poesia a caso | 0 | 3 | 3 |
| Prisma lirico | 0 | 15 | 15 |
| Randomusic | 0 | 5 | 5 |
| Punti di vista | 0 | 5 | 5 |
| Il tema del silenzio | 28 | 0 | 28 |
| Poesie | 13 | 103 | 90 |
| Video virali | 0 | 2 | 2 |
| Versi trasversali | 0 | 2 | 2 |
| Interviste | 30 | 1 | 31 |
| Fiabe | 5 | 0 | 5 |
| Racconti | 3 | 9 | 12 |
La tabella seguente riguarda tutti gli articoli pubblicati nel blog, non solo quelli delle categorie e rubriche principali di cui alla tabella superiore, ma anche di altre categorie meno utilizzate. Essa quantifica i post pubblicati per autore nel totale e distintamente per anno.
| Autori del blog | Articoli pubblicati anno 2016 | Articoli pubblicati anno 2017 | Totale articoli pubblicati |
| Alessandra Fanti | 18 | 15 | 33 |
| Deborah Mega | 47 | 59 | 106 |
| Francesco Palmieri | 1 | 33 | 34 |
| Francesco Severini | 1 | 0 | 1 |
| Francesco Tontoli | 1 | 4 | 5 |
| Liminamundi (collaborazioni) | 10 | 15 | 25 |
| Loredana Semantica | 61 | 70 | 131 |
| Maria Allo | 3 | 3 | 6 |
| Raffaella Terribile | 2 | 0 | 2 |
| Maria Rita Orlando | 0 | 0 | 0 |
E adesso basta numeri, pensiamo al futuro e al lavoro da fare, che è tanto e non ha mai fine, non senza avere prima formulato, a nome di tutta la redazione, ringraziamenti ai lettori, ringraziamenti agli autori della redazione e quelli presenti nel blog, ringraziamenti agli artisti presenti nel blog e infine a tutti in tutte le lingue i migliori auguri di Buon Capodanno e Felice 2018.
13 mercoledì Dic 2017
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Limina è un blog attivo da quasi due anni. E ci siamo accorti, noi autori della redazione, che l’aspetto più complesso e impegnativo del dare “corpo a contenuti originali” che costituiscono i post del blog è avere un progetto, un’idea e darle attuazione con continuità nel tempo. E’ così che sono nate tutte le rubriche, tutti i filoni di attività che abbiamo gestito, dalle interviste “7 domande” e “Il cerchio e la botte” a “Canto presente”, da “Incipit” a “Prisma lirico”, e più di recente “RandoMusic” e “Punti di vista”, senza dimenticare “Forma alchemica” e “Parole di donna”. Ognuno di questi nomi ha dietro una progettazione e poi una costruzione, mattoncino su mattoncino, fino a farne una struttura, una raccolta. Esplorando le omonime categorie del blog potrete farvene un’idea.
Per festeggiare degnamente questo fine anno 2017 abbiamo pensato ad un concorso un po’ particolare, lo abbiamo chiamato “Una rubrica per Limina” e consiste in un invito rivolto a tutti, lettori e non, a presentare alla redazione di questo blog (liminamundi@gmail.com) un proprio progetto di rubrica, con un suo titolo, una sua introduzione, una periodicità e uno o più articoli che le danno corpo. Le migliori proposte saranno accolte nel blog in un’apposita categoria che prenderà il titolo della rubrica stessa, inserite nella programmazione del blog e pubblicate con la periodicità proposta dall’autore/concordata con la redazione.
Questo blog si occupa di arte in tutte le sue forme, d’attualità, società, psicologia e virtualità, i contenuti della rubrica progettata possono spaziare in tutte queste branche e anche oltre. Ad esempio può essere proposto un romanzo da pubblicare a puntate, una serie di racconti a tema, una rubrica che si occupi degli aspetti tecnici o artistici della pittura o della scultura, che indaghi la mente, che parli di cinema, balletto, opera, di musica, di colore o di poesia, ma anche di luce, finestre, sedie o geometrie perché la parola è materia che si modella e davvero per chi sa usarla…non c’è limite alla creatività.
Il concorso si apre oggi 13 dicembre, giorno della festa di Santa Lucia. Il giorno non è scelto a caso, perché di luce siamo in cerca, di qualcuno che brilli facendoci brillare, che illumini, illuminato, in una rotta di conoscenza, esplorazione e condivisione. Il concorso si chiude il 6 gennaio 2018, giorno dell’Epifania. Epifania significa manifestazione. Anche qui il giorno non è scelto a caso.
La redazione si riserva di non accogliere alcuna proposta qualora quelle pervenute non siano in linea con la poetica del blog.
08 venerdì Dic 2017
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Madre purissima,
Madre castissima,
Madre sempre vergine,
Madre immacolata,
Madre degna d’amore,
Madre ammirabile,
Madre del buon consiglio,
Madre del Creatore,
Madre del Salvatore,
Madre di misericordia,
Vergine prudentissima,
Vergine degna di onore,
Vergine degna di lode,
Vergine potente,
Vergine clemente,
Vergine fedele,
Specchio della santità divina,
Sede della Sapienza,
Causa della nostra letizia,
Tempio dello Spirito Santo,
Tabernacolo dell’eterna gloria,
Dimora tutta consacrata a Dio,
Rosa mistica,
19 domenica Nov 2017
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Se la sorte mi risparmierà
la cantilena ubriaca della chemio
questi capelli da vecchia li terrò
ne farò un manto da regina
capovolgerò così la storia mia
diventando immensa
al posto dell’esser bella
che non mi è riuscito neppure
quando l’età ne faceva un tratto buono
in discesa e il sole illuminando.
Se la sorte a cui non credo
girerà nel verso suo gentile
mi farò orgoglio della mia demenza
del poter dire ciò che tu non puoi
perché da perdere hai qualcosa ancora
mentre io sono ricca di non essere nessuno
e niente, per la gente che pensa
col tappeto rosso in testa.
Se la sorte accumulerà i ricordi
facendone bastioni da scalare
avrò persino un po’ di compagnia
come un monumento all’allegria
in una città straniera, in una via
dove sarà più lieto anche mancare.
Che festa sarà quando avrò il diploma
quello che conferisce onore e gloria
e colora di bontà ogni caino!
Peccato non lo si possa leggere di persona
perché di là si torna felici bambini illetterati
05 domenica Nov 2017
Posted in SINE LIMINE
“Mi godo la tua mancanza”
era solita dire a chi da lontano
chiedeva se stava bene
“Quindi preferisci che non ci sia?”
replicava spesso lo sventurato
Lei sospirava, non contando le volte in cui
le era toccato spiegare quel che diceva
accettare d’essere straniera di sentimenti
sebbene la lingua adoperata fosse la stessa
29 domenica Ott 2017
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Il crinale scivoloso dell’essere presenti
Le gambe nel disequilibrio di ogni passo
La mano sulla tua che ride della fatica di anni di parole cercate
Per arrivare vicino all’albero delle ossessioni
ai suoi rami, ai frutti desiderati dentro il sogno
basta così poco che è impossibile farlo
Sto oltre il bordo del non so
con in braccio un destino che non sa camminare
22 domenica Ott 2017
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Accumulo
come mi hai suggerito
i miei tesori nei cieli
Accumulo
Accumulo
Accumulo
Nei cieli
I miei tesori
Come mi hai suggerito
Accumulo
Nei cieli
Qui accanto
18 mercoledì Ott 2017
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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Filippo Parodi (pubblicata sul Foglio Clandestino) “Il Krautrock è un cavallo” e l’opera di Giorgio De Chirico “Due cavalli in una città”

Il krautrock è un cavallo di spuma bianco ottico,
risarcimento sferico,
orgasmo prelapsario,
è sole,
effervescenza,
è una rugiada-annuncio.
Piscina con gli angeli.
Fortuna,
déjà-vu.
E’ una parola acquatica,
velluto di montagna.
è casa senza porte,
è un vento dalla luna,
poi schianto, cattedrale,
lucentezza delle nuvole,
ti adagia e ti divora sopra
un ponte di farfalle.
08 domenica Ott 2017
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Piovono uomini
hanno in mano una rosa
in faccia una mela
dietro le spalle una candela
Sono pieni di nuvole
fioriti come a primavera
hanno una colomba al posto del sorriso
e sulla testa a perpendicolo la luna
Sul cuore gli si appoggia una casa
René li ha visti e io gli credo
01 domenica Ott 2017
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Pulsa come il frutto dell’infezione
là in fondo quasi invisibile
Credevano finisse la sua canzone
il muscolo distratto accontentandosi
di lasciare ad altri il legno sotto i piedi
E invece lui soltanto cambia il passo
spezzando il tempo in una corsa
ché più non teme non gli basti il fiato
Arriverà l’ora per riposare
Nel frattempo che sia acrobatico
il lampo e gridato il tuono
il ritmo accelerato rimbombi nella gabbia
dalle cui sbarre arrese fugga la libertà
29 venerdì Set 2017
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I
Va bene, ma tu stammi vicino
va ancora bene, ma il bene
che ho tra le mani mi scompare
come fanno le lucciole
quando apri il pugno
e va dove è destinato a perdersi
si spegne e si dissolve
Va bene come cosa che pulsa
che va e che vorresti tenere
ma sai che devi rilasciare
qualcosa che si consuma nell’andare.
Va, torna, non rimane
ma riposa un poco con te
è un bene trasparente e breve
che va e viene senza viaggiare
Va bene ma è un bene senza nome
senza un come e un quando e un dove stare
un bene senza un dentro e un fuori
un contemplare che va, a volte
o può andare, se spinto da un soffio
come un seme dotato di ali
un aggeggio aerostatico senza eguali
di quelli che cadono per caso in un luogo
in un tempo immutabile eppure transitorio
Va bene, va meglio ora
ma tu almeno, stammi vicino.
II
Stammi vicino ora che il meglio deve arrivare
più del bene è il meglio che migra, va lontano
da un corpo a un altro corpo effonde
percorre distanze siderali dall’universo dell’uno
a quello dei molti senza mai raggiungere tutti
sta nell’equivoco del bene universale
dentro la materia di cui son fatte le stelle
nella potenza oscura che tiene l’insieme
nel verso delle spirali che precipitano
al centro di un inesistente centro
un bene chiamato nulla, astratto, arbitrario
il cui magma trabocca dai crateri
per nessuna plausibile ragione
produce il suo calore inesauribile
consuma combustibile privo del numero di ottani
una fiaccola che sta dentro e oltre il dentro.
Stammi vicino
stammi accanto
stammi lontano e al centro
stammi dentro.
10 domenica Set 2017
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Pastura per pesci distratti da altro
le onde lassù capovolte
o il fondo di sabbia farina
L’ho coniugata per modi e tempi
i più ruvidi o gentili
la libertà, la scabra, la rocciosa, la ridente
Ora la porto come un abito di gala
per sbertucciare chi crede alla follia
di trattenerla con catene e confini
Un abito che come quello del re
va bene per ogni occasione
perché fa bella la grassa e la storta.
Non c’è rifiuto che possa sporcarla
non c’è giudizio che la turbi o confonda
lei balla in cerchio e salta e piroetta
la cassa che l’aspetta la conosce
non ha fretta, non ha premura
conosce le vie degli uomini piccini
la sua sarà comunque buona ventura.
09 sabato Set 2017
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09 sabato Set 2017
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Charles Bukowsky: Lancia il dado
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Altrimenti, non cominciare mai.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Ciò potrebbe significare perdere fidanzate, mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente.
Fallo fino in fondo.
Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni.
Potrebbe significare gelare su una panchina del parco.
Potrebbe significare prigione,
Potrebbe significare derisione, scherno, isolamento.
L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo.
E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze.
E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Non esiste sensazione altrettanto bella.
Sarai solo con gli Dei.
E le notti arderanno tra le fiamme.
Fallo, fallo, fallo. FALLO!
Fino in fondo, fino in fondo.
Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta.
È l’unica battaglia giusta che esista.