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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

VERSO UNA NEUTRALITÀ DELLA LINGUA/Come evitare le forme sessiste nella lingua italiana

08 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', La società

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Arte matita di Visoth Kakvei.

Dell’importanza socio-politica della lingua ci si è resi conto da qualche tempo: solo nell’ultimo ventennio tuttavia, con il risveglio della coscienza femminista, con il moltiplicarsi di studi e approfondimenti sulla differenza di genere, si è cominciata ad acquisire consapevolezza di quanto e come la nostra lingua sia ricca di forme sessiste, che rispecchiano radicati valori patriarcali. Ciascuno di noi crede di poter controllare e manipolare la lingua secondo i propri bisogni e i propri scopi mentre è la lingua stessa che spesso ci parla, ci condiziona e produce effetti discriminatori e riduttivi nei confronti delle donne perché spinge a utilizzare lessemi, formule, immagini stereotipate. Diversi sono gli aspetti di problematicità che emergono nel corso del discorso.

Secondo la teoria elaborata nei primi del Novecento da Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, il linguaggio influenza il pensiero e la nostra percezione della realtà. Questo modello ha preso il nome di “relativismo linguistico” a rilevare come il pensiero divenga “debole” in relazione alle possibilità “forti” che assume la competenza lessicale. La lingua rispecchia la società e la cultura in cui siamo immersi, ordina la realtà, la forma e la modella determinando e caratterizzando il modo di pensare comune: data la sua natura convenzionale, è facile dare per scontato il consenso al codice. Tra l’uomo e la realtà non c’è contatto diretto ma tutta una mediazione simbolica costituita da categorie percettive e concettuali, rappresentate appunto dalla lingua, dal mito, dalla religione, dall’arte; tale mediazione condiziona e guida la nostra visione della realtà, non a caso Cassirer aveva definito l’uomo “animale simbolico”. Recenti studi sui processi cognitivi hanno dimostrato che il nostro cervello pensi attraverso etichette linguistiche: anche quando non c’è chiesto di nominare gli oggetti, immediatamente dopo l’attivazione di aree cerebrali preposte alla visione, si attivano quelle preposte al linguaggio; di conseguenza elaboriamo pensieri e ricordi per mezzo del linguaggio verbale. La lingua segue di pari passo l’evoluzione della società, è un sistema di segni e regole che si trasformano nel tempo, essendo “una sovrastruttura, che nasce esclusivamente attraverso un processo naturale di sedimentazione a ritmo lentissimo…” [Devoto] Fino a un secolo fa affinché un neologismo si affermasse, occorrevano tempi lunghi, nella società odierna invece é sufficiente un gruppo di trasmissioni televisive perché s’impongano in breve tempo diverse novità linguistiche. La lingua italiana presenta un alto grado di androcentrismo: tutto il patrimonio linguistico è organizzato intorno all’uomo. Sembrerebbe che in primo luogo sia avvenuta la cancellazione del femminile, poi la strutturazione secondo modelli che si riferiscono al maschile, successivamente la reintroduzione del femminile come variante. Si tratta di uno dei tanti condizionamenti che la donna ha dovuto tollerare per secoli. Per rendersene conto basta leggere i saggi della De Beauvoir, della Greer, dell’italiana Elena Gianini Belotti, che, nel 1970 scrisse il saggio “Dalla parte delle bambine” edito da Feltrinelli, sul condizionamento operato dalla scuola, dalla famiglia e dal contesto sociale sulle bambine. Il maschile assume i connotati di razionalità e concentrazione, il femminile diventa simbolo d’irrazionalità ed emotività, caratteristiche che ostacolano la conoscenza. Ne consegue la sua svalutazione. Anche nella costruzione della propria soggettività le bambine si sottovalutano mentre l’autostima da parte dei bambini appare esagerata. La stessa identificazione di genere e di conseguenza anche la scelta di giochi e giocattoli avvengono nell’età compresa tra i 2 e i 12 anni. In Francia il dibattito sulla questione di genere applicata alla lingua è talmente acceso e sentito che il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon e la ministra dei Diritti delle donne Najat Vallaud Belkacem hanno ideato un programma scolastico contro il sessismo, Abcd de l’égalité, destinato alle scuole del primo ciclo. Linguisti e studiosi della lingua affermano che il genere grammaticale e il sesso non andrebbero confusi ma è innegabile che le parole riferite a uomini siano di genere maschile mentre quelle riferite a donne siano di genere femminile tranne che per poche rare eccezioni (es. la sentinella). Ora la dicotomia maschile/femminile è ovvia e necessaria; il problema però è che tale dicotomia non divide il mondo in due zone di pari poteri e importanza, mediante forme linguistiche stereotipate si rafforza la posizione di potere dell’uomo e la subalternità della donna nella società. Nelle coppie oppositive uomini e donne, ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, avviene sempre la precedenza del maschile affermandone la preminenza linguistica, un po’ come nei contrari il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il vero e il falso, ecc. Secondo le regole grammaticali, alla presenza di una serie di nomi femminili e maschili, gli aggettivi, i sostantivi, i participi passati si concordano al maschile per assorbimento del femminile, anche quando c’è prevalenza di nomi femminili. Il fondamento androcentrico della lingua si ritrova anche nell’indicare le professioni, con facilità si utilizzano le forme cassiera, cameriera, infermiera, parrucchiera, riferite alle donne ma, nel momento in cui si passa a definire la professionista con laurea, emergono le incertezze e allora le forme ingegnera, prefetta, sindaca appaiono inconsuete e poco credibili, anche perché la presenza femminile in queste funzioni è ancora limitata. Se invece si fa riferimento a termini con il suffisso –essa come professoressa, (attestato per la prima volta nel 1881, nella Sintassi italiana dell’uso moderno di Raffaele Fornaciari) e dottoressa (utilizzato nel sonetto “La mi’ nora” di G.G. Belli del 1834), è evidente che tali resistenze linguistiche sono crollate miseramente e i termini risultano giustamente  riscattati. C’è anche chi sostiene che termini come preside, deputato, notaio, ministro indichino ruoli e funzioni senza alcun riferimento di genere. La tesi è accettabile per lingue che non attuano distinzioni morfologiche di genere, non dunque per l’italiano. Il suffisso –trice oggi usato, dà luogo a forme regolari e diffuse come senatrice, direttrice. Il suffisso –tora invece è stato spesso utilizzato per indicare professioni riferibili a una sfera sociale bassa come pastora, fattora. Molte professioniste preferiscono il titolo al maschile per trasmettere maggior rigore e serietà: tale svalorizzazione instaura una relazione psichica di dipendenza dagli uomini. Va evidenziato anche il peso diverso di alcuni aggettivi o sostantivi se riferiti a uomini o a donne. Serio ha un significato diverso rispetto a seria così come onesto/onesta, pubblico/pubblica, ecc. La disimmetria semantica intende più o meno consapevolmente richiamare la volontà di controllo sociale del corpo delle donne e del loro comportamento sessuale. Anche con aggettivi epiceni (uguali al maschile e al femminile), in molti casi, si usa l’articolo maschile quando si tratta di cariche di prestigio (Es.: il Presidente della Camera Laura Boldrini). Talvolta interviene addirittura il modificatore donna anteposto o posposto al nome base (Es.: donna sindaco oppure ministro donna, ecc.) istituendo così altre forme disimmetriche: la donna sindaco deriva infatti dal sintagma «la donna che ha la funzione di sindaco», così come il «sindaco donna» deriva dal sintagma «il sindaco che (però) è donna»; spesso, il modificatore appare ingiustificato perché basterebbe l’articolo a specificare il genere. Altre forme discutibili sono zitella e scapolo; nel linguaggio burocratico si utilizzano rispettivamente nubile e celibe ma, mentre per zitella s’intende una donna nubile, di età avanzata e si usa in senso ironico o dispregiativo, scapolo si utilizza con riferimento agli aspetti più invidiabili della libertà maschile nei rapporti con la donna o con riferimento alla solitudine. Fortunatamente espressioni come “prendere moglie”, “portare all’altare” che ricalcano sempre lo stesso stereotipo, sono ormai anacronistiche. Anche il termine maschile / femminile ha una diversa connotazione: mentre è normale dire “una donna molto femminile”, non lo è allo stesso modo per l’uomo, mai sentito, infatti, “un uomo molto maschile”, semmai virile. Perfino nelle metafore non c’è reversibilità: esiste la “mangiatrice di uomini” ma non “il mangiatore di donne”, allo stesso modo l’espressione “gambe mozzafiato” si usa esclusivamente per la donna. Tra stereotipi e clichés c’è anche il pregiudizio della “piccolezza” della donna, che appare finalizzato a far passare la donna per una creatura fragile e indifesa, bisognosa di una figura maschile che le faccia da protettore. È vero che in molte razze la femmina è più piccola del maschio ma da qui ad estendere questa caratteristica anche agli aspetti intellettuali e morali ne passa. Anche l’abbigliamento femminile è descritto attraverso diminutivi o vezzeggiativi mentre mai si parlerebbe del cappellino o della giacchina di un uomo se non con intenti caricaturali. Grande responsabilità riveste infine la figura dell’insegnante nello sviluppare il senso critico delle nuove generazioni, e del giornalista, protagonista indiscusso del processo di mutamento del patrimonio linguistico, del suo arricchimento o, in alcuni casi, peggioramento. Non a caso, quando i mass media trattano un personaggio femminile, focalizzano l’attenzione sulla femminilità del soggetto anziché sul suo comportamento, positivo o negativo che sia, scatenando sentimenti di diffidenza, poiché occupa un particolare ruolo. Anche nelle interviste la formula prevede sempre domande personali, sulla famiglia, i figli, le relazioni, la difficoltà o meno di conciliare il lavoro con le esigenze familiari. Dopo diversi anni di lotte di emancipazione che hanno senza dubbio inciso sull’assetto sociale e politico, il linguaggio della stampa e la lingua quotidiana non si sono completamente adeguati ai cambiamenti avvenuti. La donna continua a essere la grande “esclusa” dalle pagine dedicate alla politica e all’economia, mentre comincia ad affermarsi in quelle dedicate alla cultura e allo sport; emerge con facilità invece nella copertina e nelle immagini pubblicitarie. Nelle riviste femminili spesso gestite da donne, non solo la donna è finalmente presente  ma anche il linguaggio utilizzato non è più patriarcale. Tra i molti cambiamenti linguistici avvenuti in questi anni, diversi sono derivati da una precisa azione socio-politica, l’abolizione ad es. di termini come spazzino, serva, giudeo, negro, è stata accettata e assorbita perché non si vuol essere considerati classisti o razzisti; allo stesso modo si dovrebbe giungere a evitare forme linguistiche discriminatorie per non essere tacciati di sessismo. Tutte le forme sopra suggerite sono anch’esse frutto di un’ideologia dichiarata, non più solo di diritti ma di valori laddove “parità” significhi legittimare la differenza e diventi possibilità concreta di sviluppo e realizzazione per tutti, pur nella diversità.

© Deborah Mega

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1970

Raffaelle Fornaciari, Sintassi italiana dell’uso moderno, Firenze, G.C. Sansoni Editore, 1881

Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Ed. integrale, Roma, Grandi tascabili economici Newton, 1998, 2 voll.

Commissione Nazionale per la Parità e le pari opportunità tra uomo e donna, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, con la collaborazione di Marcella Mariani, Edda Billi, Alda Santangelo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1993, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

*articolo già pubblicato da l’Estroverso a questo indirizzo: https://www.lestroverso.it/verso-una-neutralita-della-lingua/

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uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

07 domenica Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale, da Ossi di seppia

Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.

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EROS E MISTICISMO NELLA POESIA DI ALDA MERINI di Anna Maria Bonfiglio

01 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Alda Merini, Anna Maria Bonfiglio

photo by Aaron Draper

Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d’amore sì scoperte
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte
spiagge corrive e lì dentro l’amore
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.

Questa breve poesia di Alda Merini, costituita da otto versi endecasillabi divisi in due quartine senza cesura, ancorché inserita in una raccolta di poesie d’amore dedicate, include una disposizione di segno più ampio, aperta anche ad altro significato. La purezza del verso, la scelta semantica e l’andamento lirico della composizione rimandano ad una misura d’amore che trascende la mera sensualità. Qui le “meraviglie d’amore” non sono solo lo stupore per il sentimento ma accolgono implicazioni di valore spirituale giacché si collegano agli elementi della natura e suscitano una gioiosa esaltazione che viene accompagnata dal tumulto dell’anima. Non si tratta dunque della “meraviglia” come sorpresa dell’incontro con l’altro ma delle “meraviglie” intese come prodigio d’amore aurorale dentro il quale perdersi (… e lì/dentro l’amore/mi son persa come alla bufera). In questo senso mi sentirei di assegnare al testo una valenza anche metafisica, un’eco mistica, e d’altra parte erotismo e misticismo sono due coordinate essenziali nella poetica di Alda Merini. Ma il sentimento erotico che investe grande parte della sua opera contiene in sé dei limiti, è intriso di nostalgia, di rimpianto, è una ricerca continua che non placa il bisogno di donarsi e che non rende felicità. E’ tanto misterico quanto è misteriosa la scaturigine della parola poetica meriniana, vibrante, sferzante, aspra e dolce, stillata da una predisposizione naturale, quasi inconsapevole. Mistero è l’inquietudine dell’anima in bilico fra lucidità e follia, mistero l’esasperato inseguimento dell’eros e il contrappunto di un misticismo al limite dell’estasi, mistero infine l’approdo alla fede, l’incontro con la Croce e la rivelazione del messaggio cristiano comunicato attraverso la visione dell’attesa come meraviglia.

La prima giovinezza di Alda Merini è segnata dall’incontro con poeti e critici già affermati nel campo della cultura nazionale, uomini molto più grandi di lei, dai quali impara quello che gli studi incompiuti le hanno negato. “(…) sedevo gomito a gomito coi grandi della poesia, con la classe del rinnovamento letterario. Io ero troppo piccola per capire cosa facessero quei grandi uomini. Erba, Pasolini, Turoldo, Manganelli.” E da qualcuno di questi grandi, grandi anche anagraficamente, viene attratta e coinvolta sentimentalmente. E’ facile immaginare quanto in questo pesi la figura del padre dal quale la giovane si è sempre sentita compresa. Racconta: “Mio padre aveva capito il mio destino di monaca e l’aveva aiutato. Mia madre lo aveva combattuto (…) e così mi obbligò a sposarmi. (…) Mio padre si oppose, ma lei fu molto decisa e disse giustamente che la vita in famiglia di una madre è molto più meritevole ed onerosa di quella dei Santi e non c’è grazia che possa illuminare una madre se non quella che viene direttamente da Dio.” La Merini nutre ammirazione per questa madre dalla rigida volontà e dalla notevole bellezza ma al contempo prova gelosia per il rapporto di forte complicità che avverte fra i genitori e fra i due sceglie il padre dal quale riceve insegnamenti e al quale chiede approvazione. Figura di riferimento, dunque, quella paterna, inseguita nelle tante presenze maschili e ritrovata come Padre Eterno alla fine del suo percorso.

La poetica dell’Eros è in Merini un dolore che nasce da radici profonde, percorre la sua vita e la sua scrittura e in fondo si riduce ad una privazione sofferta, ad un bisogno di elevare lo spirito verso qualcosa di ideale e di trascendente. Alla fine è una condizione di solitudine e di vuoto che si riconduce alla necessità di farsi “abitare” da un’Assenza mistica. “Basta un sorriso o un’assenza e/ la mia mente concepisce un amore”. Tutto l’arco dell’esistenza di Merini è percorso da una tensione erotizzante che la conduce verso esperienze amorose che la poesia esalta o maledice ma sempre sublima attraverso la parola affabulante, temeraria nella sua sostanza per i tratti del vissuto che “osa” raccontare e audace nella sua forma per il privilegio di poter coniugare costruzione lirica e libertà versificante. Eppure il turbamento sensuale la prova, considera una condanna la sua appartenenza al sesso femminile al punto di stabilire quasi una relazione fra la follia e l’essere donna: “L’uomo che vuole imporre la sua diversità con la violenza fa pensare che nascere donna sia quasi un invito al delitto. (…) E ancora: “Il marchio manicomiacale della donna sono proprio i suoi genitali. Ogni donna è stata nel proprio manicomio. Ogni donna, benché si coprisse, ha dovuto sottostare alle voglie del maschio dopo la battaglia. (…) La donna viene umiliata ogni volta che ride ed è felice di se stessa.” Questa sorta di abiura ha radici lontane, nel tempo in cui la giovanissima Alda si scopre gelosa del rapporto fra i suoi genitori. Scriverà infatti: “Il più grande dualismo della mia vita furono mio padre e mia madre. Io un figlio che stava nel mezzo, con un sesso che non mi piaceva.” La complicità con il padre, considerato “il primo maestro”, è pari all’ostilità nei confronti della madre, ritenuta collerica e autoritaria. Scriverà in seguito a proposito della figura materna: “Sono anni che ti penso, e sebbene tutti dicano che sono impazzita per amore, sbagliano. Io sono impazzita per te. Sei stata la donna che ho odiato di più nella vita, perché eri bella, stupenda, regale…”

Nella prima raccolta di poesie, La presenza di Orfeo, inizia a prefigurarsi la dualità presenza-assenza (si vedano i versi: “Orfeo novello amico dell’assenza”) e a delinearsi la percezione del corpo come limite e dell’amore come destino di abbandono; mentre in Paura di Dio si annuncia la tensione che ascende alla preghiera e si manifesta la concezione della passione amorosa come Vetta e Abisso. (“Padre, se questa ascesa/ è simile all’abisso e colorata,/ prosperosa ogni vena di ricordo,/ dammi morte ossequiosa/ dei miei ciechi travagli/ e una pura deriva/ a cui possa ancorare ogni divieto”). Qui Dio è ancora presenza indefinita, duplice entità che ha volto luminoso per chi non conosce travaglio ed occhi foschi per le anime inquiete che si scontrano con “l’ombra nemica” brancolando nel buio. Tutta la raccolta vibra di stanchezza interiore, nasce il dolore, “parto ultimo e solo”, per essere inghiottito dal respiro perfetto della morte (Pax). La preghiera è urgenza, solo Dio può porre fine al tormento scatenato dai turbamenti d’amore “perché è a Te che io tendo dalla vita/ prima che conoscessi questi inferni.”

Amore-amori-amanti: cosa cerca Alda se non l’Amato?  E’ una lunga ricerca durante la quale si mettono in uso tutte le armi, è una corsa dentro la quale sta la paura e la follia, è un percorso di attesa e nostalgia,  di accensioni e spegnimenti, di forza e di delusione. “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato /l’amato del mio cuore;/ l’ho cercato ma non l’ho trovato.” Dichiara la sposa del Cantico dei Cantici.  E così Alda non si stanca di percorrere sentieri bui, di bruciare di passione per ogni incontro, e ogni amore è per lei un’Annunciazione, anche quando il tempo ha accumulato anni e segni sul suo corpo e sulla sua anima. Cambia l’apparato simbolico, resta l’attesa, la ricerca di un unico volto che ha assunto vari nomi o, cambiando i termini, di un solo nome che si è rivestito di tanti corpi. Le duplici nozze, gli amanti goduti e quelli solo desiderati, le fantasie erotiche avvolte in dense metafore o espresse con linguaggio esplicito, tutto si riconduce al bisogno di abitare il vuoto, di popolare il deserto dentro cui l’anima vaga anelando il congiungimento che le renda un’identità unica. Già Pasolini, recensendo La presenza di Orfeo, parlava della “ragazzetta milanese” come di una personalità “dall’inquietudine nervosa e dai sensi infelici (…) che vive uno stato di informità” e continuava “(…) soltanto la mancanza del senso d’identità configura nella Merini un dato mistico.” E’ la luce mistica della sofferenza che accompagna il cammino della poetessa nella ricerca di una identità d’amore: “Ah, se t’amo, lo grido ad ogni vento/gemmando fiori da ogni stanco ramo/ e fiorita son tutta e d’ogni velo/ vo’ scerpando il mio lutto” (Genesi). Nella ricchezza dell’amore, genesi che cancella il lutto per ciò che è andato perduto o che mai si è trovato, si riflette quella sorta di misticismo umano che pervade l’eros quando è totale e felice, quando è dono di sé all’altro, quando è fecondo di intenti nei quali riconoscersi. Trovare l’Amato e perderlo e non stancarsi di ricominciare a cercare, perché la ferita della sua assenza è inguaribile e la nostalgia più grande del desiderio di arrendersi. La parola meriniana, corporea e fremente, racconta l’autentica essenza a cui appartiene primariamente la natura del poeta: materia di sensazioni che l’intelletto traduce in realtà metaforica, rivelazione misterica e testimonianza di vita. La donna Alda Merini cerca in ogni amante le tracce assolute dell’Amato, la parte “divina” che vive in ogni uomo, e in questa ricerca esperisce l’avventura nascita- morte- rinascita, sia attraverso la propria vicenda umana sia con il parto della parola creativa. “Quando tu non vieni/le acque del parto/si diffondono in terra/ e cade un pensiero meraviglioso/che tu vedi/ ed è la fine del mondo nel cuore di una donna/ (…) ma quando tu non vieni/ le acque del parto si colorano d’olio/ e io vorrei uccidere mia madre.” (Clinica dell’abbandono). Versi in antitesi, dove l’incipit è metafora di creazione gioiosa e la chiusa è tenebra di morte, desiderio di  cancellare la nascita. Il corpo, nella sua gloria e nella sua miseria, è la chiave che può condurre l’anima ad aprirsi all’enigmatica dimensione dell’Invisibile.

“Il suo sperma bevuto dalle mie labbra/era la comunione con la terra./Bevevo la mia magnifica/esultanza/guardando i suoi occhi neri/che fuggivano come gazzelle.” Versi audaci per la carica che traghetta l’assalto dei sensi verso l’esaltante convinzione di appartenere  ad una dimensione panteistica. La “comunione con la terra” è l’anticipo dell’Incontro Ultimo a cui Merini affiderà il tratto finale della sua avventura umana, condotta come un estenuante duello fra la vita e la sofferenza. Il dolore è stato nella sua carne e nella sua anima, urlo e silenzio, è stato la terra orfica dalla quale tutto ha inizio e nella quale tutto si conclude. “Si sfaldano le rose della mia avvenenza/piano piano in un terreno consunto./Non solo petali che ardono di luce/ma solitarie piante/di chi è stato a lungo dimenticato…”

Merini vive una libertà di linguaggio che si apparenta alla lingua della contemporaneità, un linguaggio che pur restando radicato nella tradizione del secondo Novecento letterario parla alla modernità e forse proprio per questo la sua poesia, contrariamente a quanto succede alla poesia in genere, è amata anche dai giovani.

Anna Maria Bonfiglio

 

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uNa PoESia A cAsO:  Thomas Stearn Eliot

28 giovedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Thomas Stearn Eliot, da Quattro quartetti

IV.

Oh Signora, che il tuo santuario sta sul promontorio,
prega per tutti quelli che sono sulle navi, quelli
che hanno per mestiere di pescare, e
quelli impegnati in ogni traffico legittimo
e quelli che li guidano.

Ripeti una preghiera anche per
le donne che hanno visto i loro figli o mariti
partire, e non ritornare:
figlia del tuo Figlio,
Regina del Cielo.

Prega anche per quelli che erano sulle navi, e terminarono il loro viaggio sulla sabbia, sulle labbra del mare
o nella scura gola che non li restituirà
o dovunque non può raggiungerli il suono dell’eterno angelus
della campana del mare.

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Di sera, un geranio

25 lunedì Mar 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Di sera, Luigi Pirandello, un geranio

Di sera, un geranio è una delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, pubblicata nel 1934 sul “Corriere della Sera”. Si tratta di una novella decadente in cui lo scrittore descrive la scomparsa di una persona di cui non viene detto il nome dal proprio punto di vista. Il defunto vede il suo corpo abbandonato, gli oggetti che gli sono appartenuti, la villa in cui ha vissuto e il suo giardino. La constatazione finale tratta un tema metafisico, comune a molte novelle dell’ultimo Pirandello: il mistero di ciò che attende l’uomo dopo la morte.

S’è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s’affonda nell’acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú. Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell’aria della sua camera chiusa. 

Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com’erano; non ancora lontani ma già staccati: là l’udito, dov’è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov’è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell’uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull’occhio. Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d’addormentarsi. Difatti poi, nel sonno… Continua a leggere →

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Epistole d’Autore 2

18 lunedì Mar 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

≈ 1 Commento

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Franz Kafka, Hermann Kafka

 

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

Franz Kafka al padre

Franz Kafka è già considerato un grande scrittore quando nel 1919, all’età di 36 anni, scrive una lunga lettera al padre con cui, fin dall’infanzia, ha avuto un rapporto difficile. La lettera non giunse mai al destinatario perché lo scrittore la affidò alla madre che scelse di non consegnarla al marito. Fu pubblicata postuma nel 1952. Lo scrittore critica l’azione educativa del padre Hermann perché troppo autoritaria, responsabile, secondo lui, delle sue inquietudini da adulto, inoltre vi descrive i rapporti familiari e le disparità con le sorelle. Il timore della punizione, l’assenza di manifestazioni di affetto, la sensazione di inferiorità del protagonista sono meccanismi disfunzionali utilizzati in molte opere di Kafka, basti pensare al ruolo che riveste la famiglia e all’incomunicabilità tra i vari membri ne “La metamorfosi” oppure al ruolo della legge e del tribunale ne “Il processo”. Questo testo è un documento di grande importanza per approfondire la conoscenza della vita privata di Kafka e la sua visione del mondo. Il testo si apre su un punto significativo: il padre di Kafka ha chiesto al figlio come mai provi paura nei suoi confronti. Kafka spiega che il discorso che si appresta a scrivere sarà molto lungo a causa della complessità dell’argomento e della quantità di aspetti che dovrà prendere in considerazione. Lo scrittore ammette le proprie mancanze per il fatto di dedicare molto tempo alla propria vocazione letteraria e di non occuparsi invece minimamente dell’attività commerciale della famiglia.  Alle accuse di non manifestare slancio affettivo per il padre Franz replica che, se da piccolo egli avesse ricevuto attenzioni e tenerezze, probabilmente non avrebbe sviluppato quel disagio e quel senso di inadeguatezza così radicati nella sua personalità. Continua a leggere →

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Vediamo cosa inventerà oggi il vento

14 giovedì Mar 2019

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Vediamo cosa inventerà oggi il vento
vediamo quanta nebbia farà filare via
noi che stiamo a cavallo di marzo
noi che abbiamo già in mente aprile
noi che contiamo su ciò che succede agli alberi.
Vediamo quante manine verdi spuntano
che gettano le loro dita al cielo
stiamo aspettando che la clorofilla dica
cantata tutta intera la sua messa
che si sacrifichi qualcuno per questo dio.
Speriamo che questa religione si riveli
e accada che la sostanza che sta sotto
emerga in qualche modo con i gomiti
e abbia le braccia forti e in braccio il cuore .
Vediamo se a tendere l’orecchio
si possa udire almeno per un poco
il legno che si fa strada dentro al legno.

Francesco Tontoli

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Nota critica su “Di tanto vivere” di Anna Maria Bonfiglio

11 lunedì Mar 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Anna Maria Bonfiglio, Deborah Mega, Di tanto vivere

 

Di tanto vivere è l’ultima opera in versi di Anna Maria Bonfiglio, edita da Caosfera nella collana Alabaster. Fin dai primi versi è possibile rendersi conto della qualità dell’offerta poetica indubbiamente dovuta ad una ricca formazione e ad un’assidua frequentazione della poesia. La silloge si articola in diverse sezioni: Discorsi di 27 componimenti, Stanze di 12, Atterraggi di 11, Miserere di 11. I vari testi appaiono d’immediato impatto comunicativo, vi avverto, fin dalla prima lettura, l’elegantissima nobiltà della forma e l’incanto di sensazioni sottili. La poesia è gremita di oggetti espressi in un ricco plurilinguismo espressionista che mira a comporre una lirica prosastica. Una puntualità lessicale al limite del tecnicismo persegue una poetica dell’oggetto evocativa e visionaria. Le formule sono assertive, eloquenti, nette, spiazzanti perché spontanee ma allo stesso tempo sempre finemente cesellate. Il controllo della forma è evidente mentre, dal punto di vista del contenuto, colpisce l’inconsueto contrasto tra partecipazione sentita e distacco controllato che mira a sublimare ed equilibrare la materia poetica.

Continua a leggere →

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Canto presente 37: Fernanda Ferraresso

05 martedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Fernanda Ferraresso

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FERNANDA FERRARESSO

STUPIDA, STUPIDA!

Sono stupida
ho più di trent’anni
e mi tengo un pugnale
nella testa un dolore di lama piantato dentro il cervello e
non penso ad altro. Niente altro che .
Non ho visto. Non ho visto che il viaggio. Non so altro.

La mia vita?
Rotta. La mia vita si è aperta oltre un campo.
Non ho testa io
ho un secchio bucato
dove butto le parole da sciacquare
le orme dei piedi la testa di chi con la lingua
fa esercizi per massacrare.
Io
sono stupida sì sono stupida mi perdo
sull’attenti per ore e ore in cerca di un nome che non c’è

lascio tutto di me ogni cosa non so più chi sono io
curo la vita le forme dove la vita dentro mi richiude il silenzio.
E perdo i denti io e i capelli e mi rompono le ossa delle braccia
ho perso la voglia di vivere io
la libido la espello come la voce di un fringuello
e ho desiderio io
desiderio di toccare ogni cosa sentirla nel ventre e dentro i polpastrelli
nella gola un fiato di vento e un trifoglio da mangiare.
E il pensiero lo taglio col filo di ferro è solo
una vecchia voce scialba uno sguardo
che non guarda sotto la cenere che ora è dovunque
sparsa la luce a terra che dentro ci salta con tutte le chiavi di ogni porta
e il luogo è quel dove
dove tutto cambia per restare sempre uguale.

E i vinti?

Sono un’isola che non ha futuro
un immobile equinozio
una scena senza soglia un confine
oltre tutte le città che pigramente ospitano una vita scolpita
a suon di parole di muffa nel vuoto delle case
nei gessi dei corpi di gente senza identità.
Ma niente si trova niente ha più una notazione.
E rifiuti su rifiuti è cresciuta una montagna di menzogne
un plastico rifiuto a vivere tutte le stagioni
l’interno del nero noi quel sacco di pattume
orlando immobili il drappello delle tracce randage di quei nomi
perse tra le baracche tra i fantasmi e altri sguinzagliati suoni di sirene e cani
che fiutano tra ombre l’orma di corpi senza più padrone.

Dove non si riconosce ancora il mondo?

Le parole battezzano soltanto i nostri vuoti
e gli occhi scorrono oltre i pensieri.

Dove si cerca ancora il mondo?

Dentro un sacco di plastica
l’altra sera un feto era un’isola
una curva dentro la corrente
una parola certa dentro la nostra morte.

E MI RICORDO

mi ricordo
come te lo gridavo da un posto piccolo
perso in fondo a me stessa fino a dove stavi tu
che non sapevo mai dove stavi
tu eri mia madre ed eri lontana oltre i confini della mia terra
così cantavo mi cantavo tutto quello che solo io potevo vedere
stavo aperta come un libro dentro la mia testa e aveva un sole
a tutte le ore dentro la mia voglia
anche quando dicevano che avevo troppa fantasia
e che non sarei mai stata abbastanza accondiscendente
che non avrei ceduto facilmente anche se volevano
spaccarmi la luce dentro regole che non erano niente
io cantavo
mi cantavo senza pensare che non portasse a niente
che inutilmente avrei girovagato attorno ai confini che sentivo
sempre più labili dentro un corpo che mi abitava e
non era solo le mie gambe le mani o il cervello era
una specie di canzone che mi teneva in vita e ancora
continua a farlo quando ti perdo
e non sento che quel ricordo venirmi incontro.

NEI GIORNI SUCCESSIVI

non fui capace di trovare uno specchio
d’acqua pulita non riuscii a vedere una faccia né il mio
volto di limo che quasi non sentivo più
come se l’aria intorno fosse la precisa mole della sua inconsistenza
e gli occhi fossero due vuoti
annodati al fondo e consumato lo sguardo fosse
casa di abbandono.
Mi fermavo ad ogni parola
che mi suonava nella testa come straniera
ora che non avevo nessuno con cui barattarla
nessuno
tranne me stessa e tacendo le parole
scorrevano nella mente come in un letto vuoto e l’ignoranza
si scopriva come un alito di desiderio scopre il desiderio stesso
maturando i suoi acerbi pensieri da una creta corrotta
ne faceva materia scomposta e impalpabile.
Mi guardavo intorno e vedevo corpi
d’ogni specie erbe e piante
decapitate forme animali recisi dal busto
nullo il mio sguardo
poteva raccoglierne la primitiva forma l’involucro osceno
di tutto quel mondo che dicevamo ci avesse nutrito prima, ora
poteva chiamarsi in qualunque modo ma non
natura, non terra la nostra
furia d’essere creato e creatore in un contatore nucleare
inoppugnabile aveva esploso quella verità e in questa
vitrea vita terrena fatta a pezzi
ora esponeva i ludici cadaveri del suo scempio.
Grande e madre la Terra offriva ancoraggio
a tutti quegli esseri viventi ancora
in qualche modo partecipi di un ciclo di cui ciascuno
piccola infima parte chiudeva il complemento necessario affinché
anche nella morte il ciclo si evolvesse fino in fondo. Ombre e segni
di altri selvaggi mi spingevano a scegliere
il silenzio.

Che scendesse si avviluppasse profondo
tra ciò che restava e si facesse l’essenziale
forma di un’altra espressione consapevole di quel giorno
ancora in piedi su tanta catastrofe umana.
Non ho più parole ora
depongo i miei sassi nel ventre ammutolito del tempo.
Gli uomini non gridano
non guardano, non più
ci sono voci che sfiorano l’orlo.
Di un giorno qualsiasi è l’andare e venire della luce.
Tutto questo silenzio è un tuono nuovo
nell’identico andare
al fondo della notte e in cima al precipizio.


RICORDO IL MIO PRIMO

il mio primo respiro
ha disegnato profondo
tutto il mondo
un piano universo
un cielo aperto
foreste e selve
un mare di ginestre
gialle tempeste le messi festive rondini tardive
noccioli e querceti profumi essenziali
nodi di temperature valloni di echi
indissolubile mi ha legato
tra le sponde della morte e nella vita
mi ha scandita in una lingua tersa
attraverso ogni giornata

testi tratti da “L’inventario” di Fernanda Ferraresso

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uNa PoESia A cAsO: Fernando Pessoa

28 giovedì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Fernando Pessoa

Non so qual è il sentimento, ancora inespresso,
che, repentino, come soffocazione, mi affligge
il cuore che, d’improvviso,
tra quel che vive si scorda.
Non so qual è il sentimento
che mi svia dal cammino,
che mi dà d’improvviso
una nausea di quel che inseguivo,
una volontà di mai arrivare a casa,
un desiderio di indefinito,
un desiderio lucido di indefinito.

Quattro volte mutò la stagione falsa
nel falso anno, nell’immutabile corso
del tempo conseguente;
al verde segue la siccità, e alla siccità il verde;
e nessuno sa qual è il primo,
né l’ultimo e finiscono.

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Versi trasversali

25 lunedì Feb 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Riccardo Mazzamuto

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

*

DIO VOSTRO

Non mi recavo in chiesa

da tempo…  forse quando

si sposò un’amica:

“Blababa ba blaba

ci vuole fede blaba…

Continua a leggere →

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Versi trasversali

18 lunedì Feb 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Giorgio Montanari

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIORGIO MONTANARI

 

Stagioni

 

Vivere grazie all’unione di due corpi.

Riconoscere il sorriso della madre.

La prima parola abbozzata da un bimbo.

Imparare tutto dal gioco e dall’esperienza.

La voce bianca che cresce adulta.

Confidarsi con il migliore amico.

Lo stress nel mondo del lavoro.

Scegliere la montatura degli occhiali.

Le rughe che condannano il volto di una modella.

Il primo capello bianco.

È più difficile addormentarsi.

Un anziano che non rammenta cosa ha mangiato.

I passi si fanno stanchi ed impegnativi.

Lo strazio dei parenti al funerale.

Lo sbiadire del ricordo in chi ancora vive.

Continua a leggere →

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uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

15 venerdì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse

CHOPIN

Spargi ancora a profusione
su di me i gigli pallidi,
grandi gigli dei tuoi canti,
rose rosse dei tuoi valzer

E il respiro intessi greve
del tuo amore, che appassendo
dà profumo e del tuo orgoglio
garofani di fuoco flessuosi

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uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

31 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis

Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti – certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
il casto corpo cede.

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Nota critica di Adriana Gloria Marigo a “I masticatori di stagnola” di Guglielmo Aprile, LietoColle, 2018

28 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Guglielmo Aprile

 

Da tempo, forse per una sorta di suggestiva deformazione professionale, vedo il libro – in particolare la silloge di poesia – come la materializzazione del tempio greco: la copertina è simbolo del pronao; pertanto la relazione che intercorre tra il titolo e l’immagine non è tanto malia sul lettore eventuale, quanto indicazione, presentazione, elementi che suggeriscono a livello immaginativo l’interno, il naos dove è collocata la statua del dio. Presenza oppure no dell’immagine, colore, titolo sono – in molti casi – suggerimento di ciò che si tratterà nelle pagine: che sia vicenda, rito o liturgia il corpo di un libro è quanto l’autore officia derivandolo dal Sé in rapporto con l’Io in una dinamica che M. Heidegger così connota  «(…) La parola del poeta non è mai la sua propria parola e non è mai sua proprietà. Il poeta ha capito che solo la parola fa sì che una cosa appaia, e sia pertanto presente, come quella cosa che è. La parola poetante nomina qualcosa che va oltre il poeta e lo spinge in un’appartenenza che non ha stabilito egli stesso, un’appartenenza che può solo accettare. La parola del poeta, e quel che in tale parola è poetato, superano, poetando, il poeta e il suo dire. Quando attribuiamo alla poesia questo carattere, ci limitiamo sempre alla poesia essenziale. Essa soltanto compone poeticamente cose iniziali, essa soltanto svincola cose originarie in vista del loro proprio avvento. L’arte – di cui fa parte anche la poesia – è sorella della filosofia. Ma solo la poesia è la custode privilegiata della verità dell’essere. (…) La natura poetica del pensiero è ancora avvolta nell’ombra. Ora essa si manifesta, assomiglia per lungo tempo all’utopia di un intelletto semipoetico. Ma il poetare pensante è, in verità, la topologia dell’essere.» Continua a leggere →

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Axolotl

21 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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Fine del gioco, Julio Cortazàr

Uno dei più inquietanti racconti sul tema della metamorfosi è Axolotl, parte di Fine del gioco. Si tratta di un racconto di Julio Cortàzar che declina in chiave moderna il tema del doppio, tanto caro al fantastico tradizionale. Un anonimo ragazzo tutti i giorni si reca all’acquario del Jardin des Plantes  per osservare gli esemplari del pesce anfibio Axolotl e resta a fissarli per ore.

Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl. Il caso mi condusse da loro un mattino di primavera in cui Parigi apriva la sua coda di pavone dopo il lento inverno. Scesi lungo il Boulevard de Port-Royal, svoltai per Saint-Marcel e l’Hôpital, vidi il verde fra tanto grigio, e mi ricordai dei leoni. Ero amico dei leoni e delle pantere, ma non ero mai entrato nell’umido e oscuro edificio degli acquari. Lasciai la bicicletta appoggiata alla cancellata e andai prima a vedere i tulipani. I leoni erano brutti e tristi, e la mia pantera dormiva. Decisi per gli acquari, e dopo aver dato un’occhiata ad alcuni pesci per niente interessanti m’imbattei all’improvviso negli axolotl. Rimasi un’ora a osservarli, poi uscii incapace di pensare ad altro. Nella biblioteca Sainte-Geneviève consultai un dizionario e seppi che gli axolotl sono forme larvali, provviste di branchie, una specie di batraci del genere amblistoma. Che fossero messicani me lo avevano fatto intendere loro stessi, i loro piccoli e rosei volti aztechi e il cartello sopra la vasca. Lessi che ne sono stati trovati alcuni esemplari in Africa capaci di vivere sulla terra durante i periodi di siccità, e poi continuare la loro vita in acqua quando giunge la stagione delle piogge. Trovai il loro nome spagnolo, ajolote, l’indicazione che sono commestibili e che il loro olio era usato (si direbbe quindi che non si usa piú) come quello del fegato di merluzzo. Non volli consultare altre opere scientifiche, ma il giorno seguente tornai al Jardin des Plantes. Cominciai ad andarvi tutte le mattine, qualche volta mattino e pomeriggio. Il guardiano degli acquari sorrideva perplesso nel ritirare il mio biglietto. Io mi appoggiavo alla sbarra di ferro che corre lungo le vasche e stavo là a guardarli. Non c’è nulla di strano in questo, perché fin dal primo momento compresi che eravamo legati, che qualcosa d’infinitamente perduto e distante continuava nonostante tutto a tenerci uniti. Mi era bastato fermarmi quella prima mattina davanti al vetro della vasca dove alcune bolle d’aria scivolavano nell’acqua. Gli axolotl si ammonticchiavano sul meschino e stretto (solo io posso sapere quanto meschino e stretto) pavimento  di pietra e muschio dell’acquario. Erano nove esemplari,  e quasi tutti poggiavano la testa contro il vetro guardando con i loro occhi d’oro chi si avvicinava. Turbato, quasi vergognoso, provai un sentimento d’impudicizia nell’affacciarmi su quelle figure silenziose e immobili ammucchiate in fondo all’acquario. Mentalmente ne isolai una, a destra e un po’ discosta dalle altre, per studiarla meglio. Vidi un corpicino roseo e come traslucido (pensai alle statuine cinesi di cristallo lattiginoso), simile a una piccola lucertola di quindici centimetri che termini in una coda di pesce di una delicatezza straordinaria, la parte piú sensibile del nostro corpo. Lungo la schiena aveva un’aletta trasparente che si fondeva con la coda, ma ciò che mi ossessionò furono le zampe, di una finezza straordinaria, che terminavano in dita minute e in unghie minuziosamente umane.  E fu allora che scoprii i suoi occhi, il suo volto. Un volto inespressivo, senza altro ornamento che gli occhi, due orifizi come punte di spillo, interamente d’oro trasparente, privi in modo assoluto di vita, ma che guardavano e si lasciavano penetrare dal mio sguardo che pareva attraversare il punto aureo e perdersi in un diafano mistero interiore. Un sottilissimo alone nero circondava l’occhio e lo iscriveva nella carne rosa, nella pietra rosa della testa vagamente triangolare, ma con lati curvi e irregolari che la rendevano in tutto simile a una statuina corrosa dal tempo. La bocca era nascosta dal piano triangolare del volto, solo di profilo s’indovinava la sua grandezza considerevole; di fronte, una sottile fenditura incrinava appena la pietra senza vita. Sui due lati della testa, dove avrebbero dovuto esserci le orecchie, gli crescevano tre rametti rossi come di corallo, una escrescenza vegetale, le branchie, suppongo. Ed erano l’unica cosa viva in lui, ogni dieci o quindici secondi i rametti si drizzavano rigidi e si riabbassavano. Qualche volta una zampa si muoveva impercettibilmente, io vedevo le piccole dita posarsi con leggerezza sul muschio. È che a noi non piace muoverci molto, l’acquario è cosí stretto; appena avanziamo un tantino ci urtiamo l’un l’altro con la coda o con la testa; nascono difficoltà, liti, fatica. Si sente meno il tempo se stiamo quieti. Fu il loro quieto raccoglimento che mi spinse a  chinarmi affascinato la prima volta che vidi gli axolotl. Oscuramente mi parve di capire la loro segreta volontà di abolire lo spazio e il tempo con un’immobilità indifferente. In seguito capii meglio, la contrazione delle branchie, il tastare delle zampe sottili sulle pietre, il nuoto improvviso (alcuni di essi nuotano con una semplice ondulazione del corpo) mi dimostrarono che erano capaci di evadere da quel sopore minerale in cui passavano ore intere. I loro occhi, soprattutto, mi ossessionavano. Accanto a loro, nelle altre vasche, diversi pesci mi mostravano la semplice stupidità dei loro begli occhi simili ai nostri. Gli occhi degli axolotl mi parlavano della presenza di una vita diversa, di un’altra maniera di guardare. Con il volto contro il vetro (qualche volta il guardiano tossiva, inquieto) cercavo di vedere meglio i minuti punti aurei, quell’entrata al mondo infinitamente lento e remoto delle creature rosate. Era inutile battere con il dito sul vetro, davanti ai loro volti; mai si avvertiva la benché minima reazione. Gli occhi d’oro continuavano ad ardere nella loro dolce, terribile luce; continuavano a guardarmi da una profondità insondabile che mi dava le vertigini. Eppure erano vicini. Lo seppi prima, prima di essere un axolotl. Lo seppi il giorno in cui per la prima volta mi avvicinai a loro. I tratti antropomorfici di una scimmia rivelano, contrariamente a quanto si crede, la distanza che la separa da noi. L’assoluta mancanza di somiglianza degli axolotl con l’essere umano mi dimostrò che il mio riconoscimento era valido, e che non mi basavo su facili analogie. Solo le manine… Ma anche una lucertola ha mani si- mili, eppure non somiglia in nulla a noi. Credo che fosse la testa degli axolotl, quella forma triangolare rosea con gli occhietti d’oro. Quello guardava e sapeva. Quello re- clamava. Non erano animali. Pareva facile, quasi ovvio, cadere nella mitologia. Cominciai a scorgere negli axolotl una metamorfosi che non riusciva ad annullare una misteriosa umanità. Li immaginai dotati di coscienza, schiavi del loro corpo, infinitamente condannati a un silenzio abissale, a una riflessione disperata. Il loro sguardo cieco, il minuto disco d’oro inespressivo e tuttavia terribilmente lucido, mi penetrava come un messaggio: «Salvaci, salvaci». Mi sorprendevo a mormorare parole di conforto, a trasmettere puerili speranze. Loro continuavano a guardarmi, immobili; all’improvviso i rametti rosei delle branchie si drizzavano. In quell’istante io sentivo come un sordo dolore; forse mi vedevano, captavano il mio sforzo di penetrare l’impenetrabile delle loro vite. Non erano esseri umani, ma in nessun animale mai avevo trovato una relazione cosí profonda con me. Gli axolotl erano come testimoni di qualcosa, a volte come terribili giudici. Mi sentivo privo di nobiltà di fronte a loro; c’era una tale spaventosa purezza in quegli oc- chi trasparenti. Erano larve, ma larva significa maschera e anche fantasma. Dietro a quelle facce azteche, inespressive e tuttavia di una crudeltà implacabile, quale immagine aspettava la propria ora? Li temevo. Credo che se non avessi sentito vicino a me qualche visitatore o il guardiano non avrei avuto il corag- gio di restare solo di fronte a loro. «Lei se li mangia con gli occhi», mi diceva ridendo il guardiano, che doveva giudicarmi un po’ squilibrato. Non si rendeva conto che erano loro che mi divoravano lentamente con gli occhi, in un cannibalismo d’oro. Lontano dall’acquario non facevo che pensare a loro, era come se agissero su di me a distanza. Arrivai al punto di andare a trovarli tutti i giorni, e di notte li immaginavo immobili nell’oscurità, mentre stendevano in avanti una mano che improvvisamente trovava quella di un altro. Forse i loro occhi vedevano in piena notte, e il giorno continuava per loro indefinitamente. Gli occhi degli axolotl non hanno palpebre. Adesso so che non ci fu nulla di strano, che questo doveva accadere. Ogni mattina, chinandomi sull’acquario, il riconoscimento diventava sempre piú perfetto. Soffrivano, ogni fibra del mio corpo raggiungeva quella sofferenza muta e imbavagliata, quella tortura rigida in fondo all’acqua. Spiavano qualcosa, un lontano dominio annientato, un’epoca di libertà in cui il mondo era stato degli axolotl. Non era possibile che un’espressione cosí terribile che riusciva a vincere la forzata inespressività dei loro volti di pietra, non racchiudesse un messaggio di dolore, la prova di quella condanna eterna, di quell’inferno liquido che pativano. Inutilmente volevo dimostrare a me stesso che la mia sensibilità proiettava sugli axolotl una coscienza inesistente. Loro e io sapevamo. Per questo non fu strano quel che accadde. Il mio volto era attaccato al vetro dell’acquario, i miei occhi cercavano di penetrare ancora una volta il mistero di quegli occhi d’oro senza iride e senza pupilla. Vedevo molto da vicino la faccia di un axolotl immobile contro il vetro. Senza transizione, senza sorpresa, vidi la mia faccia contro il vetro, invece dell’axolotl vidi la mia faccia contro il vetro, la vidi fuori dell’acquario, la vidi dall’altra parte del vetro. Allora la mia faccia si staccò, e io compresi. Una sola cosa era strana: continuare a pensare come prima, sapere. Rendermi conto di ciò fu simile all’orrore del sepolto vivo che si sveglia al proprio destino. Fuori, la mia faccia si avvicinava di nuovo al vetro, vedevo la mia bocca con le labbra strette nello sforzo di capire gli axolotl. Io ero un axolotl e sapevo adesso istantaneamente che nessuna comprensione era possibile. Lui era fuori dell’acquario, il suo pensiero era un pensiero fuori dell’acquario. Comprendendolo, essendo lui stesso, io ero un axolotl e mi trovavo nel mio mondo. L’orrore era generato – lo seppi all’istante – dal credermi prigioniero in un corpo di axolotl, trasmigrato in lui con il mio pensiero di uomo, sotterrato vivo in un axolotl, condannato a muovermi lucidamente fra creature insensibili. Ma tutto cessò quando una zampina venne a carezzarmi il volto, quando spostandomi appena vidi un axolotl vicino a me che mi guardava, e seppi che anche lui sapeva, senza comunicazione possibile, ma chiaramente. O io ero anche in lui, oppure tutti noi pensavamo come gli uomini, incapaci di espressione, limitati entro lo splendore dorato dei nostri occhi che guardavano la faccia dell’uomo contro l’acquario. Lui tornò molte volte, ma adesso viene meno. Passano settimane prima che si affacci. Ieri l’ho visto, mi ha guardato a lungo e se ne è andato bruscamente. Mi è parso che non si interessasse tanto a noi quanto piuttosto obbedisse a un’abitudine. Siccome l’unica cosa che faccio è pensare, ho potuto pensare molto a lui. Mi capita di pensare che in principio continuassimo a comunicare, che lui si sentisse piú che mai unito al mistero che lo ossessionava. Ma i ponti fra lui e me si sono rotti, perché quel che era la sua ossessione è adesso un axolotl, estraneo alla sua vita di uomo. Credo che in principio io fossi capace di tornare in un certo senso a lui – ah, solo in un certo senso – e mantenere sveglio il suo desiderio di conoscerci meglio. Ora sono definitivamente un axolotl, e se penso come un uomo è soltanto perché ogni axolotl pensa come un uomo chiuso nella propria immagine di pietra rosa. Mi pare di essere riuscito a comunicargli qualcosa di tutto questo nei primi giorni, quando ero ancora lui. E in questa solitudine finale, alla quale egli ormai non torna, mi consola il pensiero che forse scriverà qualcosa su di noi, credendo di immaginare un racconto scriverà tutto questo sugli axolotl.

Julio Cortàzar, Fine del gioco, trad.it.di F. Nicoletti Rossini, in I racconti, Einaudi, Torino 1994  

L’azione narrativa, come in altri racconti di Cortàzar, è piuttosto esile e riassunta tutta nell’incipit:

Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl. 

Immediatamente il lettore si chiede se chi parla è diventato un axolotl o se a parlare sia proprio un axolotl. Come sempre in Cortàzar il destino è tracciato dal caso.

Il caso mi condusse da loro un mattino di primavera in cui Parigi apriva la sua coda di pavone dopo il lento inverno. Scesi lungo il Boulevard de Port-Royal, svoltai per Saint-Marcel e l’Hôpital, vidi il verde fra tanto grigio e mi ricordai dei leoni. Ero amico dei leoni e delle pantere, ma non ero mai entrato nell’umido e oscuro edificio degli acquari.

La letteratura fantastica non è una letteratura d’evasione, ma piuttosto di invasione da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento, la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per l’animale. Il narratore in prima persona registra paure, perplessità, descrizione degli axolotl dai piccoli e rosei volti aztechi con accuratezza maniacale, che mette in evidenza l’attrazione che l’animale esercita sull’uomo.

Rimasi un’ora a osservarli, poi uscii incapace di pensare ad altro.

L’impressione, in diversi racconti del testo, è che gli animali siano mossi da una determinazione quasi diabolica nel voler scavalcare la supremazia dell’uomo; l’invasione degli spazi privati da parte dell’animale distrugge le sicurezze umane, rendendo la bestia più forte dell’uomo sul piano psicologico. Nel finale la metamorfosi è definitivamente compiuta. Il ragazzo è divenuto un axolotl e osserva se stesso attraverso il vetro dell’acquario. Il pesce diventa simbolo del desiderio di conoscenza di qualcosa di irraggiungibile. Il tema del doppio insiste sul tasto dell’incomprensione e non sull’ambiguità alla maniera di Poe o Stevenson.

Senza transizione, senza sorpresa, vidi la mia faccia contro il vetro, la vidi fuori dall’acquario, la vidi dall’altra parte del vetro. Allora la mia faccia si staccò, e io compresi. Una sola cosa era strana: continuare a pensare come prima, sapere. Rendermi conto di ciò, fu simile all’orrore del sepolto vivo che si sveglia al proprio destino.
Alla fine tutto resta invariato, axolotl e uomo continuano a occupare il posto di sempre, anche se invertito, perché quello che si consuma attraverso il vetro è un mutamento tutto interiore.

Credo che in principio io fossi capace di tornare in un certo senso a lui – ah, solo in un certo senso – e mantenere sveglio il suo desiderio di conoscerci meglio. Ora sono definitivamente un axolotl, e se penso come un uomo è solo perché ogni axolotl pensa come un uomo chiuso nella propria immagine di pietra rosa.

Nel finale affiora l’ennesima deviazione e sfida alla ragione, da cui scaturisce l’orrore:

Mi pare di essere riuscito a comunicargli qualcosa di tutto questo nei primi giorni, quando ero ancora lui. E in questa solitudine finale, alla quale ormai lui non torna, mi consola il pensiero che forse scriverà qualcosa su di noi, credendo di immaginare un racconto scriverà tutto questo sugli axolotl.

Deborah Mega

 

 

 

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uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

17 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale

Lungomare

Il soffio cresce, il buio è rotto a squarci
e l’ombra che tu mandi sulla fragile
palizzata s’arriccia. Troppo tardi

se vuoi essere te stessa! Dalla palma
tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia,
sui lunghissimi cigli del tuo sguardo.

da La bufera e altro (1940 – 1954)

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Nota critica di Adriana Gloria Marigo a “La vita che si vede” di Antonello Sollai, Controluna Edizioni di Poesia, 2018

14 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Antonello Sollai

Maurizio Zani, filosofo della storia, nell’accuratissimo intervento critico Antropologia filosofica: scarso affetto per le emozioni approntato per il volume di saggi Psicoanalisi, ideologia ed epistemologia, Aracne Editrice, 2014 si avvale per ex ergo di «Noi siamo le nostre emozioni» (Antonio Damasio), frase dal tono definitivo che non ammette repliche se non la ricerca delle neuroscienze cognitive che lo scienziato portoghese Antonio Damasio ha arricchito di contributi numerosi e notevoli, tali da apportare un dettato nuovo e acclarante del ruolo delle emozioni nelle nostre decisioni, scelte morali, e della funzione delle sensazioni corporee per l’affiorare della coscienza e della complessità dell’io. Nel saggio, il filosofo chiarisce come il pensiero filosofico, fin dal suo apparire, dimostri “scarso affetto” verso le espressioni umane che si avvalgono delle emozioni e del sentimento, sottolineando come l’oggetto di quella disaffezione sia principalmente l’attività creatrice le immagini emozionali, dunque il pensiero analogico e ciò che da esso discende, la poesia in particolare: filosofia non riconosce che poesia sia un’importante sorgente di conoscenza, una raffinata e sofisticata rappresentazione del mondo, la discesa empatica entro le parti della realtà che si mostrano affrancate, essenti in sé e gravanti sull’uomo unicamente per la problematizzazione che l’individuo compie nella relazione con esse. Filosofia, incastellata nella sua primigenia dedizione alla ragione per cui attribuisce valore di conoscenza esclusivamente a ciò che deriva dall’applicazione della logica, costruendo un’ontologia strettamente connessa con il mondo delle idee platoniche o con ciò che si esperisce empiricamente, nutre disprezzo per la conoscenza derivante dai modi del pensiero analogico, dell’immaginazione attiva: vi è tutto un mondo collegato alle espressioni artistiche dell’uomo da cui ha preso distanza, almeno fino ad ora in cui mostra un’attenzione  particolare, un allontanamento apprezzabile dall’orgoglio del suo sapere, se non altro perché mossa dall’istinto incoercibile di conoscenza.

Nel primo paragrafo del saggio sopracitato si può leggere: «Siamo dei soggetti dotati di una storia personale proiettata su un orizzonte in cui si intersecano variamente, talora in maniera inestricabile, le esperienze del passato, del presente o del futuro: un orizzonte con cui intratteniamo un rapporto emotivo poiché ci sta a cuore e che costituisce una fonte illimitata di apprendimento emotivo. Un orizzonte nel quale non sempre sappiamo distinguere una linea che separa la parte adulta da quella infantile; un orizzonte nel quale sentiamo non di rado la compresenza di persone diverse che si condensano nella nostra unità personale. È in fondo il nostro orizzonte di vita. E in quel “nostro” si racchiude la “nostra” biografia, colorata dalle emozioni del ricordo, dell’attenzione, delle attese normalmente esperite in un contesto variabile di relazioni con altre persone.»: questo lungo preambolo per specificare che in tale scenario – che evidenzia il rapporto problematico tra i due saperi – ritengo che l’opera prima La vita che si vede di  Antonello Sollai si inserisca a pieno titolo per indicare che filosofia e poesia percorrono con modi differenti la stessa via, che è quella dell’essere su cui si può rivolgere lo sguardo che interroga e rappresenta o lo sguardo che osserva e accompagna l’intuizione oltre ciò che è visibile: la silloge, attraversata da felice musicalità di verso, è sostenuta e permeata da accenti, indici di problematiche esistenzialiste, dimostrando così che laddove esiste una scrittura che formalmente risponde ai modi della poesia, i contenuti consistono senza dubbio in pensiero, in quelle che sono tematiche della vita e che si inscrivono nell’orizzonte della riflessione filosofica. In prossimità di libri come quello di Sollai filosofia non può esimersi dall’accostarsi, poiché abbandonare il campo significherebbe non riconoscersi capace di individuare altre modalità di indagine per giungere o avvicinarsi alla natura intrinseca delle cose.

Il titolo La vita che si vede assume quasi i connotati di un teorema da dimostrare e che potrebbe anche restare indimostrato, poiché si tratta della vita: di essa vi è sempre qualcosa che sfugge allo sguardo logico, qualcosa che si sottrae o rimanda alle intuizioni che sorgono dai territori del Sé: è la perfettibilità, il dato inarrendevole alle strategie ordinanti l’essere  che spazia e trova manifestazione nella poesia di Antonello Sollai, che la connota di immagini impressive – poiché sono vibrazioni connotative che la poesia annuncia, non descrittive anche se felici, ma di pertinenza della prosa – come richiami alla discesa nel segreto personale o universale senza mai svelarlo del tutto, lasciandolo nella sospensione che genera la partecipazione costante alla vita, ai suoi richiami, alle sue chiamate, alle immagini fantasmatiche, poiché sono da considerarsi «… le passioni umane, quali l’amore, l’odio, l’invidia, la vanagloria, la misericordia e tutti gli altri sentimenti, non come vizi, ma come proprietà dell’umana natura (…) mentre la nostra mente gode della loro schietta contemplazione non meno che della percezione delle cose gradite ai sensi». (Baruch Spinoza).

In La vita che si vede il poeta non si sottrae alla tirannia delle passioni; non disinveste in emozione, in partecipazione; non rinuncia alla quotidianità che sente la conoscenza come campo in cui si manifesta “affetto umano” e «Tutto il resto è ingannarsi o volere ingannare gli altri. E volere ingannare gli altri per ingannare se stessi. (…)… è il sentimento tragico della vita» (Miguel de Unamuno). Il poeta di Cagliari ha ben presente questa dimensione e la frequenta onorandola con una squisita ricerca lessicale per cui la parola assume connotazione magica o simbolica, cerca la condensazione nel nome quale attestazione, sentire raffinato della natura senza mai sottoporla a dissezione per coglierne i gangli vitali che specchiano i gangli vitali della vita personale, sapendo – leopardianamente – che la natura non può essere piegata alla conoscenza ultima, che tra essa e noi esiste un varco incolmabile, una sporgenza che mostra inquieta presenza: « … E non ti reggerà il corrimano / del ponte e sotto quello, se ti sporgi, / un’acqua insonne balugina in tumulto. » p. 25

È necessario sottolineare che in Sollai la devozione alla parola che possa esprimere il massimo ontologico discende da una condizione che in lui è strutturale, ovvero è la coscienza per cui «La cultura è un linguaggio che unisce l’umanità (…) » (Pavel Florenskij). Ed è per questa ragione che in La vita che si vede si possono avvertire echi di ascendenze importanti, montaliane, e che sono non tanto manifestazioni di devozione al poeta ligure, quanto onere e offerta di una prossimità che scorge e testimonia, nell’affinamento della parola–simbolo, il valore altissimo del nome che ogni volta che si pronuncia «… sei già dentro ogni cosa…» p. 31; nella struttura musicale del verso l’urgenza di una misura aurea che discende da istanza classica «Le amate mani / più non baceranno le mie labbra.» p. 55 e rinnova i ritmi di Foscolo in A Zacinto, poiché il fine di Antonello Sollai è realizzare l’armonia più tersa tra forma e contenuto, la coniugazione del tu con l’io che tuttavia non è nell’ordine esistenziale realizzabile.

Lungo tutta la silloge si ha l’impressione di essere alla presenza di un «pensiero nobile e regale» (James Hillman) –  «Rompe, un canto, il silenzio tra le palme / e cave più non sono le distanze.» p. 18; «E la tua voce chiara sale, alta / sopra l’incendio, là, oltre il miraggio» p. 41, «Ti aspetto / e mi basta del sole / la luce che ricevo sul viso.» p. 61 –; dell’habitus che indulge alla scrittura, una facoltà metacreativa che si pone tra cuore e mente e assomiglia alla himma di Ibn ‘Arabī – «… Come due rami addossati perdemmo libertà / piegandoci insieme sulla stessa fuga. / Non ti rapì il volteggio di falena / sull’orlo del bicchiere ancora vuoto. / E mi lasciasti solo al pensile giardino / con la tua rosa in ascolto tra le dita / che appassirà incolpevole e negata.» p. 35 –: un pensiero del cuore potente, creatore, che dà nascita alle figure dell’immaginazione che non sono invenzioni personali dell’autore, ma «… creature autentiche (che dimorano)… tra le sottigliezze della coscienza e i livelli dell’essere. (…). Questa intelligenza dell’immaginazione risiede nel cuore: l’espressione “intelligenza del cuore” connota l’atto di conoscere e amare simultaneamente per mezzo dell’atto immaginativo.» (James Hillman) esattamente come accade a p. 59

 

La sera forza il passo alle finestre

che ti videro andar via

nei fumi ottobrini tra i castagni.

Sul tavolo ti attendono due versi

marini, confidenti

di quell’avvento chiaro, liturgico

del tuo ritorno.

Sull’orlo smemorato del cristallo

altro tempo è passato,

altre cose sono accadute

sopra le tue labbra.

Sei ombra che dilata il tempo,

colomba che la volpe addenta.

Sei il mio parlare su vetri indifferenti,

sul chiudersi di un giorno che trabocca

nell’afasia degli aceri là fuori.

 

 

Adriana Gloria Marigo

Luino, 5 gennaio 2019

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Canto presente 36: Flavio Malaspina

10 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FLAVIO MALASPINA

Tra morbide labbra

Hai cercato con la lingua nella mia bocca,
ma io non ho denti in bocca
In bocca ho le ossa della fame
e non di cibo hanno bisogno
ma di vita.
Soffiami in gola il tuo respiro,
chiunque tu sia,
ovunque tu sia,
ricreami una speranza
di ossigeno e carne,
e dammi una ragione di saliva per andare avanti.
Del resto
è lì che si vive tutti
In quell’elica liquida
tra morbide labbra.

A cosa servono i poeti?

A cosa servono i poeti?
A nulla!
ma se non ci fossero,
Il nulla
sarebbe ancora
più nulla.

Dedica

Vorrei che quelle parole,
tutte le parole, le avessi dette a me,
le avessi pensate e scritte per me,
Vorrei che scrivendole ti fossi immaginata le mie mani su di te,
le mie mani dentro di te,
mentre ti accarezzavano il cuore.
Ma ti chiedo scusa,
a volte i segni sul viso distraggono,
e le ombre disegnano cose che non ci sono
Per questo,
noi non siamo,
noi non esistiamo.

I miei morti

Io non ho “i miei morti”,
ho dentro di me tutti i morti del mondo,
e pesano sulle spalle.
Centosette miliardi sono passati fino ad oggi sul pianeta,
centosette miliardi che non esistono più,
ma esistono nel pensare,
esistono nel vivere
e spesso nel rinunciare.
Un fiume ininterrotto di assenze,
dissolvenze,
Mai un così enorme vuoto
ha pesato così tanto.
È questo
un esercito dei morti
che non subisce sconfitte.
Sono loro, per me,
dominio.
Rapito
annaspo in questo male di Stoccolma,
un mare magnum di memoria
che è somma di oceani
e disperazione…
…Soccombo
nel dubbio del vuoto.

Canzone d’amore

Quanti post it mi hai attaccato sul cuore,
quando batte mi fanno il solletico dentro come le ciglia di un
bambino sul viso.
Se mi sento giù ne scelgo qualcuno a caso,
lo leggo
e tiro un respiro di sollievo.
Hai sempre scritto in corsivo,
mai in stampatello!
Su uno leggo:
“Forse Dio non esiste, ma tu sì!”.
La tua esegesi,
la più bella canzone d’amore.

Mancanza

Oggi mi sono mancato un sacco,
e non trovandomi
per un attimo ho vissuto veramente.

Duecentodiecimila lemmi ti stanno aspettando
una moltitudine di pagine!
Cresci veloce Lorenzo,
c’è un meraviglioso giardino
oltre il tuo dito indice
e profuma di libertà!

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Epistole d’Autore 1

07 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Elsa De Giorgi, Italo Calvino

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica, che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale, hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog Limina Mundi inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

 Italo Calvino a Elsa De Giorgi

Il carteggio di lettere (ben 407) conservate nel Fondo Manoscritti di Pavia tra Italo Calvino ed Elsa De Giorgi è testimonianza della loro storia d’amore, vissuta tra il 1955 e il 1958. Elsa De’ Giorgi, appena diciottenne, iniziò la sua carriera da attrice, agevolata dalla sua bellezza ma invisa al regime fascista per le sue posizioni politiche che la porteranno a sostenere la Resistenza romana. Nel 1948 sposò il nobile Contini Bonacossi, collezionista d’arte; nella loro casa a Roma, divenuto un vero e proprio circolo letterario, ricevevano personalità del calibro di Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso e tanti altri. Nel 1955 la De Giorgi conobbe Italo Calvino, di dieci anni più giovane, il quale si occupava dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi. La loro collaborazione confluì in una relazione tormentata e difficile, fatta di corrispondenze, viaggi in treno tra Roma e Torino, incontri fugaci, tanto da concludersi nel 1958. A testimonianza di questo rapporto esiste il corpus epistolare che la filologa Maria Corti, ha definito “il più suggestivo del Novecento italiano”. La stessa De Giorgi nel suo libro Ho visto partire il tuo treno, edito da Feltrinelli, dichiarò che la relazione appassionata con Calvino incise anche sull’opera dello scrittore. Calvino le inviò centinaia di lettere, illustrate con i suoi disegni e le trovò una piccola villa sul mare con un bel giardino a Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo dove c’era casa sua. Dopo aver concluso ogni scritto, voleva che lei lo leggesse integralmente. Si sedeva di fronte a lei e le porgeva una foglio alla volta, scrutandole il viso per ore. Quando nel 1956 vennero pubblicate le Fiabe italiane nell’elegante edizione dei Millenni di Einaudi, erano dedicate a “Raggio di sole”, anagramma del nome Elsa de Giorgi, il loro codice d’amore, il modo segreto di parlarsi sotto gli occhi di tutti.

*

Certo, il mio amore per te è nato come un’individualista protesta contro tutto, un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia, di coraggio alla felicità. Come questa lezione si tradurrà nell’opera creativa è ancora da vedersi. Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore. Ho la tua lettera dal treno.

Cara, amore ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. Il ritratto del giovane P.P. [Pier Paolo Pasolini, ndr] è molto bello, uno dei migliori della tua vena ritrattistica, di questa tua intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi, questa tua gran dote largamente provata nei coetanei. È la stessa dote che portata all’estremo accanimento dell’amore ti fa dire delle cose così acute e sorprendenti quando parli con me di me che ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa. Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moto psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve regnare tra noi. Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro.

Sto scrivendo una cosa su Thomas Mann per il Contemporaneo- sotto forma di lettera- su cosa significa per me il suo atteggiamento d’uomo classico e razionale al cospetto dell’estrema crisi romantica e irrazionale del nostro tempo. Sono temi che ritornano puntualmente nella cultura e nell’arte contemporanea come nella mia vita: il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore. Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro, siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore.

(…) Ho due belle let­tere tue cui ri­spon­dere. Una (quella di gio­vedì) sulla «mis­sione di darmi gioia» che tu con me­ra­vi­gliosa ge­ne­ro­sità amo­rosa hai scelto (e io po­trei par­lare di una mia «am­bi­zione di darti gioia», di un mio or­go­glio, che quando non rie­sco mi fa sen­tire scon­fitto), l’altra, quella di ieri, col dia­logo delle donne sul per­fetto amante, che pare un po’ da corte d’amore, ma con una ma­li­zia da bri­gata di Boc­cac­cio in villa du­rante la pe­ste, e con una ra­zio­na­lità da ra­gio­na­mento fi­lo­so­fico e cor­tese cin­que­cen­te­sco e in più un senso dello sca­broso e dell’insoddisfatto che è tutto mo­derno. Ma tu che taci, e dici l’ultima bat­tuta, e le al­tre che stanno in si­len­zio, e quel tipo di Pan­filo o Fi­lo­strato o Dio­neo che trae, ga­lante ma con­cet­toso, la mo­rale, è un qua­dro di pura bel­lezza. Ma a parte quest’ammirazione for­male, quello che so­prat­tutto m’ha at­tratto è la bel­lezza della tua etica amo­rosa, che è an­che mia, che io t’ho in­se­gnato – per­dona il mio or­go­glio – nel mo­mento stesso in cui l’imparavo da te, su te e di cui tu ora dai una for­mula per­fetta, que­sto «su­sci­tare l’amore senza mai sti­mo­lare il vi­zio», que­sta con­di­zione così rara, che tu sola sai creare.

Italo Calvino

 

 

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