Poesie dell’avvento

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Poetico e ricco d’immagini questo è un calendario dell’avvento. Il dono quotidiano di una bella poesia dal 10 dicembre – Festa della Madonna di Loreto – al giorno di Natale. I disegni del calendario sono numerati coi giorni del mese di dicembre, ogni casella si attiverà al compimento del giorno, solo allora cliccandovi sopra si potrà leggere la poesia scelta. Buon avvento in poesia.

disegni di Loredana Semantica

Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

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I

PRIMA VOCE: (canzonando)
Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

TERZA VOCE:
Imparerai a parlare con le ombre.

PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
Non ve lo diciamo.

TERZA VOCE:
Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
Alla fine del mondo.

PRIMA VOCE:
Non è che non vogliamo.

TERZA VOCE:
Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

PRIMA VOCE:
Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

SECONDA VOCE:
Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
sigillata parlando.

TERZA VOCE:
Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
detto di no.

II

Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

da Se giuri sull’arca

 

I

Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

XV

Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
qui intorno è pieno di uccelli.

da Sciababàb

 

I

Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

VIII

Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

X

Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

(Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

 

da L’Ermeneuta

 

Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

Poesia sabbatica:-53-

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53

 

 

mi vedrai a volte

in un turbinio di polvere,

nell’acquazzone estivo

che dura qualche goccia

o solo di sfuggita

fermo sul marciapiede

appena un poco prima

del tram fra me e te

 

mi vedrai

nella poesia incompiuta

lasciata sopra al tavolo

(e le parole a terra

col cuore fracassato

perché la parola è morta

se manca chi l’ascolta)

 

o qualche volta a fianco

senza che avrai il sospetto

di me trapassato al vuoto

 

un fotogramma mobile

che scambierai per vivo.

 

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

Venerdì dispari

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Ricordo la cesura tra il prima e il dopo
l’apertura profonda della faglia
sulla dorsale oceanica
che non verrà mai più ricomposta.
Una deriva che non avrei mai
immaginato così veloce
il cigno nero che distingui
nello stormo avvicinarsi e atterrare
ignaro di essere un oscuro messaggero
testimone e padrone del tempo.
Tutto ora si trova in un ricordario polveroso
abbandonato in fretta su in soffitta.
Tutto sta rientrando nella norma
di una sopravvivenza da mercato nero.
C’è la guerra dicono, ma è lontana
e dobbiamo mobilitarci solo quando
si odono dal vivo i colpi di cannone.
Ricordo che era una serata da concerto
per mandolino solo, e andammo alla musica
come si va quando si è benevoli col mondo
certi che il mondo ci risponda con un trillo
con una innocenza studiata e un’aria accorata.
La musica che ancora incanta e ripara
le crepe nelle ciotole con il suo oro.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Christina Georgina Rossetti

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Monumento al mare

Christina Georgina Rossetti (1830-1894), inglese (foto web)

DAL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Perché il mare geme sempre?
Escluso dal cielo, emette il suo lamento.
S’agita contro il bordo della riva;
Tutti i fiumi in piena della terra non possono riempire
Il mare, che beve e ha ancora sete.

Puri miracoli di bellezza
giacciono nascosti nel suo letto non visti:
Anemoni, salsi, senza passione,
Come fiori respirano; sono vivi quanto basta
per respirare, moltiplicarsi e prosperare.

Gusci pittoreschi, curvi, a chiazze, a punte,
cose vive incrostate con occhi da argo,
tutti belli e uguali, ma tutti diversi,
nascono senza dolore e muoiono
senza dolore, —e così passano.

*

BY THE SEA

Why does the sea moan evermore?
Shut out from heaven it makes its moan.
It frets against the boundary shore;
All earth’s full rivers cannot fill
The sea, that drinking thirsteth still.

Sheer miracles of loveliness
Lie hid in its unlooked-on bed:
Anemones, salt, passionless,
Blow flower-like; just enough alive
To blow and multiply and thrive.

Shells quaint with curve, or spot, or spike,
Encrusted live things argus-eyed,
All fair alike, yet all unlike,
Are born without a pang, and die
Without a pang,—and so pass by.

LA POESIA PRENDE VOCE: LARA PAGANI

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[…]colui che guarda entra nel silenzio

e attraverso il silenzio entra nell’immagine[…]

Bernard Noël

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “Le viti del pianto”, Edizioni ilglomerulodisale, 2024 ( Prefazione a cura di Franca Alaimo). Il libro è il primo di una collana” La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo in collaborazione con Daita Martinez.

 

Versi trasversali: Lucio Zaniboni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo due poesie di …

LUCIO ZANIBONI

 

Il volo

Esaltati, dal pino alla finestra,
i merli spiccano il volo
e ad ogni slancio è colmo il becco giallo.
Frenesia agli infiniti palpiti,
che vengono dal cielo.
Dio delle nevi, Dio del candore
che reca all’anima sospiri.
In un momento bianca è la finestra,
la ferrovia un presepe.
Qui torna antico il mondo,
si ovattano i pensieri,
come nella spessa coltre I suoni.
Oltre c’è un cerchio di misteri,
che nessuna sonda potrà mai. sondare.
Lasciarsi andare alla corrente,
insana cosa.
Il fossile dal riquadro, parla di antiche ere
e dell’eterno nella cui faretra
sono infinite frecce.
Il.tempo a una a una le incocca.
È poca la nostra fede,
quando non c’è la neve,
ma ora il mondo è candido come bimbo
e sa di gioia il canto

L’olocausto

L’olocausto si ripete, migliaia di uomini inchiodati sul mare.
Il mondo vuole il miracolo e lascia fare.
Cristo flagellato e deriso,
la barca è rimorchiata in alto mare.
L’evento si compia,
senza che il sangue versato,
ricada sul nostro capo.
Una turba invoca in mille lingue il cielo:
Dio, accoglili nel tuo regno.
In questo mondo indegno,
in cui si mangiano topi,
per rimanere vivi e sperare,
cala la tela.
Cristo fra i migranti, noi tutti fra i sicari

Lucio Zaniboni

Poesia sabbatica: -26-

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26

 

 

e infine arriva

il momento che sai per certo

che vivere è la ferita

 

che non si rimargina.

non si rimargina,

 

che durerà per sempre

in nome del padre

e della madre

 

e di chi ha voluto un mondo

perché del figlio

si facesse croce.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

Venerdì dispari

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Sempre a novembre trattengo il tuo nome tra le dita
lui ritorna come un migratore che ha perduto la strada
e io non posso nemmeno scandire le tue lettere
diventate foglie e vento nelle foglie
vocalità di cui ho smarrito il senso e la forma.

Sempre a novembre richiudo con la penna
il cerchio canoro con il quale ti richiamo
mi appunto le immagini che ti legano a me
il glutine che si addensa e che nutre il legame.

Appoggio al muro della pagina che ci separa
questa mia testa piena di ricordi senza corda
e vi incido sempre necessariamente una voce.

Francesco Tontoli

Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

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Seaside lullabies

 

Naps

when I was a child

in the sticky beach house

 

tortuous turtle doves’ wrongs

embedded in the pillow

which always ate me all up.

 

Ninne nanne balneari

Sonnellini
quando ero bambino
nell’appiccicosa casa al mare

torti di tortore tortuose
accorpate nel cuscino
che tutto mi divorava.

 

Peak experience

Through a darkness

in constant blinding mutation

happily overpopulated with tooth decay

humanity

in its entirety

smiles at the little bunch of degassed intentions

which my body is

at the mind which is buzzling and sizzling and pulsating

similar to one of those bug zappers which I saw

in one of

those restaurants

in Bangkok.

 

Esperienza di picco

Attraverso un buio
in costante accecante mutazione
felicemente sovrappopolata di carie
l’umanità
al completo
sorride a quel mucchietto di intenzioni sgasate
che è il mio corpo
alla mente che ronza e che sfrigola e che pulsa
simile a una di quelle trappole elettriche per insetti che ho
visto in uno di quei ristoranti
a Bangkok

 

Archie Shepp

Your shoes as golden

as your saxophone

which is golden as the sweat that floods you

which is golden like the notes

which so heavenly

you sneeze

erupt

ejaculate

golden seeds falling around

and if only they could impregnate

that sissy girl

whom is my heart

which is somewhere but where?

 

Archie Shepp

Le tue scarpe dorate
come il tuo sassofono
che è dorato come il sudore che ti inonda
che è dorato come le note
che così celestialmente
starnutisci
erutti
eiaculi
semi dorati che precipitano intorno
e magari arrivassero a ingravidare
quella femminuccia
che è il mio cuore
che è da qualche parte e chissà dove.

 

The sin is always greener on the other side

I would like to be one of those corrupt

who enter without even wishing to the favour of Jesus.

One of those who make a string of mistakes

but who own deep inside the candied disposition of a child.

A selfless prostitute.

A humble thief.

The drunkard completely incapable of resentment.

Instead it seems that I will have to keep my abstainer

farting heart

my personal record of crimes invisible to the whole world

even to myself unprovable.

 

Il peccato del vicino è sempre più verde

Vorrei essere uno di quei corrotti
che senza neppure desiderarlo entrano nelle grazie di
Gesù.
Uno di quelli che commettono una sfilza di errori
ma che in fondo possiedono un’indole candita di bambino.
Una prostituta altruista.
Un umile ladro.
L’ubriacone completamente incapace di rancore.
Invece pare che dovrò tenermi il mio scoreggiante cuore
di astenuto
il mio record personale di reati invisibili al mondo intero
anche a me stesso indimostrabili.

 

Michel(l)e ma belle 

I love you

when you cry

and your whole mouth twists

 

it shrinks

 

by shortening

it travels much farther

 

where

for a moment

every wall falls apart

 

inside the slaughterhouse

of your countless ages.

 

Michel(l)e ma belle

Ti amo
quando piangi
e ti si distorce tutta la bocca

si restringe

accorciandosi
arriva più lontano

dove
per un attimo
crolla ogni parete

all’interno del mattatoio
delle tue innumerevoli età.

 

Testi tratti da Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove ancora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End, Haute Food e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens e il suo racconto Il proprietario esce nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino e il suo secondo libro La panchina senza angeli per Fondazione Mario Luzi Editore. In ottobre, presso Villa Buzzati a Belluno, è chiamato a leggere alcuni estratti della raccolta appena pubblicata per l’Happening di chiusura della mostra di poesia visiva Voci visibili nel granaio – 42 Poeti Visivi per Dino Buzzati. Nel 2018 pubblica per Polimnia Digital Editions la silloge poetica Per te soltanto,bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne. Da questa raccolta, l’anno successivo, vengono tradotte in inglese dalla redazione di Slow words – people and stories from this world e pubblicate due poesie. Da qui l’idea dell’autore di riscrivere l’intera opera in inglese con Flaming Child, sempre pubblicata per Polimnia Digital Editions nel 2020. A partire da dicembre l’opera entra nella Top 100 Bestsellers di Amazon, all’interno della categoria ebook gratuiti di poesia, raggiungendo il primo posto e rimanendo a tutt’oggi nelle primissime posizioni. Nell’agosto del 2021 alcune poesie tratte da Per te soltanto, bambino vengono commentate da Maurizio Cucchi su La Repubblica.

Poesia sabbatica: “A mio nonno”

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A MIO NONNO

 

Quando tu sarai morto di cancro

e accadrà presto

mi dicono i dottori

 

io di te

conserverò l’apparecchio acustico

ma dubito

che dall’aldilà

potrò io

riascoltare la tua voce.

 

(1985)

 

 

IN MORTE DI MIO NONNO

11 GENNAIO 1988

 

ieri

in un corteo

vestito di vento

ti ho accompagnato

al di là

dei cipressi sereni

 

ed oggi

non ci sei più

 

non posso ancora dire

quanto cuore mi basterà

per tornare a sentire

il mondo

più pieno di adesso.

 

Francesco Palmieri
(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

Venerdì dispari

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Due canti amari di paese

I

Succede che se vedo una foto dall’alto
del paese dove per caso son nato
io non possa fare a meno di pensarlo
divorato da una enorme bocca ingorda
mangiapietre disposta al tradimento.

Succede che nella cartolina di benvenuto
compaiano alcune necessarie ferite inferte
dai denti aguzzi di una fabbrica di vento
che ha fatto del santuario dell’arcangelo
una rampa al cielo con pallidi scalini.

Mentre bontà sua, sulla collina a fianco
il capomastro divoratore si è fermato
opportunamente ai confini del castello
considerando di cattivo auspicio abbatterlo.
E questo è stato solo il tiepido antipasto.

Poi apparecchiando il più ricco dei banchetti
pare senza nemmeno accorgersene
considerando di buon gusto farlo
hanno devastato i campi profumati di zagara
e la feudale divisione della terra in moggi

credendosi affrancati dalla schiavitù
del duro lavoro di Terra di Lavoro
per costruire si è detto case ai figli
così potendo meglio annusare
l’essenza di percolato impacchettato

opera d’arte di un artista tiranno
nascosta sotto enormi tappeti a cielo aperto
un vasto tonnellaggio di piramidi in rifiuti
nere testimoni di questa civiltà
che immagino in bella vista dallo spazio

II

Succede che l’idea di mangiare pietre e terra
di approfittare del rassegnato silenzio degli alberi
di ricoprire frettolosamente le buche
dove si sono interrati bisogni chimici secondari
prodotti altrove e venduti un tanto al chilo

sia percepita come merda del nord resa splendente
ma vagamente radioattiva e tossica
occultata in cimiteri di fortuna.
Succede, è necessario ed è accaduto
divenuto fatalmente inderogabile

che tutto sia stato avvertito come croce
dalle chiese scampananti di paese.

Oh, quanto devono aver sofferto
ad assistere a un dolore così aperto
come devono aver taciuto i parroci e i sacrestani
per ogni morto accidentalmente avvelenato
per ogni malato estremamente confortato.

Quanto quel così compianto monsignore
deve aver istruito i suoi piccoli allievi
nel suo tenace Sabato del Villaggio
in orazioni e oscure penitenze corporali.

Quanto lavoro creato dal nulla e nel nulla finito
quanto quei figuri abituati a bere il sangue
del rivale in amore o in affari infine
hanno donato denaro e mendicato indulgenze

per le proprie criminali debolezze e vizi
invocando dal santo il miracolo di un maschio
e applicando biglietti devozionali al gonfalone!

La città ringrazia per la crescita del formicaio
del quartino diventato fortezza di famiglia.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: William Stanley Braithwaite

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Monumento al mare

William Stanley Braithwaite (1878-1962), americano (foto web)

VOCE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Voce del mare che mi chiami,
Cuore dei boschi che il mio cuore ama,
Sono parte del vostro mistero.
Mosso dall’anima che la vostr’anima muove.

Sogno di stelle nella cupola del mare notturno,
Da qualche parte nel vostro spazio infinito
Dopo gli anni tornerò alla dimora,
Alle vostre sale per reclamare il mio posto.

*

VOICE OF THE SEA

Voice of the sea that calls to me,
Heart of the woods my own heart loves,
I am part of your mystery—
Moved by the soul your own soul moves.

Dream of the stars in the night-sea’s dome,
Somewhere in your infinite space
After the years I will come home,
Back to your halls to claim my place.

I giorni di Vetro di Nicoletta Verna lettura di Antonella Pizzo

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I GIORNI DI VETRO  di Nicoletta Verna – Einaudi Stile Libero Big
pp. 448
 

Era molto meglio prima, quando io non c’ero e non c’era nessuno dei miei fratelli, né i vivi né i morti. C’era solo mia madre che si rivoltava sul materasso del camerino e urlava: “Ammazzatemi, osta dla Madona” e la Fafina rispondeva: “Sta’ zeta ché chiami il Diavolo”, e andò avanti così per tre giorni e tre notti, finché mia madre lanciò un grido feroce e venne fuori Goffredo, il primo dei miei fratelli morti. Quando gli diedero lo schiaffo per farlo piangere lui non pianse, allora la Fafina scosse la testa e disse: “E’ segno che a Dio Cristo lassù gli bisognavo un angiolino”.
Ne vedeva tanti di bambini nati morti, e quello era uguale a tutti gli altri, anche se era suo nipote.
Mia madre la guardò avvilita. “Perché?” chiese.
“Perché hai mangiato troppo cocomero. Il cocomero fa acqua nello stomaco e il bambino si è annegato, il purino”.

La vicenda si svolge in Romagna durante il ventennio fascista, una Romagna povera e arcaica, dove vige la superstizione e l’ignoranza, dove si va dal Zambuten per curarsi e fare figli usando il sangue del mestruo versato in un pitale d’argento. 

“Dovete aspettare che vi venga il mestruo. Il primo mestruo dopo la bambina morta è quello buono. Dovete stare seduta su un pitale d’argento e raccogliere il sangue, quindi dovete farne bere dieci gocce a vostro marito, diluite nel Sangiovese. Dopo dodici giorni lui deve prendervi, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi non dovete guardarvi più. Voi dovete dormire in un letto e lui in un altro. Vi nascerà una figlia che ancora addosso la scarogna, ma camperà.”

Nasce così la figlia che aveva previsto Zambuten che chiameranno Redenda. Redenta rappresenta il ventennio fascista, è nata il 10 giugno del 1924, lo stesso giorno della morte di Matteotti. Nasce a Castrocaro, in Romagna, da una famiglia modesta, il padre è Primo, un uomo mediocre, fa il guardiano e considera la guerra l’unico mezzo per riscattarsi, è una mezza tacca fascista e senza scrupoli. La madre è Adalgisa, vende lupini al mercato ed è una madre che partorisce figli morti. Redenta sopravvive ma, come aveva già avvertito  Zambuten avrà pietà e la scarogna addosso. Redenta si ammala di poliomielite, la malattia le lascia danni permanenti alla gamba, lei la chiama la gamba matta. La babina non parla, sembra ritardata al punto che la chiamano inscimunita,  la purina. La nonna Fafina fa l’infermiera e lavora fuori casa, per guadagnare qualcosa in più accoglie in casa degli orfani per denaro che chiamano i bastardi. Con gli affamati e terribili bastardi Redenta cresce, va d’accordo solo con uno di loro, Bruno.   Fafina lo preferisce agli altri che sono dei selvaggi affamati e quasi lo considera suo figlio. Bruno è un bastardo diverso, è intelligente, si occupa degli altri bastardi, prepara loro da mangiare, li lava. Con Bruno la Redenta comincia a parlare. Redenta vive ai margini, ha uno sguardo laterale, parla con i fratellini morti. Bruno promette di sposarla  ma invece sparisce nel nulla.

I giorni di Vetro del titolo sono i giorni del fascismo, giorni che sembrano non terminare mai, giorni invincibili, imbattibili, ma alla fine finiscono per essere sconfitti dal bene, da chi all’apparenza sembra insignificante, fragile, debole. Sono giorni in cui l’occhio fasullo di Amedeo Neri sostituisce l’occhio vero del bellissimo Amedeo Neri, soprannominato Vetro. Sono i suoi giorni, quelli di un angelo cattivo, un demone, bello, possente, un colosso. Il crudele e sadico gerarca fascista aveva perso il suo occhio in Africa durante una delle sue tante rappresaglie verso la popolazione locale. Il personaggio di Vetro è ispirato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani che durante il fallito attentato del febbraio del 1937 aveva perso un occhio. Graziani era denominato il macellaio di Fezzan, durante il periodo del colonialismo si è reso protagonista delle peggiori atrocità perpetrando stragi di massa contro intere tribù accusate di collaborare con i ribelli, uccisioni di donne, anziani e bambini, ha distrutto interi villaggi, ha confiscato risorse essenziali, come acqua e bestiame, ha fatto uso di armi chimiche. L’occhio di vetro è il vero protagonista del romanzo, è la violenza allo stato puro, quella violenza incapace di verità. Vetro è la rappresentazione del male assoluto, bello all’apparenza ma incapace di vedere e sentite, inerme e senza vita, uno zombie il cui scopo è quello di causare sofferenza e affermare il potere della malvagità. Di quell’occhio lui è quasi orgoglioso, lui è orgoglioso del male che sa fare,  così come lo è della testa della donna africana mummificata. Nel romanzo si alternano due voci narranti femminili le cui storie si intersecano e trovano ragione di essere l’una nell’altra. Le due voci sono quella di Redenta e quella di Iris.

Iris  non vive a Castrocaro ma a Tavolicci, dove storicamente nel luglio 1944, i nazi-fascisti italiani trucidarono 64 persone, fra cui 19 bambini di età inferiore ai 10 anni, donne e anziani. Le vittime vennero arse vive. I capi famiglia dopo essere stati costretti ad assistere al massacro, furono condotti in una località vicina dove furono torturati e poi uccisi.
Le due protagoniste amano lo stesso uomo, Bruno, che diventa l’eroe Diaz, capo di una brigata partigiana capace di azioni esemplari. Nel contempo le due donne, che non si conoscono, sono vittime dello stesso carnefice, il crudele gerarca Vetro. Il nemico principale di Vetro è Diaz. Vetro sposa Redenta e ne fa la sua schiava sessuale. Vetro è un sadico violento che ama sopraffare le donne. Ha ucciso senza pietà, scaraventato bambini vivi nel fuoco, ha portato dall’Africa la testa di una donna mummificata che mette in bella mostra in camera da letto. Redenta subisce ogni violenza, ogni tortura, viene stuprata, viene picchiata e violentata con armi e pugnali, viene ferita e costretta ad assistere ai rapporti sessuali violenti che lui ogni sera ha con le prostitute del locale casino. Redenta subisce e non racconta nulla alla sua famiglia di origine. Per non rimanere incinta di Vetro, sa che se le nascerà una femmina vetro ucciderà la bambina perché vuole un maschio, beve ogni giorno un sorso di acqua con il piombo, non sa che l’ingestione di piombo è causa di grave, spesso fatale, avvelenamento.
La resistenza fa da contraltare alla violenza e ci fa ben sperare che non tutto è perduto, che esistono gli eroi, che hanno paura come tutti, ma la generosità fa superare ogni paura, gli eroi sono le persone comuni che mettono a repentaglio e sacrificano la propria vita per gli altri. Nel ventennio fascista le donne avevano un ruolo di sottomissione e marginale, ma nelle cascine, nei campi, nella Romagna le donne sono quelle che hanno portano avanti le famiglie quando gli uomini erano stati richiamati o costretti a nascondersi, sono gli eroi della storia. Iris e Redenta, ciascuna a modo loro  hanno fatto la resistenza. A volte gli eroi sono le persone meno insospettabili, le babine, le purine, le inscimunite, insospettabili eroi come la Redenta. Il romanzo è riuscito,  aderente alla realtà storica, i personaggi indimenticabili, Redenta in modo particolare, ma anche quello di Vetro il cui nome è presente nel titolo del romanzo.

Antonella Pizzo

LA POESIA PRENDE VOCE: ORNELLA MALLO

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LA POESIA PRENDE VOCE

Maneggiare le parole, soppesarle,

esplorarne il senso,

è una maniera di fare l’amore…

Marguerite Yourcenar

(Foto di Duilio Scalici)

Inedito-

Candore

Può
Il sangue vermiglio
Del melograno
Imbrattare
Il bianco petalo di giglio
Violato
-dimenticato-
Sul pianoforte?

Cerco
Tra i martelletti
L’odore di dita bambine
Che pigiano i tasti.

Fitte ragnatele
Occultano
-corrodono-
Gli ingranaggi.

Davvero possono
Le fauci vischiose
Dei fiori carnivori
Divorare
Il candore delle farfalle
Sfuggite all’inganno
Dei fiori di sabbia?

Ornella Mallo

Rosaria Scialpi, “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

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La faglia empirea

C’è uno squarcio nel cielo:
impossibile ricucirlo.
Non basta la strenua volontà del
sognatore e nemmeno l’ago del cinico.

Quella faglia nella volta empirea
riduce lo sguardo a inerme
scrutatore del reale.

La corda è sospesa nel vuoto.
Nessuna possibilità di salvezza.

 

Il precipizio ha forma d’infinito

La vertigine del vuoto
non ferma il perpetuarsi della tortura
della vita. Non la frena l’implacabile certezza
della morte. Il precipizio ha forma d’infinito.
Il pargolo in fasce è già l’uomo col bastone.

 

Phainomai. Confessione 02

Sono il mio fantasma.
I contorni, sempre quelli.
Sempre uguali a se stessi.
Gli occhi vacui.

Fauci dilatate inghiottono
la figura nello specchio…

Eccomi
ricomposta
in frantumi

 

Sottrazione

Distillare le parole.
Frenare l’implacabile fiume
di verbosità della roboante orchestra del mondo.

Cernere ciò che appartiene
ai corridoi sotterranei, bloccarne
l’ingresso e apporre un chiavistello sul pericardio.

Scendere nel sottosuolo e trangugiare
la cinica maschera d’orrore quotidiano.

Arginare per custodirsi.

 

La testa di Orfeo

Sono parole straniere, quelle che riposano nel mio ossario.
Suoni antichi che riconosco, ma non sono più miei.
Appartengono alla riva del rimpianto senza fine.
Io non ci tornerò più.
Hanno odore di ruggine e decomposizione.

La testa sbrindellata di Orfeo riposa sul letto
dell’Ebro. Galleggerà nel mare senza darsena.
Per me non ci sarà Febo Apollo a proteggerla.
Me l’hanno strappata via i Ciconi. Sparagmòs!
La fedeltà all’apollineo si paga con la vita:
nei campi di Dioniso i poeti soccombono.

 

Nina all’altalena*

Non fermare l’altalena!
Non voglio scendere da questa giostra,
interrompere la nenia.

Non ostacolare il mio viaggio,
appesa a un vecchio legno e due catene,
i piedi verso il cielo, i capelli nelle nuvole.

Non portarmi sulla terra,
lascia
che metta radici ribelli nell’aria,
che s’irradi nelle vene clorofilla.

Non provare ad afferrarmi.
Che il vento mi trafigga la schiena.
A te lascio la maschera di gelso.
Io voglio essere Icaro: cera al sole.

*Testo ispirato dall’ascolto di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André.

 

Rondini sul cielo di Puglia

C’era uno stuolo di rondini, davanti a noi.
Uno stormo impazzito, perduto come lo sono io.
Un volo presago di notizie mortifere
per l’anima che stenta a tenersi
in equilibrio. Ombre taglienti dal sorriso di lama
sul mio cammino. Solo questo!
Nient’altro di me resta.

 

Testi di Rosaria Scialpi, tratti da “La faglia empirea”, Brè Edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Rosaria Scialpi è nata a Taranto nel 1996. Laureata in Lettere moderne con lode, ha scritto articoli per riviste scientifiche, collaborato con testate giornalistiche del territorio pugliese e ha curato la comunicazione di un festival letterario internazionale. Fra i suoi scritti: Lembi di verità (L’Erudita, 2022), la silloge d’esordio vincitrice del Premio Saffo poesia giovane e del Premio Troccoli Magna Graecia.  Recentemente è anche stata curatrice del saggio Sulle Sponde della Magna Grecia – Il Novecento di Spagnoletti, Carrieri, Grisi e gli altri (Passerino Editore, 2023), giunto alla sua seconda edizione. Alcuni suoi racconti appaiono in antologie. È autrice di un podcast incentrato sulle versioni meno note dei miti classici dal titolo Mitopedia: il mito come non te l’hanno raccontato, spin-off della pagina Instagram omonima dove fa divulgazione.

Poesia sabbatica: “Non m’importa di sapere”

 

NON M’IMPORTA DI SAPERE

 

non m’importa di sapere

da dove veniamo,

in fondo siamo arrivati

e ci troviamo qui,

non si sa se chiamati o gettati,

o viaggiatori distratti

siamo scesi ad una stazione qualunque

da un treno d’altrove

che non doveva essere qui

 

(non qui

dove sopportiamo di starci

perché il ripartire

non può darsi a comando

e il morire è quel viaggio

che nessuno sa dire

se procuri altra vita)

 

non m’importa di sapere

da dove veniamo,

in fondo qui siamo arrivati

e lo abbiamo imparato

che nessuna carezza

nessun sole

nessun oceano grande

potrà farci scordare

la condanna di essere nati.

 

(1998)

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse)

Venerdì dispari

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Lungo la strada ho infranto il mio tempo

la luna piena è sul fiume

e io la tengo in aria con lo sguardo.

Non so se stanotte cadrà

ma se cade sul nastro d’asfalto

che ora percorro di corsa

ho tempo di vederne le tracce

i duri cristalli di morte

del suo bicchiere di luce.

Francesco Tontoli

La città e le sue mura incerte di Haruki Murakami lettura di Antonella Pizzo

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La città e le sue mura incerte – Haruki Murakami – Einaudi – Collana: Supercoralli – Traduzione di Antonietta Pastore

Dalla quarta di copertina: «Diciassette anni lui, sedici lei, il primo amore, il tempo di un’indimenticabile estate. Tra passeggiate lungo il fiume o in riva al mare, speranze sussurrate su una panchina e sogni affidati alle righe di una lettera, lei gli racconta di una città circondata da alte mura: i ponti di pietra, la torre di guardia, un orologio senza lancette, una biblioteca. «La vera me stessa è lì che vive», gli dice la ragazza, e in quel luogo lui sarà il Lettore dei sogni. Poi, all’improvviso, lei scompare. La chiave per ritrovarla è quella città. Ma solo chi lo desidera con tutto il cuore potrà superare le sue mura.»

Il romanzo è diviso in tre parti e settanta sezioni. Le parti si ricongiungono come fiumi che si riversano tutti nel mare. La prima parte riguarda la ragazza e la vita di lui, che sarebbe anche il narratore di cui non conosciamo il nome.   Il suo compito dentro la città è quello di leggere i sogni contenuti nelle uova, due/tre al giorno, per farlo ha dovuto rinunciare alla sua ombra  e farsi ferire gli occhi dal guardiano . Nella seconda parte Il narratore, ormai adulto e che ha abbandonato la città dalle alte mura,  lavora come bibliotecario capo della biblioteca della Città rurale Z. sulle montagne di Tohoku. Lì conosce il bibliotecario capo, Tatsuya Koyasu, incontra anche M.  un misterioso ragazzo di 16 anni, lì si innamora di una donna. Nella terza parte tutto si conclude.

Lui ne ha diciassette  e lei sedici, hanno cominciato a frequentarsi e a scriversi dopo essersi conosciuti perché entrambi avevano partecipato a un concorso letterario. Sono due adolescenti che si innamorano, lui l’accompagna a casa risalendo il fiume. “Sei tu che mi hai fatto scoprire la città. Una sera di quell’estate, risalivamo il corso del fiume pervaso dalla fragranza dell’erba. Ogni tanto superavamo piccole cascate, fermandoci a guardare i pesciolini argentati che vi guizzavano.” Lei ha dei sandali rossi che conserva in una borsa di plastica gialla per non bagnarli, le foglie le si appiccicano alle gambe.

La ragazza gli confida che lei non è reale e che la sua vera essenza vive in una città circondata da alte mura, dove fa la bibliotecaria.  Per entrare in quella città bisogna staccarsi dalla propria ombra. In quella città non esiste il tempo, l’orologio della torre è senza lancette. La città è molto fredda, la gente veste con abiti lisi, molte case sembrano abbandonate da tempo,  come una città morta abitata da morti, con un guardiano alla porta, delle mura che non si possono scalfire, ma mutano, in giro transitano degli unicorni. L’unicorno nella cultura giapponese punisce i malvagi con il suo unico corno, protegge i giusti e assicura loro la buona sorte. Solo gli unicorni possono entrare  e uscire dalla città, una città in cui gli abitanti tentano di conservare i sogni di chi lì ha abitato, in un tempo nel quale, forse, la gente era viva e sognava. I sogni sono racchiusi nelle uova, la ragazza bibliotecaria li consegna al lettore  che sembra avere il compito di schiuderli, di  liberarli. In quale dimensione ci troviamo? Luogo di vita o di morte? Ci sono salici e glicini. C’è molto freddo, non ci sono le ombre, sono state strappate via, non esiste il tempo. Sembra  un mondo di morte. Il calore è vita. La ragazza conforta e sostiene il lettore preparandogli ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, una tisana calda con delle erbe speciali. La ragazza, che prima indossava dei sandali rossi, ora veste abiti cupi e grigi, incolori.

Nella seconda parte il narratore ormai adulto e che ha lavorato per anni nel mondo dell’editoria,  cerca e trova un impego nella vecchia biblioteca di un paese sperduto che si chiama Z.  Nella prima biblioteca si leggevano i sogni, in questa invece si leggono libri. Anche in questo paese c’è molto freddo, il ghiaccio ricopre le strade e ogni angolo della città. Qui il narratore incontra un personaggio, estremamente caratteristico e quasi tenero per il suo vissuto doloroso e per la sua sensibilità, il signor Tatsuya Koyasu. È il vecchio bibliotecario andato in pensione,  è un uomo anziano molto particolare,  indossa una gonna scozzese, una sciarpa scozzese, una calzamaglia nera, scarpe di tennis bianche e un basco azzurro. Gli incontri fra i due avvengono in una piccola stanza quadrata, con l’unica stufa a legna presente nel palazzo dove ha sede la biblioteca. La stanza viene riscaldata da questa stufa che viene accesa prima di ogni incontro dal signor Koyasu, il quale, come la bibliotecaria della città dalle alte mura,  gli prepara una bevanda calda, per la precisione un the servito usando delle raffinate porcellane. In questa città il narratore incontra anche un ragazzo che ha la particolarità di saper leggere una enorme quantità di libri e che indossa una felpa con la stampa del Yellow submarine dei Beatles. Quest’ultimo a un certo punto della storia scompare senza lasciare traccia, così come svanisce il signor Koyasu.  

I colori presenti nel romanzo sono il rosso dei sandali della ragazza, il giallo della sua borsa, il giallo del sottomarino del ragazzo, l’azzurro blu del basco, la gonna e la sciarpa scozzese, il glicine, il verde dei salici. Il giallo e il rosso sono colori caldi come il sole, simboleggiano la vita, il glicine nella cultura giapponese simboleggia l’amicizia, l’amore eterno e la longevità, Il Salice simboleggia la grazia e la resistenza. Tutto sembra essere utile per contrastare il freddo e la morte, i colori, il supporto e l’affetto dimostrato nella preparazione delle calde bevande, il conforto e l’importanza della lettura, della storia, del passato, delle testimonianze. Grande importanza hanno Il lettore dei sogni, le biblioteche, i vari bibliotecari, il ragazzo che legge interrottamente.  Leggere il proprio essere, leggere per capire, analizzare il profondo, leggere ciò che è stato scritto o sognato, che forse è irreale o può anche essere vero e reale, nulla deve andare perduto o essere dimenticato.  Attraversare il fiume della vita in un flusso che porta alla fine dell’esistenza, fra realtà e irrealtà, fra sogno e fantasia, fra viventi e fantasmi. Nella città dalle alte mura torna la primavera, il ragazzo Yellow submarine  diviene ciò che vuole essere “Il vero lettore dei sogni”, il narratore incoraggiato dal ragazzo fa il salto e si lancia nel vuoto con fiducia, piomba nel buio, lui che è ombra si ricongiunge al suo corpo.  Qual è la realtà? è quella che stiamo vivendo o stiamo vivendo nei sogni di un altro, stiamo uscendo da un uovo che si sta schiudendo grazie a un lettore a cui la visione della nostra vita gli sta causando un forte dolore agli occhi? La nostra vita vera è dentro o fuori la città, dentro o fuori l’uovo? Il percorso della nostra vita è già scritto o può mutare? Possiamo scegliere di lasciare la nostra ombra o riprendercela? Seguire ciò che crediamo sia vero amore o abbandonare la strada e saltare aldilà del muro.  Risalire il fiume e andare contro corrente come i salmoni? Lasciarci trasportare dalle acque senza sapere la nostra destinazione finale, oppure aiutarci con la mappa della città a forma di rene che ha disegnato il ragazzo? Il rene che nella medicina cinese è l’organo dell’ energia ancestrale, che permette la vita dell’organismo, che è simbolo della potenza procreatrice e della capacità di resistenza dell’organismo. Quella città che sembra città di morte ma che invece è il luogo dove i sogni vengono liberati, dove gli uomini si fortificano, dove mutano e si muovono.  

Le ultime sezioni della terza parte si chiudono con il buio. In questo romanzo niente è stato scritto per caso, ogni parola, ogni simbolo, ogni vicenda, fanno parte di un enorme puzzle che il lettore deve ricostruire per avere una visione chiara dell’insieme. Che io però, mio malgrado, credo di non avere. Anche se penso che a volte la verità sia più semplice di quella che crediamo. Probabile che il protagonista/narratore sia arrivato alla fine della sua vita, che ci abbia semplicemente raccontato il suo percorso, il suo amore adolescenziale, il suo lavoro, l’amore per una donna più matura, il calore dell’amicizia,  la sua passione per la lettura, per la natura, il suo amore per la vita, la sua morte.

Dove sta la verità? resta un mistero, i confini fra il reale e il sogno sono incerti come le mura di quella città, incerti fra il vero e mera rappresentazione del vero. Murakami però è così abile nella costruzione dei personaggi e di quel mondo irreale che mi sembra di conoscere da sempre il signor Koyasu, come fosse realmente esistito, al punto che provo per lui ammirazione e dispiacere per ciò che ha vissuto e per il fatto che si sia dissolto nel nulla diventando evanescente, dispiacere per il fatto che sia svanito in un luogo dove non ha trovato quello che si aspettava, il ricongiungersi con i suoi cari. Penso a lui come fosse un amico scomparso. Murakami ci conduce in un mondo irreale ma dalle sembianze reali, dove tutto si muove e si spostano i confini, dove il tempo scorre lasciando dietro di se i rimpianti e le domande senza risposta ma l’orologio non ha le lancette, come accade viaggiando nello spazio alla velocità della luce, sulla terra il tempo scorre ma nella navicella si è fermato e può anche accadere di essere arrivati ancora prima di partire.

Dove si trova la verità? A questa domanda risponde l’autore nella postfazione del suo romanzo:

“In ultima analisi, la verità non si trova in un’immobilità fissata una volta per tutte, ma nel movimento costante – cioè nelle fasi di spostamento. Non consiste forse in questo il mistero della narrazione? Io ne sono convinto.”

Antonella Pizzo

Dieci poesie di Ivan Pozzoni

BRONCHOPNEUMONIA

Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est,
riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach
– mi ricordano il suono indistinto del tuo nome
che non so ancora dire, che non so ancora urlare-,
sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole
senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi,
senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito
(la mia lingua taglia, erode, brucia).

Alle anime gemelle non occorrono due anime,
si scontrano come corpi nella concretezza della terra,
si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico,
alle anime gemelle non occorrono due corpi
attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi
su cui restano impressi i segni delle catene,
alle anime gemelle non occorrono due menti,
alle anime gemelle non occorrono due cervelli,
alle anime gemelle non occorrono due cuori.

Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile
lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci
della nostra nuova lingua: italiano – english – český,
in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia,
a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato,
a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?)
d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.

Alle anime gemelle non occorre niente,
bastano a se stesse, figurine doppie
sovrapposte sull’album dei ricordi della vita,
a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità
al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui,
a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.

SIAMO TIGRI DI CARTA

L’una di notte non suona mai così spontanea
dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche,
da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta
schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone,
i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo
con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.

Responsabili e irresponsabili allo stesso momento
rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno,
non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance,
adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio
non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta
e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.

Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona,
attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma,
bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren,
nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En,
ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue,
non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.

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BRONCHOPNEUMONIA

Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est,
riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach
– mi ricordano il suono indistinto del tuo nome
che non so ancora dire, che non so ancora urlare-,
sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole
senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi,
senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito
(la mia lingua taglia, erode, brucia).

Alle anime gemelle non occorrono due anime,
si scontrano come corpi nella concretezza della terra,
si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico,
alle anime gemelle non occorrono due corpi
attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi
su cui restano impressi i segni delle catene,
alle anime gemelle non occorrono due menti,
alle anime gemelle non occorrono due cervelli,
alle anime gemelle non occorrono due cuori.

Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile
lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci
della nostra nuova lingua: italiano – english – český,
in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia,
a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato,
a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?)
d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.

Alle anime gemelle non occorre niente,
bastano a se stesse, figurine doppie
sovrapposte sull’album dei ricordi della vita,
a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità
al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui,
a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.

SIAMO TIGRI DI CARTA

L’una di notte non suona mai così spontanea
dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche,
da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta
schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone,
i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo
con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.

Responsabili e irresponsabili allo stesso momento
rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno,
non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance,
adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio
non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta
e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.

Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona,
attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma,
bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren,
nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En,
ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue,
non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.

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