“La bambina, il carro e la stella” di Floriana Coppola, Terra d’ulivi edizioni, 2022, Una lettura di Cinzia Caputo

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I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Kahlil Gibran

L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento. Per svolgere questo difficile compito gli è a volte necessario sacrificare la felicità e qualunque cosa che renda la vita degna di essere vissuta per l’uomo comune.

C .G. Jung

Romanzo lirico / iniziatico, quello della scrittrice Floriana Coppola, infaticabile costruttrice di edifici poetici. In questo romanzo forte e intenso,   la parola è la vera protagonista, perché è la conquista di un accesso al mondo, di un riscatto doppio, sia sociale che femminile.

Marika è una bambina Rom che impara a leggere il mondo grazie a una madre che nella sua ambivalenza, esprime il conflitto tra sottomissione e ribellione, Marika, con una volontà eccezionale, come la volpe morde la zampa pur di fuggire dalla sua trappola,   sottoscrive la seconda e imparando a leggere, scopre i significati del mondo  trasformando il suo. Un mondo a cui togliere il male per restituire bellezza attraverso il suono, il canto, e la magia delle parole che tanto l’affascinano.

 Il suo  è un universo abitato nel  dolore, nella violenza e nella bruttezza, ma in cui si evidenziano anche figure positive, come quella del saggio nonno Marek  che le insegnerà la libertà attraverso la  musica, da cui partirà il suo viaggio di non ritorno verso  la sua personale forma di riscatto sociale; mentre la figura della nonna gitana che legge i tarocchi, nutre il suo immaginario e le dà profondità. Le immagini sono in questo caso delle frecce che indicano il destino, il gioco dei tarocchi è come una una educazione immaginativa che non è pura fantasticheria come insegna  Hillman, ma un trarre fuori ciò che sta dentro, le nostre immagini infatti, ci abitano e ci prevengono e nostro compito è trarle fuori. Ciò significa  passare dal livello narrativo a quello immaginale, dove nel registro narrativo il senso emerge solo alla fine, mentre  in quello immaginale il senso è in ogni istante. I tarocchi quindi,  sono immagini archetipiche che permettono di  leggere la realtà in modo simbolico e la spingono fuori dalla realtà cruda e concreta di quel mondo pieno di rituali antichi e brutali, che la espongono nuda  al freddo per lavarsi  fuori dalla rulotte  in tutte le stagioni, perché non bisogna contaminare l’interno, eppure Marika riesce a prendere il meglio di tutto e di tutti, come a volte accade a esseri speciali dotati di polvere magica che spargono su chi li circonda. Il discorso che attraversa il romanzo di Floriana è anche politico sociale, la denuncia di tutte le emarginazioni, ma coglie anche in modo sottile il potenziale valoriale di una cultura che si contrappone allo spreco consumistico della nostra società altrettanto violenta e inquinante, mentre riconosce a quella Rom il valore del recupero, del rammendo, tutto si aggiusta…I gagè buttavano tante cose ancora utili e loro le raccoglievano. Due operazioni complementari. Loro gettano e i rom riutilizzano.

Era una ricerca semplice silenziosa. Un continuo rimpallo di paragoni tra un modo di vivere futile, fatto di eccessi,  effimero e vuoto e un mondo povero, essenziale, ma anche colorato, allegro e creativo.   Anche il mondo femminile apparentemente ricco e libero, in realtà è come un burca creato dalla prigione della bellezza ad ogni costo, mentre l’altro sinceramente maschilista e gerarchico assume il valore dell’autenticità. In un continuo confronto tra il mondo rom e il mondo dei gagè si alternano e si rispecchiano il male e il bene, come quello dell’usuraio Pavol, sudicio e pappone che spaventa la piccola Marika e quello delle banche allo stesso modo usuraie travestite e autorizzate, o quello dello sfruttamento del lavoro. Ognuno aveva il suo inferno in terra, ovunque c’erano i vampiri, che succhiavano il sangue della povera gente. Dove a  un Mangiafuoco Pavol  non si contrappone più l’angelo Marek Geppetto che salva e perdona, e dalla pancia della balena non si esce vivi. Il padre infatti, divorato dal livore e dall’avidità,  si trasforma in un lupo minaccioso, e non sarà mai più  quello dell’infanzia. Era scomparso il padre ragazzo che giocava, che sorrideva. Il padre bambino con cui correva nel cortile, che la lanciava per aria, facendola ridere. In poco tempo era diventato un lupo, suo padre. Un lupo selvatico e ombroso. È con queste figure spaventose che  lei attraverserà, come in una terra di mezzo senza protezioni,  quel momento delicato della sua adolescenza, in cui non senza vergogna si vive la trasformazione del corpo, da neutro a sessuato a desiderabile da uomini cupi e bramosi, con  il terrore di restare anche lei vittima dell’abuso che viene inferto alle donne.

Sto sanguinando. Che cosa mi sta succedendo?

Marika, stai calma. Sei diventata donna. Ora devi stare più attenta a non strofinarti con i maschi se non vuoi rimanere incinta. Prendi questo e asciugati. Niente di grave. Dura tre giorni e poi passa.

Furono le parole della madre, secche e concise, sbrigative. Marika si andò a lavare. Sentì una strana sensazione di ca­lore al basso ventre. Era una donna. Una donna di dodici anni, con i calzet­toni stropicciati che scendevano alle caviglie, le scarpe da ginnastica, la tuta usata del fratello e ancora lo sterno con due accenni di olive come seni. Eppure sentiva di essere una femmina, per certi sguardi dei maschi sulla sua bocca carnosa, sul sedere piccolo e sodo. Quel lieve torrente rosso tra le gambe era una promessa di piacere, un’eredità nascosta di sofferenza, un marchio di genere. Ma lei non sentiva di appartenere a nessun genere. Era di passaggio anche nella pelle. Pelle di serpente, mutazione di farfalla, trasformazione pri­mitiva della creatura senza nome.

Non toccare niente in questi tre giorni.

Cosa non devo toccare?

Ora : Lei sapeva il rischio di essere tra corpi prossimi.

Attraverso le peripezie come in una fiaba,  che in effetti incontriamo, l’autrice utilizza tutte le forme dell’universo simbolico per inoltrarci nello spazio interiore di Marika che scoprirà attraverso la fiaba di Pinocchio la possibilità di perdersi e anche quella di ritrovarsi specchiandosi nel suo Alter Ego biondo e  dalla carnagione chiara, contrapposta alla sua capigliatura e pelle  scura, che diventerà la sua Fata Turchina, quella che potremmo anche definire ideale dell’io,  che le permetterà di affrancarsi da quel mondo che la schiaccia e imprigiona. Da lì  verrà fuori portandosi il meglio,   le permetterà infatti, l’unione dei mondi, non senza la sofferenza del tradimento. Si tratta di dire sì a sé stessi, come direbbe Jung, di porsi  dinnanzi a sè stessi come il compito più grave. È questa infatti, la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare, la nostra individualità. Quest’arte del diventare sé stessi non è incoraggiata dal collettivo, volto al mantenimento dell’uniformità, mentre vede nella diversità l’incombere di una minaccia.   Per amarsi bisogna tradire e acquisire la capacità di esser soli, questa la chiave di un appassionato racconto di amore ribelle verso la vita di  chi con audacia sa prendere la sua parte.

Cinzia Caputo

“Gli uccelli” di Francesco Tontoli

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(qualche anno fa una gazza ladruncola, vinta dal caldo, entrò in casa mia e fu accudita per qualche giorno).

 

 

Una gazza

 

I

 

È presto per dire

se la gazza che mi è entrata in casa

è venuta per rubare o per annunciarmi

qualcosa di inverosimile.

Per ora rispetto i suoi tempi

e le passo quel poco di cibo

che chiede strepitando.

 

Gli uccelli che cercano gli uomini

lo fanno per mancanza di vento

richiedono che la materia dell’agire

nelle ali che bruciano

sia nelle nostre braccia.

Ci credono capaci di muovere

idee di mondi, capovolgere cose

donare all’aria la possibilità di portarli lontano.

 

Avvertono che la delega

che li ha investiti come un turbine

(quella di superare la forza che ci inchioda

al nostro essere pesanti e miserabili)

li abbia trasformati in sogni

li abbia alleggeriti della realtà dura.

 

E se qualcuno ti arriva in casa

con l’ala spezzata, con la fame e la sete

pensi sia giunto un qualche momento solenne

segno che un cielo almeno, è caduto

e tu non sai proprio da quale parte.

 

Aspetti come aspettavano gli antichi abitanti

delle città assediate

pensando che i gesti del cielo

compongano poco alla volta un alfabeto

 

e quella lingua rubata

si ricostruisca sempre a fatica

per chi non ha il dono del volo.

 

 

II

 

(Notizie dalla gazza)

 

Deve essere innamorata

e ha bisogno di farmelo sapere

sul terrazzo ha deposto varie lettere

luccicanti, che composte in parole

facevano un verso d’amore senza senso.

 

Sull’albero dove le raccoglie ci sono

delle arance lasciate lì a marcire

e quelle cose di scrittura tonde o acuminate

che deve aver rubato chissà dove.

 

Ogni volta che mi vede avvicinarla

apre il becco come volesse essere imboccata

(dentro intravedo la sua gola rosa carne

che mi intrattiene in un canto quasi muto)

poi se ne va frullando l’aria nelle ali.

 

La vedo toccare i tetti tra le antenne paraboliche

e i filippini riuniti nel cortile per le loro feste

applaudono le sue evoluzioni e mi sorridono

mentre qualcuno affacciato alla finestra a fumare

rientra in casa disgustato e alza il volume alla tv.

 

 

 

Francesco Tontoli

 

Estate di Cesare Pavese

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C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

poesia “Estate” di Cesare Pavese da “Poesie”, 1966

Illustrazioni di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

Versi trasversali: Antonio Semproni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANTONIO SEMPRONI

Morte addosso

Mi sento la morte addosso
m’avvolge come una calda coperta
la penso quando il mare è mosso
come un dolce rifugio dalla tempesta
è venuta la morte e mi ha dato altro tempo
mi pare quasi una vita
è venuta la morte e il giorno s’è spento
cammino in una notte che pare infinita

Genova cartolina

Falce di luna alla finestra
che è una magra lastra
certificato di inferma costituzione
che prendo e metto in tasca
per riposare fra i corpi di questa galassia
disco di luna sul mare
che è un tappo di vasca
muta dogana della galassia
che trattiene i sogni dell’età media
che ogni mese danno la stessa commedia

Pop

Oggi sono andato a fare shopping
ma non ho comprato niente
è stato come fare jogging
ma molto più seriamente
senza nemmeno salutare la gente
ieri sono andato in discoteca
ma non ho ballato per niente
è stato come andare in biblioteca
ma molto più riservatamente
senza nemmeno riconoscere la gente
l’altro ieri sono andato a lavorare
ma non ho combinato niente
è stato come andare al mare
ma molto più pudicamente
senza vedere nuda la gente
domani scoppierà la guerra
ma io non farò niente
sarà come cadere giù per terra
ma molto più divertente
cadrò insieme a tanta altra gente

Rime della piccola accumulazione del capitale

Nel salvadanaio vanno i soldi in piccoli pezzi
quelli migrati dai portafogli dove stavano stretti
quelli rifilati dai bottegai in vena di dispetti
quelli tra cui sguazza Paperone nei fumetti
dal salvadanaio i soldi sgusciano via come pesci
tintinnano e si ruzzolano, sono in vena di scherzi
decantano di essere il tuo massimo guadagno
e si burlano della tua professione di risparmio
“Non ci avresti avuto se non avessi né speso
né fatto in frantumi un salvadanaio indifeso”
già ti hanno seccato e volentieri faresti a cambio
che hai in mente? Comprare un altro salvadanaio

Festa

La pasta sfoglia
nel piatto che avanza
è già pasta stanca
e la tua forchetta che la rimesta
la fa cartapesta
spalmata sulla tovaglia
carta d’auguri
già straccia della tua festa

Procede

La vita procede in senso orario
ma io spesso mi inceppo
io spesso vado al contrario
questo presente è un giro stretto
la vita procede a passo di marcia
ma io spesso incrocio le braccia
io spesso inciampo
questo presente morde come un crampo

Ragnatela

Inseguivo il filo dei miei pensieri
alla fine eri tu che mi prendevi
disponevo i miei pensieri in un gomitolo
era così che ti perdevo in un vicolo
quindi i miei pensieri si mettevano a catena
pronti a scattare, a catturarti per la cena
ma nella mia testa c’era una ragnatela
ero io la mosca, eri tu la fiera

testi tratti da “Rime in prima copia” di Antonio Semproni, Controluna edizioni, 2020

ANTONIO SEMPRONI

Antonio Semproni (Tivoli, 1988) vive tra Tivoli e Roma. Ha pubblicato una raccolta di poesie in rima: Rime in prima copia, Controluna edizioni, 2020 (attestato di merito al Premio Lorenzo Montano 2022). Sue poesie sono apparse su vari blog (tra cui Niedern Gasse, L’Altrove – Appunti di poesia, Cartesensibili e Poeti Oggi) e suoi racconti breve sui blog Gorilla Sapiens Finzioni e Racconticon. Suoi contributi su temi economici sono apparsisulla pagina in rete della rivista La Fionda.

“Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, Edizioni del foglio clandestino, 2022. Una lettura di Loredana Semantica

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Ho per le mani da qualche settimana “Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, sottotitolo “Bucato in versi”. Edito nel 2022 da “Edizioni del  Foglio Clandestino”. La casa editrice cura un aperiodico “Il foglio clandestino”, appunto, del quale vanta la raffinatezza delle confezioni, oltre che la qualità del contenuto e anche in questo caso non si smentisce. E’ accattivante e al contempo elegante la copertina del libro, anche nella quarta dove il filo dei panni stesi sventola di foulard fiorati e pashmine arabescate. L’opera grafica in copertina s’intitola “Nel vento…” ne è autrice Monica Auriemma. Il libro è di poesia e si caratterizza sin da subito per essere tematico.

Si scrive sempre per ispirazione più o meno guidata, c’è un’ispirazione nascente che gorgoglia dall’esperenziale, esplode nel quotidiano e avvampa in un frustata di parole incontenibili e c’è un’ispirazione più ragionata che costruisce un architettura e traduce il “progetto”. Progetto che poi non è altro che strutturare un’opera con un’idea progettuale iniziale. In questo caso il talento e l’ispirazione son maggiormente controllati con risultati diversi dalla “pollosità” delle manifestazioni simili a raptus che portano l’autore a scrivere con impeto e fragranza. In abitare gli abiti la tematica si manifesta sin dal titolo, è uno scrivere tutto incentrato sull’abbigliarsi, dal vestirsi, al predisporre, lavare, stendere, pulire e riporre gli abiti, all’uso specifico di specifici capi. E noi, leggendo, seguiamo il percorso creativo tra i meandri di armadi, lavatrici, stendini e corpi vestiti e rivestiti. Gli abiti, trattati nel tono tranquillo delle composizioni, sono tuttavia solo un pretesto per “calare” nel contesto, con calma sicurezza il colpo di scena del verso lampante, impudico, consapevole. Scarto di un nitore abbagliante e discinto, che merita una rilettura, spiazza e rende degna d’interesse l’intera composizione. Per esempio ne il ciclo ricomincia quotidiano”

I vestiti vestono
indossati si lavano
bagnati si asciugano
asciutti si stirano
stirati si ripongono
nell’armadio o nei cassetti.

Il ciclo ricomincia quotidiano
circolare nel cerchio del portello
Il tubo carica l’acqua e la scarica
nella pila provvista di un buon buco.

Singolare analogia tra ciò che s’indossa e si defeca.

L’intero viaggio tra le considerazioni ispirate dal vestiario è disseminato di inserti di saggezza esistenziale, caratterizzati da disincanto, arguzia e ironia, guizzi che suggeriscono un accostamento alle note penne di una Vivien Lamarque o Patrizia Cavalli, quando non della Szymborska. Come nella deliziosa e ironica “reggiseni”

Stesse istruzioni di lavaggio
per le coppe che coprono le mammelle
odorose più che mai di pelle
al gusto di mandorla vanigliata

Bianchi come il confetto
i seni delle fanciulle
croccanti nei capezzoli
schiusi al turbamento

Ceduti dal peso degli anni
quelli delle donne
galline senza più uova
buone però per fare il brodo
nelle notti d’inverno

Pizzi bretelle
ganci imbottiture
per reggere
o sorreggere
più del dovuto poppe
pur sempre lievitate.

Due pesi per varie misure
capesante di merletto
che il sole riscalda e asciuga
bilance per pesare
once di baci.

Linguisticamente l’uso dei termini è appropriato vario e ricco, nonostante il ricorso in gran parte a vocaboli d’uso comune, senza frequenti ricognizioni nel baule di quelli astrusi, come avviene talvolta in testi farciti di una ricercatezza innaturale preferita al gusto del comunicare.

Il verseggiare rifugge ritmi consueti, cantilenanti o rigorosi della metrica classica, la scelta è pienamente di un verso libero che si spinge fino al limite del prosaico. L’autrice indulge a volte nelle paronomasie, ne è un esempio il titolo stesso, questa è – mi sembra – una delle poche concessioni alla musicalità che restituisce un suono accattivante. Priva di ossequio alla tradizione del sonetto, nemmeno gli accapo consentono di ascrivere il verso ad altro canonico scandire e sillabare. Di certo l’ambizione dell’opera non è uno sferruzzare lemmi in endecasillabi. Ciò nulla toglie alla gradevolezza e all’originalità del pensiero ed è inutile discorrere se sia o meno poesia. Si fa leggere senza dubbio, diverte, sorprende, non annoia e sfida pure l’intelligenza del lettore nelle circonlocuzioni di senso e similitudini, che impongono all’occhio una frenata per consentire al cervello di coglierne le sfumature.

Il libro si divide in due sezioni: “lavaggi” e “abitare gli abiti”, preceduti da “stoffe”, sottotitolo “quasi un prologo” e chiusi da “sfilatura del poetabile”, quasi una postfazione. Nel cuore del libretto e all’inizio della sezione abitare gli abiti si trova la poesia che dà il titolo all’intera raccolta e alla sua seconda sezione.

Tornare ad abitare gli abiti
che furono abitati più o meno a lungo
per non dimenticare il proprio guardaroba
seppellito nella cabina armadio
la stanza degli spiriti del nuovo millennio.

Qui si dà ragione del fenomeno modaiolo da un lato, ma dall’altro sintomatico dell’epoca attuale di opposizione al consumismo precedentemente imperante. In barba al pil e in onore all’ecologico è un fatto che da anni si diffonde un processo di recupero di abiti e oggetti dismessi, dimenticati, lasciati in eredità, acquistati nelle bancarelle dell’usato, e, nel contempo, di ritorno alla moda del passato, E’ in auge il termine vintage. Vestire vintage è a la page, lo è anche anche nell’ arredare. E’ il modo delle famiglie e dei singoli di contribuire alla maturazione dei tempi, l’impegno a invertire il processo dell’ inquinamento e contrastare lo spreco. Sovviene poi al riguardo, per chi l’ha già compiuta, quell’opera di smantellamento di armadi e cabine armadio, intere case di coloro che non ci sono più. Abitare gli abiti è un omaggio ai morti che ne testimonia la persistenza del ricordo, è vestire la pelle e il corpo dei vivi, consentendo a camicie, giacche, soprabiti o pantaloni di coloro che ci hanno lasciato di proseguire il viaggio, indossati, gonfiarsi al vento del navigare nella vita, come vele di un’imbarcazione. L’opera si conclude – pare – perchè finisce l’inchiosto, forse invece viene meno l’ispirazione, termina ad ogni modo insistendo sulla fine. Subentra una stanchezza dove i panni vincono la competizione di durevolezza rispetto al corpo che li veste senza merito e ragione al punto da togliere il senso a tutto il da fare che essi comportano. La raccolta, forse desiderando surclassare entrambi – corpi e vesti – approda al foglio col sigillo editoriale.

“Eliodoro”, i “Quadri di un’esposizione” di Mario Fresa

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Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder, le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.

Deborah Mega

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

Poesia sabbatica: 2

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2

 

culliamo pure

un’invenzione di piume

in veleggio su correnti di vento,

annusiamo pure

il profumo di parole leggere

che fanno il mare vicino

e il cosmo senza confini,

illudiamoci pure

di avere l’eterno

a portata di mano,

la frase variante di una preghiera

perché giunga prima all’udito di dio,

 

ma non si cambia segno alla terra,

non si fa razzo la testa col suo cranio pesante,

e non c’è volo, ascensione,

né un altrove presente,

 

solo pioggia a cadere

e tu che galleggi

sopra un’acqua che sporca.

 

FRANCESCO PALMIERI

 

(dalla raccolta “Passaggi, rabbie e altro” – pubblicata qualche giorno fa da Terra d’ulivi edizioni)

“Amico mio” di Francesco Tontoli

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“Another king of Rhapsody”, pittura di Dorina Costras

 

Amico mio,
ci incontriamo a volte
in questi nuovi passi
dopo esserci persi
di nuovo incrociamo
gli occhi su noi stessi
e raccontiamo della notte
che ci prende
e che ci lascia andare
dopo che ci ha segnato
e tenuto stretto
nella sua morsa nera.

Cos’hai ancora da mostrarmi
tra le tue dita
oltre alla nicotina
che ti brucia le falangi,
quel pugno serrato
ad acchiappare il sole
rintanato nell’aurora
che tarda a uscire?

Com’è difficile tenerti
dentro una poesia
descriverti in versi
mentre la mani tremano
e non uscir fuori nuovo
da questo disegno incerto
rinserrando le lacrime fino in gola
quasi fossi un passante
che indugia su un necrologio.

Le storie narrate ora ci fanno
appena sorridere
e prima erano tutto quello
che avevamo da dire
come se non bastasse dirlo
ma bisognava accompagnarlo
con un suono.

Noi suonavamo
così infelici di farlo
e così altrettanto felici
di percuotere un battito
dispari e contrario
come di chi corre sopra vento.

Ora sentiamo tutto consunto
fuori come dentro
la bonaccia perfida
l’ansia di percorrere un corridoio
il raccordo che ci porta
nell’altrove silenzioso
della casa che abitiamo da tempo.

 

Francesco Tontoli

Il primo sole dell’estate di Daniela Raimondi

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Titolo: Il primo sole dell’estate
Autore: Daniela Raimondi
Prezzo copertina: € 19.00
Editore: Nord
Collana: Narrativa Nord
Data di Pubblicazione: 23 maggio 2023
EAN: 9788842935414
ISBN: 8842935417

È una casa fredda, quella in cui cresce Norma, in cui i genitori non si separano per quieto vivere e gli abbracci si contano sulle dita di una mano. Forse è per questo che, quando Norma è lontana dalla famiglia, tutto le sembra più bello. Come le estati passate dai nonni, a Stellata, un paesino in cui il tempo sembra essersi fermato ed è reso ancora più magico dai racconti di nonna Neve, che parlano di una famiglia di sognatori e di sensitivi e della zingara che ha segnato la loro strada. E poi, sempre a Stellata, c’è Elia, compagno di giochi e di confidenze. Tuttavia, quando l’infanzia cede il posto all’adolescenza, Norma scopre di avere paura dei nuovi sentimenti che la legano a Elia e decide di interrompere la loro amicizia. Passeranno molti anni prima che i due si ritrovino a Londra e il loro rapporto si trasformi in un amore adulto e totalizzante, ma il destino sta scrivendo per lei un’altra pagina, una pagina che è incominciata a Stellata e finirà molto lontano, in Brasile. Perché i sogni hanno sempre un prezzo e la felicità è un dono che si conquista attraverso la fatica.

***

La Casa sull’argine di Daniela Raimondi edito da Editrice nord nel 2020, ha venduto migliaia di copie ed è stato tradotto in moltissime lingue. Il romanzo attraverso due secoli, dall’Unità d’Italia agli anni di piombo, narra le vicende della famiglia Casadio di Stellata.   Dopo La casa sull’argine, Daniela Raimondi  torna in libreria con un nuovo romanzo dal titolo Il primo sole dell’estate, edito anch’esso da editrice nord. In questo nuovo romanzo ci racconta lo svolgersi della vita di alcuni personaggi già presenti nel precedente libro, principalmente si racconta della vita di Norma che è l’io narrante della storia e di sua madre Elsa. Il romanzo nato come seguito del primo ha però una sua costruzione autonoma e si regge da solo, così si può trarre piacere dalla sua lettura anche se non si è letto il primo.  La figura centrale del romanzo è Norma Martiroli, nata nel 1947 in un inverno freddissimo, figlia di Guido e Elsa, una coppia scoppiata, che non si è mai amata. Elsa si era sposata a vent’anni già incinta ma non voleva un figlio, voleva godersi un po’ la  vita, visto che aveva passato gli anni dell’infanzia a crescere e accudire i numerosi fratellini, che sua madre sfornava uno dopo all’altro,  invece di giocare nel cortile come tutti i suoi coetanei. Quando Elsa partorisce e nasce Norma,  il padre,  Guido Casadio, figlio di Neve e gemello di Dolfo che ha sposato Zena, va  a comunicare con gioia la bella notizia della nascita della bimba ai parenti. Nonna Neve è felicissima ma la stessa felicità non è provata da Elsa che considera sua figlia quasi come fosse un’estranea e la tratta con estrema freddezza. Norma trova il calore solo quando si trova a Stellata, il loro paese d’origine dove tutto è cominciato tramite Viollca una gitana sensitiva che aveva in sé la magia  e che aveva contribuito a far nascere una generazione dalla doppia identità, i sognatori e sensitivi e quelli con i piedi ben piantati in terra e pragmatici. A Stellata, c’è Elia, uno strano bambino, uno che combina guai, diverso dagli altri, Elia diventa il suo compagno di giochi e di confidenze. Passata l’infanzia,  Norma scopre di aver paura di ciò che sente per Elia e decide di interrompere la loro amicizia.  Dopo molti anni Norma ritroverà Elia a Londra e si accorge di averlo sempre amato e di amarlo ancora. Come si può non innamorarsi di Elia? Ribelle, dalle idee progressiste e con l’avversione per il moralismo della società borghese, anticonformista, con i suoi capelli lungi e la sua barba, affascinante nonostante ami indossare le mutande bianche antiche, intelligente, gentile. Sembra andare  tutto nel miglior dei modi, lei ha sposato l’uomo che ama e al quale ha dato il suo primo bacio. Ma la sorte rema contro e il destino è avverso. I due si sposano e vanno in viaggio di nozze in Brasile dove vivono la zia Adele e la figlia  Maria Luz. Lì, il destino beffardo li attende.

Il romanzo si svolge  tra il passato e il presente. Fra il Brasile, l’Inghilterra e l’Italia. Nel presente Norma deve occuparsi  della madre che è molto malata ed è voluta tornare  a Stellata.  Norma ha lasciato Londra ed è tornata in Italia a vivere con la madre malata, con quella madre che ora è diventata come un bambina ma  che non ha mai avuto una carezza o una parola buona per lei bambina. Norma accanto alla madre ricorda e rivive il suo passato, la felicità e il dolore provato, le gioie e le delusioni, la vita generosa e la vita beffarda che si è presa gioco di lei. Fra magia  e realtà si svolge la vita di Norma. L’amata cugina Donata ha militato nelle Brigate rosse e fa una brutta fine. Donata ha ereditato dall’antenata gitana la capacità di predire il futuro attraverso la lettura dei tarocchi e dei sogni, rivela a Norma le sue visioni, ma la cugina non capisce la portata della sua previsione, solo dopo, quando Donata non ci sarà più,  si renderà conto come e quando si era avverata in pieno la profezia che la riguardava.

Nel romanzo si raccontano tutte le vicissitudini della famiglia Martitoli. Un grande affresco ricco di personaggi dalle mille sfumature, che amano e odiano, che gioiscono e soffrono. Norma alla fine dopo aver sofferto tanto a causa dei tradimenti inaspettati, essere delusa proprio dalla persone che lei amava di più e nelle quali riponeva fiducia e speranza, riesce a ricostruire la propria felicità, nel perdono e nella comprensione. La felicità non è un dono che cade massiccio dal cielo sulla terra ma si edifica mattone su mattone, si costruisce giorno dopo giorno con determinazione e sacrificio, liberandosi dai pesi che impediscono la sua realizzazione, tornando alle radici, tornando all’innocenza e allo stupore dei bambini.  

Una lettura avvincente, Daniela Raimondi è un’autrice ecclettica e che non delude mai, è una poeta che ha ricevuto importanti riconoscimenti e anche come narratrice sta dimostrando tutto il suo valore.

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna.
Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine, edito da Nord, e uscito nel 2020 è stato il suo primo romanzo e nel 2023 è uscito, sempre per i tipi della Nord, Il primo sole dell’estate.

antonella pizzo

Intervista a un giovane autore. Andrea Ghidotti

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Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Andrea Ghidotti per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Non mi prenderanno mai”, Edda Edizioni, 2022

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Buongiorno e grazie mille per l’opportunità. La mia scrittura nasce come bisogno di esternare i miei pareri e le mie esperienze, mettendomi in gioco in una realtà abbastanza sconosciuta agli occhi di noi giovani. La provincia di Bergamo per me rappresenta le mie origini, la mia famiglia e i primi legami che ho costruito nella mia vita, mi dispiace molto il fatto che il mio paese tende a non valorizzare i giovani del territorio, ma sono contento che altri enti di paesi circostanti si siano messi a disposizione per aiutarmi nella promozione delle mie due opere tramite interviste e presentazioni. Un altro luogo importantissimo per me è Pietra Ligure, un semplice paese nella riviera dove trascorro le mie vacanze estive da quando sono nato, qui ho avuto l’opportunità di creare una rete di amicizie con ragazzi di tutto il Nord Italia ed ormai è come se fosse casa mia. Questi due luoghi entrano completamente nell’opera, infatti le vicende narrate sono ambientate in entrambi i posti.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sinceramente non sono un grande lettore, sotto certi aspetti la mia scrittura mi auguro assomigli a quella di Giovanni Verga, poiché cerco sempre di immedesimare il lettore nei panni dei personaggi.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

L’idea di scrivere il libro “Non mi prenderanno mai” è nata nel luglio del 2021, appena 6 mesi dopo dalla pubblicazione del mio primo libro “Estate 2020”; Claudio, un mio grande amico di Pietra Ligure, una sera mi scrisse di progettare un “sequel” del primo libro e ho colto l’idea al balzo cambiando lo stile di scrittura: così passai dal diario al romanzo. Il mio scopo era fin da subito quello di lasciare un messaggio ai giovani, così decisi di trattare l’eterno tema dei “Vizi e degli eccessi dei ragazzi”, il quale si basa su una storia di ragazzi che organizzano serate illegali e sullo sfondo si evidenziano gli sviluppi dei vari vizi, come i più noti, alcool, fumo e azzardo, ma nel quale sottolineo anche gli atteggiamenti e la noncuranza del rischio che noi giovani ci trasciniamo. Tutto ciò con lo scopo di trovare un equilibrio tra uso e abuso, una linea sottile che in tanti non conosciamo e che ci induce all’errore. Per scriverlo ci ho impiegato esattamente 8 mesi, poiché ho iniziato a scriverlo ad agosto e ho terminato a marzo e nel giugno del 2022 venne pubblicato.

  • Pensi che sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il mio romanzo sicuramente non è del calibro degli autori noti, visto anche il fatto che l’ho scritto tra i 19 e i 20 anni, ma può lasciare importanti spunti sia per ragazzi sia per gli adulti, per i primi per riflettere su determinate situazioni, mentre per i più grandi per poter immedesimarsi al meglio nelle situazioni e nelle problematiche giovanili.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

Mi sono affidato sin dalla prima opera ad una casa editrice, Edda Edizioni, piccola realtà romana conosciuta tramite un elenco su Google e penso proprio che loro siano stati le figure che più mi hanno accompagnato in questo percorso.

  • Come hai trovato un editore?

Non sapendo come pubblicare un libro, nel settembre 2020, ero rassegnato a tenere il file come documento Word ed inoltrarlo alle persone interessate, ma mia madre mi spinse a cercare case editrici. Così inoltrai delle mail con 70 case editrici differenti e ben 50 accettarono la pubblicazione dell’opera, poi con un’accurata selezione decisi di firmare per Edda Edizioni ai quali mi sono affidato anche per la seconda opera.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è strettamente legato ad una frase che diciamo noi giovani quando qualcuno ci avvisa che stiamo esagerando, il più classico: “Non mi farà niente”, “Non mi prenderà mai” e visto che trattavo più vizi l’ho reso al plurale con “Non mi prenderanno mai”. La copertina è una semplice foto mia vestito di nero seduto su alcuni scogli vicino al molo di Pietra Ligure, per i caratteri e le lievi sfumature mi sono affidato a Gianluca Bozzato, un mio amico grafico classe 2006, che ha utilizzato l’idea delle due maschere teatrali per rappresentare, come ho fatto io nel romanzo, sia il bello che il brutto di certi vizi.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Come detto prima la pubblicazione è rivolta in primis ai miei coetanei per mostrargli esperienze dirette di ragazzi della nostra età, ma anche agli adulti per potersi immedesimare nelle problematiche e il perché alcuni giovani si comportino in un determinato modo.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Lo sto promuovendo tramite video su Instagram, l’ultimo ha totalizzato la bellezza di 38 mila visualizzazioni; attraverso concorsi letterari, infatti mi sono classificato 20° su 2300 partecipanti al concorso internazionale Academy Pegasus Literary Award; e tramite delle presentazioni che ho avuto la possibilità di fare a Treviglio grazie all’assessore Valentina Tugnoli e a Pozzo d’Adda tramite l’assessore Giovanna Mariani.

  • Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa) Riporto un’estrapolazione dal capitolo 14.

I due entrano nel locale, è quasi tutto vuoto. Qualcuno sta giocando ancora alle macchinette, mentre delle ragazze stanno cercando di scroccare degli shottini o dei drink. È tutto così mosso e confusionario, Matteo apre la porta del bagno e apre le tasche dei pantaloni della tuta chiusi con la zip. Dopo aver tirato fuori chiavi di casa, telefono, un pacchetto di Winston blu e varie cartacce, mostra all’amico una bustina bianca.
Rik è sconvolto e scuote la testa in segno di disapprovazione.
“Rik, l’altro giorno ho provato il crack, te lo dico schiettamente”:
“E come ti è sembrato?” chiede il bergamasco sottovoce.
“E’ una botta assurda, pensavo fosse peggio però. Ti fa battere stra veloce il cuore come quando scendi in campo per giocare una partita importante e ti dà tantissima carica”.
“Ti brucia quella merda, buttala via!” urla stavolta Rik.
“Questa è l’ultima botta giuro…”
“A inizio mese era l’ultima siga, due settimane fa era l’ultima bomba e mi vuoi far credere che questa è l’ultima botta? Fai come vuoi, ti dico solo di pensare alla tua salute e ai tuoi genitori. Vuoi l’adrenalina? Vai a fare sport, fai un tuffo dal molo, ma non toccare più quella roba” si sgola Rik.
Bussa la porta, Alberto sta chiedendo a Rik di smetterla e di andare a casa visto che è abbastanza tardi.
Il bergamasco si sciacqua il viso, da una pacca all’amico ormai tossicodipendente e guardandolo di traverso se ne va senza neanche salutarlo.
“Andiamo Albi, ormai è tardi per tutto” esclama Rik sbattendo la porta.
Mentre salgono sull’auto preferiscono incappucciarsi come loro solito.
“Fra troviamo un posto per parlare, devo dire troppe robe”.
L’amico ormai autista del gruppo acconsente. Le strade sono completamente vuote, perciò guida non curante del rischio. Sale i tornanti sgommando e sbandano un paio di volte, poi accosta in un parcheggino che offre una vista fantastica. Mettono il brano Montpellier di Rhove e mentre parlano di tutto ciò che è successo canticchiano dei pezzi di canzone.
“Sei convinto al 100% di fare l’ultima serata?” chiede Alberto.
“Si, per me non succede nulla”
“E’ un bel rischio, però se te la senti facciamola. A che punto siamo come invitati?”
Rik accende il telefono e vede che nel gruppo ci sono all’attivo circa duecento trenta persone, così ne crea un altro visto che stanno raggiungendo il limite.
Mentre il ligure gira due drum, Rik vede un messaggio di Calluz in cui scrive:
Fra, dopodomani arriveremo a Pietra. Abbiamo litigato con i proprietari del locale perché ho chiesto un aumento. Ho visto che farai un’ultima serata tra pochi giorni, ti dico che siamo disponibili a dare una mano. Domani sera andiamo a Sanremo a giocare al casinò, voglio godermi quei soldi che abbiamo fatto e chi lo sa, magari raddoppiarli o triplicarli. Ci vediamo a breve fratello”.
Rik risponde subito dicendogli di non esagerare al casinò, ma a quanto pare l’amico ha staccato Internet ed è già andato a dormire visto che il giorno dopo avrebbe attraversato tutto il Nord Italia.
  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che nonostante sia già trascorso un anno dalla pubblicazione di riuscire ad organizzare più presentazioni possibili e svolgere ulteriori interviste. Ovviamente i contenuti digitali non sono terminati, ma vorrei proseguire sul modello concreto e avere un impatto diretto con il pubblico.

BIO E FOTO AUTORE

Mi chiamo Andrea Ghidotti, sono nato il 19/01/2002 e vivo a Cologno al Serio in provincia di Bergamo. Frequento il secondo anno della facoltà Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bergamo e il mio obiettivo è quello di diventare un giornalista sportivo, difatti sto lavorando con due redazioni: Il Pallone Gonfiato e SprinteSport. Con alcuni compagni di università ho creato una redazione in cui affrontiamo temi di svariati ambiti, dallo sport alla musica, fino a politica e attualità.
Inoltre ho pubblicato due libri: Il primo nel dicembre 2020 intitolato “estate 2020”; mentre il secondo “Non mi prenderanno”.

Una poesia di Lucio Macchia da Spersi stupori, Terra d’ulivi edizioni, 2022

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Café

Un tavolino.
Il tè.
La pioggia cade.
Semafori
chiazzano
fauve
l’asfalto
lucido.
Non ha storia,
il mondo:
in un dolce
perpetuo moto
s’avvolge
pacifico.
Sorge, muore
e ancora
qui rinasce:
un tavolino
un tè
la pioggia
sull’asfalto
(lentezza, lentezza)
che cade.

poesia di Lucio Macchia dalla raccolta “Spersi stupori”, 2022, Terra d’ulivi Edizioni

illustrazione di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

Versi trasversali: Donatella Nardin

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DONATELLA NARDIN

 

 

L’occhio verde dei prati

 

L’occhio verde dei prati, risvegliato,

fa nido bevendo la nuda

chiarità del mattino

come le vite care appese alle finestre

del loro infinito mancare,

come il biondosole, amore riverso

tra le scapole azzurre rotte

da assenze, commiati, afasie.

Ringraziare ogni risveglio che sia

sassopietra o nuvolafiore,

nell’attimo essere immensamente

grati – ai prati, al mondo, fosse

pure ai respiri affannati –

prima che il verde esca dagli occhi

come le vite care divenute

allo sguardo pura nostalgia.

 

Le madri

 

Si è riempito di buchi dolenti

il cielo infuocato da guerre

e da siccità.

 

Senza dirlo a nessuno,

le madri hanno raccolto in sé

i figli e sono fuggite

 

a fare mondo altrove lì dove,

in pura nostalgia di pace

e di unità, potranno sottrarre

 

al tempo giorni migliori,                                 

nei bimbi deporre ossa

e vertebre miti

 

purissimo un sangue nuovo

e ritrovato un futuro, speranza

che non muore

 

nella sua gratuità.

  

L’uomogroviglio

 

Macchia le malve sottili                                    

il volo aggraziato di una garzetta,

proteso il punto perfetto in cui

stanno insieme – nell’animo come                               

nei sensi – finito e infinito.

 

Solleva lo sguardo dal nulla

l’uomo groviglio, blunube

sulla laguna – che c’è ma non

si mostra – tenta di mettere

al riparo la vita sotto un maglione

infeltrito.

 

Che sia benedetto il punto perfetto

come le malve sottili

rientrati nei corpi e nelle menti

percorrendo le soavissime

vie dello stupore, invisibili

ai più.

 

L’ora giovane

 

Due baci, un panino e le corse

in bicicletta verso ogni dove.

 

Così l’ora giovane – vorace

nella passione – con tutti i sensi

bagnati dal sole.

 

Così più avanti nel tempo

con tutti i venti e i sogni rapaci

venuti a morirci didentro.

 

Per tale via becchettare ora

l’incarnato di allora dando forma

e sostanza all’imbrunire

 

per poi dileguarsi incompiuti

nell’afasia, dopo aver respirato

per sottrazione la vita senza

 

riuscire a scansare le cose feroci,

senza dimidiarne il danno.

 

Papaveri rosa

 

Il nulla sulle labbra e sul collo

dove prima c’erano i baci

smeraldino echeggiare in un ribollire

di terre e di universi lontani.

 

Mi chiedi che ne sarà

del nostro amore – se d’oro il cantare

se d’oro la rosa dell’antico

sognare.-

 

Mi chiedi che ne sarà della nostra

casa interiore, dimora che accoglie

il sapere profondo del cuore,

prezioso e raro

 

come i papaveri rosa, taciturni

e smarriti ora.

Mi chiedo dell’intatto accaduto,

del prima e del dopo di noi

 

se amara la spina infilata

sotto la pelle delle nostre aurore

più belle e luminose

e chiare.

 

La sedia vuota                 

  

Tutto l’amore è stato già detto

e scritto per questo non so dire

i giorni suoi lasciati altrove.

 

Forse nei sogni li ho rivisti

attraversare i miei,

due dita tremanti a disegnare

 

nell’altro il restare contro

l’ignoto che l’ha strappata via.

Era tepore l’immagine sua

 

come di albero fiero svettante

in un possibile vero.

Ci è segreto – ora – il suo tempo

 

scarna la gioia, inintelligibili

i giorni se giorni in lei

ancora potremo dirli da posare

 

intatti, leggeri sulla sedia vuota

in giardino.

 

Donatella Nardin, poesie tratte da “L’occhio verde dei prati”, Fara Editore, 2023

Poesia sabbatica: 29

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29

 

 

dobbiamo dircelo, mia poesia,

che ancora non c’è orecchio per noi due,

che siamo ancora soli tu ed io,

tu, bolla di mare che si disperde in aria,

collana trasparente di parole in niente

ed io a tessere ricami che il silenzio disfa

 

(e si sta a scavare tracce in galleria,

a raccontare a un muro il vento in prigionia,

a ripiegare carta sperando venga un fiore

o forse un paio d’ali per l’uscita)

 

saremo gesso che si sfalda per usura,

una lettera caduta fra scrivania e muro

e intanto viviamoli i momenti

di quando in una piazza

 

un volo di piccioni

all’improvviso.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta di pubblicazione prossima “Passaggi, rabbie e altro” – Terra d’ulivi edizioni)

“Poesia mia” di Francesco Tontoli

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by Christian Schloe

 

poesia mia,

mi sei rimasta in gola
e mi sei salita in testa
ti sei fatta scrivere
senza opporre resistenza
per puro gioco
di misurare il tempo che passa
e senza dargli peso
mi hai permesso
di venirti a pescare dentro
solo quando mi eri necessaria
ed era il momento di apparirmi
in sogno, per strada
o in ascensore
sotto forma di parola
o di reumatismo, mal di denti
mal di essere e male dei fiori

poesia mia

quando ti ho creata
sei stata esposta come una reliquia
e ti ho tradita
traducendoti in segno
solo allora ti ho riposta nel cassetto
dopo essere riuscito
a descrivere come si forma
l’idea del fiore senza usare
il decespugliatore

ed ero così contento
che mi sono addormentato ridendo

 

Francesco Tontoli

Canto presente 60: Lara Pagani

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Lara Pagani

un prologo

Come batte, fiacca, la distanza.
Mando i suoi anni a memoria,
luce li dicono e sono notte:
una catena di ossa malandate,
mai spezzate, soltanto corrotte.
Li ripasso dal cuore alle vene,
gli anni luce dell’infiorescenza;
è proprio nella cruda assenza
che traspare come ti avvicini
e si spoglia la trama della storia.
*
Vuotare una lavastoviglie che fischia
dimenticata in cucina, stendere in furia
una lavatrice, lavare di getto una tazza
per l’ennesimo caffè senza zucchero —
le mani mi occorrono affaccendate,
le piante formicolano, i capelli cadono
sulla parte sbagliata del viso.

Penso un’altra: dovrò scoprire quale
delle tante nuove, ricominciare.
Come brulicano, come premono
sotto la pelle le parole non scritte.
*
Francesca, stamattina mi ha destato
una punta di diamante posata in alto
a destra sulla fronte che ora sfolgora

e debolmente duole. Attendo
la tua ultima missiva. Nel bicchiere
dal vetro che risaliva ho versato lacrime
e diciassette gocce di Novalgina.
*
Sentirmi dire che sono malata,
che a volte il mio cervello non funziona
chiuso in cantina a quadrupla mandata
da visioni che nessuno perdona

è storia vecchia, è storia collaudata —
non fosse che ha stancato. Sono buona
da buttare? Non credo. Sono nata
per amarti e smentirti di persona.

Nel mio secondo mondo, come tu
lo chiami passo il tempo a farmi male
ma quello che non vedi, non ancora

è che nessuna tristezza finora
è stata la tormenta del finale.
Sono al sicuro — non salvarmi più.
*
Ogni tanto io ti piango
come si piangono i morti.
Ritento il conto dei torti
fatti e subìti, rimango indecisa
ma rivango, piango in flutti
di mare, a fiotti mi frango –

ma sono momenti anche i lutti
se riguardano te.

Sempre risalgo la riva –
m’accorgo del cielo, i gabbiani
stridenti che odiavi radenti l’orlo
dell’onda, il tuffo della testa
loro spietato e fulmineo –

e m’accordo con me stessa –
ritorno a parlare coi vivi.
*
se non m’amerai più

annuserò quando passo di lì
la corteccia del nostro albero in fasce.
Dove tu piantasti radici io pianto
non verso ma penso: ombra avrò
quanto basta, un posto in cui riposare
per tutta la vita che splende di fronte.
*
se per un giorno nella vita

qualcuno al posto mio, delle mie dita,
agli amati nel tempo riscrivesse
il tonfo della rabbia dentro al pugno
pesante dell’affetto… se potesse
con frasi a effetto ma senza mentire

rammendare gli strappi — come un ago
sutura lembi e stracci, come un medico
o una sarta capace — rammentare
che pur essendo atroce sono stata,
rimasta, ho solamente ingarbugliato
tono di voce e sbagliato parole.

Poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

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LA STORIA

Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice,  partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.

Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi.  Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.

Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.

Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice.  La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul

Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.

LA POETICA

Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva  alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.

La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine “Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”

Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.

Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparirePoesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi  vanamente  alle repressioni totalitarie scrive  “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…

Loredana Semantica

LE POESIE

Di seguito alcune poesie di Nina Cassian illustrate da Loredana Semantica. Qui altre sue poesie illustrate.

Infestazione

Un tappeto di farfalle morte ai piedi,
morte e morbide
(loro non hanno il rigor mortis).
Io godo di ottima salute.
Ho tirato fuori il fegato,
ho estratto i polmoni,
ho estirpato il cuore
e non mi fa più male nulla.
Tramutarsi in fantasma
è una soluzione
che vi raccomando freddamente.

Io sono io

Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quel che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano
gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé,

Io, ovvero Io.

Tappezzeria

Un piede nella fossa
e l’altro sulla tigre impallinata
– così vedo
la mia sconfitta e la mia vittoria
in questa scena venatoria.

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

Versi trasversali: Domenico Setola

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DOMENICO SETOLA

Se morire è già sapere
dove cadrà la luna
nell’ultima notte?

Se altrove è ristoro
dei morti, dove finirà
la voce, origine e
sigillo dell’ultima
lettera?

Bianca la paura
e il fondo del mare
che un giorno non
basta se caos
forma e dissolve
distrugge e riplasma.

Noi, forse una parola
nei volti bianchi che
guardano il sole,
l’ultimo sogno
che sulla terra
freddo
giace.

25 marzo 2023

*

Lontano da qui
e forse ancora noi
nei luoghi consacrati
delle specie estinte.

Fanciulli morimmo
all’ardore di un bacio
sole a picco
rovistando
il nostro intimo decreto.

Volevi disunirti
dal tuo profondo abisso,
io lontanamente solo
all’orizzonte
sparendo il tuo viso
nel crepuscolo rosa.

17 marzo 2023

*

Dove porta il fiore
della memoria,
le carte dimenticate della poesia,
la Francia di Char
alle periferie ricordate
di Napoli.

Se ogni vicenda
ha la sua deriva
che si disperde
e rapisce il sonno,
noi siamo i sonnambuli
delle parole, fra epoche
e miti ove un’ombra
gelida incombe.

23 febbraio 2023

*

Da te a me
come sera alla notte,
quando il freddo che scagliò
il mare oltre l’inverno
fece delle nostre parole taciute un canto.
Vinti e sommersi dalle profonde acque,
ritorni fra le mani
sull’onda che sussurra l’istante.
Ora la tua preghiera
è primavera
che al chiaror d’una camelia
accoglie, fra la neve, il nostro ricordo.

Da il “cerchio imperfetto” Controluna ed. 2021

*

Nella sapienza del volo
l’ombra si muove;
quel nome che ora è distanza,
sconfinando da me,
sospeso è nell’aria.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Il cielo non ha dimenticato
il candore del tuo sguardo,
rifugio del tempo andato.

L’architettura delle stagioni
disegnata sul tuo volto,
cantiere di incontri e addii.

E l’eco dei bambini
precipitati nella danza buffonesca della vita,
il frutto primaverile che
tua madre vaticinava.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Or che al porto delle nebbie
la tua ombra avvolge
la cenere che ti chiama,
or che fuori emerge al primo sole
la luce che ai grani semina
vita, resta al cuore
figlio che ora appari,
a me che padre di te mi fingo
a sfiorarti un’ultima carezza.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Quel cielo di febbraio
febbre del ricordo
e il tuo volto crocevia
che mi scruta al confine
del giorno.

Ciglia contro ciglia
la foglia tremula
e io specchio inerme
del tuo affronto
a volare giù fin qui,

Dove il sole non arriva
né i morti ti sorridono,
qui dove il tempo suona
l’arpa dell’incontro
ed Eros scocca
l’ultima freccia,
il destino che ci unì.

febbraio 2023

*

È tempo che la rosa
lasci il suo sangue
sulla veste della notte,
che la chiave arrugginita
apra il varco dischiuso
del tuo sguardo.

È tempo che la casa
accolga lo straniero
e l’orecchio ascolti
il vento che urla
nell’urna del destino.

Suona ancora
il mare nella conchiglia
e la tua bocca è guscio
della mia alba.

È tempo che il tempo
si faccia arco roccioso
delle nostre ali
da qui alla cenere.

gennaio 2023

*

I morti hanno scritto
canzoni per l’autunno
e si sono addormentati per
i viali ingialliti.

A volte tornano
col vento e le sue note
e sono gli alberi coi
capi chini a cedere le foglie.

Vagano afoni senza chiavi
seduti sulle panchine
infreddoliti di solitudine.

I morti hanno sognato
gli inverni che verranno
ed ora attendono la tua
voce.

un testo del 2021

BIO

Domenico Setola, si è laureato in Giurisprudenza presso la Federico II di Napoli, dove attualmente studia storia medievale e moderna. Collabora da anni con giornali locali della provincia di Napoli.
Scrive poesie da vent’anni. Appassionato di Paul Celan, Paul Auster, Remo Pagnanelli, Umberto Saba, Vittorio Sereni, J. Derrida, G. Deleuze, M. M. Ponty, G. Bachelard.
Ha pubblicato la silloge Il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni, 2021.

Intervista a Giancarlo Baroni: Come lucciole nel buio

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Giancarlo Baroni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. (puntoacapo editrice, dicembre 2022, p. 81).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

Il libro comprende, come dice il sottotitolo, dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. È diviso in due sezioni, la prima è intitolata Un cannocchiale nel buio e la seconda Una incerta beatitudine. Ogni sezione è composta da dieci saggi. Li elenco: Un senso arriverà; Il cannocchiale puntato sul buio; L’enigma della chiarezza; Post tenebras spero lucem; La menzogna di Ulisse; La faticosa necessità della scrittura; La beatitudine incerta dei poeti; Realtà / Poesia; Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento (Tracce, ipotesi e indizi); Sui romanzi di idee.

La prefazione intitolata Il piacere dell’analogia è del critico Elio Grasso.

   

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

Come lucciole nel buio nasce da un lungo lavoro di riscritture e approfondimenti, di ripensamenti e rifiniture, di scavo e di lima. In una intervista Beppe Fenoglio confidava: «La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti»; mi identifico in queste parole. Il mio libro si confronta in maniera comprensibile ed essenziale con temi complessi e universali: l’esistenza e il suo contrario, la conoscenza e il mistero, chiarezza e oscurità,  verità e menzogna, realtà e poesia, vita e scrittura…

È un testo da leggere e consultare senza fretta. Numerosi gli artisti, gli scrittori e soprattutto i poeti con i quali dialogo e che mi donano spunti, stimoli, frasi memorabili.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

 

Nel 2023 ho compiuto 70 anni; nella Nota che chiude il libro ironicamente ho scritto: « Cari lettori qui trovate buona parte di quello che ho imparato. È poco a settant’anni? Un proverbio dice “piuttosto che niente (è meglio) piuttosto”».

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

In copertina un particolare del dipinto di Cezanne Le mele e le pere. La trovo elegante. Bravo l’editore che l’ha scelta.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Nel 2020 ho pubblicato, sempre con “puntoacapo”, una raccolta di versi intitolata I nomi delle cose; con l’editore mi sono trovato bene, ho continuato il rapporto.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

Adopero un linguaggio il più possibile nitido, levigato, trasparente, chiaro; spero che queste caratteristiche rendano il libro gradevole e comprensibile.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Lo propongo prevalentemente a riviste, siti letterari, blog, a persone e critici che credo possano essere interessati.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

 

Scelgo un brano che spiega il significato del titolo e l’essenza del libro: « Ci sono dei momenti, degli istanti in cui proviamo la sensazione di essere vicini alla verità: una intuizione come un lampo, una visione magica di qualcosa di più profondo e di più nascosto. Come i bagliori delle lucciole rimandano a una luce primigenia da cui sembrano originare, così le nostre illuminazioni passeggere sembrano per un attimo collegarsi a una verità più ampia e universale. Cerchiamo di afferrare quelle intuizioni e trattenerle, ma di solito riottose sbiadiscono come al risveglio certi sogni che durante la notte ci erano apparsi incredibilmente nitidi.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Sarei contento se venisse letta e apprezzata nelle scuole.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Questo mio libro saprà illuminare un angolo di buio?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Qualche mese dopo Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura ho pubblicato, ancora con “puntoacapo”, un breve testo (neppure 50 pagine) intitolato A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020-2022). Se si trattasse non di un libro ma di un 45 giri direi che le “lucciole” costituiscono la facciata A e i “castori” quella B dello stesso disco. Facciate separate ma complementari: da un lato la mia parte prevalentemente meditativa legata al pensiero, dall’altra quella principalmente emotiva legata all’esistenza. Due parti alla ricerca di una precaria completezza.

 

Giancarlo Baroni

 

Abito a Parma dove sono nato nel 1953. Ho pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020).  Ho coordinato, assieme al poeta Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, curato da Mario Fresa e pubblicato nel 2021 dalla Società Editrice Fiorentina, contiene una scheda critica scritta da Giuseppe Marchetti; sono inoltre presente nel saggio di Paolo Briganti Dopo l’Officina. Poesia da ieri a oggi (Storia di Parma, Le lettere, Monte Università Parma Editore, 2012). Nel 2009, 2010 e 2011 ho letto a «Fahrenheit» (Rai Radio 3) diverse mie liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Ho scritto quasi trecento recensioni, la maggior parte pubblicate nella pagina culturale della «Gazzetta di Parma» a cui ho collaborato per vent’anni. Mie poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei miei versi si trova in «Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei».  Sul sito letterario «Italian Poetry» le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Diverse altre sono state tradotte in francese, in blog riviste e antologie, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line «Pioggia Obliqua. Scritture d’arte» curo una pagina intitolata Viaggiando in Italia; collaboro a «Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro». Miei testi e foto sulle città italiane appaiono sulla rivista cartacea «dalla parte del torto». Poeta per passione e fotografo per diletto, ho pubblicato, fuori commercio, quattro piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arte, Bologna, Due volti di Parma e Foglie senza rami. Del 2020, anch’esso fuori commercio, è il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, prefazione di Fabrizio Azzali). Recentissimi sono i volumi Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura  e A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020 – 2022), stampati entrambi da puntoacapo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia sabbatica: La poesia

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La poesia

 

 

la poesia è una voce interferente,

un bla bla della lingua

che si sperde nel niente,

un pensiero vestito di rose

o una lacrima nel fazzoletto,

la poesia è un frullo di petto,

il calcio ad un sasso

fra cielo e campagna,

il vento di tende

quando viene l’estate,

una sonda alle stelle

per l’ascolto di passi,

 

la poesia è una bottiglia di mare,

la tua voce nel vetro

un sussurro nell’acqua

 

(venitemi a prendere,

hai detto tu a stento,

voi che pescate

dentro onde felici,

qui io non vivo,

trascorro straniero)

 

la poesia,

un pugno nel vento,

un nome un cognome

gridati un momento,                                   

un assalto al silenzio

vendicarsi del niente.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)

 

Buon Compleanno, Gabriele!

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Gabriele Galloni, talentuoso poeta romano scomparso prematuramente nel 2020, è più vivo e presente che mai. Lo è nei ricordi di chi l’ha amato, nei suoi versi, nei racconti, nelle bozze di romanzi, nelle dichiarazioni di poetica presenti nel web, nelle riviste telematiche e cartacee, nei vari blog e siti letterari di poesia e scrittura. Lo è ancor di più in questi giorni in cui ha visto la luce la sua opera omnia, edita da Crocetti, dal titolo Sulla riva dei corpi e delle anime, con la prefazione di Alessandro Moscè, testimonianza di un fervore creativo che si è manifestato precocemente ma che ha rivelato una ricerca lessicale e stilistica inconsueta per un giovane autore eppure assolutamente matura e convincente. Pubblichiamo una selezione delle poesie più belle di Gabriele, tratte dai libri editi mentre era in vita e postumi insieme ai nostri auguri, ovunque lui sia…

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