Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
La stanza del suicida
Certo pensate che la stanza fosse vuota. E invece c’erano tre sedie con robusti schienali. Una lampada buona contro il buio. Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali. Un Buddha sereno, un Cristo afflitto. Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda. Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?
Pensate che mancassero libri, quadri, dischi? E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere. Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.
La gioia, scintilla degli dèi. Ulisse sul ripiano nel sonno ristoratore dopo le fatiche del quinto canto. I moralisti, nomi scritti a lettere d’oro sui dorsi ben conciati. Lì accanto i politici stavano ben ritti- E quella stanza non sembrava priva di vie d’uscita, magari dalla porta, né senza prospettive, magari dalla finestra. Gli occhiali da vista erano sul davanzale. Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.
Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa. E se vi dico che non c’erano lettere – e noi, gli amici – tanti -, ci ha tutti contenuti la busta vuota appoggiata a un bicchiere.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Nave d’inverno
Non vi sono maestosi approdi a questo molo: chiatte rosse e arancioni, vescicose, sbandano incatenate alla banchina, antiquate, vistose si direbbe indistruttibili. Il mare pulsa sotto una membrana d’olio.
Un gabbiano immobile in cima alla traversa di un capanno galleggia sulla marea del vento, saldo come se fosse di legno e formale nella sua marsina di cenere, l’intero porto piatto ancorato nel disco della sua pupilla gialla.
Sopra la distesa ghiacciata di pesci un pallone sonda sorge come la luna diurna o un sigaro di latta. È una scena piatta, come una vecchia acquaforte. Stanno scaricando tre barili di granchiolini. I piloni del pontile sembrano prossimi a crollare
e con loro quello sgangherato ammasso di magazzini, bighi, ciminiere e ponti in lontananza. Tutt’intorno a noi l’acqua scivola e ciangotta nel suo sciatto dialetto, trasportando odori di merluzzo morto e catrame.
Più al largo, le onde biascicheranno blocchi di ghiaccio – brutto mese per i barboni nei parchi e innamorati. Persino le nostre ombre sono livide di freddo. Volevamo vedere sorgere il sole E ci accoglie invece questa nave rivestita di ghiaccio
Barbuta e guasta, un albatro di gelo sopravvissuta alle burrasche, ogni argano e straglio Racchiuso in una pellicola di vetro. Il sole non tarderà a ridimensionarla; ogni cima d’onda luccica come un coltello.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Scoperta
Credo nella grande scoperta. Credo nell’uomo che farà la scoperta. Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.
Credo nel pallore del suo viso, nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.
Credo nei suoi appunti bruciati, ridotti in cenere, bruciati fino all’ultimo.
Credo nelle cifre sparpagliate, sparpagliate senza rimpianto.
Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio.
Credo nelle lavagne fracassate, nei liquidi versati nei raggi spenti.
Affermo ciò che riuscirà, che non sarà troppo tardi, e che avverrà in assenza di testimoni.
Nessuno lo saprà, ne sono certa, né la moglie, né la parete, e neppure l’uccello – potrebbe cantare.
Credo nella mano che non si presta, credo nella carriera spezzata, credo nel lavoro di molti anni sprecato. Credo nel segreto portato nella tomba.
Queste parole mi veleggiano sopra le regole. Non cercano appoggio negli esempi. La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.
Noi otteniamo solo ciò che fortissimamente desideriamo ciò che almeno un poco desideriamo ciò che queruli richiediamo raramente otteniamo ciò che desideriamo segretamente senza voli siderali senza mai farci presenti per questo alcuni restano nei secoli senza ali.
We only get what we very strongly want what we at least a little bit wish what we querulous ask for we rarely get what we secretly will no sidereal flights no presence at all this is the reason why many of us remain wingless through the centuries.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Cimitero in novembre
Lo scenario è ostinato: alberi avari si tengon strette le foglie dell’altr’anno, rifiutano il lutto, la veste di sacco, o la trasformazione in driadi elegiache, e l’erba austera custodisce lo spietato smeraldo della sua erbosità, a dispetto dell’intelletto magniloquente che disprezza una tale povertà. Nessun grido di morti
fa fiorire nontiscordardimé in mezzo alle pietre che lastricano questa terra greve. Qui c’è onesta putredine che disfa il cuore e spoglia l’osso della vena affabulante. Quando uno scheletro solo si accampa nudo e reale, zittiscono le lingue di tutti i santi: le mosche non osservano resurrezioni sotto il sole.
Tu guarda fisso il paesaggio essenziale finché gli occhi non impongano al vento una visione, abbacinante: se mai spiriti perduti ululanti nel sudario lampeggino attraverso la brughiera, essi delirano al guinzaglio della mente affamata che popola la stanza spoglia, l’aria bianca e deserta.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Saluto ai supersonici
Oggi più veloci del suono, dopodomani della luce, muteremo il suono in tartaruga e la luce in lepre.
Di antica parabola onorati animali, nobile coppia in gara da sempre.
Correvate, correvano per questa bassa terra, provate a gareggiare in alto nel cielo.
Via libera. Non vi saremo d’intralcio nella corsa: per inseguire noi stessi primi ci alzeremo in volo.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
I meloni della fiesta
A Benidorm ci sono meloni carrettate intere
di innumerevoli meloni ovali e a palla,
verde brillante e risonanti, una trina di strisce
verde scuro tartaruga. Scegline uno a uovo, a mappamondo,
palleggialo tornando a casa per gustarlo nel rovente mezzogiorno:
poponi morbidi come crema, angurie giganti dalla polpa rossa,
bitorzoluto cantalupo dal cuore arancione.
Ogni spicchio è borchiato di semi bianchi o neri
da spargere come coriandoli sotto i piedi di questo
La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.
Penso al consenso a quanto esso sia l’imperativo a come sia diffusa la sua voce e sia di ogni pietra stella del cavallo sella e di ogni ostacolo il suo ponte.
I think about consensus how urgent is its search the vast diffusion of its voice a star to every stone a saddle for the horse and to every block a bridge
Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…
Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estatedi Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
Settembre era da sempredi Loredana Semantica, inedito
Settembre era da sempre il mese iniziatico nel quale giungeva il richiamo profondo di appartenenza a un ambito diverso dove altra luce cadeva sulle cose in riverberi giallo paglierino e ricordi di un luogo indefinito dove s’era vissuto o bisognava andare un giorno forse necessariamente.
Settembre acuiva l’espansione una memoria ancestrale di qualcosa lontana più malinconica che gioiosa simile al pensiero di non essere solo ora nelle opere o parole nel tempo o materia ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove in altra forma o uguale non essendo adesso pienamente.
Intanto a settembre altra aria fresca scende in gocce di pioggia leggera sulle strade impolverate dall’estate rese saponose dall’acqua dove pattinano pneumatici neri mentre tutta la natura respira ozono e sollievo.
Ma la morte incombe a settembre non solo nei versi ma sui letti ha un linguaggio pesante anzi muto gli occhi sbarrati impauriti chissà cosa pensava in quel momento mentre le carezzavo il viso magro i cari bianchi capelli “sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla di cui aver paura” ma non ne ero sicura e le chiudevo gli occhi con la mano perché sparisse la visione che l’atterriva.
Settembre è il mese di mezzo della mia festa di compleanno che traghetta l’estate all’ autunno e già per questa pretesa di equinozio a spartire equamente luce e lato oscuro ha nel petto un cedimento avulso dal consueto progredire da rigettare come presuntuoso perché certo è solo il nulla rotondo come una vocale nient’altro.
In questa fine estate di Maria Allo
C’è una tristezza antica nelle ossa Attraversa i corpi e le giunture
gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti sfavilla in lievi cerchi tra le travi in ogni androne nelle sale d’aspetto sugli scaffali nei carteggi impolverati Ci prende tutti nella luce e nell’ombra Si libra nel cielo e cade con la pioggia sulla terra bagnata senza rumore ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli dentro il presente che ci divora C’è una tristezza antica in questa fine estate
Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle fino al cielo a metà tra due roghi mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale
È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri
è tempo ormai che io vesta il grigio, che indossi la giacca antracite
camminando per la strada guarderò solo avanti
(e più nulla dei seni sudati dei seni ricolmi di lei che passa velluto pesca polpa e frutto per le labbra e la sete)
lascerò alle canzoni i miei amori perduti, lascerò sulle spalle le mie foglie cadute
è tempo ormai che io vesta il grigio, che sigilli nella plastica nera la camicia a fiori e i pantaloni leggeri
le scarpe in tela dei lungomari d’agosto.
Storie sull’autunnodi Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)
L’autunno è comparso a chiazze come una malattia endemica sulla cappa delle aiuole Non si vede più un cane per strada libero di rovistare nell’immondizia Non esce la sera resta impresso sul divano a sentire quello che si svelenano una madre e una figlia Le farfalle morirono durante l’ultima glaciazione La luna non è più venuta da quando precipitò dietro casematte quinquagenarie a ridosso dei parchetti degli spacciatori La vede una donnola ogni tanto a un centinaio di chilometri di distanza in qualche rada boscaglia Le foglie ancora incerte non sanno se andare a un cielo che non le chiama o trattenersi nel braccio vegetale Io mi sono sbagliato Non dovevo dar retta a quelle storie sull’autunno
La bambina dal cuore verdedi Deborah Mega, inedito
La bambina dal cuore verde percorreva il lungo tratto che attraverso gli alberi conduceva al mare e si mise in silenzio ad ascoltare. Vide allora un sentiero protetto da giganti ombrosi e silenti. Si chiese perché quella quiete solenne e dove fosse l’orizzonte nascosto dalle splendide chiome. Gli alberi scrollarono le giovani fronde, dai fusti si innalzò un coro di voci profonde. La bambina dal cuore verde si mise in ascolto, chiuse gli occhi e in un momento non le sembrò più che ci fosse poi tanto silenzio. Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno, il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava, lo stormire delle foglie, il frinire di cicale, il frullo d’ali degli uccelli. Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta. La bambina dal cuore verde inalò a pieni polmoni il profumo di resina terriccio umido ed erbe selvatiche e solo allora vide il mare.
Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito
Mite stagione – compagna di cauti cammini – porgi la guancia tiepida alla quiete lontano dai tumulti. Vivi del pallido rossore delle foglie e aspetti che rintocchi l’ultima verità, l’ultimo squillo. Amica che ci racchiudi nel cerchio compiuto dei distacchi – là dove vizza giovinezza indossa il velo della notte – a te consegno il convulso disordine del cuore.
Equinoziodi Francesco Tontoli, inedito
Fin quando regge il bene della vista misuro con gli occhi anche ciò che non appare. e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.
Un equinozio sul filo della spada taglia il giorno in due e il sogno in quattro parte di luce e parte di oscurità in molecole che non oso destare nella loro densità.
È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza rifiutiamo la sostanza delle tenebre. Dall’una o l’altra bocca saremo divorati un giorno che non faremo in tempo a misurare.
Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destroe l’autrice.
Cara Loredana, ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura. La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia. Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi. La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose. Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).
Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni. Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo. Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi. Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo. Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta. Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.
Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.
Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io! Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.
Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.
Patrizia
Cara Patrizia,
ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve. Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata. Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂 Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura. L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta. In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico. Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza. Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.
Cari Amici del sito e Lettori, siamo tornati. Da domani riprendono le attività di Limina mundi. Rinfrancati dal riposo estivo ricominciamo, nuove idee bollono in pentola delle quali – se tutto va bene – vi parleremo. Intanto con sei poesie brevi un saluto all’estate che volge al termine. Mandatene di vostre a tema, se lo desiderate, all’indirizzo e mail dei contatti, le vostre poesie saranno qui accodate. Per il resto stay tuned, coming soon e tutto quello che vi va…
SALUTO ALL’ESTATE
(sei poesie brevi di Loredana Semantica)
Io non ero e splendendo cadevo lungo l’estate accartocciata al suolo.
Un vento d’estate mi ha sollevata al cielo lì sostavo danzando un valzer d’incanto la parola.
Come Pavese sono devota all’estate arida e assolata ha un fascino ferale.
Odio l’estate di sudore tutto ciò che dico riguarda un’ astrazione concettuale.
Non pensiate che l’estate sia una stagione ininfluente il fico ad esempio s’è arreso disseccato totalmente.
Salutiamola con cura l’estate accogliendo l’autunno la promessa è di rivedersi come un amore vacanziero l’anno venturo.
Il disegno digitale ” Saluto all’ estate” è di Loredana Semantica
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estate di Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
C’è un giardino chiaro, fra mura basse, di erba secca e di luce, che cuoce adagio la sua terra. È una luce che sa di mare. Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere molti frutti, dolci, su un’erba che so, con un tonfo. Così trasalisci tu pure al sussulto del sangue. Tu muovi il capo come intorno accadesse un prodigio d’aria e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti. La parole che ascolti ti toccano appena. Hai nel viso calmo un pensiero chiaro che ti finge alle spalle la luce del mare. Hai nel viso un silenzio che preme il cuore con un tonfo, e ne stilla una pena antica come il succo dei frutti caduti allora.
poesia “Estate” di Cesare Pavese da “Poesie”, 1966
Illustrazioni di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale
Un tavolino. Il tè. La pioggia cade. Semafori chiazzano fauve l’asfalto lucido. Non ha storia, il mondo: in un dolce perpetuo moto s’avvolge pacifico. Sorge, muore e ancora qui rinasce: un tavolino un tè la pioggia sull’asfalto (lentezza, lentezza) che cade.
poesia di Lucio Macchia dalla raccolta “Spersi stupori”, 2022, Terra d’ulivi Edizioni
illustrazione di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale
Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice, partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.
Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi. Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.
Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.
Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice. La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul
Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.
LA POETICA
Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.
La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine“Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”
Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.
Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi vanamente alle repressioni totalitarie scrive “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…
Un tappeto di farfalle morte ai piedi, morte e morbide (loro non hanno il rigor mortis). Io godo di ottima salute. Ho tirato fuori il fegato, ho estratto i polmoni, ho estirpato il cuore e non mi fa più male nulla. Tramutarsi in fantasma è una soluzione che vi raccomando freddamente.
Io sono io
Sono personale, soggettiva, intima, singolare, confessionale. Tutto quel che mi accade e si ripete accade a me. Il paesaggio che descrivo sono io stessa. Se vi interessano gli uccelli, gli alberi, i fiumi, consultate i libri degli esperti. Io non sono un dato uccello, un dato albero, un dato fiume. Io sono registrata solo come un Sé,
Io, ovvero Io.
Tappezzeria
Un piede nella fossa e l’altro sulla tigre impallinata – così vedo la mia sconfitta e la mia vittoria in questa scena venatoria.
Cedere il posto agli anziani e agli ammalati
Viaggiavo in piedi eppure nessuno mi offrì il posto anche se ero di almeno mille anni più anziana, anche se portavo, ben visibili, i segni di almeno tre gravi malanni: Orgoglio, Solitudine e Arte.
Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
Aveva piovuto a lungo e intensamente ieri e il giorno prima, finalmente oggi il sole. Sandra era potuta uscire e ora seduta sulla panchina di legno guardava i bambini giocare nel parco. Si chiamavano tra loro e i richiami echeggiavano tra gli olmi, i pioppi e le magnolie secolari, le loro fresche risate mettevano allegria. Era un pomeriggio di primavera, nell’aria profumi, tutt’intorno la natura grata della pioggia, s’affrettava verso il tempo del maggior rigoglio. Lungo la siepe di pittosporo, in piena fioritura, una festa d’api ebbre e indaffarate. Il loro ronzio monotono e continuo produceva un effetto soporoso su Sandra, che assorta nei pensieri spostava lo sguardo tra il verde del luogo e i bambini intenti al gioco, a tratti spaziando nell’azzurro e nel soffice incanto delle nuvole.
Le tornarono in mente ricordi di giochi d’infanzia nella pineta con le amiche Donata, Giovanna e la sorella Antonella. Erano un bel gruppetto formatosi spontaneamente mentre le mamme poco distanti chiacchieravano. La pineta era vicino alla scuola, che le mamme si attardassero a parlare, era diventata una consuetudine. Le bimbe intanto giocavano a palla, se la lanciavano l’un l’altra e dovevano rilanciarla spingendola verso l’alto con le punte dei polpastrelli, in una pallavolo improvvisata. Talvolta un baker ben assestato era la salvezza della palla che continuava a restare in aria senza cadere. Il gioco del guppetto d’amiche era tutto lì. Tenere sospesa la palla e lanciarsela l’un l’altra. A Sandra piaceva giocare ad essere le salvatrici della palla volante. Non farla mai cadere era la sfida comune e divertente. Più stava in volo la palla più era sicuro il successo, più loro erano in gamba, e ridevano dei salvataggi in extremis. Sua sorella Antonella poi era davvero brava, capace di tuffarsi al volo e cadere a terra dopo aver rilanciato la sfera senza farsi male. Un vero talento. Avrebbe dovuto far parte di qualche squadra di pallavolo.
C’è analogia tra Andrea Temporelli e – a puro titolo d’ esempio – Cristina Campo, oppure Umberto Saba, Pablo Neruda, Italo Svevo, nel senso che sono tutti autori che hanno adottato uno pseudonimo. Gli pseudonimi separano mondi. Di qua il nome, di là gli altri. Da un lato l’essere dall’altro l’invenzione. Si opera la diversificazione, si celebra lo smarrimento, pulsa la repulsa del limite, mescendo lo scoramento del vivere si varca il transito nell’impossibile. Si travalica la nominazione imposta che opprime e aliena, come un battesimo all’esistenza che incarta e squarta. Nello schermo il pronunciamento, scevro da condizionamenti, si fa purezza d’inesistenza. L’impresa resta agganciare l’eterno allo scarto, partorire il trapasso, comprendersi fino alle scapole, ai polmoni in un’assurda, mai sazia, impagata ricerca di se stessi. Dentro uno pseudonimo si possono estrarre con l’uncino le ali dalle scapole e volare oltre i mondi. Edificare a parole un monumento d’amore e dolore. Non è poi così difficile per alcuni, nel senso che è simile alla vita. Eminentemente scrivere è un gesto antropico, gli animali non lo fanno, ma non è un gesto naturale, eppure per qualcuno scrivere è un atto di estrema naturalezza. Libera e conduce slancio e impulso, come guidare una vettura nelle strade deserte senza che gli altri siano d’intralcio: passanti, veicoli, conducenti. Il dolore invece è diverso, spina o croce, è all’opposto gravoso, difficile da reggere, impregna l’essere, lo attraversa e viverlo il dolore dà alla scrittura una consistenza e una compostezza che flette le arterie, le irrora allo spasimo.
I poeti in definitiva non scrivono che d’amore, di dolore e di morte. I poeti degni di questo nome. Se un poeta non scrive di questi temi ha scritto sul ghiaccio.
La silloge di Temporelli edita da interlinea, s’intitola L’amore e tutto il resto, il titolo è sintomatico di un’ordine. Messo l’amore al primo posto cosa resta? Echeggia un anelito dickinsoniano
I argue thee That love is life – And life hath Immortality –
Io ti dimostro che l’amore è vita e la vita ha l’immortalità
Oppure come non ricordare l’ancor più famoso distico
That Love is all there is, Is all we know of Love
Che l’amore è tutto È tutto ciò che sappiamo dell’amore.
Persino la morte svanisce a confronto dell’amore. Temuta, sfuggita, implacabile, irrimediabile, invocata nell’agonia per sollievo di sofferenza, la morte, nella lettura di Temporelli, è un “resto” insieme a tutto quanto d’altro c’è. L’amore domina su tutto. O meglio tutto si muove per amore, anche ciò che apparentemente non collega. Esso solo resta, ci sostiene, sopravvive. Quello ricevuto, quello donato, la sua memoria, è come un sigillo sull’anima, la forgia e la modella nella forma che essa ha nel momento in cui la eplichiamo sul foglio, tutta la memoria della nostra storia soccorre a tentare il travaso.
Alcuni dicono che si scriva dopo tante e tante letture, invece dopo tante e tante letture non scrivi, hai sulle spalle un tale peso che sprofondi, si scrive perché devi. E se devi lo fai anche prima di tante e tante letture, lo fai anche dopo, ma dopo i dubbi sono talmente tanti che dell’atto avverti tutta la responsabilità. Ti rendi conto che è un azzardo, che rischi il peccato di presunzione. Cosa puoi dire oltre ciò che è stato detto più e meglio da altri? Questa consapevolezza, se iniziale, può darsi che paralizzi o inaridisca. Invece quando “devi” non ti fai domande e non hai risposte, continui nel flusso che trascina oltre i dubbi, in una sorta di chiamata necessaria, nostalgica, disperata. A volte filo di voce finissimo altre strido, pianto, volo bianco.
L’amore e tutto il resto è un libretto formato 10 x 15 per centotrenta pagine circa, copertina in carta goffrata color avorio. Il sommario ci informa che il libro si compone di nove sezioni indicate coi numeri romani, ognuna contiene da 5 a 10 poesie, eccetto le sezioni IV e IX, la prima costituita dal poemetto “Terramadre”, l’altra da “Postilla per l’alieno”, da ascoltare qui.
Ciò che trovo impressionante da sempre della scrittura poetica è come essa “ci” scrive, come coliamo filati parola per parola nello stampo della poesia, vi alberghiamo nudi, per come siamo, spellati sulla pagina, buccia dopo buccia, incolliamo sul foglio le squame, le penne, le piume, ci spogliamo, lettera dopo lettera, verbo dopo verbo e in questo trapasso, evochiamo studi, memorie, attiviamo il nostro “genio” per vestire il dire di senso, per sostanziare quel denudarsi, in tutta la nostra dolcezza, sdegno, asprezza, razionalità, nel ventaglio amplissimo degli “stati” del nostro essere qui ora e vivi. Per trasferire al lettore uno scritto che sia denso di pensiero, corpo e non vacuità. Questo processo avviene chiaramente anche nella scrittura di Temporelli. Del resto è autore e critico di ampia esperienza, oltre che specialista della materia letteraria, cioè insegnante.
Il libro ha ricchezza di temi e compiutezza di pensiero. Vi si legge l’uomo, la storia, le amicizie, gli avvenimenti, patemi e patologie, la scrittura, l’infanzia, l’insegnamento, la religione, il collegio, gli amici, il calcio, lo studio, la morte e i tortuosi camminamenti riferiti con semplicità perché nodi affrontati e sciolti. Vi si leggono i molti interrogativi, perché, si tratta, lo dice l’autore, di un libro che si sviluppa in un arco temporale ampio di ben 27 anni, che ci sono tutti, si spazia da una A a una Z passando da molte porte, altrettante svolte. Un distillato di tanta vita.
Tutta la raccolta ha un suo tempo metrico percepibile sin dai primi componimenti, brilla in versi di felici illuminazioni, accostamenti originali su un apparecchiamento lessicale piano, scorrevole, appropriato. Il versificare è corredato da segni di interpunzione e talvolta da spaziature e a capo ad arte. E’ presente un sottofondo di sobrietà e vivacità, due fili conduttori dell’opera, per cui mai dire nulla più di quanto è necessario, in omaggio all’esigenza di sfrondare fino all’essenziale, e in secondo luogo non annoiare il lettore. Diversi testi hanno la solennità e l’accoratezza della preghiera. In tutto il libro non è tanto la ricercatezza dei termini che restituisce cultura, ma citazioni e riferimenti. Tra questi spicca l’incipit del commovente omaggio a Simone Cattaneo che riprende il dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io che diventa Ricky, io vorrei che tu, Davide, Massimo, Flavio, Alessandro ed io. L’amicizia è già tutta nella nominazione del consesso.
Lucenti i testi che raccontano la natura e le memorie, gli smarrimenti, ve ne sono disseminati, belli e limpidi anche i canti d’amore, intessuti a volte da tensioni sotterranee, sentori d’abbandoni o separazioni. Di altri testi la lettura è meno trasparente, si chiudono nell’ermetismo, talvolta l’oscurità vorrebbe un ausilio a dipanare il senso, ma forse è solo umana curiostà di intromettersi nel ventre ispiratore, aprire squarci di indiscrezione. Così nel poemetto Terramadre, dove si affronta il tema della morte con sviluppo drammatico – teatrale, racconti esperenziali, com-partecipazioni attoriali, essi concorrono al referto dell’ essenza dell’oscura signora, alla narrazione dell’impatto che l’agonia o l’evento producono e le ramificazioni interiori conseguenti alla perdita. E’ un fatto che giunti ad età avanzata abbiamo la vita costellata da mancanze dolorose, tanto più quanto più traumaticamente e precocemente è avvenuto questo invevitabile incontro e per le tante volte che avviene successivamente. Se ne parla qui con la consapevolezza che permea chi sa e può dirne senza apparire un balbettio d’esercizio letterario. Si direbbe che il poeta ha il piglio di chi fronteggia, non arretra e non cede, resiste, come in un corpo a corpo, in una sfida.
Postilla per l’alieno, che chiude il libro, ha un sentore del viaggio di Ulisse, appello rivolto a profani o a viaggiatori d’altri mondi, un messaggio d’onde radio verso porti astrali. Coniuga l’esotico e la citazione, propone destinazioni, ma non si tratta di luoghi qualunque: la Baia di Halong in Vietnam, il palazzo di Taj Mahal in India, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, la cascate del Diablo nell’Iguazù in Argentina, la Grande Muraglia Cinese e infine la quadriga della Basilica di San Marco a Venezia, sono tutti accomunati dall’essere di una stupefacente bellezza, tant’è che sono inseriti nell’elenco delle sette meraviglie del mondo oppure dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Temporelli cita poi l’affresco michelangiolesco de “La creazione di Adamo” nella Cappella Sistina, i poemi epici di Omero, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, ed è nella chiusa che chiarisce come rifiutare tutta questa bellezza significa chiudersi all’ amore, gesto che darà forse pace, ma svuota.
A cogliere la sostanza di tutta l’opera possiamo dire con Etty Hillesum “Credo che il senso della vita sia nell’amore, nell’amore per gli altri, nell’amore per la natura, nell’amore per la bellezza, nell’amore per la verità. Credo che l’amore sia la forza più grande che ci sia, la forza che ci fa andare avanti, che ci fa sperare, che ci fa credere che la vita ha un senso.”
Tre poesie di Nina Cassian . Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
Preghiera
Se esisti per davvero – fatti avanti, sii nuvola, caprone, aviatore, porta con te occhi, bocca, voce, – chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi, prendimi tra le braccia, proteggimi, nutrimi con la settima parte di un pesce, fammi un fischio, dissodami le dita, ricolmami di aromi, di stupore, – resuscitami.
La tentazione
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi come musi di pesce e potrai ascoltare il mormorio del sangue nelle gallerie e sentire la luce scivolarti sulle cornee come lo strascico di un abito; per la prima volta avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche e ti parrà che i tuoi ricordi inizino con la creazione del mondo.
Ermetica
Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido quale potrebbe essere, la roccia o il mare
o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, duro come la pietra, giallo come la luna?
Ah, tutto è impenetrabile. E il grido viene fuori dalla bocca
pendulo come la lingua dell’impiccato.
Nina Cassian, poetessa, scrittrice, traduttrice rumena, nata in Romania, a Galati, il 27 novembre 1924, morta a New York il 15 aprile 2014