Bellezza nel mirino: Progetto Ragna-tele

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Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative

Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta:
“La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare.
Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.
Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi.
Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”

PROGETTO RAGNA-TELE

di Miriam Bruni

Il ragno per me ha una forte valenza simbolica.
Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….

Tra visibilità e invisibilità

Tra operosità e silenzio

Il ragno lavora,
e vive, cattura,
se ti chini lo scorgi
alla giusta angolatura.
Ci passi anche tu
sulla via delle fagiane
e levi una preghiera
alle nuvole lontane.
Ti aggrappi alle spighe
come fossero ringhiere:
hanno forza dorata
pur sottili e leggere.

Ode al ragno

Hai filato nel buio senza ansie né plausi.
Ora è nel tuo scrigno aperto
che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.

Perle mirabili per fattura e splendore
che ricordano ai terrestri
a chi devono la vita: acqua e sole.

                                                         Galleria fotografica



Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia.
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:

  • Cristalli, 2011
  • Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
  • Credere nell’attesa, 2017
  • Così, 2018
  • Falesìa, 2019
  • Concentrati sul cromosoma celeste,2022
  • Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
  • Cuanto cuesta vivir, 2022.

Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli.
Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.

È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche.
Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.

Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.

Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:

https://miriambruni.blogspot.com/

Contatti:
miribruni79@gmail.com
fotoquadri.mirystyle@gmail.com

5 poesie inedite di Marcello Buttazzo

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E poi

a chi darla

la vita

se il tempo langue,

se il giorno piange

lacrime di noia!

A chi dedicare la gioia

se il corpo e lo spirito

sanguinano di continuo

tutte le ferite del mondo.

Non voglio più sostare

nelle stazioni inconcludenti

del ricordo.

Non voglio più bere

nettare divino

dai tuoi seni

se il sogno

ha le ali spezzate

come le elitre

d’un insetto immondo.

La vita,

lo sai,

è lampo

foglia caduca caduta

infinitesimo istante.

Va traversata

con lo sguardo desto aguzzo,

la vita.

Va amata

irreversibilmente

vivendo.

*

Vorrei guardare

nel rosso

del primo papavero di maggio

per scoprire

un’anima di furore.

Furtivo il mio amore

per te

che sai far fiorire di colpo

tutti i giardini di paese.

D’impeto

t’accolgo fra le mani

per bere fresca

la tua acqua di fonte.

Clandestino il tempo

che solo tu sai consolare,

le ferite

piano piano sai ricucire.

Ti vorrei vedere

nell’esitante albore di gennaio,

che gialleggi il sole.

Il rosa del tuo viso

è il più vivace colore

che misura le ore.

E accende

questa perenne insaziata sete

di te.

*

M’incanti

come canto,

m’incateni

come un’idea,

mi danzi addosso

come odalisca d’amore.

Voli e voli

nel tuo cielo,

corri e corri

su una terra

di sanguigne visioni.

Il tuo pensiero

è una morbida coperta

di piume.

E la malia

sei tu.

Sei sorgente

d’acqua chiara.

Sei quel che resta

e non passa.

Sei la vita

che mi basta.

Sei il risveglio

del giorno.

*

Come lampo

ritorna il nuovo giorno,

riapre la ferita

l’ancestrale dolore

che ci appartiene.

Come sogno,

ritorni tu.

Le tue carezzevoli parole

sono una mantiglia

di rosso

di rosso vivo

che m’avvolge.

Di là del frastorno,

di là del rumore

e dell’ineludibile fragore

di questo triste tempo,

mi giunge

l’eco della tua voce,

che è canto,

attesa elegia,

madrigale d’amore.

Arrivi tu

e sconvolgi

le ore,

fai del momento

uno sciabordio di onde,

uno scompiglio di passione.

*

Vorrei vederti,

rosa arresa

nei tuoi rosai.

Vorrei vederti

nel tuo verziere

che cogli il fiore

più agognato del mondo.

C’è un dolore antico

che batte e ribatte

e non passa,

c’è un fiato spento

che non aleggia più,

mi percuote e mi squassa.

Ecco perché

vorrei vedere solo te

e i tuoi occhi

che scrutano

gli orizzonti lontani.

Vorrei vederti

tinteggiata di sole

che infiammi le aurore.

Tu,

paradiso e fervore

d’un nuovo

inaspettato autunno.

 

Marcello Buttazzo

 

Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle”(I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). La sua ultima raccolta di versi “Ti seguii per le rotte” è stata pubblicata nel 2024, per I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.

Poesia sabbatica: “24”

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-24-

 

lo vedo come il tempo mi sfigura

come costringe l’ottobre intorno agli occhi

(e quante mattine

a spazzare foglie sulla porta)

 

lo vedo il nero all’orizzonte

le nuvole raccolte sul confine

la pioggia che verrà e il temporale

 

(per noi

che un tempo siamo stati

divinità di terra

papaveri scoppiati

in mezzo a grano ed erbe

carni in amore e fiamme

e baci baci e baci 

il grido alto a un cielo

azzurro che si apriva)

 

 

lo vedo il tempo come mi sfigura

come sulla faccia cresce

la maschera appassita

di un tempo che detesto.

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Biografie” Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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L’orologio

C’è un orologio dell’apocalisse
da ricaricare ogni mattina
simbolico e arcano si vede da lontano
sul campanile che ci governa il sonno.

Fa girare i secondi dimenticando le piccole
ore e i minutissimi granelli di vita
che scorrono e si consumano
facendo deserto e giardino sotto i nostri piedi.

Alcuni scienziati di chiara fama
lubrificano lancette e ruote dentate
si sforzano di meritarsi il Nobel
in pagnotte di pane che hanno ricevuto
per questo lavoro infame.

La sveglia con il sole alto
l’attesa di una notte
il ricordo di quando giravo per casa

e prima di andare a letto
rimboccavo con la coperta
il sonno dei miei figli.

Francesco Tontoli

“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

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La prima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

Perch’i’ non spero più di ritornare
Perch’i’ non spero
Perch’i’ non spero più di ritornare
Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo
Non posso più sforzarmi di raggiungere
Simili cose (perché l’aquila antica
Dovrebbe spalancare le sue ali?)
Perché dovrei rimpiangere
La svanita potenza del regno consueto?

Poi
che non spero più di conoscere
La gloria incerta dell’ora positiva
Poi che non penso più
Poi che ormai so di non poter conoscere
L’unica vera potenza transitoria
Poi che non posso bere
Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c’è più nulla

Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo
E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio
E che ciò che è reale lo è solo per un tempo
E per un solo spazio
Godo che quelle cose siano come sono
E rinuncio a quel viso benedetto
E rinuncio alla voce
Poi che non posso sperare di tornare ancora
Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa
Di cui allietarmi

E prego Dio che abbia pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste cose che troppo
Discuto con me stesso e troppo spiego
Poi che non spero più di ritornare
Queste parole possano rispondere
Di ciò che è fatto e non si farà più
Verso di noi il giudizio non sia troppo severo

E poi che queste ali più non sono ali
Atte a volare ma soltanto piume
Che battono nell’aria
L’aria che ora è limitata e secca
Più limitata e secca della volontà
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti.

Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte.

Tra ironia e disincanto: “Barracuda”

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“Barracuda”

di Loredana Semantica

Terra d’ulivi edizioni, 2024

Nota critica di Maria Allo

“Ecco uno spaccato del mondo

 osceno fino al disgusto

 che nessuna poesia sensazionalista

 può oltrepassare in verità

questo il mare di melma

 che ci sommerge

 che ci affonderà.

(Pag.89)

Barracuda, la raccolta poetica di Loredana Semantica, recentemente edita da Terra d’Ulivi e corredata dalle sue illustrazioni, arricchisce l’esperienza di lettura con un mix di emozioni e suggestioni, anche dal punto di vista visivo. Il criterio che investe la produzione “civile” di Barracuda è il grado di autenticità della sua comprensione del reale, basata sull’identificazione della conoscenza poetica con l’esperienza personale nella stessa misura in cui l’autrice se ne distacca e lo distanzia in una dimensione prettamente artistica:” Io non scrivo per rompere il silenzio/ ma per proclamarlo. / Dicono che si scriva/ per non imbracciare un fucile/ e sparare. / Io sparerei a volte/ non a ladri assassini e stupratori/ folli balordi e disonesti/ ma alle persone normali/ tutte prese dalla loro normalità/ di esseri superiori. / Poi contemplandoli da questa rocca/ girerei il fucile/ e mi sparerei in bocca (pag. 40). Il testo, collocato nella terza sezione Un sillabario di passiflore, contiene un’esplicita dichiarazione di poetica, seguita da una riflessione sulla funzione della poesia di illuminare la realtà nella sua interezza, ponendosi come limpida chiarificazione del confuso caos dell’esistenza e delle sue contraddizioni. In Barracuda la fisicità della parola fa spazio al pulsare delle sensazioni, all’evidenza del corpo, ai tratteggi nitidi che incidono sul foglio un cromatismo intenso e diretto: “Essere infido informe infame/ ti osserva l’occhio enorme/che tutto vede” (pag. 80). Di fronte a questa negatività, che presenta molte affinità con la desolata Terra di Eliot, l’autrice si scaglia contro chi predica bene ma agisce male: “… Intanto il potere si arroga ogni diritto/ dilaga e gonfia tronfio il proprio petto/ riempie il portafoglio di sbruffoni” (pag. 37). Con lucidità e disincanto, si fa carico di proteggere un margine di libertà per l’umanità, affermando che “Solo un fiore placa il terrore” (pag.98), e che “Diremo poi all’altare dell’Unicità/ noi almeno abbiamo vissuto/ coi santi dei valori morali/ occidentali o musulmani/ fin dentro la terra/ liberi e umani” (pag. 98). Tuttavia, l’evento salvifico viene solo sfiorato e subito svanisce, rendendo la sconfitta ancora più amara. Così, l’occhio della poeta continua la sua indagine sulla condizione umana con la meticolosità di uno strumento scientifico, consapevole di saper distinguere tra il male subito e quello inflitto dall’uomo. Al contempo, avverte l’urgenza di opporsi a questa realtà, con l’idea implicita di un nuovo impegno intellettuale, finalizzato a creare una cultura in grado di avere un impatto concreto sulla società e di trasformare il mondo: “…c’è bisogno di un pensiero nuovo/ rigenerante universale”(pag.124) o “torniamo indietro/alla radice degli anni scorsi/ alla fonte dell’acqua/ che bagna la terra/ all’essenziale del tempo/ e ne facciamo vangelo/ dei prossimi anni/da vivere stretti alla luce/dei nostri occhi”(pag.125). Questo approccio mira a eliminare l’ingiustizia sociale, come sosteneva Vittorini, non limitandosi a offrire conforto di fronte alle sofferenze, ma cercando di proteggerci da esse, combattendole e sradicandole e a questo controllo vigile sembra richiamare anche la poesia della Semantica. Nelle sei sezioni infatti in cui è articolata Barracuda, l’autrice, per esprimere la sua poesia di impegno civile, affronta diversi temi, con un focus particolare sulla condizione femminile: “La vita sferra i suoi calci/con potenza inaudita travolge/ senza avvertenza l’essere e la grazia/l’archetipo di genere/ la minuzia dell’iperbole “(pag.31) e richiama alla mente le stragi dei bambini e le migrazioni, lasciando intravedere una rappresentazione terribile del mondo contemporaneo, responsabile della perdita della memoria storica e individuale, della capacità critica, dei valori più alti con una riflessione, che è anche un atto d’accusa: “Ci accendiamo per l’inutilità/ e intanto si consuma un olocausto/filtrato tra mezze verità/ consegnato vergognosamente/alla storia” (pag.68). L’autrice, dimostrando una notevole concretezza nell’affrontare la realtà, smaschera anche le illusioni intellettualistiche, che si rivelano essere semplici inganni privi di sostanza. E la poesia non è esente da questa analisi; ha infatti imparato a prendersi gioco di se stessa e della sua arte, in un contesto sociale segnato dalla indifferenza e dalla superficialità: “La vita è una musica/ triste che apre le braccia/ senza volare “(pag.45), o “che volete voi tutti/ siamo inesistenza reciproca/ un sillabario di passiflore” (pag.63). La vita non è un percorso sereno, ma una battaglia che ciascuno affronta quotidianamente, spesso in solitudine. L’autrice sembra indicare che la coerenza con cui si affronta questa sfida è legata alla consapevolezza che se ne ha. Allo stesso modo, il linguaggio prende vita dalla pagina bianca, come se emergesse da un silenzio profondo, attraverso immagini di intensa espressività: “Io so il silenzio fossile dei barracuda/ attestati sui balconi di cartapesta” .In questo scenario, il titolo della raccolta acquista un significato emblematico.

Maria Allo

Da Barracuda (Terra D’Ulivi Edizioni 2024):

Crederò per un attimo

 d’essere qualcosa

 di diverso da un nulla perfetto

 incastonato nello specchio

 tra il nessuno e il niente

 Guarderò l’altro negli occhi

senza un briciolo d’ossequio

 passerà sulla fronte irridente

 l’ombra del riscatto nel canto

 modulato acuto incontenibile

 sazio di vendetta sdegnato

 sdegnoso infastidito acre

 gonfio di rivolta.

(Pag.58)

*

Per i bambini annegati Signore

 per tutti i bambini annegati

 bruciati strappati spezzati

 per tutti i bambini sgozzati

 per tutti tutti i bambini

 coi loro teneri piedi e pancini

 ti prego Signore.

 Per i bambini che muoiono

 Signore

 mentre non sanno di morire

 per tutti i bambini che muoiono

 ti prego Signore

 rimpastali di nuovo dal fango

 riportali integri al mondo

 con occhi nuovi e felici

 di angeli nel paradiso

 angeli siano nel paradiso

 di una storia migliore.

 Pag.77

*

C’è un qualcosa che scorna

 sbattendo sui muri d’amianto

 e nel sorriso insolente di chi

 ha centrato il bersaglio c’è

 la perdita dell’etica trame e tragedia

 il luogo altolocato dei complotti

 e ben prima di adesso

 molto prima di qui

 la perdita del sacro.

 Brandisce le armi una guerra

cola scempio dovunque

 conduce un assalto un affondo

 nell’aria mitraglia

c’è un coltello che taglia

la violenza che grida

un mare per tomba

 una bomba.

 Piangete la domanda ora

 e il messaggio piangete

le madri col velo sulla bocca

nere fosse negli occhi

formate un bavaglio e scalciate  

fiorite di buono

abbiate stelle tra le mani

non più per l’uomo o la donna

lavorate il profondo

salvate la pelle

ai bambini

(pag.78)

Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Eretica edizioni, 2024.

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Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.

 

*

Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.
Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.

 

*

Dalla sezione ‘Urlo’

Ho visto le anime più belle della mia generazione
divenire squarci nel cielo, miracolosi
come la giustizia sociale,
come un bimbo che nasce senza piangere.
Ho visto i capolavori del creato farsi triturare le vertebre,
i crack delle loro ossa come inni rivoluzionari.
Da quelle fratture,
vanno le farfalle ad adagiarsi sul pelo dell’acqua,
dove restano;
insieme, le farfalle scrivono un manifesto,
un solo punto nel loro programma:
aspettare ventiquattrore,
poi chiacchiere da bar.

 

*

 

È ferragosto.

Là fuori danno fuoco a delle cose:
un amen e le mani vanno al centro
accolgono il gioco, i talismani e tutto
il resto. Qualcuno ha pianto per dare
sapore al riso freddo, altri si toccano i culi
e ridono di gusto e fumano a cerchio.

Dicono che là si scriva la storia o qualcosa
che le somiglia come una barzelletta, uno scherzo.
Con una mano sopra al cuore
dicono che una stella sia caduta là nel mare:
fa ridere che ora una stella conosca il mare
del piscio, dei liquami tossici e di ciò che resta
di chi ha fatto l’amore vicino alle boe e lì è venuto
per dare traccia di un orizzonte che è già altrove.

Qualcun altro a riva ha lo sguardo in alto
come un bambino che vede lontane le brioches:
spera che una stella si avvicini ai suoi piedi
e gli faccia il solletico.

 

Dalla sezione “Siamo tra amici”

*

Siamo il varco sulla lingua,
la fenditura del segno: ho i cani
nel cervello, la festa è cominciata.
Siamo tra amici: Mattia è come dire
c i o c c o l a t o, è un angelo bambinone
con le carie per le stelle, spelacchiato.
Dario è il detto popolare,
un giullare per le strade.
Bruno è l’un due tre del gesto,
è il vuoto nella maschera,
un modo di mangiare,
il movimento alla radice.

 

*

 

Se ne vanno di notte.
Fanno attenzione all’ultima borsa,

un gettone nella tasca
da comprarci una mappa
dai gatti con la botteguccia nel villaggio.
Compiamo un anno.
Forse è vero che siamo gli idioti da indicare,
quelli da farci le pernacchie, da fargli battere
le manine.
Forse è vero che il sole
è un supersantos che scotta.
Mi dici scappiamo, scappiamo
ma non puoi cambiare casa
se non hai qualcosa da portarci,
ma non puoi cambiare casa
se casa non l’hai avuta mai,
se l’occlusiva e la vocale
centrale restano incompiute
come la fricativa alveolare sorda
come il suono delle zanzare
che qui no non le abbiamo mai viste:
a casa non c’è più sangue da mangiare.

L’ultimo gettone nelle tasche
lo useremo per le giostre.

Dalla sezione “Los perros romànticos”

*

 

Un po’ di sale in giro
nella città che non conosci
ancora: è uno sguardo sbieco
che aspetti, e aspetti
chi ti dica il nome del mondo,
del mondo che viene,
che viene con un nome
che fa ridere
come il solletico alle ascelle.
In un giro largo noti
ciò che non c’è: ciò che non c’è
lo appunti su fogli bianchi bianchi,
è un punto, tu, è un punto
che tace, che capovolgi, che stringi
nelle tue cosce normali, e una faccia
niente male.

Marameo, dirai, marameo, dirò:
il vino lo bevi da un prezzo in su,
LA TUA COLLANA DI PERLE LA VENDERÒ
PER LA DROGA. Ascoltami, mi dici.
Ascolta ciò che non ti dico, ti dico
e ti dico: bagna il biscotto, sono il latte che bevi
al mattino, sono il sole che ti fa caldo,
il respiro dell’orgasmo – ora è un altro giorno.
C’è da piegare le lenzuola, fare il caffè,
studiare un po’. I tuoi occhi
nel portafoglio e un bacio sulla guancia
dato al compleanno, mi pare, tuo –
perché ho il vestito buono come a Capodanno.
Sei il regalo a mezzanotte e mezza,
l’orologio che scocca sempre un po’ più in là,
un po’ più in là – un po’ più in là
ti chiamerò per nome –
ti convoco qui – ora – ma qui e ora
e un po’ più in là
c’è il tuo nome e io non so dirti
e fa male come quando sbagliano i congiuntivi.

*

 

Portarti alla bocca
come il biscotto alla bocca del cane.

Lasciarti la spalla come cuccia.

Andremo a rubare la frutta
nei campi e scapperemo e scapperemo.

Forse, ci accopperanno. Ci troveranno
con le mani dolci e i polsi sui polsi.

Batto batti.

Siamo due segni diversi, due porte
di frontiera. Piangi e il nove si ribalta.

Una formula senza soluzione.

*

Ci mordicchiamo le code,
uno alla volta, ci annusiamo
il culo, capita di trovarsi la carne
sotto alle unghie.
Le nostre schiene ora
sono mappe del tesoro.

Hai sonno. Scaviamo una cuccia.

Dalla sezione “I miei cani (Fuffy, Max e Fanny)”

*

Non riesco più a dire niente di buono.
I cani nel mio cervello abbaiano
e risolvono.

 

*

 

Voglio un cervello
nuovo. Nell’altro
ci cacano i cani.

 

Testi tratti da Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Prefazione di Mattia Tarantino, Eretica edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Nicola Barbato (Aversa, 1996) è laureato in filologia moderna all’Università di Napoli Federico II. Attore e drammaturgo, fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia e del collettivo Diverbio. È stato finalista nazionale del campionato di Poetry Slam (LIPS) per due anni consecutivi (2023-2024). Alcuni suoi versi sono apparsi su riviste italiane e internazionali.

Poesia sabbatica: -50-

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50

 

chiedo scusa a te,

e a te,

e a chi mi pensa e crede

sia meno vuoto il mondo,

la vita un po’ più colma,

 

ma troppo peso

troppo peso

 

il cuore è fitto d’ombra,

l’anima in agonia,

 

vado

 

il mio paese non è di questa terra

né di un’altra terra

 

e chiedo perdono

a chi si sentirà più solo

a chi starà perduto

 

ma troppo peso, troppo,

 

bisogna che io cali le mie pietre,

che io diventi cumulo, sepolcro

 

senza nome, nessuna memoria,

neanche una croce e nemmeno un fiore.

  

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

Venerdì dispari

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La voce corre di notte

attraversa il corpo disteso

produce un’elettricità lieve

a volte si accuccia in un angolo.

Voi tutti la sentite vagare

noi invece la scriviamo

non abbiamo altro da fare.

Siamo in pochi affamati che osano

trascrivere i testi in versetti

questi richiami d’oltrefrontiera

per tradurre in parola formule confuse.

Trasformiamo la materia in concetti

diamo retta ai filosofi piuttosto che

ai medici dell’anima.

Non abbiamo cure certe per queste malattie

e il farmaco rimane una scrittura

con molti ripensamenti.

Passiamo le notti come si passano i ponti

e dopo i ponti le voci nella nebbia

un’oscurità con palpiti di luce.

E non sappiamo se è il frutto

di un lampione sotto casa che pulsa

o l’apertura di una qualche porta segreta

malamente socchiusa.

 

Francesco Tontoli

Prisma lirico 42: Cecília Meireles, Tamara de Lempicka, Egon Schiele

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Tamara de Lempicka

Cecília Meireles nel “Prisma lirico” di oggi con Tamara de Lempicka ed Egon Schiele

Ordinazione

Desidero una fotografia
come questa – vede? – come questa
in cui per sempre me la rida
come un vestito d’eterna festa.

Siccome ho la fronte buia
versi luce sulla mia testa.
Lasci questa ruga che mi presta
una certa aria di saggezza.

Non metta fondali di foresta
né di fantasia arbitraria.
No… in questo spazio che ancora resta
ponga una sedia solitaria.

Cecília Meireles

Egon Schiele

Poesia di Cecília Meireles

Opere:

“Ritratto di giovane ragazza”, Tamara de Lempicka, 1933

“Ragazza inginocchiata con abito arancione” Egon Schiele, 1910

“La stanza di Schiele a Neulengbach”, Egon Schiele, 1911.

Egon Schiele

Titos Patrikios, “Πολιορκημένος χρόνος -Tempo assediato”, Fallone Editore, 2024.

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Πολιορκημένος χρόνος – Tempo assediato
Autore Titos Patrikios
Traduzione a cura di Maria Caracausi
IL LEONE ALATO, Collana diretta da Andrea Leone

 

I
Δὸν Κιχῶτες

Ἀπ’ τοῦ σχολειοῦ μας τ’ ἄχαρα θρανία
ὄνειρα πλέκαμε γιὰ τὴ ζωὴ
κι ὣς χτὲς ἀκόμα μὲ μανία
νὰ βγοῦνε λέγαμε μπορεῖ.

Νέοι κινήσαμε τοῦ κόσμου Δὸν Κιχῶτες
γιὰ τὴν κατάχτησή του τὴ σκληρὴ
μ’ ἄγγιχτη ἡ πανοπλία πρόσμενε τὸ πότες
ὥσπου βαρέθηκε τὴ δόξα μας νὰ καρτερεῖ.

Σὰ σκούριασε στὴ γωνιά της ἀφημένη
μάχη δὲν ἤξερε ἀκόμα τί θὰ πεῖ
ὅμως καλύτερα νά ’βγαινε νικημένη
παρὰ ποὺ τὴ σκέπασε ἀπόλεμη ντροπή.

Τώρα ποὺ ὅλα ἔχουνε πιὰ χαλάσει
καὶ μάδησαν τὰ λίγα μας φτερὰ
σὲ τούτη ποὺ μᾶς δόθηκε τὴν πλάση
τὰ δόντια σφίγγοντας γιὰ πρώτη μας φορὰ

θὰ ψάξουμε ὅλοι νὰ βροῦμε μιὰ θεσούλα
ἴσως καὶ παραγιοὶ σὲ κάποιο καπηλειὸ
εἴτε νὰ κουβαλᾶμε βαλίτσες καὶ μπαοῦλα
ἄσχετο ἂν χρόνια πηγαίναμε σχολειὀ.

Σιγὰ σιγὰ καθένας μας θὰ συνηθίσει
κι ὁ χρόνος τὴν κάθε μιὰ πληγὴ
ἤρεμα κι ἀνεπαίσθητα θὰ κλείσει
ἂν γρήγορα δὲ μᾶς ρουφήξει ἡ γῆ.

 

I
Don Chisciotte

Dagli squallidi banchi della nostra scuola
intrecciavamo sogni per la vita
e ancora fino a ieri, folli,
dicevamo che potessero realizzarsi.

Novelli Don Chisciotte del mondo
muovemmo alla sua dura conquista
ma la corazza aspettava intatta il quando
finché si stancò di attendere la nostra gloria.

Quando arrugginì abbandonata nel suo angolo
cosa significasse battaglia non sapeva ancora
tuttavia meglio uscirne sconfitta
piuttosto che imbelle, coperta di onta.

Ora che tutto si è ormai guastato
e si sono disfogliate le nostre esigue ali
in questo mondo che ci è stato dato
stringendo i denti per la prima volta

cercheremo tutti di trovare un posticino
forse anche da garzoni in qualche bettola
o a trasportare valige e bauli
anche se per anni siamo andati a scuola.

A poco a poco ciascuno di noi si acconcerà
e il tempo tranquillo e impercettibile
chiuderà ogni ferita
se presto non ci ingoierà la terra.

 

V
Ἀφταρσία τῆς ὕλης

Λέξεις ποὺ δὲν εἰπώθηκαν,
μ’ ἕνα νυχτερινὸ ἀπόηχο μονάχα, μάταιες,
αἰσθήματα ρευστὰ ποὺ πρόσκαιρα
ὑποτάσσονταν στὸ σχῆμα τοῦ κορμιοῦ,
διαβατικὲς γυναῖκες, ἐπιθυμίες
ἀκόρεστες κι ὅμως χωρὶς ἀντίκρισμα
(ἴσως καὶ δίχως θέληση νὰ ὑπάρξουν…).
Τόσα ὄστρακα νεκρὰ καὶ πετρωμένα
σκεπάζοντας σιγὰ σιγὰ τὴ γλώσσα
τοὺς βρόγχους, τὰ πλεμόνια,
σκεπάζοντας τὰ ὕφαλα
αὐτοῦ τοῦ ἐγκαταλειμμένου πλοίου.

 

V
Incorruttibilità della materia

Parole che non furono dette,
solo con un’eco notturna, vane,
sentimenti fluidi che temporaneamente
si sottomettevano alla forma del corpo,
donne di passaggio, desideri
insaziabili e tuttavia senza copertura
(forse anche senza volere che ce ne fossero…).
Tanti cocci morti e pietrificati
che coprono a poco a poco la lingua
i bronchi, i polmoni,
che coprono l’opera viva
di questa nave abbandonata.

 

VI
Ἡ μεταμόρφωση

Δὲ γεννήθηκα τελειωμένος ἄντρας,
μέρα τὴ μέρα μεγάλωνε ἡ ζωή μου
βλασταίνοντας σὰ δέντρο.
Δὲ γεννήθηκα ἥρωας,
μέρα τὴ μέρα μεγάλωνε ἡ ζωή μου
μέσα σὲ κατανικημένους φόβους.
Ἦρθα κοντά σας τρέμοντας κι ἐλπίζοντας
προσπάθησα νὰ γίνω ὅπως μὲ θέλατε
μαζὶ νὰ πολεμήσουμε τὴν ἀδικία.
Ὅμως δὲν νοιάζομαι ἄλλο γιὰ τὴ γνώμη σας
μέχρι τὸ ποῦ θὰ ψάξουμε γιὰ ὑπεύθυνους
μέχρι τὸ ποῦ θὰ ξεγυμνώσουμε τὸ ψέμα.
Δὲν νοιάζομαι πιὰ γιὰ τὴ συγγνώμη κανενός.

 

VI
La metamorfosi

Non sono nato uomo compiuto,
giorno per giorno cresceva la mia vita
germogliando come un albero.
Non sono nato eroe,
giorno per giorno cresceva la mia vita
dentro paure stravinte.
Sono giunto vicino a voi con timore e speranza
ho cercato di diventare come volevate
per combattere insieme l’ingiustizia.
Tuttavia non mi curo più del vostro parere
fin quando cercheremo responsabili
fin quando metteremo a nudo la menzogna.
Non mi curo più del perdono di nessuno.

Titos Patrikios, “Πολιορκημένος χρόνος -Tempo assediato”, Fallone Editore, 2024.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928) ha coltivato da sempre la poesia, esercitando nel contempo l’attività politica: esperienze intense, anche drammatiche, affrontate con onestà intellettuale e vigile spirito critico. Costantemente impegnato nel sostegno dei diritti civili, ha al suo attivo, oltre a numerosi racconti e traduzioni, diversi saggi letterari, sociologici e giuridici.
La sua produzione poetica è raccolta nei volumi Ποιήματα Α’, 1943-1959 (2017), Ποιήματα Β’,1959-2017 (2018) e Ο δρόμος και πάλι (2020).
Fra le traduzioni italiane più recenti della sua opera si ricordano: Poesie scelte, a cura di V. Rotolo, Palermo 2019; La strada di nuovo, a cura di D. Puliga, Palermo 2022.

Poesia sabbatica: “Lettera a Dio” e “Post-scriptum”

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Lettera a Dio

 

forse è ora

di chiudere il conto,

Dio,

forse è l’epilogo

che io non ho voluto

e tu lo sai,

se poi è vero che conosci

quanti capelli resistono nel cuoio

 

vorrei farti domande, tante,

le stesse che da  sempre

avevo ancora stamattina

ma adesso non è più tempo,

ti libero dall’affanno,

 

finirò i miei giorni

nel gelo di uno specchio,

a chiedere alla faccia

se era inevitabile

questo stare in anni

nell’occhio di un cecchino

o forse era fattibile

un giro da turista

al fresco del giardino,

 

non voglio giudicare

e non lo posso,

se poi sia stato osceno

lo sfregio che ti fecero

mia madre e poi mio padre,

ma io te lo giuro

ho fatto dei santini                                        

i miei segnalibri

e inciso sulla porta

il verbo dei profeti,

non ho cercato lodi

ed ho tenuto a bada

l’ebbrezza d’ogni miele,

ho riparato il fianco

al graffio del demonio

e lasciato in vita

le mosche sopra al pane,                                                           

 

a volte sono caduto

e pure sono stato

io spira di serpente

ma debole era la presa,

debole era la presa

perciò, tutto sommato,

qualche sassolino

potrei pure scagliarlo

al transito di spettri

che avevo chiamato piume,

 

gettato alla corrente

di epoche furiose

ho smesso di cercare

l’appiglio al salvagente,

annuso le mie rose

e non domando nulla,

aspetto venga la sera

e il giorno anche domani

 

io spero ci sia il sole

e un poco di calore,

disordine nel letto

e la polvere in salotto,

tanto alla mia porta

non busserà nessuno

 

ed ora somma pure

al tuo silenzio

il mio silenzio

 

e l’ultima parola,

un così sia.

 

  

Post-scriptum

 

ciò che non posso perdonarti

è lo startene a guardare

nel soffice che giurano

è divano in mezzo al cielo

 

l’ho detto anche al curato

ancora in confessione

e lui ha risposto figlio

non sai che le sue vie

non sono libero accesso

ma tu puoi stare certo

che lui ci vuole bene,

 

 

non posso perdonarti

la pena insopportabile

a cui non si era preparati

 

e il calice trabocca

acqua di occhi persi

il sangue dai costati.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Senti, mi ha detto la voce
non farti troppe domande.
Rispondi solo ai campanelli indecisi
alle chiamate insicure.
Non riattaccare subito
osserva il silenzio che si crea
ascolta e dimmi quali colori
tra i tanti
ti vengono in mente.
Stai sulle parole
come chi debba guardarle
prima di dirle.
Trova un’uscita dignitosa
a questo avvenire
il succedersi precipita
senza che tu sia capace di riconoscerlo
se ripassi la lingua tra i denti
se ti mostri tenace
nel mantenere quello che hai concordato
tra te e te
se ti sparisce la voce
e ti rimangono i suoni
e con loro, i ricordi.
Non badare agli odori
che ti riportano a certe primavere
tieni all’oscuro quella luce
che ti preme sul petto.
Fai in modo che le notti abbiano
le porte chiuse sui desideri
non sei più in ritardo,
né in anticipo
su nessun appuntamento.

Francesco Tontoli

Limina mundi per Lorenzo Patàro

Limina mundi si unisce al dolore espresso dal mondo poetico e a quello dei familiari del giovane e talentuoso poeta Lorenzo Patàro, scomparso improvvisamente ieri, all’età di appena 27 anni.

Lo sgomento supera ogni altra considerazione, al punto che mancano le parole. In simili circostanze esse manifestano tutta la loro insufficienza.

Ricordiamo le partecipazioni del caro Lorenzo su questo spazio web ai seguenti link.

LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELA FAZIO

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LA POESIA PRENDE VOCE

R. BROOKE – Sonnet/Sonetto. Traduzione di Raffaela Fazio

SONNET

Sonnet

I said I splendidly loved you; it’s not true.
Such long swift tides stir not a land-locked sea.
On gods or fools the high risk falls − on you –

The clean clear bitter-sweet that’s not for me.
Love soars from earth to ecstasies unwist.
Love is flung Lucifer-like from Heaven to Hell.
But − there are wanderers in the middle mist,
Who cry for shadows, clutch, and cannot tell
Whether they love at all, or, loving, whom:
An old song’s lady, a fool in fancy dress,
Or phantoms, or their own face on the gloom;
For love of Love, or from heart’s loneliness.
Pleasure’s not theirs, nor pain. They doubt, and sigh,

And do not love at all. Of these am I.

*

Sonetto

Ti professai, magnifico, il mio amore: era fasullo.

Se chiuso, non è mosso da rapide correnti il mare.

Il grande rischio grava dei o folli – tu tra quelli.

Non fa al caso mio il chiaro e netto dolce-amaro.

S’innalza dalla terra a ignote estasi l’amore,

come Lucifero scagliato dal Cielo all’Inferno.

Ma in mezzo, nella nebbia, ci sono viaggiatori

gementi per un niente; s’aggrappa a ciò che ha intorno

ognun di loro. Se ami oppur chi ami dir non sa:

se un pazzo in costume o dama di vecchia canzone,

se uno spettro o il suo stesso volto nell’oscurità,

per amor di Amore o solitudine del cuore.

Né pena né piacere gli appartiene. Di tutto

è incerto, sospira, non ama affatto. Io son sì fatto. 

da “L’amore è breccia nelle mura.” Antologia poetica a cura di Raffaela Fazio (puntoacapo 2025)

Nota

Raffaela Fazio (Arezzo 1971) risiede a Roma dove lavora come traduttrice. Ha trascorso dieci anni in vari paesi europei, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, ha conseguito un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. 

Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato alcuni articoli e due guide sull’arte paleocristiana. È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015); “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018); “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019); “Tropaion” (puntoacapo Editrice, 2020); “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020); “Meccanica dei solidi” (puntoacapo Editrice, 2021); “Un’ossatura per il volo” (Raffaelli Editore, 2021); “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti e Vitali, 2023). Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, in “Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore” (Marco Saya Edizioni, 2019), di Edgar Allan Poe, in “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021), di Renèe Vivien in “L’ardente agonia delle rose” (Marco Saya Edizioni, 2023) e di Rupert Brooke in “L’amore è breccia nelle mura” (puntoacapo Editrice, 2025). Nel 2021 è uscito un suo libro di brevi racconti come vincitore del primo premio Narrapoetando 2021: “Next Stop. Racconti tra due fermate” (Fara Editore, 2021).

Raffaela Fazio

Versi trasversali: Naomi Simeoli

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

NAOMI SIMEOLI

 

Meglio sentirsi altrove e oltre
le soglie della lingua dei giudizi,
dell’ossessione tua di definirci
e dare nome ai baci e rìdici
se per me somigliano a radici
o a vertigini d’acqua, qualcosa
che piove e si insinua ovunque.

*

Un bacio e tornasti nella luce
ti seguì quella voce che diceva
qualcosa che non volevo sentire.

Noi non ci vediamo che son più lune
eppure, compaiono in primavera
le rose, le nostre, rosse, sfiorite.

*

Il tuo profumo è fresco di astri!
Gli eterei incastri sono condotti
dai gesti che fai, se muovi le mani
tu dai ordine agli universi.
Scorgervi i segreti per salvarti!

Tu insegnami il tuo alfabeto
composto da lune e uragani.

*

Esisto solo se mi senti

[…]
Donna vedi alle soglie dei voli
quasi sfioriamo le soglie dei sogni.
Ti ho raggiunta nel gelo dei cicloni,
liberata la fronte dai ghiaccioli,
ciondoli d’acqua sulla tua frangetta.
[…]

Com’è che in petto a te pensando
tal tempesta si scatena? Della schiena
lascia che la mia pelle sia la tela
che mordi coi tuoi denti distanti;
che io esisto solo se mi senti,
se mi sventri fin’ al cuore e tremi,
se ci canti come amanti e menti.
[…]

*

[…]
Da orme luminose nel fluttuare
intuisco il suo cammino, lo seguo,
ci inciampo e non ne vedo la fine.
Come vivere dopo un sentire
più che infinito nel mondo vuoto?
Non capivo, di colpo tutto era finito.

*
Finendo la notte

Vedendo insieme le stelle rotte
dal mattino svelto, avresti detto
che di strana sostanza si compone
la mia anima, ch’ogni sua pagina
rivela diversa d’ogni fantasma
una propria, sgranata verità.
Dunque, mi racconteresti la tua.

*

[…]
Sai ch’io dagl’incavi delle clavicole
ti riconoscerei all’indomani
venuti meno i passaggi, i barranchi,
i cieli, le strade, i nomi, le cose.
[…]
Da su, più su, guardiamo le nuvole;
nel tuttonulla mi stringi le mani,
tra le piaghe rocciose, tra i calanchi
del cosmo le tue mani vaporose.

*

Porti segreti come i bambini
con i fiori, li raccolgono scalzi
dietro fasci nascosti di ginestra.

 

Naomi Simeoli, testi tratti da Qualcosa resiste, De Frede Editore, 2024.

Naomi Simeoli (Napoli, 1998), conseguita la laurea triennale in lettere moderne, frequenta filologia moderna all’Università di Napoli «Federico II». Nel 2024 raggiunge il podio del Premio Internazionale Luigi Vanvitelli nella sezione “poesia orale e performativa”. Qualcosa resiste è la sua prima silloge poetica.

Poesia sabbatica: -8- e -13-

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-8-                                                

 

( a un’amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

 

tu la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

siamo i vivi

a sopportare la morte.

***

-13-

 

 il passero

preso nella stretta

sembra più domestico

 

mangia

beve

quando è sera dorme

 

solo certe notti

sbatte un po’ le ali

cinguetta dentro al sonno

 

forse sogna.

 

Francesco Palmieri
(dalla raccolta edita “Biografie”  edizioni Terra d’ulivi)

Venerdì dispari

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Davvero è un caso
incontrare questa parola
che non fa rima con niente
non combacia con nessun’altra
sembra non accordarsi al mobilio o alla tappezzeria
si sforza di non distinguersi
dallo sfondo di silenzio di una casa.
Non ruzzola dalle scale come tutte le altre
non prende treni né aerei per arrivare lì
e non parte nemmeno veramente da qui.

E se non l’avessi sentita sillabata
aperta in una bocca e infilata
tra i denti e la lingua di uno o di una
arrivare alle orecchie tappate dell’altro
non potrei stare qui a fare il poeta d’accatto
quello che sfrutta e che parla a vanvera.
E se qualcuno mi dice che non ha mai sentito
la parola “addio”
senza rispondere “a cosa? a chi?”
io non ci credo
non credo si possa dire addio
così come si dice cosa a una cosa
e pane a chi ha fame e acqua a chi ha sete.
E perfino dire rosa a una rosa
se ci pensi, vengono le spine nel cuore.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 41: Salvatore Quasimodo, Leo Putz, Jan Mankes

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Leo Putz

Salvatore Quasimo nel “Prisma lirico” di oggi con Leo Putz e Jan Mankes

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

Jan Mankes

Poesia di Salvatore Quasimodo da “Acque e terra”, Solaria 1930

Opere:

“Ritratto di donna”, Leo Putz, 1922

“Filari di alberi”, Jan Mankes, 1915

Terra matta di Vincenzo Rabito lettura di Antonella Pizzo

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Terra matta

Di Vincenzo Rabito, Einaudi, 2007

Incipit di Terra matta

Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata. Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzare più alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare e per darece ammanciare.

L’autore di Terra matta

Così comincia l’autobiografia postuma di Vincenzo Rabito, contadino semianalfabeta, pubblicata nel 2007 da Einaudi. Con questa autobiografia Rabito ha vinto nel 2000 il «Premio Pieve – Banca Toscana», ed è conservata, nella versione integrale, presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Nato a Chiaramonte Gulfi nel 1899 Rabito è stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia dove si è sposato ed ha allevato tre figli, è morto nel 1981. Era, quindi, un ragazzo del 99, uno di quei desgraziate strappati dalle famiglie, dai campi, dai paesi, e mandati, dopo la disfatta di Caporetto, a combattere la prima guerra mondiale nel Piave, quando il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio….

Il paese di Terra matta

Chiaramonte è un paese in provincia di Ragusa situato a circa 650 metri di altezza, si trova ai piedi di un gruppo di monti, fra i quali l’Arcibessi; è denominata balcone di Sicilia perché da lì si può vedere Gela, l’Etna, la valle dell’Ippari, gli Erei, gli Iblei e nelle giornate chiare anche il mare dell’Africa. Ci sono molti uliveti che danno un olio conosciuto in tutto il mondo. Se vai in piazza un uomo come Vincenzo può essere che ancora lo trovi, sono gli uomini di una volta, quelli dalle scarpe grosse e dal cervello fino, le mani callose, la fronte rigata, il sorriso sempre e la gentilezza sempre, gente saggia, con intelligenza vigorosa, che non ha paura di niente, gente che lavora senza mai stancarsi. Chiuso nella sua stanza dal 1968 al 1975 il nostro ha scritto, utilizzando una vecchia Olivetti, più di mille pagine, senza margine superiore e inferiore e inserendo, come punti di interpunzione, il punto e virgola dopo ogni parola.

Il pubblicato è di circa 400 pagine.  Rabito ha scritto in una lingua sicul-italiana, insomma in una lingua ammiscata fra l’italianu e il sicilianu. In questo diario ci racconta la sua vita rocambolesca, la prima e la seconda guerra mondiale, il fascismo, l’emigrazione e la storia della Sicilia, il brigantaggio, il contrabbando, la fame, la povertà, l’arte di arrangiarsi, le speranze, i sogni, tutte le sue avventure, le sue esperienze, le sue peripezie.

Gli editor di Terra matta dell’Einaudi hanno aggiunto la punteggiatura e diviso il diario in capitoli inserendo ad ogni capitolo un titolo, hanno aggiunto delle note a piè pagina laddove il significato delle parole non era molto chiaro. Rabito non ha inventato una nuova lingua, la lingua che ha usato è quella che parlavano i nostri vecchi, quella che noi siciliani abbiamo sentito parlare ai nostri vecchi quando, seduti davanti alle porte dei vari circoli dei mestieri, raccontavano, in quello che  a loro sembrava italiano, le loro storie, quella lingua che usavano i nostri nonni quando raccontavano la loro guerra ai nostri figli; non è quindi siciliano ma un siciliano italianizzato. L’italianizzazione   del siciliano dei nostri nonni avveniva utilizzando la stessa sintassi della frase in siciliano ma cambiando le “u” in “o” e, dove possibile o dove si pensava occorresse, cambiando le “i” in “e” .

Questo scambio si può notare anche nella scrittura del Rabito, infatti la parola “carusi” (ragazzi) viene tradotta in “caruse”,  “sèntire” in “sèntere”, e nel dubbio si cambiano le “i” in “e” e le “e” in “i” anche alle  parole in italiano vedi “piedi scalzi” in “piede scalze”;  “metà” in  “mità”;  “medico” in  “medeco” , “disonesta” in desonesta, gli esempi potrebbero essere moltissimi e si trovano sparsi in tutto il libro. Riguardo le note dei curatori, Evelina Santangelo e Luca Ricci, pur riconoscendo la validità del loro lavoro nell’inserimento dell’h nel verbo avere, nella scomposizione di alcune parole che il Rabito aveva scritto unite ai fini di una migliore leggibilità del testo  ho riscontrato nelle note a più pagina alcune carenze, ad esempio i curatori traducono bommolillo con boraccia, ma la bummula non è una boraccia ma una piccola giara di creta; il retapunto non è un generico lavoro di cucito ma è il retropunto; “inzamaie” non è “malauguratamente” ma più correttamente  è “non sia mai”. E tutte dicevano “Refrescate le armuzze dello priatorio”  non è “andate ad allietare le animucce del purgatorio” ma, probabilmente dal latino requiescat , è riposino; oppure mi pare che in questo caso possa essere “siano alleviate  le pene delle anime del Purgatorio”  sicuramente non allietate. Senza dubbio queste sono sfumature poco importanti quello che a noi importa, quello che conta è l’opera del Rabito, un’opera forte, che ha una grande potenza narrativa, scrittura genuina, viva, un’opera epica, è il cuntu di un cantastorie.

Il cuntu della sua vita in Terra matta inizia come padre di famiglia ad appena 12 anni, perché la madre aveva sette figli ed era vedova, continua in trincea, in Africa, nel matrimonio con la moglie appartenente ad una famiglia della ricca borghesia che poi ricca non era, c’è la voglia di riscatto dalla sua condizione di povertà e di ignoranza, il desiderio di fare parte di un ceto sociale superiore, («impriaco di nobilità»), colto, raffinato, che assomiglia tanto allo stesso desiderio di Mastro Don Gesualdo  che sposa Bianca Trao, una nobile decaduta e alla fine quel matrimonio si rivelerà un affare sbagliato. Nel caso di Rabito la suocera Anna è senza soldi e gli mangia, per una questione di case, quasi tutto quello che Rabito aveva messo da parte in tanti anni di lavoro. Però l’affare Rabito in un certo senso lo fa perché la moglie anche se gli porta in dote questa suocera terribile gli da tre figli meravigliosi che Rabito fa studiare perché ha capito che il riscatto è, anche e soprattutto, nel sapere, nello studio. Perché lui pensa “ e i miei figli, se vuole il Dio, la vita meschina che offatto io non ci la voglio fare fare” E quando il primogenito si laurea lui si è sentito come se avesse vinto la Sisola.

Dio appare qui forse per la prima volta come un Dio che probabilmente vorrà fare quello che Rabito desidera, nel resto del libro, nelle trincee, sotto i bombardamenti, nella malattie d’Africa, Dio è spesso assente, spesso bestemmiato «ognuno bestimiava al santo protettore del suo paese». «Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, nonave niente darracontare».

Rabito aveva  tanto da raccontare e per nostra fortuna in Terra matta lo ha fatto in modo sublime.
Ma la storia non finisce qui, esce infatti nel 2022, sempre con Einaudi, Il romanzo della vita passata,  un ulteriore inedito ritrovato dal figlio Giovanni. Nel sito Einaudi leggiamo: Se c’è una vicenda editoriale che vale la pena ricordare, è quella di Terra matta. «Il capolavoro che non leggerete», cosí fu definito dalla giuria dell’Archivio di Pieve Santo Stefano: 1027 pagine fitte fitte di una lingua impossibile trasformate miracolosamente in un libro amato da tantissimi lettori, lanciando il cuore oltre l’ostacolo come si può fare soltanto quando si ha la certezza di avere tra le mani qualcosa di unico. Quel che è accaduto dopo ce lo spiega Giovanni Rabito, il figlio di Vincenzo: «Fu solo in seguito al successo di Terra matta che mi ricordai dell’esistenza di un secondo plico di dattiloscritti conservati a casa di mio fratello Turi, a Ragusa. Dopo la morte di mio padre ero stato proprio io a consegnare quel malloppo a mia cognata Lucia per preservarlo dalla distruzione. Temevo che mia madre avesse intenzione di buttarlo via, come fece d’altronde con tutto ciò che c’era nella stanzetta dove mio padre, quasi in segreto, per tredici anni aveva lavorato alla sua storia di scrittore “inafabeto”». Il malloppo sopravvissuto alla catastrofe è «un’Amazzonia espressiva» di liane aggrovigliate, sabbie mobili e piante lussureggianti. Una giungla di quindici quadernoni per un totale di 1486 pagine: il secondo memoriale. Che in questa versione, ridotta e adattata proprio da Giovanni, si apre con la parola «romanzo». Perché Vincenzo Rabito, giunto a questa sua seconda, titanica prova, ormai sapeva bene ciò che stava costruendo.