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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Versi trasversali

19 lunedì Feb 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefania Onidi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANIA ONIDI

TEGENARIA
 
Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.
 
Il silenzio convulsione,
annuncia vita.
 
Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.
 
Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.
 
Dire.
 
EOS
 
Penso al mattino,
quando apparve in cielo Aurora dalle dita di rose.
Ti alzasti dal letto.
Rapita, studiavo la geografia del tuo corpo.
Stavi sui miei occhi,
stavi in punta di lingua come un dio
al quale implorare un miracolo.
Cerco di calmare le dita
adesso.
Pensare al quadro
usare il filo.
 
 
I’m waiting here
 
Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.
Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.
 
I GIORNI
 
Ho apparecchiato la tavola,
ho messo un vaso di fiori al centro
e due piatti ai lati, uno per te e uno per me,
poi ho chiamato piano il tuo nome
con la fiducia cieca dei girasoli
e ho aspettato.
A mezzogiorno il sole ha aperto il fuoco,
il caldo mi ha dilatato i vasi sanguigni.
Da allora sono corpo in caduta
canto fine a sé stesso.
Il mare passa dentro la cruna.
La casa svuota nevralgie.
I piatti interrogano la polvere spietatamente.
Ci sono giorni che ho bisogno di smontare il cuore dal resto del corpo,
di lasciarlo là a scolare
come una stoviglia stanca
nel silenzio elegante degli oggetti
in cerca di pace in fuga da tutti quei gorgoglii di sangue
che ubriacano anche il cervello.
 
NOTTURNO
I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.
 
II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

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Forma alchemica 21: Sylvia Plath

08 giovedì Feb 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 3 commenti

L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro.
La levatrice ti ha schiaffeggiato sotto i piedi e il tuo nudo grido
ha preso il suo posto fra gli elementi.

Le nostre voci echeggiano, esaltando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo pieno di correnti, la tua nudità è ombra della nostra sicurezza.
Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti.

Non sono tua madre più di quanto
lo sia la nuvola che distilla uno specchio per riflettere la propria lenta
cancellazione per mano del vento.

Per tutta la notte il tuo respiro di falena tremola
fra le piatte rose rosa. Veglio per ascoltare:
un mare lontano si muove nel mio orecchio.

Un grido, e scendo dal letto incespicando, pesante
come una mucca e floreale
nella mia camicia da notte vittoriana.
La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e inghiotte le sue opache stelle. E ora tu provi
la tua manciata di note;
le vocali chiare salgono come palloncini.

19.02.1961, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Io non ero ancora nata e Sylvia Plath scriveva questa poesia dedicata alla sua primogenita Frieda, nata nell’aprile del 1960. La propongo in forma alchemica perché sin dalla prima lettura, avvenuta molti anni fa, mi ha impressionato quel singolare miscuglio di:

  • amore materno (L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro –  Un grido, e scendo dal letto);
  • distacco da osservatore esterno (Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti – scendo dal letto incespicando, pesante come una mucca e floreale);
  • senso di estraneità (il tuo nudo grido ha preso il suo posto fra gli elementi. – Nuova statua. – Non sono tua madre più di quanto lo sia la nuvola… )

che trasuda dalla poesia ed è in grado di catturare magneticamente alla stupefatta lettura  fino alla fine del componimento.

C’è soprattutto un verso che trovo incantevole, frutto del parossismo dello spirito di osservazione e della capacità eccezionale d’inventiva poetica, il verso dove la poetessa assimila la boccuccia sottile di un neonato a quella dalle linee altrettanto nitide, sottili e pulite del felino di casa. (La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto.) E’ un’originale similitudine, singolare e coraggiosa, concentrato di tutti e tre i filoni portanti del testo: amore materno, distacco e senso di estraneità

La Plath è una poetessa geniale, graziosa d’aspetto e con una personalità affascinante. Nacque a Boston il 27 ottobre del 1932.

Amava la perfezione, gli studi letterari, la poesia. Scrisse la sua prima poesia ad appena 8 anni, restò orfana di padre a nove, tentò il suicidio a 18, si laureò con lode a 23. Cercò per tutta la vita di compiacere la madre nel suo desiderio che la figlia conquistasse successi e perfezione

Sposò Ted Hughes, poeta laureato inglese e con lui, dopo un periodo felice a Boston, si recò a Londra e successivamente nel Devon. Il fascino di Sylvia Plath è reso ancora più profondo dal disagio psichico  culminato il 31 ottobre del 1963 nel suo suicidio, avvenuto a Londa in un appartamento che era stato abitato da William Butler Yeats

Molti articoli in rete riportano e commentano, raccontano e romanzano il suicidio di Sylvia. Chiudersi in cucina, sigillare porte e finestre con nastro adesivo e asciugamani bagnati, infilare la testa nel forno e morire avvelenata dal monossido di carbonio è certo un modo pensato e caparbio di morire.  I figli al sicuro nella stanza accanto hanno pronta accanto al letto la colazione: una tazza di latte, pane e burro. A breve, Sylvia sapeva, sarebbe arrivata un’infermiera alle cui cure era stata affidata dal medico la famiglia e che infatti ebbe la macabra sorpresa di trovare la poetessa morta. Forse Sylvia non voleva morire, ma formulare una disperata richiesta di aiuto, forse pensava nel suo inconscio che l’infermiera sarebbe arrivata per tempo e avrebbe chiamato i soccorsi, che l’avrebbero rianimata, forse all’opposto la sua ansia di perfezione si manifestò anche nel programmare e portare a compimento il suicidio, con un calcolo perfetto dei tempi, della resistenza fiacca del suo organismo, della riuscita del suo progetto.

Non stava bene Sylvia, era prostata dall’abbandono di Ted Hughes che era andato a vivere con Assia Wevill della quale si era innamorato, questa probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso del disagio. Già la Plath aveva dovuto affrontare la nascita di due figli e un aborto nel 1961, dunque dal 1960 come un continuo martellamento il suo equilibrio era stato messo a dura prova, ben sappiamo quanto la nascita dei figli sconvolge la vita dei genitori e quanto impegno richiede ad una madre. L’inverno tra il 1962 e il 1963 era stato particolarmente rigido e sia la Plath che i suoi figli si erano ammalati. I bambini avevano ancora la febbre. Questa sequela di eventi avrà portato la Plath alla scelta nefasta della resa definitiva.

Nel 1959 Sylvia aveva frequentato insieme ad Anne Sexton un corso di scrittura creativa che influenzò molto il modo di scrivere di entrambe. La Plath e la Sexton sono considerate infatti le maggiori esponenti femminili della poesia “confessionale” per quanto l’etichetta, usata anche in senso negativo, non esalti a sufficienza l’originalità, l’inventiva e la profondità degli scritti di queste due autrici. Anche la parola poesia “femminista” è riduttiva, non solo perché insufficiente ad esprimere la complessità della scrittura poetica, ma perché maschera un deteriore tentativo di ridimensionamento.

Tra le due poetesse però si sviluppò un rapporto prevalentemente competitivo determinato dalla volontà di Sylvia di eccellere, dalla sua continua ricerca di perfezione, e dal disappunto che ella provava nei confronti della Sexton che riusciva, a differenza di quanto riusciva a fare lei, a scrivere di getto.

L’anno 1960 tuttavia dette il via al periodo più prolifico e brillante della Plath. Pubblicò The Colossus, dedicato a Hughes che lei appunto considerava un genio, scrisse il romanzo autobiografico La campana di vetro, che era stato appena pubblicato quando lei si suicidò e una serie di riuscite poesie che confluirono nella raccolta postuma Ariel che vide la luce nel 1965.

Ted Hughes e la madre di Sylvia Aurelia Schober esercitarono un controllo sulle pubblicazioni postume dell’autrice, parti del diario che la Plath teneva sono state distrutte dal marito, a suo dire, per tutelare i figli, la Schober invece ha bloccato le pubblicazioni della figlia negli Stati Uniti.

Mi ha impressionato la scia di suicidi che seguono quello di Sylvia come una sequela nefasta di negatività. Assia Wevill si suicidò sei anni dopo la morte di Sylvia con sonniferi e gas insieme la figlioletta che aveva avuta da Hughes. Più di recente, nel 2009, si è suicidato Nicholas Hughes, oceanografo, figlio di Sylvia e Ted.

Certo queste scelte terminali sono testimonianza di vite vissute drammaticamente, e la poesia di Sylvia non è altro che il modo di rendere visibile, comprensibile, quasi esporre questa drammaticità esistenziale. Non per niente Sylvia scriveva sul suo diario «La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo» e più sotto in carattere maiuscolo «LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA»

Ted Hughes, al quale l’opinione pubblica addebiterà la responsabilità del suicidio della Plath, confesserà in uno dei suo ultimi scritti, il suo amore mai sopito per lei; nel frattempo dalla morte ad oggi, grazie alla poesia, quindi proprio alla sua scrittura,  Sylvia, ha conquistato l’amore di moltissimi lettori e lettrici, e di molti poeti e poetesse, alcuni dei quali tentano, senza successo, di riprodurne l’inimitabile stile.

Loredana Semantica

 

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Incipit 19: Un uomo

05 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Incipit, LETTERATURA

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Alekos Panagulis, Deborah Mega, Oriana Fallaci, Un uomo

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.

[…] 

Oriana Fallaci, Un uomo, Rizzoli, 1979

Un uomo è un libro scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979, in cui la scrittrice racconta la storia di Alekos Panagulis, suo compagno tra il 1973 e il 1976 e simbolo di libertà e democrazia. “La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.” In questo modo la Fallaci presenta la sua opera nel prologo, attribuisce al suo personaggio i connotati emotivi e caratteriali dell’eroe classico e racconta una vicenda che presenta le caratteristiche mitopoietiche dell’epopea. Il romanzo si apre con i funerali di Alekos che avevano radunato un’enorme folla di persone, paragonata ad una piovra, i cui tentacoli avevano intasato le strade adiacenti. La storia prende avvio dal tentativo da parte del giovane studente di ingegneria, Alekos Panagulis, di uccidere il tiranno della Grecia, Georgios Papadopoulos. L’attentato fallisce ed Alekos viene catturato, torturato e infine condannato a morte il 17 novembre 1968 dunque trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione. La sentenza viene rinviata più volte e infine mai eseguita grazie alle pressioni della comunità internazionale e al timore da parte del regime che l’attentatore diventi un martire e così, il 25 novembre 1968, Panagulis viene tradotto nelle prigioni militari di Boiati. Panagulis continua ad essere torturato per cinque anni ma non si piega al progetto dei suoi carcerieri affinchè diventi collaboratore della dittatura. Durante la prigionia tenta più volte di evadere dal carcere di Boiati, ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Negli ultimi due anni di carcerazione, i più duri, è imprigionato in una cella di pochi metri quadrati denominata “La Tomba”.  Dopo anni di prigionia e maltrattamenti tornerà libero a seguito della grazia ricevuta dal governo democratico che si instaura alla caduta del regime di Papadopoulos. Qualche giorno dopo incontrerà la Fallaci che si era recata a fargli visita per intervistarlo. Da quell’incontro, prenderà avvio la loro storia d’amore che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 1º maggio 1976. Uscito di prigione, Panagulis, viene conteso dalla destra e dalla sinistra ma si rende conto che la democrazia di quel tempo era una farsa e che il parlamento era soggiogato dal potere della dittatura militare, rappresentata da un nuovo colonnello. Sorvegliati dai servizi segreti, Panagulis e la Fallaci riescono a rifugiarsi in Italia, da cui cercano, senza risultati, confidando nell’appoggio dei politici italiani, di rovesciare il dittatore greco. La storia d’amore procede tra alti e bassi, la giornalista in questi anni perde il bambino che aspetta da lui. Qualche tempo dopo Panagulis si rende conto che dall’estero non ha il potere di cambiare la situazione in Grecia e decide di ritornare in patria, tenta di fondare un proprio partito politico ma la sua iniziativa fallisce.  Con il partito Unione del Centro – Nuove forze, riesce a farsi eleggere deputato. Negli anni successivi Panagulis tenta di raccogliere documenti e testimonianze per dimostrare la natura corrotta della democrazia greca ma si mette in contrasto con il ministro della difesa Evangelos Averoff. Quando comincia a diffondere i documenti segreti di cui è venuto in possesso, viene ucciso in un incidente stradale, provocato da due sicari. Nei mesi successivi alla sua morte il governo greco non supporterà l’evidenza dell’omicidio, ignorando le perizie italiane effettuate sull’automobile di Panagulis che dimostravano i chiari segni degli speronamenti e dei tamponamenti. Il libro si conclude riprendendo l’incipit in modo ciclico, con il funerale di Panagulis accompagnato dalle grida dell’enorme massa di persone che urlano: “Zi! Zi! Zi!” (Vive! Vive! Vive!), segno che il popolo ha intuito le verità scomode che Panagulis tentava di far emergere. La Fallaci scrive una storia romanzata in cui si pone come narratore interno, avendo vissuto in prima persona diverse esperienze; talvolta diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista non coincide con quello del suo protagonista. Negli ultimi mesi della sua vita, Panagulis aveva insistito con la scrittrice affinché lei scrivesse un libro sulla sua vita, una volta morto e lei realizzò questo desiderio delineando una figura di eroe moderno che si batte per la libertà e per la verità contro tutto e tutti. Il romanzo è diventato un best seller tradotto in ben diciannove paesi. La Fallaci è riuscita a rendere Panagulis  immortale ed eterno e a trasmettere un insegnamento ancora attuale: “non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”.

Deborah Mega

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Canto presente 28: Fabrizio Centofanti

01 giovedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

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Fabrizio Centofanti, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Fabrizio Centofanti

 

Volo/velo

Di attendere, di credere, di apprendere,

tutto è precluso dal negare,

irridere ogni volta, declassare.

Tappeti volanti della gioia,

rapitela, intanto che si fonde

con l’entourage del diavolo

in cravatta, sottratta all’orbita sacrale

delle cose! Ruttate, vomitate

il vostro odio, da scaffale

ammuffito di mercato.

Alzatela più in alto, che si veda

la stolida vittoria, l’apparente

sconfitta della storia.

 

L’Altro Mondo

Un Dio che scartavetra,

che lacera, che ottunde,

che scalza dai troni delle false

identità, che vomita

sui tiepidi, che fonde

nel forno fumante del rimorso,

che infonde una speranza a strappi,

un amore ferito e calpestato,

una luce introvabile che abbaglia,

un’attrazione per lo spolpamento,

per l’inutile appello, la preghiera

sospesa sull’abisso, in cui intravedi

il fondo, il Volto,

l’esito finale: l’Altro Mondo.

 

Ad ogni costo

Si può guardare in giù, come una volta,

giurare che mai più, che in quella morta

gora non torneremmo in nessun caso.

Convincersi che l’altro è l’emozione

giusta, non la paura di rischiare:

questo ti chiede l’Ora, che ci porta.

Mi guardi da un pianeta desolato

che solamente all’alba rassicura.

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Versi trasversali

18 giovedì Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Anna Maria Dall'Olio

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANNA MARIA DALL’OLIO

 

Angela Fresu in luce d’assenza

& luceluce irrompe             rompe

angela respiri tu mio respiro

dito disteso                                                                             tocca tua manina

& senso          tutto               rotolante

(tocca luce d’assenza)

se l’oro di tutto il mondo

se l’oro più bello più giocondo

se lattemiele luce d’assenzio

 

petto latte vita

*

L’annaspo. L’attacco.

Trovasti l’anima mia sul selciato

candele cadute muro crollato

vasi di tristezza sconvolta.

 

Con mani pazienti d’uomo sapiente

d’improvviso impavido imponente

rovi intricati recidesti.

 

Dall’anima mia potasti la morte:

 

                                                                prima con grida la riconoscesti

      poi la strappasti con disperazione.

*

Arte fabbrile

scintille sprizzate dal tasto

– entropia d’arte febbrile –

catrame si riversa sulla carta

come sangue sull’asfalto

 

piombo s’allenta

dondola a brezza di pinguino

 

oggetti quotidiani

riciclati in strutture 3D

in precipitati dalla stampante

 

come la tassa che ti calca il collo

ti porta in terra di nessuno

ti denuda come continrosso

 

oggetti già ben definiti

– cosa mai la definizione –

già fluidi come ketchup

 

sintetico/organico finemente

finalmente

per nuove essenze

per nuove esistenze

*

Primavera elettrica

Nel giardino sgocciola sporco amore

dal grembo grigiastro gronda magia.

 

Trilli elettrici (prove di cristallo)

brama di folgore                              brama d’altezza

cascate di                 contrappunti                                     confusi

 

musica           di pietre                     discorde danza

                    i fulmini di furia porpora

gocce glaciali                                   lamette d’acciaio.

 

Queste punte di freccia

colate blu-arancio

queste stelle                                    improvvise

 

la morte non corrompe

la guerra non cancella.

L’arcobaleno verzica.

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STEFANO D’ARRIGO: CREATIVITÀ LINGUISTICA IN HORCYNUS ORCA

15 lunedì Gen 2018

Posted by maria allo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, Filologia, LETTERATURA, SINE LIMINE, Uomini eccellenti

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scrittori siciliani

Horcynus-Orca-840x420

(La copertina dell’edizione tedesca di Horcynus Orca, che è stata riproposta quasi uguale anche in Francia.

Stefano D’Arrigo, originario di Alì Terme, in provincia di Messina, si è spento nel 1992. La sua biografia si lega indissolubilmente alla sua opera magna, Horcynus Orca, un poema epico moderno di quasi 1300 pagine, caratterizzato da un linguaggio innovativo e sperimentale. Considerato una delle opere più rilevanti, ma al contempo meno lette del Novecento italiano.

 Un lavoro che ha impegnato l’autore per quasi vent’anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, regionalismi segnici mono rematici e polirematici, rimandi all’epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del ‘900. Un impegno costante ,dicevo,  che ha contribuito a trasformare I fatti della fera (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi. Horcynus Orca è una lettura che manifesta l’immensa ricchezza tematica con cui Stefano D’Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l’Odissea e l’Eneide, l’Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano o a Moby Dick, sono tutti elementi che affascinano e costringono il lettore ad addentrarsi nella grandiosa costruzione su cui D’Arrigo ha trascorso una vita .” Si tratta di un romanzo sfrontato che mira niente di meno che a gettare un ponte tra Storia e Mito (ponte bombardato, come si vedrà), la cui mole, densità e qualità finiscono per intimidire, per tenere un po’ ai margini il lettore comune” dice  Paolo Mantioni. L’espressione “Horcynus Orca” ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine “orca”, fra altre cose, indica proprio l’orca assassina, come si può vedere nel celebre passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram («…cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae», Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a “Orcus”, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia, non ha interrotto il labor limae di D’Arrigo, il quale è tornato sul testo fino alla morte con ulteriori modifiche, seppur lievi, tant’è vero che la riedizione del 2003 reca nell’aletta di copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni d’autore.

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Stefano D’Arrigo

Stefano D’Arrigo (Alì Marina, Messina, 1919 – Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi su Hölderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo un’altra parentesi a Messina, si stabilì a Roma nel 1946, dove si dedicò al giornalismo e alla critica d’arte, frequentando pittori e mercanti d’arte. Intorno alla metà degli anni ’50, D’Arrigo passa all’attività letteraria scrivendo un libro di versi (Codice siciliano) e cimentandosi con un’opera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindici mesi tra il 1956 e il 1957. Quest’opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattosi per quasi vent’anni, diventerà Horcynus Orca. La prima questione da affrontare riguardo all’Orca e al suo significato nel romanzo concerne la particolare denominazione scelta da Stefano D’Arrigo nel titolo, perché il grande mistero che circonda l’animale comincia proprio da lì. Se è abbastanza noto che il nome zoologico dell’Orca è “Orcinus Orca” (o “Orcynus Orca”), meno noto è il fatto che l’espressione “Horcynus Orca” non ricorre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni “Orcinus Orca” e “Orcynus Orca”). Per i “pellisquadre” di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello “squadro”, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da “squadrare”, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), l’Orca è il “ferone”, cioè la ‘grossa fera’, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella ‘comportamentale’ della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che l’animale arrivato nello “scill’e cariddi” è un’Orca, dice via via che essa è l’”orcinusa”, l’”orca orcinusa”, l’”orcynus” (quest’ultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen…) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, l’Orca, quando non è detta semplicemente “orcinusa”, è connotata nei modi più svariati nell’inesauribile suppurazione linguistico-morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi “orcaferone” (da orca + ferone) e “orcagna” (da orca + carogna), troviamo anche, occasionalmente, “porca” (cfr. p. 801), “orcarogna” (da orca + carogna + rogna: cfr. p. 801), “orcassa” (da orca + carcassa: cfr. p. 955), “orcassale” (da orca + carcassa + sale: cfr. 967), “orcarca”. Ma allora, perché quell’H nella denominazione dell’animale che compare nel titolo? Secondo Walter Pedullà (cfr. la sua “Introduzione” a I fatti della fera), uno dei massimi esperti su D’Arrigo, poiché quell’H fa sì che leggendo solo le iniziali (HO) si ha quasi la formula chimica dell’acqua, D’Arrigo ha voluto segnalare un’identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita/morte. Questa ipotesi è ampiamente giustificata dal testo, perché D’Arrigo insiste spesso non solo sull’Orca come fonte di vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, essa è anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori, sia perché da viva porta loro la “cicirella”, cioè i banchi di anguille appena nate, sollevandola dal fondo del mare, sia perché da morta offre tutta se stessa come cibo e materia prima per la fabbricazione di oggetti d’uso quotidiano, come pettini, posate, scarpe, ecc.), ma anche sul mare come luogo in cui i pescatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il lavoro) e di morte (la carestia, la ‘morte per acqua’ come nella Terra desolata di Eliot, ecc.). In un passo-chiave, l’”animalone” è proprio definito «un essere dell’altro mondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due» (p. 668), ed è, questa, una caratterizzazione che si può benissimo adattare al mare, inteso come elemento originario, principio e fine di tutte le cose, sin dall’alba del pensiero occidentale. Per non dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo sperone, ‘Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto di sale, dal quale i pescatori tirano a riva l’”orcassale” (cioè la carcassa di sale dell’Orca), e poi vede l’Orca stessa ricostituirsi, riprendere l’antico aspetto, agitarsi furiosamente, rigenerare da sé il mare liquefacendosi dalla coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere «una goccia d’acqua nel mare», come se «il mare rivivesse dalla morte di quell’essere orcinuso, rivivesse, cioè a dire, dalla morte della Morte». Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la y nella denominazione latina dell’Orca, che, come visto, non solo è attestata nell’uso, ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione dell’H, quella della y è molto più congetturale, proprio perché non è un’invenzione di D’Arrigo. Pedullà propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y è il simbolo matematico di un’incognita, e poiché cade al centro della parola “orcynus”, sembra alludere alla piaga dell’animale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda all’origine della vita, intimamente connessa con la malattia e la morte, dei cui segreti l’Orca è depositaria. Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene l’idea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.).L’Orca, dunque, in quanto ‘Orco’ e ‘Leviatano’ nello stesso tempo (da un pescatore è paragonata a un drago favoloso che chiederà tributi di pesce spada che finiranno per ridurre alla fame la popolazione: cfr. p. 657), si presenta come il luogo d’incontro di due tradizioni generalmente alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così l’aspetto di un ‘segno’ simbolico mostruosamente (è il caso di dirlo) significante. Sui legami di Horcynus Orca con l’Odissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evidenza palmare e si ha avuto modo di esplicitarli, sebbene in parte (‘Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Calipso; femminote/sirene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che D’Arrigo chiama il mare dello Stretto «lo scill’e cariddi» sin dall’incipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, ‘Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti l’eroe omerico, dopo un’assenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta l’ordine nel suo piccolo regno facendo strage delle “fere” che infestano la sua casa, il povero “nocchiero” della Marina Italiana torna dopo soli  due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante auto affondatosi, trova la sua promessa “zita” Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie da anni (e invece è solo una “muccusa”, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un “ferone” i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po’ troppo nervosa. Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea (Eneide, VI, 273-281), descrive le fauci dell’Orco in un passo che contiene in nuce, personificate (Luctus, ultrices Curae,  Morbi, tristis Senectus, Metus, malesuada Fames, turpis Egestas, Letum, Labos, Sopor, mala mentis Gaudia, mortiferum Bellum, Discordia demens), praticamente tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dell’Orca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, discordia, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.). Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l’Orca/Orco. Tutto muore in esso, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dell’Orco: muore la forma di vita secolare dei cariddoti, il quali, se non scelgono il suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, l’eroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso “terremaremoto” del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del “dollaro” e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore ‘Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nell’attimo i cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore l’Orca, dopo aver dato l’illusione beffarda di essere una divinità benigna apportatrice di “manna”, quando invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che l’apparizione in superficie della “cicirella” è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai essa è segno di qualcosa, è segno solo dell’inutile tentativo di quest’ultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667). Che il grande romanzo di Melville (molto amato da Stefano D’Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio (si pensi solo al fatto che il signor Cama ha un manuale di cetologia illustrata che sembra proprio quello ipotizzato da Melville nel famoso capitolo 32 di Moby Dick), ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca l’Orca darrighiana verso il mostro biblico. Le varie credenze sull’Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D’Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nello spazio e la sua immortalità (che poi è l’”ubiquità nel tempo”). Nel secondo fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte. Abbiamo qui elementi sufficienti per ricondurre l’Orca di D’Arrigo, tramite Melville, entro l’alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubiquo e immortale può essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pelli squadre. Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D’Arrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede già a partire dal fatto che l’ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il leviatano. Tutto ciò, com’è evidente, apre la strada a un’interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell’intero romanzo, che lo stesso D’Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguardano direttamente l’identificazione dell’Orca con il leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ‘Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l’Orca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunità dei ‘giusti’ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi. Inoltre, nel suo addio alla “zita” Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ricordava … la posa dell’Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe al petto le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D’Arrigo crea un rapporto diretto con l’Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia d’orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p. 1015). Infine, come l’Orca, che, oltre a donare ai pescatori la cicirella, vitale per la loro alimentazione fino a quel momento quasi esclusivamente a base di fave secche (è il cibo per cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati), finisce per offrire loro in pasto tutto il suo corpo, ‘Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all’acquisto della barca, arca di salvezza per l’economia della comunità, dopo essersi prodigato per ottenere, con l’intercessione del Maltese, che gli inglesi arenassero l’animale morto, e il romanzo si chiude con lui morto nella sua barca-bara portata come un’arca dell’alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei ‘giusti’ attorno al corpo dell’Orca.

Maria Allo

Fonti

Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, introduzione di Giuseppe Pontiggia, Mondadori, 1982 (1975)

Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea – A.A. 2002-2003

http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/mare-nostrum-stretto-di-messina/39232/default.aspx

http://www.gazzettadelsud.it/news/spettacoli—cultura/17492/Quei-mostri-letterari–di-Stefano-D-Arrigo-.html

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Canto presente 27: Antonio Pibiri

12 venerdì Gen 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Antonio Pibiri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Antonio Pibiri

Il romanzesco in medicina

I

Teatro anatomico. In anticipo sulla lezione.
Dovrò spaccare una testa, il pensatoio…
non un vaso di terracotta
con dentro i rotoli di Qumran.
Nei vecchi trattati leggo metodi
per disincastrare le suture. Parte seconda.
“ Scegli la testa di un individuo tra i 15 e i 20 anni..”
Altra cosa uno sbircio, senza gilda
di chirurghi alle spalle e figure
in nero con gorgiera.
La cavità dell’occipite dispera la visuale.
Infilerò solo due dita,
e rinvenuta l’anima, il sogno,
tentare la sorgente. Infine bere
dalle mani che illumina.

II

Sindrome di Urbach-Wieth:
calcificazione dell’amigdala.
Una stupefatta assenza di paura.
Solo i riflessi a difesa. Il paziente
smette di pagare le imposte,
evitare la notte urbana, i crocicchi,
i manganelli, i coltelli a cedimento
erettile, come da teatro surrealista.

I ministri del Re, terrorizzati, loro sì,
sottovoce per portici d’oro s’interrogano
se epidemica colpisce
intero il popolo, quale antidoto,
quanto tempo l’Impero.

III

c’è solo una novità radicale
ed è sempre la stessa: la morte
Walter Benjamin

Dopo i dovuti accertamenti
riflesso bulbare encefalo
il fiume di terra dalle viscere
chiesi al medico legale
di poterlo di grazia tenere
con me per qualche giorno
a casa nel letto di sempre
(disteso il volto sul volto)
quello contro la parete a fiori
sul limite dove frangono i vetri i righi
prima che venisse consegnato
al tavolaccio e divaricatori
del dottor Tulp.
Quale occasione migliore per
lo scettico: a sua disposizione
una favolosa specola
un morto con vista
sull’aldilà.

di prossima pubblicazione presso l’editore “L’Arcolaio”

 

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Incipit 18: Dell’amore e di altri demoni

08 lunedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Dell'amore e di altri demoni, Gabriel Garcìa Màrquez

Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Manuel Clemente Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano svuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni:

«Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne».

Lo storico convento delle clarisse, trasformato in ospedale da un secolo, doveva essere venduto affinché al suo posto si costruisse un albergo a cinque stelle. La preziosa cappella era quasi scoperchiata per via del crollo progressivo del tetto, ma nelle sue cripte rimanevano sepolte tre generazioni di vescovi e badesse e altri personaggi di rango. Il primo passo consisteva nello sgomberarle, nel consegnare i resti a chi li avesse reclamati, e nel buttare i rimanenti nella fossa comune. Mi stupì il primitivismo del metodo. Gli operai sventravano le fosse a colpi di zappa e piccone, tiravano fuori le bare marce, che si sfasciavano appena venivano spostate, e separavano le ossa dall’impiastro di polvere con brandelli di abiti e capelli avvizziti. Più il morto era illustre e più il lavoro era arduo, perché bisognava frugare tra le vestigia dei corpi e cernere con sottigliezza i residui per recuperarne le pietre preziose e i pezzi di gioielleria.

Il capomastro copiava i dati della lapide su un quaderno da scolaro, sistemava le ossa in mucchietti separati, e metteva il foglio col nome sopra ognuno per evitare che si confondessero. Sicché la mia prima visione quando entrai nel tempio fu una lunga fila di cumuli di ossa, riscaldate dall’inclemente sole di ottobre che penetrava a fiotti attraverso gli spiragli del soffitto, e senz’altra identità che il nome scritto a matita su un pezzo di carta. Quasi mezzo secolo dopo sento ancora lo stupore che mi causò quella testimonianza terribile del passaggio devastante degli anni. C’erano,  fra molti altri,  un viceré del Perù e la sua amante segreta;  don Toribio de Cáceres y Virtudes,  vescovo di questa diocesi;  diverse badesse del convento,  fra cui madre Josefa Miranda,  e il baccelliere in belle arti don Cristóbal de Eraso,  che aveva consacrato metà della sua vita a fabbricare i soffitti a cassettoni.  C’era pure una cripta chiusa con la lapide del secondo marchese di Casalduero,  don Ygnacio de Alfaro y Dueñas,  ma quando l’aprirono si vide che era vuota e mai usata.  Invece i resti della sua marchesa,  donna Olalla de Mendoza,  avevano una lapide propria nella cripta accanto.  Il capomastro non vi diede importanza:  era normale che un nobile creolo si fosse allestito la sua tomba e che l’avessero sepolto in un’altra. Ma, nella terza nicchia dell’altare maggiore, dalla parte del Vangelo, ecco la notizia.

La lapide schizzò via in pezzi al primo colpo della zappa, e una chioma viva di un color rame intenso si sparse fuori dalla cripta. Il capomastro volle estrarla intera con l’aiuto dei suoi operai, e più la tiravano e più sembrava lunga e abbondante, finchè non uscirono gli ultimi capelli ancora attaccati a un cranio di ragazzina. Nella nicchia non rimasero che pochi ossicini minuti e dispersi, e sulla lapide di marmo corroso dal salnitro era leggibile solo un nome senza cognomi: Sierva Marìa de Todos los Angeles. Dispiegata a terra, la chioma splendida era lunga ventidue metri e undici centimetri. Il capomastro mi spiegò senza stupore che i capelli umani crescevano di un centimetro al mese anche dopo la morte, e ventidue metri gli sembrarono una buona media per duecento anni. A me, invece, non sembrò così comune, perché da bambino mia nonna mi raccontava la leggenda di una marchesina di dodici anni la cui chioma le strascicava appresso come la coda di un abito da sposa, che era morta di mal di rabbia in seguito al morso di un cane, e che era venerata nei paesi dei Caraibi per i suoi molti miracoli. L’idea che quella tomba potesse essere la sua fu la mia notizia di quel giorno, e l’origine di questo libro.”

Cartagena de Indias, 1994

Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò trabacche di indiani e banchetti della lotteria, e passando morse quattro persone che si trovarono sul suo percorso. Tre erano schiavi negri. L’altra fu Sierva Marìa de Todos los Angeles, figlia unica del marchese di Casalduero, che si era recata con una domestica mulatta a comprare una filza di sonagli per la festa dei suoi dodici anni.

[…] 

Gabriel Garcìa Màrquez, Dell’amore e di altri demoni, Mondadori, 1994 

 

Dalla prefazione, apprendiamo che il libro prende spunto dal ritrovamento di un’antica tomba, presso lo storico convento delle clarisse. Presentando per verosimile una situazione assurda, i capelli infatti non crescono dopo la morte e collegando la singolare scoperta ad un’antica leggenda di una bambina dai lunghissimi capelli rossi, venerata nei Caraibi per i suoi miracoli, Màrquez parla dell’amore inteso come demone. Protagonisti di quest’amore, una bambina, un padre e un prete esorcista.

Il romanzo è ambientato in Colombia ai tempi dell’Inquisizione spagnola. Narra la storia di una giovane marchesina dai capelli rossi, Sierva María de Todos los Ángeles, figlia di un pigro marchese, Don Ygnacio de Alfaro Y Duenas e di una contrabbandiera, Bernanda Cabrera. La ragazza, indesiderata e trascurata dai familiari, cresce insieme alla servitù e apprende i loro dialetti e i loro rituali. A causa dell’odio della madre e dell’indifferenza del padre, cresce isolata da tutti. Il giorno del suo dodicesimo compleanno, al mercato coloniale, Sierva María viene sfiorata e graffiata alla caviglia da un cane rabbioso senza però manifestare alcun sintomo della malattia. Due giorni dopo il cane muore di rabbia e viene appeso ad un albero. Solo a quel punto il marchese riscopre l’amore per la figlia e fa di tutto perché guarisca affidandola alle cure di un discusso medico di nome Abrenuncio. Ciò nonostante, la “malattia” della ragazza peggiora, fino a farla ritenere posseduta dal demonio: il vescovo della città ordina al padre di rinchiuderla nel convento delle monache di clausura, dove la ragazza subisce i soprusi delle altre monache che la credono una creatura di Satana, anche per via della sua chioma ramata che lei ha fatto voto di tagliare solo dopo le nozze. Anche il comportamento selvaggio e le manifestazioni di ira vengono scambiate con le manifestazioni tipiche della rabbia o prese per “sintomi inequivocabili di una possessione demoniaca”. Ad aiutare la ragazza interverrà un giovane prete, Cayetano Delaura, che cercherà di salvarla, dimostrando che non si tratta di possessione nè di mal di rabbia. All’inizio la ragazza è molto diffidente e ostile, in seguito lui riesce a conquistarla con i versi di Garcilaso de la Vega. Tra il prete e la ragazza nasce, mettendo a dura prova la fermezza di lui, il «demone più terribile», l’amore. Màrquez rappresenta personaggi sempre ambigui, avvolti in un alone di mistero, unici ed impenetrabili nelle loro caratteristiche più evidenti come l’intolleranza religiosa del Santo Uffizio, il bigottismo del vescovo e delle suore, la coerenza e la libertà dai pregiudizi del prete esorcista e così via.

García Márquez nasconde dietro a un intreccio semplice e ad un’emozionante storia d’amore la critica alla Santa Inquisizione e descrive il ruolo non sempre positivo svolto dalla chiesa cattolica nei confronti degli schiavi importati dall’Africa, considerati come delle bestie e nei confronti di chi era sospettato di eresia o di essere vittima del maligno. Lo scrittore, mentre descrive personaggi e ambienti, conferendo un tono evocativo a tutta la vicenda, sottolinea l’importanza di non appoggiare mai fanatismi e ideologie estremiste. La prosa di Marquez è scarna ed essenziale, limpida e struggente, e sembra rievocare le atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e i temi de “L’Amore ai tempi del colera”, in cui l’eros diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Il lettore viene trasportato in un mondo surreale e magico capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Deborah Mega

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EPIFANIA

06 sabato Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Mario Luzi, Onore del vero

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Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi” Gislebertus, 1130

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi
da Onore del vero (1957)

 

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Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Fuga in Egitto” Gislebertus, 1130

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IL PRIMO GENNAIO

01 lunedì Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Eugenio Montale, Il primo gennaio, Satura

The silence - Edward Miller

Edward Miller (1875-1943)  – The silence

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Eugenio Montale, da Satura, 1971

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Natale di Giorgio Caproni

25 lunedì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in ARTI, Rose di poesia e prosa

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Giorgio Caproni

Sandro_botticelli_e_bottega,_madonna_col_bambino_e_san_giovannino_in_un_tondo,_1490-1500_ca._03

Sandro Botticelli, Madonna con Bambino e San Giovannino, particolare (1490-1550 ca.)

Con l’opera di Sandro Botticelli e la poesia di Giorgio Caproni, il blog Limina mundi e la redazione augurano BUON NATALE.

Nel gelo del disamore…
senza asinello né bue…
Quanti, con le stesse sue
fragili membra, quanti
suoi simili, in tremore,
nascono ogni giorno in questa
Terra guasta!…

Soli
e indifesi, non basta
a salvarli il candore
del sorriso.

La Bestia
è spietata. Spietato
l’Erode ch’è in tutti noi.

Vedi tu, che puoi
avere ascolto. Vedi
almeno tu, in nome
del piccolo Salvatore
cui, così ardentemente, credi
d’invocare per loro
un grano di carità.

A che mai serve il pianto
– posticcio – del poeta?

Meno che a nulla. È soltanto
fatuo orpello. È viltà.

(Giorgio Caproni)

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Autori presenti: letteratura e poesia

23 sabato Dic 2017

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA

≈ 1 Commento

Un blog si differenzia da una pagina internet perché gli articoli che vengono man mano pubblicati sono ordinati sempre cronologicamente e, qualora la si selezioni, anche per categoria. Ciò non rende molto agevole la consultazione degli articoli pubblicati per autore. Per esaltare l’aspetto corale di Limina mundi abbiamo pensato di introdurre un’indicizzazione che evidenzi la ricca partecipazione autoriale. Abbiamo quindi creato la pagina degli

AUTORI PRESENTI (letteratura e poesia)

raggiungibile dal link appena sopra riportato, link peraltro ben evidente costantemente nella home del blog Limina mundi, appena sopra il nome del blog, subito dopo le pagine “about”, “chi siamo”, “autori che hanno collaborato con noi”.

La pagina è strutturata come segue: è riportato il nome di ogni autore presente sul blog e sotto il suo nome il link agli articoli dove è presente.  L’ordine nominativo è alfabetico per nome. Qui sotto sono riportati i nominativi degli autori finora presenti.

Va da sé che qualche refuso è sempre possibile, nel caso vi accorgeste di qualche svista o dimenticanza saremo lieti di ricevere il vostro aiuto per perfezionare il lavoro di indicizzazione.

La pubblicizzazione di questa pagina a ridosso della festività natalizia rappresenta un  piccolissimo regalo e grande ringraziamento per la presenza e i contributi da ciascuno prodotti nel tempo.

INDICIZZAZIONE DEGLI AUTORI PRESENTI IN LIMINA MUNDI PER LETTERATURA E POESIA:

ADRIANA GLORIA MARIGO
ALESSANDRA CARNAROLI CARLONI
ALESSANDRA FANTI
ALESSANDRO ASSIRI
ANILA RESULI
ANTONIO FIORI
ANTONIO PIBIRI
BEATRICE NICCOLAI
CHRISTIAN TITO
CLAUDIA PICCINNO
CRISTINA BOVE
DAìTA MARTINEZ
DANIELA RAIMONDI
DEBORAH MEGA
ELIO RIA
ELISABETTA MALTESE
EMILIA BARBATO
ENRICO CERQUIGLINI
FABIO PUSTERLA
FABIO STRINATI
FABRIZIO CENTOFANTI
FERNANDA FERRARESSO
FILIPPO PARODI
FLAVIO ALMERIGHI
FRANCESCO PALMIERI
FRANCESCA PELLEGRINO
FRANCESCO SEVERINI
FRANCESCO TONTOLI
GIACOMO CERRAI
GIANFRANCO LAURETANO
GIOVANNA IORIO
GIOVANNI BALDACCINI
GIOVANNI CAMPI
HENRY ARIEMMA
IRENE GIUFFRIDA
IRENE ESTER LEO
LEOPOLDO ATTOLICO
LILIANA ZINETTI
LOREDANA SEMANTICA
LUCA DI STEFANO
MARAM AL MASRI
MARIA ALLO
MARIA GRAZIA CALANDRONE
MARIANGELA RUGGIU
MARINA RACCANELLI
MARIA RITA ORLANDO
MARISA GUAGLIARDITO
MASSIMO MORASSO
MAX PONTE
MONICA PULEO
PAOLA CASULLI
PIER FRANCESCO DE IULIO
PIER FRANCO ULIANA
PIER MARIA GALLI
RAFFAELLA TERRIBILE
RITA PACILIO
SALVATORE SBLANDO
SEBASTIANO PATANE’ FERRO
SILVIA CALZOLARI
SILVIA ROSA
SONIA LAMBERTINI
STEFANO DELLA TOMMASINA
STEFANO GUGLIELMIN
VERONICA PINTO
VIOLA AMARELLI

Grazie a tutti.

Introduzione a cura di Loredana Semantica.

Indicizzazione a cura di Deborah Mega.

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NOTTURNI

21 giovedì Dic 2017

Posted by frantoli in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Notturni

NOTTURNO I

io, di notte

conto sempre i quarti d’ora

e in molti ovili il contatore mi salta a tal numero

e tastando le pecore nel sonno sento che hanno

quel pelo che immagini sotto ci sia chissà cosa e

allora io, di notte

oltre alle cose che mi passano accanto

mi tengo lontano dal sonno dei lupi

in una veglia interiore che molte volte

attende un albeggiare pallido

come fossi immerso con le mani nel nulla

a dipanare i fili che

 

invece io, di notte

sto lì a tendere

e ogni filo, di notte, diventa il mio tessuto

che si fa e si disfa in una trama sempre nuova

come se raccontasse quella storia o quell’altra

e a volte con la navetta e il pettine

di un telaio musicale

 

purtroppo io, di notte

a furia di cantare curvo sulle corde tese

mi consumo come se consumassi la notte stessa

e quando anche ne aspettassi un’altra

la notte

le altre volte tesse sé stessa senza che

 

insomma io, di notte

possa cantarne i suoi oscuri motivi notturni

sicché la notte

mi vince con la forza della sua musica

e i suoi disegni pare si cancellano non appena

 

per caso io, di notte

cesso di far fluire le mezzore nelle clessidre

e dimentico di svuotare nel cielo della notte

la sabbia delle stelle

il tempo consumato nelle veglie

 

 

NOTTURNO  II

 

Tu, stanotte

hai di che dormire

stringo la tua mano

tengo nella mia mano il tuo sonno

veglio i fremiti della tua elettricità

che ti attraversano i palmi su binari che si biforcano

e la pulsazione delle tue vene

mi fa pensare che di notte vivi di altro ulteriore

e mi aiuti con il sonno a stare in questa notte

tu, stanotte

col treno fai arrivare alle stazioni

gli esseri alati che volano nel tuo sogno

delle cui storie mi racconterai domani

e lì accadono cose che ti fanno muovere labbra

e aggrottare sopracciglia, distendere gli arti

accennare a un dolore e fare di conto

e attraverso sottrazioni dell’essere

arrivi a sospirarmi qualcosa che non capisco

nella lingua che precede la poesia

 

 

NOTTURNO III

 

la notte per loro è una tana

si nascondono chiusi dentro quel bozzolo

e l’odio che secernono a ogni sogno

li fortifica convincendoli che sono nel sogno giusto

e che il mondo è conforme a quello

che c’è da aspettarsi da un mondo

il loro sonno ronza progettato giustamente

come è progettato il piano inclinato sul quale rotolare

al risveglio la notte li avrà ricaricati

avranno molte tacche ai loro archi

molte sfide di finanza li attendono

come assalire e predare, uccidere variando i tassi finanziari

considerano la speranza una sconfitta

la notte non li trascura, e stando lì a oliare gli indici

metteranno in ginocchio le loro madri prima che faccia giorno

 

NOTTURNO  IV

 

Buttato in un aeroporto

la notte non mi fa paura

saporiti dormiamo tra le valigie

sogniamo fusi orari come quelli

dei quadri di Dalì in terre desolate.

Si è fermato alle tre di questa notte

il tempo ha bivaccato cantando

la canzone di chi chiede asilo.

Ognuno al cellulare fotografa la scena

dove i bambini restano di stucco

ridendo sui cartoni illuminati.

 

Chi dorme sogna i suoi vent’anni

li avrà chi non li ha mai avuti da vivo

la notte stanotte non mi ha divorato.

 

 

NOTTURNO  V

 

tenta la notte ancora di annottare

scende, tratta col vento la sua tregua

ma i patti erano patti e dilaga

lungo questo asse non ancora invernale

attendiamo uno strano Godot dall’Artico

si avvicendano i nuovi giorni al calendario

senza che si veda nulla all’orizzonte

dalla nostra fortezza il tenente ispeziona l’oscurità

nel deserto di cose che abbiamo davanti

c’ è l’idea di un nuovo crollo del fronte

spediremo lettere a casa con “amore mio”

come solo ed eterno richiamo che filtri calore

e il ricordo di un pianto dentro un foglio inzuppato.

 

 

NOTTURNO VI

 

Notte di una notte senza fine

notte il cui confine non arrivo a percepire

notte che passo dentro ad altre notti

in bilico a sedere su una sponda di letto

di un orizzonte opaco e imperfetto

Notte che il giorno me lo racconto e me lo canto

me lo tengo stretto accanto sul cuscino

lo vivo come sogno di luce, di cammino

E immagino un rumore di passi che percorrono la notte

con l’aria che si ingoia di notte ad un aprir di finestra

e in quell’affaccio ti vedo attraversare il filo delle ore

che contate e ricontate non sono più notte

su ore non ancora calde che non fanno il giorno

Notte che annotti sulla città

afferrando e scuotendo lampioni

con un vento che vorrebbe parlarmi

senza aver proprio nulla da dire.

Sarebbe molto meglio dormire

quasi (almeno) come un piccolo morire.

 

Francesco Tontoli

 

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PRELUDIO Nota critica di Adriana Gloria Marigo

15 venerdì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ 5 commenti

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Adriana Gloria Marigo, Francesca Diano, Patrizia Da Re

 

Chi siete voi, animali, psychai che ci visitate in sogno?

James Hillman, Presenze animali

 

Nella ricca e dettagliata Introduzione a Bestiario, Francesca Diano illustra con attenzione appassionata – potremmo dire con dedizione di calda, devota e gentile familiarità, proprio come accade quando si partecipa con sentimento intimo a vicende che ci riguardano – l’origine, la gestazione, la nascita e infine il lascito culturale ed emozionale di sedici poesie il cui argomento sono gli animali. Dalle pagine necessarie ad accompagnare il lettore nel viaggio dedicato alle “bestie”, Francesca ci immette entro testi che appartengono a quella speciale categoria di libri che nel Medioevo raccontavano di animali reali e immaginari in manoscritti di grande bellezza per le miniature che cesellavano l’opera calligrafica realizzando un’alta significanza estetica e simbolica in quanto il contenuto di ordine morale dei racconti in prosa o in poesia si coniugava con la pazienza amanuense e l’opera pittorica dei miniaturisti. In questa raffinata tradizione che assume in sé archetipi, simboli, metafore, allegorie, che si radica in espressioni artistiche molto lontane dai secoli del Medioevo per cui l’origine remota ci raggiunge carica di fascinazione come un richiamo cui non si può non rispondere, si inserisce il lavoro poetico dell’autrice che ha specchiatura nelle forme e nel colore del lavoro artistico di Patrizia Da Re: animali carichi di pathos – forza contrapposta a logos – connotano tra apollineo e dionisiaco i racconti mitologici della poetessa secondo una tecnica pittorica che elabora il monotipo con pennellate di colore realizzanti un’armonia perfetta tra la parola della poesia e l’immagine della pittura. Possiamo affermare senza tema di smentita che in Bestiario si realizza il concetto oraziano di Ut pictura poësis: tra la parola scritta di Francesca Diano e la visività del dettato pittorico di Patrizia Da Re si manifesta lo speciale matrimonio alchemico di due pensieri immaginali che si riconoscono d’affinità immediata e complementare, e in questo numinoso incontro si avvera l’oggetto concreto del “libro bello” nato dal ponte misterico gettato negli spazi liminari tra conscio e inconscio accogliendo nei modi dell’anima le figure archetipali nella loro vibrazione fortemente eidetica e creativa.

Il mondo, la natura, e nel caso specifico Bestiario con cui la poetessa ci porge la postura mitica degli animali – quelli che dalle profondità del metapensiero dove senza tempo né spazio vivono gli dei, l’hanno raggiunta empaticamente sorgendo da epoche sacre a consegnare messaggi da decriptare, comprensibili a chi conosce il cifrario simbolico e si muove tra gli archetipi riconoscendoli nella loro eternità vivi, pulsanti essenza di creato, di multiverso, e capaci di accendere parole in cui riconoscere la sacralità al contempo chiara e oscura, pervasa da “timor sacro” –, vengono incontro a chi è in relazione analogica con la parola, e in generale con l’altro da sé, nei modi per i quali Jacques Bénigne Bossuet,  in Elevation à Dieux, scrive «Les anges conversaient avec l’homme, en telle forme que Dieu permettait, et sous la figure des animaux. Eve donc, ne fut point surprise d’entendre parler le serpent». (Gli angeli conversavano con l’uomo, nella forma che Dio consentiva, e sotto l’aspetto degli animali. Eva dunque, non fu affatto sorpresa di sentir parlare il serpente).

Tra gli animali carichi di mito, tra la loro presenza pregna, perturbante, evocatrice, suggeritrice e la poetessa, si stabilisce dunque un rapporto privato, una sorta di appartenenza degli uni all’altra secondo un richiamo, un ascolto e infine una risposta che si materializzano nella parola: esattamente come una irrinunciabile e improrogabile necessità, poiché in essa è l’affermazione dell’essenza della realtà che è sempre oltre il visibile, e dunque metafisica. Francesca Diano compie una restituzione: ricevuto il dono eidetico, assunti in sé i fondamentali eterni, li elabora secondo la parola della poesia, la musica che al contempo le è intrinseca ed estrinseca, e costruisce un’opera sapienziale: l’Axis Mundi, ossia la linea che collega ciò che sta al di qua con ciò che sta al di là dell’immaginale e che nella storia delle religioni e delle mitologie è ravvisabile nell’albero cosmico – ma non solo, poiché anche un animale lo simboleggia, come qui testimoniano i versi de Il Serpente dove espressamente è scritto «Sensuale Signore arrotolato/ Lungo l’asse del mondo/ Quetzalcoatl di piume ornato» – sottaciuto, ma implicito in Bestiario, è attorniato dalle ierofanie degli animali che ci collegano al Cielo, alla Terra e agli Inferi.

Le sedici poesie di Bestiario riconoscono il molteplice che gli animali incarnano a livello intellettuale, la presenza dell’ “animale interno”, l’urgenza e l’importanza psicologica di viverlo e integrarlo, poiché nel piano psichico esso è una figura numinosa, dalla quale è vano fuggire come testimoniano i versi de Il Ragno: come un mantra di grazia aerea, giocosa, dichiarano l’impossibilità di esimersi dal legame con gli archetipi, in particolare il Tempo in cui si è immersi e incombe su ciascuno ineffabile:

 

Ragna stellata ragna bigotta

Tessi piviali ma soffri di gotta.

Trova l’incauto in mezzo ai tuoi fili

La fine giusta compenso dei vili.

Ragna lenta, ragna paziente

Il tempo lavora e mai non ti mente.

Sei machiavellica, tu non hai fretta

Vince pur sempre chi tempo aspetta.

Ragna bigotta, ragna stellata

Sei un insettino in vesti di fata

 

Il Tempo è in gran parte il filo conduttore dell’opera: l’autrice sa molto bene che la dimensione eterna è la circolarità sulla quale tutti i momenti inscritti sono congiunti da un innato bisogno di continuità, che la Storia, pur nelle sue incomprensibili sconnessioni o eventi illogici ha corso ineluttabile e che tutto è simbolo e proiezione e che anche gli animali incarnano il dettato simbolico. Ecco dunque che in Bestiario si celebra ciò che Matilde Morrone Mozzi scrive nelle pagine introduttive a Bestiario. Libro degli animali simbolici in C. G. Jung « Nelle mitologie, nei riti, nelle religioni, così come in letteratura e nelle fiabe e nelle leggende, gli animali sono portatori di contenuti che hanno accompagnato l’uomo nel corso della sua storia, formando il massimo sistema simbolico della coscienza umana, dal tempo della preistoria. Da sempre sono stati investiti delle dimensioni affettive, estetiche, poetiche ed oniriche; anche per la psicologia arcaica delle culture di tutto il mondo il divino è in parte animale, e l’animale è in parte divino. (…) Se la nostra vita dipende anche dalla continuità con quanto ci ha preceduto, allora lo sguardo retrospettivo sugli animali ci aiuta a disvelare quelle configurazioni che compaiono ripetutamente e che rimandano a realtà archetipiche », e – in particolare – nei versi de Il Falco dedicati all’assolato mito egizio l’ambiguità delle vicende umane, l’inscindibile compresenza della luce e dell’ombra, la necessaria impossibilità di uscire dalla polarità, poiché questa è tensione propulsiva al superamento di ciò che è immanente.

 

Dalle sabbie ardenti

Horus Potente per il suo Cuore

Dio falco dalle pietre venerato

Artiglia i secoli roventi.

Cavaliere solerte dell’aria

Anima doppia dell’Inca – Inti

Forte potente nobile bello

Figlio del Sole in forma d’uccello.

Alla tua immagine si riconduce

Colui che dalle tenebre invoca la luce

 

I versi della prima poesia L’Ape, ma anche i già citati de Il Ragno, si collocano – per la loro sonorità in stretto rapporto con il contenuto simbolico – entro ciò che Elémire Zolla esprime in Le potenze dell’anima. « La catena metaforica del respiro si avverte dunque al suono stesso delle parole, essa vive anche nella loro etimologia. Ed è a questa catena che si connette quell’insieme di movimenti interiori e invisibili dell’uomo il quale costituisce l’anima e l’animo e lo spirito. (…) Oltre a questa catena l’interiorità si può connettere a quella, appunto, di “ciò che sta all’interno” e designarsi come intimità, appunto, o nocciolo, o cuore».

La particolarità dei bestiari, fin dai più antichi, come l’opera  greca Physiologus, che degli animali e delle loro caratteristiche dava una interpretazione di ordine simbolico e religioso, testimonia «l’idea che gli animali simbolici stabiliscano un duplice accostamento: l’uno con le nostre radici, aprendo uno spiraglio sulla prospettiva mitica; l’altro con noi stessi, perché essi sono della stessa natura del sogno» (Matilde Morrone Mozzi). A questo carattere composito di presenza accompagnante e onirica, sono dedicati i versi de Il Cane: « Custode dei morti, compagno di veglie», ma tutte le poesie attestano la valenza di animali custodi investiti dal genius ora benefico, ora malefico così che transitiamo nella scena diurna  e notturna dove agiscono destino e custode.

Il dettato di Bestiario ha valenza poetica e concettuale sapienziale: gli animali che hanno ispirato come insufflando il loro spirito entro quello della poetessa sono le immagini che popolano la psiche e agiscono nell’anima producendo le azioni che costruiscono la vita e l’acquisizione del sapere nella complessità del volto con cui si mostra il visibile e l’invisibile, la loro coesistenza, come è scritto ne Il Cavallo

 

Nel mito Poseidon ti diede la vita

E Demetra fu una giumenta screziata.

Re Marco, possente stallone

Galoppava sulla spiaggia iridata.

Cavallo pallido, cavallo nero

Fantasmi voraci e tremendi

Col demone Kelpie la notte tracciate

Archi selvaggi a falcate roventi.

Potente signore che regna la notte

Dall’occhio umido, dal pelo caldo

Simbolo orfico di conoscenza

E di rinascita dal cuore saldo

 

La bellezza complessa del contenuto, che rivela la natura orfica del mito, lo spettro luminoso dei suoi numerosi corollari è la riva in cui confluiscono le assonanze dell’elegante fattura del verso che nella leggerezza ora aerea, ora terrestre, ora equorea, ora ignea, segue la flessuosità del mondo immaginifico germogliando ritmi e suggestioni capaci di ricordare ora l’invocazione – Lo Scarabeo –, ora la salmodia  – La Lumaca, Il Ragno – per cui potremmo ricordare con Ippolito Nievo che «le salmodie sacre con quel loro tenore mesto e solenne hanno sempre commossa l’anima mia», ora  l’inno – L’Ape, Il Cane, Il Gallo –, ora il semplice e icastico ritratto en plein air de Il Corvo

 

A novembre, sui prati secchi

Saltellano torme di corvi

Neri principi dell’inverno

Sotterranei signori torvi.

Demiurghi oscuri della rinascita

Sottili signori dell’aria

Formule alchemiche della materia

Che dal mondo dei morti s’irradia

 

 

                                                                                                                          Adriana Gloria Marigo

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La gallina

11 lunedì Dic 2017

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Clarice Lispector, Legami famigliari

La protagonista di questo racconto di Clarice Lispector, tratto da Legami famigliari (Laços de Família), è una gallina. Il pennuto, nel corso della vicenda, non solo dimostra di avere una grande personalità ma, nonostante sia stata acquistata per essere cucinata, riesce anche a sfuggire ad una morte certa.

C’era una volta una gallina, di domenica. Ancora viva perché non erano ancora le nove del mattino. Pareva tranquilla. Da sabato si era rannicchiata in un angolo della cucina. Non guardava nessuno, nessuno la guardava. Anche quando l’avevano scelta, palpando la sua intimità con indifferenza, non avevano saputo dire se era grassa o magra. Era impossibile avvertire in lei una qualsiasi ansietà. Fu perciò una sorpresa quando la videro aprire le ali dal corto volo, gonfiare il petto e, con due o tre balzi, raggiungere la rete del terrazzo. Vacillò ancora un attimo – il tempo necessario perché la cuoca lanciasse un grido – ed eccola già sul terrazzo del vicino, da dove, con un altro goffo volo, raggiunse un tetto. Lí rimase, insolita decorazione, esitando ora sull’una ora sull’altra zampa. La famiglia venne convocata d’urgenza e con costernazione vide il proprio pranzo accanto a un comignolo. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre piú pressante. Di tetto in tetto fu percorso piú di un isolato. Poco avvezza a una lotta selvaggia per la vita, la gallina doveva scegliere da sola il percorso senza l’aiuto di una risorsa istintiva. Il giovane era però un cacciatore mediocre. Ma per quanto esigua fosse la posta in gioco, era stato ormai lanciato il grido di battaglia. Sola al mondo, senza padre né madre, lei correva, ansimava, muta, concentrata. Di quando in quando, nella fuga, si posava ansante sulla gronda di un tetto e mentre il giovane si arrampicava con difficoltà su su per altre gronde, aveva il tempo di riprendersi un momento. E allora sembrava del tutto libera. Stupida, timida e libera. Non vittoriosa come sarebbe stato un gallo in fuga. Cosa c’era nelle sue viscere che faceva di lei un essere? La gallina è un essere. È pur vero che su di lei non si può minimamente contare. Neppure lei contava su se stessa come invece un gallo crede nella sua cresta. Il suo unico vantaggio era che essendoci tante galline, se ne muore una, immediatamente al suo posto ne nasce un’altra cosí simile da sembrare la stessa. Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, il giovane la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata. E subito, presa per un’ala, fu portata in trionfo attraverso i tetti e buttata con una certa violenza sul pavimento della cucina. Ancora frastornata, la gallina si scrollò chiocciando rauca e indecisa. Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta. Forse era prematuro. E subito dopo, nata com’era per la maternità, pareva una vecchia madre esperta. Si accovacciò sull’uovo e rimase lí a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi. Il suo cuore, cosí piccolo a vederlo in un piatto, sollevava e abbassava le penne riempiendo di tepore quello che altro non sarebbe mai stato se non un uovo. Solo la bambina le stava accanto e aveva assistito esterrefatta alla scena. Non appena riuscí a riprendersi dallo sbigottimento si alzò da terra e uscí gridando:

– Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Tutti tornarono a precipizio in cucina e circondarono in silenzio la giovane puerpera. Riscaldando suo figlio la gallina non era né amabile né scontrosa, né allegra né triste, non era nulla, era una gallina. Cosa che non suscitava nessun particolare sentimento. Il padre, la madre e la figlia la stavano ormai guardando da un po’ senza pensare a niente di preciso. Nessuno mai aveva accarezzato una testa di gallina. Infine il padre con piglio brusco prese una decisione:

– Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò piú galline in vita mia!

– Neanch’io! – giurò la bambina con ardore. La madre, infastidita, scrollò le spalle.

Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia. La bambina, di ritorno da scuola, gettava lontano la cartella senza interrompere la sua corsa verso la cucina. Il padre ogni tanto si ricordava ancora: «E dire che l’ho obbligata a correre in quello stato!» La gallina era diventata la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere cosí, tra la cucina e il terrazzo di servizio. Valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento. Ma quando tutti in casa erano tranquilli e sembravano averla dimenticata, si armava di un modesto coraggio, vestigio della sua grande fuga – e circolava sull’ammattonato con il corpo che avanzava cadenzato dietro la testa, come se si trovasse su un campo di battaglia, malgrado la sua piccola testa la tradisse, muovendosi rapida e tremante, con l’antico spavento della sua specie ormai divenuto meccanico. Di quando in quando, sempre piú di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. In quei momenti riempiva i polmoni dell’aria poco pulita della cucina e, se alle galline fosse concesso di cantare, lei non avrebbe cantato, ma sarebbe stata alquanto piú felice. Anche se, neppure in quei momenti, l’espressione della sua testa vuota si alterava. Quando fuggiva o nei momenti di riposo, mentre faceva l’uovo o becchettava il grano – era una testa di gallina, la stessa che era stata disegnata all’inizio dei secoli. Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

Clarice Lispector, Legami famigliari, Feltrinelli, trad. di Adelina Aletti

Laços de Família è una raccolta  pubblicata nel 1960 e costituita da tredici racconti, alcuni dei quali erano stati pubblicati nella rivista Senhor. In questo racconto si ha la scrittura semplice e lineare di una cronaca familiare. La Lispector racconta dei cappi, dei legami che nascono spontaneamente nella vita di tutti i giorni. Qui il cappio è rappresentato dall’uovo di una gallina che non va più ammazzata, Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Le storie racchiuse in Legami famigliari contengono messaggi semplici ma significativi. La Lispector avverte il lettore affinchè non esageri, non perda di vista la realtà perché l’equilibrio è sempre qualcosa di delicatissimo e precario. Sosteneva infatti che «quando c’è umorismo, è umorismo triste», che «amava il mondo, ma con repulsione», e che «quella bellezza estrema la disturbava». Le sue storie sono costruite attorno ad una continua tensione emotiva e a pochi elementi narrativi, a intime ribellioni, a pensieri aggrovigliati, tanto che la stessa autrice, in postfazione, confessa che certi suoi racconti le sono incomprensibili ma sono pur sempre accattivanti e piacevolissimi, c’è da aggiungere.

Deborah Mega

 

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

06 mercoledì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

La tristezza sulle mie spalle
è una camicia di tessuto da vela
lavato nell’acqua di mare
con una spazzola di ferro
sul ponte spazzato dal vento.
E in questo villaggio del sud
senza sosta nè tregua
il sole rosseggia e si gonfia di miele
sulle fanciulle e dentro le albicocche.

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uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

01 venerdì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Hermann Hesse

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse:

Ho spento il lume e la finestra è aperta
ora la notte entra con dolci onde
mi abbraccia come una sorella
una compagna

Entrambi siamo presi da nostalgia
ogni nostro sogno sembra presagio
s’alterna la voce mentre parliamo
dei ricordi nella casa paterna.

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Canto presente 26: Stefano Guglielmin

24 venerdì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

poesia contemporanea, Stefano Guglielmin

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Stefano Guglielmin

Mamme vermiglie (da “Le volpi gridano in giardino”, Edizioni CFR, 2013)

I.

Se qualcuno provoca o sloga
chiedendo modifiche
o un suono accurato che la possa mutare
lei muta, sposa la conca, il cuneo
sfuma in un canto il grido
e per dispetto cambia mano, perno
ma è un immergere ratto
una prosa d’amore senza rima, in effetti
con tanti uomini e no, e bombolette
per scriverle dentro cose spray dove l’anima
salta, ma è un affare distratto
perché lei, come nessuno, separa i piani
biforca, per dire amore al giogo
e ancora mostrare, pulita, ai suoi figli
la bocca.

II.

Diventerà grande lo stesso, ai piedi del lutto
gronda di fontanelle e semi, per non cambiare
discorso o distrarsi. Potrebbe darsi
un nome diverso, un dominio segreto, e scaltra
vivere doppia: di qua la riva
dove quieta schiumare, di là il supplizio
la stiva, il bottino d’oro che non farà
notizia. Potrebbe, se volesse, farsi adorare
succhiare il petto, regnare, e invece sbava, ferma
sui quattro pungoli del corpo, cagna da riporto
in posa ai margini del bosco.

III.

Nell’ombra, come bianca resa di sposa
attesa. O animale da fratta o rovina
nella cartolina dal male.

C’è una marea in quel lampo, un pensiero
peso piuma che sguscia:

il corpo luccica in tanta samba
sembra nero. E così i suoi rami, maschi
che lei ribalta, sfida.

Sta tutta lì, pare, nella bolgia o come uccello
in salvia sulla brace. Sfalda i marmi ai glutei, sfiata.
Eppure la luce tiene in quella melma, suona

come vocale dolce quando fiume svasa.

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Forma alchemica 20: Hermann Hesse

22 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Tag

Hermann Hesse, Tristezza

Hermann_Hesse_1927_Photo_Gret_Widmann

immagine da wikipedia

Ancora ieri splendidi
oggi votati alla morte
cadono fiori su fiori
dall’albero della tristezza

Li vedo cadere e cadere
come neve sul mio cammino
svanita l’eco dei passi
si avvicina il lungo silenzio

Non ci sono più stelle nel cielo
né amore nel cuore
la distanza è muta e smorta
vecchio e vuoto il mondo

Chi può proteggere il cuore
in questo disperato momento?
Dall’albero della tristezza
cadono fiori su fiori

Hermann Hesse
(trad. Loredana Semantica)

Die mir noch gestern glühten
Sind heut dem Tod geweiht
Blüten fallen um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

Ich seh sie fallen, fallen
Wie Schnee auf meinen Pfad
Die Schritte nicht mehr hallen
Das lange Schweigen naht

Der Himmel hat nicht Sterne
Das Herz nicht Liebe mehr
Es schweigt die graue Ferne
Die Welt ward alt und leer

Wer kann sein Herz behüten
In dieser bösen Zeit?
Es fallen Blüten um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

La poesia che propongo in questa forma alchemica rappresenta una fedele descrizione dell’avvilimento spirituale dei depressi. Il progressivo spegnimento della luce, dei colori, dei suoni, il senso di oscuramento di ogni sentimento gioioso e un continuo cadere di “fiori su fiori” come fossero lacrime dal cuore. Cuore che tace morto all’amore, da non intendersi come pulsione sentimentale verso l’altro in quanto essere umano, quanto altro, come ciò che è fuori da sé, cosa o persona che sia, verso cui si è incapaci di tendere, di andare incontro, perché svanisce, soffocato dalla percezione di un’insormontabile distanza che s’interpone, come avviene metaforicamente col suono dei passi che si spengono ovattati dalla neve.
Non c’è nulla che possa salvare in questi momenti disperati, la tristezza pervade tutto. Tutto cade verso il suolo nella demoralizzazione invincibile rappresentata dai fiori, sinonimo di colore e bellezza, che cadono senza speranza. E’ un dolore morale senza rimedio che pervade lo spirito e lo prostra.
Hermann Hesse è l’autore di questo testo. La perfetta rappresentazione del climax psichico modellato con le parole della poesia introduce alla principale nota caratteristica della poetica di Hesse. L’approfondimento psicologico che egli svolse per tutta la vita con la sua scrittura, accreditandosi come scrittore della crisi e della ricerca. Il filo conduttore della poesia e degli stessi romanzi di Hesse è una costante e pervasiva autoanalisi influenzata da principi mutuati dalle dottrine orientali, indù e buddista principalmente, unitamente a uno spirito profondamente pacifista che lo portò ad assumere posizioni non in linea con il movimento nazionalista. Queste posizioni tuttavia non furono espresse dichiaratamente, ma scaturiscono come evidente conseguenza degli ideali contenuti nelle sue opere. Il pensiero di Hesse era sostanzialmente contrario a un impegno dell’artista in ambiti politici e sociali, dovendo egli piuttosto dedicarsi al compimento della propria “formazione” umana attraverso l’esplicitazione della propria arte. La sua contrarietà al nazionalismo si desume anche dall’affermazione che egli, favorevole a un’unione europea a tutela degli ideali umanistici , espresse in età avanzata, “Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo”.
L’introspezione, il pacifismo, lo spiritualismo e il misticismo sono le ragioni che spiegano il fascino esercitato dagli scritti di Hesse nel 1964 sui giovani americani aggregati in movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Il loro apprezzamento postumo, di appena due anni dopo la morte dell’autore, sono alla base della grande diffusione internazionale delle opere di Hesse, autore di lingua tedesca tra i più letti al mondo.

Una figura eclettica Hermann Hesse, poeta, scrittore, filosofo, pittore, tedesco, naturalizzato svizzero, nacque nel 1877 a Calw da famiglia protestante, il padre e il nonno erano stati missionari in India. Visse l’infanzia con la famiglia a Basilea, insofferente alla rigida e oppressiva educazione pietista impartitagli. Egli inizialmente fu avviato agli studi teologici nel seminario protestante del monastero di Maulbronn. Hermann però, appena quindicenne, fuggi dal monastero, e attraversò una profonda crisi depressiva culminata in un tentativo di suicidio. I genitori allora lo fecero ricoverare a Stetten, dove rimase per quattro mesi in cura, poi lo iscrissero al liceo di Cannstatt, nel quale prese la licenza media.
Successivamente si recò a Tubinga dove diventò libraio e cominciò a pubblicare i suoi primi scritti. Fu un autore prolifico, ben 15 raccolte di poesia e trentadue romanzi, tra i quali i più famosi: Peter Camenzind (1904), Gertrud (1910), Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943). Siddharta è stato ispirato dal suo viaggio in India, paese che esercitava su di lui grande attrattiva per il trascorso dei genitori. Il viaggio da lui stesso definito deludente, si traduce nell’opera in uno splendido risultato.
Si sposò tre volte. La prima moglie fu Maria Bernoulli, una fotografa professionista, che sposò nel 1904, e che gli dette 3 figli Bruno, Heiner e Martin. Nel 1919 si separò da Maria, dalla quale si era progressivamente allontanato per un forte esaurimento nervoso causato dalle esperienze connesse alla prima guerra mondiale e dai problemi psichici della moglie.
Si recò a Montagnola, nel Ticino, dove sembro riprendersi dalla malattia, ma, al termine della prima guerra mondiale, dovette ricorrere alle cure di Carl Gustav Jung e di un suo allievo per superare il suo malessere psichico.
In seconde nozze sposò la cantante Ruth Wenger, vissero poco insieme e le nozze ebbero breve durata, sufficiente tuttavia per precipitare nuovamente Hesse nella depressione e in pensieri oppressivi di morte, che egli cercò di contrastare frequentando i locali notturni di Berna e Zurigo. Frutto di questa esperienza fu il romanzo autobiografico “Il lupo della steppa”
La terza moglie di Hesse fu Ninon Dolbin Ausländer, storica d’arte, una personalità forte che lo influenzò molto, con la quale visse serenamente la propria vita e arte. Ninon gli stette vicino fino alla morte, avvenuta a Montagnola nel 1962.

Hesse nel 1946 è stato insignito del premio Nobel per il saggio pedagogico di “Il gioco delle perle di vetro”, la cui stesura lo impegnò per 10 anni, con la seguente motivazione “Per la sua scrittura ispirata che nel crescere in audacia e penetrazione esemplifica gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile” ma mi piace chiudere questa forma alchemica con una citazione tratta dal romanzo Demian sulle conversazioni con il dottor Jung (nel romanzo dr. Pistorius) perché più di altre centra il nucleo racchiuso nella scrittura di Hesse, il suo sforzo di ricerca e di individuazione dell’origine della sofferenza psichica dalla quale fu afflitto per tutta la vita, mai definitivamente sopita, fondamento e ragione della sua affascinante opera: “Ma tutte le conversazioni, anche le più umili, colpivano con leggero e costante martellio il medesimo punto dentro di me, tutte contribuivano a formarmi, a rompere gusci di uova da ognuno dei quali alzavo il capo un po’ più in alto, un po’ più libero, finché l’uccello giallo con la bella testa di rapace erompeva da frantumato guscio del mondo.” (trad. di Ervino Pocar)

Loredana Semantica

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Incipit 17: Le Ore

20 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Deborah Mega, Le Ore, Michael Cunningham

by George Charles Beresford, 1902

Prologo
Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. È il 1941. È scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell’acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l’argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C’è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l’argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all’altra. Fa un passo avanti. Non si toglie le scarpe. L’acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell’acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa alle sue mani e alla sua barba, alle linee profonde intorno alla sua bocca. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro hanno fallito, no? All’improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell’acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l’acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La superficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista da così vicino) riflette un ciclo scuro. E questo, allora, l’ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un ciclo nuvoloso che si riflette nell’acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.
Più di un’ora dopo, suo marito ritorna dal giardino. “La signora è uscita,” dice la cameriera, battendo un logoro cuscino che scatena una piccola tempesta di piume. “Ha detto che sarebbe ritornata presto.” Leonard sale in salotto per ascoltare le notizie. Trova una busta blu, indirizzata a lui, sul tavolo. Dentro c’è una lettera.


Carissimo,
sono certa che sto impazzendo di nuovo: sento che non possiamo affrontarlo un ‘altra volta ancora. E stavolta non mi riprenderò.Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi sto per fare quella che mi sembra la cosa migliore.
Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quanto potevi essere.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, fino a che non è arrivata questa terribile malattia.Non posso combatterla oltre: so che ti sto rovinando la vita, so che senza di me potresti lavorare. E lo fami, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere bene questo biglietto. Non riesco a leggere.Voglio dirti che ti devo tutta la felicità della mia vita.
Sei stato estremamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dire che… Lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto. Tutto mi ha abbandonato, tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto siamo stati noi.
V.

Leonard esce dalla stanza, corre giù, dice alla cameriera: “Credo che sia successo qualcosa alla signora Woolf. Credo che abbia cercato di uccidersi. Da che parte è andata? L’ha vista lasciare la casa?”La cameriera, in preda al panico, scoppia a piangere. Leonard corre fuori, supera la chiesa e il gregge; supera il vincheto. Sull’argine, trova solo un uomo con una giacca rossa, che pesca. Viene trascinata in fretta dalla corrente. Sembra una figura fantastica, in volo, le braccia aperte, i capelli fluttuanti, la coda del cappotto di pelliccia che si gonfia dietro di lei. Si lascia trasportare, pesantemente, attraverso lance di luce marrone, granulare. Non arriva lontano. I piedi (le scarpe non ci sono più) toccano il fondo di quando in quando, e sollevano una nuvola lenta di fango, piena di neri scheletri di foglie, che se ne stanno tutti dritti e immobili nell’acqua quando lei è già scomparsa alla vista. Strisce di erbacce verde-nero si infilano tra i suoi capelli e nella pelliccia del cappotto, e per qualche momento gli occhi le vengono accecati da un ammasso compatto di foglie, che finalmente si libera e galleggia, avvolgendosi e svolgendosi e riavvolgendosi ancora.Si ferma e trova pace, alla fine, contro uno dei piloni del ponte a Southease. La corrente le preme addosso, la tormenta, ma lei è saldamente posizionata alla base della colonna tozza e squadrata, con le spalle al fiume e il volto contro la colonna. Si raggomitola lì, con un braccio contro il petto e l’altro a galla, là dove cominciano i suoi fianchi. A poca distanza sopra di lei c’è la superficie brillante, increspata. Il cielo vi si riflette barcollante, bianco e carico di nuvole, attraversato dalle sagome ritagliate in nero dei corvi. Automobili e camion rombano sul ponte. Un bambino (non avrà più di tre anni) attraversa il ponte con la madre, si ferma al parapetto, si china e spinge un ramoscello che ha portato con sé fra le assi della staccionata, in modo che cada in acqua. La madre gli dice di muoversi, ma lui insiste a rimanere ancora un po’, a guardare il ramoscello trascinato dalla corrente.Eccoli qui, in un giorno all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: il bambino e la madre sul ponte, il ramoscello che galleggia sulla superficie dell’acqua e il corpo di Virginia sul fondo del fiume, come se lei stesse sognando la superficie, il ramoscello, il bambino e la madre, il cielo e i corvi. Un camion grigio-verde rotola lungo il ponte, carico di soldati in uniforme, che salutano il bambino che ha appena lanciato il ramoscello. Lui saluta a sua volta. Chiede alla madre di prenderlo in braccio per vedere meglio i soldati, in modo che anche loro vedano meglio lui. Tutto questo entra nel ponte, risuona attraverso il legno e la pietra ed entra nel corpo di Virginia. Il suo volto, schiacciato di fianco contro la colonna, assorbe tutto: il camion e i soldati, la madre e il bambino.

[…]

Michael Cunningham, Le Ore,  Farrar, Straus and Giroux, 1998

 

Le ore (titolo originale The hours) è un romanzo dello scrittore statunitense Michael Cunningham che si è aggiudicato il premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, il Pen/Faulkner Award e quello Grinzane Cavour nel 2000 per la narrativa straniera.

Il libro racconta i destini intrecciati di tre donne, che vivono in luoghi e momenti storici diversi, dunque apparentemente non hanno niente in comune, ma sono in qualche modo legate dal romanzo La signora Dalloway di Virginia Woolf. Un’altra cosa accomuna le tre protagoniste: sono donne determinate, che non vogliono rinunciare a sé stesse, narrate in un momento cruciale della loro vita. La prima è proprio la Woolf, autrice del libro e ritratta a un passo dal suicidio, nel 1941 e poi mentre è alle prese con la stesura de La Signora Dalloway. Virginia Woolf lotta contro la malattia mentale che l’avrebbe condotta al suicidio. Proprio per cercare di mettere a tacere le “voci” si è trasferita con il marito fuori Londra, ma il richiamo alla vita della città è troppo forte. La seconda è Laura Brown, una casalinga californiana, madre di famiglia bella e inquieta, intrappolata da una società che si aspetta che annulli sé stessa in nome del marito, dei figli, della casa, e che per un solo giorno vorrebbe fuggire via dalla noia di un matrimonio ordinario; nell’America degli anni cinquanta, anche grazie al libro della Woolf, troverà il coraggio di cambiare vita. Infine c’è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese che dai tempi del college vive col nomignolo di Mrs. Dalloway per le sue somiglianze col personaggio creato da Virginia Woolf e che è rappresentata e descritta nel giorno in cui sta organizzando una festa per Richard, l’amico amatissimo che sta morendo di Aids. L’avvicinarsi della morte di Richard la porta a chiedersi se le scelte compiute fossero quelle giuste. Dall’episodio del suicidio di Virginia che si lasciò annegare nel fiume Ouse, dopo essersi riempito le tasche di sassi e dalla toccante lettera d’addio che lasciò al marito Lèonard, prende avvio la storia. Virginia vive le proprie giornate per scrivere, ogni giorno una pagina in più, cercando spunti per il suo romanzo. Nel pomeriggio narrato, riceve la visita della sorella e dei suoi tre figli; un bacio inaspettato, le offrirà diversi spunti per la sua Clarissa Dalloway. Per Laura invece, che sta preparando una torta per il compleanno del marito Dan, la lettura di un romanzo scritto un paio di decenni prima, un bacio lieve e inaspettato, la spiazzerà e le farà aprire gli occhi. Clarissa invece vive insieme alla compagna Sally, pur avendo una figlia diciannovenne. Alla fine della giornata però è triste, pensierosa, ma sempre innamorata della vita.

Il romanzo nasce proprio come un omaggio di Cunningham alla Woolf: a partire dal titolo, La signora Dalloway inizialmente doveva chiamarsi proprio The Hours, e fino alla scrittura, debitrice dello stile woolfiano, sempre attento alle caratterizzazioni dei  personaggi che a eventi veri e propri. Un romanzo costruito su una sola giornata, vissuta da tutte e tre le donne, una giornata formata da ore, che si susseguono una dietro l’altra, a volte portandoci ciò che desideravamo, a volte, nell’ora successiva, togliendocelo. Leggere diventa l’unico modo per sopportare la realtà e per non perdere se stessi. A salvarci, dunque, c’è solo la letteratura, unico e solo mezzo per difendersi e prendere coscienza di sè.

Deborah Mega

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