POESIA SABBATICA: -3-

-3-

ti ho detto bla bla bla

pescando parole nei fondali

rischiando di morire per l’apnea

e ti ho imperlato i lobi

come a una madonna

ti ho cantato salmi

il mantra dei devoti

ti ho mostrato il cuore

e tu in ogni piaga,

insomma, o mia madonna,

non vedi che sragiono?

se sto nella tua testa

ti freme un po’ la pelle

apriti

fammi entrare

prendimi

fammi morire dentro.

Francesco Palmieri (da “Exsperimenta” )

Del terzo millennio: strascichi post-umani (78) di Enrico Cerquiglini

Tag

,

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Quanto l’aveva desiderato un figlio! Per anni aveva temuto di dover morire senza lasciare traccia di sé. Gli sembrava inutile la vita senza un’appendice di immortalità. Quando, dopo cure e trattamenti medico-chirurgici, la moglie rimase incinta il sole ricominciò ad illuminare i suoi giorni. Com’era bello quel bambino, pieno di riccioletti biondi, con i lineamenti identici al padre che diventavano ancora più somiglianti con il passare degli anni. Ma dal padre non aveva ripreso la voglia di lavorare, il senso del sacrificarsi per la famiglia e per raggiungere certi obiettivi. Neanche la scuola faceva per lui, “T’insegnano tutte stupidaggini. Che me ne frega di Giolitti o di Pascoli? Andare a scuola è solo una perdita di tempo”, tanto che finì a 16 anni la terza media e decise di non continuare a perdere tempo. Il padre cercò di farlo entrare nella fabbrica dove lavorava da trent’anni, ma lui rifiutò “Io non voglio fare lo schiavo nella vita”. Passava le mattinate a letto e le serate a zonzo per i locali della città: un po’ di birra, qualche pista di neve, qualche amoruccio di strada e si faceva l’alba. Il pomeriggio lo passava al bar a discutere con i pensionati, si faceva offire prosecchini a raffica e quand’era alticcio cominciava ad insultarli perché quelli come loro rubavano il suo futuro e quello degli altri giovani. I giovani come lui dovevano lavorare per pagare le loro pensioni. Anche con gli immigrati ce l’aveva: ci rubano il lavoro, la cultura e le tradizioni. Le poche volte che incrociava il padre pretendeva da questi il denaro che gli serviva per fare una vita dignitosa aspettando l’arrivo di un lavoro. E spesso lo minacciava di rompergli il “muso”. E a pensare a quanto l’aveva desiderato quel figlio, gli veniva un groppo in gola.

Agosto di saggezza

Essere viva e quieta

curiosa e serena

amante senza pretesa

in attesa senza agitazione.

Un miracolo.

Sarà il caldo insopportabile

l’artefice di questa mutazione?

Sarà che stare immobili è la sola soluzione?

Agosto di saggezza mi stupisci.

POESIA SABBATICA

Ultimo brindisi 

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

 

– Anna Achmatova-

Del terzo millennio: strascichi post-umani (51) di Enrico Cerquiglini

Tag

,

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Ultimo di una covata di figli, nato nella miseria di una campagna-periferia, non desiderato né cercato, con i genitori ormai prossimi alla vecchiaia, imparò a camminare e a parlare piuttosto tardi, al punto di esser bollato dai fratelli e dai parenti come uno stupido. Non era stupido, non più degli altri della famiglia e dei suoi coetanei, ma interiorizzò ben presto questa sua presunta magagna. Fece ridere la maestra che lo rimproverava per non aver scritto bene le letterine, “Sono stupido, signora maestra, lo sanno tutti”. Rise di gusto la maestra e non le restò altro che convenire con la voce popolare. Smise di frequentare la prima elementare appena imparò a fare la firma. Ci mise più degli altri ma, ormai, anche per la maestra era uno stupido. Crebbe con la convinzione di essere stupido e si trovava bene solo con gli animali che non glielo ricordavano ad ogni occasione. Fu riformato alla visita militare. “Chi non è buono per il re neanche per la regina”, gli dicevano ridendo paesani e fratelli, e se ne convinse. Non si sposò, venne utilizzato dai fratelli come uno strumento parlante per i lavori più faticosi e umili. Ma tanto era uno stupido. Tutti glielo dicevano che non capiva nulla, che non ci arrivava a comprendere le cose della vita, che era incapace di organizzarsi la vita da solo. Un nipote, forse meno cinico degli altri, cercò di dimostrargli che stupido non era, che aveva grandi capacità nel lavorare il legno e la creta. Un po’ s’inorgogliva nel sentirsi riconoscere tali qualità, ma un giorno prese il nipote da una parte e glielo disse chiaramente: “Senti, ho quasi sessantanni e sono sempre stato stupido per tutti. Adesso arrivi tu e vuoi farmi credere che non lo sono? Lasciami in pace, lasciami morire da stupido! Tu mi dici che non sono stupido e, ammettiamo che sia vero, significherebbe che mi hanno rubato la vita. Mi getti nell’inferno del tempo sprecato a coltivare la mia stupidità. Non dirmi più certe cose. Sono lo zio stupido, e basta!”

Discussione sulla poesia

OCEAN HORIZON di Richard Diebenkorn (1859)

Sedevamo sulla riva del giorno – due poeti,
presi dalla discussione sulla vera poesia,
ed io, che li ascoltavo in silenzio.
– La poesia- affermava l’uno senza ombra di dubbio, –
è semplicità. Dobbiamo sradicarla dai vortici
della complessità! Basta con le nebbie!
– Al contrario!- replicava l’altro, non meno
convinto.- La poesia è affogata nei bassifondi
dell’elementare. Dobbiamo estrarla verso le profondità
del pensiero complesso! Basta scorza masticata!
La discussione batteva ora contro una riva ora contro
quella opposta e diventava sempre più spumosa.
Una libellula si mise a volare tra i due. Le sue ali
recavano il vago sorriso del giorno dall’occhio solare,
l’ultimo per lei disponibile. E sfrecciò dritta
verso l’abbraccio d’addio della sera.
La libellula non era affatto semplicità, nemmeno però
complessità.
Era poesia.

Blaga Dimitrova

 

E con questo testo di discussione su come debba essere la poesia, se elementare o complessa,  auguriamo  BUONE VACANZE.

Per il mese di agosto la programmazione del blog prosegue con le proposte poetiche di Alessandra Fanti e di Francesco Palmieri ed il mercoledì con i racconti brevi di Enrico Cerquiglini della serie “Del terzo millennio: strascichi post-umani”.

Ci ritroveremo il 1° settembre con consuete e con nuove rubriche, idee nuove e nuovi propositi.

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

ESTEMPORANEA…

-142 – Buongiorno

è già giorno amore
ed io ti amo ancora

ha provato la notte
a stendere il suo velo,
il suo mantello nero
che acceca occhi e fiori,

ci ha provato come morte breve
a farti inesistenza,
appena un sogno fatuo
che non ricordi più

ed io ho nuotato amore
nelle sue acque scure,
ho resistito ai venti
schivato le correnti,

ho stretto intorno ai fianchi
le sillabe di un nome
ed eri tu quel fuoco
acceso sulla spiaggia

ci ha provato, la notte,
a farti inesistenza,
un giorno mai contato
un vivere mai nato

ed ora io la vedo
svanire alla finestra,
allontanarsi in fretta
con la sua faccia scura

è già giorno amore
ed io ti amo ancora.

FRANCESCO PALMIERI

POESIA SABBATICA

-130-

per non lasciarti andare
stanotte ti ho chiamata in sogno

e sei venuta

con ali grandi e bianche
un velo intorno al seno
ai fianchi una corona

e gli occhi tutta luce
le labbra rosso acceso
il ventre con le perle

e no, non era angelo
non era un angelo

eri tu che sei venuta.

 

FRANCESCO PALMIERI

Mutazioni

In India dicono – pare –
che solo ciò che non muta
è davvero reale.
Io ho amato sopra tutto
la libertà del cambiamento.
La ricchezza del poter diventare ciò che voglio
ha sempre vinto sulla miseria della coerenza.
Resta solo a contraddirmi un paradosso
quello di non smettere di amare
chi volendo o meno
ha reso eterno il mio amore
colorandolo di possibilità.
Vedo tutto sempre cambiare
e nulla è uguale a ieri
o solo a un’ora fa.
Eppure l’amore che ho per te
e tutti gli altri che come il nostro
non nutrono il germe del possesso
durano nella bellezza che non passa.

Canto presente 22: Anila Resuli

Tag

,

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Anila  Resuli

qui corpo trave argine dove non sente
il crampo il muscolo da cui sciogliersi
dove non argina il sangue non l’odore
chiama narici non luce l’occhio
prima del sole. qui corpo è trave
e trappola e sordo e arido bosco
è come chiamarlo la mattina dopo il buio. Continua a leggere

Poi, appari tu

non ci sei tu
e un giorno senza te
non è un giorno come tanti
e nemmeno un giorno come gli altri,
non ci sei tu
e un giorno senza te
non è giorno
né so che sia
o forse è solo niente

non ci sei tu
e all’improvviso sulla terra
non c’è più nessuno per me
e nemmeno qualcun altro
che può diventare te

non ci sei tu
e non ho più un posto dove andare,
non ho più qualcosa da fare
e buio buio buio

poi
appari tu
e una freccia di luce
trapassa il mio cuore.

Prisma lirico 8: Loredana Semantica & Loredana Semantica

Tag

,

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento me stessa: Loredana Semantica & Loredana Semantica. Una mia poesia e due fotografie. Più un’offerta che un’autocelebrazione. In vista delle ferie estive, per suggerimento di pensiero, invito di piacevolezza  e compagnia. Per il resto e sollievo dell’estate che arroventa, un saluto fresco di Sicilia e di cose buone.

IMG_8159 bis
Prima che s’indurisca
prima che si raffreddi
prima che tutto il corpo
marcisca ignaro e indifferente
per ogni volta che a capo chino
il lavacro e i tentacoli
per ogni lavacro tentacolare
per i segnacoli incolti
ignoti segnacoli inconsapevoli
per la scimitarra e la ciminiera
per il drago che urge sulla schiena
per le scuse travolte e tradotte
in ogni messaggio ai quattro venti
come un’eco
per lo svenimento che si alimenta
d’ansia traumatica riversa
in ciò che conviene
per consolazione di tutta la banalità
dell’irrisolto mondo
la rossa granita sanguigna
di fantastici gelsi.
Ve la offro se volete.

IMG_8221 2

testo di Loredana Semantica

fotografie di Loredana Semantica

Incipit 13: Una donna

Tag

, , ,

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo. Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, si, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza — mi si diceva — e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desideri. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente. L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava : egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, ” quando l’Italia non c’era ancora „. Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose. II babbo dirigeva i miei studi e le mie letture s senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classe, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorché il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando Io vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo! » […]

Sibilla Aleramo, Una donna, Società Tipografica Editrice Nazionale,Torino, 1906

 

Una donna è l’opera prima di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice e poetessa italiana, nata ad Alessandria nel 1876. Si tratta di un romanzo autobiografico e di formazione, in cui la protagonista narra in prima persona eventi della sua vita, dagli anni dell’infanzia fino alla maturità. Fin dall’inizio emerge la descrizione di un padre amatissimo espresso dalla frase “L’amore per mio padre mi dominava unico” e di una figura materna quasi assente e dominata dal marito. Rina ha una vera e propria adorazione per il padre, la madre invece appare meno interessante, defilata, malinconica, meno colta. Continua a leggere

Poesia sabbatica: Al mio amante che torna da sua moglie

Al mio amante che torna da sua moglie

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.
Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso
e concreta come pentola di ghisa.
Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso.
Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.
Lei è molto di più.
Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento.
Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,
ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,
l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.
Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro
poco sonno.
Ti restituisco il cuore.
Ti do libero accesso:
al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa
al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso
sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera per il richiamo
lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.
Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
lei è solida.
Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

Anne Sexton

TOTO’, IL PRINCIPE DELLA RISATA

Tag

, ,

Cinquant’anni fa, esattamente il 15 aprile 1967, si spegneva a Roma Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei più grandi attori comici italiani. E’ stato la risposta italiana a Charlot e a Buster Keaton, un attore istrionico, un artista irresistibile e poliedrico, dotato di grande acume e di straordinaria umanità. La morte per lui significò l’inizio di una nuova fase, quella del riconoscimento incondizionato, della scoperta da parte delle nuove generazioni, del pentimento da parte di chi lo aveva criticato definendo totoate i suoi film e lui un clown, un attore improvvisato, scurrile, da quattro soldi, ecc. Pare che Totò abbia sempre sofferto molto per queste critiche infelici, dopo una prima consultava tutte le principali testate alla ricerca di una frase di elogio e di riconoscimento. Spesso la ricerca si rivelava vana, la lettura gli lasciava l’amaro in bocca tanto che era solito dire che “in Italia bisogna morire per essere apprezzati”. E aveva ragione. Il pubblico, per fortuna, incurante dello sprezzante giudizio dei critici, è sempre accorso ad assistere ai suoi spettacoli e ai suoi film. Da anni Totò è addirittura divenuto oggetto di culto, venerato come San Gennaro e pure la cappella gentilizia che fece erigere nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi dell’aeroporto di Capodichino, è divenuta un vero e proprio santuario. La morte lo colpì all’età di 69 anni nella casa romana di via Monti Parioli 4 per un attacco alle coronarie, per lui fu celebrato un triplice funerale: a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio, a Napoli in presenza di 250.000 persone presso la chiesa di Sant’Eligio, ancora a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio. Continua a leggere

Forma alchemica 16: Thomas Stearns Eliot

TS_Eliot

Thomas Stearns Eliot

Alta marea
nelle vie della città
ma le onde della vita fremono
si restringono si frantumano
in mille frammenti
sbattuti contrastati accidenti.
Questa è l’ora attesa.

Questa è l’ora suprema
che dà un senso alla vita.
I mari dell’esperienza
che erano così ampi e profondi
così impetuosi e scoscesi
sono improvvisamente tranquilli.
Dite quel che volete
questa pace mi atterrisce.
Altro intorno non c’è.

Thomas Stearns Eliot
traduzione di Loredana Semantica

(testo in lingua originale)

Along the city streets,
It is still high tide,
Yet the garrulous waves of life
Shrink and divide
With a thousand incidents
Vexed and debated:—
This is the hour for which we waited—

This is the ultimate hour
When life is justified.
The seas of experience
That were so broad and deep,
So immediate and steep,
Are suddenly still.
You may say what you will,
At such peace I am terrified.
There is nothing else beside.

Dopo Rilke e Kavafis, in questa sedicesima forma alchemica, è la volta di un altro grande della poesia: Thomas Stearns Eliot. Celebrato poeta inglese, Eliot nacque a Saint Louis nel Missouri nel 1888, si trasferì nel 1914 in Europa ed in seguito divenne suddito britannico. In gioventù studiò la letteratura europea e Dante in particolare, che suscitò la sua ammirazione e lo avvicinò alla lingua italiana,si laureò ad Harvard in filosofia. Nel 1917 si trasferì a Londra, dove restò fino alla morte, avvenuta nel 1965.
A Londra Eliot trovò lavoro nella Lloyd’s Bank. Sposò Vivienne Haigh-Wood nonostante i dubbi e la contrarietà della famiglia Eliot motivati dai disturbi mentali della donna. Probabilmente per questa scelta dovette affrontare anni dopo un forte esaurimento nervoso che lo porterà, nonostante il senso di colpa, a separarsi da lei ed a farla rinchiudere in un istituto per malati di mente.
Nel frattempo egli aveva avviato una casa editrice la Faber Faber, meditato una conversione religiosa al cristianesimo-anglicanesimo, varato i suoi capolavori: la raccolta Prufrock and Other Observations( Prufrock ed altre osservazioni, 1917), i poemi The Waste Land (La terra desolata, 1922) e The Hollow Men (Gli uomini vuoti, 1925) .

Dopo la conversione le sue opere manifesteranno la rigenerata religiosità, registrando toni meno cupi e desolati della sua prima produzione. Ciò è evidente soprattutto negli altri suoi capolavori: Mercoledì delle ceneri, Quattro quartetti e Assassinio nella cattedrale. Fu anche saggista e scrittore di opere teatrali.
Eliot ebbe contatti con Ezra Pound, fu ammiratore di Groucho Marx. Nel 1948 fu insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry”.
Nello stesso senso della Commissione del Nobel, il critico Roberto Sanesi “Thomas Stearns Eliot, il poeta che forse più di qualsiasi altro ha contribuito a mutare il corso della poesia dall’Ottocento al Novecento (non soltanto in Inghilterra) e a dare un’impronta inequivocabile a tutta la poesia del nostro secolo
Eliot tuttavia non ebbe soltanto estimatori, riporto a conferma  il pensiero di Elias Canetti, che non apprezzava affatto il poeta e lo dice senza mezze misure: “Sono stato testimone della fama di un Eliot. Qualcuno proverà mai vergogna a sufficienza per avergliela tributata? Un libertino da nulla, un galoppino di Hegel, uno stupratore di Dante. Sarà molto difficile raffigurare Eliot com’era realmente, ovvero nella sua malvagità abissale. La sua opera d’un gretto minimalismo (tante piccole sputacchiere del fallimento artistico) il poeta del moderno impoverimento inglese dei sentimenti”.
La poetica di Eliot è espressione: di profonda crisi esistenziale (speculare alla crisi della cultura occidentale), di solitudine e alienazione dell’artista, di atteggiamento critico verso la letteratura di stampo vittoriano, derivazione di quella romantica. Tutte tematiche proprie del modernismo, corrente letteraria alla quale appartengono anche Virginia Woolf ed Ezra Pound. Il modernismo sottolinea l’importanza dell’oggetto ma non nel senso simbolista, quanto piuttosto evocativo, emozionale in una teorizzazione definita del correlativo oggettivo. Secondo questa idea unico modo di esprimere un’emozione in forma artistica è individuare una serie di oggetti, una situazione, una sequenza di eventi che costituiscano la formula di quella specifica emozione, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata.

Modernista è definita anche la poesia di Eliot, che non sviluppa un filum logico, ma esprime concetti conclusi, lapidari. Composizione di frammenti che suggeriscono al lettore un completamento mentale secondo la propria esperienza. Analoga discontinuità avviene anche nella forma poetica che accosta immagini di grande bellezza, espressioni profonde, filosofiche, a descrizioni di squallore e decadenza, nel contrasto che si estende anche al registro linguistico tra forme alte, liriche e linguaggio usuale.

La poesia che propongo oggi è una creazione giovanile di Eliot, composta nel giugno del 1910, quando Eliot aveva appena 21 anni e si era da poco laureato. Egli racconta quest’attimo creativo come un momento visionario nel quale, camminando per le strade di Boston ebbe una sensazione di restringimento e divisione delle strade e contemporaneamente un’esperienza di estraniamento e silenzio che lo pervasero proiettandolo oltre il tramestio del mondo. La sensazione di appartenere a un attimo senza tempo, senza prima e dopo. “You may call it communion with the Divine or you may call it temporary crystallization ofthe mind” (tu puoi chiamarlo comunione col divino o temporanea cristallizzazione della mente) come Eliot stesso ebbe modo di dire.
Fu in sostanza un’esperienza mistica che verrà successivamente ripresa ed espressa in altre forme in altre sue più famose opere, come ne “La terra desolata”. Esperienza che non appartiene solo a Eliot, ritrovandola con simile espressione anche nella poesia di Montale “Forse un mattino”, contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”, della quale riporto di seguito a riprova la prima strofa.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Tuttavia Montale è tutta un’altra storia della quale prima o poi mi occuperò in una  specifica forma alchemica.

Loredana Semantica

Parole di donna 12: ANNE SEXTON

Tag

, ,

Projection Lauren, by Cbanck

Be careful of words,
even the miraculous ones.
For the miraculous we do our best,
sometimes they swarm like insects
and leave not a sting but a kiss.
They can be as good as fingers.
They can be as trusty as the rock
you stick your bottom on.
But they can be both daisies and bruises.
Yet I am in love with words.
They are doves falling out of the ceiling.
They are six holy oranges sitting in my lap.
They are the trees, the legs of summer,
and the sun, its passionate face.
Yet often they fail me.
I have so much I want to say,
so many stories, images, proverbs, etc.
But the words aren’t good enough,
the wrong ones kiss me.
Sometimes I fly like an eagle
but with the wings of a wren.
But I try to take care
and be gentle to them.
Words and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible
things to repair.
Anne Sexton, Words, The Complete Poems

 

*

Siate attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere affidabili come la roccia
su cui ci si siede.
Possono essere sia margherite che lividi.
Eppure sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre poggiate sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.
Ma spesso mi deludono.
Troppe cose vorrei dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non sono abbastanza buone,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.
Provo ad averne cura
e ad essere gentile con loro.
Parole e uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono impossibili
da riparare.
Anne Sexton, Le parole, The Complete Poems, trad. di Deborah Mega

 

Verba volant scripta manent recita un’antica locuzione latina, come se le parole oltre a circolare e volare di bocca in bocca, possano perdersi una volta pronunciate. Esiste anche un’altra locuzione sullo stesso concetto derivata da una formula omerica ricorrente ben 124 volte tra Iliade e Odissea, ἔπεα πτερόεντα προσηύδα, diceva parole alate. In Words Anne Sexton ci invita a utilizzare le parole con cautela, con grande attenzione perché oltre al dono della leggerezza nel senso di trasmettere concetti liberamente e ovunque, esse rivestono una grande importanza.  Continua a leggere

Il fiume

Ci sono momenti – felici e difficili –

in cui l’intero corso del fiume vedo scorrere

la sorgente all’inizio come uno scherzo d’acqua

allegro ma poco convincente sul saper andare oltre

la discesa disordinata fino al primo salto

le corse, le anse, le velocità mutevoli con le pendenze

da vicino colgo turbinii sabbiosi e trasparenze

a distanza mi appare il tratto netto di una matita

azzurra naturalmente come nelle cartine che usavo a scuola

dove i fiumi erano elenchi di nomi da mandare a memoria

e non storie di rapide e guadi

la foce è un respiro che si fa lento ma profondo

il sapore del sale, inaspettato sempre

si mischia a quello di erbe e terra e alberi visti da lontano

guardiani seri e silenziosi

almeno fino a quando non si alza il vento

L’intero corso, ho detto, ma è un poco una bugia

perché mi manca in tutto il mio guardare

un breve tratto che resta fuori vista

di cui nessuno sa l’andare.

Mi prende per mano un dolce dispiacere

di questo faticoso non sapere mi agita il sapore

eppure ne sono grata come di un dono

come di sorpresa immeritata che commuove

Due lacrime concede la visione

e io ne ignoro il senso

non so se siano per una mia partenza generosa

che mi eviti dolori più cocenti

o gioia di sentire che il percorso è molto più di un’occasione

che la vita rivela a chi la accoglie

Sono momenti

Poi – come tutti – fingo di incespicare e rido

POESIA SABBATICA: Se saprai starmi vicino

Tag

, ,

Se saprai starmi vicino,
 
e potremo essere diversi,
 
se il sole illuminerà entrambi
 
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
 
 
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
 
e non il ricordo di come eravamo,
 
se sapremo darci l’un l’altro
 
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
 
 
Allora sarà amore
 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
 
 
(Pablo Neruda)

Canto presente 21: Veronica Pinto

Tag

,

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Veronica Pinto

#2

Che torni l’ape nel dramma del bosco
a indicarmi la via
e la rondine a ricordarmi del nido disfatto.
Venga ancora
La tigre sull’iceberg a incoraggiarmi, a nuotare
Un temporale a sentenziare la fine.
Ritorni il tuono a dirmi la verità che gli umani
non sapevano come.

Che possa ridiventare l’elettrone che ero
quel giorno notte d’anni fa, in orbita
sempre attratto dalla fusione.
Che si nasconda ancora la prateria nella manica
E nel colletto molti nuovi ami
Sulla mia bocca un morso di sole. Continua a leggere