Parole di donna 3 : AMELIA ROSSELLI

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Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco; lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri, lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce. Lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.

Amelia Rosselli

(da La libellula. Panegirico della libertà)

Un testo importante e corposo quello che ho scelto di commentare per il terzo appuntamento con Parole di donna. Amelia Rosselli, una delle personalità più significative della poesia del Novecento, racconta l’indicibile che fluisce come un chiarore tra i membri di una ipotetica coppia. All’uomo che si ama viene detto in modo incalzante di disperdere la propria vita, definita debole, priva perfino della facoltà di lamentarsi. L’invito è rivolto anche, sempre se l’uomo lo voglia e ne abbia il tempo, a disperdere il pudore, l’effige, le ragioni cangianti, le richieste eccessive, l’orrore, tutto quanto c’è di buono e di negativo nella propria condizione e a dissipare gli ostacoli che le impediscono di vederlo. La poetessa rivela la sua caratteristica di incantarsi ad ogni passaggio di debole bellezza, di ricercare eternamente il bello e il buono ma anche i parassiti, evidente in questo passaggio l’ironia sottesa. La Rosselli invita a disperdere la propria fanciullaggine, il legame che li congiunge, l’incanto, il proprio innamoramento che dev’essere assecondato per diminuire. Lascia, gli dice, che l’ardore si faccia misericordia, forse nel senso di pietà umana, di generosità. L’invito è anche a dimenticare e lasciar perdere le stagioni con i loro effetti sugli animi umani, il sapore della gloria e a tornare alla  notte delicata delle sue mani e alla luce. Continua a leggere

POESIA SABBATICA : Quando Dio creò l’amore

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Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto
quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani
quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma
quando Dio creò l’odio ci ha dato una normale cosa utile
quando Dio creò Me creò Me
quando Dio creò la scimmia stava dormendo
quando creò la giraffa era ubriaco
quando creò i narcotici era su di giri
e quando creò il suicidio era a terra.

Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo.

Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo.

 

CHARLES BUKOWSKI

Canto presente 12: Antonio Fiori

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Antonio Fiori

Il filo

che cuciva le carni
che ne conteneva gli spasmi
che tratteneva la gioia che davi
e il decorso dei giorni preziosi
che impediva il riaprirsi dei tagli
che ci univa nonostante gli altri
che voleva, voleva legarci…
non è marcio, ancora resiste
ha un capo che tiro ogni tanto
– lo senti, amore, quel filo di voce
che arriva di nuovo, miracolo,
al tuo lontanissimo capo ?

(inedita, pubblicata su fb)

Che dirti

Che dirti, sorellina, se non che scrivo da due anni a notte fonda
senza una penna, allo scarso lume del display
se non che amo senza farlo o lo faccio senza amore sull’onda
del ricordo o del sogno dove c’era lei.

Che altro ho da raccontarti che questi scampoli, scritti in qualche
pozzo di tempo sul misterioso desco dell’ufficio
con due telefoni nemici e una parola che all’improvviso parte
– piccola ancella, nunzia di scherzo o di cilicio.

da Trattare la resa, Solodiecipoesie, Lietocolle, 2009

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Forma alchemica 7: Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.

Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Sergio Solmi, nato a Rieti nel 1899, morto a Milano nel 1981, studiò giurisprudenza e lavorò per tutta la sua attività professionale come avvocato della Banca Commerciale Italiana. Ha partecipato alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria, poi alla Resistenza e per questo fu detenuto nel carcere di San Vittore, dall’ esperienza nacque Aprile a San Vittore. Conobbe Piero Gobetti. La sua ricerca di studioso s’incentrò sulle problematiche della personalità umana, ispirato da letture giovanili di Émile-Auguste Chartier, detto Alain, illuminato filosofo francese, che certamente influenzò la sua formazione.
La scelta tra le poesie di Solmi è caduta su Canto di donna, una poesia che egli scrisse nel 1926, appena ventiseienne, chiarendo con essa cosa intendesse con lo scrivere una poesia moderna. Il testo s’apre con una descrizione di una donna che dietro le imposte chiuse canta, una voce roca, sensuale e misteriosa perché la donna non si può vedere. A dire il vero non è nemmeno certo che canti, se ne percepisce la presenza e la voce senza che sia possibile discernere le parole, una voce detta contradditoriamente procellosa e dolce. Come può una voce evocare tempeste e nello stesso tempo esser dolce? Eppure ciò può accadere per le tempeste emozionali che anche solo la voce di un essere può provocare nel cuore di un altro, la sensualità di una voce può smuovere emozioni anche solo per la sua potenza carismatica che avvolge e trascina in una sorta di incantesimo evocato per sola vibrazione della voce e il languore che prende l’ascoltatore è indipendente, talora, da un coinvolgimento sentimentale, perché l’effetto si produce per le note particolari di quella particolare voce, o per quella voce in particolari condizioni personali

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fotografia di Marca Barone

Ecco che Solmi rivela la capacità che il senso dell’udito ha di solleticare emozioni e cita il caso più noto dell’antichità mitologica, il canto di sirena che si racconta avesse il potere di stravolgere a tal punto la mente dell’uomo e di attrarlo così potentemente che egli si buttava tra le onde a capofitto finendo per sfracellarsi sugli scogli.
La poesia, nell’idea dell’autore chiarisce in cosa consista la poesia moderna che, superata la ricerca della melodia e scansate le lusinghe della retorica, appare come “un’illusione suprema di canto che si sostiene quando sono distrutte tutte le illusioni” o, il che è lo stesso, sono distrutti tutti i valori , una poesia quindi che “sembra aspirare a una nuova primitività, che non esclude, anzi esige il potenziamento delle facoltà autocritiche e riflessive, per mettere a nudo, nel pensiero poetico la parte istintiva immediata” Queste citazioni dall’opera di saggista di Solmi delineano quello che è la sua concezione della poesia, nel pensiero che egli svilupperà con più ricchezza e approfondimenti nell’età più matura, in saggi che lo eleveranno al rango di fine critico che ancora oggi suscita interesse per le sue idee e approfondimenti negli studiosi della materia “parola poetica”.
La sua poesia invece si caratterizza per eleganza e misura, mai debordante, urlata, fuori le righe, effetto che egli raggiunge da un lato con l’apparente semplicità, dall’altro con la ricerca di spontaneità ed espressione di autenticità emozionale, ciò  anche per reazione al clima culturale artefatto del momento, impregnato di sovrastrutture storico/elitarie.
Se come si dice – ed è vero-  che si legge ciò che si vuole, ma si scrive come si può, io dico che, ancora più esattamente, si scrive per come si è, e Solmi trasfondeva nella poesia la propria sobrietà e raffinatezza, ma anche la sua idea alta di responsabilità morale dell’uomo verso il presente, unitamente all’esigenza di un recupero del linguaggio classico che, per ricchezza e costruzioni verbali, consentiva finezza di pensiero e stimolanti sconfinamenti nell’ambiguità.
A riprova, infine, il canto di donna languido e gorgheggiante col concorso della memoria s’accende d’amore e desiderio, scoprendo di sé impulsi che nella carne trovano stupefatti la loro radice di fuoco. Lo stupore che chiude la poesia, da un lato sorprende piacevolmente il lettore (ottima chiusa) dall’altro rimanda all’istintività poetica vagheggiata da Solmi e puntualmente espressa in questa che, a buona ragione, per quanto detto prima, si può considerare la poesia rappresentativa della sua idea di poesia.
Per commentare visivamente il testo ho chiesto di poter pubblicare alcune sue foto a Marca Barone, fotografa siciliana, specializzata nei ritratti, specialmente femminili, nei quali il trucco, la pelle, le luci, il vestiario e certi particolari a corredo concorrono a creare, sia a colori che in b/w, un mondo sensuale e attraente di sguardi e bellezza mediterranea.

Loredana Semantica

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fotografia di Marca Barone

Loredana Semantica

Incipit 3 : Conversazione in Sicilia

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_Il volo della luce, fotografia di Loredana Semantica_

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Continua a leggere

POESIA SABBATICA : Sa sedurre la carne la parola

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Sa sedurre la carne la parola,

prepara il gesto, produce destini…

E’ martirio il verso,

è emergenza di sangue che cola

e s’aggruma ai confini

del suo inverso sessuato, controverso.

 

O datemi qualcuno che mi ascolti,

ché di parole straripo… qualcuno

che mi prenda per mano e dei sepolti

dei fatti polvere e niente al raduno

mi porti… di occhi ho paura… di volti…

Non mi restava ormai niente e nessuno,

e come sanguinando intorno intorno

pesantemente in me cadeva il giorno.

 

Mi dispero perché

non ho che parole erose scrofolose

parole, a darsi all’ozio intente,

che non sanno far niente.

 

Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, Einaudi, Torino, 1989

Sulla Resilienza

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“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003)

 

Il termine resilienza deriva dal latino “resalio” (risalgo) e lo si può ritrovare applicato a diversi campi specialistici, quello della metallurgia, in cui indica la capacità di un corpo di resistere alle forze d’urto, alla biologia, all’informatica, all’economia, alla psicologia.

In ambito psicologico per resilienza si intende la capacità tipica dell’uomo di resistere alle avversità della vita e a eventi traumatici, riuscendo perfino a riorganizzare positivamente la propria vita e a ricostruirsi, restando comunque fiduciosi e disponibili a cogliere le opportunità positive che la vita offre. Non va confusa con la forza di volontà che ci permette di perseguire gli obiettivi prefissati con costanza e determinazione.  E’ piuttosto quella stessa forza di volontà che ci spinge a perseguire una mèta nonostante le sconfitte perché si è consapevoli che i fallimenti sono tappe necessarie e inevitabili per raggiungere un traguardo. Fin dalle epoche più remote, l’uomo, animale razionale, si è distinto per l’incredibile capacità di sopravvivenza di cui è dotato, è riuscito così a resistere a guerre, malattie, carestie.

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Forma alchemica 6: Ingeborg Bachman

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Morto è tutto. Tutto morto.
E nel mio portapane d’argento
ammuffisce il pezzo di torsolo avvelenato
che non scendeva più.

Chi mangia nei miei piatti?
dev’esserci ancora un resto della
corda con cui sono stata intrappolata.
Chi dorme nel mio letto?
certo di notte fruscia ancora il foglietto
che vi ho cucito dentro.

Quanto poco presente! Solo
negli oggetti lontani mi aggiro ancora,
nella lampada, nella luce,
allora accendo e voglio dire:

tutto il sangue, il molto sangue che
è scorso. Miei assassini.
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Ingeborg Bachmann

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Guernica, Pablo Picasso

Ingeborg Bachman, è nata a Klagenfurt in Austria nel 1926 ed è morta a Roma nel 1973 per le gravi lesioni a seguito di un incidente domestico le cui circostante non sono mai state del tutto chiarite. Forse s’era addormentata in soggiorno fumando una sigaretta, altre fonti parlano di ustioni procuratesi mentre era nella sua vasca da bagno, di certo nel suo appartamento si sviluppò un incendio e la morte sopraggiunse all’ospedale dove fu ricoverata per le ferite che aveva riportato.

La Bachman è un’autrice che conferma  la mia personale idea che quasi ogni poeta nasce nel trauma, una specie di doglia che partorisce uno spirito “diverso”, uno spirito drammaticamente segnato, un’anima che nonostante ripetutamente tenti e liberi attraverso la parola il fascino e l’ incanto subito dalla parola, nonostante ripetutamente tenti il risanamento e liberi per questa via la ferita subita e restituita, mai riesce a raggiungere la pace o, il che è lo stesso, la piena espressione di tutto quello che è necessario dire, a cui forse potrebbe conseguire la restitutio in integrum.

Ingeborg non manifestò questa irrequietezza soltanto nella scrittura e nello studio, ma anche nella ricerca continua di un luogo dove poter stare, girovagò infatti a lungo in Europa: Londra, Berlino, Parigi, Vienna, prima di stabilirsi a Roma nel 1965, dove visse fino alla morte.

Pare che la (prima)  ferita inferta alla Bachman, quella che presumibilmente, insieme ad altre traumatiche esperienze, la portò alla scelta della parola, fu l’invasione tedesca di Klagenfurt dove lei viveva una tranquilla esistenza piccolo borghese con due fratelli, il padre insegnante, la madre casalinga. Aveva appena dodici anni e la percezione dei soldati che marciavano in strada oltre la finestra frettolosamente chiusa, non fu quella di un’avanzata nel territorio ma di un calpestamento dei corpi. Il massacro di un mondo.

La Bachman sospinta verso la scrittura e lo studio da questo sbilanciamento del proprio equilibrio, divenne ben presto una stella della letteratura in lingua tedesca, inserendosi nel Gruppo 47 e ricevendo premi e riconoscimenti. Ebbe modo di conoscere, tra gli altri Celan, anch’egli profondamente segnato dalla guerra, dall’esperienza dei campi di concentramento nei quali aveva perso entrambi i genitori. Con Celan la Bachman intrattenne un rapporto sentimentale ed epistolare negli anni intorno al 1948.

Io credo che nella poesia che propongo oggi ci sia tutta la potenza cupa della Bachman, la tensione drammatica di un’anima tormentata. Specialmente l’esordio del testo contenente un richiamo alla morte così pesante e brutale è di profonda desolazione.  Tutto è morto dentro e fuori, senza rimedio, senza salvezza. Le successive strofe alternano la descrizione di oggetti della quotidianità corrotti dal marcio o dall’espropriazione, il torsolo ammuffito nel portapane d’argento, il letto occupato da estranei, quel letto nel cui materasso è ancora nascosto e fruscia il foglietto sul quale è trascritto il segreto. Non so perché mi piace immaginarlo tenero, come un primo amore, delicato e rosa, come un’alba. Ci sono i piatti dove invece delle pietanze si trova la corda che lega. Tutta la memoria conservata rovina il qui e l’ora li rende inesistenti, senza speranza. Di tutta la poesia è soprattutto la chiusa che coinvolge e sconvolge. Essa è chiaramente un atto di accusa, contro gli uomini che uccidono, contro gli assassini che versano il sangue di altri uomini. L’orrore del molto sangue versato.

Non può dirsi se la Bachman con questa poesia abbia inteso esprimersi per metafore e riferirsi alla vicenda della deportazione e delle molteplici uccisioni che la guerra e i campi di concentramento hanno determinato oppure se avesse in mente una specifica uccisione che ha devastato la sua vita, molto probabilmente i riferimenti si sovrappongono essendo l’uno dentro l’altro, enorme il primo e sconvolgente per la sua vastità, altrettanto enorme e sconvolgente il singolo assassinio per l’eco nell’animo della poetessa. Certo che non potrebbe esprimere con più dolore ciò che ha da dire, creando con la penultima strofa quello squarcio di luce che illumina rosso sangue la scena nel modo più inaspettato e perciò conturbante. Nella lampada, nella luce, /allora accendo e voglio dire: Questi due versi prodromici del finale si potrebbero dire un gran colpo di teatro, se non fossi quasi certa che questa, come tutte le poesie veramente poesie, non è nata per costruzione ma per impeto, ispirazione e padronanza perfetta della parola.

Non poteva mancare tra le mie perle poetiche una così chiara dichiarazione di dolore infinito, senza consolazione, quel dolore che quasi ognuno, ciascuno per una sua personale ragione, si porta dentro, e un poeta non tanto con più forza, bensì con maggiore consapevolezza che occorre pronunciare all’infinito le parole che possano descriverlo nel modo più efficace possibile, un poeta con la grande consapevolezza che la parola ha la potenzialità per esprimerlo, ma non riesce mai a sufficienza a contenerlo, rappresentarlo, trasmetterlo, da ciò deriva la serie continua di tentativi che costituiscono poi il “corpo” del poeta stesso, cioè tutta intera la sua anima, tranne quel fondo inenarrabile di sconvolgente che egli porta con se, in  nuce, dapprima nella vita come bagaglio/peso e poi, una volta morto, come corredo/accredito, se mai esiste un’aldilà.

Per l’idea visiva di distruzione, rovina e sgomento non posso far ricorso se non al celeberrimo Guernica, col quale anche Picasso cercò di rappresentare il caos doloroso della guerra, l’atto di terrorismo perpetrato contro la popolazione inerme che bene mi sembra si sposi all’agonia spirituale di Ingeborg Bachman.

Loredana Semantica

Parole di donna 2 : MARIANGELA GUALTIERI

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Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

MARIANGELA GUALTIERI, da Bestia di gioia, “Mio vero”

Il tempo dei compagni d’amore è un tempo finito, che dura poco. E’ breve il tempo che resta, scrive Gualtieri, dunque va vissuto appieno, con serenità, dolcezza e gentilezza. Non dobbiamo aver fretta né strafare per ansia di vivere o di concludere il nostro percorso. Dopo saremo scie luminose, fotoni lucenti e avremo una grande nostalgia di tornare umani nonostante da umani, si sia imperfetti, eppure dopo, in un’altra dimensione, avremo “nostalgia d’imperfetto”. Non potremo infatti sfiorarci, accarezzarci, perché non avremo l’organo deputato a farlo, le nostre mani.

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POESIA SABBATICA: Il poeta esce col sole e con la pioggia

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Il poeta esce col sole e con la pioggia

come il lombrico d’inverno

e la cicala d’estate

canta e il suo lavoro

che non è poco è tutto qui.

D’inverno come il lombrico

sbuca nudo dalla terra

si torce al riflesso di un miraggio

insegna la favola più antica.

Salvatore Toma, da Canzoniere della Morte, Einaudi, Torino, 1999

Canto presente 11: Daniela Raimondi

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Madre

“Forse è qui il nodo di ogni incarnazione.
Nulla è così vicino alla morte
quanto il concepimento: viene da laggiù,
laggiù si è composto.”*

Il diramarsi del suono.
Un piccolo spazio
da riempire nel mondo.
Seme
cromosoma
sangue che affonda radici.

Sono appoggiata al tuo cuore,
madre.
Fino alla caduta nel grido
come un taglio aperto,
come il rosso che arde
e il dolore che pulsa.
Sono il tuo dolore di donna
quando si fa più dolce.

A stento
verso la luce,
acquarello rovesciato
sul contorno delle cose.
Il premere dei ferri sulla testa
e l’aria che brucia,
l’aria
come un rogo nei polmoni.

Dita allargate nel vuoto,
sulla fredda materia del mondo.
Viva
viva
deposta dall’uomo nel solco più profondo. Continua a leggere

Forma alchemica 5: Czeslaw Milosz

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ll dono

Un giorno così bello.
La nebbia s’è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c’ era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno di essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l’ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena vedevo il mare azzurro e le vele.

Czeslaw Milosz

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fotografia di Francesco Enia

Czeslaw Milosz, poeta di origini polacche, nato nel 1911 in Lituania, premio Nobel per la letteratura nel 1980, è morto a Cracovia nel 2004. Lo includo perciò tra i poeti ai quali con “Forma alchemica” intendo rendere omaggio. La bellezza della creazione poetica e lo stato d’essere presenti solo in spirito e parola, ostia e oro, sono i  due requisiti comuni ai poeti di Forma alchemica.

Milosz non è stato solo poeta, ma anche saggista, noto per la sua critica al sistema di socialismo reale espresso ne “La mente prigioniera”, tuttavia come poeta è diventato un simbolo e un riferimento, ha ispirato gli operai di Solidarnosc i quali hanno scelto suoi versi da porre ai piedi monumento che commemora i lavoratori uccisi durante gli scioperi di contestazione del 1970. E’ stato definito da Brodskij uno dei maggiori poeti del secolo, ha influenzato la poetessa polacca Wislawa Szymborska e Raymond Carver, il quale amava particolarmente proprio questa poesia di Milosz che io a mia volta oggi propongo, avendola salvata tempo addietro nella mia raccolta di preziosità poetiche.

La poesia s’intitola “Il dono” e racconta di un giorno vissuto dal poeta. Un giorno che egli definisce al primo verso con entusiasmo e semplicità disarmante: Un giorno così bello.

I versi successivi presentano una costruzione altrettanto elementare, ogni verso è delimitato dal punto, sta a sé eppure si concatena di senso col successivo, e raccontano il lavoro del poeta in giardino, la nebbia che s’è alzata presto. Anche qui, come nella poesia di Mark Strand c’è la terra e il contatto con essa. L’io poetante la manipola perché fa giardinaggio, strappa le erbacce, zappetta le aiuole e, per quanto non tutti se ne rendano abbastanza conto nella propria quotidianità quando attendono ad attività di questo genere, e, sebbene non appaia nemmeno evidente nel testo, perché è tutto implicito, in questi gesti l’uomo riallaccia e conferma il legame con la terra, il senso di appartenenza ad essa, la cura delle sue creature, il rispetto e il desiderio di bellezza.

Già a questo punto si avverte nel testo il senso di positività e fiducia che anima lo scrittore in questo speciale giorno, la fiducia che, nonostante le brutture e negatività del mondo, la bellezza ancora esiste ed è dentro e fuori di noi.

 Il terzo verso presenta la natura con efficacia mirabile: I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio. I colibrì, com’é noto, sono tra gli uccelli più piccoli al mondo, il loro volo è caratteristico: sbattono le ali così velocemente che riescono quasi a star fermi sospesi in aria, questo permette loro di nutrirsi del nettare dei fiori. Raccontare dei colibrì che si posano sui fiori è immettere sul palcoscenico poetico un fermo-immagine di immobilità non statica ma vibrante di colori e sensazioni: le piume degli uccelletti, il profumo delicato, il biancore ricadente del caprifoglio.

Le premesse descrittive aprono la strada alle affermazioni seguenti, quando l’attenzione del poeta si sposta dall’esterno al proprio spirito, ed enuclea una raffica di interiorità  in un periodare  conciso e convincente come un martellamento dritto all’anima del lettore, che esprime la totale pacificazione del poeta con se stesso e col mondo.

Nessun  desiderio di possesso, nessun nemico, nessun torto, nessuno da invidiare, nessun disagio verso se stesso, nessun dolore. Una speciale insistenza ad annichilire tutte le negatività. Tutte le pene che sono proprie dell’uomo dissolte nell’aria leggera di questo giorno così bello. E’ questo il dono, secondo me, più della pace che  Milosz ha nel cuore e che per lui stesso è il personale dono che ha ricevuto da quel giorno, il dono è per noi che egli abbia saputo esprimere questa pace e conciliazione col mondo in una poesia perfetta. C’è nel pensiero del dono anche molto dell’idea cristiana di amore verso il prossimo e di senso di ringraziamento al Creatore per la bellezza del creato. Il poeta si è sempre professato convintamente cristiano.

E poi c’è il finale del testo, quando raddrizzando la schiena dal lavoro, Milosz vede il mare azzurro e le vele. Cos’altro c’è da desiderare dall’esistenza oltre che stare bene, se non di poter ammirare la bellezza offerta allo sguardo nei colori e nel paesaggio che sono anch’essi in sé un altro meraviglioso dono.

Questo il pregio del poeta Milosz, che pur avendo vissuto la crisi di un sistema, le problematiche storiche e lotte sociali della sua epoca, ha mantenuto intatta la sua capacità di provare e trasmettere l’incanto della bellezza, la serenità d’animo, priva di disagio e risentimento. Egli in sostanza sembra aver scoperto che il segreto della felicità è godere delle piccole cose: un paesaggio stupendo, il lavoro della terra, i fiori e gli uccelli. E’ questo in fondo l’approdo che cerca ogni uomo poeta, e non poeta, attraverso la propria ricerca giungere a quella saggia e profonda consapevolezza che occorre poco per avere la felicità.

La  capacità di gioire per ciò che di buono si ha dalla vita, fu la caratteristica del poeta che sorprese e affascinò  la stessa Szymborska, una volta che in un ristorante, Milosz, già famoso e onorato, ordinata una semplice bistecca con contorno, la gustò con piacere. Insomma nulla del poeta dannato e disperato. Milosz dà con questa poesia una bella lezione di vita specialmente a quelli che si abbattono e non risorgono mai dalle ceneri. Non ho altro da commentare, se non che un giorno così bello vorrei poterlo raccontare io stessa più spesso, se non in questo perfetto modo, per come posso.

La scelta d’immagine è caduta su una bellissima foto di Francesco Enia, gentilmente concessa, che sembra essere stata scattata per visualizzare i colori e il paesaggio descritti nell’ultimo verso della poesia.

Loredana Semantica

Incipit 2: Sostiene Pereira

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Continua a leggere

POESIA SABBATICA : Cerca cose profonde

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Cerca cose profonde

con parole di superficie,

le scova, a volte, come per miracolo

non essendo un sapiente crea

con la perizia scaltra del flaneur

per ogni cosa un metodo d’indagine dell’anima

a dragare

il senso della terra,

e intanto ritma il battito di un cuore

stralunato fra sillabe e intermondi

che accendono l’istante e lo rimbalzano

quaggiù, in questa nostra dura, effimera

presenza…

 

Massimo Morasso, da Viatico, Raffaelli, Rimini 2010

 

 

DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

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La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

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Forma alchemica 4: Mark Strand

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Il mio nome

Una volta, quando il prato era tutto verde e oro
e gli alberi al chiaro di luna erano come freschi
monumenti di marmo rosato nell’aria profumata
e tutta la campagna pulsava di cinguettii e ronzii d’insetti,
io ero disteso sull’erba, immense distanze si aprivano su di me,
e mi chiedevo cosa sarei diventato e dove sarei finito,
pensai di esistere appena, per un attimo sentii
che il grande cielo punteggiato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii nel modo
in cui si sentono il vento o la pioggia, ma impercettibile e lontano
come se non fosse parte di me ma del silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

My name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

(Mark Strand trad. Loredana Semantica)

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“Notte stellata”, Vincent Van Gogh

Mark Strand, poeta laureato americano (1990) e professore di letteratura comparata alla Columbia University, è nato in Canada nel 1934 ed è morto a New York nel 2014 all’età di 80 anni. Se provate a cercarlo in rete non troverete moltissimi risultati. La pagina che lo riguarda in wikipedia è soltanto in lingua inglese, mentre nella wikipedia italiana, al momento in cui scrivo questo post, neanche esiste. Posso dunque presumere che non sia noto ai più, nonostante il nome accattivante e la qualità della sua poesia.
Nelle sue intenzioni iniziali Mark Strand avrebbe dovuto fare l’artista, precisamente il pittore. Quando egli rivelò alla sua famiglia che avrebbe voluto fare il poeta fu per tutti uno shock, in particolare per la madre preoccupata che la poesia non consenta guadagni e quindi di mantenersi. In un aneddoto riportato in un suo saggio Mark Strand racconta che per convincere la madre della bontà del suo proposito, motivandolo con la soddisfazione che proviene dalla poesia, volle leggerle alcune poesie di Wallace Stevens, la trovò dopo pochi minuti addormentata sulla sedia col capo riverso sulla spalla.
Ecco vorrei partire proprio da qui, dal sonno che ingenera la poesia. Si dorme perché non si ha voglia di lasciarsi affascinare dal viaggio interiore che la poesia richiede, dal vortice di immagini che essa apre, dal suo senso misterioso a volte, più spesso così lampante da folgorare. Si dorme perché spesso la poesia non è sufficientemente tale, non lo è sempre per i grandi, i quali compongono nella loro vita una serie di capolavori, molte poesie di qualità e qualcuna noiosa, figuriamoci per minori, i principianti, i poeti occasionali nei quali ahimè i rapporti anzidetti sono variamente mescolati. C’è da dire che il confezionamento di un capolavoro è una rarità, richiede inoltre il passaggio obbligato dal grado di poesia noiosa al grado superiore di poesia di qualità esteso alla quasi totalità della produzione.
Ogni poeta lo sa dove si colloca il suo scrivere e scrivere poesia non significa fare buona poesia. Lo sa in fondo al suo cuore, anche se l’orgoglio e la speranza non ammettono mai la propria mediocrità. Del resto che si è vissuto a fare se non per lasciare una piccola traccia di sé che duri anche oltre la fine della propria vita? Questa mia è indubbiamente una divagazione che non vuole negare la presenza in ogni uomo dell’anelito alla poesia, a “sentirla”, a leggerla, cercarla ma anche a scriverla, né sindacare la libera espressione poetica di profani e non. Auguro in questo senso anzi: buona poesia a tutti, come questa di Mark Strand. Una poesia che si fa leggere e dice e che noi riceviamo come un dono che gli sopravvive.
Nel testo l’io poetante è disteso su un prato ed è sera, tant’è che il cielo è stellato. Lo stare distesi su un prato e la notte sul capo, sono condizioni perfette per generare le sensazioni giuste di simbiosi col mondo e di percezione dei suoi messaggi.
La sera con l’allungarsi delle ombre nel suo essere fine del giorno mima la fine della vita, la schiena a contatto col suolo permette di riconoscersi parte della natura e fondersi con essa osservandone la meraviglia, descritta dall’autore con quel tanto di maniera che basta a far capire l’incanto: the lawn was a golden green and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials.
Oro, verde e rosa, molti colori in pochi versi e un omaggio agli alberi, sentinelle immobili della terra. Immagini fotografiche che si susseguono con efficacia.

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“Campo di grano con cipressi”, Vincent Van Gogh

La sera danza di suoni, s’alzano in volo gli insetti notturni riempiendo l’aria di brusii, e gli uccelli cinguettano con insistenza chiamandosi l’un l’altro mentre si allungano le ombre, questi suoni nell’oscurità rimarcano la presenza di vita.
E’ una condizione ideale per annullarsi nell’immensità del cielo stellato nel quale vagare con lo sguardo fino a dispersi, col pensiero e con lo spirito, fino a diventare un tutt’uno con l’universo al punto che esso sembra chiamare il poeta, col suo nome e il suono di questo nome è nuovo come mai udito o meglio udito per la prima volta. Il cielo lo chiama allo stesso modo di come si producono i suoni del vento e della pioggia, con un nome e suono che sottolinea l’appartenenza creaturale. Uno stato di compenetrazione massima che apre al senso ultimo della vita rappresentato dal nome: esistenza che viene dal nulla al quale è destinata a tornare.
Una poesia che prende le mosse dalla natura per virare ben presto ad un senso filosofico ed esistenziale, che scorre piana e senza increspature, quasi come fosse una barca sul fiume cullata dalle onde, di piena accettazione della nullità dell’essere uomo, di acquiescenza alle leggi ineluttabili che governano l’universo. Se ne apprezza la disarmante semplicità ben calibrata al punto che il testo mantiene il suo fascino indipendentemente dallo sforzo di traduzione, nel senso che anche con una traduzione letterale mantiene intatto il suo fascino perché ne appare comunque nudo e completo il senso.
Mark Strand compie con questa poesia un piccolo miracolo poetico, riuscire a dire in modo essenziale e comprensibile ad ogni uomo, quel senso di angoscia che si prova di fronte alla vastità del cielo, ed esprimere, nel contempo, il senso di piccolezza dell’essere creatura infinitesima destinata a compiere la parabola della vita. Riesce a dire tutto ciò, che è concetto grandioso e umile al tempo stesso, ma certamente non originale, senza scadere nel banale, nell’ovvio o nel noioso. Concetto anzi che sembra espresso in modo del tutto nuovo in virtù dell’ espediente, ritengo non studiato, ma sicuramente indovinato, di ricorrere all’uso del vocabolo name, il nome, cioè il modo usuale col quale il consesso umano identifica una persona per l’intera sua vita. Mark Strand accosta a name il possessivo my, mio, che significa non solo letteralmente il mio nome, ma vuole significare più specificatamente proprio io, nella mia più profonda e autentica identità, nel modo in cui l’universo stesso al quale appartengo mi riconosce, mi chiama, mi partorisce e mi accoglie al termine del mio percorso, come fossi acqua che piove, aria che soffia nel vento. Nel che si sostanzia il transito esistenziale dal nulla verso il nulla, non tanto o non soltanto come annichilimento, bensì come sereno annullamento nel silenzio universale dal quale tutti proveniamo al quale tutti torniamo e del quale espressione concreta siamo non solo noi stessi ma ogni creatura e manifestazione naturale.

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“Campo di grano con volo di corvi”, Vincent Van Gogh

A commento visivo della poesia di Mark Strand ho scelto Van Gogh, perché sembra facile rappresentare con densità la vastità di un cielo popolato di stelle, di un prato tutto verde oro e di alberi marmorizzati in rosa, ma non lo è. Van Gogh tuttavia c’è riuscito perfettamente nella sua vorticosa pennellata, che si contrappone alla pacata serenità del testo di Mark Strand, ma rivela la stessa consapevolezza di potenza superiore immanente nell’universo.

Loredana Semantica

Parole di donna 1 : SYLVIA PLATH

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I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

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POESIA SABBATICA

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L’anniversario

“Che in questa mattina di febbraio, gelida e serena, di accecanti chiarori e di pulviscolo in volo, venga sorpreso e annichilito, per le strade di Genova, dal tuo ricordo, che scende come un rasoio ad accarezzarmi la schiena; e che tutta la distanza che ci separa non si possa ora neppure scorgere e misurare tanta è la caligine densa che sta tra noi due; e che io mi accorga che vado perdendo, giorno dopo giorno, anche l’eco della tua voce, remota e astrale… Tutto questo mi dà il senso e la consapevolezza di non poter mai più tornare a casa.”

Enrico Testa (da Pasqua di neve, Einaudi, Torino 2008)

Fuga di morte

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“Shoah” fotografia di Loredana Semantica

Paul Celan, Fuga di morte

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan, Todesfuge

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne
er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften
da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen

Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister
aus Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

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fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica