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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Versi trasversali

05 lunedì Mar 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Claudia Piccinno

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

CLAUDIA PICCINNO

Il piano b
 
Brillai di luce autonoma
 
alla periferia del tuo sguardo,
 
ribellandomi al pensiero
 
di un sentire irrazionale.
 
Macinai chilometri di asfalto
 
per ancorare al terreno ogni mio passo,
 
ingurgitando dubbi per non volare altrove
 
e poi schiantarmi al suolo.
 
Di un credo e di un colore sbiadito
 
improvvisa corazza rimediai
 
per non concedere al cuore
 
vane attese o subdole speranze.
 
Non avevo considerato il piano b
 
quello che l’anima persegue a suo volere,
 
e che ti vede oggetto di un approdo
 
nei meandri sconfinati di un abbraccio.
 
Nelle latitudini delle tue braccia
 
io riposerò.
 
 
Duetto indissolubile
 
(storia di una nonna e una bambina)
 
 
Era là… acciambellata ai suoi piedi
 
in ascolto partecipe
 
annotando quelle rune d’autunno
 
come fosse vangelo.
 
Intuiva il privilegio dell’oralità
 
serbando nello scrigno degli esempi
 
il dire e il fare,
 
il pane che lievita incontri,
 
le conserve ribollenti amore.
 
Si accanì la sorte
 
sulla nonna e la bambina,
 
duetto indissolubile.
 
L’anziana guida divenne
 
piccolo pulcino senza piume
 
bisognoso di passi felpati
 
che attutissero la corsa
 
di cellule impazzite.
 
La bambina si mutò in chioccia
 
covando soluzioni alternative
 
per rinfoltire il piumaggio
 
e lucidare le ali della nonna ferita.
 
Alcuni voli non obbediscono alla traiettoria
 
Invocando la ricerca
 
si asseconda la vita
 
impedendo ai malanni
 
di mutarsi in tiranni
 
questa lezione impartì il pulcino…
 
la bambina la divulgò per l’aia intera
 
amando, leggendo, ricordando.
 
 
Al cippo di Sabbiuno di Piano
 
(Bologna)
 
Li ho portati i miei studenti
 
al cippo di Sabbiuno di Piano
 
a leggere quei 34 nomi tenendoci per mano.
 
Arno e Vanes erano con noi a dir più volte
 
non eravamo eroi,
 
non c’erano né buoni né cattivi,
 
c’era la guerra
 
e urgeva difendere la nostra terra.
 
Ci narrarono il coraggio del Romagna
 
di Franco Franchini nome di battaglia
 
di quando assalì il casale del Guernelli
 
per liberare i compagni
 
in gabbia come uccelli.
 
36 furono i caduti in quel 14 ottobre del’44
 
ma 34 i nomi riportati
 
perché del polacco e del tedesco
 
i documenti non furon ritrovati,
 
s’erano uniti alla settima brigata
 
e al distaccamento di Franchini;
 
così ora sanno i miei bambini
 
a chi la scuola di campagna è intitolata.
 
La rotaia pigra
(sull’incidente ferroviario in Puglia luglio 2016)
 
Immutato scorcio
 
d’arco obliquo
 
in un percorso
 
circolare e tortuoso
 
si tinse di rosso all’improvviso.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
in un incedere
 
senza logica alcuna
 
senza meta prevista
 
se non la tangibile empatia
 
dei segni d’acqua
 
e la loro ostinata ricerca d’intensità
 
imprigionata in una normalità agognata
 
e a volte ripudiata.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
tra quesiti esistenziali
 
e indomiti perché
 
senza soffocare
 
irrazionali voglie
 
e immotivati sguardi,
 
curiosità remote
 
e intuizioni accidentali.
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
finché stridula frenò
 
su un compromesso.
 
 
Sui cavi
 
Sono esposti al pubblico dominio
 
i sentimenti pubblici e privati
 
dei nativi digitali.
 
Non più piccioni viaggiatori
 
o serenate al chiaror lunare.
 
Eppure
 
nei panni stesi ad asciugare
 
si condensa iridescente
 
voglia di socializzare
 
per scongiurare con un bip
 
la desolazione di silenzi
 
troppo a lungo trattenuti.
 
S’acquieta sui cavi
 
la solitudine
 
dei giorni odierni.
 
Dolore e forza
 
Sto abitando il tuo dolore madre mia.
 
Sento le vene tumefatte delle tue braccia.
 
Annuso il rantolo di un cuore stanco.
 
Guardo il tuo sonno intermittente
 
come la goccia che cade lenta
 
a ricucire l’ennesimo strappo di un corpo martoriato.
 
Ho respirato la tua forza senza averlo mai saputo
 
sin dal mio viaggio nel tuo liquido amniotico.
 
Questa è l’eredità della tua stirpe… madre.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.
 
Perché insieme a te rinascerò
 
ancora una volta, oggi come ieri,
 
domani e sempre.
 
Ci sono eredità che si moltiplicano,
 
come fossero spilli sopra
 
l’asse di equilibrio.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.

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Canto presente 29: Giacomo Cerrai

22 giovedì Feb 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Giacomo Cerrai, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Giacomo Cerrai

FINES

oltre la parete le voci dicono qualcosa che fluisce, e non partecipa.
Non è corrente, non trasporta, lascia solitario.
Il costante ritardo d’altre parole crea bocche vuote un silenzio retrogrado.
Oltre la parete si può solo immaginare ed è difficile che tipo di vita.
L’alternativa è nel ramo l’ombra percossa sul vetro un’anima di vento e clorofille
un’agitazione sur place di pensieri indisciplinati.
Questa reclusione volontaria è un limite costipato d’immagini
domesticate immodificabili da una immaginazione arresa
e qui finisce la terra ed anche il sogno
se si smette di sognare di zittire le voci di innalzare le braccia come
a un libro aperto poggiato su un ripiano troppo in alto.

lug. ’15

 

da Nuovi paesaggi deserti

fisica di luci parassite

Cassiopea non riesce a brillare sulla superficie della piscina per eccesso di luce.
Il vento che arriccia il celeste non aiuta, una trasparenza niente affatto chiara
(nella notte) vibra.
Le volte che i corpi hanno rotto l’incantesimo della superficie è una statistica comica e turistica.
Nessuno di essi aveva nome e cognome (Hans, Dieter, Sepp) che spostasse una massa d’acqua
uguale ed irritata.
Le increspature si placano quando il vento cessa di osservare
la solitudine ossificata degli assenti.
Ma Cassiopea non riesce a brillare d’una luce forse già cessata
che la natura minerale dell’acqua non trattiene.
Con l’elemento si acquieta come una frattura sul fondo.
Attraverso dove, una dimenticanza.

Umbria, set. ’15

 

la finestra libro
aperta leggibile il quanto
che passa ad una altezza che varia
con la luce

nulla che nel tempo terso appaia
distante
nemmeno l’invisibile nemmeno
nel buio celante la materia

è credere, questo, in una
intelligenza
nostra o altrui?

quanto la trasparenza il dubbio
aggiunge una bellezza
all’umano

gen. ’14

 

non con questo sonno
non con una mente discorsiva
che si interroga
non ce la faccio – dici –
non articolo una giustificazione
la parole hanno il loro collare
e guinzagli lunghi
ed ogni parola riceve uno strattone uguale e contrario
troppo simile a una garrota sadomaso
invece alla distanza giusta
quella di interlocutori in trattativa
da un lato all’altro di un tavolo di vetro
allora sì le cose cambiano
specie se la distanza è una assenza
quella a capire infine necessaria
se valga la pena essere colmata
specie se la distanza è un civile segno sulla faccia

ott. ’14

 

qualcosa che perturba.

non è il rosso terminale delle foglie
il bianco di chi si avvicina al varco
il blu d’un profondo inarrivabile.

è il senso della misura, credo,
il limite del limite ai sogni, come

legare un cavallo all’albero

recintare il terreno

recintare il recinto

lasciare una pecora a guardia

gen. ’13

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Versi trasversali

19 lunedì Feb 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefania Onidi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANIA ONIDI

TEGENARIA
 
Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.
 
Il silenzio convulsione,
annuncia vita.
 
Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.
 
Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.
 
Dire.
 
EOS
 
Penso al mattino,
quando apparve in cielo Aurora dalle dita di rose.
Ti alzasti dal letto.
Rapita, studiavo la geografia del tuo corpo.
Stavi sui miei occhi,
stavi in punta di lingua come un dio
al quale implorare un miracolo.
Cerco di calmare le dita
adesso.
Pensare al quadro
usare il filo.
 
 
I’m waiting here
 
Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.
Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.
 
I GIORNI
 
Ho apparecchiato la tavola,
ho messo un vaso di fiori al centro
e due piatti ai lati, uno per te e uno per me,
poi ho chiamato piano il tuo nome
con la fiducia cieca dei girasoli
e ho aspettato.
A mezzogiorno il sole ha aperto il fuoco,
il caldo mi ha dilatato i vasi sanguigni.
Da allora sono corpo in caduta
canto fine a sé stesso.
Il mare passa dentro la cruna.
La casa svuota nevralgie.
I piatti interrogano la polvere spietatamente.
Ci sono giorni che ho bisogno di smontare il cuore dal resto del corpo,
di lasciarlo là a scolare
come una stoviglia stanca
nel silenzio elegante degli oggetti
in cerca di pace in fuga da tutti quei gorgoglii di sangue
che ubriacano anche il cervello.
 
NOTTURNO
I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.
 
II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

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Forma alchemica 21: Sylvia Plath

08 giovedì Feb 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 3 commenti

L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro.
La levatrice ti ha schiaffeggiato sotto i piedi e il tuo nudo grido
ha preso il suo posto fra gli elementi.

Le nostre voci echeggiano, esaltando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo pieno di correnti, la tua nudità è ombra della nostra sicurezza.
Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti.

Non sono tua madre più di quanto
lo sia la nuvola che distilla uno specchio per riflettere la propria lenta
cancellazione per mano del vento.

Per tutta la notte il tuo respiro di falena tremola
fra le piatte rose rosa. Veglio per ascoltare:
un mare lontano si muove nel mio orecchio.

Un grido, e scendo dal letto incespicando, pesante
come una mucca e floreale
nella mia camicia da notte vittoriana.
La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e inghiotte le sue opache stelle. E ora tu provi
la tua manciata di note;
le vocali chiare salgono come palloncini.

19.02.1961, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Io non ero ancora nata e Sylvia Plath scriveva questa poesia dedicata alla sua primogenita Frieda, nata nell’aprile del 1960. La propongo in forma alchemica perché sin dalla prima lettura, avvenuta molti anni fa, mi ha impressionato quel singolare miscuglio di:

  • amore materno (L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro –  Un grido, e scendo dal letto);
  • distacco da osservatore esterno (Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti – scendo dal letto incespicando, pesante come una mucca e floreale);
  • senso di estraneità (il tuo nudo grido ha preso il suo posto fra gli elementi. – Nuova statua. – Non sono tua madre più di quanto lo sia la nuvola… )

che trasuda dalla poesia ed è in grado di catturare magneticamente alla stupefatta lettura  fino alla fine del componimento.

C’è soprattutto un verso che trovo incantevole, frutto del parossismo dello spirito di osservazione e della capacità eccezionale d’inventiva poetica, il verso dove la poetessa assimila la boccuccia sottile di un neonato a quella dalle linee altrettanto nitide, sottili e pulite del felino di casa. (La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto.) E’ un’originale similitudine, singolare e coraggiosa, concentrato di tutti e tre i filoni portanti del testo: amore materno, distacco e senso di estraneità

La Plath è una poetessa geniale, graziosa d’aspetto e con una personalità affascinante. Nacque a Boston il 27 ottobre del 1932.

Amava la perfezione, gli studi letterari, la poesia. Scrisse la sua prima poesia ad appena 8 anni, restò orfana di padre a nove, tentò il suicidio a 18, si laureò con lode a 23. Cercò per tutta la vita di compiacere la madre nel suo desiderio che la figlia conquistasse successi e perfezione

Sposò Ted Hughes, poeta laureato inglese e con lui, dopo un periodo felice a Boston, si recò a Londra e successivamente nel Devon. Il fascino di Sylvia Plath è reso ancora più profondo dal disagio psichico  culminato il 31 ottobre del 1963 nel suo suicidio, avvenuto a Londa in un appartamento che era stato abitato da William Butler Yeats

Molti articoli in rete riportano e commentano, raccontano e romanzano il suicidio di Sylvia. Chiudersi in cucina, sigillare porte e finestre con nastro adesivo e asciugamani bagnati, infilare la testa nel forno e morire avvelenata dal monossido di carbonio è certo un modo pensato e caparbio di morire.  I figli al sicuro nella stanza accanto hanno pronta accanto al letto la colazione: una tazza di latte, pane e burro. A breve, Sylvia sapeva, sarebbe arrivata un’infermiera alle cui cure era stata affidata dal medico la famiglia e che infatti ebbe la macabra sorpresa di trovare la poetessa morta. Forse Sylvia non voleva morire, ma formulare una disperata richiesta di aiuto, forse pensava nel suo inconscio che l’infermiera sarebbe arrivata per tempo e avrebbe chiamato i soccorsi, che l’avrebbero rianimata, forse all’opposto la sua ansia di perfezione si manifestò anche nel programmare e portare a compimento il suicidio, con un calcolo perfetto dei tempi, della resistenza fiacca del suo organismo, della riuscita del suo progetto.

Non stava bene Sylvia, era prostata dall’abbandono di Ted Hughes che era andato a vivere con Assia Wevill della quale si era innamorato, questa probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso del disagio. Già la Plath aveva dovuto affrontare la nascita di due figli e un aborto nel 1961, dunque dal 1960 come un continuo martellamento il suo equilibrio era stato messo a dura prova, ben sappiamo quanto la nascita dei figli sconvolge la vita dei genitori e quanto impegno richiede ad una madre. L’inverno tra il 1962 e il 1963 era stato particolarmente rigido e sia la Plath che i suoi figli si erano ammalati. I bambini avevano ancora la febbre. Questa sequela di eventi avrà portato la Plath alla scelta nefasta della resa definitiva.

Nel 1959 Sylvia aveva frequentato insieme ad Anne Sexton un corso di scrittura creativa che influenzò molto il modo di scrivere di entrambe. La Plath e la Sexton sono considerate infatti le maggiori esponenti femminili della poesia “confessionale” per quanto l’etichetta, usata anche in senso negativo, non esalti a sufficienza l’originalità, l’inventiva e la profondità degli scritti di queste due autrici. Anche la parola poesia “femminista” è riduttiva, non solo perché insufficiente ad esprimere la complessità della scrittura poetica, ma perché maschera un deteriore tentativo di ridimensionamento.

Tra le due poetesse però si sviluppò un rapporto prevalentemente competitivo determinato dalla volontà di Sylvia di eccellere, dalla sua continua ricerca di perfezione, e dal disappunto che ella provava nei confronti della Sexton che riusciva, a differenza di quanto riusciva a fare lei, a scrivere di getto.

L’anno 1960 tuttavia dette il via al periodo più prolifico e brillante della Plath. Pubblicò The Colossus, dedicato a Hughes che lei appunto considerava un genio, scrisse il romanzo autobiografico La campana di vetro, che era stato appena pubblicato quando lei si suicidò e una serie di riuscite poesie che confluirono nella raccolta postuma Ariel che vide la luce nel 1965.

Ted Hughes e la madre di Sylvia Aurelia Schober esercitarono un controllo sulle pubblicazioni postume dell’autrice, parti del diario che la Plath teneva sono state distrutte dal marito, a suo dire, per tutelare i figli, la Schober invece ha bloccato le pubblicazioni della figlia negli Stati Uniti.

Mi ha impressionato la scia di suicidi che seguono quello di Sylvia come una sequela nefasta di negatività. Assia Wevill si suicidò sei anni dopo la morte di Sylvia con sonniferi e gas insieme la figlioletta che aveva avuta da Hughes. Più di recente, nel 2009, si è suicidato Nicholas Hughes, oceanografo, figlio di Sylvia e Ted.

Certo queste scelte terminali sono testimonianza di vite vissute drammaticamente, e la poesia di Sylvia non è altro che il modo di rendere visibile, comprensibile, quasi esporre questa drammaticità esistenziale. Non per niente Sylvia scriveva sul suo diario «La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo» e più sotto in carattere maiuscolo «LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA»

Ted Hughes, al quale l’opinione pubblica addebiterà la responsabilità del suicidio della Plath, confesserà in uno dei suo ultimi scritti, il suo amore mai sopito per lei; nel frattempo dalla morte ad oggi, grazie alla poesia, quindi proprio alla sua scrittura,  Sylvia, ha conquistato l’amore di moltissimi lettori e lettrici, e di molti poeti e poetesse, alcuni dei quali tentano, senza successo, di riprodurne l’inimitabile stile.

Loredana Semantica

 

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Canto presente 28: Fabrizio Centofanti

01 giovedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

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Fabrizio Centofanti, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Fabrizio Centofanti

 

Volo/velo

Di attendere, di credere, di apprendere,

tutto è precluso dal negare,

irridere ogni volta, declassare.

Tappeti volanti della gioia,

rapitela, intanto che si fonde

con l’entourage del diavolo

in cravatta, sottratta all’orbita sacrale

delle cose! Ruttate, vomitate

il vostro odio, da scaffale

ammuffito di mercato.

Alzatela più in alto, che si veda

la stolida vittoria, l’apparente

sconfitta della storia.

 

L’Altro Mondo

Un Dio che scartavetra,

che lacera, che ottunde,

che scalza dai troni delle false

identità, che vomita

sui tiepidi, che fonde

nel forno fumante del rimorso,

che infonde una speranza a strappi,

un amore ferito e calpestato,

una luce introvabile che abbaglia,

un’attrazione per lo spolpamento,

per l’inutile appello, la preghiera

sospesa sull’abisso, in cui intravedi

il fondo, il Volto,

l’esito finale: l’Altro Mondo.

 

Ad ogni costo

Si può guardare in giù, come una volta,

giurare che mai più, che in quella morta

gora non torneremmo in nessun caso.

Convincersi che l’altro è l’emozione

giusta, non la paura di rischiare:

questo ti chiede l’Ora, che ci porta.

Mi guardi da un pianeta desolato

che solamente all’alba rassicura.

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Versi trasversali

18 giovedì Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Anna Maria Dall'Olio

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANNA MARIA DALL’OLIO

 

Angela Fresu in luce d’assenza

& luceluce irrompe             rompe

angela respiri tu mio respiro

dito disteso                                                                             tocca tua manina

& senso          tutto               rotolante

(tocca luce d’assenza)

se l’oro di tutto il mondo

se l’oro più bello più giocondo

se lattemiele luce d’assenzio

 

petto latte vita

*

L’annaspo. L’attacco.

Trovasti l’anima mia sul selciato

candele cadute muro crollato

vasi di tristezza sconvolta.

 

Con mani pazienti d’uomo sapiente

d’improvviso impavido imponente

rovi intricati recidesti.

 

Dall’anima mia potasti la morte:

 

                                                                prima con grida la riconoscesti

      poi la strappasti con disperazione.

*

Arte fabbrile

scintille sprizzate dal tasto

– entropia d’arte febbrile –

catrame si riversa sulla carta

come sangue sull’asfalto

 

piombo s’allenta

dondola a brezza di pinguino

 

oggetti quotidiani

riciclati in strutture 3D

in precipitati dalla stampante

 

come la tassa che ti calca il collo

ti porta in terra di nessuno

ti denuda come continrosso

 

oggetti già ben definiti

– cosa mai la definizione –

già fluidi come ketchup

 

sintetico/organico finemente

finalmente

per nuove essenze

per nuove esistenze

*

Primavera elettrica

Nel giardino sgocciola sporco amore

dal grembo grigiastro gronda magia.

 

Trilli elettrici (prove di cristallo)

brama di folgore                              brama d’altezza

cascate di                 contrappunti                                     confusi

 

musica           di pietre                     discorde danza

                    i fulmini di furia porpora

gocce glaciali                                   lamette d’acciaio.

 

Queste punte di freccia

colate blu-arancio

queste stelle                                    improvvise

 

la morte non corrompe

la guerra non cancella.

L’arcobaleno verzica.

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Canto presente 27: Antonio Pibiri

12 venerdì Gen 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Antonio Pibiri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Antonio Pibiri

Il romanzesco in medicina

I

Teatro anatomico. In anticipo sulla lezione.
Dovrò spaccare una testa, il pensatoio…
non un vaso di terracotta
con dentro i rotoli di Qumran.
Nei vecchi trattati leggo metodi
per disincastrare le suture. Parte seconda.
“ Scegli la testa di un individuo tra i 15 e i 20 anni..”
Altra cosa uno sbircio, senza gilda
di chirurghi alle spalle e figure
in nero con gorgiera.
La cavità dell’occipite dispera la visuale.
Infilerò solo due dita,
e rinvenuta l’anima, il sogno,
tentare la sorgente. Infine bere
dalle mani che illumina.

II

Sindrome di Urbach-Wieth:
calcificazione dell’amigdala.
Una stupefatta assenza di paura.
Solo i riflessi a difesa. Il paziente
smette di pagare le imposte,
evitare la notte urbana, i crocicchi,
i manganelli, i coltelli a cedimento
erettile, come da teatro surrealista.

I ministri del Re, terrorizzati, loro sì,
sottovoce per portici d’oro s’interrogano
se epidemica colpisce
intero il popolo, quale antidoto,
quanto tempo l’Impero.

III

c’è solo una novità radicale
ed è sempre la stessa: la morte
Walter Benjamin

Dopo i dovuti accertamenti
riflesso bulbare encefalo
il fiume di terra dalle viscere
chiesi al medico legale
di poterlo di grazia tenere
con me per qualche giorno
a casa nel letto di sempre
(disteso il volto sul volto)
quello contro la parete a fiori
sul limite dove frangono i vetri i righi
prima che venisse consegnato
al tavolaccio e divaricatori
del dottor Tulp.
Quale occasione migliore per
lo scettico: a sua disposizione
una favolosa specola
un morto con vista
sull’aldilà.

di prossima pubblicazione presso l’editore “L’Arcolaio”

 

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EPIFANIA

06 sabato Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Mario Luzi, Onore del vero

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Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi” Gislebertus, 1130

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi
da Onore del vero (1957)

 

800px-Autun,_Flight_into_Egypt

Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Fuga in Egitto” Gislebertus, 1130

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IL PRIMO GENNAIO

01 lunedì Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Eugenio Montale, Il primo gennaio, Satura

The silence - Edward Miller

Edward Miller (1875-1943)  – The silence

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Eugenio Montale, da Satura, 1971

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Natale di Giorgio Caproni

25 lunedì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in ARTI, Rose di poesia e prosa

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Giorgio Caproni

Sandro_botticelli_e_bottega,_madonna_col_bambino_e_san_giovannino_in_un_tondo,_1490-1500_ca._03

Sandro Botticelli, Madonna con Bambino e San Giovannino, particolare (1490-1550 ca.)

Con l’opera di Sandro Botticelli e la poesia di Giorgio Caproni, il blog Limina mundi e la redazione augurano BUON NATALE.

Nel gelo del disamore…
senza asinello né bue…
Quanti, con le stesse sue
fragili membra, quanti
suoi simili, in tremore,
nascono ogni giorno in questa
Terra guasta!…

Soli
e indifesi, non basta
a salvarli il candore
del sorriso.

La Bestia
è spietata. Spietato
l’Erode ch’è in tutti noi.

Vedi tu, che puoi
avere ascolto. Vedi
almeno tu, in nome
del piccolo Salvatore
cui, così ardentemente, credi
d’invocare per loro
un grano di carità.

A che mai serve il pianto
– posticcio – del poeta?

Meno che a nulla. È soltanto
fatuo orpello. È viltà.

(Giorgio Caproni)

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NOTTURNI

21 giovedì Dic 2017

Posted by frantoli in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Notturni

NOTTURNO I

io, di notte

conto sempre i quarti d’ora

e in molti ovili il contatore mi salta a tal numero

e tastando le pecore nel sonno sento che hanno

quel pelo che immagini sotto ci sia chissà cosa e

allora io, di notte

oltre alle cose che mi passano accanto

mi tengo lontano dal sonno dei lupi

in una veglia interiore che molte volte

attende un albeggiare pallido

come fossi immerso con le mani nel nulla

a dipanare i fili che

 

invece io, di notte

sto lì a tendere

e ogni filo, di notte, diventa il mio tessuto

che si fa e si disfa in una trama sempre nuova

come se raccontasse quella storia o quell’altra

e a volte con la navetta e il pettine

di un telaio musicale

 

purtroppo io, di notte

a furia di cantare curvo sulle corde tese

mi consumo come se consumassi la notte stessa

e quando anche ne aspettassi un’altra

la notte

le altre volte tesse sé stessa senza che

 

insomma io, di notte

possa cantarne i suoi oscuri motivi notturni

sicché la notte

mi vince con la forza della sua musica

e i suoi disegni pare si cancellano non appena

 

per caso io, di notte

cesso di far fluire le mezzore nelle clessidre

e dimentico di svuotare nel cielo della notte

la sabbia delle stelle

il tempo consumato nelle veglie

 

 

NOTTURNO  II

 

Tu, stanotte

hai di che dormire

stringo la tua mano

tengo nella mia mano il tuo sonno

veglio i fremiti della tua elettricità

che ti attraversano i palmi su binari che si biforcano

e la pulsazione delle tue vene

mi fa pensare che di notte vivi di altro ulteriore

e mi aiuti con il sonno a stare in questa notte

tu, stanotte

col treno fai arrivare alle stazioni

gli esseri alati che volano nel tuo sogno

delle cui storie mi racconterai domani

e lì accadono cose che ti fanno muovere labbra

e aggrottare sopracciglia, distendere gli arti

accennare a un dolore e fare di conto

e attraverso sottrazioni dell’essere

arrivi a sospirarmi qualcosa che non capisco

nella lingua che precede la poesia

 

 

NOTTURNO III

 

la notte per loro è una tana

si nascondono chiusi dentro quel bozzolo

e l’odio che secernono a ogni sogno

li fortifica convincendoli che sono nel sogno giusto

e che il mondo è conforme a quello

che c’è da aspettarsi da un mondo

il loro sonno ronza progettato giustamente

come è progettato il piano inclinato sul quale rotolare

al risveglio la notte li avrà ricaricati

avranno molte tacche ai loro archi

molte sfide di finanza li attendono

come assalire e predare, uccidere variando i tassi finanziari

considerano la speranza una sconfitta

la notte non li trascura, e stando lì a oliare gli indici

metteranno in ginocchio le loro madri prima che faccia giorno

 

NOTTURNO  IV

 

Buttato in un aeroporto

la notte non mi fa paura

saporiti dormiamo tra le valigie

sogniamo fusi orari come quelli

dei quadri di Dalì in terre desolate.

Si è fermato alle tre di questa notte

il tempo ha bivaccato cantando

la canzone di chi chiede asilo.

Ognuno al cellulare fotografa la scena

dove i bambini restano di stucco

ridendo sui cartoni illuminati.

 

Chi dorme sogna i suoi vent’anni

li avrà chi non li ha mai avuti da vivo

la notte stanotte non mi ha divorato.

 

 

NOTTURNO  V

 

tenta la notte ancora di annottare

scende, tratta col vento la sua tregua

ma i patti erano patti e dilaga

lungo questo asse non ancora invernale

attendiamo uno strano Godot dall’Artico

si avvicendano i nuovi giorni al calendario

senza che si veda nulla all’orizzonte

dalla nostra fortezza il tenente ispeziona l’oscurità

nel deserto di cose che abbiamo davanti

c’ è l’idea di un nuovo crollo del fronte

spediremo lettere a casa con “amore mio”

come solo ed eterno richiamo che filtri calore

e il ricordo di un pianto dentro un foglio inzuppato.

 

 

NOTTURNO VI

 

Notte di una notte senza fine

notte il cui confine non arrivo a percepire

notte che passo dentro ad altre notti

in bilico a sedere su una sponda di letto

di un orizzonte opaco e imperfetto

Notte che il giorno me lo racconto e me lo canto

me lo tengo stretto accanto sul cuscino

lo vivo come sogno di luce, di cammino

E immagino un rumore di passi che percorrono la notte

con l’aria che si ingoia di notte ad un aprir di finestra

e in quell’affaccio ti vedo attraversare il filo delle ore

che contate e ricontate non sono più notte

su ore non ancora calde che non fanno il giorno

Notte che annotti sulla città

afferrando e scuotendo lampioni

con un vento che vorrebbe parlarmi

senza aver proprio nulla da dire.

Sarebbe molto meglio dormire

quasi (almeno) come un piccolo morire.

 

Francesco Tontoli

 

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

06 mercoledì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

La tristezza sulle mie spalle
è una camicia di tessuto da vela
lavato nell’acqua di mare
con una spazzola di ferro
sul ponte spazzato dal vento.
E in questo villaggio del sud
senza sosta nè tregua
il sole rosseggia e si gonfia di miele
sulle fanciulle e dentro le albicocche.

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uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

01 venerdì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Tag

Hermann Hesse

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse:

Ho spento il lume e la finestra è aperta
ora la notte entra con dolci onde
mi abbraccia come una sorella
una compagna

Entrambi siamo presi da nostalgia
ogni nostro sogno sembra presagio
s’alterna la voce mentre parliamo
dei ricordi nella casa paterna.

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Canto presente 26: Stefano Guglielmin

24 venerdì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

poesia contemporanea, Stefano Guglielmin

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Stefano Guglielmin

Mamme vermiglie (da “Le volpi gridano in giardino”, Edizioni CFR, 2013)

I.

Se qualcuno provoca o sloga
chiedendo modifiche
o un suono accurato che la possa mutare
lei muta, sposa la conca, il cuneo
sfuma in un canto il grido
e per dispetto cambia mano, perno
ma è un immergere ratto
una prosa d’amore senza rima, in effetti
con tanti uomini e no, e bombolette
per scriverle dentro cose spray dove l’anima
salta, ma è un affare distratto
perché lei, come nessuno, separa i piani
biforca, per dire amore al giogo
e ancora mostrare, pulita, ai suoi figli
la bocca.

II.

Diventerà grande lo stesso, ai piedi del lutto
gronda di fontanelle e semi, per non cambiare
discorso o distrarsi. Potrebbe darsi
un nome diverso, un dominio segreto, e scaltra
vivere doppia: di qua la riva
dove quieta schiumare, di là il supplizio
la stiva, il bottino d’oro che non farà
notizia. Potrebbe, se volesse, farsi adorare
succhiare il petto, regnare, e invece sbava, ferma
sui quattro pungoli del corpo, cagna da riporto
in posa ai margini del bosco.

III.

Nell’ombra, come bianca resa di sposa
attesa. O animale da fratta o rovina
nella cartolina dal male.

C’è una marea in quel lampo, un pensiero
peso piuma che sguscia:

il corpo luccica in tanta samba
sembra nero. E così i suoi rami, maschi
che lei ribalta, sfida.

Sta tutta lì, pare, nella bolgia o come uccello
in salvia sulla brace. Sfalda i marmi ai glutei, sfiata.
Eppure la luce tiene in quella melma, suona

come vocale dolce quando fiume svasa.

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Forma alchemica 20: Hermann Hesse

22 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Tag

Hermann Hesse, Tristezza

Hermann_Hesse_1927_Photo_Gret_Widmann

immagine da wikipedia

Ancora ieri splendidi
oggi votati alla morte
cadono fiori su fiori
dall’albero della tristezza

Li vedo cadere e cadere
come neve sul mio cammino
svanita l’eco dei passi
si avvicina il lungo silenzio

Non ci sono più stelle nel cielo
né amore nel cuore
la distanza è muta e smorta
vecchio e vuoto il mondo

Chi può proteggere il cuore
in questo disperato momento?
Dall’albero della tristezza
cadono fiori su fiori

Hermann Hesse
(trad. Loredana Semantica)

Die mir noch gestern glühten
Sind heut dem Tod geweiht
Blüten fallen um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

Ich seh sie fallen, fallen
Wie Schnee auf meinen Pfad
Die Schritte nicht mehr hallen
Das lange Schweigen naht

Der Himmel hat nicht Sterne
Das Herz nicht Liebe mehr
Es schweigt die graue Ferne
Die Welt ward alt und leer

Wer kann sein Herz behüten
In dieser bösen Zeit?
Es fallen Blüten um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

La poesia che propongo in questa forma alchemica rappresenta una fedele descrizione dell’avvilimento spirituale dei depressi. Il progressivo spegnimento della luce, dei colori, dei suoni, il senso di oscuramento di ogni sentimento gioioso e un continuo cadere di “fiori su fiori” come fossero lacrime dal cuore. Cuore che tace morto all’amore, da non intendersi come pulsione sentimentale verso l’altro in quanto essere umano, quanto altro, come ciò che è fuori da sé, cosa o persona che sia, verso cui si è incapaci di tendere, di andare incontro, perché svanisce, soffocato dalla percezione di un’insormontabile distanza che s’interpone, come avviene metaforicamente col suono dei passi che si spengono ovattati dalla neve.
Non c’è nulla che possa salvare in questi momenti disperati, la tristezza pervade tutto. Tutto cade verso il suolo nella demoralizzazione invincibile rappresentata dai fiori, sinonimo di colore e bellezza, che cadono senza speranza. E’ un dolore morale senza rimedio che pervade lo spirito e lo prostra.
Hermann Hesse è l’autore di questo testo. La perfetta rappresentazione del climax psichico modellato con le parole della poesia introduce alla principale nota caratteristica della poetica di Hesse. L’approfondimento psicologico che egli svolse per tutta la vita con la sua scrittura, accreditandosi come scrittore della crisi e della ricerca. Il filo conduttore della poesia e degli stessi romanzi di Hesse è una costante e pervasiva autoanalisi influenzata da principi mutuati dalle dottrine orientali, indù e buddista principalmente, unitamente a uno spirito profondamente pacifista che lo portò ad assumere posizioni non in linea con il movimento nazionalista. Queste posizioni tuttavia non furono espresse dichiaratamente, ma scaturiscono come evidente conseguenza degli ideali contenuti nelle sue opere. Il pensiero di Hesse era sostanzialmente contrario a un impegno dell’artista in ambiti politici e sociali, dovendo egli piuttosto dedicarsi al compimento della propria “formazione” umana attraverso l’esplicitazione della propria arte. La sua contrarietà al nazionalismo si desume anche dall’affermazione che egli, favorevole a un’unione europea a tutela degli ideali umanistici , espresse in età avanzata, “Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo”.
L’introspezione, il pacifismo, lo spiritualismo e il misticismo sono le ragioni che spiegano il fascino esercitato dagli scritti di Hesse nel 1964 sui giovani americani aggregati in movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Il loro apprezzamento postumo, di appena due anni dopo la morte dell’autore, sono alla base della grande diffusione internazionale delle opere di Hesse, autore di lingua tedesca tra i più letti al mondo.

Una figura eclettica Hermann Hesse, poeta, scrittore, filosofo, pittore, tedesco, naturalizzato svizzero, nacque nel 1877 a Calw da famiglia protestante, il padre e il nonno erano stati missionari in India. Visse l’infanzia con la famiglia a Basilea, insofferente alla rigida e oppressiva educazione pietista impartitagli. Egli inizialmente fu avviato agli studi teologici nel seminario protestante del monastero di Maulbronn. Hermann però, appena quindicenne, fuggi dal monastero, e attraversò una profonda crisi depressiva culminata in un tentativo di suicidio. I genitori allora lo fecero ricoverare a Stetten, dove rimase per quattro mesi in cura, poi lo iscrissero al liceo di Cannstatt, nel quale prese la licenza media.
Successivamente si recò a Tubinga dove diventò libraio e cominciò a pubblicare i suoi primi scritti. Fu un autore prolifico, ben 15 raccolte di poesia e trentadue romanzi, tra i quali i più famosi: Peter Camenzind (1904), Gertrud (1910), Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943). Siddharta è stato ispirato dal suo viaggio in India, paese che esercitava su di lui grande attrattiva per il trascorso dei genitori. Il viaggio da lui stesso definito deludente, si traduce nell’opera in uno splendido risultato.
Si sposò tre volte. La prima moglie fu Maria Bernoulli, una fotografa professionista, che sposò nel 1904, e che gli dette 3 figli Bruno, Heiner e Martin. Nel 1919 si separò da Maria, dalla quale si era progressivamente allontanato per un forte esaurimento nervoso causato dalle esperienze connesse alla prima guerra mondiale e dai problemi psichici della moglie.
Si recò a Montagnola, nel Ticino, dove sembro riprendersi dalla malattia, ma, al termine della prima guerra mondiale, dovette ricorrere alle cure di Carl Gustav Jung e di un suo allievo per superare il suo malessere psichico.
In seconde nozze sposò la cantante Ruth Wenger, vissero poco insieme e le nozze ebbero breve durata, sufficiente tuttavia per precipitare nuovamente Hesse nella depressione e in pensieri oppressivi di morte, che egli cercò di contrastare frequentando i locali notturni di Berna e Zurigo. Frutto di questa esperienza fu il romanzo autobiografico “Il lupo della steppa”
La terza moglie di Hesse fu Ninon Dolbin Ausländer, storica d’arte, una personalità forte che lo influenzò molto, con la quale visse serenamente la propria vita e arte. Ninon gli stette vicino fino alla morte, avvenuta a Montagnola nel 1962.

Hesse nel 1946 è stato insignito del premio Nobel per il saggio pedagogico di “Il gioco delle perle di vetro”, la cui stesura lo impegnò per 10 anni, con la seguente motivazione “Per la sua scrittura ispirata che nel crescere in audacia e penetrazione esemplifica gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile” ma mi piace chiudere questa forma alchemica con una citazione tratta dal romanzo Demian sulle conversazioni con il dottor Jung (nel romanzo dr. Pistorius) perché più di altre centra il nucleo racchiuso nella scrittura di Hesse, il suo sforzo di ricerca e di individuazione dell’origine della sofferenza psichica dalla quale fu afflitto per tutta la vita, mai definitivamente sopita, fondamento e ragione della sua affascinante opera: “Ma tutte le conversazioni, anche le più umili, colpivano con leggero e costante martellio il medesimo punto dentro di me, tutte contribuivano a formarmi, a rompere gusci di uova da ognuno dei quali alzavo il capo un po’ più in alto, un po’ più libero, finché l’uccello giallo con la bella testa di rapace erompeva da frantumato guscio del mondo.” (trad. di Ervino Pocar)

Loredana Semantica

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Versi Trasversali

17 venerdì Nov 2017

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Henry Ariemma

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

HENRY ARIEMMA

Arimane

 

Il male libera.

Fa capire ogni bene

e vede prossima gratitudine

alle domande insignificanti

dell’andare oltre:

respinge alte le onde

sulle stesse orme.

 

Il tacere frutta

solo bacche amare

lavorate per dolci inganni.

 

Altro parlare, propri egoismi…

A non vedere nell’ascolto

pronti tradimenti.

Ma la parola riempie spazi

e basta morire senza perdono,

pensarsi eterni per non risolvere

l’umano dolore in mancata fede

come case ostili mai colpevoli.

 

*

 

Il buio dietro hai costruito

accumulo di cristalli inutili:

vasi e bicchieri per mancati pranzi.

Su quei vetri una polvere tornia

disegni pesanti.

 

Agli estranei hai dato

il quotidiano di figli

in parole giuste,

forze misurate,

felice racconto

del fare bene…

 

Hai fermato amici,

risparmiato musiche,

parole della sera,

negato viaggi e sogni:

tolto libertà…

Perché la coperta

non allargava

la funzione unica

dell’ a m o r e

 

*

 

L’erba mi ricordi

di quella casa…

Cumulava dove voleva,

rinverdiva intensa

vicina ai sostegni

non lontano dal passo

ma dallo sguardo

e chiedeva macchie

riempite dal bordo.

La pioggia faceva fango

seccato polvere e l’acqua

donava un capsico viola.

Al basilico divideva l’orto

con mattoni affondati

scoperti picchi…

 

E inerpicavi capricci,

limbo dimentico ai figli

mancando promesse

a castighi del tempo

sempre tuo, perduto

in ogni andare.

 

*

 

Forse per case

nelle pareti nascoste

sono i ricordi persi

dei fratelli in città:

si rimane al crescere

insieme negli anni,

compiuti i destini…

A essere divisi

sono promessi ritorni

di richiami intuiti.

 

E le costellazioni perse?

Sono facce forzate

vicine nelle foto,

nascosti segnali

al voltare negli occhi,

scuse diverse

accomodate vite.

 

Spenta Mainyu

 

È l’amore il cardine

del nostro esistere

piega verghe adamantine

a soccombere ragioni

tentate di giustizia,

è velo a non vedere

determinare granelli,

disporre acque

a chi non pone mani

per chi neanche guarda.

 

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Prisma lirico 13: Bertolt Brecht – Mario Sironi – Auguste Rodin

08 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Tag

Auguste Rodin, Bertolt Brecht, Mario Sironi

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la profonda poesia di Bertolt Brecht e le intense opere di  Mario Sironi e Auguste Rodin

mario sironi paesaggio 1952 tre cime di lavaredo

Mario Sironi, Paesaggio, 1952

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht trad. Roberto Fertonani

The_Thinker_Musee_Rodin

Auguste Rodin, “Il pensatore”, particolare

Di innoxiuss – Thinking at Hell’s gate, CC BY 2.0, Collegamento

Testo: Bertolt Brecht, da “Poesie” Einaudi, 1992
Opere:
Mario Sironi, “Paesaggio” ( tre cime di Lavaredo), 1952
Auguste Rodin,  “Il pensatore”, particolare

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Versi Trasversali

03 venerdì Nov 2017

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Fabio Strinati

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FABIO STRINATI

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

OMBRA

Il mio corpo vibra
in uno sconosciuto posto
che di una perduta notte
si nutre e si schiude.

Annego nel vuoto, ed altri
vuoti naviganti
come furie sciolte
nei venti lontani
mi scompigliano l’anima
nel suo fondale d’esasperazione.

Cerco attimi che siano folli,
virgole per respirare:
assumo la mia forma
quando nello specchio
mi vedo ammucchiato
coi pensieri dell’origine,
e nel sondare
la mia anima che giace
in uno scrigno di ventre,
mi sento ostaggio
di quest’ombra a me familiare.

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Dove ci incontreremo dopo la morte?

02 giovedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio

René Magritte, Les Amants, 1928

35.

Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
E il nostro consueto giretto serale?
E i rammarichi per i capricci dei figli?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto,
di questo furore? Sin d’ora promettimi
di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere
sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
in quel teatro spilorcio, in quel vòrtice
e magma di larve ahimè tutte uguali,
fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

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Forma alchemica 19: Jacques Prevert

01 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Jacques Prévert

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

 

Desidero dedicare questa forma alchemica a Jacques Prevert. E comincio a parlarne rinviando a un post che qualche giorno fa ho pubblicato qui, su questo blog. Si tratta della prima “Poesia a caso”, una sorta di esperimento poetico nel quale apro a caso una pagina della raccolta poetica di un autore e ne pubblico il testo. Singolarmente la poesia di Prevert scelta a caso intercetta perfettamente lo spirito della nuova rubrica, nel senso che essa vuole rendere evidente che non sempre i grandi hanno scritto capolavori. Le loro poesie migliori, le loro “forme alchemiche” circolano con maggior frequenza delle altre, queste ultime magari sono ben scritte, di sicura qualità, ma meno riuscite in perfezione di senso e di bellezza. In particolare la poesia “La meteora” non brilla per finezza, parla di galera, pitale e di schizzi che al solo pensiero suscitano repulsa. La parola “merda” in una poesia è sufficiente a connotarla di un elemento di disgusto, per quanto, obiettivamente, essa è sostanza che accomuna gli esseri viventi. Tutti gli organismi vivi dal più semplice al più complesso, si nutrono ed eliminano le scorie non utili a produrre energia o rinnovare/mantenere la propria struttura corporea. Non dobbiamo certo “impressionarci” delle parole, anzi coraggiosamente dobbiamo accettarle tutte nella loro inesauribile capacità di nominare l’esistente e il non esistente, nella sconfinata e incantevole ricchezza di espressione, composizione, suono. Una fascinazione che senza mai esaurirsi attrae i poeti, gli scrittori, gli artigiani della parola. A parte la digressione compiuta a “giustificare” l’uso di termini non elevati e nobili che, sono certa, alcuni non apprezzano in un testo poetico, ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, la poesia scelta per inaugurare una “Poesia a caso” è una poesia d’amore. Amore che si schiude al suo senso in un crescendo, dalla prosaicità del penitenziario e degli escrementi, alla leggerezza del sentimento d’amore che riscatta il carcerato, la poesia e fa trionfare il sentimento. E proprio dall’esaltazione del sentimento si riconosce come una poesia scritta da Jacques Prevert. In questa forma alchemica propongo, per contraltare al picco trash della poesia “La meteora”, uno dei testi migliori di Prevert, dove il sentimento d’amore è colto nella sua punta di maggiore acutezza: la fase dell’innamoramento. È il periodo nel quale gli innamorati non hanno occhi e orecchie se non per la persona amata e si appartano in angoli bui dove poterla “assaporare”. Vivono in un mondo tutto loro di sensazioni ed emozioni, si cercano coi corpi e le bocche, scandalizzando i passanti, arrabbiati per questa ostentazione di “privato”,  invidiosi del loro sentimento.

Jacques Prevert, francese nato nel 1900 a Neuilly-sur-Seine è stato poeta, scrittore, sceneggiatore, artista. La famiglia, dopo un periodo di difficoltà economiche, si risollevò dalle ristrettezze per l’assunzione del padre Andrè all’Ufficio dei poveri di Parigi. Ciò darà modo a Jacques di osservare un mondo di miseria che rappresenterà poi in alcune sue opere. Il padre influenzerà la formazione dei figli portandoli spesso al cinema e al teatro, anche perché la scuola non fu la scelta di Jacques che, insofferente alla disciplina, l’abbandonerà a quindici anni. Appena ventenne, durante il servizio militare conobbe  Yves Tanguy e Marcel Duhamel che poi divenne editore, due importanti amicizie che influenzarono la carriera di Jacques e di suo fratello  Pierre. Pierre divenne regista e mise in scena per la televisione e il teatro le sceneggiature, anche per bambini, scritte dal fratello, in un lungo e proficuo sodalizio artistico. Nel  1922  Jacques si avvicinò al gruppo dei surrealisti francesi, tra i quali  André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon e Antonin Artaud, e per i quattro anni successivi vi furono intensi contatti. I rapporti furono interrotti a causa del testo di Prevert “Mort d’un monsieur”, scritto in polemica con Breton, del quale Prevert contestava la presunta superiorità intellettuale, che determinò la rottura con Breton e l’allontanamento di Prevert dal gruppo. Dal 1932 al 1936 visse a Tourette de loupe, si dedicò al teatro e alle sceneggiature per la cinematografia, collaborando con Jean Renoir e Marcel Carnè. Tornerà a Parigi soltanto nel 1945, lo stesso anno in cui vede la luce la sua prima raccolta di poesie “Paroles”, accolta con molto favore dal mondo letterario. A questa seguiranno altre raccolte: Spectacle” (1949); “La pluie et le beau temps” (1955); “Choses et autres” (1972), altrettanto apprezzate dalla critica. Prevert conobbe e collaborò con Pablo Picasso, al quale, pare, abbia dedicato per ammirazione la poesia Alicante. Nel 1948 per un incidente cadde da una finestra e rimase in coma per alcune settimane. Ripresosi dall’infortunio si dedicò ancora alle sceneggiature, e ad una nuova attività artistica: il  collage, una scoperta del suo ultimo periodo. Espose e pubblicò alcune delle opere realizzate. Visse gli ultimi anni a Omonville la Petite, ricevendo rare visite di cantanti e attori conosciuti in attività, fino alla morte per tumore nel 1977.

La poetica di Jacques Prevert si caratterizza per il rilievo dato al sentimento, sempre cercato anche se talora disperato e disperante: amore tradito, amore mancato, amore libero. Si avverte in tutta la sua opera la polemica con il potere, l’irriverenza spinta fino alla blasfemia, l’ironia dissacrante fino alla satira, l’anticonformismo, la critica ai benpensanti. Ciò conduce a definire Prevert sostanzialmente un anarchico, proprio per l’avversione contro chi comanda, espressa nei termini che potrebbe usare la gente comune. Fedele ai temi del surrealismo, consapevole della lezione del simbolismo, Prevert riversa nel suo dettato l’anelito alla libertà, spesso simboleggiata da un uccello, esprime la ribellione alle istituzioni e dipinge un mondo di personaggi caratterizzati vivacemente, portatori di drammi, storie, aneliti autentici, uomini e donne conosciuti nelle sue frequentazioni sul lungosenna, nelle modeste pensioni, nelle rues parigine, nei bistrò. La sua poesia presenta giochi di parole, divertissement, ma anche coltissimi rimandi ed intrecci intellettuali. Può sembrare, ad una lettura superficiale, che i suoi testi pecchino di semplicità, fin quasi alla banalità, ma Prevert compie volutamente la scelta di un lessico comune che veste di una complessità di significati, non abbandonando mai la ricerca di un preciso e accattivante ritmo. Lo stesso che egli ben “maneggiava” avendo scritto innumerevoli canzoni, più di mille testi, interpretati da grandi cantanti come Juliette Greco, Yves Montand, Serge Reggiani. Chiudo riportando da “L’età forte” le parole di Simone Beauvoir che testimoniano l’influenza il carisma di Prevert tra la gente di cinema che s’incontrava al Fleure, famoso caffè di Saint-Germain des Prés: «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante ed un po’ stralunato ci catturava completamente»

Loredana Semantica

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