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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

Parole di donna 4 : CHANDRA LIVIA CANDIANI

13 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Chandra Livia Candiani, Deborah Mega, La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore

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(foto dal web)

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, in “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Ed. Einaudi

Per questo nuovo appuntamento con Parole di donna ho scelto un testo di un’autrice contemporanea vivente, Chandra Livia Candiani. Da quando l’ho letta per la prima volta mi ci sono ritrovata molto perché particolarmente ricca di suggestioni condivisibili. A chi non capita di ritrovarsi al risveglio di fronte allo specchio e di dare un’occhiata sfuggente al proprio volto? Potremmo avere delle sorprese non da poco. Il riflesso rivela i segni della lotta, quella che conduciamo ogni giorno e che non ci abbandona neanche durante il sonno. Ci ritroviamo così ad alzarci poco riposati, a riprendere la routine quotidiana con lo sguardo feroce pronto ad una nuova battaglia. Occhi e bocca più di tutto rivelano il nostro stato d’animo, la fatica, la durezza di certe mattine.

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Incipit 4 : Il fu Mattia Pascal

06 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello, romanzo

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René Magritte, Dècalcomanie, 1966

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: 

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

 – Grazie, caro. Questo lo so.

 – E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

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Feriti di realtà e realtà cercando ne “I giocatori invisibili”di Irene Giuffrida

05 domenica Mar 2017

Posted by maria allo in I meandri della psiche, Recensioni

≈ 2 commenti

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I giocatori invisibili, Irene Giuffrida, Maria Allo, Narrativa

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I giocatori invisibili (edizioni Giovane Holden 2016, 14 euro) è l’opera prima di Irene  Giuffrida, eppure  sorprende sia per la situazione esistenziale espressa attraverso una singolare tecnica narrativa, giallo nel giallo filosofico, sia per la ricchezza di particolari. L’autrice dà conto non solo dei pensieri del protagonista,  ma anche di tutto ciò che entra dall’esterno nella sua prospettiva, impegnata a confrontarsi col tempo: Guido, il protagonista, vive tra passato e futuro, il commissario Saverio Strano risolverà l’enigma indagando sui ” luoghi oscuri “ della coscienza e su Morgana, la follia latente di Guido. Ecco il tempo, il  tempo delle vicende che i personaggi hanno vissuto o stanno vivendo è quello della memoria e della coscienza.  Dal passato di Guido emergono fantasmi mai sopiti  che assillano il presente e il futuro  e  determinano, pennellando di «ordinaria follia»,  i suoi tempi  perché, come dice l’autrice, il suo tempo è spezzato, ne ha almeno tre e dentro ci sono le nostre strade e i nostri viaggi, i nostri pensieri e le nostre intuizioni per non perderci  e magari paesi dove poterci fermare o  continuare a perderci, dovendo essere “altro”  o “altri “ da sé, in quanto  pathein  nasce da un conflitto tra dentro e fuori, tra io e non- io, un fluttuare tra superficie e profondità, perché tutto è interno, ma può  trasformarsi  in un atto creativo e tradursi in opera, in questo spazio fluido  che è L’Arte.  

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Forma alchemica 8: Edgar Lee Masters

28 martedì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters, POESIA

Johnnie Sayre

Papà, non saprai mai
l’angoscia che mi strinse il cuore
per la mia disobbedienza, quando sentii
la ruota spietata della locomotiva
affondarmi nella carne urlante della gamba.
Mentre mi portavano dalla vedova Morris
vidi ancora nella valle la scuola
che marinavo per saltare di nascosto sui treni.
Pregai di vivere fino a chiederti perdono-
e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!
Dalla consolazione di quell’ora ho ricavato una felicità infinita.
Sei stato saggio a scolpire per me:
«Strappato al male a venire».

Edgar Lee Masters

L’Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi espressi in forma poetica, con i quali i defunti stessi riepilogano gli aspetti salienti della propria vita o della propria morte con accenti di profonda verità. Essendo morti appunto essi si affrancano dai vincoli del pudore e dell’ipocrisia, e possono raccontare tradimenti, violenze, cattiverie e inganni, episodi che hanno segnato l’intera esistenza e dei quali sono stati testimoni, vittime carnefici o artefici senza contenersi, non tanto nella prolissità, che anzi questi epitaffi sono a volte estremamente brevi e, pertanto, anche “fulminanti”, quanto nella sincerità. Colpisce che un’intera vita possa essere riepilogata in così poche parole: un’ iscrizione  sulla pietra tombale, scarna quanto basta per sembrare scolpita nella pietra. Incisa e incisiva dunque, per la sua stessa sua natura d’essere una voce dall’aldilà,  proveniente da uomini e donne ancora memori delle loro vicende umane, adesso alle prese con l’altra misteriosa faccia della (non) esistenza.

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Parole di donna 3 : AMELIA ROSSELLI

27 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Amelia Rosselli, Deborah Mega, Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore

 

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Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco; lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri, lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce. Lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.

Amelia Rosselli

(da La libellula. Panegirico della libertà)

Un testo importante e corposo quello che ho scelto di commentare per il terzo appuntamento con Parole di donna. Amelia Rosselli, una delle personalità più significative della poesia del Novecento, racconta l’indicibile che fluisce come un chiarore tra i membri di una ipotetica coppia. All’uomo che si ama viene detto in modo incalzante di disperdere la propria vita, definita debole, priva perfino della facoltà di lamentarsi. L’invito è rivolto anche, sempre se l’uomo lo voglia e ne abbia il tempo, a disperdere il pudore, l’effige, le ragioni cangianti, le richieste eccessive, l’orrore, tutto quanto c’è di buono e di negativo nella propria condizione e a dissipare gli ostacoli che le impediscono di vederlo. La poetessa rivela la sua caratteristica di incantarsi ad ogni passaggio di debole bellezza, di ricercare eternamente il bello e il buono ma anche i parassiti, evidente in questo passaggio l’ironia sottesa. La Rosselli invita a disperdere la propria fanciullaggine, il legame che li congiunge, l’incanto, il proprio innamoramento che dev’essere assecondato per diminuire. Lascia, gli dice, che l’ardore si faccia misericordia, forse nel senso di pietà umana, di generosità. L’invito è anche a dimenticare e lasciar perdere le stagioni con i loro effetti sugli animi umani, il sapore della gloria e a tornare alla  notte delicata delle sue mani e alla luce. Continua a leggere →

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Forma alchemica 7: Sergio Solmi

22 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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POESIA, Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.

Sergio Solmi

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fotografia di Marca Barone

Sergio Solmi, nato a Rieti nel 1899, morto a Milano nel 1981, studiò giurisprudenza e lavorò per tutta la sua attività professionale come avvocato della Banca Commerciale Italiana. Ha partecipato alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria, poi alla Resistenza e per questo fu detenuto nel carcere di San Vittore, dall’ esperienza nacque Aprile a San Vittore. Conobbe Piero Gobetti. La sua ricerca di studioso s’incentrò sulle problematiche della personalità umana, ispirato da letture giovanili di Émile-Auguste Chartier, detto Alain, illuminato filosofo francese, che certamente influenzò la sua formazione.
La scelta tra le poesie di Solmi è caduta su Canto di donna, una poesia che egli scrisse nel 1926, appena ventiseienne, chiarendo con essa cosa intendesse con lo scrivere una poesia moderna. Il testo s’apre con una descrizione di una donna che dietro le imposte chiuse canta, una voce roca, sensuale e misteriosa perché la donna non si può vedere. A dire il vero non è nemmeno certo che canti, se ne percepisce la presenza e la voce senza che sia possibile discernere le parole, una voce detta contradditoriamente procellosa e dolce. Come può una voce evocare tempeste e nello stesso tempo esser dolce? Eppure ciò può accadere per le tempeste emozionali che anche solo la voce di un essere può provocare nel cuore di un altro, la sensualità di una voce può smuovere emozioni anche solo per la sua potenza carismatica che avvolge e trascina in una sorta di incantesimo evocato per sola vibrazione della voce e il languore che prende l’ascoltatore è indipendente, talora, da un coinvolgimento sentimentale, perché l’effetto si produce per le note particolari di quella particolare voce, o per quella voce in particolari condizioni personali

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fotografia di Marca Barone

Ecco che Solmi rivela la capacità che il senso dell’udito ha di solleticare emozioni e cita il caso più noto dell’antichità mitologica, il canto di sirena che si racconta avesse il potere di stravolgere a tal punto la mente dell’uomo e di attrarlo così potentemente che egli si buttava tra le onde a capofitto finendo per sfracellarsi sugli scogli.
La poesia, nell’idea dell’autore chiarisce in cosa consista la poesia moderna che, superata la ricerca della melodia e scansate le lusinghe della retorica, appare come “un’illusione suprema di canto che si sostiene quando sono distrutte tutte le illusioni” o, il che è lo stesso, sono distrutti tutti i valori , una poesia quindi che “sembra aspirare a una nuova primitività, che non esclude, anzi esige il potenziamento delle facoltà autocritiche e riflessive, per mettere a nudo, nel pensiero poetico la parte istintiva immediata” Queste citazioni dall’opera di saggista di Solmi delineano quello che è la sua concezione della poesia, nel pensiero che egli svilupperà con più ricchezza e approfondimenti nell’età più matura, in saggi che lo eleveranno al rango di fine critico che ancora oggi suscita interesse per le sue idee e approfondimenti negli studiosi della materia “parola poetica”.
La sua poesia invece si caratterizza per eleganza e misura, mai debordante, urlata, fuori le righe, effetto che egli raggiunge da un lato con l’apparente semplicità, dall’altro con la ricerca di spontaneità ed espressione di autenticità emozionale, ciò  anche per reazione al clima culturale artefatto del momento, impregnato di sovrastrutture storico/elitarie.
Se come si dice – ed è vero-  che si legge ciò che si vuole, ma si scrive come si può, io dico che, ancora più esattamente, si scrive per come si è, e Solmi trasfondeva nella poesia la propria sobrietà e raffinatezza, ma anche la sua idea alta di responsabilità morale dell’uomo verso il presente, unitamente all’esigenza di un recupero del linguaggio classico che, per ricchezza e costruzioni verbali, consentiva finezza di pensiero e stimolanti sconfinamenti nell’ambiguità.
A riprova, infine, il canto di donna languido e gorgheggiante col concorso della memoria s’accende d’amore e desiderio, scoprendo di sé impulsi che nella carne trovano stupefatti la loro radice di fuoco. Lo stupore che chiude la poesia, da un lato sorprende piacevolmente il lettore (ottima chiusa) dall’altro rimanda all’istintività poetica vagheggiata da Solmi e puntualmente espressa in questa che, a buona ragione, per quanto detto prima, si può considerare la poesia rappresentativa della sua idea di poesia.
Per commentare visivamente il testo ho chiesto di poter pubblicare alcune sue foto a Marca Barone, fotografa siciliana, specializzata nei ritratti, specialmente femminili, nei quali il trucco, la pelle, le luci, il vestiario e certi particolari a corredo concorrono a creare, sia a colori che in b/w, un mondo sensuale e attraente di sguardi e bellezza mediterranea.

Loredana Semantica

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fotografia di Marca Barone

Loredana Semantica

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Incipit 3 : Conversazione in Sicilia

20 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Conversazione in Sicilia, Elio Vittorini, romanzo

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_Il volo della luce, fotografia di Loredana Semantica_

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Continua a leggere →

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Forma alchemica 6: Ingeborg Bachman

15 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Ingeborg Bachmann, POESIA

Morto è tutto. Tutto morto.
E nel mio portapane d’argento
ammuffisce il pezzo di torsolo avvelenato
che non scendeva più.

Chi mangia nei miei piatti?
dev’esserci ancora un resto della
corda con cui sono stata intrappolata.
Chi dorme nel mio letto?
certo di notte fruscia ancora il foglietto
che vi ho cucito dentro.

Quanto poco presente! Solo
negli oggetti lontani mi aggiro ancora,
nella lampada, nella luce,
allora accendo e voglio dire:

tutto il sangue, il molto sangue che
è scorso. Miei assassini.
.

Ingeborg Bachmann

guernica-picasso

Guernica, Pablo Picasso

Ingeborg Bachman, è nata a Klagenfurt in Austria nel 1926 ed è morta a Roma nel 1973 per le gravi lesioni a seguito di un incidente domestico le cui circostante non sono mai state del tutto chiarite. Forse s’era addormentata in soggiorno fumando una sigaretta, altre fonti parlano di ustioni procuratesi mentre era nella sua vasca da bagno, di certo nel suo appartamento si sviluppò un incendio e la morte sopraggiunse all’ospedale dove fu ricoverata per le ferite che aveva riportato.

La Bachman è un’autrice che conferma  la mia personale idea che quasi ogni poeta nasce nel trauma, una specie di doglia che partorisce uno spirito “diverso”, uno spirito drammaticamente segnato, un’anima che nonostante ripetutamente tenti e liberi attraverso la parola il fascino e l’ incanto subito dalla parola, nonostante ripetutamente tenti il risanamento e liberi per questa via la ferita subita e restituita, mai riesce a raggiungere la pace o, il che è lo stesso, la piena espressione di tutto quello che è necessario dire, a cui forse potrebbe conseguire la restitutio in integrum.

Ingeborg non manifestò questa irrequietezza soltanto nella scrittura e nello studio, ma anche nella ricerca continua di un luogo dove poter stare, girovagò infatti a lungo in Europa: Londra, Berlino, Parigi, Vienna, prima di stabilirsi a Roma nel 1965, dove visse fino alla morte.

Pare che la (prima)  ferita inferta alla Bachman, quella che presumibilmente, insieme ad altre traumatiche esperienze, la portò alla scelta della parola, fu l’invasione tedesca di Klagenfurt dove lei viveva una tranquilla esistenza piccolo borghese con due fratelli, il padre insegnante, la madre casalinga. Aveva appena dodici anni e la percezione dei soldati che marciavano in strada oltre la finestra frettolosamente chiusa, non fu quella di un’avanzata nel territorio ma di un calpestamento dei corpi. Il massacro di un mondo.

La Bachman sospinta verso la scrittura e lo studio da questo sbilanciamento del proprio equilibrio, divenne ben presto una stella della letteratura in lingua tedesca, inserendosi nel Gruppo 47 e ricevendo premi e riconoscimenti. Ebbe modo di conoscere, tra gli altri Celan, anch’egli profondamente segnato dalla guerra, dall’esperienza dei campi di concentramento nei quali aveva perso entrambi i genitori. Con Celan la Bachman intrattenne un rapporto sentimentale ed epistolare negli anni intorno al 1948.

Io credo che nella poesia che propongo oggi ci sia tutta la potenza cupa della Bachman, la tensione drammatica di un’anima tormentata. Specialmente l’esordio del testo contenente un richiamo alla morte così pesante e brutale è di profonda desolazione.  Tutto è morto dentro e fuori, senza rimedio, senza salvezza. Le successive strofe alternano la descrizione di oggetti della quotidianità corrotti dal marcio o dall’espropriazione, il torsolo ammuffito nel portapane d’argento, il letto occupato da estranei, quel letto nel cui materasso è ancora nascosto e fruscia il foglietto sul quale è trascritto il segreto. Non so perché mi piace immaginarlo tenero, come un primo amore, delicato e rosa, come un’alba. Ci sono i piatti dove invece delle pietanze si trova la corda che lega. Tutta la memoria conservata rovina il qui e l’ora li rende inesistenti, senza speranza. Di tutta la poesia è soprattutto la chiusa che coinvolge e sconvolge. Essa è chiaramente un atto di accusa, contro gli uomini che uccidono, contro gli assassini che versano il sangue di altri uomini. L’orrore del molto sangue versato.

Non può dirsi se la Bachman con questa poesia abbia inteso esprimersi per metafore e riferirsi alla vicenda della deportazione e delle molteplici uccisioni che la guerra e i campi di concentramento hanno determinato oppure se avesse in mente una specifica uccisione che ha devastato la sua vita, molto probabilmente i riferimenti si sovrappongono essendo l’uno dentro l’altro, enorme il primo e sconvolgente per la sua vastità, altrettanto enorme e sconvolgente il singolo assassinio per l’eco nell’animo della poetessa. Certo che non potrebbe esprimere con più dolore ciò che ha da dire, creando con la penultima strofa quello squarcio di luce che illumina rosso sangue la scena nel modo più inaspettato e perciò conturbante. Nella lampada, nella luce, /allora accendo e voglio dire: Questi due versi prodromici del finale si potrebbero dire un gran colpo di teatro, se non fossi quasi certa che questa, come tutte le poesie veramente poesie, non è nata per costruzione ma per impeto, ispirazione e padronanza perfetta della parola.

Non poteva mancare tra le mie perle poetiche una così chiara dichiarazione di dolore infinito, senza consolazione, quel dolore che quasi ognuno, ciascuno per una sua personale ragione, si porta dentro, e un poeta non tanto con più forza, bensì con maggiore consapevolezza che occorre pronunciare all’infinito le parole che possano descriverlo nel modo più efficace possibile, un poeta con la grande consapevolezza che la parola ha la potenzialità per esprimerlo, ma non riesce mai a sufficienza a contenerlo, rappresentarlo, trasmetterlo, da ciò deriva la serie continua di tentativi che costituiscono poi il “corpo” del poeta stesso, cioè tutta intera la sua anima, tranne quel fondo inenarrabile di sconvolgente che egli porta con se, in  nuce, dapprima nella vita come bagaglio/peso e poi, una volta morto, come corredo/accredito, se mai esiste un’aldilà.

Per l’idea visiva di distruzione, rovina e sgomento non posso far ricorso se non al celeberrimo Guernica, col quale anche Picasso cercò di rappresentare il caos doloroso della guerra, l’atto di terrorismo perpetrato contro la popolazione inerme che bene mi sembra si sposi all’agonia spirituale di Ingeborg Bachman.

Loredana Semantica

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Parole di donna 2 : MARIANGELA GUALTIERI

13 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, Mariangela Gualtieri, Sii dolce con me. Sii gentile.

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Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

MARIANGELA GUALTIERI, da Bestia di gioia, “Mio vero”

Il tempo dei compagni d’amore è un tempo finito, che dura poco. E’ breve il tempo che resta, scrive Gualtieri, dunque va vissuto appieno, con serenità, dolcezza e gentilezza. Non dobbiamo aver fretta né strafare per ansia di vivere o di concludere il nostro percorso. Dopo saremo scie luminose, fotoni lucenti e avremo una grande nostalgia di tornare umani nonostante da umani, si sia imperfetti, eppure dopo, in un’altra dimensione, avremo “nostalgia d’imperfetto”. Non potremo infatti sfiorarci, accarezzarci, perché non avremo l’organo deputato a farlo, le nostre mani.

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Forma alchemica 5: Czeslaw Milosz

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Czeslaw Milosz, il dono, POESIA

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Un giorno così bello.
La nebbia s’è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c’ era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno di essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l’ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena vedevo il mare azzurro e le vele.

Czeslaw Milosz

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fotografia di Francesco Enia

Czeslaw Milosz, poeta di origini polacche, nato nel 1911 in Lituania, premio Nobel per la letteratura nel 1980, è morto a Cracovia nel 2004. Lo includo perciò tra i poeti ai quali con “Forma alchemica” intendo rendere omaggio. La bellezza della creazione poetica e lo stato d’essere presenti solo in spirito e parola, ostia e oro, sono i  due requisiti comuni ai poeti di Forma alchemica.

Milosz non è stato solo poeta, ma anche saggista, noto per la sua critica al sistema di socialismo reale espresso ne “La mente prigioniera”, tuttavia come poeta è diventato un simbolo e un riferimento, ha ispirato gli operai di Solidarnosc i quali hanno scelto suoi versi da porre ai piedi monumento che commemora i lavoratori uccisi durante gli scioperi di contestazione del 1970. E’ stato definito da Brodskij uno dei maggiori poeti del secolo, ha influenzato la poetessa polacca Wislawa Szymborska e Raymond Carver, il quale amava particolarmente proprio questa poesia di Milosz che io a mia volta oggi propongo, avendola salvata tempo addietro nella mia raccolta di preziosità poetiche.

La poesia s’intitola “Il dono” e racconta di un giorno vissuto dal poeta. Un giorno che egli definisce al primo verso con entusiasmo e semplicità disarmante: Un giorno così bello.

I versi successivi presentano una costruzione altrettanto elementare, ogni verso è delimitato dal punto, sta a sé eppure si concatena di senso col successivo, e raccontano il lavoro del poeta in giardino, la nebbia che s’è alzata presto. Anche qui, come nella poesia di Mark Strand c’è la terra e il contatto con essa. L’io poetante la manipola perché fa giardinaggio, strappa le erbacce, zappetta le aiuole e, per quanto non tutti se ne rendano abbastanza conto nella propria quotidianità quando attendono ad attività di questo genere, e, sebbene non appaia nemmeno evidente nel testo, perché è tutto implicito, in questi gesti l’uomo riallaccia e conferma il legame con la terra, il senso di appartenenza ad essa, la cura delle sue creature, il rispetto e il desiderio di bellezza.

Già a questo punto si avverte nel testo il senso di positività e fiducia che anima lo scrittore in questo speciale giorno, la fiducia che, nonostante le brutture e negatività del mondo, la bellezza ancora esiste ed è dentro e fuori di noi.

 Il terzo verso presenta la natura con efficacia mirabile: I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio. I colibrì, com’é noto, sono tra gli uccelli più piccoli al mondo, il loro volo è caratteristico: sbattono le ali così velocemente che riescono quasi a star fermi sospesi in aria, questo permette loro di nutrirsi del nettare dei fiori. Raccontare dei colibrì che si posano sui fiori è immettere sul palcoscenico poetico un fermo-immagine di immobilità non statica ma vibrante di colori e sensazioni: le piume degli uccelletti, il profumo delicato, il biancore ricadente del caprifoglio.

Le premesse descrittive aprono la strada alle affermazioni seguenti, quando l’attenzione del poeta si sposta dall’esterno al proprio spirito, ed enuclea una raffica di interiorità  in un periodare  conciso e convincente come un martellamento dritto all’anima del lettore, che esprime la totale pacificazione del poeta con se stesso e col mondo.

Nessun  desiderio di possesso, nessun nemico, nessun torto, nessuno da invidiare, nessun disagio verso se stesso, nessun dolore. Una speciale insistenza ad annichilire tutte le negatività. Tutte le pene che sono proprie dell’uomo dissolte nell’aria leggera di questo giorno così bello. E’ questo il dono, secondo me, più della pace che  Milosz ha nel cuore e che per lui stesso è il personale dono che ha ricevuto da quel giorno, il dono è per noi che egli abbia saputo esprimere questa pace e conciliazione col mondo in una poesia perfetta. C’è nel pensiero del dono anche molto dell’idea cristiana di amore verso il prossimo e di senso di ringraziamento al Creatore per la bellezza del creato. Il poeta si è sempre professato convintamente cristiano.

E poi c’è il finale del testo, quando raddrizzando la schiena dal lavoro, Milosz vede il mare azzurro e le vele. Cos’altro c’è da desiderare dall’esistenza oltre che stare bene, se non di poter ammirare la bellezza offerta allo sguardo nei colori e nel paesaggio che sono anch’essi in sé un altro meraviglioso dono.

Questo il pregio del poeta Milosz, che pur avendo vissuto la crisi di un sistema, le problematiche storiche e lotte sociali della sua epoca, ha mantenuto intatta la sua capacità di provare e trasmettere l’incanto della bellezza, la serenità d’animo, priva di disagio e risentimento. Egli in sostanza sembra aver scoperto che il segreto della felicità è godere delle piccole cose: un paesaggio stupendo, il lavoro della terra, i fiori e gli uccelli. E’ questo in fondo l’approdo che cerca ogni uomo poeta, e non poeta, attraverso la propria ricerca giungere a quella saggia e profonda consapevolezza che occorre poco per avere la felicità.

La  capacità di gioire per ciò che di buono si ha dalla vita, fu la caratteristica del poeta che sorprese e affascinò  la stessa Szymborska, una volta che in un ristorante, Milosz, già famoso e onorato, ordinata una semplice bistecca con contorno, la gustò con piacere. Insomma nulla del poeta dannato e disperato. Milosz dà con questa poesia una bella lezione di vita specialmente a quelli che si abbattono e non risorgono mai dalle ceneri. Non ho altro da commentare, se non che un giorno così bello vorrei poterlo raccontare io stessa più spesso, se non in questo perfetto modo, per come posso.

La scelta d’immagine è caduta su una bellissima foto di Francesco Enia, gentilmente concessa, che sembra essere stata scattata per visualizzare i colori e il paesaggio descritti nell’ultimo verso della poesia.

Loredana Semantica

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Incipit 2: Sostiene Pereira

06 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Antonio Tabucchi, romanzo, Sostiene Pereira

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Continua a leggere →

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DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

03 venerdì Feb 2017

Posted by maria allo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, Fotografia, I meandri della psiche, LETTERATURA, Recensioni

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Dino Campana

La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

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Forma alchemica 4: Mark Strand

01 mercoledì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Mark Strand, My name

Il mio nome

Una volta, quando il prato era tutto verde e oro
e gli alberi al chiaro di luna erano come freschi
monumenti di marmo rosato nell’aria profumata
e tutta la campagna pulsava di cinguettii e ronzii d’insetti,
io ero disteso sull’erba, immense distanze si aprivano su di me,
e mi chiedevo cosa sarei diventato e dove sarei finito,
pensai di esistere appena, per un attimo sentii
che il grande cielo punteggiato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii nel modo
in cui si sentono il vento o la pioggia, ma impercettibile e lontano
come se non fosse parte di me ma del silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

My name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

(Mark Strand trad. Loredana Semantica)

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“Notte stellata”, Vincent Van Gogh

Mark Strand, poeta laureato americano (1990) e professore di letteratura comparata alla Columbia University, è nato in Canada nel 1934 ed è morto a New York nel 2014 all’età di 80 anni. Se provate a cercarlo in rete non troverete moltissimi risultati. La pagina che lo riguarda in wikipedia è soltanto in lingua inglese, mentre nella wikipedia italiana, al momento in cui scrivo questo post, neanche esiste. Posso dunque presumere che non sia noto ai più, nonostante il nome accattivante e la qualità della sua poesia.
Nelle sue intenzioni iniziali Mark Strand avrebbe dovuto fare l’artista, precisamente il pittore. Quando egli rivelò alla sua famiglia che avrebbe voluto fare il poeta fu per tutti uno shock, in particolare per la madre preoccupata che la poesia non consenta guadagni e quindi di mantenersi. In un aneddoto riportato in un suo saggio Mark Strand racconta che per convincere la madre della bontà del suo proposito, motivandolo con la soddisfazione che proviene dalla poesia, volle leggerle alcune poesie di Wallace Stevens, la trovò dopo pochi minuti addormentata sulla sedia col capo riverso sulla spalla.
Ecco vorrei partire proprio da qui, dal sonno che ingenera la poesia. Si dorme perché non si ha voglia di lasciarsi affascinare dal viaggio interiore che la poesia richiede, dal vortice di immagini che essa apre, dal suo senso misterioso a volte, più spesso così lampante da folgorare. Si dorme perché spesso la poesia non è sufficientemente tale, non lo è sempre per i grandi, i quali compongono nella loro vita una serie di capolavori, molte poesie di qualità e qualcuna noiosa, figuriamoci per minori, i principianti, i poeti occasionali nei quali ahimè i rapporti anzidetti sono variamente mescolati. C’è da dire che il confezionamento di un capolavoro è una rarità, richiede inoltre il passaggio obbligato dal grado di poesia noiosa al grado superiore di poesia di qualità esteso alla quasi totalità della produzione.
Ogni poeta lo sa dove si colloca il suo scrivere e scrivere poesia non significa fare buona poesia. Lo sa in fondo al suo cuore, anche se l’orgoglio e la speranza non ammettono mai la propria mediocrità. Del resto che si è vissuto a fare se non per lasciare una piccola traccia di sé che duri anche oltre la fine della propria vita? Questa mia è indubbiamente una divagazione che non vuole negare la presenza in ogni uomo dell’anelito alla poesia, a “sentirla”, a leggerla, cercarla ma anche a scriverla, né sindacare la libera espressione poetica di profani e non. Auguro in questo senso anzi: buona poesia a tutti, come questa di Mark Strand. Una poesia che si fa leggere e dice e che noi riceviamo come un dono che gli sopravvive.
Nel testo l’io poetante è disteso su un prato ed è sera, tant’è che il cielo è stellato. Lo stare distesi su un prato e la notte sul capo, sono condizioni perfette per generare le sensazioni giuste di simbiosi col mondo e di percezione dei suoi messaggi.
La sera con l’allungarsi delle ombre nel suo essere fine del giorno mima la fine della vita, la schiena a contatto col suolo permette di riconoscersi parte della natura e fondersi con essa osservandone la meraviglia, descritta dall’autore con quel tanto di maniera che basta a far capire l’incanto: the lawn was a golden green and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials.
Oro, verde e rosa, molti colori in pochi versi e un omaggio agli alberi, sentinelle immobili della terra. Immagini fotografiche che si susseguono con efficacia.

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“Campo di grano con cipressi”, Vincent Van Gogh

La sera danza di suoni, s’alzano in volo gli insetti notturni riempiendo l’aria di brusii, e gli uccelli cinguettano con insistenza chiamandosi l’un l’altro mentre si allungano le ombre, questi suoni nell’oscurità rimarcano la presenza di vita.
E’ una condizione ideale per annullarsi nell’immensità del cielo stellato nel quale vagare con lo sguardo fino a dispersi, col pensiero e con lo spirito, fino a diventare un tutt’uno con l’universo al punto che esso sembra chiamare il poeta, col suo nome e il suono di questo nome è nuovo come mai udito o meglio udito per la prima volta. Il cielo lo chiama allo stesso modo di come si producono i suoni del vento e della pioggia, con un nome e suono che sottolinea l’appartenenza creaturale. Uno stato di compenetrazione massima che apre al senso ultimo della vita rappresentato dal nome: esistenza che viene dal nulla al quale è destinata a tornare.
Una poesia che prende le mosse dalla natura per virare ben presto ad un senso filosofico ed esistenziale, che scorre piana e senza increspature, quasi come fosse una barca sul fiume cullata dalle onde, di piena accettazione della nullità dell’essere uomo, di acquiescenza alle leggi ineluttabili che governano l’universo. Se ne apprezza la disarmante semplicità ben calibrata al punto che il testo mantiene il suo fascino indipendentemente dallo sforzo di traduzione, nel senso che anche con una traduzione letterale mantiene intatto il suo fascino perché ne appare comunque nudo e completo il senso.
Mark Strand compie con questa poesia un piccolo miracolo poetico, riuscire a dire in modo essenziale e comprensibile ad ogni uomo, quel senso di angoscia che si prova di fronte alla vastità del cielo, ed esprimere, nel contempo, il senso di piccolezza dell’essere creatura infinitesima destinata a compiere la parabola della vita. Riesce a dire tutto ciò, che è concetto grandioso e umile al tempo stesso, ma certamente non originale, senza scadere nel banale, nell’ovvio o nel noioso. Concetto anzi che sembra espresso in modo del tutto nuovo in virtù dell’ espediente, ritengo non studiato, ma sicuramente indovinato, di ricorrere all’uso del vocabolo name, il nome, cioè il modo usuale col quale il consesso umano identifica una persona per l’intera sua vita. Mark Strand accosta a name il possessivo my, mio, che significa non solo letteralmente il mio nome, ma vuole significare più specificatamente proprio io, nella mia più profonda e autentica identità, nel modo in cui l’universo stesso al quale appartengo mi riconosce, mi chiama, mi partorisce e mi accoglie al termine del mio percorso, come fossi acqua che piove, aria che soffia nel vento. Nel che si sostanzia il transito esistenziale dal nulla verso il nulla, non tanto o non soltanto come annichilimento, bensì come sereno annullamento nel silenzio universale dal quale tutti proveniamo al quale tutti torniamo e del quale espressione concreta siamo non solo noi stessi ma ogni creatura e manifestazione naturale.

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“Campo di grano con volo di corvi”, Vincent Van Gogh

A commento visivo della poesia di Mark Strand ho scelto Van Gogh, perché sembra facile rappresentare con densità la vastità di un cielo popolato di stelle, di un prato tutto verde oro e di alberi marmorizzati in rosa, ma non lo è. Van Gogh tuttavia c’è riuscito perfettamente nella sua vorticosa pennellata, che si contrappone alla pacata serenità del testo di Mark Strand, ma rivela la stessa consapevolezza di potenza superiore immanente nell’universo.

Loredana Semantica

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Parole di donna 1 : SYLVIA PLATH

30 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, I am vertical, Sylvia Plath

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I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

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Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

25 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Fernando Pessoa, Poesie

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fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica

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Parole di donna_Intro

23 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Rita Levi Montalcini, scrittura femminile, Sylvia Plath

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Projection Lauren, by cbanck

Parole di donna é l’altra rubrica che vorrei curare per LIMINA MUNDI. Negli ultimi tempi é aumentata incredibilmente l’attenzione nei confronti della scrittura femminile, simbolo di un’identità sessuale differente e di un differente immaginario. La scrittura femminile, forse più di quella maschile, appare costruita sulla ricerca della verità, é frutto di una riflessione, di un ripiegamento su se stesse. Rappresenta inoltre per la donna l’identificazione e la conferma di sé come individuo e come genere. In secoli di storia della letteratura infatti, la donna è sempre stata raccontata dall’uomo come se la sua voce potesse farsi intendere solo attraverso la parola maschile: da sempre oggetto dell’ispirazione raramente è stata soggetto del processo creativo. Continua a leggere →

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Forma alchemica 2: “Il gesto” di Bartolo Cattafi

18 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Bartolo Cattafi

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suo peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

Questa di Bartolo Cattafi è una poesia incantevole, una specie di summa di cosa riesca a vedere un poeta, di come riesce a percepire in modo singolare ciò che gli altri vedono e percepiscono ordinariamente. Condensare tanta suggestione in una poesia così breve è un capolavoro di equilibri strutturali e ripetizioni verbali, innanzitutto date dal verso: e a braccio teso tagliasti l’aria, a cui fa eco in sesto verso:  successe che a braccio teso tagliasti l’aria, ma lo stesso verbo successe è già stato usato nel primo verso, questa combinazione incrociata di elementi verbali crea opportunamente uno stato di attesa della rivelazione di ciò che è successo, per concludersi negli ultimi versi in una chiusa d’evidenza che sembra d’ironia, ma più probabilmente non lo è: l’aria non è più come prima/è tagliata. In questa frase si respira come un’aura di “sicilianità”, dove tutto il detto è nel non detto, poichè il detto, che è l’evidenza, sottintende tutto ciò che deve essere compreso perché è nelle cose, anche se taciuto. L’incipit della poesia è configurato come il seguito di un dialogo con un tu che in precedenza, prima che fosse scritta la poesia, ha affermato: “non è successo niente”, la replica contenuta nella poesia è l’incipit della poesia stessa: Non è vero che non successe niente. C’è un gesto che taglia l’aria. Da un lato l’interlocutore che lo valuta irrilevante o vorrebbe far credere che sia tale, in contraddizione il poeta che invece gli dà grande importanza, e non è l’importanza comunemente intesa, immaginabile in relazione al fatto e alle circostanze, ma una immaginifica che fa l’aria a fette, come se le fette d’aria si potessero vedere. La mano a cui è attaccato il braccio e compie il gesto viene tirata fuori dalla tasca, sembra quasi che tutta la potenza del gesto sia conservata, raccolta, perché possa essere sprigionata al momento dell’azione. Il braccio è teso, quindi deciso, sicuro, ieratico e il movimento da sinistra a destra, dall’alto verso il basso è intuitivamente una croce tracciata nel vuoto.
Poeta è colui che in un gesto benedicente vede aprirsi un senso, un senso che non è l’ovvietà religiosa. Tutti gli altri pensano che il sacerdote benedica il bambino appena battezzato, il defunto al funerale, benedica l’aria, i presenti, gli sposi, l’oggetto, le palme.
Per Bartolo Cattafi il senso è tagliare l’aria. Tuttavia, come sappiano tutti, l’aria non si vede, figuriamoci se si vede il taglio dell’aria, ma un poeta vede l’aria, vede il taglio. Sa cioè che anche l’aria ha una consistenza, la consistenza data dal peso del gesto. Trattandosi di movimento nell’aria poi, non può che sottolineare come: ciò ebbe il suo peso, l’aria infatti ha un peso, come gli esperimenti della fisica ci hanno insegnato, un palloncino vuoto e uno riempito d’aria pesano diversamente, ma sappiamo anche che il peso dell’aria è infinitesimo.
Non è dato sapere chi abbia tracciato il gesto nell’aria, il che permette di ipotizzare come possibili una serie di altri significati, tutti appartenenti alla gestualità sostitutiva della parola.
Oltre che un gesto da ministro benedicente, come ho ipotizzato sopra, tracciare una croce nell’aria può avere il significato del mettere ad una questione una croce sopra, cioè non rivangare più il passato e superare il contrasto, accantonare la lite. Nel dialogo si traccia una croce per aria per riferirsi alla morte, come a dire che c’è il rischio di morire oppure che qualcuno è morto, che non ce l’ha fatta, o che morirà. Lo si usa ancora per significare che è finita, che di quella cosa o persona non se ne vuole più sapere. In quest’ultimo caso diventa una sorta di pesante giuramento di condanna e definitività, come a dire: per me non esiste più fino alla morte o come se fosse morto.
Lo stesso taglio ha un senso, la cesura dell’aria è qualcosa che separa, un distanziare due bordi che si ritraggono o rimango inerti, ma definiti, non più omogenei e fusi, ma distinti e contigui.
Questa concentrazione dello sguardo nel vuoto alla ricerca dell’aria tagliata è il particolare sguardo poetico chi riesce a fissare intensamente le fughe, a seguirne la traccia, osserva il cirro che prende forme fantastiche, il fuoco che danza, un neo sulla pelle e trova in ogni immagine una visione, la concretizzazione di un universo che incanta, che scatena i pensieri, la creatività. E’ questo lo sguardo del poeta che si posa sul mondo.

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Incipit 1: La metamorfosi

16 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Franz Kafka, La metamorfosi, realismo magico

metamorphosis-franz_kafka-shaw

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.

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Forma alchemica – intro

11 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Su questo blog col 2017 inauguro una nuova rubrica poetica che prende il posto del “Tema del silenzio”. La rubrica si chiamerà “Forma alchemica”. Essa non ha una formula nuova, intendo infatti commentare poesie (di autori del passato  sicuramente, altri non so…) similmente a come ho fatto con le poesie proposte nella rubrica “Il tema del silenzio” ormai conclusa, o, per avere un esempio migliore, similmente a come ho commentato la poesia di Rostand qui. La poesia di Rostand anzi è stata la prima della rubrica ed ha preceduto questa introduzione, per semplice desiderio di non perdere la coincidenza dell’Epifania e gusto, che talvolta mi prende, di scombinare l’ordine scontato delle cose.

Il criterio di scelta delle poesie è libero. La scelta è senza limiti, in linea con il titolo del blog, senza un tema preferenziale, né un autore preferito.

Mi guiderà un’unica stella la ricerca della bellezza, avrò un solo limite la mia sensibilità. Chiamo limite la sensibilità perché se da un lato è lo strumento che userò per interpretare il senso del testo, dall’altro è presumibile che essa sia condizionata dalle mie esperienze e percezioni, e magari mi farà considerare incantevoli poesie che non sempre accenderanno l’altrui entusiasmo. Per giustificare la mia scelta compirò, come ho fatto col tema del silenzio, le mie spirali di pensiero, e, per questa via, qualcuno potrebbe con-venire col mio argomentare e trovare nuove angolazioni di visuale nelle poesie di grandi e grandissimi in commento.

Proprio la grandezza dei poeti che mi accingo a commentare è la mia maggiore preoccupazione, perché se da un lato so per certo che non ci resteranno male qualunque cosa io possa dire: non ho nessun io da lusingare, non potranno certo offendersi; chi sono io per poter avere la pretesa, l’ambizione, l’arroganza di tentare di penetrare il mistero di bellezza, forma e senso che è una poesia scritta da un maestro, da un Poeta?

Eppure leggere la poesia, significa proprio questo: essere disposti ad aprirsi al senso che essa produce, accogliere e restituire, smuovere e commuovere, condividere.

Per questa rubrica ho scelto  titolo “Forma alchemica”. Da un lato perché la poesia è eminentemente forma, disposizione sul campo bianco delle parole in precisa, accurata architettura, dall’altro perché accade che, quando questa forma sia particolarmente ben riuscita, quando, per di più, si sposa ad un sublime contenuto, si realizza un’alchimia: la composizione perfetta.  Essa ha del magico, alla lettura provoca una sorta di vago e leggero stupore segreto, estatico, una provocazione mentale, uno spiazzamento, commozione, a volte, quando una poesia tocca un nervo personale particolarmente scoperto. Tutte reazioni che sono un segno non facilmente traducibile a parole, ma chiaramente percepibile dal lettore, che il testo che si ha davanti è poesia e non la lista della spesa, è poesia e non un saggio, un articolo di giornale, una canzone.

Niente brividi, mi raccomando, i brividi lasciamoli alle candele che ondeggiano negli stadi dei concerti, prego si apra la porta alla poesia, vanno in scena: grazia, raffinatezza e stupore.

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Incipit_Intro

09 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Incipit, LETTERATURA

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Tag

Deborah Mega, Francesco Severini, Incipit, Vagabolario

vagabolario-capolettera-i-2015

Francesco Severini, Vagabolario – Capolettera “I” (2015)
Tempera e gouache su carta

“Incipit” è il titolo di una nuova rubrica che intendo curare quest’anno su LIMINA MUNDI. Si tratta di una voce latina che viene dal verbo incipĕre, “incominciare” e che allude alla formula d’esordio di un’opera, alle parole iniziali di un testo letterario e per estensione di uno spettacolo o di un programma televisivo. Per incipit si intende l’intera parte iniziale di un testo che può avere lunghezza diversa e rappresenta la fase d’avvio di un testo. Permette di intuire lo sviluppo futuro nel senso che fin dalle prime dieci o venti righe è possibile presagire il percorso che sarà sviluppato successivamente. A questo proposito la retorica classica parlava di exordium, che aveva il compito di ben disporre l’ascoltatore o il lettore innescando il processo comunicativo e avviando quella complicità che auspicava Baudelaire tra scrittore e lettore di un romanzo. La diegesi cioè l’organizzazione della materia narrativa, attraverso analogie, simmetrie, contrapposizioni, si mette in moto solo se l’autore nel suo esordio ha catturato l’attenzione del lettore. Non si dice forse che chi ben comincia è a metà dell’opera?

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