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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Monumento al mare: Edmond Gore Alexander Holmes

27 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Edmond Gore Alexander Holmes, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)

NOTTE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie
Nelle morbide profondità insondabili del cielo:
In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono
Le infinite distese degli abissi,—
Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare,
E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti
Col maestoso ondeggiare del mare.
Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso,
Nelle nere acque d’una baia senza sbocco
Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge
A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve;
E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre,
E notturni gemiti d’onde imprigionate.

NIGHT

Night comes and stars their wonted vigils keep
In soft unfathomable depths of sky:
In mystic veil of shadowy darkness lie
The infinite expanses of the deep,—
Save where the silvery paths of moonlight sleep,
And rise and sink for ever dreamily
With the majestic heaving of the sea.
Night comes, and tenfold gloom where dark and steep,
Into black waters of a land-locked bay
The cliffs descend: there never tempest raves
To break the awful slumber; far below
Glimmer the foamy fringes white as snow;
And sounds of strangled thunder rise alway,
And midnight moanings of imprisoned waves.

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

26 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La quarta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

IV
Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
Sovegna vos

Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito

Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

E dopo questo nostro esilio

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Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

24 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Amén, Ester Guglielmino, Sergio Daniele Donati

 

“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizio – Antologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

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Poesia sabbatica: 1-2

22 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, I giorni dell'abbandono

 

1

io che pensavo
ti fossi nascosta
dietro la luna

(e sapessi
quanto sporgermi dal balcone
per quel poco di luce
che hai lasciato sui vetri)

anche oggi vicino alla porta
ho guardato l’angolo vuoto delle tue scarpe

(ma non ho sentito i tuoi passi
nemmeno il giro di chiave
e tu che scendevi le scale ad una ad una )

è rimasto il silenzio
qui
e il tuo profumo a svanire…

***

2

dove sei?

sto perduto
in questa nebbia di maggio,
non lo senti il richiamo
quanto corre sul mare
(e mi ricordo
di balene in amore
e di un grido di notte
fra l’acqua e la luna)

dove sei?

stamattina
ti ho chiamata per nome
ero sovrappensiero

(ti ho chiamata per un bacio
un bacio soltanto
e tu già non c’eri)
semmai poi tornassi
ti ho lasciato sul muro
un disegno col rosso

come il sangue che perdo
dal mio cuore di adesso.

Francesco Palmieri

(dalla plaquette inedita “I giorni dell’abbandono”)

 

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Venerdì dispari

21 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Impermanere

Impermanere

Il giorno mi dice piccole cose
si fermano sulla retina indugiando e fuggono
piccole parole inudibili scritte perchè io legga.

Il mare in tempesta e l’onda orlata di spuma
una famiglia di nuvole con il vento in poppa.
C’è del buono perfino in una domenica
che passa sotto il sole senza fretta.

Quello che non succede mi è indispensabile
quello che accade destinato a non durare.
Così è il sorriso della bambina che gioca con la sabbia
così è l’impronta impermanente della risacca.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

19 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La terza strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

III
Là dalla prima rampa della seconda scala
Mi volsi e vidi in basso
La stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto la nebbia nell’aria fetida
In lotta col demonio delle scale
Dall’ingannevole volto della speranza e della disperazione.
Alla seconda rampa della seconda scala
Li lasciai avvinghiati, volti in basso;
Non v’erano più volti e la scala era oscura,
Scheggiata ed umida, come la bocca guasta
E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo.
Là sulla prima rampa della terza scala
Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo
Come quello di un fico e al di là
Del biancospino in fìore e della scena agreste
Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro
Affascinava il maggio con un flauto antico.
Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca,
Lillà e chiome brune;
Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala,
Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione
La forza sale sulla terza scala.
Signore, non son degno
Signore, non son degno
ma di’ una sola parola.

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Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024. Nota di lettura di Deborah Mega

17 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Emilio Paolo Taormina, Il tempo lungo

 

 

Da molto tempo è nota la vocazione poetica di Emilio Paolo Taormina, apprezzatissimo poeta e scrittore siciliano dei nostri anni. L’ultima sua raccolta, “Il tempo lungo” è stata edita a ottobre 2024 da Ladolfi Editore ed è permeata da due sentimenti prevalenti: l’amore che domina i rapporti interpersonali e con la natura che circonda il poeta e il sentimento del tempo che passa. La raccolta è costituita da un nutrito numero di componimenti e frammenti che per la loro organicità, compattezza, omogeneità di toni e temi, si presentano come un unitario poema d’amore. Poesia crepuscolare, ricca di metafore e personificazioni, poesia della memoria, dove si alternano dialoghi immaginari con l’amata, monologhi interiori, flussi di coscienza. La lezione è quella dei poeti decadenti, di Machado, Salinas e altri grandi del Novecento. Come scriveva Machado “L’amata non viene all’incontro; è l’assenza. Non fa compagnia; è quello che non si ha e si aspetta invano”. E nel caso di Taormina, si ricorda; la mancanza dell’amore diviene presenza tangibile e costante. Le pause di silenzio tra un componimento e un altro rivestono la loro importanza dal momento che i testi appaiono indipendenti tuttavia concatenati. Accanto a mutamenti di stagioni, scorci del paesaggio siciliano con limoni, zagare, ulivi, arance, mandorle, gelsomini, gerani, melagrane, menta, oleandri, ginestre, si delinea il segno di un intimismo lirico, frutto di un sentimento di nostalgia che riconduce ai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. La città con i suoi vicoli, le sue strade, le statue, le fontane, le piazze diventano oggetti familiari, liberati dalla loro staticità per diventare simboli e allegorie della “solitudine” interiore del poeta: gli scenari esterni, infatti, alimentano il dialogo di Taormina con la realtà e gli consentono di approfondire la conoscenza di sé. La tendenza alla riflessione e la semplicità lessicale permettono un graduale processo di interiorizzazione operando allo stesso tempo una fusione del sentimento del tempo con il paesaggio. L’amore sfugge e ritorna, come la natura, come le onde del mare. Il poeta, segnato nel fisico dal tempo che passa, resta giovane nei ricordi, è un bambino che gioca ancora col mondo, infila ancora il filo “nella cruna del verso”.

Deborah Mega

 

 

sono un bambino

affacciato agli occhi

di un vecchio

per giocare col mondo

 

a gennaio

basta un giorno di sole

e il limone fiorisce

era quel raro profumo di zagare

che volevo regalarti in un verso

 

talvolta nella solitudine

davanti a me

viene a sedere

una donna di sabbia

che le onde del tempo

non hanno sgretolato

 

la pioggia è una bambina

che corre a piedi nudi

cigola la porta del vento

la stanza ha pareti di nuvole

le lancette del pendolo

mi cuciono con ago e cotone

tutto è fermo

una sabbia impalpabile

come il tempo copre ogni cosa

 

ci conoscemmo di sfuggita

nel cortile del ginnasio

t’incontrai che gettonavi

“only you”

mi fermai con te

con “passion flowers”

e “diana”

eri abbronzata

passeggiammo per

corso vittorio con un cono

di cioccolata e nocciola

il frastuono del traffico

aveva un ritmo di cha cha cha

le colombe nel tramonto

erano d’oro

per molti giorni

come un malato

di notte alla finestra

cercai i tuoi occhi

in un cielo blu reale

non t’incontrai

né al jukebox né sulla spiaggia

a luglio la luna

è una lampada immensa

le falene e gli amori

girandovi intorno

si bruciano le ali

 

sei la parola che non riesco

a scrivere

il seme portato dal vento

germogliato dentro di me

le tue radici

prendono linfa nelle mie vene

ti porto con me

 

andrò a samarcanda

a comprare

un tappeto volante

voglio tornare bambino

sdraiato sotto l’azzurro

sentire sulla mia pelle

l’erba crescere come piume

volare sui tetti

ritrovarmi nella sala

di un cinema

accanto alla nonna

guardare sullo schermo

come dentro uno specchio

il ladro di bagdad

 

ci sei

sento la tua musica

i tuoi occhi verdi

mi scrutano dalla superficie

del torrente

basta solo un raggio di sole

e tu mi appari

in forma di verso

 

tutta la notte il ragno

dell’insonnia

a tessere la tela

della tua assenza

 

sei passata

come un giorno di festa

al crepuscolo

è rimasta la tristezza

di un treno che parte

 

non sei vecchio

se riesci ad infilare

il filo

nella cruna del verso

 

Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Emilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938. Sue opere sono state tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, polacco. Ha pubblicato molti libri di poesia e sei romanzi, tra cui Archipiélago, ed. Plaza & Janés, con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale. Barcellona 2002, La stanza sul canale, Palermo 2005, Lo sposalizio del tempo, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2011, Le regole della rosa, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014, La cengia del corvo, edizioni del foglio clandestino, 2016 e con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale, ed. peccata minuta, Barcellona 2016 e con testo a fronte in armeno di Hiacob Symonian, Erevan, 2016, Cronache da una stanza, ed. l’arciere del dissenso, 2017, Palermo, Gelsi neri, ed. la linea dell’equatore, 2018, Parnassius apollo, ed. l’arciere del dissenso, 2018, Il giardino dell’elleboro, ed. la linea dell’equatore di Fabrizio Orlandi, 2019, nel 2020 Il sorriso del tulipano, nel 2021 Ore piccole e nel 2023 Poesie scritte all’aria aperta (tutte e tre con Giuliano Ladolfi). Dopo Il fonografo a colori del 1970 ed. Siculiana, Palermo, ha pubblicato molti quaderni e libri con il logo l’arciere del dissenso e la Forum quinta generazione di Giampaolo Piccari. Da cinquanta anni non partecipa a premi letterari. In prosa ha pubblicato: Elvira des Palmes, Palermo 1991 (ristampa Giuliano Ladolfi, 2022), La pioggia di agosto, Marina di Patti, 1993, Il giusto peso dell’anima, Palermo, 1999, Inchiostro, Sesto San Giovanni. 2011, Passeggiata notturna, ed. l’arciere del dissenso.
emiliopaolo@taormina-bendrien.it

 

 

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Poesia sabbatica: 155 e 157 “Scherzo”

15 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

-155-

ed io e te
saremo una carne sola
ci fu detto
e noi fummo felici,
io sangue del tuo sangue
tu sangue del mio sangue,
tu l’occhio destro
io l’occhio sinistro
e orecchie di una sola testa
gambe e braccia di un solo tronco

sarete una carne sola
ci fu detto
e noi fummo felici

ma fu allora un dio
(o chi per lui)
che disse una bugia.

 ***

 

-157-    Scherzo

oggi avrei voluto scrivere una poesia d’amore,
di quelle dove c’è qualcuno che dice ti amo
e qualcun altro risponde ti amo,
una poesia con i fuochi d’artificio
e un cupido dalle frecce d’oro
che mai sbagliano il bersaglio,
mai spaccano il cuore o lo fanno a pezzi,
una poesia coi fiori in ogni parola
ed ogni fiore una parola,
sì, una poesia solo per te, solo io e te,
ma quando ho scritto ti amo
tu non hai risposto ti amo
ed è così che non l’ho scritta più.

Francesco  Palmieri

(dalla raccolta riveduta e corretta “Solo parole d’amore” inedita)

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Venerdì dispari

14 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Il migliore dei mondi

Il migliore dei mondi

C’è questo mondo migliore
che vorremmo come si vuole un pane.
Si va dal panaio chiedendo
la parte di pane che si spezza
ogni giorno per noi
e al banco non si sa proprio come dirlo.
Che il grano non è stato raccolto
e in parte è arrivato bruciato
e ci sono parti di mondo
che non sono venute bene al forno.
Che il migliore dei mondi
non è stato sfornato da tempo.
Che le mani non sono più infarinate
come quando ti porgono il frutto caldo
del lavoro migliore che hanno.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Amos Russel Wells

13 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Amos Russel Wells, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Amos Russel Wells (1862-1933), americano (foto web)

LA COPPA DELL’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Cosa contiene la coppa dell’oceano?
Gloria di porpora e scintillio d’oro;
I più teneri verdi e il blu del cielo,
Colpiti dalla luce del sole in tutto e per tutto;
Increspature che vagano oziosamente.
Frangenti che cadono con schiuma galante;
Sabbie e ciottoli che si rincorrono e scivolano;
Correnti mistiche che scorrono dolcemente;
Potente incantesimo dei tempi antichi,
Questo contiene la coppa dell’oceano.

Che cosa sente la coppa dell’oceano
Alle labbra della gente di terra d’ogni luogo?
Il respiro minaccioso e spettrale del pericolo,
le forme martoriate d’una morte atroce;
Ululanti tempeste e nevischio pungente,
lo schianto dei terribili piedi dei destrieri marini;
Navi che tremano per l’urto spaventoso,
Angoscia ammucchiata a una roccia selvaggia;
Perdita, tumulto e insidia fatale,
Questo fa il calice dell’oceano.

Guardate bene la coppa dell’oceano,
Voi che volentieri sorbite bellezza.
Soffermatevi a lungo sull’infido bordo,
Guardatevi dentro ogni volta vi curvate e bevete.

*

THE CUP OF OCEAN

What does the cup of ocean hold?
Glory of purple and glint of gold;
Tenderest greens and heavenly blue,
Shot with the sunlight through and through;
Wayward ripples that idly roam.
Tumbling breakers with gallant foam;
Sands and pebbles that chase and slide;
Mystic currents that softly glide;
Mighty spell of the ages old,
This does the cup of ocean hold.

What does the cup of ocean hear
To the lips of land folk everywhere?
Danger’s ominous, ghostly breath,
Battered forms of an awful death;
Howling tempests and bitter sleet,
Crash of the sea steeds’ terrible feet;
Ships a-quiver with fearful shock,
Anguish heaped on a savage rock;
Loss and turmoil and fatal snare,
This does the cup of ocean bear.

Look ye well to the ocean’s cup,
Ye who gladly on beauty sup.
Tarry long at the treacherous brink,
Gaze within e’er ye bend and drink.
 

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

12 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La seconda strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

II
Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro
Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse
Vivranno queste ossa? vivranno
Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo
Per la bontà di questa Signora
E, per la sua grazia, e perché
Ella onora la Vergine in meditazione
, Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
Qui dismembrato offro all’oblìo le mie gesta, e il mio amore
Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E’ questo che ristora
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste
Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste.
Che la bianchezza dell’ossa espii fino all’oblìo.
In esse non c’è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere
Dimenticato, così vorrei dimenticare
Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solo perché
Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo

Signora dei silenzi
Quieta e affranta
Consunta e più integra
Rosa della memoria
Rosa della dimenticanza
Esausta e feconda
Tormentata che doni riposo
La Rosa unica
Ora è il giardino
Dove ogni amore finisce
Terminato il tormento
Dell’amore insoddisfatto
Più grande tormento
Dell’amore soddisfatto
Fine dell’ínfinito
Viaggio verso il nulla
Conclusione di tutto ciò
Che non può essere concluso
Linguaggio senza parola
E parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l’amore finisce.

Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra,
Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,
Dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite
Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
Spartirete. E né divisione né unione
Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.

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Bellezza nel mirino: Progetto Ragna-tele

11 martedì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, POESIA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

Tag

Bellezza nel mirino, Miriam Bruni

Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative

Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta:
“La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare.
Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.
Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi.
Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”

PROGETTO RAGNA-TELE

di Miriam Bruni

Il ragno per me ha una forte valenza simbolica.
Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….

Tra visibilità e invisibilità

Tra operosità e silenzio

Il ragno lavora,
e vive, cattura,
se ti chini lo scorgi
alla giusta angolatura.
Ci passi anche tu
sulla via delle fagiane
e levi una preghiera
alle nuvole lontane.
Ti aggrappi alle spighe
come fossero ringhiere:
hanno forza dorata
pur sottili e leggere.

Ode al ragno

Hai filato nel buio senza ansie né plausi.
Ora è nel tuo scrigno aperto
che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.

Perle mirabili per fattura e splendore
che ricordano ai terrestri
a chi devono la vita: acqua e sole.

                                                         Galleria fotografica
connessioni precarie
fiore o baco
geometrie et finesse
metafisico
parasole inefficace
resilienza
sottobosco
un lavoro ammirevole
ventaglio artigianale



Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia.
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:

  • Cristalli, 2011
  • Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
  • Credere nell’attesa, 2017
  • Così, 2018
  • Falesìa, 2019
  • Concentrati sul cromosoma celeste,2022
  • Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
  • Cuanto cuesta vivir, 2022.

Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli.
Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.

È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche.
Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.

Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.

Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:

https://miriambruni.blogspot.com/

Contatti:
miribruni79@gmail.com
fotoquadri.mirystyle@gmail.com

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5 poesie inedite di Marcello Buttazzo

10 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Inediti, Marcello Buttazzo

E poi

a chi darla

la vita

se il tempo langue,

se il giorno piange

lacrime di noia!

A chi dedicare la gioia

se il corpo e lo spirito

sanguinano di continuo

tutte le ferite del mondo.

Non voglio più sostare

nelle stazioni inconcludenti

del ricordo.

Non voglio più bere

nettare divino

dai tuoi seni

se il sogno

ha le ali spezzate

come le elitre

d’un insetto immondo.

La vita,

lo sai,

è lampo

foglia caduca caduta

infinitesimo istante.

Va traversata

con lo sguardo desto aguzzo,

la vita.

Va amata

irreversibilmente

vivendo.

*

Vorrei guardare

nel rosso

del primo papavero di maggio

per scoprire

un’anima di furore.

Furtivo il mio amore

per te

che sai far fiorire di colpo

tutti i giardini di paese.

D’impeto

t’accolgo fra le mani

per bere fresca

la tua acqua di fonte.

Clandestino il tempo

che solo tu sai consolare,

le ferite

piano piano sai ricucire.

Ti vorrei vedere

nell’esitante albore di gennaio,

che gialleggi il sole.

Il rosa del tuo viso

è il più vivace colore

che misura le ore.

E accende

questa perenne insaziata sete

di te.

*

M’incanti

come canto,

m’incateni

come un’idea,

mi danzi addosso

come odalisca d’amore.

Voli e voli

nel tuo cielo,

corri e corri

su una terra

di sanguigne visioni.

Il tuo pensiero

è una morbida coperta

di piume.

E la malia

sei tu.

Sei sorgente

d’acqua chiara.

Sei quel che resta

e non passa.

Sei la vita

che mi basta.

Sei il risveglio

del giorno.

*

Come lampo

ritorna il nuovo giorno,

riapre la ferita

l’ancestrale dolore

che ci appartiene.

Come sogno,

ritorni tu.

Le tue carezzevoli parole

sono una mantiglia

di rosso

di rosso vivo

che m’avvolge.

Di là del frastorno,

di là del rumore

e dell’ineludibile fragore

di questo triste tempo,

mi giunge

l’eco della tua voce,

che è canto,

attesa elegia,

madrigale d’amore.

Arrivi tu

e sconvolgi

le ore,

fai del momento

uno sciabordio di onde,

uno scompiglio di passione.

*

Vorrei vederti,

rosa arresa

nei tuoi rosai.

Vorrei vederti

nel tuo verziere

che cogli il fiore

più agognato del mondo.

C’è un dolore antico

che batte e ribatte

e non passa,

c’è un fiato spento

che non aleggia più,

mi percuote e mi squassa.

Ecco perché

vorrei vedere solo te

e i tuoi occhi

che scrutano

gli orizzonti lontani.

Vorrei vederti

tinteggiata di sole

che infiammi le aurore.

Tu,

paradiso e fervore

d’un nuovo

inaspettato autunno.

 

Marcello Buttazzo

 

Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle”(I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). La sua ultima raccolta di versi “Ti seguii per le rotte” è stata pubblicata nel 2024, per I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.

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Poesia sabbatica: “24”

08 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

-24-

 

lo vedo come il tempo mi sfigura

come costringe l’ottobre intorno agli occhi

(e quante mattine

a spazzare foglie sulla porta)

 

lo vedo il nero all’orizzonte

le nuvole raccolte sul confine

la pioggia che verrà e il temporale

 

(per noi

che un tempo siamo stati

divinità di terra

papaveri scoppiati

in mezzo a grano ed erbe

carni in amore e fiamme

e baci baci e baci 

il grido alto a un cielo

azzurro che si apriva)

 

 

lo vedo il tempo come mi sfigura

come sulla faccia cresce

la maschera appassita

di un tempo che detesto.

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Biografie” Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

07 venerdì Mar 2025

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Tag

Francesco Tontoli, L'orologio

L’orologio

C’è un orologio dell’apocalisse
da ricaricare ogni mattina
simbolico e arcano si vede da lontano
sul campanile che ci governa il sonno.

Fa girare i secondi dimenticando le piccole
ore e i minutissimi granelli di vita
che scorrono e si consumano
facendo deserto e giardino sotto i nostri piedi.

Alcuni scienziati di chiara fama
lubrificano lancette e ruote dentate
si sforzano di meritarsi il Nobel
in pagnotte di pane che hanno ricevuto
per questo lavoro infame.

La sveglia con il sole alto
l’attesa di una notte
il ricordo di quando giravo per casa

e prima di andare a letto
rimboccavo con la coperta
il sonno dei miei figli.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

05 mercoledì Mar 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA, SINE LIMINE

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La prima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo

Perch’i’ non spero più di ritornare
Perch’i’ non spero
Perch’i’ non spero più di ritornare
Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo
Non posso più sforzarmi di raggiungere
Simili cose (perché l’aquila antica
Dovrebbe spalancare le sue ali?)
Perché dovrei rimpiangere
La svanita potenza del regno consueto?

Poi
che non spero più di conoscere
La gloria incerta dell’ora positiva
Poi che non penso più
Poi che ormai so di non poter conoscere
L’unica vera potenza transitoria
Poi che non posso bere
Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c’è più nulla

Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo
E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio
E che ciò che è reale lo è solo per un tempo
E per un solo spazio
Godo che quelle cose siano come sono
E rinuncio a quel viso benedetto
E rinuncio alla voce
Poi che non posso sperare di tornare ancora
Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa
Di cui allietarmi

E prego Dio che abbia pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste cose che troppo
Discuto con me stesso e troppo spiego
Poi che non spero più di ritornare
Queste parole possano rispondere
Di ciò che è fatto e non si farà più
Verso di noi il giudizio non sia troppo severo

E poi che queste ali più non sono ali
Atte a volare ma soltanto piume
Che battono nell’aria
L’aria che ora è limitata e secca
Più limitata e secca della volontà
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti.

Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte.

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Tra ironia e disincanto: “Barracuda”

04 martedì Mar 2025

Posted by maria allo in Note critiche e note di lettura

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Tag

Loredana Semantica, Maria Allo

“Barracuda”

di Loredana Semantica

Terra d’ulivi edizioni, 2024

Nota critica di Maria Allo

“Ecco uno spaccato del mondo

 osceno fino al disgusto

 che nessuna poesia sensazionalista

 può oltrepassare in verità

questo il mare di melma

 che ci sommerge

 che ci affonderà.

(Pag.89)

Barracuda, la raccolta poetica di Loredana Semantica, recentemente edita da Terra d’Ulivi e corredata dalle sue illustrazioni, arricchisce l’esperienza di lettura con un mix di emozioni e suggestioni, anche dal punto di vista visivo. Il criterio che investe la produzione “civile” di Barracuda è il grado di autenticità della sua comprensione del reale, basata sull’identificazione della conoscenza poetica con l’esperienza personale nella stessa misura in cui l’autrice se ne distacca e lo distanzia in una dimensione prettamente artistica:” Io non scrivo per rompere il silenzio/ ma per proclamarlo. / Dicono che si scriva/ per non imbracciare un fucile/ e sparare. / Io sparerei a volte/ non a ladri assassini e stupratori/ folli balordi e disonesti/ ma alle persone normali/ tutte prese dalla loro normalità/ di esseri superiori. / Poi contemplandoli da questa rocca/ girerei il fucile/ e mi sparerei in bocca (pag. 40). Il testo, collocato nella terza sezione Un sillabario di passiflore, contiene un’esplicita dichiarazione di poetica, seguita da una riflessione sulla funzione della poesia di illuminare la realtà nella sua interezza, ponendosi come limpida chiarificazione del confuso caos dell’esistenza e delle sue contraddizioni. In Barracuda la fisicità della parola fa spazio al pulsare delle sensazioni, all’evidenza del corpo, ai tratteggi nitidi che incidono sul foglio un cromatismo intenso e diretto: “Essere infido informe infame/ ti osserva l’occhio enorme/che tutto vede” (pag. 80). Di fronte a questa negatività, che presenta molte affinità con la desolata Terra di Eliot, l’autrice si scaglia contro chi predica bene ma agisce male: “… Intanto il potere si arroga ogni diritto/ dilaga e gonfia tronfio il proprio petto/ riempie il portafoglio di sbruffoni” (pag. 37). Con lucidità e disincanto, si fa carico di proteggere un margine di libertà per l’umanità, affermando che “Solo un fiore placa il terrore” (pag.98), e che “Diremo poi all’altare dell’Unicità/ noi almeno abbiamo vissuto/ coi santi dei valori morali/ occidentali o musulmani/ fin dentro la terra/ liberi e umani” (pag. 98). Tuttavia, l’evento salvifico viene solo sfiorato e subito svanisce, rendendo la sconfitta ancora più amara. Così, l’occhio della poeta continua la sua indagine sulla condizione umana con la meticolosità di uno strumento scientifico, consapevole di saper distinguere tra il male subito e quello inflitto dall’uomo. Al contempo, avverte l’urgenza di opporsi a questa realtà, con l’idea implicita di un nuovo impegno intellettuale, finalizzato a creare una cultura in grado di avere un impatto concreto sulla società e di trasformare il mondo: “…c’è bisogno di un pensiero nuovo/ rigenerante universale”(pag.124) o “torniamo indietro/alla radice degli anni scorsi/ alla fonte dell’acqua/ che bagna la terra/ all’essenziale del tempo/ e ne facciamo vangelo/ dei prossimi anni/da vivere stretti alla luce/dei nostri occhi”(pag.125). Questo approccio mira a eliminare l’ingiustizia sociale, come sosteneva Vittorini, non limitandosi a offrire conforto di fronte alle sofferenze, ma cercando di proteggerci da esse, combattendole e sradicandole e a questo controllo vigile sembra richiamare anche la poesia della Semantica. Nelle sei sezioni infatti in cui è articolata Barracuda, l’autrice, per esprimere la sua poesia di impegno civile, affronta diversi temi, con un focus particolare sulla condizione femminile: “La vita sferra i suoi calci/con potenza inaudita travolge/ senza avvertenza l’essere e la grazia/l’archetipo di genere/ la minuzia dell’iperbole “(pag.31) e richiama alla mente le stragi dei bambini e le migrazioni, lasciando intravedere una rappresentazione terribile del mondo contemporaneo, responsabile della perdita della memoria storica e individuale, della capacità critica, dei valori più alti con una riflessione, che è anche un atto d’accusa: “Ci accendiamo per l’inutilità/ e intanto si consuma un olocausto/filtrato tra mezze verità/ consegnato vergognosamente/alla storia” (pag.68). L’autrice, dimostrando una notevole concretezza nell’affrontare la realtà, smaschera anche le illusioni intellettualistiche, che si rivelano essere semplici inganni privi di sostanza. E la poesia non è esente da questa analisi; ha infatti imparato a prendersi gioco di se stessa e della sua arte, in un contesto sociale segnato dalla indifferenza e dalla superficialità: “La vita è una musica/ triste che apre le braccia/ senza volare “(pag.45), o “che volete voi tutti/ siamo inesistenza reciproca/ un sillabario di passiflore” (pag.63). La vita non è un percorso sereno, ma una battaglia che ciascuno affronta quotidianamente, spesso in solitudine. L’autrice sembra indicare che la coerenza con cui si affronta questa sfida è legata alla consapevolezza che se ne ha. Allo stesso modo, il linguaggio prende vita dalla pagina bianca, come se emergesse da un silenzio profondo, attraverso immagini di intensa espressività: “Io so il silenzio fossile dei barracuda/ attestati sui balconi di cartapesta” .In questo scenario, il titolo della raccolta acquista un significato emblematico.

Maria Allo

Da Barracuda (Terra D’Ulivi Edizioni 2024):

Crederò per un attimo

 d’essere qualcosa

 di diverso da un nulla perfetto

 incastonato nello specchio

 tra il nessuno e il niente

 Guarderò l’altro negli occhi

senza un briciolo d’ossequio

 passerà sulla fronte irridente

 l’ombra del riscatto nel canto

 modulato acuto incontenibile

 sazio di vendetta sdegnato

 sdegnoso infastidito acre

 gonfio di rivolta.

(Pag.58)

*

Per i bambini annegati Signore

 per tutti i bambini annegati

 bruciati strappati spezzati

 per tutti i bambini sgozzati

 per tutti tutti i bambini

 coi loro teneri piedi e pancini

 ti prego Signore.

 Per i bambini che muoiono

 Signore

 mentre non sanno di morire

 per tutti i bambini che muoiono

 ti prego Signore

 rimpastali di nuovo dal fango

 riportali integri al mondo

 con occhi nuovi e felici

 di angeli nel paradiso

 angeli siano nel paradiso

 di una storia migliore.

 Pag.77

*

C’è un qualcosa che scorna

 sbattendo sui muri d’amianto

 e nel sorriso insolente di chi

 ha centrato il bersaglio c’è

 la perdita dell’etica trame e tragedia

 il luogo altolocato dei complotti

 e ben prima di adesso

 molto prima di qui

 la perdita del sacro.

 Brandisce le armi una guerra

cola scempio dovunque

 conduce un assalto un affondo

 nell’aria mitraglia

c’è un coltello che taglia

la violenza che grida

un mare per tomba

 una bomba.

 Piangete la domanda ora

 e il messaggio piangete

le madri col velo sulla bocca

nere fosse negli occhi

formate un bavaglio e scalciate  

fiorite di buono

abbiate stelle tra le mani

non più per l’uomo o la donna

lavorate il profondo

salvate la pelle

ai bambini

(pag.78)

LOREDANA SEMANTICA

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Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Eretica edizioni, 2024.

03 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Tag

I cani nel cervello, Nicola Barbato

 

 

Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.

 

*

Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.
Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.

 

*

Dalla sezione ‘Urlo’

Ho visto le anime più belle della mia generazione
divenire squarci nel cielo, miracolosi
come la giustizia sociale,
come un bimbo che nasce senza piangere.
Ho visto i capolavori del creato farsi triturare le vertebre,
i crack delle loro ossa come inni rivoluzionari.
Da quelle fratture,
vanno le farfalle ad adagiarsi sul pelo dell’acqua,
dove restano;
insieme, le farfalle scrivono un manifesto,
un solo punto nel loro programma:
aspettare ventiquattrore,
poi chiacchiere da bar.

 

*

 

È ferragosto.

Là fuori danno fuoco a delle cose:
un amen e le mani vanno al centro
accolgono il gioco, i talismani e tutto
il resto. Qualcuno ha pianto per dare
sapore al riso freddo, altri si toccano i culi
e ridono di gusto e fumano a cerchio.

Dicono che là si scriva la storia o qualcosa
che le somiglia come una barzelletta, uno scherzo.
Con una mano sopra al cuore
dicono che una stella sia caduta là nel mare:
fa ridere che ora una stella conosca il mare
del piscio, dei liquami tossici e di ciò che resta
di chi ha fatto l’amore vicino alle boe e lì è venuto
per dare traccia di un orizzonte che è già altrove.

Qualcun altro a riva ha lo sguardo in alto
come un bambino che vede lontane le brioches:
spera che una stella si avvicini ai suoi piedi
e gli faccia il solletico.

 

Dalla sezione “Siamo tra amici”

*

Siamo il varco sulla lingua,
la fenditura del segno: ho i cani
nel cervello, la festa è cominciata.
Siamo tra amici: Mattia è come dire
c i o c c o l a t o, è un angelo bambinone
con le carie per le stelle, spelacchiato.
Dario è il detto popolare,
un giullare per le strade.
Bruno è l’un due tre del gesto,
è il vuoto nella maschera,
un modo di mangiare,
il movimento alla radice.

 

*

 

Se ne vanno di notte.
Fanno attenzione all’ultima borsa,

un gettone nella tasca
da comprarci una mappa
dai gatti con la botteguccia nel villaggio.
Compiamo un anno.
Forse è vero che siamo gli idioti da indicare,
quelli da farci le pernacchie, da fargli battere
le manine.
Forse è vero che il sole
è un supersantos che scotta.
Mi dici scappiamo, scappiamo
ma non puoi cambiare casa
se non hai qualcosa da portarci,
ma non puoi cambiare casa
se casa non l’hai avuta mai,
se l’occlusiva e la vocale
centrale restano incompiute
come la fricativa alveolare sorda
come il suono delle zanzare
che qui no non le abbiamo mai viste:
a casa non c’è più sangue da mangiare.

L’ultimo gettone nelle tasche
lo useremo per le giostre.

Dalla sezione “Los perros romànticos”

*

 

Un po’ di sale in giro
nella città che non conosci
ancora: è uno sguardo sbieco
che aspetti, e aspetti
chi ti dica il nome del mondo,
del mondo che viene,
che viene con un nome
che fa ridere
come il solletico alle ascelle.
In un giro largo noti
ciò che non c’è: ciò che non c’è
lo appunti su fogli bianchi bianchi,
è un punto, tu, è un punto
che tace, che capovolgi, che stringi
nelle tue cosce normali, e una faccia
niente male.

Marameo, dirai, marameo, dirò:
il vino lo bevi da un prezzo in su,
LA TUA COLLANA DI PERLE LA VENDERÒ
PER LA DROGA. Ascoltami, mi dici.
Ascolta ciò che non ti dico, ti dico
e ti dico: bagna il biscotto, sono il latte che bevi
al mattino, sono il sole che ti fa caldo,
il respiro dell’orgasmo – ora è un altro giorno.
C’è da piegare le lenzuola, fare il caffè,
studiare un po’. I tuoi occhi
nel portafoglio e un bacio sulla guancia
dato al compleanno, mi pare, tuo –
perché ho il vestito buono come a Capodanno.
Sei il regalo a mezzanotte e mezza,
l’orologio che scocca sempre un po’ più in là,
un po’ più in là – un po’ più in là
ti chiamerò per nome –
ti convoco qui – ora – ma qui e ora
e un po’ più in là
c’è il tuo nome e io non so dirti
e fa male come quando sbagliano i congiuntivi.

*

 

Portarti alla bocca
come il biscotto alla bocca del cane.

Lasciarti la spalla come cuccia.

Andremo a rubare la frutta
nei campi e scapperemo e scapperemo.

Forse, ci accopperanno. Ci troveranno
con le mani dolci e i polsi sui polsi.

Batto batti.

Siamo due segni diversi, due porte
di frontiera. Piangi e il nove si ribalta.

Una formula senza soluzione.

*

Ci mordicchiamo le code,
uno alla volta, ci annusiamo
il culo, capita di trovarsi la carne
sotto alle unghie.
Le nostre schiene ora
sono mappe del tesoro.

Hai sonno. Scaviamo una cuccia.

Dalla sezione “I miei cani (Fuffy, Max e Fanny)”

*

Non riesco più a dire niente di buono.
I cani nel mio cervello abbaiano
e risolvono.

 

*

 

Voglio un cervello
nuovo. Nell’altro
ci cacano i cani.

 

Testi tratti da Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Prefazione di Mattia Tarantino, Eretica edizioni, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Nicola Barbato (Aversa, 1996) è laureato in filologia moderna all’Università di Napoli Federico II. Attore e drammaturgo, fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia e del collettivo Diverbio. È stato finalista nazionale del campionato di Poetry Slam (LIPS) per due anni consecutivi (2023-2024). Alcuni suoi versi sono apparsi su riviste italiane e internazionali.

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Poesia sabbatica: -50-

01 sabato Mar 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Variazioni su un dolore solo

 

50

 

chiedo scusa a te,

e a te,

e a chi mi pensa e crede

sia meno vuoto il mondo,

la vita un po’ più colma,

 

ma troppo peso

troppo peso

 

il cuore è fitto d’ombra,

l’anima in agonia,

 

vado

 

il mio paese non è di questa terra

né di un’altra terra

 

e chiedo perdono

a chi si sentirà più solo

a chi starà perduto

 

ma troppo peso, troppo,

 

bisogna che io cali le mie pietre,

che io diventi cumulo, sepolcro

 

senza nome, nessuna memoria,

neanche una croce e nemmeno un fiore.

  

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

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Venerdì dispari

28 venerdì Feb 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli

La voce corre di notte

attraversa il corpo disteso

produce un’elettricità lieve

a volte si accuccia in un angolo.

Voi tutti la sentite vagare

noi invece la scriviamo

non abbiamo altro da fare.

Siamo in pochi affamati che osano

trascrivere i testi in versetti

questi richiami d’oltrefrontiera

per tradurre in parola formule confuse.

Trasformiamo la materia in concetti

diamo retta ai filosofi piuttosto che

ai medici dell’anima.

Non abbiamo cure certe per queste malattie

e il farmaco rimane una scrittura

con molti ripensamenti.

Passiamo le notti come si passano i ponti

e dopo i ponti le voci nella nebbia

un’oscurità con palpiti di luce.

E non sappiamo se è il frutto

di un lampione sotto casa che pulsa

o l’apertura di una qualche porta segreta

malamente socchiusa.

 

Francesco Tontoli

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