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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Zahira Ziello, “Sibilla”, Terra d’ulivi Edizioni, 2021.

15 martedì Giu 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Sibilla, Zahira Ziello

 

Zingara

Al campo attorno al fuoco piovono foglie.
Mi ha partorita
la zingara del fiume,
è andata via per dell’oro
e un tozzo di pane.
Correva scalza
la zingara ubriaca,
mi ha ripresa
suonando l’armonica,
mi ha seduta sul Golgota,
ora mi guarda pregare.

 

Cielo

Cantando al vento
Intagliatemi la pelle
Avvolgetemi nell’edera
Appendetemi a testa in giù
E lasciatemi morire.

 

2020

Vedo sangue affluire a riempire
le fosse, come a redimere
dalle mancanze.
Per i troppi intrighi
Il sangue è ormai malato
E sibila che per mille secoli almeno
Noi tutti non ci saremo.

 

Sibilla

È sibilla
i satiri che le marciano in testa,
ha la violenza dei padri:
un bastone fra le mani
È blasfema
nonostante faccia l’amore al dio
tutti i giorni
ha l’odore di orchidee morte secoli fa.

 

Rapide

Ero io quella forte fra noi due,
se avessi ceduto
tu saresti rotolata giù
e io per la fretta di rincorrerti
ti avrei preceduta
come a farti da cuscino all’atterraggio.

 

Mondo

Altrove, c’è un pescatore
che annuisce alla luna,
che spacca la bocca
a chi lo guarda.
Altrove, c’è una zingara
che battezza corpi morti
nel Tamigi.
Altrove, c’è un passero
che sputa ai cani
che vogliono mangiarlo.
Altrove, ci si bacia i piedi
per avere equilibrio.
Altrove, si piange
quel che non si ha,
qui si dice solo sì.
Altrove, c’è una donna
che canta alle teste sui piedistalli,
bacia le loro mani mozzate
poi mette le sue dita
nei loro occhi e canta,
canta, che questa sarà la fine.

 

Gioventù

Vi auguro di non nascere
Di ignorare viscere e cordoni
Di seppellire i padri
E di rendere serve le madri
Vi auguro di allontanare le inibizioni del sangue
Il bastone degli antenati
Le catene dei morti
E le tombe di chi crede
Slanciatevi giù
Dove le vene scorrono
E le voci cessano.

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Filomena Gagliardi, “De viris Illustribus”, Nulla Die Edizioni, 2020. Recensione di Rita Bompadre.

08 martedì Giu 2021

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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De viris Illustribus, Filomena Gagliardi, Rita Bompadre

“De viris Illustribus” di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell’interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l’esperienza degli antichi ed illustri ideali, rivolgono l’origine del mondo alla mitologia dell’eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l’armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d’ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un’epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l’influenza naturale della coscienza umana, animata dall’affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell’immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l’uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l’autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell’uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell’evoluzione della ragione, l’uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L’attività dello spirito educa l’intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell’enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all’universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l’espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l’esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell’autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere “De viris Illustribus” è scoprire il fascino inesauribile dell’antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell’indagine in un mondo leggendario che ispira l’equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l’arte della motivazione e la misura della creatività. L’autrice decifra l’epoca attuale, valuta il destino dell’umanità, sfida il prestigio dell’ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell’inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Omero II

 

Poesia

tu stesso

fugace parola

il tuo nome

senza esistenza:

mito

senza parola scritta

logos,

parole colorate

reali

cangianti.

Tu

Omero

“il non vedente”

sei veggente

vate

rivelatore di alate parole.

 

———————-

 

Esiodo

 

Primo poeta reale

primo cimelio

dell’antica Beozia

abitata dai duri contadini.

 

Artefice poetico

del Cosmo

sostenitore

fervente

della dura legge del lavoro.

 

Tu,

visitato in sogno dalle Muse,

affidi alla tua parola

la Verità

la Saggezza

la Pace fraterna.

 

———————

 

Aristotele nel cuore

 

Ascoltandoti

ti ho amato:

parlavi di musica,

di emozioni,

di uomini.

 

———————

 

Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)

 

Ripercorro il mare epico

narrando gli eventi

gli stessi.

 

E ci sei,

sempre,

come digressione

nella Narrazione.

 

Riaffiori

ad ogni passaggio,

ad ogni incrocio

ad ogni snodo

come tempietto perenne.

 

Lì stai

davanti a me

oltre il tempo

oltre lo spazio

al di là delle strade.

Superandoti

ti inglobo

come capitolo

archiviato

vissuto

non rinnegato

dal libro della mia Vita.

 

—————————

 

Uomini illustri

 

Talora nascono anche oggi

uomini illustri.

Sono persone semplici

che incontriamo per caso

magari in biblioteca.

E ci entrano

nella Vita.

Ci restano accanto

quando siamo peggiori

credono in noi

quando noi smettiamo di farlo.

Ci hanno colpito

fin dall’inizio

con il calore delle loro mani.

Per chi è ferito da sempre

queste persone

Sono uomini illustri:

danno Luce!

In modo discreto

 

Testi tratti da Filomena Gagliardi, “De viris Illustribus”, Nulla Die Edizioni, 2020.

 

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Claudio Pagelli, “Campo 87”, Puntoacapo Editrice, 2021.

31 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Campo 87, Claudio Pagelli

Claudio Pagelli, Campo 87, Traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, Prefazione di Manuel Cohen

*

Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19 . . . A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura
e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come “sopravvivente umanità dell’uomo”.
(Dalla Prefazione di Manuel Cohen)

*

Tutto si prende questo grande silenzio
la rosa di luce, la sera d’assenzio…

Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi
la roeusa de lus, la sira d’absenzi…

*

Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

*

I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

*

Polvere alla polvere
e così sia. Così si usa dire, mi pare.
E così il mio corpo si sfarina
(astro di cenere, aria, memoria)
insieme ai corpi degli altri
in questa fossa del Maggiore…

Polver a la polver
l’è inscì. Inscì se dis, me par.
E inscì el mè còrp el se trà in farina
(astro de scendra, aria, memòria)
insema ai còrp di alter
in sta fòppa del Maggior…

*

Piaceva perdermi
ubriacarmi di cielo
nelle giornate buone
sotto gli occhi del Duomo –
fingermi creatura d’aria
ombra leggera, fantasma…

Me piaseva perdess
inciocchiss de ciel
in di giornad bon
sòtta i oeucc del Dòmm –
fingiom creatura d’ari
ombria leggera, fantasma…

*

Tu che passi e guardi
queste croci bianche,
questi cuori sepolti, sappi che ai morti
basta poco a essere felici –
un pensiero sottovoce, il più umile
dei fiori fra le sillabe dei nomi…

Tì che te passet e te vardet
sti cros bianch,
sti coeur seppellii, sappiet che ai mòrt
ghe basta pòcch per vess content –
on penser sòttvos, el pussee umil
di fior intra i sillab di nòmm…

*

Non è l’estinzione
in sé, un male
capita, è naturale.
È la solitudine il chiodo
al cuore, sentirsi un errore
l’invisibile crocifissione…

L’è minga l’andà de là
in sé, on maa
el succed, l’è natural.
L’è la solituden el ciòd
al coeur, sentiss on error
l’invisibil crocefission…

 

NOTE BIOGRAFICHE

Claudio Pagelli è nato a Como nel 1975 e vive a Rovello Porro in provincia di Como. Di poesia ha pubblicato: L’incerta specie (LietoColle, 2005), Le visioni del trifoglio (Manni, 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo, 2008), Buchi Bianchi (e-book, Clepsydra, 2010), Papez (L’Arcolaio, 2011), La vocazione della balena (L’Arcolaio, 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi, 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri, 2019, Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).
Sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

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Davide Rocco Colacrai, “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, Le Mezzelane Editrice, 2021.

25 martedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Davide Rocco Colacrai, Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile

 

A due anni da “Asintoti e altre storie in grammi”, il pluripremiato poeta Davide Rocco Colacrai, è tornato con una nuova silloge poetica – edita da Le Mezzelane – “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (72 pag. – formato 15×21 con alette e segnalibro ritagliabile –  prezzo copertina  Euro 11,00).

Il volume, terza silloge edita dalla casa editrice anconetana, si compone di 27 poesie che parlano dell’uomo in tutte le sue estensioni  e visioni. Ogni componimento ha un preciso rimando ad un uomo, un amico, un personaggio pubblico; questi uomini ispirano, con la propria vita e le proprie opere, versi eleganti che cristallizzano e fissano su carta tematiche potenti e attuali, spesso difficili da affrontare. Molte poesie sono ispirate a personaggi afferenti alla sfera personale dell’autore ma tanti altri sono personaggi famosi; ci sono infatti versi ispirati e dedicati a Rudolf Nureyev, al giovane calciatore calabrese Nunzio Lo Cascio, allo scrittore anti castrista Reinaldo Arenas, a Stefano Cucchi e allo scienziato Stephen Hawking. Davide Rocco Colacrai riesce con disinvoltura ad affrontare tante tematiche forti e dolorose grazie all’uso sapiente degli aggettivi e delle figure retoriche che si contaminano continuamente con altri “media” letterari e non (narrativa, film, canzoni). Questa silloge, come molto bene descrive lo stesso autore, si può considerare come una risposta a “Istantanee Donna – Poesie al femminile” ma anche “un importante punto di evoluzione nella mia vita, contemporaneamente un nuovo punto di arrivo e un nuovo punto di partenza; è una presa di coscienza, umana ma anche spirituale, che prima mi mancava”.

Davide Rocco Colacrai

 

Note biografiche

Giurista e Criminologo, Davide Rocco Colacrai è al suo dodicesimo anno di carriera e partecipazione a  Premi Letterari; ha infatti ricevuto numerosissimi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra gli ultimi: il Premio Letterario Europeo “Massa, città fiabesca di mare e marmo” (aggiudicato per il secondo anno non consecutivo), la Medaglia di Bronzo per Meriti Letterari al Premio Internazionale “Medusa Aurea” organizzato dall’A.I.A.M. (dopo aver vinto quella d’oro per due volte consecutive) e il Premio come Poeta dell’anno all’omonimo Premio Internazionale organizzato da Otma2 Edizioni. Nel 2015 gli è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica. Ė autore dei seguenti libri: “Frammenti di parole” (2010), “SoundtrackS” (2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (2015), “Infinitesimalità” (2016), “Istantanee Donna (poesie al femminile)” (2017), “Il dopo che si ripete, sempre in sordina” (2018) e “polaroiD” (2018), che ama presentare sotto forma di spettacoli di “poesia in teatro”, con cui gira da alcuni anni l’Italia.
Hanno scritto di lui Alfredo Rienzi, Carmelo Consoli, Livia de Pietro, Armando Saveriano, Italo Bonassi, Flavio Nimpo, Mauro Montacchiesi, Gordiano Lupi, Alfredo Pasolino, Stefano Zangheri e molti altri.
Nel tempo libero, insegna matematica, studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

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Valeria Bianchi Mian, “Vit[amor]te / Poesie per arcani maggiori”, Miraggi Edizioni, 2019. Nota di lettura di Deborah Mega

17 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Valeria Bianchi Mian, Vit[amor]te / Poesie per arcani maggiori

Era gennaio quando nella posta di Limina è giunta una silloge che ho custodito con cura, con il proposito di sfogliarla, allettata da allegati inconsueti, una copertina bipartita su cui è rappresentato il contrasto Vita-Morte, anticipato dallo stesso titolo, con il gioco ambiguo delle parentesi che attivano più livelli di comprensione, e l’immagine del XXI tarocco, quello che illustra il Mondo, “mai fisso, mai immoto”, come è definito in prefazione. A distanza di mesi la riprendo, spinta dalla curiosità di cogliere il connubio parola-immagine che ho intuito ci fosse. In effetti, si tratta, nell’intenzione dell’autrice, Valeria Bianchi Mian, psicoterapeuta junghiana, di Poesie per arcani maggiori, come recita il sottotitolo. La silloge raccoglie poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019, accostate alle figure degli arcani illustrati dalla stessa Bianchi Mian. “È una Totentanz che punta alla rinascita, è un cerchio che si fa spirale attraverso ventidue disegni” mentre il fil rouge pare sia la natura viva in un processo in divenire continuo, ciclico, che fa ritorno a se stesso.

La silloge si presenta come un viaggio esoterico, ricco di riferimenti al mondo dei tarocchi e alla loro simbologia. Ogni testo, infatti, è introdotto dalla figura di uno degli arcani maggiori presentati dal numero 0 al 21. Il testo di apertura appare una sorta di presentazione dell’autrice, il suo procedere per tentativi come se fosse un lupo di Chernobyl o o la gazza che si spinge dal bosco alla periferia. Si vorrebbe però una sopravvivenza dal ticchettio nucleare, un rifugio per scongiurare la follia diffusa. Non a caso la poesia è introdotta dalla figura del Matto che rappresenta lo spirito libero e geniale, l’energia originaria del caos, l’imprevedibilità e allo stesso tempo l’innocenza e la follia. È il viandante che avanza verso l’ignoto senza paura.

Il folle perso nella folla

è massa

tumore della modernità.

La figura del Bagatto rappresenta invece l’abilità e allo stesso tempo l’inganno. Non a caso la poesia di Bianchi Mian attacca, con piglio satirico, tutto ciò che nella realtà quotidiana tende ad attuare su di noi la manipolazione inducendoci al falso bisogno: segue un elenco piuttosto nutrito di falsi bisogni, dall’alimentazione alla cosmesi, all’igiene, alla tecnologia. Segue l’invito a diffidare dell’oltreuomo perfetto geneticamente modificato e della perfezione perché anch’essa è imprevedibile. L’arcano successivo rappresenta la Papessa che indica la conoscenza, la fede, il dualismo di universo materiale e spirituale. Riemergono a questo punto ricordi d’infanzia, vissuti personali scanditi da espressioni linguistiche o fissati da vecchie fotografie, gli stessi arcani diventano nel corso della narrazione immagini archetipiche che sollecitano evocazioni fiabesche, meravigliose, tragiche. Di qui la visione di madre-matrigna, in contrapposizione alla maternità voluta e realizzata, esiste anche un altro aspetto della maternità, quello collegato alla non accettazione del proprio corpo gravido o alla rottura del binomio madre-figlio. L’arcano dell’Imperatrice rappresenta la forza creativa della natura che dona la vita e la protegge e introduce due testi sul tema del miracolo della maternità e sulla mistica danza della comunione umana tra madre e figlio. L’Imperatore invece evoca Aleppo, sapone delicato, verde e oleoso, ma anche luogo esotico sulla via delle mille e una notte, dall’aria speziata e dalle strade lastricate del sangue dei bambini del colore della melagrana che, per associazione di idee, ricorda anche il mito di Persefone, vincolata per sempre al regno dell’Oltretomba per averne assaggiato i chicchi. Nel testo successivo è menzionato Eros e la sua passione smodata per la libertà. Il Papa invece è l’arcano n.5, simboleggia il legame tra l’uomo e Dio e rappresenta la lealtà, la fiducia, la sicurezza, la serenità.

Sarebbe davvero una festa

il volo

di una testa libera dal giogo

dei pensieri.

L’arcano degli Amanti, invece, insegna ad abbandonarsi con coraggio all’amore se si vuole raggiungere la possibilità dell’Unione, tratta l’incontro di Tèseo e Arianna, l’eroe stupro al senso dell’orientamento e rievoca l’abbandono della donna su un’isola. Segue il Carro, arcano che insegna a perseguire gli obiettivi con determinazione e piena fiducia in se stessi e che, nella visione dell’autrice è paragonato al matrimonio, tomba dell’a[mor(t)e]. La disillusione, poi, è quella che ispira i versi Amore è carrozzone / senza fissa dimora. L’arcano della Giustizia invece invita a riflettere sulle conseguenze di ogni azione prima di agire e a valutare razionalmente, in modo distaccato e imparziale. Bianchi Mian a questo punto rievoca il mito di Aracne con la quale condivide il segreto della tessitura.

Ho il senso dei ragni

per la tela.

 

Reminiscenze mitologiche e fiabesche, filastrocche, citazioni colte affiorano di tanto in tanto per l’intera silloge. Giunge poi l’Eremita a introdurre il tema dell’invecchiamento e della decadenza. Questo Arcano rappresenta il Destino, che opera sulla nostra vita e che è al di là del nostro controllo. Poi abbiamo la Ruota. Poiché la natura della ruota è quella di girare, essa simboleggia il perpetuo alternarsi dei cicli di vita. L’invito è quello di accettare il perenne cambiamento. La Forza introduce ricordi, incomprensioni e lotte adolescenziali. L’Appeso, con i suoi testi, quello dedicato all’incontro tra vecchi e bambini e il Memento, invita invece ad osservare il mondo da un punto di vista diverso, meno convenzionale, per raggiungere il centro delle cose nel punto in cui un uomo incontra il suo doppio. La Senza Nome è la tredicesima carta degli arcani maggiori, così definita perchè nei tarocchi marsigliesi è l’unica carta ad essere contrassegnata solamente dal numero, forse per scongiurarne l’effetto. Il significato originale di questa carta è un memento mori, un invito a riflettere sulla fragilità della vita e a occuparsi delle cose spirituali. Nell’iconografia dei mazzi tradizionali è rappresentata come uno scheletro armato di falce o di arco; nella visione di Bianchi Mian lo scheletro appare vestito e bendato e, con grosse forbici falcia teste e membra umane tra germogli di piante. I testi che seguono, in effetti, fanno riferimento al Tempo, con la maiuscola perché entità personificata e all’odore di morte che si associa all’idea di vecchio. L’arcano va inteso però come rinnovamento, trasformazione necessaria per garantire l’evoluzione delle cose. Anche la Temperanza rappresenta la riconciliazione e la rigenerazione, i due testi che introduce invitano, infatti, alla calma, alla pacatezza e alla razionalità. L’arcano del Diavolo invece indica ciò che ci tiene prigionieri e che ci priva della libertà, le tentazioni, “le luci colorate lungo il viale”, “le voci che seducono al banale”. La carta successiva, che rappresenta la Torre, simboleggia la superbia e la presunzione, che vengono punite con il castigo. L’arcano ispira questa volta testi che fanno riferimento all’Orlando della Woolf, alla trasformazione di genere, perfino al romanzo La Quercia, scritto dal protagonista del romanzo. Seguono i testi introdotti dalla Stella, le stelle dell’arcano probabilmente rappresentano l’Orsa Maggiore oppure le Pleiadi, dalla Luna, dal Sole, dal Giudizio, dal Mondo. Infine, con un andamento ciclico che rappresenta il cerchio infinito vita-amore-morte, si ritorna al Matto, questa volta compiuto e poi al rimescolamento delle carte come per intraprendere un nuovo giro. Molti testi sembrano autoanalisi, esplorazioni della psiche, ricordi e dialoghi tratti dal proprio e altrui vissuto personale, riflessioni che sono emerse da gruppi di formazione e laboratori espressivi. Anche il colore ha valore emblematico e onirico, vi ricorre molto frequentemente in tutte le sue gamme: verde, bianco, rosso, oro, nero, giallo. La poesia alchemica e il simbolismo cabalistico qui largamente impiegati si avvalgono di messaggi misteriosi e allusivi, fatti di miti e allegorie e permettono di cogliere, con intensa sperimentazione emotiva, la corrispondenza che esiste tra il macrocosmo (universo) ed il microcosmo (uomo), perché in definitiva, forse l’esistenza dell’uomo è un sogno illusorio, da vivere pienamente solo entrando in sintonia con l’anima sensibile e invisibile della natura.

©Deborah Mega

*

Il Bagatto

  1. Aborro (andante con grido)

Aborro

l’induzione al bisogno

le multinazionali del disagio.

Aborro

il marketing del nulla

nel Nulla che avanza

e avanza

e t’induce al bisogno

del nuovo modello di ciocco-merendina

del panno impermeabile pulisci macchie invisibili

del dopo dopo-balsamo per i peli delle ciglia

dell’esaltatore di sapidità per gli zombie

che camminano nella ciotola del gatto

dei sogni da far nascere con l’utero in affitto

dell’attico ignifugo su Marte

dello yogurt rossoblu dell’Uomo Ragno

del leviga occhiaie gel multifunctional iperattivo

del dentifricio all’uranio impoverito

del divaricatore per allargare le dita dei piedi

del bambolo gonfiabile che ripete

non sei sola

non sei sola

(non siamo soli).

Aborro

le luci al neon dei centri commerciali

la puzza emanata dal girarrosto del pollo a terra

la terra bruciata, dickensianamente desolata

ed io

in maschera antigas di pizzo e latex

induco me stessa al bisogno

d’indurmi il più possibile al bisogno

del non aver bisogni.

Induco me stessa all’umano

vicino di casa d’umano

e suono

per un po’ di zucchero.

*

Gli Amanti

  1. Teseo e Arianna (storie d’umori)

Teseo.

Dicevi angelo e pesce

moltiplicazione

di cose e di cosce

incoscienza.

Dicevi ostrica schiusa

il buon gusto

in umido al limone

nell’androne

appesi in attesa

del vicino di casa

che, se avesse aperto

saresti morto.

Arianna.

Quel filo di rubino esangue

per uccidere il mostro enorme

è adagiato sul fondale

nella borsa alla rinfusa

tra vecchie cianfrusaglie.

Una come te

uscita indenne dal labirinto

credevo conoscesse il centro

di tutte le città

e invece

hai perso la testa per l’eroe

stupro al senso dell’orientamento

hai rotto le uova a frittata:

è zero rinascita.

Che posso farci io, se Teseo

ti ha lasciata riversa sullo scoglio

in balia del sequel di un mito?

Non soffri di monoteismi

(per fortuna)

ed è per questo che Dioniso

t’ama e non t’ama

margherita strappata dal petto

pieno latte della nostra terra

così come Zeus sputò

quel Libero oltre il muscolo

della propria gamba.

Allo specchio siamo adesso

nuova Luna, una sola Arianna

luce e ombra assunte

al cielo dell’impossibile

senza dote alcuna.

*

  1. Agave

Ero convinta di somigliare

alla cruda agave.

Nuda, dura e appuntita.

Credevo nelle mie necessità:

poca acqua

solitudine

la vista del mare.

Sapevo di andare a morire

dopo il primo fiore.

Un figlio, e via.

Scopro con particolare orrore

e assurdo piacere

che al sale

si accompagna l’acqua

che la maturità

non è un esame.

È senso della terra.

Peccato le rughe

ma, se le radici sono tante

io sono l’agave

non monocarpica.

Testi tratti da Valeria Bianchi Mian, “Vit[amor]te / Poesie per arcani maggiori”, Miraggi Edizioni, 2019.

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Giancarlo Baroni, “I nomi delle cose”, puntoacapo Editrice, 2020.

10 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Giancarlo Baroni, I nomi delle cose

 

I battesimi del conquistatore

Montagne laghi fiumi
mano a mano che procede li battezza
con i nomi della sua lingua.

Da domani sarà proibito
chiamare le cose in un altro modo.

*

Come fantasmi furiosi

Depositando per primi una manciata di terra
o spargendo dei fiori
si deve seppellire chi ci è caro,

accertarci che la voragine l’accolga.
Arriverà altrimenti
come un fantasma furioso ad insultarci

per l’ingiustizia subita perché morti
quanto lui all’opposto
gli siamo sopravvissuti.

*

Corre l’anima dentro la stanza

Volevi scavalcare le sbarre
del letto dove giacevi
il cervello impartiva l’ordine
il corpo non lo eseguiva

gesti di fuga accennati
dai piedi e dalle mani.
Da quando ti sei placato
corre l’anima dentro la stanza.

*

Nora

Sono file di piante i tuoi pensieri
che l’aria inutilmente scuote.
Con cautela accetti che ti sfiorino gli affetti.
Vivi appartata.

Niente più mi preoccupa
niente e nessuno, nemmeno…
Solo a te stessa spieghi
agli altri concedendo poche allusioni.

Che ti è successo, Nora? Un tempo
scuri e brucianti i tuoi occhi ora perduti.

*

Davanti all’Altare di Grunewald
(pregano i malati accolti nell’ospedale di Isenheim)

Cristo qui sei per noi fratello nel dolore
hai le labbra spalancate ma non riesci
per il tormento a urlare
le spine conficcate nella testa

i piedi rattrappiti parlano del tuo strazio
vedi con gli occhi chiusi e sai
il male che proviamo come il tuo
calvario è la nostra vita quotidiana

ustiona la pelle il fuoco
della lebbra ferite croste e piaghe
sono uguali alle tue ci specchiamo
nel divino sacrificio che lenisce
le nostre sofferenze.

*

La morte di Caravaggio

Al posto delle mele bacate
di grappoli bianchi e rossi
del fico maturo che mostra
il viola della polpa

la cesta di frutta contiene
la testa del Battista. Firmo col sangue
il mio autoritratto.

*

Artemisia Gentileschi
(6 maggio 1611)

Affondo la lama nel collo
il sangue imbratta la sua barba

Agostino aggrotta la fronte digrigna i denti
la luce nelle pupille si spegne.

 

 

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Mariella Bettarini, “Haiku alfabetici”, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.

03 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Haiku alfabetici, Mariella Bettarini

Con questa nuova raccolta di poesie, scritte in forma di haiku, di tre versi in tre versi, Mariella Bettarini, con estro e spiccata sensibilità artistica, intesse un’opera poetica mirabile, pregna di corporeità e di spiritualità.
Haiku alfabetici è una sorta di ampio acrostico in cui l’alfabeto, a ventisei caratteri, assume molteplici significati, fatti di avvincenti dubbi e impensate riflessioni. L’autrice associa una parola a ogni lettera, su tale parola scrive cinque haiku incalzando con interrogativi e proposte, risposte e ancora domande. In un climax, in cui non si avverte fatica alcuna, ci si ritrova all’apice di una piacevole zona franca dell’esistenza da cui ammirare la creazione e, in essa, noi stessi come specie, provando nuovamente stupore per l’eccezionalità che, nostro malgrado, ci troviamo ad essere: creature libere e coscienti, ma vincolate alle conseguenze delle nostre azioni: da esse dipende ciò che siamo e ciò che saremo. Si ha la piacevole impressione di essere invitati alla fratellanza universale. Haiku alfabetici assume docilmente il carattere di un conciso ma universale discorso sul mondo e sul nostro modo di starci, nell’imprescindibile relazione con tutte le creature.

 

A › Animali

Da voi riprendo
dolcissimi animali
da voi riprendo

Sì – voi compagni
d’una vita silente
sì lenta ormai

Parto da voi
lentamente riprendo –
voi creature

Che ne sappiamo?
Troppo saputi noi
troppo superbi

E da te Tommy
a quattro zampe amico
occhi fedeli

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è an.jpg

 

E › Elementi

Siam fatti d’acqua
dall’acqua proveniamo
umani-acquei

Come fare se
manca a noi l’aria
vivo elemento?

Terra – sì terra
di terra abbisognamo
terrestre sogno

Il fuoco è ardente
tutto impregna di sé
l’ardente fuoco

Quattro elementi
per tutti noi alimento
cibo concreto

K › Koinè

Ecco l’incipit:
koinè = comunità
greca communio

Quante lingue per
un concetto solo –
solo ma grande

Unione di più
popolazioni idiomi
forte unità

È utopia?
No. Che il cielo voglia
fare unità

Koinè grande
solidale nevvero?
Viva Koinè!

X › Xenophilia

Xenophilia
amor dello straniero
non strano amore

Xenophilia
amore necessario
tanto più oggi

Ma perché odio?
vitale è il nostro amore:
xenophilia

Piuttosto noi
siamo stranieri a noi:
xenophilia

Xenophilia
altro non c’è da dire:
xenophilia

Z › Zenith

Eccomi giunta –
eccomi – sì – allo zenith –
eccomi giunta

Cos’è lo zenith?
è – sì – l’intersezione
tra l’orizzonte…

… e tutto il cielo –
il cielo che sta sopra –
sopra la testa

E perché zenith?
zenith che non è nadir –
e perché zenith?

Zenith – sì – zenith?
perché è amico del Sole –
del Sole amico

Nota biografica

Mariella Bettarini è nata nel 1942 a Firenze, dove vive. Ha insegnato nelle scuole elementari. Dagli anni Sessanta ha collaborato a più di centocinquanta tra giornali e riviste. Nel 1973 ha fondato (e da allora diretto) il quadrimestrale di poesia “Salvo imprevisti”, che nel 2002 ha preso il titolo “L’area di Broca” (semestrale di letteratura e conoscenza). Dal 1984 cura le Edizioni Gazebo. Dal 1966 ha pubblicato più di trenta libri e plaquettes di poesia.

 

*I disegni presenti nella silloge sono di Graziano Dei.

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Jonathan Rizzo, “Le scarpe del flâneur”, Edizioni Ensemble, 2020

26 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Jonathan Rizzo, Le scarpe del flâneur

 

I morti siamo noi

La polizia in bicicletta
inutile e inerme,
come i loro mezzi.

Case di cartone
abitate da persone,
per le quali
una vecchia dabbene
si lamenta.

Il barbone sfatto a vino rosso,
ne ride
di una grassa e larga,
da rospo qual è.

Tombe a latere
riposano in pace
con ali liberate.

I morti siamo noi.

 

Belleville

Passeggiare senza direzione alcuna.

Vestiti a fiori sbocciati al primo sole.

Sorrido a una bambina,
lei ride,
e anch’io mi sento leggero.

Uomini scalzi
in cammino fin da lontano
hanno bisogno di respirare
pacifici paradisi ideali
di nuvole soffici.

Sacchetti di plastica
rivoli gonfi
scoppiano
sotto il peso
delle nostre automobili,
nell’indifferenza dell’universo.

Bighellono tra le bancarelle di un mercatino,
ma non compro nulla.

Anche solo un quadretto
supera il volume delle mie tasche.

Allora
appena
passeggio
tra pelle nuda
di belle ragazze luccicanti
sotto il sole gentile che sorride.

L’astro come esca
prosciuga l’umanità
dalle sue soffitte ammuffite,
dirigendo l’orchestrina
al gran ballo della leggerezza.

Assisto colpito
a uno spettacolo improvvisato,
francesi di strada
e marionette d’asfalto
urlanti
nella Tempesta shakespeariana.

Unico concentrato
tra un pubblico
distratto e annoiato.
Tempi duri per i poetici.

Ospiti
d’onore
alla sagra della primavera.

Su un vialetto senza tempo
accarezzati
dall’ombra della fronda,
fili di sogni
per vecchi cappelli
di paglia
danzanti nel vento,
come echi di giochi
per bambini curiosi.

Gli innamorati
persi in uno sguardo
accarezzano trame di seta
pettinando silenzi intensi,
come se il mondo attorno
rallentasse
fino al fermo immagine.

Tra i rami
pirati e avventurieri
solcano i mari
della fantasia,
dove si naviga senza bussola.

Curve di nude onde circondano
come teneri squali innamorati
le mie carni
e ne dilaniano le membra.

Una madre accompagna
alla vita la figlia dolcemente.

La protegge mentre
fa pipì
su un arbusto accanto
ad altre roselline.
Verde età
dove libertà
non rima con severità.

All’angolo della strada
un uomo felice suona
un organino a manovella
cantando Trenet e la Piaf.
Due bambini lo ascoltano rapiti,
lui canta sorridente
scandendo bene la voce.

Il fratello maggiore da loro
due monete luccicanti.
Il sorriso si fa largo nell’uomo,
come i giri della manopola.

I bimbi emozionati
fanno scivolare
i piccoli cerchi argentei
nel secchiello che tintinna,
e per un attimo siamo tutti felici.

Con le mani in tasche
bucate
d’amore e follia,
perso nel cielo terso,
riempito di azzurra nuvola
l’anima scivola
su alcune leggere gocce di cuore
fino a dipingere il tramonto
di perle viola.

 

Omaggio all’amico scomparso

Il giorno che Marina morì
eravamo tutti al bar,
come in ogni altra occasione,
immuni dalla vita e da Lei.

Il vento cessò improvvisamente
di battere
e il caldo si fece insopportabile,
così decidemmo tutti insieme
di alzarci di colpo,
lasciare l’ultimo bicchiere a metà
sul tavolino sporco,
per non salutare
e finimmo con quell’estate
per sempre.

Quando la morte arrivò
non trovò più nessuno,
solo il conto da pagare.

 

Benvenuta signorina Lussuria

Benvenuta signorina Lussuria
in questa mia casa oltre la luna.

Dove far l’amore
è una maledizione, un vizio, una fortuna.

Dove entri in punta di dita
ed esci in damascato e visone.

Dove non trovi niente e perdi tutto,
ma la sconfitta eccita la tua sottana
e bagna la punta dorata,
lingua perduta
a ogni assalto all’arma bianca
stesa stremata.

Benvenuta signorina lussuria
sull’altra faccia della luna.

Dove le tenebre hanno tenere palpebre
e gli amanti consumati ansimi.

Prendi un fiore,
sono omaggio.

Ne ho una soffitta piena.
Ammuffiscono lentamente
come ansimi di consumati amanti
o ali impolverate di falene malate
danzanti.

Benvenuta signorina lussuria
dove chiede asilo la luna
per poter far vibrare la sua natura
rivestita di pelle nuda
e porpora impura.

 

Legato a te

Sembriamo piccole rose
aggrappate al gesto,
alle virgole silenziose.

Nell’ombra della tua assenza
sospiro vasto
il ricordo lontano della tua essenza.

Pochi attimi, respiri di resti
di un cuore casto,
bianche e dorate le tue vesti.

Affamati della vita,
memori di quel pasto
sempre sfiorato dalle dita.

La verità ci indica
l’inevitabile mesto
di una realtà modica.

Amore,
troppo fragile è questo sentimento candido.

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Riccardo Mazzamuto, “Divieto di calpestare formiche”, Eretica Edizioni, 2020

19 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Divieto di calpestare formiche, Riccardo Mazzamuto

 

ARBUSTO

Ormai passeggiando
in metropoli
se alzi gli occhi
al cielo
non riesci a sentire
rondini narrare.

Puoi trovarle
là nella piazza
dove
sosta l’ultimo tronco.

Cinguettii assordanti
forse cento duecento…
troppi per sorseggiare
lacrime di libertà…

Presto anche noi
ci ri-muoveremo
sull’albero
per qualche
boccata di ossigeno…

*

MACABRA DANZA

Stride nella notte
un suono tagliente
divide l’ombra
appesa dal sogno
sognato.

La mano che sta
dormendo invia
la danza omicida.

Là dove
beata nel sangue
da filtrare la zanzara
si strofina con dolcezza.

Boom… boom…
ora giace
rifiorita su zampe
irrigidite.

*

VIETATO CALPESTARE FORMICHE

Passeggiava in bicicletta
ragazzo fisicamente
sviluppato ma di mente
prematura con il cane
di razza a lato.

Pedalava sotto l’ombra
di se stesso nell’odore
in competizione col
quadrupede affaticato.

Appena vide che me ne
stavo su un muretto
accovacciato rallentò
il ritmo sussurrando
ad alta voce: “Andiamo
merdoso cane, muoviti
appresso a me.”

Sorrisi calpestando
una formica che sotto
le mie scarpe attraversava
il tratto con un pezzo di
briciola sulle mandibole…

*

FAUNA

Bloccate finestre
portoni da sbarre…
Niente paura visitatori
benvenuti “Zoo comunale”
esemplari rari.

Su pareti smaltate
cartelli con scritto:
“Vietato dare da mangiare
specie sotto sperimentazione”

Donne uomini ratti
scimpanzé serpenti
cavie con organi
atrofizzati,
anche loro sono
stati bambini.

*

VERIFICA

Siamo
graditi vermi
di un mappamondo
di mele marce

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Milena Tagliavini, “Ricognizioni”, Giuliano Ladolfi Editore, 2020. Nota di lettura di Rita Bompadre

12 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Milena Tagliavini, Ricognizioni, Rita Bompadre

 

“Ricognizioni” di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa. I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione. Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi. “Ricognizioni” accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

NUOVOMONDO – LA NAVE

 

Visto dall’alto è un canale

D’acqua salata con gli argini fondi,

qua di cemento e là di lamiera.

 

Si spacca la folla in diagonale,

una faglia slitta via.

 

E tutto crolla,

ma solo dentro.

 

——————

 

IL ROSA DELLA NEVE

 

Incorniciata dalla guarnizione

del parabrezza tra il ponte e le strade

l’aureola appare come altro a sé.

 

Sarebbe una voce capace di tagliare

il nastro della ragione che ci lega qui

se con la pazienza di un docente

non ci dimostrassimo ciechi

di fede ogni giorno il teorema.

 

Così la fila avanza e lascia

una curva in discesa ai lati

della labbra mentre le dita

dei monti affrescano l’impossibilità

di catturare il rosa della neve.

 

——————-

 

LA TRAPPOLA

 

Con pazienza ho infilato per ore

i punti dell’ago come se la danza

delle dita fosse un rituale,

la pozione per ignorare il tempo.

Nell’urgenza del respiro

non avevo che questa azione inutile,

che restare sola senza parlare

dentro i muri.

 

——————

 

MANI

 

Proprio oggi ho visto le tue mani

scolpite nelle sue. Mi ricompari

a tratti, a pezzi, ancora viva.

Sono carne di nostalgia le dita

di marmo molle senza rughe

e con lo smalto scuro. Sguardo

che richiama di fianco la tua assenza,

corpo invisibile tra noi.

 

———————

 

TRA DUE MURI

 

Mi volti le spalle e vai tra due muri

di fiori, hai le redini

di ciò che è stato. Il piede alzato

per il passo e la sensualità

del vento in una curva sui capelli

non si perderanno. La carta

e gli occhi scambieranno

per anni le interpretazioni.

 

Oggi il non visto ha un senso

D’arresto che si prolunga,

di sospensione del fiato mentre

la palla sta alta sulla rete.

 

——————–

 

UNA SVOLTA

 

È una svolta che forse non c’è

questo giorno colmo di pensieri.

 

Sei un uomo con le valigie piene

D’aria. Ogni volta che le aprirai

darai pane ad altri respiri.

 

———————————-

 

CREAZIONE

 

Ho creato una breccia fra le mura,

un’evasione di note.

Una preghiera materiale

del corpo vivo.

È carne e terra e cielo.

Ha il sapere, oltre le regole

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Le geografie umane di Antonella Anedda

08 giovedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Antonella Anedda, Fabio Prestifilippo, Geografie

A quasi tre anni dall’uscita di Historiae, Antonella Anedda torna nelle librerie italiane con Geografie edito per i tipi di Garzanti: “In questo suo nuovo libro, dove la lingua poetica è magistralmente cucita nella stoffa della prosa, Anedda parla di luoghi, dalla foresta pietrificata di Lesbos al monte Toc, di isole e di mari, usuali e allo stesso tempo straordinari. Ma sullo sfondo di Geografie, dietro i luoghi che evoca, c’è la riflessione sul significato profondo dei mutamenti, siano questi biologici o geologici, politici o climatici.”. Un libro che propone, non solo a livello stilistico, ma anche nell’approccio a ciò che può contenere la scrittura, un punto importante della riflessione trentennale della poetessa. Se Historiae, come afferma Guido Monti dalle pagine di Doppio Zero: “è anche cronistoria, resoconto, narrazione dei fatti più strettamente intimi che nel loro ricomporsi in parola poetica assumono però un significato tutto da decifrare; difatti quegli accadimenti non sono sepolti dal tempo e nel tempo ma attraverso i versi s’increspano di vita come onde sempre in movimento”, in Geografie la Anedda estende la parola poetica – pur mantenendo i sopraffini filtraggi di parola  – fino a trasformala in brano. Questa “scelta formale” ha una sua ragione d’essere, in prima istanza nella natura stessa della scrittura letteraria, nella fattispecie perché Antonella Anedda ci propone altro rispetto alla gioia del racconto. Non ci sono punti d’approdo in questo che sembra un viaggio nello splendore e nella miseria della terra e di chi la osserva, la divaricazione dello sguardo tocca anche la formalità di come lo si riproduce: sembra che la poesia non basti, sembra che la parola non abbia fine.

Cominciamo da Huan, La Dispersione o la Dissoluzione, che nell’I-Ching corrisponde all’esagramma numero 59, formato dai trigrammi del vento sull’acqua: “Il vento soffia sopra l’acqua che, la sparge e la dissolve in schiuma e spruzzi. Quando l’energia vitale di un uomo è bloccata al suo interno (in questo viene indicato un pericolo dall’attributo del trigramma inferiore), sarà nuovamente dispersa e dissolta dalla dolcezza.”. Partiamo dal segno Huan poiché è fra i luoghi per eccellenza nell’immaginario che la poetessa propone al lettore di Geografie. La dissipazione da una pienezza che ingombra sembra essere la condanna ad un eterno ritorno, tuttavia Antonella Anedda ci indicache l’ingolfarsi della concettualizzazione occidentale è un processo che può trovare un suo apice e un suo dissolvimento. Il senso della pienezza quindi non si definisce nell’accezione negativa di uno straripamento del pensiero che implode in se stesso, non è un sintomo dal quale liberarsi attraverso una sanificazione analitica semmai un processo che deve svolgersi per potersi concludere: “L’acqua non può scorrere dal monte se è impedita dalle pietre: deve raccogliersi e fermarsi fino ad aumentare e straripare. […] Come questo avvenga non è chiaro, ma ognuno di noi sa cosa significhi impedimento, conosce il groppo anche non visibile che blocca le nostre azioni e che interrompe i pensieri”. Il concetto è amico della moderazione, ma la misura del concetto si riempie facilmente ponendoci ad una distanza dalle cose, che disumanizza.

Molto di quanto abbiamo detto si produce nella metafora della cartina geografica: “Il lato incoraggiante del viaggiare e che puoi voltare la solitudine in direzioni diverse puntandola sui luoghi. Una carta geografica ha i confini che non hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti. Nessuna storia, nessun taglio del tempo. Peccato per le luci. Pazienza per il grumo di lecci, per il cambiamento delle stagioni, le ortiche, lo sciame degli insetti, i falchi, i gridi dei pavoni, ma è una liberazione immaginare di essere le sagome dei piloti sulle carte nautiche.” Il disegno della terra (la geografia nel suo senso letterale) allora diventa il primo luogo dove si alza il vento dello Huan, dove il concetto di spazio può “attrezzarsi” per esperire il mondo: “Sulla mappa non ci sono guardiani, né truppe, né numeri. Puoi attraversare i suoi confini. Nessuna pozzanghera, niente catrame. Annusa pure una mappa, non ha odore, è di carta come una banconota. Le carte geografiche danno pace come gli scheletri nel deserto.”. E poi ogni viaggio che: “[…] contiene una specie di diario di solo anni dopo e a distanza riusciamo a leggere qualche pagina. Solo ora capisco che una serie di forze da me non previste si erano unite fra loro per a) darmi piacere b) liberarmi dal terrore di salire su un aereo.”.

Dentro e fuori il pensiero, dentro e fuori creando un cortocircuito che porta, in alcuni momenti della lettura ad una vera divaricazione della percezione, alla perdita del punto di vista, al non sapere realmente di chi sia la voce narrante; se essa è narrata o narra. Sebbene ci troviamo alla prese con brevi prose Antonella Anedda non dimentica la possibilità straniante della poesia. Per questo non accade mai durante la lettura di Geografie di essere colti dalla spiacevole sensazione di avere a che fare con un testo di suggerimenti esistenziali; il corpo filtrante che genera questa scrittura peculiare ha in sé una doppia salvezza; ci preserva da una retorica inaccettabile e rende l’autore esente dall’essere un riferimento: “A volte le linee della mente si aprono senza sforzo, lasciano entrare quello che c’è: una particolare roccia, il modo in cui una macchina si ferma sul ciglio della strada, il timbro di un verde opaco di una quercia. Qualcosa in te si assottiglia e iniziano i giorni di guarigione”; “Non è vero che se ti se non ti muovi si sposta, se provi davvero vedrai che rimane e rimanendo si approfondisce, si scava un suo luogo, entra e modifica il tessuto cerebrale, il dolore non è mai da te diviso, sei tu e non puoi farci niente. Nel brano Presente esteso la Anedda ci svela la sua disillusione rispetto alla possibilità d’essere liberi dalla presenza mentale, ipotesi nemmeno caldamente auspicata dall’autrice che, come si ipotizzava qualche riga fa crede piuttosto al potere taumaturgico della dissoluzione: “Inutile negarlo, esiste la presenza mentale: te a te presente in un groviglio, lungo i rami che vanno in avanti e toccano altri rami, foglie secche, foglie vive”

La Geografia è il “luogo” primario su cui far aderire il nostro desiderio. La sua essenziale e secca ripartizione del mondo è come una misura vuota che ci invita a scoprire la complessità di ciò che si conclude tra le linee. Se è vero come affermò un noto psicoanalista francese, che il soggetto è per natura frammentato, come lo sono i trucioli dispersi sul tavolo del fabbro, allora la calamita che aggrega e rende compatta la dispersione è la forza del desiderio. In questa accezione possiamo immaginare la cartina geografica come il piano su cui si poggia il nostro desiderio ed il viaggio la risposta alla sua chiamata.  Antonella Anedda in Geografie, prima di ogni altra cosa ha intrapreso un viaggio nel concetto, amando il concetto, ed è stata nel mondo esperibile, amando il mondo: “Una carta geografica ha i confini che hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti […] Chi scrive di un’isola senza conoscerla davvero venendo, metti, da un paese soffocato di tufo, non ha lo sguardo e di conseguenza il linguaggio per sapere che l’isola non è mai isolata, ma esposta, che il continente è la salvezza che la conterrà, le darà una capsula”.

Fabio Prestifilippo

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Nunzio Di Sarno, “Mu”, Oèdipus Edizioni, 2020

05 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mu, Nunzio Di Sarno

 

Le prime parole che troviamo ad aprire la raccolta di Nunzio Di Sarno sono quelle di un koan zen: Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?”

Joshu rispose: “Mu”

Mu mantiene in sé gli opposti e spinge a trascenderli in uno slancio che scatta lontano dalla logica e dalla premeditazione. E quando pensi di averlo afferrato è proprio lì che ti scappa. Ci si può solo muovere insieme.

Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa. Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”.

In una parola la Vita.

Che suona al passaggio del vento,

ma anche al ritmo sghembo di Monk

e alle distorsioni secche dei Ramones.

È un attimo e le gambe a croce schizzano nel Pogo.

In una spinta continua alla trasformazione, che trova,

nella trasfigurazione della mancanza e degli eccessi, le nuove forme.

E come riporta “Manifesto” il suono è sempre operativo, tutto è vissuto! Niente spazio per l’ozio, gli ammiccamenti e le consolazioni di rito.

Come potrebbero le pose reggere al vortice degli Elementi?

Il pensiero si produce nell’azione e all’azione riconduce sempre.

E l’azione non può non essere politica.

Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove.

*

Manifesto

Scrivo perché la poesia è visione
Il primo passo per la trasformazione
Scrivo perché la parola è una traccia
E il suono è operativo
Scrivo perché la beatitudine è bellezza
E il vuoto è compassione
Scrivo perché Milarepa cantava

*

Primavera

Danza delle ossa
Sui lamentosi
Dharma blues
Del Ginsberg
Barbuto

Dritte o a croce
Le nobili verità
Stanno nelle gambe

And all the hills echoed..

*

Sfilano gli alberi
Sotto nubi d’aprile
I cinguettii si perdono

*

Svanita la spuma
Nel moto dell’onda
Si diffonde la luce

*

Si dissolvono i venti
Per poter raccogliere
Foglie secche

 

Nunzio Di Sarno

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze. Ha da pochi mesi conseguito la laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus Edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.

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Resurrezione

04 domenica Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Gabriele D'Annunzio, Resurrezione

foto di Gloria Mosca

Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

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Luciano Mastrocola, “Fiducia nel nulla”,Transeuropa Edizioni, 2020

29 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Fiducia nel nulla, Luciano Mastrocola

Bianco all’alba
Per scrivere poesie è desiderabile ma non necessario
essere in perfetta forma. (Kenneth Koch)

bianco all’alba
taglio fulmineo
lana di vetro o supplica
negativo bruciato
sintesi policroma ai piedi della rosa
cilicio spurio strenna per la cupa

bianco all’alba
pace nel velo lunare
galle carnose ondeggiano
tra flutti di peste amorosa

*

conosco pregi di punto virgola accento in decima
del cotone il filo per l’abito da sera
capace bisbigliare la tua voce
nel solco dove il risvolto esige riverbero

io non sono affatto paroliere
né sarto dal taglio simmetrico preciso
ma debolezza ferma all’ingresso
dove sorridi angelo crollato in una tempera

vinto
chiedo perdono a tutti

aspetto Natale

*

mano nella mano
nell’ordito di canali spurghi
da catrame erba gondole ardesia
penso unicamente contemplarti
rastrellando l’abisso
che tace nell’enigmatico destino

l’iride esplode
sfacciata cingendoci decisa
trapezio che bene conosciamo
perché tanto desiderato correggerlo
nel quadrato regolare
scudo al nucleo da benedire

*

lascia brusio al battente del presente
l’orma pronta a tergere
emozioni vizzi petali che s’inseguono
di noi ridotti al mondo
sminuendo eternità altrove

nell’aria svigorita
gioiello onda brada
rubata a scoglio o riva
vuotiamo nella spuma
l’orifiamma della trama

modellare     amore    dolore
caos       tregua
marmo nobile bendisposto al bulino
vestibolo museale
sinonimico della fine

*

nel rosso d’un fiammifero
traccio nivee costellazioni
punti incerti
tra parabole sopite su coppi in prospettiva

sposto pigro la sedia
al centro dell’anticamera sgombra
svelto il respiro smania
essere bava armonica per l’attesa

t’ho visto voltata di schiena
saggiando guizzo verginale
poi ho chiesto al passo dell’ora
un rigo dove ferire l’attimo minuto

Svuotando l’essenziale dal superfluo, cercando sintesi nella parola, ho tentato di consegnare pagine scritte senza gravità, sospese nei chiaroscuri del tempo vissuto. Versi composti negli anni, divisi in tre macro sezioni che, al di là di inutili classificazioni, resistono souvenir senza propositi d’ambizione.
La silloge è dedicata alla memoria del poeta italo-tunisino Mario Scalesi.

Luciano Mastrocola

Autore ed ex musicista, fondatore della formazione “indie-sperimentale” Il rumore del fiore di carta con la quale ha inciso tre album dal 2002 al 2012. Nel 2018 ha pubblicato la silloge Sognidoro (Palladino Editore) riscuotendo il plauso di pubblico e critica.
Scrive articoli su riviste di settore, cogestisce il portale web di cultura poetica “Opificio Rosselli” (www.opificiorosselli.it) Molisano, vive e lavora a Ferrara.

www.casadeltarlo.it

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Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

22 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Francesco Randazzo, Il vero amore è una quiete accesa

“Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”

Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi.

(dalla quarta di copertina)

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario? Tutta la gioia delle speranze, l’entusiasmo della passione giovanile per la vita, per il futuro, si sciolgono come pioggia e defluiscono, dove? Il mondo che avevamo immaginato perfetto per accogliere la nostra determinazione a lasciarvi il segno, possibile meta di una felicità tutta da costruire con i sogni che in esso avrebbero trovato casa, aria, sole, armonia, ma anche lotta strenua e ostinata per sconfiggere il male, gli impedimenti, le storture da raddrizzare, il bene da costruire, grazie alla forza immensa che il corpo giovane e la mente ingenua ma potente, ci davano, quel mondo, quei mondi, creati nell’immaginazione e poi, inevitabilmente disintegrati dal buco nero del tempo e della disillusione, dove vanno a morire? Nel cuore, nel cuore d’ognuno. Ma quando il cuore si ferma, tutta questa immensa energia creata e poi disgregata, dove finisce?
Come un disegno tibetano di sabbia, si costruisce tutta l’esistenza, nel tentativo di creare un capolavoro di bellezza e perfezione. Quasi mai vi si riesce, quasi mai il disegno è completo. Sempre si dissolve al potente, ineludibile soffio del tempo. Ma pure, la polvere da qualche parte vola, e qualcun altro la respirerà.
Ecco il bambino e la bambina, mentre attraversano le loro linee del tempo, così distanti, così diverse, eppure destinate a incrociarsi.

Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

Francesco Randazzo

Francesco Randazzo, siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali.

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Versi trasversali: Thorvald Berthelsen

15 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Thorvald Berthelsen

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

THORVALD BERTHELSEN

 

Hjerterfri 

Som voksne børn på
fire luffer glider vi
nøgne i tagfat

gennem forladte hjem hvor vi
troede ingen var den

 

Carte di cuori 

Come bambini adulti
scivoliamo nudi a gattoni
per giocare a rincorrerci

attraverso dimore abbandonate
dove pensavamo che non
ci fosse nessuno

 

Himmelskælv 

En varm gul tone
ryster hele landskabet
i min grundvold

 

Brontidi 

Un tuono caldo e dal colore giallo
fa tremare tutto il paesaggio
fino alle mie fondamenta

 

Det korte af det lange 

Vi hænger i kys
De er på livs afstand nær
kontakt i den grad

 

L’elemento fondamentale 

Rimaniamo appesi ai baci che
sono le distanze di vita
interamente a stretto contatto

 

Mit vindue 

Farverne dæmpes
til næsten sort hvide tryk
af sne og hård frost

 

La mia finestra 

I colori sbiadiscono quasi
come in una stampa in bianco e nero
di neve e ghiaccio gelido

 

Drømmes tyngdekraft 

Drømmen har svært ved
at lette så den trækker
jorden til himmels

 

La forza di gravità del sogno 

Il sogno é difficile da
rendere più leggero così attira
la terra al cielo

 

Venlig hilsen

Thorvald Berthelsen
Vestergade 19 A
4990 Sakskøbing
Telf: 42 31 26 42
E-mail: tb-it@hotmail.com
FB: https://www.facebook.com/thorvald.berthelsen

Thorvald Berthelsen, nato nel 1948 e vive a Sakskøbing, in Danimarca. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Untimely in time (Intempestivo nel tempo), nel 2009 e da allora ha pubblicato 6 raccolte di poesie, la più recente “Skin tectonic plates” (Placche tettoniche di pelle) nel 2018 e Sakskøbing Blanding II nel 2021. Egli realizza anche collage e illustra i suoi libri. Le sue poesie sono state tradotte in 10 lingue, più recentemente il farsi e lo spagnolo. Scrive saggi in Den smalle bog Udkant e pov.international su i.a. letteratura, storia, politica e informatica, più recentemente la storia letteraria danese di Haikuen, pov.international 2019. Ha curato diverse antologie tra cui StORDstrømmen Anthology 2015, Danish Haiku Today e nel 2018 New poetry from Bosnia-Herzegovina.

Thorvald Berthelsen,født i 1948 og bor i Sakskøbing. Udgav sin første digtsamling, Utidig i tide, i 2009 og har herefter udgivet 6 digtsamlinger, senest Huds tektoniske plader i 2018 og Sakskøbing Blanding II i 2021. Han laver også collager og illustrerer selv sine bøger. Hans digte er oversat til 10 sprog senest farsi og spansk. Han anmelder lyrik i Den smalle bog Udkant og pov.international og skriver også faglitteratur og essay om bl.a. litteratur, historie, politik og EDB, senest Haikuens danske litteraturhistorie, pov.international 2019. Han har redigeret flere antologier heriblandt StORDstrømmen Antologi 2015, Danish Haiku Today og i 2018 Ny lyrik fra Bosnien-Hercegovina i Det Poetiske Bureaus Forlags serie Ny lyrik fra… som han er hovedredaktør af.

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L’intervista a Grazia Procino: “E sia”

01 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

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E sia, Grazia Procino

 

 

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La redazione ringrazia GRAZIA PROCINO per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “E sia”, Giuliano Ladolfi Editore, 2019.

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È nato parallelamente all’intensa attrazione verso i libri e la lettura; fin da bambina mi sentivo protetta e coccolata dalle parole di un libro, entravo a far parte di un mondo parallelo che mi soddisfaceva completamente. Con il tempo il desiderio di esprimermi attraverso la scrittura si è espanso fino ad annullare la barriera della timidezza.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono molti, tra gli scrittori Saramago ( il primo in assoluto);  tra i poeti  Montale, Kavafis, Ritsos, i poeti meridionali Bufalino, Gatto, Bodini, Prete e il poeta caraibico Derek Walcott. Sono solo i più amati e i più letti, poi seguono altri.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce dal sangue e dalla carne, dai dolori e dalle gioie, dai tradimenti e dalle disillusioni, insomma dalla vita; ma è lo studio, l’impegno e la cura verso la parola che illumina e cerca un senso al magma originato dalle passioni del vivere. Il rapporto che ho con la mia terra, il Sud e la Puglia, è viscerale, materno, ma nello stesso tempo lucido, paterno. Fin dalla prima silloge, “Soffi di nuvole” (Scatole parlanti), la mia terra ha uno spazio privilegiato e lo è ancor più nell’ultima raccolta, che è stata pubblicata a febbraio 2021 “Di albe e di occasi” (Macabor editore), dove non solo le luci abbacinanti del Meridione donano speranze e gioie, ma anche le ombre della nostra sventurata terra forniscono stimoli di riflessioni civili e sociali. Cito un mio testo fra tutti, emblematico per la denuncia che provoca, mi riferisco a “Raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese”.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La silloge “E sia” è un’esplorazione al presente del passato, da cui proveniamo, quello mitico della Grecia antica. Ho voluto ripercorrere la traiettoria culturale della tragedia classica, per questo il libro ha la struttura della tragedia greca: si apre con il prologo, si snoda in stasimi e monodie e si conclude con un epilogo. I testi sono percorsi da un’interna musicalità, quella tipica del dionisiaco tragico; mi piace pensare che per questo, otto mie poesie della raccolta sono diventate canzoni nel CD del gruppo rock “CFF e il Nomade Venerabile”, che per Paolo Benvegnù rappresentano uno dei gruppi migliori presenti nel panorama italiano.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Sarebbe da parte mia schietta arroganza pensare che la raccolta sia necessaria o fondamentale; forse sarà stata utile per le conseguenze che ha generato, l’occasione bellissima di partorire un progetto musicale, di cui sono felice ed entusiasta.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La genesi dell’opera è rintracciabile nei racconti dedicati ai poeti Esiodo e Ibico, contenuti nella raccolta “Storie di donne e di uomini” ( Quaderni edizioni). Da lì è partita l’idea di narrare poeticamente nell’oggi lo ieri che ci ha plasmati, e ho assecondato l’onda di intenti, costruendo un percorso e dei movimenti entro personaggi e stati d’animo eterni e profondamente attuali. Quello che si legge in “ E sia” non è il passato museale, atrofizzato, ma è la classicità che dialoga ancora con l’uomo contemporaneo.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

È stato un progetto a cui mi sono dedicata per due anni, con un impegno quotidiano fatto di ritorni frequenti sulle parole già scritte, di interruzioni dalle attività consuete per rimodellare versi già elaborati. Credo nella fatica di una costruzione che si realizza giorno dopo giorno, non nel riversamento delle parole in un solo giorno.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È stato l’editore Giulio Ladolfi a propormi la copertina di una sobria eleganza che io ho accolto con favore.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Non è stato facile. Un libro di poesie che riannoda il presente con il passato classico non risulta appetibile per editori tesi a impacchettare prodotti per un mercato di consumo effimero. Quando l’ho proposto a Giulio Ladolfi e mi ha contattato telefonicamente, ho capito di avere trovato la persona giusta e competente, capace di intendere la cura che c’è dietro alla raccolta.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un pubblico di due tipologie: uno attrezzato di conoscenza del patrimonio culturale classico e un altro che, pur sprovvisto, è interessato a gustare gli echi di quel patrimonio all’interno della nostra contemporanea complessità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho presentato il libro “in presenza” e sono stata molto soddisfatta del riscontro favorevole del pubblico presente; non ho voluto espormi in presentazione on line, almeno finora, per imbarazzo e soggezione rispetto a un mezzo freddo, di cui ignoro le possibilità.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono diverse le poesie di cui mi reputo soddisfatta. Ne riporto quella che conclude il libro e che è risultata profetica, avendo mostrato la prospettiva del futuro, pur essendo stata composta nel 2019:

 

“ Epilogo

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“E sia” mi ha reso felice sia per i risultati conquistati in diversi concorsi sia per il corollario del progetto musicale, che sarà pubblicato a marzo prossimo. Quello che posso augurarmi è che il mio nuovo libro “Di albe e di occasi” raggiunga lo stesso gradimento e conquisti altri traguardi, di cui compiacermi.

 

  1. Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi hanno posto molti e diversi quesiti sul libro, incuriositi dalla sua originalità; pertanto, in questo ambito curiosità e interesse sono esauriti.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

A febbraio è stata pubblicata la raccolta “Di albe e di occasi” , che è  un viaggio a ritroso nel tempo individuale e collettivo e, da ultimo, nel tempo sospeso della pandemia. Ho scandagliato la mia geografia degli affetti anche, e soprattutto, dei luoghi dell’anima. Mentre si assiste al tramonto della civiltà, declinata nei suoi valori fondanti (l’educazione dei gesti e delle parole che fa luogo alla miopia indocile di individui-monadi), mi sono posta come obiettivo una nuova Itaca, un’alba di ripensamenti e di diversi orizzonti. Una ripartenza dalla fine.

 

Grazia Procino

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Grazia Procino, docente di Lettere presso il Liceo Classico di Gioia del Colle,  ha pubblicato haiku in due raccolte collettive edite da Fusibilia, la raccolta poetica “Soffi di nuvole”( Scatole parlanti, 2017)- Finalista Premio Nabokov e Premio Speciale al Premio nazionale “Poetika” a Verbania- e i racconti “Storie di donne e di uomini”( Quaderni edizioni, 2019).

 “E sia” ( Giuliano Ladolfi Editore) è stata la sua seconda silloge poetica: medaglia d’onore al Premio Don Luigi di Diegro 2020,  finalista al Premio “Città di Acqui Terme” e attestato di merito al premio “Lorenzo Montano”. Una sua poesia è stata selezionata per l’IPoet di gennaio 2019 dalla casa editrice Lietocolle; sue poesie sono apparse su riviste specializzate come Poesia Ultracontemporanea, Poesia del nostro tempo, Poetarum silva e Poeti Oggi. Una sua intervista è stata pubblicata su L’Estroverso a cura di Grazia Calanna. Il poeta Maurizio Cucchi su La Repubblica di Milano e il poeta Vittorino Curci su La Repubblica di Bari hanno selezionato delle sue poesie per la rubrica “La bottega della poesia”.  E’ tra i 12 poeti selezionati nell’antologia “Officina iPoet 2019” della casa editrice Lietocolle (Libriccini da collezione).

A febbraio 2021 è venuta alla luce la terza silloge poetica “Di albe e di occasi” (Macabor). Il poeta Antonio Nazzaro ha tradotto in spagnolo e pubblicato sul sito Centro cultural Tina Modotti  una sua poesia “Distanze incolmabili”, tratta dalla prima raccolta. Hanno rivolto la loro attenzione, realizzando note di lettura e recensioni alla raccolta “E sia” il poeta Leopoldo Attolico, il critico Giuseppe Giglio, Paola Casulli sul blog “Incanto errante”, il poeta Fabio Prestifilippo, il poeta Gianluca Conte, Federico Migliorati sul Gazzettino Nuovo nella rubrica “Spaziolibri”, Alessandra Farinola su “Mangialibri”, Felicia Buonomo su “Carteggi letterari”, Rita Bompadre su “L’altrove appunti di poesia”, il poeta Mario Famularo e il poeta Federico Preziosi su Exlibris 20, Graziella Atzori su Sololibri.net

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Versi trasversali: Davide Rocco Colacrai

22 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Davide Rocco Colacrai

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE ROCCO COLACRAI

 

Quando Neruda sognava sogni che non erano d’oro, forse

“e mi commuove un volo, l’incerta
direzione di una foglia, il rotondo
occhio di un pesce immobile nel lago,
le statue che volano nelle nubi,
le moltiplicazioni della pioggia”

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
il silenzio del mondo gli parlava,
la materia era il suo alito,
penetrava i sogni e, con essi, dilatava la misura delle cose,
l’oceano la sua platea,
il tempo la sua cura,
l’ombra stretta dove pulsava al vento il suo corpo
al ritmo da guitarrista del suo Cile.

Era affamato di tutto,
il più minuscolo granello spostato dal passaggio obliquo di una farfalla un miracolo,
per ogni miracolo un fuoco dentro
che sprigionava parole,
le parole a imprimere un senso al mondo, una speranza,
più forte della pioggia, e anche della morte,
il suo canto alla vita,
a quello che, come brace, andava a comporsi e scomporsi
dietro la pelle, spessa e dura, degli adulti.

Faceva l’amore con l’universo sottovoce, e poi lo inventava,
e addosso, con sé, il dolore.

Era evidente che Dio lo avesse dotato di un asse, preciso e infallibile,
più infinito dello spazio, e necessario.

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
decisa nel suo assolo, come quello del chucao,

oltre la terra, e la solitudine,
il buio e le nottole, oltre la resina dei sensi, attorti ai cuori di coloro che non sognavano più.

 

S’i’ fosse fiore

I fiori sono i geroglifici degli angeli,
amati da tutti gli esseri umani per la bellezza del loro carattere,
sebbene pochi riescano a decifrare
anche solo qualche frammento del loro significato

Avete mai visto la pioggia piangere ed essere consolata da un fiore?

I più fragili, incompleti per solitudine, tra di noi
che nemmeno l’alito verticale del vento osa asciugare,
si lasciano lubrificare, a volte anche impregnare, dalla lacrima mai uguale del cielo,
ognuno nella sua posizione, mai troppo diritta,
nel fagocitare quel lievito d’amore che la vita porta in grembo con sé.

Io sono un fiore di questa famiglia,
dal temperamento vanitoso e mai sazio, deciso quanto basta, e passionale,
mi divertono gli animali quando con i loro nasi mi spettinano,
mi lascio mordere dagli umori delle stagioni, dall’abbrivio di un’attesa,
e mi piace misurare le rughe della terra, gonfie come sono di storie, radici e sogni.

L’alba segna l’ora per comporsi, qualcuno s’incipria, altri s’impomatano i petali all’insù,
a mezzogiorno amoreggiamo con le ombre,
morbide e sempre difficili da avere, si concedono senza promessa,
appena imbrunisce lisciamo quel che resta del giorno
oltre l’orizzonte, nelle ninnenanne da assecondare, per rendere tutto più sopportabile.

La mia famiglia è più numerosa di quel che si possa pensare,
lavora per l’armonia della notte,
per quegli spazi circolari che si aprono, denudano e mostrano prima di scivolare nel cuore
e persistere come scelta o destino,
ognuno a profetare quelle orme che ne tracciano il nome a Dio.

Noi confortiamo gli umani nei loro desideri, e i giorni nel loro evolversi.

La città nella sua inesausta malattia di essere e non essere.

E la pioggia quando piange.

Noi con il nostro silenzio da culla del mondo, certo e completo, sempre e per sempre.

 

come virgola d’autunno

e il mare insiste,
i pescatori vagliano se stessi per la nuova stagione
e la vergine si pettina all’orizzonte,
l’estate, già matura, siede come un’anziana donna
pronta per dare il cambio,
nel frattempo sogna dietro al suo ventaglio
con il cielo del colore del grano,
le lacrime in un bicchiere di vino infiammano un canto
più sonoro dell’acqua,
ognuna si lascia infrangere per spargere la sua benedizione
in un’onda che si evolve in dardo,
è il sapore del tramonto a ricordare ai fichi d’india
di spremere il dolore al tempo
e renderlo perdono,
il cuore a contare le nostalgie che nessuna profezia
potrà placare,
la parabola di un destino, dove si spengono le ombre,
che, tra dalie e profumo di mosto,
in punta di piedi,
come virgola d’autunno,
prepara, senza paura, la mia nascita al mondo.

 

L’asintoto

Ora che mi resta solo questa eccezione
alla mia preghiera
da stringere al petto, dove le obliquità
del suo corpo tessono
l’accento, misurato, di un’attesa
che condensa l’infinito
nei propri riflessi, e l’ora, nuda e addosso,
si strugge in un’abitudine
che fa dei sogni gli spazi che il silenzio
abita tra la pioggia
che non bagna, e la città si scioglie
in un bicchiere senza asse
a ricordare che tutto, anche la molecola
più minuta, è una metà, e l’amore
un’ipotesi che supera
quel sempre senza contrappeso nell’innocenza
delle mani, ora che l’alba
schiuma di ricordi, nuda d’ombra
e senza rifugi, e amplifica
la verità di una debolezza e il confine
del perdono, e conferma
che la cura di Dio, come la vendemmia,
porterà promesse: non ho giorni
da sgranare, non oso cucire
eredità con le mie radici, non c’è principio
che scivola a me dal setaccio
dell’universo, zitto il dopo: e lascio che
questo presagio, nudo di corteccia
e senza nome, mi morda, fermo al centro
di questo assolo: e troppo mondo.

 

Allo zenit dell’amore

Sono la mezzanotte della primavera
quando luna e sole indugiano in una congiunzione d’eclissi di latte
le madri singhiozzano a sillabe azzurre le loro orazioni
sulla punta del cuore hanno forma di farfalla i baci
della vita piroetta all’unisono il batticuore verso il cielo
si mescono al sudore sangue e vino
e, al loro profumo che preannuncia un’assoluzione,
crepita nell’impazienza di mostrarsi l’universo;

sono il lievito dell’incontro di più ombre in una carne
che scalpita sul guanciale imbevuto dei sogni
sorge sulla scia di un arcobaleno arciere
smuove le zolle di un’attesa lunga un desiderio
devia le geometrie di una nemesi in due
e rovescia le tasche prominenti delle stagioni in un punto
che, dal centro del morbido ombelico di un seme,
tracima nella voce di un rintocco di primordio.

È la prima volta che il mio nome pronunciato nomina
e che il nominare raccoglie in sé tutte le impressioni di Dio
e, con esse, la bellezza di una nuova virgola
la linfa della terra
i colori
il respiro
il congiuntivo dei giorni
e lo zenit dell’amore.

Aspetto che la pioggia mi racconti la mia storia.

 

 

Testi tratti da “Asintoti e altre storie in grammi”, Le Mezzelane  Editrice, 2019.

 

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Versi trasversali: Marta Genduso

15 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Tag

Marta Genduso, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
 
MARTA GENDUSO
 
 
 
 
Interno 3 (incominciamento)
 
 
 
 
Il lamento che
 
 
dalla terra uscì
 
 
quando la prima volta l’aratro
 
 
fendeva la terra
 
 
fu di ferita.
 
 
 
 
 
 
Poi venne il bordo
 
 
tracciato su materia
 
 
sillaba sghemba
 
 
del primo vagito.
 
 
 
 
 
 
Enigma
 
 
 
 
Appena sopra
 
 
uno sguardo limpido
 
 
lo contraddice
 
 
l’enigma
 
 
sulla fronte campeggia
 
 
araldica presenza
 
 
di te il sigillo
 
 
il solco d’una ruga
 
 
denso grumo barbaglio
 
 
runa, cifrario o scrittura onciale
 
 
combinazione essenziale.
 
 
 
 
 
 
Non conosco formula
 
 
non sono chiave
 
 
ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
leggera sul segno tattile
 
 
intuire cieca la scrittura
 
 
d’orogenesi il rilievo.
 
 
 
 
 
 
Ma ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
inchino da tempio al sator
 
 
ultimo movimento rotas
 
 
minuscolo (ri)corsivo addio
 
 
 
 
 
 
era l’unica possibile
 
 
movenza di resa
 
 
benedire lo schiocco incompleto
 
 
e voltando di spalle sulla fronte
 
 
baciare l’enigma.
 
 
 
 
-insolubilità è spesso profondità d’astri
 
 
soglia di un altro intimo nascere-
 
 
 
 
 
 
Il bordo delle cose
 
 
 
 
 
 
Tamburi fuori tempo
 
 
lingue sulle labbra
 
 
ganci come l’amo
 
 
tirato nella bocca
 
 
del pesce tagliato
 
 
nel ventre sventrato.
 
 
 
 
Sferruzzano le vecchie
 
 
di persiane verdi e rauche
 
 
assopite nell’odore
 
 
sfilettato d’estate
 
 
sbiancato dagli anni
 
 
mentre crepe sanguinano i muri
 
 
come taglio sulla bocca
 
 
sotto l’occhio di profilo
 
 
incoerente nella luce
 
 
del pesce detto azzurro.
 
 
 
 
Quest’aguzzo che rincorre
 
 
è la chiglia,
 
 
la punta della freccia,
 
 
la lama fredda sul metallo,
 
 
il bordo dentellato
 
 
del vetro dopo l’urto,
 
 
immobile e già stanco
 
 
il niente minuscolo
 
 
delle cose che feriscono.
 
 
 
 
 
 
Interno 7
 
 
 
 
 
 
Scollamento
 
 
della suola in questo andare
 
 
sono il ciabattare
 
 
un ritmo scazonte
 
 
scanzonato
 
 
d’un rubinetto il singulto.
 
 
 
 
La parola non coincide,
 
 
si dissolve nel sentire
 
 
si sfarina, frantuma in me
 
 
geroglifico reticolo
 
 
setaccio scucito
 
 
 
 
ma se potessi tornare al ventre
 
 
a forme di laghi, di fari
 
 
e lune ancora giovani
 
 
allora ti direi
 
 
 
 
la poesia è una mano cava
 
 
che va misurando.
 
 
 
Corporale II
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita
 
 
da guarire.
 
 
Un taglio
 
 
in via di rimarginazione
 
 
 
 
di lembi dischiusi,
 
 
di tentativo di apertura
 
 
di strappo, di slancio, di scarto.
 
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita che
 
 
in alcuni giorni puoi dimenticare,
 
 
non senti
 
 
se la mano resta immobile
 
 
col palmo verso l’alto
 
 
verso l’altro.
 
 
 
 
Improvviso, dimentico e afferro
 
 
oppure
 
 
qualcosa mi tocca
 
 
e ricordo allora pungente
 
 
delle dita
 
 
il punto, esatto
 
 
con bruciore di limone
 
 
il taglio, sgraziato scucito
 
 
il vivo della pelle.
 
 
 
 
Sono una ferita
 
 
aperta
 
 
da guarire.
 
 
 
 
Corporale I
 
 
 
 
-Sono un corpo
 
 
sono il mio corpo
 
 
perché non posseggo quel che sono.
 
 
 
 
Sono il mio corpo
 
 
e dentro ho la terra
 
 
disseminata dai primi venti
 
 
rocce sedimentarie
 
 
basaltiche arenarie
 
 
distrutte
 
 
sabbia a grana grossa
 
 
 
 
detriti sfiniti
 
 
venuti
 
 
sulle anse,
 
 
i fianchi
 
 
del mio essere fiume
 
 
altrove da qui-
 
 
 
 
 
 

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

08 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Astrolabio

 

Le mani che tu intrecci coi miei sogni

mi mostrano carnalità di nuvola.

Le stille dai tuoi occhi che battezzano

la notte, mi frustano le tempie

con curiosità di lampi, di ripidi

chiarori da scalare in brevi istanti.

Ma adesso muta ancora il nostro viaggio

cui adattiamo passi infermi, scalzi,

sfiorati dagli zenit e dai nadir

dei nostri tempi e vera, tu soltanto,

in questa astronomia di nebbia resa

fitta come ghiaccio dal risveglio,

conducimi per mano verso il buio

dove è muto anche il destino, fermo.

 

2.

Sussurri di falò

 

Cerca prima i suoni lievi, quelli

innocui da vedere, da nascondere

alla folta mascherata

d’occasione che ci dice

delle valli. Sali invece quasi

fossi monachina che si azzurra

nella gola, se c’è ancora un po’

di vento in queste notti di granito.

Cerca bene, cerca meglio.

 

Eternità private

 

Le mie parole d’acqua si rinnovano

ogni autunno, mentre solo un dubbio

è l’oro che si irradia su cammini

di promesse sotterrate

e di capelli che si sciolgono.

Abbiamo guizzi ancora di ricordi

di silicio e un bagnasciuga

adesso vuoto che ci mormora

fonemi inaccessibili ai cultori

delle eternità private

che si incontrano sui treni

insieme a qualche pendolare.

Avremo del futuro tutte quante

le movenze e poi una voce

che non tace, pure senza dire niente.

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