Nathaniel Hawthorne (1804-1864), americano (foto web)
L’OCEANO (Traduzione di Emilio Capaccio)
L’oceano ha le sue grotte silenziose, Profonde, quiete e solitarie; Anche se c’è furia sulle onde, Sotto di loro non c’è nessuno. I terribili spiriti degli abissi Hanno lì la loro comunione; E ci sono quelli per cui piangiamo, I giovani, i brillanti, i giusti. I marinai stanchi riposano tranquilli Sotto il loro mare blu. Le oceaniche solitudini sono benedette, Perché laggiù c’è purezza. La terra ha colpa, la terra ha affanno, Le sue tombe sono inquiete; Ma il placido sonno è sempre lì, Sotto le onde blu scuro.
*
THE OCEAN
The Ocean has its silent caves, Deep, quiet, and alone; Though there be fury on the waves, Beneath them there is none. The awful spirits of the deep Hold their communion there; And there are those for whom we weep, The young, the bright, the fair. Calmly the wearied seamen rest Beneath their own blue sea. The ocean solitudes are blest, For there is purity. The earth has guilt, the earth has care, Unquiet are its graves; But peaceful sleep is ever there, Beneath the dark blue waves.
Un poeta deve lasciare delle tracce del suo passaggio, non delle prove.
Solo le tracce fanno sognare.
René Char
INEDITO
La fiera della vanità
Se penso a qualcosa per cui essere ricordata non penso all’esatto dettaglio. Mi ostino, se mai, a gettare fiori di gentilezza, bellezza antica, che vedo fiorire ai cigli di strade accanto a rifiuti maleodoranti. Mi dissocio dall’insolente profanazione, dai riti malconci che rendono sostanza il futile apparire. La fiera delle vanità -io, io, solo io- scaccio testarda.
Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.
Emilio Capaccio
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Dalla Terra emana un’energia estrema, tanto che lupi e creature selvatiche del dolce e dell’occulto, con volti monumentali da sfingi presidiano i viali tagliafuoco. Se non viste, come Gorgoni giocano a contarsi.
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L’uomo talvolta si sente chiamato ad animare paesaggi lontani, dove soltanto una vasta bellezza chiara veleggia tra gole e vallate. Quella bellezza grandiosa e serena che solo chi è saldo nella disciplina può avvicinare con destrezza. Quella fermezza di chi incatena le numerose voglie da sfamare avute in dono da una mala stella.
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Muore l’estate nel suo stesso fuoco di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte più calde di un autunno più probo. Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza di vita, si tende alla vita con mire più astute e precise. Sopravvive chi vince sfide sommesse di bruchi, su cenci di morti sotto maglie di felci.
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Estivo malessere d’ogni singolo viottolo del borgo, tregue irrisorie solo sotto boscaglie di platano accenni alle ombre in fuga. Difficile sacrificare a un’ara malinconica, ogni nostro superfluo intendimento, per aprire nuovi occhi su spesso intuiti, perduti orizzonti; su panorami di maggesi accesi in luogo di retabli marcescenti, levigati uncini di cenere e ossa, punteruoli fermi a un passo dal cielo.
Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.
Calarmi ancora nei mari, nel solitario mare e nel cielo, E tutto ciò che chiedo è un’alta nave e una stella per condurla, La gioia del timone, la canzone del vento, il tremolio della vela, Una nebbia grigia sul volto marino e una grigia alba nascente.
Calarmi ancora nei mari, perché il richiamo della corrente È un chiaro e selvaggio richiamo che non può essere negato; E tutto ciò che chiedo è un giorno di vento con bianche nubi volanti, Con spruzzi e spume sollevate e gabbiani che gridano.
Calarmi ancora nei mari, alla vita zingara e vagabonda, Sulla via di gabbiani e balene, dove il vento è un coltello affilato; E tutto ciò che chiedo è un’allegra storia da un ridente compagno, E un sonno tranquillo e un dolce sogno per quando il gioco è finito.
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SEA FEVER
I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky, And all I ask is a tall ship and a star to steer her by, And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking, And a grey mist on the sea’s face, and a grey dawn breaking.
I must go down to the seas again, for the call of the running tide Is a wild call and a clear call that may not be denied; And all I ask is a windy day with the white clouds flying, And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.
I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life, To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife; And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover, And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.
Con la poesia “Estate” di Herman Hesse e il dipinto di Emil Nolde “Papaveri”, il sito Limina mundi augura ai lettori “Buone vacanze” e chiude l’attività per i prossimi mesi di luglio e agosto.
Arrivederci al primo settembre.
Emil Nolde “Papaveri”
Estate di Hermann Hesse
Improvvisamente fu piena estate. I campi verdi di grano, cresciuti e riempiti nelle lunghe settimane di piogge, cominciavano a imbiancarsi, in ogni campo il papavero lampeggiava col suo rosso smagliante.
La bianca e polverosa strada maestra era arroventata, dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato, più greve e penetrante il richiamo del cuculo, nei prati delle alture, sui loro flessibili steli, si cullavano le margherite e le lupinelle, la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio e nel febbrile, folle anelito della dissipazione dell’approssimarsi della morte perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro, inesorabile avvertimento delle falci in azione.
Ronald de Carvalho (1893-1935), brasiliano (foto web)
IL MERCANTE D’ARGENTO, ORO E SMERALDO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Odora il mare! Odora il mare! Le reti pesanti battono come ali, le reti umide palpitano nel crepuscolo. La spiaggia liscia è una scintillazione di scaglie.
Saltellano nere razze nell’oro della sabbia bagnata, l’acciaio delle muggini luccica in mani d’ebano e di bronzo.
Muscoli, pinne, voci e fragori, tutto si mischia, tutto si mischia nel crearsi della schiuma che ferve tra gli scogli.
Odora il mare!
Il corno della luna nuova gioca sulla cresta dell’onda. E tra le alghe molli e i villosi molluschi, dove si trascinano granchi dalle zampe denticolate e dove bolle l’olio gelatinoso dei flessili calamari, nella rete immensa della notte carica di stelle, nella melodia libera delle acque e dello spazio, invasa d’aria, profetica, timpanica, scoppia orgogliosamente la chiacchera d’un piovanello…
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O MERCADOR DE PRATA, DE OURO E ESMERALDA
Cheira a mar! cheira a mar! As redes pesadas batem como asas, as redes úmidas palpitam no crepúsculo. A praia lisa é uma cintilação de escamas.
Pulam raias negras no ouro da areia molhada, o aço das tainhas faísca em mãos de ébano e bronze. Músculos, barbatanas, vozes e estrondos, tudo se mistura, tudo se mistura no criar da espuma que ferve nas pedras.
Cheira a mar!
O corno da lua nova brinca na crista da onda. E entre as algas moles e os peludos mariscos, onde se arrastam caranguejos de patas denticuladas e onde bole o óleo gelatinoso das lulas flexíveis, diante de rede imensa na noite carregada de estrelas, na livre melodia das águas e do espaço, entupido de ar, profético, timpânico, estoura orgulhosamente o papo dum baiacu…
IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA (Traduzione di Emilio Capaccio)
Il fragile splendore del mare piatto, Il volto sereno e d’argento velato della luna, Fanno di questa nave un luogo incantato Piena di chiara allegria e dorata magia. Ora, per un po’, la risata spensierata sarà Mescolata al canto, per dargli più dolce grazia, E le vecchie stelle, nella loro corsa infinita, Daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.
Eppure questa sera, a cento leghe di distanza, Queste acque arrossano d’uno strano e terribile rosso. Prima della luna, una nube oscenamente grigia Sorge da ponti schiantati nel piombo aereo. E queste stelle sorridono col loro modo immemorabile Sulle onde che ricadono su mille nuovi morti!
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MID-OCEAN IN WAR TIME
The fragile splendour of the level sea, The moon’s serene and silver-veiled face, Make of this vessel an enchanted place Full of white mirth and golden sorcery. Now, for a time, shall careless laughter be Blended with song, to lend song sweeter grace, And the old stars, in their unending race, Shall heed and envy young humanity.
And yet to-night, a hundred leagues away, These waters blush a strange and awful red. Before the moon, a cloud obscenely grey Rises from decks that crash with flying lead. And these stars smile their immemorial way On waves that shroud a thousand newly dead!
William Ernest Henley (1849-1903), inglese (foto web)
UN AMORE DAL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Sotto la notte che mi copre scevra di stelle, (O tribolazione del vento che rotola!) Nera come la nube di qualche tremendo incantesimo, Il sussurro del sospirante mare Pare il bisbiglio singhiozzante di due anime Che tremano in una passione d’addio.
Ai desideri che triplicarono in me la vita, (O malinconia del vento che rotola!) Ai sogni che sembrarono predire il futuro, Alle speranze che montarono in me come il mare, A tutte le dolci cose inviate sulle anime felici, Non posso che sciogliere un silente addio.
E alla fanciulla che fu sì tanto per me (O lamento di questo vento che rotola!) Poiché non posso costringela a vivere, Sotto la notte, accanto al mar che risuona, colmo dell’amor che avrebbe potuto unirci le anime, Un triste, ultimo, lungo, supremo addio.
*
A LOVE BY THE SEA
Out of the starless night that covers me, (O tribulation of the wind that rolls!) Black as the cloud of some tremendous spell, The susurration of the sighing sea Sounds like the sobbing whisper of two souls That tremble in a passion of farewell.
To the desires that trebled life in me, (O melancholy of the wind that rolls!) The dreams that seemed the future to foretell, The hopes that mounted herward like the sea, To all the sweet things sent on happy souls, I cannot choose but bid a mute farewell.
And to the girl who was so much to me (O lamentation of this wind that rolls!) Since I may not the life of her compel, Out of the night, beside the sounding sea, Full of the love that might have blent our souls, A sad, a last, a long, supreme farewell.
William Ellery Channing (1818–1901), americano (foto web)
CANZONE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Va la nostra barca libera alle onde, sulla curva della marea, ove si frange il flutto ricciuto, come traccia di vento su bianchi fiocchi di neve: via, via! È un sentiero sul mare.
Possono infuriare le raffiche — far tendere la vela, perché i nostri spiriti sanno strappare al vento la forza, e le nubi plumbee cedono alla mente solare, non temiamo il turbine della burrasca.
Onde sulla spiaggia e schiuma marina selvaggia, con un balzo, uno scatto e un urrà improvviso, dove l’alga si lega alla sua dimora, e gli uccelli marini si bagnano sulle creste spumose, onda dopo onda, s’arricciano, mentre bianca la sabbia dalla riva acceca.
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SEA SONG
Our boat to the waves go free, By the bending tide, where the curled wave breaks, Like the track of the wind on the white snowflakes: Away, away! ’Tis a path o’er the sea.
Blasts may rave,— spread the sail, For our spirits can wrest the power from the wind, And the gray clouds yield to the sunny mind, Fear not we the whirl of the gale.
Waves on the beach, and the wild sea-foam, With a leap, and a dash, and a sudden cheer, Where the seaweed makes its bending home, And the sea-birds swim on the crests so clear, Wave after wave, they are curling o’er, While the white sand dazzles along the shore.
Dalla Nota dell’autrice alla raccolta Altre Stagioni di morte e di amore, PlaceBook Publishing, 2024
“Arriveranno altre stagioni, e noi staremo ad aspettarle. Col naso in aria, affacciati alla finestra e con quella voglia continua di cambiare il ritmo di ogni giorno. Torneremo a desiderare la primavera col suo profumo fresco e il taglio sbarazzino, l’opulenza dell’estate con i suoi fianchi larghi e colmi di splendore, ci innamoreremo dell’autunno col suo cappello a cono e il bastone d’ulivo ritorto che batte foglie morte, anche l’inverno infine tornerà a cullarci col suo vento freddo e a baciarci con le sue labbra secche, bruciate dalla neve. Seguiremo il tempo e il suo eterno movimento, perché è così che si stempera l’inganno della vita, perché è così che si compie da sempre il nostro viaggio.”
La raccolta si articola in 4 sezioni intitolate a ciascuna stagione dell’anno, di seguito quattro poesie scelte dalle sezioni “Primavera” e “Autunno”.
Primavera, I e II
Non cantai la mela ma il morso inciso nel bianco della polpa, non la luna piena ma lo spicchio sottile nel cielo nero nero, non cantai il frutto ma il destino scritto del fiore appena colto, non la gioia del saluto ma ogni partenza e il suo dolore muto, e se non cantai mai la pienezza è perché la poesia carezza il vuoto asciutto che sta nella mancanza. * Ti porto la parola storta cresciuta sopra i rami, il caffè versato caldo sul bianco del ricamo, ti porto i piedi nudi sul ciglio della strada, l’inciampo irriverente sul dorso del mio nome, ti porto nel mio mondo ch’è poco più di niente, aperto come un tronco ch’aspetta un nuovo fiore.
Autunno, IV e IX
Siamo della madre che non ci ha voluto del padre distratto dell’amore sbagliato, siamo dell’altro. Di ogni giudice che ha condannato il nostro torto, di ogni prete che ci ha ascoltato, e poi non ci ha assolto. Siamo del maestro che ci ha ammaestrato, del figlio sbagliato, siamo – volto contro volto – di ogni passante che ci ha incrociato
-per strada – ma non ci ha mai guardato.
* Ho palpebre spesse, più del sorriso dell’ultima volta che t’ho visto; il passo svelto, non cadenzato sulla lunghezza dello sguardo e neve sul collo che gela i nervi e serra gli occhi agli angoli d’intorno. Mi affaccio ancora alla finestra – la domenica mattina – e guardo fuori: c’è un sentiero di parole che fiorisce sul ramo muto della tua voce.
NOSTALGIA DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
A mille miglia oltre questo muro inondato di sole Da qualche parte le onde strisciano fresche lungo la sabbia, La bassa marea abbandona la terra indolente Con l’antico mormorio, lungo e musicale; Grevi di vento s’ergono le onde, si curvano, ricadono, E attorno agli scogli la schiuma esplode come neve — Ma benché lontana nell’entroterra, sento e riconosco, Perché sono nata eterna schiava del mare. Lì vorrei essere e rotolarmi addosso La fredda insistenza della marea, A spegnere questa cosa ardente che chiamano anima — Dopo con la risacca trascinarmi alla deriva Essere meno del più piccolo guscio lungo la secca, Meno dei gabbiani che strillano al mare.
*
SEA LONGING
A thousand miles beyond this sun-steeped wall Somewhere the waves creep cool along the sand, The ebbing tide forsakes the listless land With the old murmur, long and musical; The windy waves mount up and curve and fall, And round the rocks the foam blows up like snow, — Tho’ I am inland far, I hear and know, For I was born the sea’s eternal thrall. I would that I were there and over me The cold insistence of the tide would roll, Quenching this burning thing men call the soul, — Then with the ebbing I should drift and be Less than the smallest shell along the shoal, Less than the sea-gulls calling to the sea.
Buona Pasqua di resurrezione con la poesia “Ma quando da morte” di David Maria Turoldo
Ma quando da morte passerò alla vita, sento già che dovrò darti ragione, Signore, e come un punto sarà nella memoria questo mare di giorni. Allora avrò capito come belli erano i salmi della sera; e quanta rugiada spargevi con delicate mani, la notte, nei prati, non visto. Mi ricorderò del lichene che un giorno avevi fatto nascere sul muro diroccato del Convento, e sarà come un albero immenso a coprire le macerie. Allora riudirò la dolcezza degli squilli mattutini per cui tanta malinconia sentii ad ogni incontro con la luce; allora saprò la pazienza con cui m’attendevi, a quanto mi preparavi, con amore, alle nozze.
Solitude è il titolo. Solitude è il sentimento dentro questo viaggio tortuoso nelle strettoie del verso? Versi tranciati quasi a metà dal voler dire qualcosa oltre a quanto cominciato; ma è per solitudine che finiscono in una scarpata dell’immaginario? Non è un’abbottonata arrendevolezza, non una malleabilità al volere di questo male sottile, ma un’alienazione che si contorce nella presa coscienza del proprio stato, un violento dibattersi in fondo al buio tra l’essere che soffre le sue metamorfosi e l’essere a cui è stata data una faccia sola per il mondo della luce. Allora questa raccolta è una battaglia di identità, una guerra di molteplici mondi verso cui allineiamo le nostre apparenze per ogni scossa d’amore, dolore, felicità che prendiamo dall’esistenza. In questo ecosistema che ci fa cresce nella mutabilità si consuma il delitto della Raffin di voler stendere i suoi versi sulla nostra condizione di sordi sconosciuti. La raccolta si intitola Solitude, Eretica edizioni, 2022.
Emilio Capaccio
* Uccidimi ti prego Ho fatto la guerra Con pentole
Mestolo e coperchi C’è anche chi mi ha sequestrata Di domenica Sul divano Col mio vestito azzurro Mi sono ricordata Del carro siciliano della nonna Coi cavalli bianchi Volevo fosse vero E mi avrebbe portato fino in piazza Uccidimi ti prego Non ne ho colpa O tienimi nell’ombra Se ho voluto danzare Con le perle della mamma
* Tutte le parole Che non mi hai mai detto Le ho cercate sulle bocche Di qualche sconosciuto Così si rompe un orologio Così va riparato Tutto il movimento Del mio tempo interiore La nube voragine e rivolta Scandiva la mia natura Scandito dalla tua identità Si vive ritmici Sai Si vive di ritmi primordiali E io ero sorda Non sentivo il mio Dov’è? Perché non sento? Tu non mi hai parlato Aspettavo una parola Per riconoscermi Al di fuori di me Così muto Mi è parso tutto il mondo Dopo Mi è parso vuoto Tutto il mio mondo Dentro
* Nel silenzio Di un pensiero denso Di un altro sospeso silenzio Il piede
Salendo un gradino Piantava coltelli d’argento Il mio amore se n’era andato Piantava coltelli d’argento Non sfiorito Non appassito Se n’era andato Prima c’era poi Nemmeno una traccia E me ne sono accorta Mentre arrotolavo Corde di cotone Il mio amore Per dire amore Sentendo amore Intorno al collo Piantava coltelli d’argento E mi liberava E a me felice Interessava solo Della primavera Intorno al collo Del calore sul viso Di quel sole Che all’improvviso Riconosceva Persino me
Alessandra Raffin è psicologa esperta in neuropsicologia clinica e terapia autogena. Vive e lavora tra Italia e UK. La poesia è parte integrante della sua vita da sempre. Solitude è la sua prima pubblicazione.
L’esordio poetico la prof. Di Schiena lo fa con l’Amore. Declama all’Amore, pacatamente e solennemente, con un timbro seducente di vestale delle Murge, spesso in forma sintetica e simbolica. Ma è Lui il grand’ospite della sala cerimonia del cuore dell’autrice. È lui che ha la pelle odorosa di pietra carsica e una corporeità sublime e dolorosa, come la carnalità di certi cladodi pungenti, di certi frutti tumidi e lacrimosi. È lui che ha le labbra morbide del bacio e l’unghia tagliente del graffio. È lui che è doppia pozione: antidoto di solitudine e fiele di disperazione. La raccolta si intitola: “Un bacio e un graffio”, Edizioni Ensemble, 2023, postfazione di Pasquale Vitagliano.
Emilio Capaccio
Magma dei sentimenti
C’è molto da tremare per riportare a galla Il magma dei sentimenti. E dire fuori dai denti che non si può amare senza armi pari. A cosa giova vivere in pena quando i corpi vogliono luce e brezza di primavera? Ho scelto il tormento, il filo spinato per adorare chi non è nato dentro me.
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Irrisolto
L’amore mio per te è il solito irrisolto. La fuga, la rincorsa verso l’inafferrabile. Storia di cardi spinosi, nuvole bianche, crepe e vento scomposto. Troverò pace quando incrocerò le braccia supina e rigida non pulserò più
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Ti amerò in silenzio. Non busserò non lo dirò a nessuno. Ti chiuderò a chiave nel mio cuore E mi addormenterò. Passeranno i morti a ferrare la serratura.
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Cambio pelle tutte le volte che striscio di dolore
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Ti restituirò l’attesa le caramelle alla menta forte e i chili di troppo. Tratterrò le chiavi dell’aorta principale la meraviglia e la premura. Mi vedrai in copertina o su un altare a dispensare baci come ti piace.
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Conto i minuti nell’attesa di vederti. Sempre nuovo è il giorno con le tue mani sui miei fianchi. Porti ossigeno rozzo e primitivo io luce filtrata, avamposto dell’amore.
Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti poetici.
Sopra di me è la notte, E sopra la notte, la notte. Il mare accanto a me geme, o è quieto. La terra come una sonnambula si trascina Per uno strano sonno… Stride un uccello marino. E il garrulo risveglia in me fiocamente, Il popolo morto del mare, i miei antenati — Coloro che più di me sono in me, Coloro che si sedettero lunghe notti fa da sponde bagnate E videro il mare nei suoi silenzi; E lo dannarono o lo implorarono; O lo sfidarono con un crocifisso; E poi calarono giù con le loro barche.
Sopra di me è la notte… E sopra la notte, la notte. Le rocce mi circondano e più in là, la sabbia … E la riluttante bassa marea Che si getta all’indietro per dare l’ultimo saluto Ai relitti portati da così tempo nel suo seno. Rocce… Ma la marea arretra E il limo è nudo, come una cosa vergognosa Che non ha nascondiglio. E l’uccello marino tace — L’uccello e ogni altro grido lontano nel mio sangue — E la terra come una sonnambula si trascina.
*
SOMNAMBULISM
Night is above me, And Night is above the night. The sea is beside me soughing, or is still. The earth as a somnambulist moves on In a strange sleep… A sea-bird cries. And the cry wakes in me Dim, dead sea-folk, my sires — Who more than myself are me. Who sat on their beach long nights ago and saw The sea in its silence; And cursed it or implored; Or with the Cross defied; Then on the morrow in their boats went down.
Night is above me… And Night is above the night. Rocks are about me, and, beyond, the sand … And the low reluctant tide, That rushes back to ebb a last farewell To the flotsam borne so long upon its breast. Rocks… But the tide is out, And the slime lies naked, like a thing ashamed That has no hiding-place. And the sea-bird hushes — The bird and all far cries within my blood — And earth as a somnambulist moves on.
Stasera il cielo cupo e il mare si confondono; per tutto il giorno ha fatto molto caldo; le onde urtandosi nell’ombra si danno voci, prigioniere d’una stessa cella.
Il cielo è largo e nero come un panno funebre, e gli orizzonti incerti formano come un immenso e oscuro santuario dove tutti i ceri sono spenti.
Ma ecco che il mare diventa fosforescente e lungo la sabbia cangiante nella distanza s’apre superbo e abbagliante, con i suoi lustrini d’argento.
Non astri nel cielo, non vele nel vento, si direbbe che l’onda amara così rivolti impietosa cadaveri di stelle che sarebbero cadute nel mare.
*
PHOSPORESCENCE
Ce soir le ciel obscur et la mer se confondent; tout le jour il a fait très chaud; les flots entrechoqués dans l’ombre se répondent, captifs dans un même cachot.
Le ciel est large et noir comme un drap mortuaire, et les horizons incertains forment comme un immense et sombre sanctuaire où tous les cierges sont éteints.
Mais voici que la mer devient phosphorescente, et le long du sable changeant elle s’étale au loin superbe, éblouissante avec ses paillettes d’argent.
Pas d’astres dans le ciel; dans le vent pas de voiles; on dirait que le flot amer roule ainsi sans pitié des cadavres d’étoiles qui seraient tombés dans la mer!
William Vaughn Moody (1869-1910), americano (foto web)
UN GIORNO GRIGIO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nebbie grigie e piovigginose drappeggiano le brughiere, la pioggia sbianca il mare morto, dal tetro promontorio all’accigliato capo vele plumbee vanno stancamente. Non so come quel mercantile abbia trovato coraggio; ma è il suo piano verso il mare il suo corso sconfinato da solcare.
Irreali come insetti che atterriscono il cervello irritabile d’un ubriacone, sul grigio abisso strisciano le imbarcazioni a quattro zampe, con due rematori: minimi, i più piccoli della terra, attraverso la vasta circonferenza del vecchio oceano nello sforzo eroico, ridicolo.
Mi chiedo come l’equipaggio di quel mercantile abbia trovato la volontà. Mi chiedo come i pescatori facciano per continuare ancora a sfiancarli. Mi chiedo come il cuore dell’uomo abbia pazienza di vivere oltre la sua spanna o d’attendere che i suoi sogni s’avverino.
*
A GREY DAY
Grey drizzling mists the moorlands drape, rain whitens the dead sea, from headland dim to sullen cape grey sails creep wearily. I know not how that merchantman has found the heart; but ‘tis her plan seaward her endless course to shape.
Unreal as insects that appall a drunkard’s peevish brain, o’er the grey deep the dories crawl, four-legged, with rowers twain: midgets and minims of the earth, across old ocean’s vasty girth toiling-heroic, comical!
I wonder how that merchant’s crew have ever found the will! I wonder what the fishers do to keep them toiling still! I wonder how the heart of man has patience to live out its span, or wait until its dreams come true.