Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1470-75. Tempera su tavola, National Gallery (Londra).
Presepe (personaggi e interpreti)
Il pastore Pasquale,
pecora in spalla,
albanese kosovaro,
nel suo morbido riccio
sguardo dritto al pagliericcio,
tutto ispirato
stava in vetrina
accanto a un remagio suo amico,
di nome Abdul
un tipo da cartolina
incipriato e dorato
con mantello di broccato ricamato.
Essendo strabico,
con l’occhio destro
adocchiava un angelo ucraino
che esibiva un cartiglio in modo maldestro
con su scritto:
“GLORIA, puntini puntini.”
Pasquale pensava che il nome dell’angelo
non fosse “Gloria”,
ma Nina,
e “Nina, Nina”
sognava ,
messa in cima
a quella grotta di cartone
a corona.
E Maria
era proprio una bella Maria
con risata sonante
veniva dal Perù.
col suo bambino che faceva il menestrello
e lì davanti raccoglieva il denaro
dei clienti del grande magazzino.
Mentre Giuseppe, sapete chi era?
Giuseppe di Dakar
dormiva in piedi come un cretino
perchè faceva i turni di notte in conceria
e sapeva pure di vino,
violando almeno una mezza dozzina di tabù
con un po’ di malinconia.
E Gesù,
mio dio,
dormiva saporito,
aspettando la poppata della sera
dalla madre rumena, cassiera.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
La stanza del suicida
Certo pensate che la stanza fosse vuota. E invece c’erano tre sedie con robusti schienali. Una lampada buona contro il buio. Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali. Un Buddha sereno, un Cristo afflitto. Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda. Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?
Pensate che mancassero libri, quadri, dischi? E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere. Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.
La gioia, scintilla degli dèi. Ulisse sul ripiano nel sonno ristoratore dopo le fatiche del quinto canto. I moralisti, nomi scritti a lettere d’oro sui dorsi ben conciati. Lì accanto i politici stavano ben ritti- E quella stanza non sembrava priva di vie d’uscita, magari dalla porta, né senza prospettive, magari dalla finestra. Gli occhiali da vista erano sul davanzale. Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.
Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa. E se vi dico che non c’erano lettere – e noi, gli amici – tanti -, ci ha tutti contenuti la busta vuota appoggiata a un bicchiere.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Nave d’inverno
Non vi sono maestosi approdi a questo molo: chiatte rosse e arancioni, vescicose, sbandano incatenate alla banchina, antiquate, vistose si direbbe indistruttibili. Il mare pulsa sotto una membrana d’olio.
Un gabbiano immobile in cima alla traversa di un capanno galleggia sulla marea del vento, saldo come se fosse di legno e formale nella sua marsina di cenere, l’intero porto piatto ancorato nel disco della sua pupilla gialla.
Sopra la distesa ghiacciata di pesci un pallone sonda sorge come la luna diurna o un sigaro di latta. È una scena piatta, come una vecchia acquaforte. Stanno scaricando tre barili di granchiolini. I piloni del pontile sembrano prossimi a crollare
e con loro quello sgangherato ammasso di magazzini, bighi, ciminiere e ponti in lontananza. Tutt’intorno a noi l’acqua scivola e ciangotta nel suo sciatto dialetto, trasportando odori di merluzzo morto e catrame.
Più al largo, le onde biascicheranno blocchi di ghiaccio – brutto mese per i barboni nei parchi e innamorati. Persino le nostre ombre sono livide di freddo. Volevamo vedere sorgere il sole E ci accoglie invece questa nave rivestita di ghiaccio
Barbuta e guasta, un albatro di gelo sopravvissuta alle burrasche, ogni argano e straglio Racchiuso in una pellicola di vetro. Il sole non tarderà a ridimensionarla; ogni cima d’onda luccica come un coltello.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ANDREA RAVAZZINI
Intermittenze
Attesa a lampi,
le ossa si curvano,
un bagliore intermittente su strada,
gelo d’asfalto,
un tempo obliquo,
bruciato,
senza commiato,
senza che la stasi muti le sue sembianze,
s’alzi da terra,
declini la rotta,
non avvolga
e lasci correre le sue tracce.
01 febbraio 1997
*
Sfocature
Niente d’assorto qui giace,
incombente,
con chiaro sguardo
al sentiero
irto
dell’anima torbida,
in cui cullarsi
nello scivolar delle foglie
e nel morir del candore dei fiocchi.
14 marzo 1997
*
Spavento
Presenza gelata
che domina e tacita il fiume,
e niente spiega,
con gli artigli alla gola,
urlante.
13 gennaio 1998
*
Giorno d’autunno
Secco orto d’anima
che si squaglia ad
ogni passaggio,
ma è ciò in cui sono gettato.
Remo assorto
nell’udir lo smuoversi
di frammenti di stati
che sono
il dipinger mio di vita
e d’assenza,
il mio respiro.
05 novembre 2000
*
Resurrezione
Null’altro
che s’acquieti
desiderio tremante,
come ticchetta
questa sveglia notturna
ch’arde d’alba vivifica.
11 ottobre 2002
*
Incanalature
Piegatura
la sorte
in cui si è gettati,
come
scrutando
dal letto d’ospedale
il soffitto
silente,
scuro.
06 aprile 2003
*
Altrove
Una parentesi
di senso,
rintanata
in quell’angolo
laggiù,
d’improvviso
si scuote
e guizza,
indi
s’innalza
verso l’altrove.
Sarà maestra.
11 aprile 2020
Testi di Andrea Ravazzini, tratti da Naufragi di paesaggi interni / Frammenti, Edizioni Gruppo SIGEM, 2023.
oggi avrei voluto scrivere una poesia d’amore,
di quelle dove c’è qualcuno che dice ti amo
e qualcun altro che risponde ti amo,
una poesia con i fuochi d’artificio
e un cupido dalle frecce d’oro
che mai sbagliano il bersaglio,
mai spaccano il cuore o lo fanno a pezzi,
una poesia coi fiori in ogni parola
ed ogni fiore una parola,
sì, una poesia solo per te, solo io e te,
ma quando ho scritto ti amo
tu non hai risposto ti amo
ed è così che non l’ho scritta più.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta in via di revisione “Solo parole d’amore”)
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Luca Crastolla
Tra Otranto e Torre Sant’Emiliano
il delfino non allestisce ancora segnali
per gli occhi. Canta lontano dal Ciolo
che la falesia aspra tornerà altissima
a fare un fragore, un’estasi bianca
a ventilare sorde farine per ossidare
senza ansie d’abitato. Quanto sciame
di sentieri tenuti in ordine dalla timidezza
della volpe. Un’eternità d’altomare viene
viene e aumenta molte vele sbrigliando
annuncia minute le caviglie nostre
in coda alle colonne ioniche della formica
che ramifica fra pietre infuocate e mirti.
Importa, non importa, chiede udienza ora
superati i villaggi dei balocchi estivi
a pelo d’acqua: la privata arroganza
il pubblico mortaio. Otranto scollacciata
dal plexiglass dei winebar, dai luoghi fritti
dai souvenir internazionali, è ammonita
dalla Torre del Serpe. Sotto Sant’Emiliano
gettasti tu a terra la croce e la schiena
fino alle lacrime ti facesti feto d’argilla
rossa, aridore di stoppia. In alto erano
i fieni folli, la mistica dei rupicoli ossari
l’emporio dei venti turbinoso e verticale
Punta de lu Pepe
e fu sera alla Punta de lu Pepe e fu mattino.
E sulle soglie, alle primizie del sole
un pomario di luce levava dai Balcani.
Passammo le torri e l’arco: gli smerigli
del mare e del tempo. Affiorava litoranea
la preistoria dei fiumi nostri consegnati
al rapimento minerale, una malìa
una ‘fascinatura e per tutta l’aria poteva
oracolare: come farò a diventare antico?
Un sibilo che scavava sindoni e insenature
E tu sai come qui il sedile dello scoglio s’alluna
nel finocchietto di mare, un turbinio cimando
Note:
“come farò a diventare antico?” riprende un verso di Vittorio Bodini
Torre Sant’Emiliano
se mai ti chiedessero di un monachesimo scalzo
di un’anima ciociara, Eman tu di’ che il mattino
altrove trafilato da crini in fibra ottica
e benzodiazepine, porta nella bocca
qui torre Sant’Emiliano e cola l’oro d’oriente
sulle nostre schiene finalmente medioevali
Dì che a settembre finalmente si è smesso
di lavare i piedi alle orde dei miscredenti
Dì bene che qui, in aprile, il verde libellula in azzurri
quasi che gli speroni non siano litiche ire
geologiche ma docili pettini venuti dall’Irlanda
del nostro sonno adagiato sull’osso della terra.
Dì che qui l’Idrusa si lancia sul petto nostro
con traiettorie sfiocinate di falco che toglie
il fiato e lo aumenta. Alveo di vita, anemone a cui
ci leghiamo stringendo il cuoio ai calzari del cielo
e rovistandolo non cerchiamo annunci. Come biade
ci muove solo un arioso presentimento e il pane
di ieri lo finiamo a morsi di fame più simile alla fortuna
Per darci all’origine. Per disarginarci
Torre Minervino
nel mese di marzo l’alisso di Leuca
incanta le creste iliache delle mantagnate
con molti dardi di giallo rarissimo.
Ma siamo a settembre e più sottovoce
detta per salmi il vasto poema subacqueo
di una pianura, un lucore che annega
nel cuore fauno degli aedi. Mandrie di genti
senza aldilà l’hanno transumata iscrivendosi
alla pietra tarlata con figure elementari
del tempo e indecifrabile lusso di segni
Come a Porto Badisco e fino alle antiche
dolcezze dello scoglio di Capraia. L’alisso
affida l’organo vitale delle remote sponde
un dio silente che solo guardando ci giudica
ancora capaci di erigere piccoli altari
di massi. Ancora nativi, avventori della lentezza
Un nettare d’aria senza stradari
Note: Alisso di Leuca: si tratta di una pianta rupicola costiera che in Italia è presente solo sulle coste del Salento meridionale, dove si colloca il suo areale principale, e nelle Isole Tremiti, a San Nicola e Capraia.
È una specie antichissima ma in via di estinzione e racconta di quando una paleocosta univa il Salento alle Isole Tremiti dando origine a un’estesa pianura.
Mantagnate: strutture di pietra montate a secco per porre al riparo gli alberi esposti al vento o creare zone d’ombra. Sono molto frequenti nei terrazzamenti che nel capo di Leuca degradano in mare. La parola deriva dal salentino mantagnu: manto, riparo, ma ha una greca: mantoanèmi, riparo dal vento
Santa Maria di Leuca
Lèviche, Leuca, τα Λευκά
De Finibus Terrae. Ammettiamo
però solo lucori, luccicori, lumi
luminarie e bagliori
biancori, brilii e allucciolamenti.
Veemenze di luce solo per tornare
a Tiresia o al dominio del giglio di mare
o agli avvisi lontani di un arrotino, orafo dell’alba
Composto l’areale cinguettiamo i rapimenti
i terrazzamenti, le ripidezze, l’eterno languore
i piccoli fuochi con cui andiamo ravvivando.
Annotai che il nostro petto era una pagghiara a Novaglie
L’ho poi ripetuto per cadere in ginocchio, per cascare
in una spoglia di lupino dalle millanterie della grazia
Note:
Lèviche: è il nome da Maria di Leuca in salentino
Pagghiara: costruzione rurale realizzata con la tecnica del muro a secco tipica del Salento.
Si tratta di edifici simili ai più famosi trulli, ma a forma di tronco di cono, con pianta circolare o quadrangolari. Le costruzioni presentano di norma un’unica camera senza finestre verso l’esterno. Hanno un notevole spessore, che assicura un ambiente interno fresco anche nei mesi più caldi. Tipicamente venivano utilizzate come riparo momentaneo o deposito (il nome li fa ritenere originariamente depositi di paglia), ma di fatto sono stati utilizzati per gli usi più diversi, non ultimo come abitazione dei contadini durante il periodo estivo, allorché essi si trasferivano dal centro abitato per ottemperare ai lavori campestri dall’alba al tramonto
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
A volte per un caso fortuito
ci diamo la mano mentre dormiamo
e con gli occhi al soffitto sperimentiamo stati
capaci di farci viaggiare nel tempo
giocare a come eravamo, come saremmo
se la mia e la tua elettricità
non avesse avuto la giusta tensione.
Se un cavo, un tendine, un pollice opposto,
un trascurabile calo del voltaggio
un aumento di umidità nell’aria
avesse turbato lo stato di quiete
di quella sera, di quel giorno
e manomesso la cabina
bruciato l’interruttore di un campanello
ostacolato l’entrata di una porta
con la piccola ingerenza dovuta
al passaggio di una farfalla.
Una cosa insomma che abbia impedito
di afferrarci con le mani e con gli occhi
e trasformarci in altro da noi stessi.
Far durare questa metamorfosi
giusto il tempo di trovare un rifugio,
un appiglio per continuare a non cadere.
Questa figlia delle “due dimore” mi appare un giorno da un campo con una margherita sopra l’orecchio, guardandomi con occhi neri e fondi come la crosta di quella isolana terra che gli indigeni chiamavano amorosamente Cubanacan. Lei si protende e mi soffia un bacio dal palmo aperto della sua mano, in cui è racchiusa come in una bolla di sapone, e s’incoraggia in volo, la sua poesia, intima ed essenziale, bella come solo le cose semplici sanno essere; voce cristallina tra il son e l’habanera a dispiegare timori e interrogativi sull’esistenza nostra di farfalla che brancola nel buio quotidiano anche quando c’è il sole ed è estate; voce che vortica nell’aria come un retino agitato dalla mano di un bambino; voce che perpetra l’incanto delle cose naturali, spesso trascurate, perché così immensamente sotto il nostro naso da apparire sempre del tutto invisibili. La raccolta, inedita in Italia, si intitola Doble acento para un naufragio/Duplo sotaque para um náufrágio (Doppio accento per un naufragio). È stata pubblicata esclusivamente in Spagna e in Portogallo, versione bilingue spagnolo/portoghese, dall’editore “Edições Fantasma”, 2023. La versione in lingua portoghese è stata tradotta da Carlos Ramos. Con l’auspicio che possa essere pubblicata al più presto anche in Italia, si riportano, tradotti dal sottoscritto, il proemio scritto da María Calle Bajo, l’introduzione dell’autrice, e una selezione di testi della raccolta.
Emilio Capaccio
PROEMIO
Il titolo apre la poetica dell’autrice con una fragranza di tempesta. La poetessa si muove come una chiglia tra le nebbie della memoria. I suoi versi sono bozzetti della più anelata infanzia cubana, le sue strofe attenuano le pulsioni della giovinezza e nella sua nota dominante di maturità si erge la fragilità del tempo prezioso. In Doble acento para un naufragio, (Doppio accento per un naufragio), Yuleisy fonde la sua protesta di rivendicare se stessa alla luce vitalistica della vita quotidiana con il sogno divino di recuperare l’indomito ricordo del suo ancestrale anelito. Un viaggio i cui remi presagiscono significati di incessante portata, una traiettoria marina che indirizza l’anima vocativa, e con essa la sua elevazione al ceruleo: «Penso che Dio mi abbia benedetta».
Della costante invocazione della sua fede è testimone il suo devoto declamare grafico. Cruz Lezcano mostra la fragilità dell’essere come un rifugio dove tutti ci riconosciamo; ci invita a navigare nelle perdite piene di speranze del ritorno; nel fluire della confessione che tormenta la nostra possibilità di farci indietro; ma anche nel sontuoso dispiegarsi di presagi razionalizzati basati sulla nostra latente realtà.
Analogia, (Analogia), è il testo che apre la silloge e avverte il lettore sul tono della raccolta, in cui l’autrice evidenzia l’imperdonabile retorica di un «tempus fugit irreparable». Si susseguono sequenze che gravitano intorno alla natura animosa: “esili in trappola”, “regala un’aurora”, “dove canta il grillo”. Si percepiscono in Más allá, (Oltre), succulenti sfide per attribuire coraggio ai propri simili. Sebbene nella voce lirica la poetessa riveli condizionali di rassegnazione e naufragi passionali, un buon resoconto di ciò è offerto da alcuni versi di Presagio, (Presagio): “penso che anch’io mi sotterrerei/ e piangerei per giorni e giorni”, “se tu morissi prima di me,/io rimarrei nel nulla”, perché nell’effusione anaforica del testo non è contemplata una sopravvivenza in solitudine.
L’autrice si inclina al transito della percezione, manifesta l’importanza dei sensi, del tangibile, dell’esplorazione e dell’espressione del corpo: “i miei occhi caduti”, “Ho chiuso molti occhi, molte bocche”, “che mi abbraccia e abbraccio”.
Nella lettura di poesie come Libro olvidado, (Libro dimenticato), le dislocazioni offrono una potente e inaspettata immagine: “il mondo abortisce il suo ventre”, la poetessa esplora attraverso versi ricostruttivisti, dove la sofisticatezza emana da un canale di personificazione terraquea: “la marea mente”, una prosopopea che dinamizza il vertice della finzione poetica. Sortisce anche un effetto inverso, la voce lirica si spoglia di animazione per muoversi in un caldo simbolismo metaforico: “mi faccio ampia coperta”.
Ida y regreso, (Andata e ritorno), è una poesia che si rifà ad alcuni elementi della poesia di Juan Ramón Jiménez, il cui campo lessicale ruota attorno a motivi simbolici (uccello, notte, fiore, rugiada, erba, riva, pietra, vento, alba, freddo, ecc,) e mette in evidenza la semplicità del verso libero con la rima intenzionale nella coda sillabica di alcuni versi.
Senza ulteriori indugi, si richiede l’attenzione di un lettore impegnato, perché ci sono cinquanta poesie a cuore aperto, cinquanta vascelli attraverso le ingovernabili arterie dell’essere umano; dove si dondola l’effusione e l’impresa indocile della resa fatua: “Dato il cielo delle cadute”; dove rigurgita il germe della nostalgia come un rifugio intangibile: “Vorrei che mio padre, accanto a me, mi dicesse: «tutto passa!»”; dove si contesta con apprensione l’estranea fiacchezza: “Rumori di viscere, un altro giorno migra/ nel pallore del sangue”, così Yuleisy Cruz Lezcano, con il testo Los pobres (I poveri), tesse la jarcha della poesia umanizzata…
Giacché con la sua voce lirica, di fronte a un mare insondabile, pronuncia:
«Imparo la legge del calore umano»
María Calle Bajo, Salamanca (Spagna), 2023
PROEMIO
El título abre la poética de la autora con una fragancia de tempestades. La poeta transita como quilla por la bruma de la memoria. Sus versos son esbozos de la más anhelada infancia cubana, sus estrofas desdibujan las pulsiones de juventud y en su nota dominante de madurez se erige la fragilidad del atesorado tiempo. En Doble acento para un naufragio Yuleisy amalgama su protesta de reivindicarse por la luz vitalista del día a día y la ensoñación divina de recuperar el indómito recuerdo de su ancestral anhelo. Un viaje cuyos remos presagian significados de incesante alcance, un trayecto marítimo que encauza el vocativo alma, y con él su elevación a lo cerúleo: «Pienso que Dios me bendijo».
De la invocación constante de su fe es testigo su devoto declamar gráfico. Cruz Lezcano muestra la fragilidad del ser como un refugio donde todos nos reconocemos; nos invita a navegar por las esperanzadoras pérdidas del regreso; por la huida de la confesión que atormenta nuestra posibilidad de retroceder; pero, también, por el suntuoso despliegue de presagios racionalizados en base a nuestra latente realidad.
Analogía es el texto que encabeza y advierte al lector sobre la tónica del poemario, donde la artífice resalta el retoricismo inexcusable de un «tempus fugit irreparable». Se suceden secuencias que gravitan en torno a la naturaleza animosa: ‘destellos acorralados’, ‘regala una aurora’, ‘donde canta el grillo’. Se perciben en “Más allá” suculentos desafíos por atribuir coraje a los semejantes. Aunque también, en la voz lírica, la poeta revele condicionales de resignación y naufragios pasionales, buena cuenta de ello ofrecen algunos versos de Presagio: ‘Creo que yo también me enterraría/ y lloraría días y días’, ‘si tú te mueres antes que yo,/me quedaría en la nada’, pues en la efusión anafórica del texto no se contempla una supervivencia en soledad.
La escritora se inclina hacia el tránsito de la percepción, manifiesta la importancia de los sentidos, de lo tangible, de la exploración y expresión del cuerpo: ‘mis ojos caídos’, ‘He cerrado muchos ojos, muchas bocas’, ‘que me abraza y abrazo’.
En la lectura de poemas como Libro olvidado, las dislocaciones ofrecen una potente e inesperada imagen: ‘el mundo aborta su vientre’, la poeta explora a través de versos reconstructivistas, donde la sofisticación emana por un cauce de personificación terráquea: ‘la marea miente’, una prosopopeya que dinamiza el vértice de la ficción poética. También surte de un efecto inverso, la voz lírica se despoja de animación para desplazarse en un cálido simbolismo metafórico: ‘me vuelvo holgada manta’.
Ida y regreso, es ese poema que remite a ciertos elementos de la poesía juanramoniana, cuyo campo léxico gira en torno a motivos simbólicos (pájaro, noche, flor, rocío, hierbas, orillas, piedra, viento, alba, frío, etc.), destaca la sencillez del verso libre con la intencionada rima en la coda silábica de algunos versos.
Sin más dilación, se reclama la atención de un comprometido lector, pues son cincuenta poemas a corazón abierto, cincuenta navíos por las ingobernables arterias del ser humano; donde se mece la efusión y díscola hazaña de la entrega fatua: ‘Dado el cielo de las caídas’; donde regurgita el germen de añoranza como refugio intangible: ‘¡Ojalá que mi padre, junto a mí, me dijera “todo pasa!”’; donde se clama con aprehensión hacia el debilitamiento ajeno: ‘Rumores de tripas, otro día migra/ en la palidez de la sangre’, es así, como Yuleisy Cruz Lezcano con el texto Los pobres teje la jarcha del humanizado poemario…
Pues en su voz lírica, frente a un mar insondable, ella pronuncia:
«Aprendo la ley de la calidez humana»
María Calle Bajo, Salamanca (España), 2023.
La poesia è l’anima del pensiero
Come memorie di un naufragio, questo libro può contenere due significati per lo stesso viaggio o un significato per viaggi diversi. Il mare raccoglie evocazioni della mia stessa storia e uno sguardo sull’altro, fatto con occhio “testimone o investigatore”.
Questo libro parla di naufragi e ricordi, di povertà, di violenza, di perdita e di speranza.
La poesia si fa rifugio, ambito di sogni, uno spazio di desideri, di nostalgia, di denuncia.
I versi sono simboli e l’inchiostro è schiuma che raccoglie un’amara coscienza sulla fugacità della vita, ogni parola è un marchio lasciato da un avatar interiore, che orienta verso il ritorno a un idealismo ontologico.
E lì, nei ricordi, succede… ritorno all’infanzia, alla casa, alla mia casa, che non è altro che una cassa di risonanza, un recinto d’ombre che conserva le vestigia delle esistenze anteriori e in cui l’anima occulta delle cose grida per essere ascoltata.
La porta del libro si apre…
Benvenuti!
La poesía es el alma del pensamiento
Como memorias de un naufragio en este libro se pueden recoger dos significados para un mismo viaje o un significado para distintos viajes. El mar recoge evocaciones de mi misma historia y una mirada sobre el otro, hecha con ojo “testimonio o investigador”.
Este libro habla de naufragios y recuerdos, de pobreza, de violencia, de pérdidas y de esperanzas.
La poesía se hace refugio, ámbito de sueños, una zona de anhelos, de añoranza, de denuncia.
Los versos son símbolos y la tinta es espuma que recoge una amarga conciencia sobre la fugacidad de la vida, cada palabra es una marca dejada por un avatar interior, que orienta hacia el regreso a un idealismo ontológico.
Y ahí en los recuerdos sucede… regreso a la infancia, a la casa, a mi casa, que no es otra cosa que una caja de resonancia, un recinto de sombras que conserva los vestigios de existencias anteriores y en la que el alma oculta de las cosas clama por ser escuchada.
La puerta del libro se abre…
Bienvenidos!
PROFONDITÀ
Frugo nel fondo di me stessa silenzi che mi danno una risposta, ombre che conservano le impronte dei miei passi. La mia immagine s’appanna nello specchio, tra i riflessi scorrono via i miei occhi, non ho vita da riempire il tempo dove s’accumulano le spoglie del corpo, che grida senza voce sul cammino che mi porta al luogo dove le sillabe del mio fantasma si nascondono nel corpo.
*
PROFUNDIDADES
Hurgo en el fondo de mí misma silencios que me den respuestas, sombras que conserven las huellas de mis pasos. Mi imagen se desdibuja en el espejo, entre reflejos se escurren mis ojos, no tengo vida para llenar el tiempo donde se acumulan los despojos del cuerpo, que grita sin voz en el camino que me lleva al lugar donde las sílabas de mi fantasma se esconden en mi cuerpo
*
PROFUNDIDADES
Remexo no fundo de mim mesma silêncios que me dêem respostas, sombras que conservem as pegadas dos meus passos. A minha imagem desvanece-se no espelho, entre reflexos escorrem os meus olhos, não tenho vida para preencher o tempo em que se acumulam os despojos do corpo, que grita sem voz no caminho que me leva ao lugar onde as sílabas do meu fantasma se escondem no meu corpo
FIORE MALTRATTATO
Come un fiore maltrattato dalla pioggia, ci sono anime che rispondono alla violenza con un’aggiunta di luce. Nel nome delle costellazioni e dei venti, tra queste anime, Tu, tra mille morti colorate, fai festa di stelle, danzi e celebri l’ora dei rumori tra fantasmi e defunti confusi dopo la morte. Tu, con i timori della ragione d’essere vittima della perversione, tenti di sopravvivere, di uscire dalla bolla mentre la tua anima è stretta in un velo che non vuole mostrare il suo volto dopo l’aggressione di un mostro che diceva di amarti. Tu, che cerchi di rialzarti, di scrollarti l’inerzia e cancellare l’odio, sciogliendo il ricordo dei colpi che fuggono dal tuo corpo verso il corpo vuoto della notte.
*
FLOR MALTRATADA
Como una flor maltratada de la lluvia, hay almas que responden a la violencia con una añadidura de luz. En nombre de las constelaciones y de los vientos, entre estas almas, Tú, entre mil muertes coloradas, haces fiesta de luceros, danzas y festejas la hora de los ruidos entre fantasmas y difuntos confundidos después de la muerte. Tú, con los temores de la razón de ser víctima de la perversión, intentas sobrevivir, salir de la burbuja mientras tu alma se estruja en un velo que no quiere mostrar el rostro después de la agresión de un monstruo que decía amarte. Tú, que intentas levantarte, sacudes la inercia y borras el odio, deshilando el recuerdo de los golpes que huyen de tu cuerpo hacia el cuerpo de la noche vacía.
*
FLOR MALTRATADA
Como uma flor maltratada pela chuva, há almas que respondem à violência com um aumento de luz. Em nome das constelações e dos ventos, entre estas almas, Tu, entre mil mortes vermelhas, fazes uma festa de estrelas, danças e celebras a hora dos ruídos entre fantasmas e defuntos confusos depois da morte. Tu, com os medos da razão de ser vítima da perversão, tentas sobreviver, sair da bolha enquanto a tua alma se aperta num véu que não quer mostrar o rosto depois da agressão de um monstro que dizia amar-te. Tu, que tentas levantar-te, sacodes a inércia, e apagas o ódio, desvelando a lembrança dos golpes que se afastam do teu corpo em direcção ao corpo da noite vazia.
DESIDERIO
Voglio adottare un cane per andare in questa città inerte, per evitare di confondermi con la folla, che non sa d’essere folla. Voglio adottare un cane che sia solo mio, perché non sia di nessuno, di nessuna razza, di nessun padrone. Un bastardo come me per abbaiare alle ombre. Voglio adottare un cane e vedermi insieme a lui, all’ombra del ponte, per decifrare il mio nord, quando muove la coda e fluttuare col vento e tutte le sue correnti
*
DESEO
Quiero adoptar un perro para pasear por esta ciudad inerte, para evitar confundirme con la muchedumbre, que no sabe ser muchedumbre. Quiero adoptar un perro que sea solo mío, para no ser de nadie, de ninguna raza, de ningún dueño. Un bastardo como yo para ladrar a las sombras. Quiero adoptar un perro para verme con él, en la sombra del puente, para descifrar mi norte, cuando él mueve la cola y flotar junto al viento y todas sus corrientes.
*
DESEJO
Quero adoptar um cão para passear por esta cidade inerte, para evitar confundir-me com a multidão, que não sabe ser multidão. Quero adoptar um cão que seja só meu, para não ser de ninguém, de qualquer raça, de nenhum dono. Um rafeiro como eu para ladrar às sombras. Quero adoptar um cão para ver-me com ele, na sombra da ponte, para decifrar o meu norte, quando abanar a cauda e flutuar ao vento e todas as suas correntes.
QUELLO CHE SALVO
Salvo questa dimora d’echi tra le corolle intimorite, salvo la culla di petali caduti, il fiore pallido che non arriva agli sguardi. Salvo questo ristagno di tempo che s’apre per sentire il sole, senza curarsi dei piedi frettolosi della gente nervosa che porta la rabbia nei parchi. Salvo la mancanza di filo logico che abita tra cigni e tulipani. Salvo ciò che unisce i fili d’alchimia, tra il vento che soffia e il cappotto che m’accompagna contro i cattivi presagi della bocca che violenta la città con le parole. Salvo questo luogo dove crescono le cose non costruite, rimuovo le foglie danneggiate e salvo la pianta, salvo la vita.
*
LO QUE SALVO
Salvo esta morada de ecos entre las corolas intimidadas, salvo la cuna de los pétalos caídos, la flor pálida que no alcanza las miradas. Salvo este remanso de tiempo que se abre para sentir el sol, sin importarle de los pies apresurados de la gente nerviosa que lleva la rabia en los parques. Salvo la falta de hilo lógico que habita entre los cisnes y los tulipanes. Salvo lo que no une los hilos de alquimia, entre el viento que sopla y el abrigo que me acompaña contra los malos augurios de la boca que violenta la ciudad con las palabras. Salvo este lugar donde crecen cosas no construidas, quito las hojas dañadas y salvo la planta, salvo la vida.
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O QUE SALVO
Salvo esta morada de ecos entre as corolas intimidadas, salvo o berço das pétalas caídas, a flor pálida que não alcança os olhares. Salvo este refúgio de tempo que se abre para sentir o sol, sem se importar com os passos apressados da gente nervosa que leva a raiva aos parques. Salvo a falta de lógica que habita entre os cisnes e as tulipas. Salvo o que não une os fios de alquimia, entre o vento que sopra e o casaco que me acompanha contra os maus presságios da boca que violenta a cidade com as palavras. Salvo este lugar onde crescem coisas não construídas, retiro as folhas danificadas e salvo a planta, salvo a vida.
UN PICCOLO ISTANTE
Mi sento come un piccolo angolo dell’universo, un cantuccio che fa delle cose e poi muore. Mi sento come una sciatta stria dorata che lascia una stella quando cade dal cielo. Il mio corpo è un paese senza gente, così poco evidente che arriva a essere sacro. La mia anima è ciò che resta dell’istante in cui premo il bottone e spengo il mondo, la radio, la televisione per ascoltare la voce dell’albero solo in mezzo a un campo arato. Sento il seno della madre che chiude gli occhi e non dorme perché deve nutrire un piccolo mondo che non chiede altro che una gioia solenne, un giorno che attende l’innocenza, una storia che sia un luogo da dove inviare una lettera d’amore o di ringraziamento.
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UN PEQUEÑO INSTANTE
Me siento una pequeña esquina del universo, un rincón que hace cosas y después muere. Me siento como el dorado chapucero dejado de un lucero cuando cae del cielo. Mi cuerpo es un país sin gente, tan poco evidente que llega a ser sacro. Mi alma es lo que resta del instante cuando presiono el botón y apago el mundo, la radio, la televisión para escuchar la voz del árbol solo en medio de un campo arado. Me siento el seno de la madre que cierra los ojos y no duerme porque debe alimentar un pequeño mundo que no pide otra cosa que una alegría solemne, un día que espera la inocencia, una historia que sea un lugar de donde enviar una carta de amor o de agradecimiento.
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UM PEQUENO INSTANTE
Sinto-me como um pequeno canto do universo, um canto que faz coisas e depois morre. Sinto-me como o descuidado dourado, abandonado por uma estrela quando cai do céu. O meu corpo é um país sem gente, tão pouco evidente que chega a ser sagrado. A minha alma é o que resta do instante quando aperto o botão e apago o mundo, a rádio, a televisão para ouvir a voz da árvore solitária no meio de um campo lavrado. Sinto-me o seio da mãe que fecha os olhos e não dorme porque deve alimentar um pequeno mundo que não pede outra coisa que não uma alegria solene, um dia que espera a inocência, uma história que seja um lugar de onde enviar uma carta de amor ou de agradecimento.
MARE DEI RITORNI
Mare, restituiscimi al mare tra onde e orizzonti, senza usare i desideri del naufragio. Voglio usare il mio mondo interiore che ascolta l’isola appoggiarsi in oceani macchiati di distanze. Voglio sentire il sale col suo bianco nudo sulla mia pelle, Voglio che ardano i tatuaggi addormentati. Il mio cuore ha bisogno di battiti nuovi, correnti di sospiri che mi portino lontano, da questo specchio di silenzio. Silenzio che ritorna, oggetto animato come una razione di pace, dove la parola s’imputridisce. Voglio sentire il mare che parla con i fari sperduti, con le conchiglie rotte, con i desideri affogati, con la guerra della mente e con la sua sconfitta. Apri le tue braccia, mare! Concedimi un trancio d’orizzonte dove serbare le parole che mi riporteranno al grido del libro, che ancora non ho scritto in questo silenzio di gabbiano ammutolito. Mare, liberami da quest’isola immaginata, dall’umano che il silenzio racchiude. Non sono una creatura di terra, sono delle tempeste, sono dei naufragi.
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MAR DE REGRESOS
Mar, devuélveme al mar entre olas y horizontes, sin usar los deseos del naufragio. Quiero usar mi mundo interior que escucha la isla que se apoya en océanos manchados de distancias. Quiero sentir la sal con su blanco descubierto en la piel, quiero que ardan los tatuajes dormidos. Mi corazón necesita nuevos latidos, corrientes de suspiros que me lleven lejos, de este espejo de silencio. Silencio que regresa, objeto animado como una ración de paz, donde se pudre la palabra. Yo quiero sentir el mar que habla con los faros extraviados, con las conchas rotas, con los deseos ahogados, con la guerra de la mente y con su derrota. ¡Abre tus brazos, mar! Concédeme, un trozo de horizonte donde guardar las palabras que me devuelvan al grito del libro, que todavía no he escrito en este silencio de gaviota callada. Mar, libérame de esta isla imaginada, del humano que el silencio encierra. Yo no soy una criatura de tierra, soy de tormentas, soy de naufragios.
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MAR DE REGRESSOS
Mar, devolve-me ao mar entre ondas e horizontes, sem usar os desejos do naufrágio. Quero usar o meu mundo interior que escuta a ilha que se apoia nos oceanos manchados de distâncias. Quero sentir o sal com o seu branco descoberto na pele, quero que queimem as tatuagens adormecidas. O meu coração precisa de novos batimentos, correntes de desesperos que me levem longe, deste espelho de silêncio. Silêncio regressa, objecto animado como uma ração de paz, onde a palavra apodrece. Quero sentir o mar que fala com os faróis perdidos, com as conchas partidas, com os desejos afogados, com a guerra da mente e com a sua derrota. Abre os teus braços, mar! Concede-me um pedaço de horizonte onde guardar as palavras que me devolvam ao grito do livro, que ainda não escrevi neste silêncio de gaivota calada. Mar, liberta-me desta ilha imaginária, do humano que o silêncio encerra. Eu não sou uma criatura de terra, sou de tempestades, sou de naufrágios.
DATI BIOGRAFICI
Yuleisy Cruz Lezcano è nata a Cuba il 13 marzo del 1973, vive a Marzabotto in provincia di Bologna. È emigrata in Italia, all’età di 18 anni, ha frequentato l’università di Bologna e ha conseguito la laurea in “Infermeria e Ostetricia” e una seconda una laurea in “Scienze biologiche”. Lavora nella sanità pubblica. Nel tempo libero ama dedicarsi alla scrittura di poesie e racconti, alla pittura e alla scrittura. Numerosi sono i premi letterari dove ha ottenuto importanti riconoscimenti.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Scoperta
Credo nella grande scoperta. Credo nell’uomo che farà la scoperta. Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.
Credo nel pallore del suo viso, nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.
Credo nei suoi appunti bruciati, ridotti in cenere, bruciati fino all’ultimo.
Credo nelle cifre sparpagliate, sparpagliate senza rimpianto.
Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio.
Credo nelle lavagne fracassate, nei liquidi versati nei raggi spenti.
Affermo ciò che riuscirà, che non sarà troppo tardi, e che avverrà in assenza di testimoni.
Nessuno lo saprà, ne sono certa, né la moglie, né la parete, e neppure l’uccello – potrebbe cantare.
Credo nella mano che non si presta, credo nella carriera spezzata, credo nel lavoro di molti anni sprecato. Credo nel segreto portato nella tomba.
Queste parole mi veleggiano sopra le regole. Non cercano appoggio negli esempi. La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.
Raffaello Sanzio, “La Scuola di Atene”, Musei Vaticani
Dunque pare che l’alba viene prima dell’aurora
e che la prima luce che appare
si chiama crepuscolo anche al mattino
non solo al tramonto.
Lo abbiamo discusso stamani mentre viaggiavamo
ognuno allievo della sua scuola di pensiero
come quei cavillosi sofisti che si spendono
fin dalla notte dei tempi
a questionare sulla lana caprina.
Ognuno ad aspettarsi dal cielo una risposta adeguata
per spiegare il significato dei movimenti e dei gesti
che ci vengono rivolti da oriente
per farci scordare la notte.
Ci apparteneva quel cielo cupo e gonfio
che fuggiva e proiettava non la prima luce,
ma l’effetto fantasma sulle nuvole basse dell’illuminazione urbana
della città che spariva nell’altrove crepuscolare.
Quanti volti ha la luce
prima di decidersi
a prendere una forma certa
prima di assegnare al sole
il compito di definirci.
Quante prove di colore
quel pittore sporca sulla sua tela
prima di far sorgere la sua idea di mondo
compresa l’immagine di noi
che sfiliamo in macchina sullo sfondo.
La nostra meta rimane sconosciuta
fino a quando non saranno netti
i fragili contorni delle cose.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.
Noi otteniamo solo ciò che fortissimamente desideriamo ciò che almeno un poco desideriamo ciò che queruli richiediamo raramente otteniamo ciò che desideriamo segretamente senza voli siderali senza mai farci presenti per questo alcuni restano nei secoli senza ali.
We only get what we very strongly want what we at least a little bit wish what we querulous ask for we rarely get what we secretly will no sidereal flights no presence at all this is the reason why many of us remain wingless through the centuries.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Cimitero in novembre
Lo scenario è ostinato: alberi avari si tengon strette le foglie dell’altr’anno, rifiutano il lutto, la veste di sacco, o la trasformazione in driadi elegiache, e l’erba austera custodisce lo spietato smeraldo della sua erbosità, a dispetto dell’intelletto magniloquente che disprezza una tale povertà. Nessun grido di morti
fa fiorire nontiscordardimé in mezzo alle pietre che lastricano questa terra greve. Qui c’è onesta putredine che disfa il cuore e spoglia l’osso della vena affabulante. Quando uno scheletro solo si accampa nudo e reale, zittiscono le lingue di tutti i santi: le mosche non osservano resurrezioni sotto il sole.
Tu guarda fisso il paesaggio essenziale finché gli occhi non impongano al vento una visione, abbacinante: se mai spiriti perduti ululanti nel sudario lampeggino attraverso la brughiera, essi delirano al guinzaglio della mente affamata che popola la stanza spoglia, l’aria bianca e deserta.