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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Poesia sabbatica: “Attimo di coscienza”, “L’inevitabile”

01 sabato Feb 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

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Francesco Palmieri, il male nascosto

 

Attimo di coscienza


anche oggi un giorno di nuvole basse

di foglie dentro, mute a cadere,


novembre,

e poi verrà dicembre


e ancora a seguire


un tempo inutile


(ed io

nel tentativo estremo

di trasformare in storia


un assordante nulla).



*************************************************



L’inevitabile


troppo a lungo

ho distolto occhi e faccia,

sempre a guardare (testardo)

dall’altra parte, non questa,


non qui che lo sentivo

quanta moria di fiori

(e gli anni polvere, neve,

appena qualche traccia

scordata in un quaderno)


eppure era questa

la destinazione,

l’arrendersi al sangue

che si fa calcare


e ritrovarsi in resa

nel mezzo di una strada


in alto

un cielo ad inferriata

e in terra rami

che ieri erano foglie.



Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Il male nascosto” – edizioni Terra d’ulivi)

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Venerdì dispari

31 venerdì Gen 2025

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Stamattina al risveglio

Stamattina al risveglio
scambiandoci il buongiorno
nel raccontare le piccole storie
come quella di essere stati lontani nel tempo
ti ho chiesto se per caso mi avessi sognato
e come. Se anche lì insomma
per forza o per amore ci fosse stata
quella cosa che ancora teniamo viva
tutti i giorni l’uno nell’altro.
Se talora imbastendo una storia inverosimile
e smaltendo i ricordi residui
ci fosse stata la mia presenza
il simulacro che abbiamo agitato
con la devozione e che il tempo ha scandito
come fosse un quotidiano dio minore.

Non mi è mai capitato di chiederlo
dire ” scusa, mi sarò mica perso dentro
ciò che hai sognato? e ti ho voluto bene
anche lì?”.

Ma ho sentito che ti era successo
non sempre, non spesso
di avvertire e avvertirmi di notte
dormendo al di fuori dal sogno
provare precisa la forza sensibile
di parlare chiedendomi con la voce impastata
di uscire da dove stavi sognando
di stare un po’ sulla soglia
di spostarmi ai bordi della nave
ai confini del letto.

Francesco Tontoli

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Io, Senatrice a vita

27 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in La società, Segnalazioni ed eventi

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Liliana Segre

 

Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

 

Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

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Poesia sabbatica: “Vista bifronte”

25 sabato Gen 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Vista bifronte

 

che sia carezza e velluto

in sfrego di pelle

ed inguine nudo,

che in cima a ginocchia

si apra il passo alle stelle

e ancora più in alto

un respiro d’eterno,

 

che non ci sia altro modo

oltre a nascere carne

per odorare la rosa,

il lenzuolo, la sposa,

per ferirsi le orecchie

sopra una scogliera

poi il cielo nel mare

e il mare a volare,

 

che appena in un bosco

sia delirio di foglie,

la quiete dei tronchi

nella conta dei tempi,

l’impronta graziosa

di una ninfa nascosta,

 

che a bastare un albore

ad aspettarti sul vetro,

lo scostare una tenda

per l’avvampare di sole                           

(e una sera una sera

a chiamare per nome

stelle d’orsa ed orione

e l’infinito era lì,

fra quegli occhi e la luna)

 

che respirando entri un vento

a distendere vele

per l’inizio del viaggio

fra indicibile e immenso                                                         

(e si macchia la pelle

d’indelebile azzurro,

si sciolgono i lacci

stretti sopra alle scarpe)

 

 

non basta a tacere

la gravità che ci atterra

(troppo esposta la croce,

troppo fragile il cuore

per stare con il dolore)

 

e mi sento qualcuno

che deve alzare la mano,

contestare il diritto

del disco orario alla fronte,

lo scegliere i tempi

senza dirci parola

e lasciarci qui a terra

fra il morire ed il sole.                                 

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa ” edizioni Terra d’ulivi)

 

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Venerdì dispari

24 venerdì Gen 2025

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Gennaio ancestrale

Gennaio ancestrale

È tornato Gennaio ancestrale che conosco
ha smesso di recitare fingendo per caso
di esser un qualsiasi Marzo o Aprile
ci ha tenuto a cantare il suo inno d’inverno
la musica lenta che copre i monti di nebbia.

È tornato e ha parlato la lingua dei lupi
ha promesso di rendere il sonno un letargo mancato
ha cambiato la notte in una lunga veglia
e il giorno ha stabilito sia un grumo di luce.

Aspettiamoci altro che gelo alla porta
definiamo turni di guardia alle finestre del cielo
rinforziamo gli argini con sacchi e vedette
lui vuole convincerci che aspettare sia un inganno
vuol mettere in giro le voci più oscure.

Ha corrotto le menti e drogato i pochi pozzi
ai bambini racconta di futuri spariti nel nulla
e stare di guardia ai fienili non basta.

Le speranze dei sogni vuol far credere
siano sepolte come gelidi semi
nella terra glaciale indurita dal vento.

Francesco Tontoli

 

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Citazione

LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELLA ROSSI

21 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Maria Allo, Podcast, Raffaella Rossi

LA POESIA PRENDE VOCE

Le parole sono un mezzo con cui attraversare il tempo

e starci, fuori misura, dentro.”

Beatrice Niccolai

Letture tratte dalla raccolta ” Ipotermia”, Delta 3 Edizioni, collana Plenilunio, 2024( Postfazione di Emanuela Sica). Legge l’autrice stessa.

ph. di Ida Idaco

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

20 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

 

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

 

In un tuo volo

Se fossimo vapore, come nuvole
sapremmo attraversare forme e cieli,
ammorbidire i segni, arrotondarli,
potremmo fare a meno di parlare.
Ci basterebbe piovere ogni tanto
sui prati, sui tuoi tarli, i continenti
oppure sfilacciarci lenti e bianchi
sui mari che respirano alla Luna.
Se fossimo vapore e non in questo
giro sordo in cui scorrono le vite
attorcigliate a date e a situazioni,
potremmo continuare anche a sorridere
se sfuma un’altra estate, invecchia il mondo
e tu non sei ora qui, ma in un tuo volo.

In coda (La vita di ogni regola)

Sto bene con gli estranei,
perché non sanno il gioco e quanto è dura
la vita di ogni regola.
Con chi, se un po’ curioso, potrà sempre
immaginarmi un po’
più buono, in chissà quale suo collage
di vuoti e proiezioni.
E poi con te, quando compari come
un lampo tra le nuvole
più spesse a fare chiari anche i minuscoli
dettagli sparsi in coda
a ogni mio sbaglio, in tutti i tuoi sbadigli.
Con quelli che si allenano
a sbocciare, persino a tramontare
senza intoppi; coi gatti
che vedono anche al buio quando serve.

In estate la luce

Fa buio. Troppa luce
rimpicciolisce l’iride, socchiude
un po’ le palpebre e paglia pare il prato
dove razzola un bambino
a cui regalo ogni mio sogno.
Li porterà nel petto, forse allegro
sotto il Sole polveroso,
mentre corre come un pazzo
col pallone, tra le aiuole secche,
il cuore che sconfina nei polmoni.
Oppure al mare, quando basterà
la sabbia ai suoi capricci senza tempo,
e a noi guardarlo per pulire il nostro
sguardo al bianco canto delle onde.

Con l’approssimarsi dei primi sogni d’autunno

Ci sono altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di coltivare,
non misurare più il tempo in autunno
o dare alla pioggia il colore
del mare. Anche abbassare un filino
la voce e fare di notte un sentiero
di braci, non traccheggiare
inseguendo le briciole, le anime
perse, sfinite a volare.
Ci sono molte altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di praticare,
per liberare più spazio all’odore
sparso ogni giorno dai tuoi desideri:
fare un veloce inventario del mondo,
stare in silenzio a guardarti dormire.

Inediti di Alessandro Barbato

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Poesia sabbatica: -15-

18 sabato Gen 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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15, Francesco Palmieri

 

15-

non raccontiamoci più nulla (amore)

di chi sei stata

di chi sono stato

delle altre vite avute

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

non ci diciamo più

che già abbiamo amato e pianto

ma non ero io

non eri tu

chi ci prendeva

e poi ci ha lasciato andare

 

non raccontiamoci più (amore)

chi siamo stati

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

guardami nuovo

come io ti guardo nuova

 

guardami

non sono mai esistito

io sono nato adesso

 

dimmelo,

non sono mai esistita

io sono nata adesso

 

e io e te rinati a un’altra vita.

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

17 venerdì Gen 2025

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Sulla terrazza delle ricordanze

Livorno, Piazza Mascagni

 

Sulla terrazza delle ricordanze
si prende sul viso lo schiaffo del libeccio
nelle passeggiate controvento
prima che la pioggia spenga
definitivamente il palpito del cielo.

Siamo guidati da una bambina saggia
che ci difende dalla sferza della solitudine
attraversa la corrente, calpesta per gioco
solo le mattonelle scure, e sceglie la strada
della sua piccola candela di luce
che si oppone alla tempesta.

Qui saggiamo la natura delle cose
il salmastro che penetra nei pori
il rumore dei fiocchi e delle bandiere
il battere ritmico dei pennoni
le onde che ingrossano il cuore e l’orizzonte.

Qui bisogna urlare per sentire
le mie e le tue voci nascoste
e quella taciuta che il vento porta sul dorso.

E prima di salutare il mare con un inchino
piegati come fuscelli dal soffio del tempo
ci guardiamo ad occhi semichiusi
sprecando lacrime di sale

tenendo protetta in mezzo a noi
la nostra infanzia come un tesoro conteso
ognuno stringendo la sua piccola mano.

Francesco Tontoli

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Nel verso giusto. Sguardi di resistenza di poete siciliane, L’Arca di Noè, 2024

16 giovedì Gen 2025

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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L'Arca di Noè, Nel verso giusto

Col titolo “Nel verso giusto”, sottotitolo “Sguardi di resistenza di poete siciliane“, nel mese di ottobre scorso, è stata pubblicata dalla casa editrice “L’arca di Noè” una raccolta di poesie a tema civile. Emarginazione, discriminazione, invisibilità, migranti, guerra, donne tra violenza e resilienza sono i temi trattati nelle specifiche e omonime sezioni del libro. Il libro è nato da un’idea di Bia Cusmano di riunire la scrittura poetica femminile siciliana d’impegno sociale, in modo che fossero rappresentate il più possibile tutte le province dell’isola. Curatrici sono Stefania La Via e la stessa Bia Cusumano. In copertina “Ritratto pixellato” acrilico su tela di Giacomo Cuttone. La prefazione di Anna Maria Bonfiglio.

Nel libro, inseriti nelle varie sezioni, testi poetici di ventisette autrici, elencate di seguito nell’ordine in cui si succedono nella stessa raccolta.

Cinzia Accetta
Margherita Biondo
Jana Cardinale
Giovanna Fileccia
Patrizia Giurleo
Maria La Bianca
Giuseppina Lauricella
Ornella Mallo
Maricla’ Micale
Adriana Montalbano
Adele Musso
Daniela Musumeci
Loredana Semantica
Rosa Maria Chiarello
Marilina Giaquinta
Stefania La Via
Francesca Traina
Liliana Arrigo
Iolanda Cuscunà
Giuseppina Mira
Ester Monachino
Margherrita Rimi
Rossella Caleca
Chiara Catanese
Bia Cusumano
Ester Guglielmino
Deborah Prestileo

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L’animale morente di Philip Roth lettura di Antonella Pizzo

15 mercoledì Gen 2025

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, L'animale morente, Philip Roth, The Dying Animal

animale-morente

L’animale morente (The Dying Animal) è un romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 2001. Il titolo è tratto da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Il romanzo è ambientato negli anni sessanta, narra della relazione che il sessantaduenne David Kepesh ha avuto con una donna di ventiquattro anni. Terminata la relazione i due  si rincontrano in un capodanno di otto anni più tardi.  

David Kepesh è un professore universitario che tiene per i laureandi un unico corso, un seminario di critica letteraria, che ha chiamato Practical Criticism. Da giovane ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito e durato poco tempo, inoltre ha un figlio che non vede mai. Come critico letterario appare settimanalmente in una trasmissione televisiva, grazie a questa sua attività gode di una certa notorietà nell’ambiente universitario e anche al di fuori di esso. Il suo corso è molto seguito.  David è un uomo che ama la vita e i piaceri del sesso. Sono molte le studentesse che andrebbero volentieri a letto con lui. Di questo ne è consapevole ma la sua posizione accademica gli consente di andare a letto con loro solo alla fine del corso e dopo l’esame finale. Per l’occasione  dà dei festeggiamenti a casa sua dove invita tutti gli studenti che hanno completato il seminario. David non è uno sprovveduto, quella procedura lo tiene lontano dai guai, evita il rischio che possa essere accusato di molestie sessuali nei confronti delle sue studentesse. È un procedura   che gli dà soddisfazione e che svolge sempre nello stesso modo e ogni volta è un successo, ha la garanzia del risultato, alla fine della serata qualcuna delle sue giovani studentesse finisce allegramente nel suo letto.  Lui vive il sesso come piacere e superficialmente, senza  lasciarsi coinvolgere sentimentalmente da questi incontri.  Fino a che non incontra Consuela Castillo, una ragazza cubana di ventiquattro anni. Kepesh ama la vita e la bellezza. Consuela non è come le altre, appartiene a una ricca e nobile famiglia di esiliati cubani, ha nostalgia dell’Avana anche se non ha mai vissuto a Cuba. Ha dei principi un po’ antiquati, vede nel professore la “versione soggiogabile della raffinatezza della sua famiglia”. Consuela ha un corpo statuario, dei seni prorompenti. A tratti li nasconde,  a tratti li mostra sbottonando i tre bottoni della sua camicetta di seta bianca, che indossa sotto una severa giacca blu, simile a quelle che usano le segretarie di uomini importanti. David, così racconta a un interlocutore di cui non sappiamo nulla, ne è soggiogato. Consuela diventa per lui non più un piacere ma un’ossessione, una malattia. Ne è geloso, ha paura di perderla, è malato di desiderio. Consuela non è come le solite studentesse che lui si portava a letto, Consuela lo fa star male, con le altre  non ha mai provato quella smania e quella brama di possesso. Gli incontri sessuali con Consuela sono descritti nei particolari, spesso spregiudicati e inaspettati, come assaggiarne il sangue mestruale. Il romanzo potrebbe sembrare pornografico per certe disgressioni, ma non lo è. David è letteralmente ammaliato dai seni della ragazza, li adora. I seni oltre a essere sessualmente importanti hanno una funzione specifica, la produzione del latte. Il latte è il nutrimento primordiale, è come il sangue, è  vita. Ciò richiama un simbolismo religioso, il Cristo e l’ultima cena, prendete e mangiate questo è il mio corpo. David si nutre del corpo di Consuela, ne beve il suo sangue, adora i suoi seni floridi e turgidi, vuole inglobarla, quasi sostituirsi a lei, prendersi la sua vita, la sua gioventù, la sua bellezza.  È un bisogno primordiale e ancestrale. Il sesso è l’alternativa alla morte?

«Essere casto, vivere senza sesso, be’, come digerirai le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni? Guadagnando di più, guadagnando tutti i soldi che puoi? Facendo tutti i figli che puoi? Questo aiuta, ma è niente rispetto all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticartela mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?» 

È David l’animale morente?   È George, l’amico di Kepesh, che in punto di morte utilizza le sue ultime forze vitali per sfiorare il seno della moglie?

È Consuela che si ammalerà e che vorrà essere fotografata i seni prima di essere operata di cancro?  “Le scattai una trentina di fotografie. Lei sceglieva le pose, e voleva tutto. Voleva avere le mani sotto, che li reggevano. Li voleva mentre se li strizzava, li voleva dal lato sinistro, dal lato destro, li voleva fotografati mentre si chinava”.

È Consuela che ha il rimpianto di non aver potuto vedere L’Avana?  

“… e di momento in momento il suo pianto si fa sempre più forte, – credevo che un giorno avrei visto L’Avana.» «La vedrai.» «No. Oh, David, mio  nonno…» «Si, cosa? Coraggio, dimmi, parla.» «Mio nonno sedeva nel soggiorno…» «Avanti.» La tenevo tra le braccia quando cominciò a parlare di se stessa come  non aveva mai fatto prima, come prima non aveva mai avuto motivo di fare, come, forse, lei stessa non aveva mai saputo. «Mentre andava in onda The News Hour, mentre andava in onda The MacNeil-Lehrer News Hour, e… – disse, tra lacrime copiose, – improvvisamente sospirava: “Pobre Mama”. Che era morta all’Avana senza di lui. Perché la loro generazione, quella generazione, non era andata via.

“Pobre Mama”. “Pobre Papa”. Loro erano rimasti indietro. Aveva solo questa  tristezza, questo rimpianto per loro. Un terribile, terribile rimpianto. Ed è quello che ho io. Ma per me stessa. Per la mia vita, Mi tocco, tocco il mio corpo con le mani, e penso, Questo è il mio corpo! Non può andarsene così! Non può essere  vero! Non può capitarmi una cosa simile! Come può andarsene così? Non voglio morire! David, ho paura di morire!»

Siamo tutti animali morenti. 

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Andrea Ravazzini, Inediti

13 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Andrea Ravazzini

Resta

Rimasi
Alla fine
Di quel luogo
Silente
Sospeso
Tra stormi
Di sogni
Migranti
Su ali
d’Altrove.

Lieve scappai

Scappai
Tra il sibilo
Asciutto
Di una notte
In fiamme
E il velo
Disfatto
Di una bruma
Inconsueta.

Fosti
L’ancella
Di quel nudo
Rimpianto,
Di quel fuoco
Immondo,
Di quel pianto
Nel buio
Disperso,
Che presto
Scoprii
Di luna
Suo canto,
Di notte
Suo verso.

Fosti
Chiarore
Di ebbrezza
Leggiadra,
Angolo vuoto
Nel manto
Di un nulla
Redento,
Scosso
Dal vento,
Su un fianco
Posato.

Scappai
Verso
Un nudo
Bagliore,
Vessillo
Di stelle,
Denso
Richiamo
Di un cuore,
Di un battito
Spento,
Di un bacio
Rubato
Di cui scorgo
Ancora
L’ardore.

Guardo un solo lieve riflesso

Stringe
Attorno
A un cuore
Novello
Il rado
Sussulto
Di queste
Lacrime
Amare.

Ruba
Al soffio
Di vento,
Che un nudo
Passato
Tradisce,
Una terra
Al confine,
Un livido
Bacio,
Una goccia
Arsa
Nel buio,
Che non riesco
A guardare.

Sorge
Un placido
Tempo
Da sogni
Pestati
Nel vuoto.

Ferma
La notte,
Il lento
Risveglio
Non si ode
Ancora.

Non è nota
La fine,
Né il senso
O lo scopo.

Guardo
Solo
Un lieve
Riflesso,
Un breve
Solo
Respiro,
Che brilla
Tutt’ora
Tra i resti
Dismessi
Di una tenue
Aurora.

Ormai fuggito lieve nel vento

Ruba
Al fondo
Notturno
Di una vaga
Rugiada
Il pallido
Ardore
Uno scoppio
Di brace.

Risorto
E redento,
Brucia
Brucia
-Mai spento-
In un tiepido
Nulla,
Che trascorso
Un vano,
Disfatto
Momento
Rifugge
Reietto
Una parola
Mai detta.

Trascina
Il suo sguardo
In terre lontane
Un candido
Cuore.

Un urlo
Scostato
Da un buco
Dolore,
Rimbalza
Stretto
Stretto
Nel fondo
Dismesso
Di un unico
Petto.

Sfumato
In un mondo
Che il senso
Essiccato
Di occhi
Incolore
-Cieco-
Ha disfatto,
Tende al fondo
Di fulgida bruma
L’attimo assorto
Che da fragili mani
Lieve nel tempo
Ormai è sfuggito.

Testi di Andrea Ravazzini

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Poesia sabbatica: -73-

11 sabato Gen 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

-73-

 

che dirti questa sera

di una giornata

dove tu non ci sei stata

 

(ed io ad aspettare all’angolo

un ultimo minuto

un ultimo secondo

che tu venissi

con le tue labbra rosse

il passo accelerato

di chi va incontro al sogno

 

il sogno che ho raccolto

in una carta a fiori,

tenuto nella mano

ché non volasse al vento)

 

che dirti questa sera,

di come ho camminato

nella mie spalle strette

di come sono morti

gli angeli sul cappotto

e le parole tutte

cadute tra le foglie

 

mi sono voltato ancora

e tu non sei venuta

tu certo eri altrove

comunque dove io non c’ero.

 

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

10 venerdì Gen 2025

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Giorno di pioggia fin dal mattino

Giorno di pioggia fin dal mattino

Giorno di pioggia fin dal mattino
e io che volevo scrivere del sole
rimango a farmi crocifiggere
dalle perturbazioni atlantiche
un apriti cielo che è previsto
per un numero imprecisabile di ore.
E prendo questo sole finito in un calzino
nascosto nella tasca del giubbino
tra un plettro di chitarra e un centino
lo prendo come si prende in cura un figlio
appena ritornato con la nave da crociera
lo cullo come quando lo facevo da bambino
lo canto pure un poco nella gola
lo mastico lo appiccico ad un’aurora.
E’ un sole omeopatico spalmato sulla pelle
medicamento segreto e iniziatico
sparito a primavera in questo cielo grigio
riapparso per fortuna a tarda sera.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Ruby Archer

09 giovedì Gen 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Ruby Archer, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ruby Archer (1873-1961), americana (foto web)

UNA MEMORIA DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

O cielo e mare, e verso di chiurlo,
Il sonoro scampanio dell’onda sull’onda,
Perle di sogno che il più fondo oceano pavimenta,
La potente meraviglia su tutto!

Il vasto, vasto mare dove cavalcano grandi navi,
La brezza aperta con pieno respiro,
La pallida schiuma atterrita dalla tempesta,
I tristi cancelli del cielo spalancati!

*

A SEA-MEMORY

O sky and sea, and curlew call,
The tinkling chime of wave on wave,
Dream-pearls that deepest ocean pave,
The mighty wonder over all!

The wide, wide sea, where great ships ride,
The open breeze with breath full drawn,
Pale foam by tempest frightened on,
Grim flood-gates of the sky flung wide!
 

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“Le viti del pianto” di Lara Pagani

07 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, La poesia prende voce, Note critiche e note di lettura, POESIA

≈ 1 Commento

Tag

Lara Pagani, Maria Allo

ilglomerulodisale 2024
collana La rosa del guardare, diretta da Franca Alaimo
prefazione di Franca Alaimo
con una nota di Daìta Martinez

Nota di lettura: Maria Allo

Lara Pagani, nella sua opera prima, “Le viti del pianto”, per conto della casa editrice “ilglomerulodisale, ci consegna una vita vissuta tutta dal di dentro in una dimensione verticale, perché vibra il sogno di una bellezza che, si affaccia sul deserto, ma con l’alternativa dell’unica scelta consapevole: fra terra e mare è quest’ultimo che corrisponde alla sua vita (“sono l’acqua/ che manca sotto i piedi”). La realtà nella quale lo sguardo dell’autrice si sofferma sui dettagli è densa di circostanze , sfumature, tratti descrittivi che si intrecciano nel tempo, si dimenticano o riaffiorano nella memoria ( “In piazza a Venezia fu l’incubo” p.19, o “Era questione di tempo, di correnti/propizie innamorarmi dall’origine”p.27) per cercare strade da battere esclusivamente entro l’orizzonte del tempo e dello spazio, la sola dimensione che ci appartenga, anche se una frattura insanabile accresce il senso di solitudine dell’io. Così nonostante i tratti descrittivi, qui i particolari diventano emblemi tanto più efficaci quanto più sono realistici, perché, come dice Zanzotto, la poesia ci ridà le emozioni più profonde, che possono nascere in noi. Ma non è sufficiente, il tempo incalza e semina rovine, il passato si dissolve, eppure un incontro, un’emozione vissuta o un pensiero resta solo l’oggetto, che era presente e che, come un amuleto, sembra raccoglierne in sé il segreto: “passi e gli angeli si piegano, girano /le viti del pianto. Dai tuoi dolori /brucia una risata – dal mento d’oro/ spunta al cosmo l’inedito profilo”. Ecco, la poeta non accetta l’idea che della vita vissuta non resti traccia e che il trascorrere del tempo porti con sé emozioni legate a una presenza concreta (“Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure/lascia sui quattro polsi un lungo segno invisibile” p. 37), messa in dubbio dall’azione del tempo:” È stata una catastrofe /per sottrazioni, non ha fatto danni /particolari – soltanto ha annullato/giorno per giorno il dono del tempo”. Le viti del pianto presenta pertanto una costruzione complessa e delicatissima che si fonda sull’analogia, ovvero sull’accostamento alogico di elementi disparati, che si caricano di valore allusivo, così la discesa di Clizia, figura metamorfica, (come è stato giustamente osservato da Franca Alaimo nella prefazione), coincide con la possibilità che i valori umanistici resistano alla deriva della storia e i significati delle cose vengano ricercati con gli strumenti della ragione. Tuttavia Clizia si contrappone anche alla lontananza irraggiungibile, in quanto connotata con i caratteri istintivi della sensualità e della corporeità : “avevo le piume /e un bel paio d’ali: ero diventata/uno splendido piccione”(p.16) o in un tentativo di rintracciare sul filo della memoria un passato perduto, resta dunque, pur sempre uno jato , un duplice senso di rimpianto e di desiderio della poeta : “A lampioni eclissati ti ho sfogliato le palpebre –/l’iride tremula, viola come la notte /quando è impossibile da spegnere”. In questa raccolta percorsa dal dolore dell’assenza quasi urlata nel sussulto di una raffinata postura poetica (dalla postfazione di Daita Martinez), il nucleo ispirativo di Lara Pagani tende a coincidere con l’istante di grazia e la sua capacità di cogliere il dono ereditato da Clizia che in questa raccolta si definisce con rigorosa coerenza.

Maria Allo

da: Le viti del pianto (glomerulodisale 2024)

Canto il tuo corpo acquatico –
i polpastrelli senz’ombra
di grinze, le pinne chiare che sono
la tua chioma. Quando trema
la terraferma è il tuo respiro.

*

Cammino sulla sponda del mio mare
che non è calmo, non è tutto azzurro –
azzurri sono gli occhi disegnati
sul viso, quelle gemme che nascondo
come parole perché fanno male.
Lunghi e ramati i miei capelli, sfoggio
un sorriso capace di confondere
i cercatori di perle più avveduti:
non mi avrete, voi bestie – sono l’acqua
che manca sotto i piedi, sono il fuoco
che arretra al solo pensiero di toccarvi.

*

Dei tuoi dolori non fare parola –
tirare dritto fosse l’ultima prova,
l’ultimo incendio della tua figura:
anche questo sei tu, pianeta rosso
per orbite e per anelli che splendono
al dito, nera cometa e sventura
di tutte le solitudini, tu –
passi e gli angeli si piegano, girano
le viti del pianto. Dai tuoi dolori
brucia una risata – dal mento d’oro
spunta al cosmo l’inedito profilo.

*

Ti si può solo ascoltare, sperare
un giorno di somigliarti. I girasoli
che tanto ami hanno appena messo
la testa fuori dal fango, qualcuno
intanto la china. Tu comprendi tutto:
anche morire è una fatica, dici
mentre sgombri la tavola dai resti
del pranzo che non abbiamo diviso.

*

Alla strada che hai disegnato
di fronte a me come qualcuno
che ti spiega le vele e ti prepara
l’amore di una barca penso adesso
che muori in lunghi momenti bianchi.
Ho avuto la fortuna sul collo, la stella
che non brilla bensì trama sotto il ventre
azzurro delle nuvole logorandomi
in altalena la curva dei fianchi.

*

Ricordo il pulviscolo, la prima bruma
ascendente delle stelle. La tua clavicola
mi parlava incrinata, piuma da mordere.
Come arde la memoria, come trama
la luce. Guarda: sembra ancora viva
la piccola donna amata un secolo fa.

*

Il filo che ci lega non è rosso.
Non stringe, non fa male eppure
lascia sui quattro polsi un lungo segno
invisibile. La scia di una cometa
al confronto mi pare una bugia.

Lara Pagani selfie

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature
straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Le Parole di Fedro, Bottega Portosepolto e Di Sesta e di Settima Grandezza. Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024) è la sua prima raccolta di poesie.

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“Epifania” di Mario Luzi

06 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in Poesie

≈ 2 commenti

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Mario Luzi, Onore del vero

Immagine creata con l’Intelligenza artificiale

 

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi (da Onore del vero, 1957)

 

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“Nessuno mai ha chiesto” Buon Anno nuovo con Loredana Semantica

01 mercoledì Gen 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, RICORRENZE

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Auguri, Capodanno, disegno, Loredana Semantica, POESIA

Auguriamo a tutti i lettori di Limina mundi Buon Anno 2025, un anno che speriamo porti con sé nuovi inizi, opportunità e una rinnovata serenità. Che ogni giorno del nuovo anno possa essere un passo verso la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre aspirazioni, accompagnato da salute, felicità e successo in ogni vostro progetto. Celebriamo insieme questo nuovo capitolo, lasciamo alle spalle incertezze, pessimismo, ogni negatività e abbracciamo con fiducia ciò che il futuro ha in serbo per noi.

immagine generata da AI

Nessuno mai ha chiesto niente
non una stella o un presente
un capodanno celeste
nessuna offerta strozzata
o principesca
e i sussurri assordanti di un tempo
sono ora ridotti a un bisbiglio
un miagolio di gatto cencioso
che pare si senta
talvolta nel vento.

Lo sguardo famelico o avverso
brilla ancora di luce perversa
sfrigola in pastoie di paranoia
dove tutto il beffardo s’accende
come una fiamma bluastra di gelo
a cui corrisponde l’inverno innevato
di un ghiacciaio perenne
o brillio incandescente
di cometa.

Intanto
tra le membrane dell’amnio
rotola il nuovo
sbuca come coniglio dal cilindro
il nascituro.

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“Dintorni natalizi” di Andrea Zanzotto

25 mercoledì Dic 2024

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Poesie, RICORRENZE

≈ 2 commenti

Tag

Andrea Zanzotto, disegno, Loredana Semantica, Natale, POESIA

disegno di Loredana Semantica

Natale, bambino   o ragnetto   o pennino
che fa radure limpide dovunque
e scompare e scomparendo appare
        come candore e blu
        delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti   e più
Bambino   e vuoto   e campanelle   e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina del meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
        Natali così lontani
        da bloccarci occhi e mani
        come dentro fatate inesistenze
        dateci ancora di succhiare
        degli infantili geli le inobliate essenze

Andrea Zanzotto

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Poesia sabbatica: -8-

21 sabato Dic 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Variazioni su un dolore solo

 

8

 

 

da che ho cominciato a scendere

niente mi ha più fermato,

 

a poco a poco

nessuna voce,

le facce

più sbiadite,

a volte un biglietto,

una lettera da lontano,

un ticchettio di passi

su e giù da un altro piano

 

pareti in ogni stanza,

il vuoto alle finestre,

un buco d’alveare,

 

da che ho iniziato a scendere,

non so più dove mi trovo,

se tunnel, galleria,

o un inferno bianco

come se fosse neve,

silenzio sterminato,

la fine del mondo,

la terra senza nessuno

 

o forse soltanto io

senza più un posto dove restare.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

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