Poesia sabbatica: -15-

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15-

non raccontiamoci più nulla (amore)

di chi sei stata

di chi sono stato

delle altre vite avute

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

non ci diciamo più

che già abbiamo amato e pianto

ma non ero io

non eri tu

chi ci prendeva

e poi ci ha lasciato andare

 

non raccontiamoci più (amore)

chi siamo stati

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

guardami nuovo

come io ti guardo nuova

 

guardami

non sono mai esistito

io sono nato adesso

 

dimmelo,

non sono mai esistita

io sono nata adesso

 

e io e te rinati a un’altra vita.

 

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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Livorno, Piazza Mascagni

 

Sulla terrazza delle ricordanze
si prende sul viso lo schiaffo del libeccio
nelle passeggiate controvento
prima che la pioggia spenga
definitivamente il palpito del cielo.

Siamo guidati da una bambina saggia
che ci difende dalla sferza della solitudine
attraversa la corrente, calpesta per gioco
solo le mattonelle scure, e sceglie la strada
della sua piccola candela di luce
che si oppone alla tempesta.

Qui saggiamo la natura delle cose
il salmastro che penetra nei pori
il rumore dei fiocchi e delle bandiere
il battere ritmico dei pennoni
le onde che ingrossano il cuore e l’orizzonte.

Qui bisogna urlare per sentire
le mie e le tue voci nascoste
e quella taciuta che il vento porta sul dorso.

E prima di salutare il mare con un inchino
piegati come fuscelli dal soffio del tempo
ci guardiamo ad occhi semichiusi
sprecando lacrime di sale

tenendo protetta in mezzo a noi
la nostra infanzia come un tesoro conteso
ognuno stringendo la sua piccola mano.

Francesco Tontoli

Nel verso giusto. Sguardi di resistenza di poete siciliane, L’Arca di Noè, 2024

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Col titolo “Nel verso giusto”, sottotitolo “Sguardi di resistenza di poete siciliane“, nel mese di ottobre scorso, è stata pubblicata dalla casa editrice “L’arca di Noè” una raccolta di poesie a tema civile. Emarginazione, discriminazione, invisibilità, migranti, guerra, donne tra violenza e resilienza sono i temi trattati nelle specifiche e omonime sezioni del libro. Il libro è nato da un’idea di Bia Cusmano di riunire la scrittura poetica femminile siciliana d’impegno sociale, in modo che fossero rappresentate il più possibile tutte le province dell’isola. Curatrici sono Stefania La Via e la stessa Bia Cusumano. In copertina “Ritratto pixellato” acrilico su tela di Giacomo Cuttone. La prefazione di Anna Maria Bonfiglio.

Nel libro, inseriti nelle varie sezioni, testi poetici di ventisette autrici, elencate di seguito nell’ordine in cui si succedono nella stessa raccolta.

Cinzia Accetta
Margherita Biondo
Jana Cardinale
Giovanna Fileccia
Patrizia Giurleo
Maria La Bianca
Giuseppina Lauricella
Ornella Mallo
Maricla’ Micale
Adriana Montalbano
Adele Musso
Daniela Musumeci
Loredana Semantica
Rosa Maria Chiarello
Marilina Giaquinta
Stefania La Via
Francesca Traina
Liliana Arrigo
Iolanda Cuscunà
Giuseppina Mira
Ester Monachino
Margherrita Rimi
Rossella Caleca
Chiara Catanese
Bia Cusumano
Ester Guglielmino
Deborah Prestileo

L’animale morente di Philip Roth lettura di Antonella Pizzo

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animale-morente

L’animale morente (The Dying Animal) è un romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 2001. Il titolo è tratto da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Il romanzo è ambientato negli anni sessanta, narra della relazione che il sessantaduenne David Kepesh ha avuto con una donna di ventiquattro anni. Terminata la relazione i due  si rincontrano in un capodanno di otto anni più tardi.  

David Kepesh è un professore universitario che tiene per i laureandi un unico corso, un seminario di critica letteraria, che ha chiamato Practical Criticism. Da giovane ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito e durato poco tempo, inoltre ha un figlio che non vede mai. Come critico letterario appare settimanalmente in una trasmissione televisiva, grazie a questa sua attività gode di una certa notorietà nell’ambiente universitario e anche al di fuori di esso. Il suo corso è molto seguito.  David è un uomo che ama la vita e i piaceri del sesso. Sono molte le studentesse che andrebbero volentieri a letto con lui. Di questo ne è consapevole ma la sua posizione accademica gli consente di andare a letto con loro solo alla fine del corso e dopo l’esame finale. Per l’occasione  dà dei festeggiamenti a casa sua dove invita tutti gli studenti che hanno completato il seminario. David non è uno sprovveduto, quella procedura lo tiene lontano dai guai, evita il rischio che possa essere accusato di molestie sessuali nei confronti delle sue studentesse. È un procedura   che gli dà soddisfazione e che svolge sempre nello stesso modo e ogni volta è un successo, ha la garanzia del risultato, alla fine della serata qualcuna delle sue giovani studentesse finisce allegramente nel suo letto.  Lui vive il sesso come piacere e superficialmente, senza  lasciarsi coinvolgere sentimentalmente da questi incontri.  Fino a che non incontra Consuela Castillo, una ragazza cubana di ventiquattro anni. Kepesh ama la vita e la bellezza. Consuela non è come le altre, appartiene a una ricca e nobile famiglia di esiliati cubani, ha nostalgia dell’Avana anche se non ha mai vissuto a Cuba. Ha dei principi un po’ antiquati, vede nel professore la “versione soggiogabile della raffinatezza della sua famiglia”. Consuela ha un corpo statuario, dei seni prorompenti. A tratti li nasconde,  a tratti li mostra sbottonando i tre bottoni della sua camicetta di seta bianca, che indossa sotto una severa giacca blu, simile a quelle che usano le segretarie di uomini importanti. David, così racconta a un interlocutore di cui non sappiamo nulla, ne è soggiogato. Consuela diventa per lui non più un piacere ma un’ossessione, una malattia. Ne è geloso, ha paura di perderla, è malato di desiderio. Consuela non è come le solite studentesse che lui si portava a letto, Consuela lo fa star male, con le altre  non ha mai provato quella smania e quella brama di possesso. Gli incontri sessuali con Consuela sono descritti nei particolari, spesso spregiudicati e inaspettati, come assaggiarne il sangue mestruale. Il romanzo potrebbe sembrare pornografico per certe disgressioni, ma non lo è. David è letteralmente ammaliato dai seni della ragazza, li adora. I seni oltre a essere sessualmente importanti hanno una funzione specifica, la produzione del latte. Il latte è il nutrimento primordiale, è come il sangue, è  vita. Ciò richiama un simbolismo religioso, il Cristo e l’ultima cena, prendete e mangiate questo è il mio corpo. David si nutre del corpo di Consuela, ne beve il suo sangue, adora i suoi seni floridi e turgidi, vuole inglobarla, quasi sostituirsi a lei, prendersi la sua vita, la sua gioventù, la sua bellezza.  È un bisogno primordiale e ancestrale. Il sesso è l’alternativa alla morte?

«Essere casto, vivere senza sesso, be’, come digerirai le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni? Guadagnando di più, guadagnando tutti i soldi che puoi? Facendo tutti i figli che puoi? Questo aiuta, ma è niente rispetto all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticartela mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?» 

È David l’animale morente?   È George, l’amico di Kepesh, che in punto di morte utilizza le sue ultime forze vitali per sfiorare il seno della moglie?

È Consuela che si ammalerà e che vorrà essere fotografata i seni prima di essere operata di cancro?  “Le scattai una trentina di fotografie. Lei sceglieva le pose, e voleva tutto. Voleva avere le mani sotto, che li reggevano. Li voleva mentre se li strizzava, li voleva dal lato sinistro, dal lato destro, li voleva fotografati mentre si chinava”.

È Consuela che ha il rimpianto di non aver potuto vedere L’Avana?  

“… e di momento in momento il suo pianto si fa sempre più forte, – credevo che un giorno avrei visto L’Avana.» «La vedrai.» «No. Oh, David, mio  nonno…» «Si, cosa? Coraggio, dimmi, parla.» «Mio nonno sedeva nel soggiorno…» «Avanti.» La tenevo tra le braccia quando cominciò a parlare di se stessa come  non aveva mai fatto prima, come prima non aveva mai avuto motivo di fare, come, forse, lei stessa non aveva mai saputo. «Mentre andava in onda The News Hour, mentre andava in onda The MacNeil-Lehrer News Hour, e… – disse, tra lacrime copiose, – improvvisamente sospirava: “Pobre Mama”. Che era morta all’Avana senza di lui. Perché la loro generazione, quella generazione, non era andata via.

“Pobre Mama”. “Pobre Papa”. Loro erano rimasti indietro. Aveva solo questa  tristezza, questo rimpianto per loro. Un terribile, terribile rimpianto. Ed è quello che ho io. Ma per me stessa. Per la mia vita, Mi tocco, tocco il mio corpo con le mani, e penso, Questo è il mio corpo! Non può andarsene così! Non può essere  vero! Non può capitarmi una cosa simile! Come può andarsene così? Non voglio morire! David, ho paura di morire!»

Siamo tutti animali morenti. 

Andrea Ravazzini, Inediti

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Resta

Rimasi
Alla fine
Di quel luogo
Silente
Sospeso
Tra stormi
Di sogni
Migranti
Su ali
d’Altrove.

Lieve scappai

Scappai
Tra il sibilo
Asciutto
Di una notte
In fiamme
E il velo
Disfatto
Di una bruma
Inconsueta.

Fosti
L’ancella
Di quel nudo
Rimpianto,
Di quel fuoco
Immondo,
Di quel pianto
Nel buio
Disperso,
Che presto
Scoprii
Di luna
Suo canto,
Di notte
Suo verso.

Fosti
Chiarore
Di ebbrezza
Leggiadra,
Angolo vuoto
Nel manto
Di un nulla
Redento,
Scosso
Dal vento,
Su un fianco
Posato.

Scappai
Verso
Un nudo
Bagliore,
Vessillo
Di stelle,
Denso
Richiamo
Di un cuore,
Di un battito
Spento,
Di un bacio
Rubato
Di cui scorgo
Ancora
L’ardore.

Guardo un solo lieve riflesso

Stringe
Attorno
A un cuore
Novello
Il rado
Sussulto
Di queste
Lacrime
Amare.

Ruba
Al soffio
Di vento,
Che un nudo
Passato
Tradisce,
Una terra
Al confine,
Un livido
Bacio,
Una goccia
Arsa
Nel buio,
Che non riesco
A guardare.

Sorge
Un placido
Tempo
Da sogni
Pestati
Nel vuoto.

Ferma
La notte,
Il lento
Risveglio
Non si ode
Ancora.

Non è nota
La fine,
Né il senso
O lo scopo.

Guardo
Solo
Un lieve
Riflesso,
Un breve
Solo
Respiro,
Che brilla
Tutt’ora
Tra i resti
Dismessi
Di una tenue
Aurora.

Ormai fuggito lieve nel vento

Ruba
Al fondo
Notturno
Di una vaga
Rugiada
Il pallido
Ardore
Uno scoppio
Di brace.

Risorto
E redento,
Brucia
Brucia
-Mai spento-
In un tiepido
Nulla,
Che trascorso
Un vano,
Disfatto
Momento
Rifugge
Reietto
Una parola
Mai detta.

Trascina
Il suo sguardo
In terre lontane
Un candido
Cuore.

Un urlo
Scostato
Da un buco
Dolore,
Rimbalza
Stretto
Stretto
Nel fondo
Dismesso
Di un unico
Petto.

Sfumato
In un mondo
Che il senso
Essiccato
Di occhi
Incolore
-Cieco-
Ha disfatto,
Tende al fondo
Di fulgida bruma
L’attimo assorto
Che da fragili mani
Lieve nel tempo
Ormai è sfuggito.

Testi di Andrea Ravazzini

Poesia sabbatica: -73-

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-73-

 

che dirti questa sera

di una giornata

dove tu non ci sei stata

 

(ed io ad aspettare all’angolo

un ultimo minuto

un ultimo secondo

che tu venissi

con le tue labbra rosse

il passo accelerato

di chi va incontro al sogno

 

il sogno che ho raccolto

in una carta a fiori,

tenuto nella mano

ché non volasse al vento)

 

che dirti questa sera,

di come ho camminato

nella mie spalle strette

di come sono morti

gli angeli sul cappotto

e le parole tutte

cadute tra le foglie

 

mi sono voltato ancora

e tu non sei venuta

tu certo eri altrove

comunque dove io non c’ero.

 

 

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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Giorno di pioggia fin dal mattino

Giorno di pioggia fin dal mattino
e io che volevo scrivere del sole
rimango a farmi crocifiggere
dalle perturbazioni atlantiche
un apriti cielo che è previsto
per un numero imprecisabile di ore.
E prendo questo sole finito in un calzino
nascosto nella tasca del giubbino
tra un plettro di chitarra e un centino
lo prendo come si prende in cura un figlio
appena ritornato con la nave da crociera
lo cullo come quando lo facevo da bambino
lo canto pure un poco nella gola
lo mastico lo appiccico ad un’aurora.
E’ un sole omeopatico spalmato sulla pelle
medicamento segreto e iniziatico
sparito a primavera in questo cielo grigio
riapparso per fortuna a tarda sera.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Ruby Archer

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Monumento al mare

Ruby Archer (1873-1961), americana (foto web)

UNA MEMORIA DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

O cielo e mare, e verso di chiurlo,
Il sonoro scampanio dell’onda sull’onda,
Perle di sogno che il più fondo oceano pavimenta,
La potente meraviglia su tutto!

Il vasto, vasto mare dove cavalcano grandi navi,
La brezza aperta con pieno respiro,
La pallida schiuma atterrita dalla tempesta,
I tristi cancelli del cielo spalancati!

*

A SEA-MEMORY

O sky and sea, and curlew call,
The tinkling chime of wave on wave,
Dream-pearls that deepest ocean pave,
The mighty wonder over all!

The wide, wide sea, where great ships ride,
The open breeze with breath full drawn,
Pale foam by tempest frightened on,
Grim flood-gates of the sky flung wide!

“Le viti del pianto” di Lara Pagani

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ilglomerulodisale 2024
collana La rosa del guardare, diretta da Franca Alaimo
prefazione di Franca Alaimo
con una nota di Daìta Martinez

Nota di lettura: Maria Allo

Lara Pagani, nella sua opera prima, “Le viti del pianto”, per conto della casa editrice “ilglomerulodisale, ci consegna una vita vissuta tutta dal di dentro in una dimensione verticale, perché vibra il sogno di una bellezza che, si affaccia sul deserto, ma con l’alternativa dell’unica scelta consapevole: fra terra e mare è quest’ultimo che corrisponde alla sua vita (“sono l’acqua/ che manca sotto i piedi”). La realtà nella quale lo sguardo dell’autrice si sofferma sui dettagli è densa di circostanze , sfumature, tratti descrittivi che si intrecciano nel tempo, si dimenticano o riaffiorano nella memoria ( “In piazza a Venezia fu l’incubo” p.19, o “Era questione di tempo, di correnti/propizie innamorarmi dall’origine”p.27) per cercare strade da battere esclusivamente entro l’orizzonte del tempo e dello spazio, la sola dimensione che ci appartenga, anche se una frattura insanabile accresce il senso di solitudine dell’io. Così nonostante i tratti descrittivi, qui i particolari diventano emblemi tanto più efficaci quanto più sono realistici, perché, come dice Zanzotto, la poesia ci ridà le emozioni più profonde, che possono nascere in noi. Ma non è sufficiente, il tempo incalza e semina rovine, il passato si dissolve, eppure un incontro, un’emozione vissuta o un pensiero resta solo l’oggetto, che era presente e che, come un amuleto, sembra raccoglierne in sé il segreto: “passi e gli angeli si piegano, girano /le viti del pianto. Dai tuoi dolori /brucia una risata – dal mento d’oro/ spunta al cosmo l’inedito profilo”. Ecco, la poeta non accetta l’idea che della vita vissuta non resti traccia e che il trascorrere del tempo porti con sé emozioni legate a una presenza concreta (“Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure/lascia sui quattro polsi un lungo segno invisibile” p. 37), messa in dubbio dall’azione del tempo:” È stata una catastrofe /per sottrazioni, non ha fatto danni /particolari – soltanto ha annullato/giorno per giorno il dono del tempo”. Le viti del pianto presenta pertanto una costruzione complessa e delicatissima che si fonda sull’analogia, ovvero sull’accostamento alogico di elementi disparati, che si caricano di valore allusivo, così la discesa di Clizia, figura metamorfica, (come è stato giustamente osservato da Franca Alaimo nella prefazione), coincide con la possibilità che i valori umanistici resistano alla deriva della storia e i significati delle cose vengano ricercati con gli strumenti della ragione. Tuttavia Clizia si contrappone anche alla lontananza irraggiungibile, in quanto connotata con i caratteri istintivi della sensualità e della corporeità : “avevo le piume /e un bel paio d’ali: ero diventata/uno splendido piccione”(p.16) o in un tentativo di rintracciare sul filo della memoria un passato perduto, resta dunque, pur sempre uno jato , un duplice senso di rimpianto e di desiderio della poeta : “A lampioni eclissati ti ho sfogliato le palpebre –/l’iride tremula, viola come la notte /quando è impossibile da spegnere”. In questa raccolta percorsa dal dolore dell’assenza quasi urlata nel sussulto di una raffinata postura poetica (dalla postfazione di Daita Martinez), il nucleo ispirativo di Lara Pagani tende a coincidere con l’istante di grazia e la sua capacità di cogliere il dono ereditato da Clizia che in questa raccolta si definisce con rigorosa coerenza.

Maria Allo

da: Le viti del pianto (glomerulodisale 2024)

Canto il tuo corpo acquatico –
i polpastrelli senz’ombra
di grinze, le pinne chiare che sono
la tua chioma. Quando trema
la terraferma è il tuo respiro.

*

Cammino sulla sponda del mio mare
che non è calmo, non è tutto azzurro –
azzurri sono gli occhi disegnati
sul viso, quelle gemme che nascondo
come parole perché fanno male.
Lunghi e ramati i miei capelli, sfoggio
un sorriso capace di confondere
i cercatori di perle più avveduti:
non mi avrete, voi bestie – sono l’acqua
che manca sotto i piedi, sono il fuoco
che arretra al solo pensiero di toccarvi.

*

Dei tuoi dolori non fare parola –
tirare dritto fosse l’ultima prova,
l’ultimo incendio della tua figura:
anche questo sei tu, pianeta rosso
per orbite e per anelli che splendono
al dito, nera cometa e sventura
di tutte le solitudini, tu –
passi e gli angeli si piegano, girano
le viti del pianto. Dai tuoi dolori
brucia una risata – dal mento d’oro
spunta al cosmo l’inedito profilo.

*

Ti si può solo ascoltare, sperare
un giorno di somigliarti. I girasoli
che tanto ami hanno appena messo
la testa fuori dal fango, qualcuno
intanto la china. Tu comprendi tutto:
anche morire è una fatica, dici
mentre sgombri la tavola dai resti
del pranzo che non abbiamo diviso.

*

Alla strada che hai disegnato
di fronte a me come qualcuno
che ti spiega le vele e ti prepara
l’amore di una barca penso adesso
che muori in lunghi momenti bianchi.
Ho avuto la fortuna sul collo, la stella
che non brilla bensì trama sotto il ventre
azzurro delle nuvole logorandomi
in altalena la curva dei fianchi.

*

Ricordo il pulviscolo, la prima bruma
ascendente delle stelle. La tua clavicola
mi parlava incrinata, piuma da mordere.
Come arde la memoria, come trama
la luce. Guarda: sembra ancora viva
la piccola donna amata un secolo fa.

*

Il filo che ci lega non è rosso.
Non stringe, non fa male eppure
lascia sui quattro polsi un lungo segno
invisibile. La scia di una cometa
al confronto mi pare una bugia.

Lara Pagani selfie

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature
straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Le Parole di Fedro, Bottega Portosepolto e Di Sesta e di Settima Grandezza. Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024) è la sua prima raccolta di poesie.

“Epifania” di Mario Luzi

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Immagine creata con l’Intelligenza artificiale

 

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi (da Onore del vero, 1957)

 

“Nessuno mai ha chiesto” Buon Anno nuovo con Loredana Semantica

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immagine generata da AI

Nessuno mai ha chiesto niente
non una stella o un presente
un capodanno celeste
nessuna offerta strozzata
o principesca
e i sussurri assordanti di un tempo
sono ora ridotti a un bisbiglio
un miagolio di gatto cencioso
che pare si senta
talvolta nel vento.

Lo sguardo famelico o avverso
brilla ancora di luce perversa
sfrigola in pastoie di paranoia
dove tutto il beffardo s’accende
come una fiamma bluastra di gelo
a cui corrisponde l’inverno innevato
di un ghiacciaio perenne
o brillio incandescente
di cometa.

Intanto
tra le membrane dell’amnio
rotola il nuovo
sbuca come coniglio dal cilindro
il nascituro.

Numeri e Auguri 2024

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“The Nutcracker”, The Royal Ballet, photo by Charles Cole.

“Numeri e Auguri”, espressione felicemente coniata da Loredana Semantica, è il titolo del nostro tradizionale articolo consuntivo di augurio e bilancio sull’anno appena trascorso. Solitamente è Loredana a occuparsi della stesura di questo post perché è lei che più di ogni altro ha la pazienza e la competenza di trattare con i numeri ma quest’anno ho voluto cimentarmi io stessa, nonostante non li ami quanto le parole. Dal 21 marzo 2016, data di fondazione di Limina Mundi ad oggi, di strada ne abbiamo fatta e, nonostante gli innumerevoli impegni lavorativi di ciascuno di noi, siamo ancora animati dalla passione e dall’estro necessari a proporre contenuti accattivanti e di interesse. Non è difficile garantire una certa produzione, devo ammetterlo, senza timore di crogiolarsi nell’autocompiacimento dico, infatti, che Limina si alimenta da solo. Lo sappiamo dal momento che non riusciamo a smaltire la posta nonostante si pubblichi quasi ogni giorno e lo sanno tutti coloro che ci scrivono e si imbattono, nostro malgrado, in tempi di attesa piuttosto distesi. Un po’ di numeri dunque, gli auguri li facciamo dopo.

Gli autori che nel 2024 hanno animato il sito sono stati:

Deborah Mega

  • con 44 post dedicati a tutti gli autori che, personalmente o tramite i loro editori, nel corso dell’anno hanno proposto proprie opere o poesie o recensioni e che ci scrivono manifestandoci stima e fiducia: Teodoro Lorenzo, Mattia Tarantino, Filippo Parodi, Rosaria Scialpi, Doris Bellomusto, Marcello Buttazzo, Paolo Landi, Roberto Maggi, Luca Baratta, Giancarlo Baroni, Salvatore Annunziata, Alfredo Alessio Conti, Silvio Aman, Franco Romanò, Rita Pacilio, Giulio Giadrossi, Nunzio Di Sarno, Rita Bompadre, Pietro Edoardo Mallegni, Christian Negri, Federico Preziosi, Paolo Maria Rocco, Lucio Zaniboni.
  • 6 Versi trasversali dedicati a Lucio Zaniboni, Luigi Finucci, Riccardo Mazzamuto, Raffaele Gatta, Marco Plebani, Federica Bembo.
  • 2 Note critiche dedicate a “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello, il pezzo di approfondimento “Les fleurs maladives de Baudelaire”.
  • 1 Canto presente dedicato a Emilio Paolo Taormina e 1 post dedicato alle poesie di Rupi Kaur.
  • Commenti di racconti vari di autori celebri. A questo proposito, continuano a riscuotere particolare interesse gli appunti letterari che ho pubblicato in questi 8 anni di attività sul sito. Sospetto che siano utilizzati da studenti e che fungano da spunto e da base per ulteriori approfondimenti.

Loredana Semantica

  • con 23 post di cui diversi illustrati da opere digitali di propria produzione.
  • Suo è il progetto del Calendario poetico dell’Avvento e sua la scelta delle opere proposte
  • i racconti “La lunga percorrenza” e “L’amico migliore”
  • la videopoesia “L’occhio scruta”
  • la nota critica “La scrittura che rivela-Dialogo con quarantatrè autori contemporanei”
  • il pezzo di commemorazione dedicato a Leopoldo Attolico e quello dedicato alla ricorrenza del 27 gennaio, giorno della Memoria.

 

Maria Allo

  • con due articoli di approfondimento dal titolo “Le fleurs bleues” di Queneau nella traduzione creativa di Calvino e Calvino a Parigi “legge” De Chirico.
  • con 28 appuntamenti di “La poesia prende voce”, rubrica di letture poetiche a partecipazione aperta. I podcast del 2024 sono stati dedicati a: Lara Pagani, Ornella Mallo, Mariangela Ruggiu, Lucia Triolo, Nicola Manicardi, Franco Massimo Botturi, Loredana Semantica, Francesco Vitale, Daìta Martinez, Grazia Procino, Franca Alaimo, Cristina Bove, Gabriele Greco, Patrizia Sardisco, Rossana Jemma, Sotirios Pastakas, Alessandro Moscè, Sergio Daniele Donati, Gabriella Grasso, Daniela Pericone, Elisa Ruotolo, Marina Minet, Marina Morelli, Mattia Cattaneo, Beppe Costa, Alessandro Baldacci, Maria Pia Quintavalla, Anna Maria Bonfiglio, Patrizia Sardisco, Giovanna Rosadini, Alba Gnazi, Rafaela Fazio, Giovanni Ibello.

Antonella Pizzo, nei suoi interventi settimanali del mercoledì, ha commentato libri di narrativa di recente pubblicazione o grandi successi editoriali che hanno riscosso il suo interesse. In particolare le opere:

  • Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola
  • I giorni di Vetro di Nicoletta Verna
  • Le città e le sue mura incerte di Haruki Murakami
  • Canto della pianura di Kent Haruf
  • Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun
  • La vegetariana di Han Kang
  • Trilogia della città di K. di Agota Kristof
  • Via Gemito di Domenico Starnone
  • Mara e Dann di Doris Lessing
  • La strada di Corman McCarthy
  • Weyward di Emilia Hart
  • Virdimura di Simona Lo Iacono
  • Mattino e sera di Jon Fosse

Emilio Capaccio ha pubblicato una Nota di lettura dedicata a Diario dell’approdo di Fernando Della Posta e curato “Monumento al mare”, rubrica di traduzioni dedicate a testi poetici sul mare di: Arthur Williams Symons, Christina Georgina Rossetti, William Stanley Braithwaite,  Thomas Bailey Aldrich, Stephen Crane, Lydia Huntley Sigourney, Nathaniel Hawthorne, John Masefield, Ronald de Carvalho, Joyce Kilmer, Alfred Tennyson, William Ernest Henley, William Ellery Channing, Sarah Teasdale, Cale Young Rice, Georges Rodenbach, William Vaughn Moody, Francis Ledwidge, Gerald Gould.

Francesco Tontoli con 12 Venerdì dispari

Francesco Palmieri con 40 Poesie sabbatiche

Entrambi hanno partecipato all’attività del sito proponendo poesie proprie: Francesco Tontoli è impegnato il venerdì, mentre Francesco Palmieri il sabato, in linea con i titoli delle rispettive rubriche.

A partire dall’anno di fondazione, le visite al sito sono state 407.789, in costante aumento, perché dalle 10607 visualizzazioni del 2016 siamo giunti alle 63994 dell’anno appena trascorso. Dal 27.12, data di programmazione del presente post ad oggi, le visualizzazioni totali sono diventate 408.595. Abbiamo notato che il 2020, anno della pandemia, è stato il periodo in cui l’affluenza al sito è stata più frequente e costante. Si sono susseguiti poi tre anni di traffico intenso ma contenuto, poi l’exploit di quest’anno. Gli articoli pubblicati finora sono stati 1422, di cui 189 nel 2024.

 

 

Gli utenti abbonati sono 274, i visitatori  nel 2024 sono stati 46729, provenienti da vari stati del mondo. Il mese di maggior affluenza è stato ottobre con 7319 visite.

 

 

Nonostante alcuni articoli siano stati pubblicati negli anni scorsi continuano a riscuotere interesse e di conseguenza visualizzazioni.

L’articolo più letto del 2024 è stato “Cosciotto d’agnello” di Roald Dahl con 3241 visite.

Il pezzo di approfondimento “La casa di Asterione” si conferma il post più letto di sempre con 39641 letture.

L’Incipit più letto è stato quello dedicato a “La Metamorfosi” di F.Kafka con 871 visite.

La poesia più letta è stata “Gloria del disteso mezzogiorno” dell’intramontabile Eugenio Montale con 794 visite.

Il Punto di vista 15, dedicato a “Guernica” di Pablo Picasso è stato il più letto con 459 visite.

Le traduzioni più visualizzate sono state quelle a cura di Emilio Capaccio, in particolare quelle dedicate a Fernando Pessoa con 352 visite.

Parole di donna più gettonato è quello dedicato a “Sii dolce con me” da “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri con 308 visualizzazioni.

La Forma alchemica più visualizzata è stata quella dedicata a “La stella” di Edmond Rostand con 243 visite.

In relazione a La poesia prende voce l’autrice Gabriella Grasso ha ottenuto 175 visualizzazioni e ascolti.

Il file audio più scaricato (166 volte), invece, è stato un testo poetico di Patrizia Sardisco, tratto da “ Autism Spectrum”,  Arcipelago Itaca, 2019.

Poi la Poesia sabbatica più letta a cura di Francesco Palmieri è stata “A quelli che verranno” con 165 visite.

La nota di lettura più letta su libri di Narrativa, rubrica curata da Antonella Pizzo, è stata quella dedicata a “Mattino e sera” di Jon Fosse, con 111 visualizzazioni.

uNa PoESia A cAsO dedicata a Wislawa Szymborska, la più letta, ha ricevuto 67 visite.

Il Monumento al mare più letto è stato quello dedicato a Gerald Gould che ha ricevuto 66 visite.

I Versi trasversali di Cristina Eléni Kontoglou hanno ricevuto 54 visite.

Il Canto presente di Emilio Paolo Taormina ha ricevuto 48 visite.

Sette domande sulla poesia, intervista a Rita Pacilio, ha ottenuto 34 visite.

In RandoMusic l’articolo dedicato a Sweet Jane ha ricevuto 39 visualizzazioni.

Il Venerdì dispari più letto è stato quello dedicato alla poesia “Cometa”, con 27 visualizzazioni.

A questo punto non resta che ringraziare tutti coloro che hanno partecipato all’attività di LIMINA MUNDI, con contributi di qualità, mettendo in luce l’aspetto di coralità che ci contraddistingue da sempre e facendosi parte attiva, autori, collaboratori, lettori, commentatori. Ci proponiamo di proseguire sulla rotta intrapresa e auguriamo a tutti un ottimo 2025, che sia un anno sereno e luminoso.

Deborah Mega

“Dintorni natalizi” di Andrea Zanzotto

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disegno di Loredana Semantica

Natale, bambino   o ragnetto   o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
        come candore e blu
        delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti   e più
Bambino   e vuoto   e campanelle   e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
        Natali così lontani
        da bloccarci occhi e mani
        come dentro fatate inesistenze
        dateci ancora di succhiare
        degli infantili geli le inobliate essenze

Andrea Zanzotto

Poesia sabbatica: -8-

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8

 

 

da che ho cominciato a scendere

niente mi ha più fermato,

 

a poco a poco

nessuna voce,

le facce

più sbiadite,

a volte un biglietto,

una lettera da lontano,

un ticchettio di passi

su e giù da un altro piano

 

pareti in ogni stanza,

il vuoto alle finestre,

un buco d’alveare,

 

da che ho iniziato a scendere,

non so più dove mi trovo,

se tunnel, galleria,

o un inferno bianco

come se fosse neve,

silenzio sterminato,

la fine del mondo,

la terra senza nessuno

 

o forse soltanto io

senza più un posto dove restare.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

Venerdì dispari

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Parole in croce

Rimango sempre stupito
di come tu riesca
a stare nelle cose
quelle che teneramente
prendono il tuo verso, la tua forma
a volte il tuo cuore.
Alcune posseggono una voce
una lingua silenziosa che le attraversa
frutto delle lezioni di passione
che hanno ricevuto dalla nascita.
Posso immaginare le tue mani benedirle
e farle camminare, imporgli un olio santo
una stimmata per farle esistere.
Come oggi che hai aggiunto
un altro ferro al tuo lavoro a maglia,
e hai rubato a qualcuno
la ricetta di far crescere le foglie
alle orchidee moribonde
e variato quell’idea che ti teneva sveglia
ed esserti infine arresa a quel nove orizzontale
che non risponde fino a quando non lo pronunci.
“Stare nelle cose” diceva il quesito
quando ho provato a risolverlo
senza riuscirci, passando al sette verticale
che mi chiedeva quale fosse
la rima più difficile del mondo.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Arthur Williams Symons

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Monumento al mare

Arthur Williams Symons (1865-1945), gallese (foto web)

PRIMA DELLA TEMPESTA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il vento s’alza sul mare,
saltano le bianche e battute schiume ballerine;
e il mare geme con malessere,
e torna a dormire, e non può dormire.

La cresta dietro il dorsale roccioso si solleva,
mani selvagge, e martelli sulla terra,
si disperde in polvere liquida alla deriva
verso la morte tra la sabbia polverosa.

Sulla linea dell’orizzonte che s’avvicina,
dove il cielo poggia un muro visibile,
bigio alla vista, io divinizzo,
le vele che volano prima della tempesta.

*

BEFORE THE SQUALL

The wind is rising on the sea,
the windy white foam-dancers leap;
and the sea moans uneasily,
and turns to sleep, and cannot sleep.

Ridge after rocky ridge uplifts,
wild hands, and hammers at the land,
scatters in liquid dust, and drifts
to death among the dusty sand.

On the horizon’s nearing line,
where the sky rests a visible wall,
grey in the offing, I divine,
the sails that fly before the squall.

“Herman Melville ovvero il mare rifiutato”, racconto breve di Teodoro Lorenzo

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Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, in una casa modesta: una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata al golfo di Napoli, una stampa appesa in entrata, e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta ma non ci vuole molto per arrivare all’Hudson dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; Ispettore delle Dogane. L’uomo ha appena quarantasette anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per lui, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego per diciannove anni, diciannove anni di lente camminate quotidiane; poi trascinerà la sua esistenza per altri sei ma la luce era già spenta da tempo. Qualcuno dirà che la colpa è stata sua quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscerne la grandezza. Leggete la storia di quest’uomo e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa una mattina, mettervi sottobraccio e fare un pezzo di strada con lui.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica. La sua vena artistica sembrava non doversi mai esaurire. Taipi, Omoo, Mardi, Redburn, Giacchetta bianca; in una felice catena di montaggio ha scritto con facilità e sfornato di getto i suoi primi cinque libri. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportarli sulla carta. Niente di più facile per lui; in fondo raccontava solo ciò che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza trascorsa sul mare.
Suo padre era stato un ricco commerciante e aveva solcato gli oceani, visitando per lavoro le terre più lontane, riportando a casa libri pieni di velieri immensi e racconti avventurosi. Quei libri e quei racconti avevano suscitato nel giovane Herman il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo, di scoprire se quelle immagini di voce e carta corrispondessero al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan misteriosi stranieri con una sacca sulle spalle e la pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Si muovevano con andatura caracollante, come se non camminassero sui marciapiedi della città ma sulla tolda di una nave, seguendone il beccheggio. Dove andavano, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose, quale sarebbe stata la loro prossima destinazione? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Intanto gli affari erano cominciati ad andare male e poi sempre peggio, fino al fallimento. Suo padre ne fu talmente avvilito da ammalarsi di disturbi psichici e alla fine da morirci. La famiglia piombò nella miseria. Herman aveva dodici anni e fu costretto a lasciare la scuola per cercare lavori di ogni tipo. A vent’anni, dopo essere stato commesso di negozio, insegnante elementare e fattorino di banca, si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool. Era pur sempre un lavoro, aiutava la famiglia e in più poteva conoscere il mare. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non era esattamente l’avventura che aveva
sognato. I marinai che aveva visto camminare in città non avevano la faccia di chi passa le giornate tra cassoni di merce. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio, e rotta verso il Pacifico. Qui gli capita di tutto: nelle Isole Marchesi incontra una tribù di cannibali presso cui rimane quattro mesi, a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi per ammutinamento, evade e si rifugia nell’ Isola di Moorea, arriva alle Hawaii e qui lavora come garzone e uomo di fatica, infine si arruola su una nave da guerra e torna a casa.
Melville naviga in tutto quattro anni, accumulando così tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Quando torna in America comincia a scrivere e lo fa a pieno ritmo: la vita gli sorride. Anche la sua esistenza personale prosegue senza ostacoli. Si sposa e gli nasce il primo figlio, un maschio come lui desiderava, che chiama Malcom, a cui seguiranno Stanwix e due altre bambine: una famiglia numerosa e felice. Poi arrivò il fatale febbraio del 1850, e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di Moby Dick: l’inizio della fine. Melville ha appena trent’anni ed è un uomo nel pieno delle forze. Si butta a capofitto nella stesura dell’opera, ci lavora giorno e notte; è come divorato da un‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura diciotto mesi, un combattimento lungo 1.500 pagine. Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona: esausto, svuotato, debole e impotente. Non c’è vento, non c’è sole in Moby Dick, non ci sono orizzonti da contemplare. Non c’è l’allegria della vita, i sorrisi della gente, la gioconda atmosfera delle isole del Pacifico. Il libro è una lenta discesa negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione.
Moby Dick è un fiasco colossale. Esce prima a Londra, nell’ottobre del 1851, con il titolo di The Whale, (La Balena); a novembre esce anche a New York, con un titolo diverso, Moby Dick or the whale (Moby Dick ossia la balena). In Inghilterra vende solo cinquecento copie, qualcosa di più in America. Appena uscito i critici lo definiscono, via via, “una zuppa”, “un ibrido”, “un libro genialmente sbagliato”, “ un libro informe come i movimenti marini”. I suoi antichi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonano. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto, e comunque non era quello che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’erano più il mare lucente, le vele spiegate e il cielo sempre azzurro.
Fu una cosa molto triste e mortificante per lui. La delusione l’aveva precocemente invecchiato. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Bastava tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripensare Moby Dick come uno spiacevole incidente di percorso e niente di più. Tornare indietro e salvarsi la vita. Invece no. Alla fine del libro la balena, invece di fuggire come aveva sempre fatto, decide di attaccare la nave e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da tutta la vita: finalmente era giunto il momento. Scaglia il suo arpione nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso lo imbriglia sul dorso della balena con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui vuole rimanere attaccato a Moby Dick, costi quel che costi, anche a sacrificio della vita. Quel libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 pubblica Pierre o delle ambiguità, una trama che include perfino un incesto, nel 1855 è la volta di Benito Cereno, oggetto del quale è la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a L’uomo di fiducia, una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel libro che non vuole abbandonare, che non vuole tradire. Hai toccato il fondo Herman, reagisci, taglia quelle corde e torna a respirare. Riprendi a scrivere le tue meravigliose avventure. É con quelle che sei diventato ricco e famoso e c’è ancora un pubblico che ti sta aspettando.
“Preferirei di no”.
Ecco, lui ormai è diventato Bartleby lo scrivano. Il famoso racconto è del 1853, due anni dopo il disastro di Moby Dick. Assunto come scrivano nello studio di un avvocato, ogni volta che gli viene chiesto di fare un lavoro diverso dal copiare documenti, Bartleby rifiuta. Come fa Melville quando gli viene chiesto di tornare sui suoi passi. Entrambi rispondono “Preferirei di no”.
Melville è Bartleby. Si è chiuso in se stesso, ha perso la fiducia nel mondo e ha scelto l’indifferenza come risposta. Non è la decisione di chi vuole restare lontano dal vorticoso turbinio della gente, standosene come un filosofo a guardare il naufragio dell’esistenza. No, Bartleby-Melville è già naufragato. Dopo il 1857 smette di pubblicare narrativa, distrutto da tanta ostilità e indifferenza. Si dedica alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Scrive due libri e li pubblica a sue spese: 25 copie alla volta. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco” Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1850 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo, lo ricorda, con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Nel periodo in cui ha scritto di mare, Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dopo Moby Dick ne guadagna un centinaio all’anno. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce a mantenere la famiglia e nel 1866 accetta il lavoro di Ispettore delle Dogane. Anche la sua vita privata precipita con lui. Malcom, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi in casa un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno, terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù. È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo è ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato di quello della mattina. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e le due figlie
non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso si apparta e trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e si accende la pipa. Il balcone è il suo scoglio, l’ultimo appiglio del naufrago prima di essere sommerso dalle onde. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano ne riporta la notizia. Con tre righe di necrologio.

Teodoro Lorenzo

Poesia sabbatica: -35-

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35

ci si deve arrendere
al gelo dei risvegli,
al vuoto abracadabra
che non trasforma nulla,
al niente di preghiera
che si sperde in cielo

(e li ricordi tutti
i giorni dell’attesa
quando la pioggia ai vetri
era un bussare d’angeli
e l’universo intero
una sinfonia di trombe)

ci si deve arrendere
alla logica del fuoco
che consuma e incenerisce,
al tempo inesorabile
che infine dice il vero

e allora fai uno squarcio
fra costola e costato

il cuore negli scarti
e nel torace un sasso.

Francesco Palmieri
(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

Venerdì dispari

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Come non si scrive una poesia

Prima di tutto bisogna avere la passione di non scrivere
poi quella di non guardare.
Quindi esercitarsi a tamburellare con le dita
su un tavolo da lavoro
e lasciarsi andare alla poliritmia.
Siamo esseri sensibili ai silenzi modulati
alle presenze di frasi fatte
e addirittura alle parole contaminate .
Il rumore che provocano incide
scava, come la classica goccia
lo strapuntino di roccia
sopra il quale siamo seduti.
E pensare che questo stato estatico
faccia passare gli anni
è parte del gioco dell’ attendere.
Poi bisogna indagare il sonno
e le sue fasi
rendere commestibile il suo ciancicare
e dentro di esso scegliere le fasi lunari
i borgorigmi del sole le aurore boreali
e tutto l’apparato doloroso che ci espone
alle ustioni dei sogni profondi.
Dopo aver compiuto questo piccolo viaggio notturno
sporchi di fango e con le ginocchia sbucciate
dallo scalare vette e saltare fossi
possiamo felicemente decidere in pace
di non scrivere quello che
in fondo è già scritto sotto dettato.

Francesco Tontoli

Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola lettura di Antonella Pizzo

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Matteo Bussola
Il rosmarino non capisce l’inverno
Einaudi Stile libero big

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«A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?» In pochi come Matteo Bussola sanno raccontare, con tanta delicatezza e profondità, le contraddizioni dei rapporti umani. In pochi sanno cogliere con tale pudore il nostro desiderio e la nostra paura di essere felici. Una donna sola che in tarda età scopre l’amore. Una figlia che lotta per riuscire a perdonare sua madre. Una ragazza che invece non vuole figli, perché non sopporterebbe il loro dolore. Una vedova che scrive al marito. Una sedicenne che si innamora della sua amica del cuore. Un’anziana che confida alla badante un terribile segreto. Le eroine di questo libro non hanno nulla di eroico, sono persone comuni, potrebbero essere le nostre vicine di casa, le nostre colleghe, nostra sorella, nostra figlia, potremmo essere noi. Fragili e forti, docili e crudeli, inquiete e felici, amano e odiano quasi sempre con tutte sé stesse, perché considerano l’amore l’occasione decisiva. Cadono, come tutti, eppure resistono, come il rosmarino quando sfida il gelo dell’inverno che tenta di abbatterlo, e rinasce in primavera nonostante le cicatrici. Un romanzo in cui si intrecciano storie ordinarie ed eccezionali, che ci toccano, ci interrogano, ci commuovono.  (Matteo Bussola).

Questo è un libro sulla resistenza delle donne alle avversità, al dolore, alle malattie, alle incomprensioni, le donne simili al rosmarino.

Il rosmarino non è una pianta che ha un bell’aspetto, è filiforme con tanti aghi dello stesso colore disposti in ordine uno vicino all’altro, è una pianta stereotipata, di un colore verde normale un po’ polveroso, senza sfumature, all’apparenza fragile, però resiste al vento, alle intemperie e alla siccità, resistente e indispensabile. Non esiste nulla che lo possa degnamente sostituire in cucina.
 Scrive Bussola nella seconda di copertina «Ho deciso di scrivere di donne perché non sono una donna. Perché ho la sensazione di conoscerle sempre poco, anche se vivo con quattro di loro. E perché è più utile scrivere di ciò che vuoi conoscere meglio, invece di ciò che credi di conoscere già».

Dice di se Matteo Bussola, in un’intervista di Monica Rossi che si può leggere su FB, che delle figlie la mattina si occupa lui, colazione, scuola, poi si mette a lavorare. Bussola vive di scrittura nel senso che la sua professione è quella del fumettista, dello scrittore, e si guadagna da vivere con le parole. Tutto questo lo so che non c’entra nulla con il libro ma mi fa piacere che sia così, che si guadagni da vivere con la scrittura, mi fa piacere sapere anche che Matteo Bussola sia una brava persona, l’ho letto nell’intervista, lo dice chi lo conosce bene, ottima cosa questa, perché in questo mondo c’è urgente necessità di brave persone, oltre che di bravi scrittori. Si legge nell’intervista sopracitata del 27/03/2023 (scrivo ancora come fossi l’economo del catasto) che lui non ha cercato il successo e che è stato il successo a cercare lui, nel senso che se si ha talento prima o poi vieni alla luce. In teoria. In pratica, aggiungo, oltre al talento ci vuole anche tanta fortuna, essere al posto giusto al momento giusto, incontrare le persone giuste.
“ Ho cominciato anche, a un certo punto, ad essere “attenzionato” (termine orribile ma che rende l’idea) da alcuni addetti ai lavori, i primi sono stati Giorgio Pozzi di Fernandel e Giulio Mozzi. (cut) Poi un giorno è successo un fatto imprevedibile. È successo che uno di questi miei scritti si è “viralizzato” (è cioè stato improvvisamente condiviso da migliaia di persone). Attraverso queste condivisioni è finito sulle bacheche di alcuni editor letterari. Questi hanno cominciato a scrivermi. Mi hanno scritto da Rizzoli, da Mondadori, eccetera. Ma la più rapida e soprattutto la più convincente è stata Rosella Postorino di Einaudi.”

Il libro di Matteo Bussola mi è stato regalato alcuni mesi fa, l’ho sempre guardato con sospetto e non ho mai iniziato a leggerlo. Forse non mi ha attirato la foderina con quella ragazzina con la sciarpa viola, sarà che non amo tanto il viola, nei paramenti cattolici è il colore della penitenza, dall’attesa, del lutto. O forse non mi ha attirata il titolo, anche la parola inverno non la amo tanto. Eppure ha poche pagine, ha venduto tantissime copie, ha avuto grande successo e ne hanno parlato in tanti, tutti più o meno bene, avrei potuto leggerlo. Alla fine l’ho letto.
Il libro, che è una raccolta di racconti legati l’uno all’altro, tratta il cosiddetto “universo femminile”, dolcemente complicato, con certe giornate amare, le sere tempestose, le notti bianche e le lettere d’amore, come scriveva Ruggeri e cantava Mannoia. Parla di donne e sono donne che si raccontano, sono diciotto storie di donne di ogni tipo, ci sono le giovani, le anziane, le sane, le malate, alcune hanno fatto la chemio per un tumore al seno (non solo di tumori al seno si ammalano le donne, purtroppo) , chi ha la demenza senile, chi non riesce a sbrigare delle pratiche burocratiche dovute all’inabilità, chi scrive agli amati morti, chi si innamora a tarda età, chi regala piante di rosmarino. Alcune hanno figli, altre non ne hanno e ne vorrebbero, altre non ne vogliono, c’è chi fa sesso e ne fa video, c’è chi non sa ancora bene se è amore, amicizia, o se è fluida o solida. Il primo racconto parla di un funerale al quale partecipa la protagonista Margherita, infermiera oncologica che ha appena dato le dimissioni. La sua ultima paziente le ha aperto gli occhi facendole capire che ha bisogno di un cambiare rotta, di liberarsi da certi condizionamenti che la rendono prigioniera. Quell’ultima paziente è morta e Margherita va al suo funerale. In questa scena del funerale facciamo conoscenza di molte di quelle donne che poi incontreremo lungo il libro, Aurora che regala la pianta di rosmarino, Mira, Mimma, Rosi che ha la demenza, la scrittrice Brunella, Giusy con il suo ragazzo senegalese magro che non parlava figlio/compagno/cuoco Diao. I libri sono come le persone, a volte li leggi e ne resti folgorata come da un colpo di fulmine, un dardo che ti colpisce al momento, ma poi l’effetto svanisce come un fuoco di paglia e del libro ti resta solo un pugnetto di cenere. Altre volte può capitare di conoscere qualcuno che al momento ti sembra una persona poco interessante, noiosa, invece, senza averne consapevolezza e volontà, ti accorgi di quanta ricchezza si nasconde dietro un’apparenza sui generis e anonima. Il libro di Bussola mi è sembrato noioso, tutte le donne presenti sono infelici e piene di problemi, oppure tristi, solo qualcuna è mediamente soddisfatta e realizzata, i personaggi sono un po’ stereotipati, prevedibili, conformi a un preciso cliché, i fatti raccontati approssimativi. Dopo la lettura l’ho riposto nello stesso luogo dove attendeva da mesi di essere letto. Pensavo di aver chiuso la faccenda, invece tutte queste donne e i loro guai hanno cominciato a mulinarmi in testa, non riuscivo a non pensare a loro, a quei problemi che sono comuni a molte donne, la solitudine, la malattia, il sentirsi inadeguati, la paura di non farcela, così l’ho riletto scoprendo sfumature che non avevo percepito, connessioni non considerate, relazioni che non avevo individuato, profondità che non avevo avvertito. Sono racconti acquerellati e come l’acquerello sembrano poco incisivi, i tratti appena accennati, suggeriti, minimali, ma alla fine sono rappresentativi e offrono molti spunti di riflessione. Con l’ultimo racconto si chiude il cerchio, si torna al funerale e ai personaggi già presenti, si conclude  ciò che si era lasciato in sospeso. Ci commuoviamo con una madre anziana e la sua demenza senile. Una madre che ha perso una figlia e non lo sa d’averla persa, o forse lo sa e finge di non sapere per non soffrire troppo, finisce con la mano stretta a una donna che ne prende il posto. Chissà a cosa pensano queste donne. In questa stretta di mano, nei legami d’amore, nella solidarietà, il libro trova ragione di essere.