Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

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Illustrazioni di Vania Bellosi ed Elena Bertoncini
Copertina di Alberto Zannoni
Prefazione di Fabrizio Azzali

 

Prefazione

Chi non ha mai guardato in quegli occhi,
non ha mai visto nulla di divino
(Anna Maria Ortese)

 

I Gatti che stanno in questo libretto sono davvero speciali. Ma tutti i Gatti lo sono. Chi ha convissuto con uno di loro e ne è stato adottato per segreta affinità elettiva lo sa. Gli altri animali sono animali e basta, il Gatto no, lui è un’altra cosa, è un po’ parente della Sfinge e ci propone da sempre gli stessi enigmi. È però più antico della Sfinge e forse rammenta cose che essa ha dimenticato. Perché, già gli Egizi lo sapevano, è della stirpe degli dèi e forse per questo sa vedere nel buio, là dove gli occhi umani sono inutili. Il Gatto è imprevedibile e misterioso, affine alle cose inconoscibili, e ci insegna così la variegata imprevedibilità della vita e il mistero che ci avvolge. Cosa osserva quando si siede così, immobile, all’apparenza perso nei suoi “pensieri”, o forse “a sognare ad occhi aperti”? Credo stia guardando dentro, guarda la trama dell’esistenza che fluisce attraverso di lui; sta osservando segrete relazioni, lo svolgersi di vite dentro alle vite, di mondi dentro ai mondi; ascolta la dolce canzone della trama dell’essere, che lo rassicura del ruolo che svolge ogni forma animata e della bellezza senza fine. Ma il Gatto sa pure essere ironico e sottile, quasi alla stregua di Groucho Marx, come dimostra la gatta un po’ sovrappeso che abita da me e che, al posto dei topi forse ormai irraggiungibili, continua a posare sullo zerbino di casa le pigne: tanto la differenza è trascurabile e io fingo di non notarla… Superfluo tentare di fare del Gatto un nostro possesso, imporgli un nome e illudersi che risponda al richiamo: lui non conosce la servitù e risponde solo al nome che si è scelto e che nessuno conosce. Solo quelli che, leggeri e indecifrabili, si muovono a passi felpati tra le pagine della letteratura (e di questo gioioso volumetto) tollerano un nome e diventano, sontuosamente, Murr, Behemot, Pluto, Zorba…Max. Davvero, senza alcun dubbio i Gatti sono creature eccezionali, sono proprio esenti da difetti.

Fabrizio Azzali

 

Il gatto che cammina sulle stelle

Il gatto camminava sulle stelle
saltava dall’una all’altra
a volte fingeva di cadere
aggrappandosi con una zampa

le stelle applaudivano entusiaste
il gatto miagolava contento
ai bambini e ai gatti
le avventure non fanno spavento.

 

Il nostro gatto

Vede nel buio
cammina nel silenzio
risuonano i suoi ronf
nell’universo

la coda batte
sul gong dei veri affetti
il nostro gatto esente
da difetti.

 

Colori naturali

Un gatto soriano
occhi gialli
nell’erba verde

osserva
un merlo nero
becco arancio

il felino si slancia
il merlo si alza
baruffa celeste.

 

Lui

Intensamente
mi fissa questo gatto
lui sa chi sono.

 

Testi tratti da Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

Poesia sabbatica: 13

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13

 

 

trattenermi

trattenerti

com’è difficile per noi

che abbiamo eliche sulle spalle

ali che all’improvviso rotano

 

(per uno squarcio azzurro tra le nubi

per un lampo appena a ciel sereno

per carne o cuore che mai s’acquieta,

perché se un dio muore

ne arriva un altro che ne fa le veci,

perché ha un odore marcio

ciò che è morto

e noi abbiamo fame del risorto)

 

lo so

sarebbe bello poter dire:

ecco, sono arrivato,

da qui non parto più

 

ma chi lo sa

se un’agenzia stellare

subdola o infernale

ha omesso sul biglietto

data e destinazione

 

solo punti di sospensione

le tappe e le stazioni

l’orario di partenze e mai l’arrivo

 

(ed itaca non c’è

atlantide è scomparsa

 

e viviamo noi perduti

noi senza più astri

sul bordo delle ciglia).

 

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

 

Stefania Cinzia Cavasassi “Tutta mia la città”. Intervista di Patrizia Destro

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Patrizia Destro intervista Stefania Cinzia Cavasassi sulla sua opera: Tutta mia la città. Sesto San Giovanni raccontata ai bambini. Il libro può essere acquistato presso la libreria Tarantola di Sesto San Giovanni.

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?
Ricordo che scrivevo semplici poesie alle scuole elementari. Ho sempre amato leggere e, credo che questo abbia segnato l’inizio del mio amore per la scrittura.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?
Il primo “amore” letterario è stato Edgar Allan Poe. Per questo motivo, oltre ai romanzi mi piace leggere (e scrivere) racconti. Ci sono molti autori che sento vicini al mio modo di vedere la vita e l’arte. Tra gli autori italiani, sicuramente Pirandello, Buzzati e Pavese; tra gli autori stranieri, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar (si dice che ognuno abbia il proprio libro, il mio è ‘Memorie di Adriano’), Simone de Beauvoir e Garcia Marquez… ma sarebbe impossibile elencarli tutti.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
Penso alle parole di Umberto Eco: “C’è una sola cosa che si scrive solo per sé stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.” Pertanto una componente autobiografica penso sia sempre intrinseca nella scrittura e, in questo libro, ci sono i luoghi nei quali sono cresciuta e che fanno parte del mio vissuto.

Ci parli della tua pubblicazione?
Ho deciso pubblicare il libro e dedicarlo alle bambine e bambini che, a differenza di noi adulti, riescono a vedere il mondo con curiosità e semplicità. È un libro che racconta la storia di una città, la mia città, Sesto San Giovanni. Ho cercato con le immagini, le illustrazioni e gli indovinelli a raccontare la Storia e le Storie di alcuni personaggi celebri come Quasimodo, Fermi, Gino Strada e il Papa (per citarne alcuni) per stimolare la curiosità dei piccoli lettori.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Mi piace pensare che possa essere utile ai bambini e agli adulti che vogliono divertirsi a scoprire cose nuove e singolari della realtà che li circonda.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?
Ho una pagina Facebook: “Sesto, sotto il compasso una citta da raccontare”, che con semplici post fa conoscere la storia della mia città. Mentre ero in trasferta per lavoro mi sono resa conto che non erano mai stati pubblicati libri per bambini, che potessero stimolare e incuriosire i piccoli cittadini. Questo mi ha spinto a mettere insieme alcune informazioni e curiosità che nel tempo avevo raccolto sulla mia città per proporle, in un linguaggio adatto ai bambini, all’interno di un libro.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?
Quando potevo, mi sono sempre appuntata piccoli spunti che sono poi diventati capitoli del libro.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?
La copertina e le illustrazioni sono di Chiara Nicolini, un’amica e illustratrice straordinaria, senza di lei il libro non sarebbe stato così bello. Nella copertina sotto il compasso (che non ha nessun riferimento massonico ma riporta semplicemente il simbolo nello stemma della nostra città), bambine e bambini si tengono per mano, dando un futuro al passato della città.

Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Grazie a questa intervista mi è tornata la voglia di scrivere, quindi chissà …

Come mai hai deciso per il self-publishing?
È un tasto dolente, in realtà il libro doveva seguire altre strade per la pubblicazione. Mi stavo arrendendo, ma alla fine, anche per correttezza verso l’illustratrice e il caro amico Maurizio, ho deciso di finanziare autonomamente la pubblicazione e non lasciarlo nel cassetto.

Shel Silverstein scrisse: “Penso che i libri, anche quelli per bambini piccoli, possano contenere più di un’idea. Una sola storia può contenerne molte, almeno cinquanta”. Sei d’accordo con questa affermazione? Pensi che la tua pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto?
Assolutamente d’accordo con l’affermazione di Shel Silverstein, penso e spero che la mia pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto.

In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Sono fondamentalmente timida, pertanto al momento la promozione avviene soprattutto grazie al passaparola.

Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)
“La Resistenza operaia a Sesto San Giovanni” è sicuramente il capitolo a cui sono più legata. Sesto San Giovanni Medaglia d’oro al valor militare per l’alto contributo pagato dai sestesi. Essendo un libro per bambini è stato solo accennato, ma dobbiamo sempre ricordare la deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni. Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione. Per me, è importante fare di tutto perché non si perda la memoria.

Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Che possa essere il punto di partenza per grandi e piccoli per scoprire la propria città.

Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Io mi chiederei: “Quanto ci hai creduto tu e quanto ti hanno spronato gli altri?”

Via Gemito di Domenico Starnone lettura di Antonella Pizzo

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Pubblicato nel 2001, e ripubblicato nel 2020 da Einaudi, Via Gemito di Domenico Starnone, Premio Strega del 2001, Premio Napoli, cinquina del Premio Campiello, è un romanzo che affonda nelle complesse dinamiche familiari attraverso il racconto di un figlio che ripercorre la vita del padre. La narrazione è intimista e riflessiva, esplora la fragilità dei legami familiari e il peso dei sogni infranti. La vicenda si svolge  a Napoli, tra la fine della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra fascista, per buona parte in  Via Gemito 64. La trama è prevalentemente autobiografica ed è raccontata dal figlio Domenico, detto Mimì, mentre va alla ricerca del quadro più famoso del padre, I bevitori, che pare sia esposto presso una sala consiliare. Il romanzo inizia con Mimì che ricorda il padre quando afferma di aver picchiato la moglie solo una sola volta in ventitré anni di matrimonio. Il che è una bugia, il padre ha picchiato e insultato tante volte Rusinè, la madre.  Il padre è Federico detto Federì.  Un pittore che non si è mai realizzato, che pittava, pittava, senza mai raggiungere il successo sperato. Pittava, pittava, e le sue tele coprivano tutto,  la stanza dove dormivano i figli,  la casa dove viveva la famiglia, la vita stessa della  moglie Rusinè e dei tanti figli, tutto passava in secondo piano, tutto coperto dalla tela e dai suoi colori, che soffocavano la realtà, toglievano l’aria e la luce, gli affetti familiari, l’amore. Federì è un ferroviere frustrato che fa di malavoglia e malamente il suo lavoro che percepisce come ostacolo e come causa del suo insuccesso nel mondo dell’arte. Così come gli è d’ostacolo la sua famiglia, diversamente, senza famiglia a carico sarebbe diventato famoso.

Federì è il fulcro del racconto: un artista talentuoso ma frustrato dal fallimento, che si sente incompreso e penalizzato dalle circostanze, un uomo dal carattere difficile, egocentrico, spesso violento. Attraverso la voce del figlio Mimì, l’io narrante, il lettore viene trascinato in un viaggio complesso fatto di amore e odio, in cui la figura del padre emerge come quella di un uomo insoddisfatto e ambizioso, incapace di venire a patti con i propri fallimenti. Questo sogno mai realizzato di vivere d’arte domina la sua esistenza e influenza profondamente il rapporto con la moglie Rusinè, vittima della sua frustrazione e violenza, e con i figli, cresciuti in un ambiente di tensioni e incomprensioni. Starnone esplora le ambizioni irrealizzate di questo personaggio e le loro conseguenze devastanti, in particolare sul piano familiare, dove la realtà quotidiana diventa una prigione per i sogni del padre e un luogo di sofferenza per chi lo circonda. La pittura, per Federì, è l’unico mezzo per affermare la propria identità, ma questo suo desiderio inespresso lo porta a distorcere la realtà, raccontando bugie e millantando successi inesistenti, rendendolo al tempo stesso affascinante e respingente agli occhi del figlio.

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I bevitori di Federico Starnone, esposto nella sala consiliare di Positano. Il bambino che versa l’acqua è Domenico Starnone che ha posato per il padre all’età di 10 anni. Vicenda raccontata nel romanzo.

Il romanzo mette in scena una riflessione sulla memoria e sull’influenza che i ricordi e le narrazioni familiari hanno sulla percezione del passato. Anche i ricordi possono mentire. «Come è perfida la memoria, ogni ricordo è già il primo stadio di una menzogna». Mimì, crescendo, si rende conto che le storie del padre, sebbene potenti e coinvolgenti, sono spesso esagerate o false, e questo lo porta a mettere in dubbio non solo la figura paterna, ma anche la sua stessa identità e i ricordi della propria infanzia. Mimì arriva a rappresentarsi il padre come un pavone, addirittura crede di vederlo reale, presenza viva che si nasconde nella camera da letto del padre, un pavone che fa la ruota con le sue piume colorate. Arriva a odiarlo al punto di desiderare ardentemente, per tre anni di seguito, di ucciderlo. La sua presenza è così predominante che i ricordi che  riguardano la madre sono sbiaditi.  Il contrasto tra la verità e le menzogne di Federì rappresenta uno degli elementi più affascinanti del libro, che si muove abilmente tra realtà e finzione, senza avere mai la contezza di cosa sia autentico e cosa sia invece frutto dell’immaginazione.

L’ambientazione napoletana, con i suoi colori e la sua vivacità, fa da sfondo a una storia che riflette anche i cambiamenti sociali del dopoguerra, in particolare per quanto riguarda il ruolo della donna, incarnato dalla figura di Rusinè, una moglie che subisce il peso delle aspettative del marito, costretta a fare i conti con la povertà, con le manie di grandezza di Federì e il suo egoismo, con tanti figli da crescere, spesso con problemi di salute.

In definitiva, “Via Gemito” è un romanzo intenso e struggente, che non si limita a descrivere un dramma familiare, ma offre anche una profonda riflessione sul rapporto tra arte, fallimento e identità, il tutto immerso in una Napoli malinconica e affascinante. Starnone scrive con una prosa ricca di sfumature, alternando con maestria momenti di ironia a scene di grande pathos, rendendo il libro non solo un ritratto amaro e realista di una famiglia in crisi, ma anche un omaggio all’ambizione umana e ai suoi limiti.

Il libro da Einaudi

Un padre ferroviere strafottente e fantasioso, con la vocazione ostinata di pittore. Un figlio che si è sempre vergognato delle bugie del padre, ma che dopo tanti anni non è più sicuro dell’infallibilità dei ricordi. La memoria è infatti una somma di malintesi, e quanta vita vera può ancora sprigionare la sua confusione, spesso menzognera? E, soprattutto, come raccontare un uomo che ha romanzato continuamente la sua esistenza, uno che «credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri o i rimorsi»? È questa la sfida letteraria vinta da Domenico Starnone che con questo libro grandioso ha fatto scuola, dando corpo al personaggio indimenticabile di Federí, in un continuo dialogo tra esperienza autobiografica e invenzione narrativa. Un libro straordinariamente nuovo, un classico contemporaneo.

La casa di via Gemito odora di colori e acquaragia. I mobili della stanza da pranzo sono addossati alla bell’e meglio contro le pareti e, prima di andare a dormire, bisogna togliere dai letti le tele messe ad asciugare. Federico, detto Federí, ambizioso e insoddisfatto, desidera essere apprezzato come pittore di talento. Lavora invece come impiegato nelle ferrovie statali per dare da mangiare alla sua famiglia: alla moglie Rusinè, di una bellezza speciale, e ai loro quattro figli. A distanza di molti anni, è il primogenito a raccontare quel padre, così inquieto nel dimostrare le sue doti artistiche, così vitale e affascinante, ma anche così sopraffatto da insoddisfazioni e delusioni. Napoli porta ancora su di sé le tracce della seconda guerra mondiale, ma la memoria che ha il figlio di quei giorni è tutta concentrata sulle incandescenze di Federí. Proprio quel padre ingombrante a cui ha sempre cercato di non assomigliare è motore di una ricerca che lo riporta nella città-cosmo in cui affondano le radici del suo immaginario e della sua lingua di scrittore. Federí, con la sua prosopopea e le mani sporche di colore, trova posto tra i personaggi memorabili

Antonella Pizzo

Domenico Starnone (Napoli, 1943) è autore di romanzi e racconti. Nel 2001 Ha vinto il Premio Strega con Via Gemito ripubblicato nel 2020 con Einaudi. Per Einaudi ha pubblicato inoltre Spavento (2009, Premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011), Il salto con le aste (2012, prima edizione 1989), Condom (2013), Lacci (2014, The Bridge Book Award), Scherzetto (2016, Premio Isola d’Elba, finalista al National Book Award nella traduzione di Jhumpa Lahiri), Le false resurrezioni (2018), Confidenza (2019 e 2021), Vita mortale e immortale della bambina di Milano (2021 e 2023) e La scuola, che racchiude i racconti Ex cattedraFuori registroSottobancoSolo se interrogato (2022), L’umanità è un tirocinio (2023), Fare scene. Una storia di cinema (2023), Il vecchio al mare (2024) e Labilità (2024). Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, tra i quali La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani, Denti di Gabriele Salvatores e Lacci di Daniele Lucchetti.

LA POESIA PRENDE VOCE :FRANCESCO VITALE

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LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Dino Ignani

Testo tratto da “Lo spirito cuoce” Edizioni Efesto, 2023 (Prefazione di Anna Petrungaro). Legge lo stesso autore.

“L’anello” di Vittorio Zucconi

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Oggi propongo la lettura di un racconto breve di Vittorio Zucconi. Seguiremo l’avventurosa ricerca di un anello perduto che, pur non essendo fatato assume, nel corso della storia, un potere magico. La narrazione, effettuata da un narratore esterno, prende avvio in medias res, dal momento in cui il protagonista Larry si accorge di aver perso la fede nuziale. La caratterizzazione dei personaggi è indiretta perché è il lettore a dedurre le informazioni e la personalità dei personaggi dai loro comportamenti.

*

Larry era mancino e allungò la mano sinistra per aprire la portiera dell’auto. Fu così che notò qualcosa che non c’era: all’anulare mancava la fede, l’anello matrimoniale che Lara gli aveva infilato 29 anni prima davanti a un altare e che da allora non si era mai tolto. Negli ultimi tempi, a causa della malattia di Lara che l’aveva costretta in ospedale, Larry era molto dimagrito e la fede aveva cominciato a stargli larga. E senza che neppure se ne accorgesse, l’anello gli era scivolato via dal dito. Lara se ne accorse invece subito. Nonostante gli aghi delle flebo che le uscivano dalle braccia, le medicazioni brutali, i calmanti e le acro- bazie di Larry che cercava di usare soltanto la destra, la moglie si avvide immediatamente di quello che non c’era.
– Non hai più la fede – mormorò.
– No, sai, l’ho lasciata sulla mensola del bagno, perché non mi scivolasse via- rispose troppo in fretta Larry.
– E allora perché cercavi di nascondere la mano? – lo incastrò la moglie.
– Potevi almeno aspettare che fossi morta prima di levartela – disse chiudendo gli occhi.

Per Larry cominciò da quel momento una caccia all’anello mancante tanto disperata quanto superstiziosa, come se ritrovare quel cerchietto d’oro avesse potuto guarire la moglie. Avrebbe potuto comperarne un altro, naturalmente, ma non sarebbe servito a nulla. E ogni sera, dal suo letto d’ospedale, Lara gli fissava l’anulare della mano sinistra, quando lui le accarezzava la fronte con la destra.
– La vita è così, Larry, c’è chi perde e c’è chi trova – cercò di consolarlo la madre, telefonandogli un giorno dalla casa di riposo dove lei passava il tempo da sola guardando troppa televisione.
– Pensa, Larry, che ieri sera al telegiornale locale ho sentito la storia di una donna che al ritorno da una vacanza in Sud Carolina ha trovato tra i suoi costumi da bagno un anello d’oro.
Come? Un anello d’oro? Una vacanza in Sud Carolina? Un costume da bagno? Larry chiamò la redazione, domandò del cronista che aveva raccontato la storia dell’anello trovato e gli passarono un giornalista stupito che qualcuno si fosse interessato a quella insignificante storiella umana che lui aveva pescato, come l’ho pescata io, dal cestino dell’informazione, per riempire una sera vuota d’estate. Diede a Larry il nome della donna, una certa signora Dolores Tucker di San Antonio, nel Texas. C’erano 18 Tucker, nell’elenco di San Antonio, e Larry li chiamò tutti, prima di trovare finalmente Dolores. È lei la signora che… Si, sono io, ma lei…? Sono quello che ha perduto l’anello, nel negozio di costumi da bagno… Aspetti – lo interruppe Dolores – come faccio a sapere che lei…?
Guardi all’interno dell’anello – la implorò Larry – ci dovrebbe essere incisa questa scritta: L&L, per Lara e Larry, e poi la data del matrimonio, 10-10-70. Una lunga pausa, un rumore di cassetti, poi la risposta: si, la scritta c’è. Domani le spedisco l’anello.
– L’ho trovato! Lara, l’ho trovato! Era scivolato nel sacchetto di una cliente! Domani mi arriva per posta!
Dal suo letto, Lara accennò a un sorriso, il primo che lui le avesse visto in volto da quando era stata ricoverata, ma sembrava ancora un po’ scettica. Infatti, il giorno dopo non arrivò nessun anello. E neppure il giorno dopo, né il terzo.
Il quarto, Larry riprese il telefono in mano: signora Dolores, scusi, ma l’ha spedito o no? Come no? (Un po’ offesa). Certo che l’ho spedito, a lei, al signor Larry Sweeny, Garden, New Jersey. Come? Noooo, urlò Larry, non New Jersey, Sud Carolina, signora, Garden, Sud Carolina. Oh, fece la voce dall’altra parte. Le probabilità che esistesse un omonimo nella omonima città di Garden, ma in New Jersey, erano microscopiche, ma le Poste americane l’avevano scovato e avevano diligentemente recapitato l’anello. Non soltanto il nostro Larry dovette confessare alla moglie che l’anello non era ancora arrivato e dovette vedere quella espressione che le donne sanno fare per raggelare gli uomini infingardi.
In più dovette telefonare a un signor Larry Sweeny, di Garden, spiegandogli che anche lui era Larry Sweeny, ma di un’altra Garden, e che l’anello era suo, di Larry Sweeny, non di Larry Sweeny, e domandare a un perplesso, diffidentissimo Larry Sweeny se per cortesia poteva rispedire l’anello a lui, a Larry Sweeny. Cosa che, sia detto a suo merito, il Larry Sweeny sbagliato fece.
Grazie a quel disperato redattore del telegiornale che non ha notizie importanti da dare, ma parla di esseri umani e d’amore, sappiamo che ora l’anello è stato finalmente rinfilato al dito giusto. Che Lara ha sorriso davvero, quando lo ha visto. Che ora è tornata a casa, dimessa dopo un netto miglioramento. I medici, che non capiscono niente di anelli, parlano di remissione. Ma noi, che non capiamo niente di medicina, preferiamo pensare che sia stato il piccolo miracolo dell’anello smarrito a farla sentire un po’ meglio.

da Vittorio Zucconi, Storie da non credere, Einaudi, 2001 (ridotto)

Poesia sabbatica: “Presentendo la sera”

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PRESENTENDO LA SERA

 

me ne sto andando

in uno scadere d’anni

(quando si comincia a morire,

a cinquanta, sessanta,

a settant’anni,

o quando a un compleanno

lo sai che non c’è tempo

per passi troppo lunghi

la vista più lontano)

 

che importa

se ancora avrò stagioni,

se soffierò candele

sui troppi giorni spesi,

su qualche storia in fronte

e troppi vuoti di memoria

 

(ma c’ è ancora nella carne

un guizzo d’ascensione,

la voglia all’improvviso

di stare nel tuo odore,

a te donna che passi

vestendo il sole addosso,

a te che sei polpa e pelle

più vera di ogni stella)

 

me ne sto andando

come lo stormo a ottobre

i giorni più corti

la foglia che trema

la luce che sviene

oltre i tetti e le cime

 

(ma il passero in volo

sa già d’altro sole,

ha linee di cielo

ricamate negli occhi,

non io che a terra

mi arrendo alla sera,

che ho i passi contati

di un tempo a scadere,

e la fine verrà, sarà fine,

sarà il sonno e l’inverno,

parlerò coi miei morti

nell’insonnia e la notte

e un mattino qualunque

non aprirò più la porta)

 

intanto io aspetto

che un dio mi sorprenda,

che faccia cadere

sul mio letto le rose.

 

 FRANCESCO PALMIERI

(tratta dalla raccolta “Il male nascosto“, Terra d’ulivi edizioni, 2016)

Una poesia di Miriam Bruni, illustrata da Loredana Semantica

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“Mare e aquiloni” illustrazione di Loredana Semantica

Ma non chiedete al mare

sentieri,

direzioni; non aspettatevi

esaustive spiegazioni.

Lui è conferenziere

di lotte e contusioni;

ma non come tra fiere:

tra morbidi aquiloni!

Miriam Bruni

“Mara e Dann” di Doris Lessing. Una lettura di Antonella Pizzo

Doris May Lessing, nata Tayler (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 novembre 2013), è stata una scrittrice zimbabwese di origine britannica. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2007 con la seguente motivazione: «cantatrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».Doris_Lessing_3

Mara e Dann di Doris May Lessing è un bel librone di più di 500 pagine che ho finito di leggere in soli tre giorni. Le prime cento e più pagine sono quasi prive di dialoghi, i personaggi presenti: i due/tre protagonisti e le figure di contorno, il cattivo di turno, il popolo delle grotte. Molte sono le descrizioni di desolati paesaggi, di pozze d’acqua secche, di fango rappreso, di case con i tetti in paglia, di scorpioni giganti, di pochissime radici gialle trovate sottoterra, di ossa d’animali morti migliaia di anni prima e portati alla luce da improvvise piene di fango, che come improvvisamente arrivano improvvisamente spariscono, di resti di antiche civiltà scomparse di cui si è perso il ricordo. E pur tuttavia il romanzo non stanca e le pagine te le leggi e ti scorrono davanti agevolmente e piacevolmente. Nelle pagine successive il romanzo continua fra descrizioni di avventure e di vicissitudini, fra sventure e avversità, fra colpi di fortuna e coincidenze sfavorevoli, fra una miriade di personaggi, tantissime persone vaganti o stanziali, buone o cattive, ricche o povere, di tutte le razze e di tutti i colori, uomini mostri, uomini fantocci, uomini rimasti uomini.

Romanzo appassionante ed epocale, fantastico, una sorta di fiaba che racconta la storia di Mara e Dann e di tutta l’umanità, la storia della lotta per la vita. In un mondo dove esiste e resiste fortemente la differenza razziale, in un mondo violento, in un mondo assetato e affamato, in quel mondo del futuro ma ricaduto nel passato, vive l’umanità dolente costituita non più dall’uomo moderno ma neppure dall’uomo del passato, l’uomo ha perso la propria identità, vaga incosciente fra relitti meccanici che non sa più usare, manca l’energia necessaria a farli funzionare o si è perso il ricordo del loro funzionamento e della loro funzione. Un mondo nel quale la terra matrigna non dà più frutto, dove gli animali da latte si succhiano per fame le loro stesse mammelle, un mondo dove le lotte fra gruppi diversi, fra razze diverse, sono la normalità, un mondo dove però si fa ancora uso del papavero che dà l’oblio. In questo mondo stravolto si muovono i protagonisti di questa storia. Mara e Dann, due fratelli, un uomo e una donna, che vogliono, che devono, tornare al nord da dove si è venuti, da dove sono stati strappati. Un ritorno alle origini. Sono nel futuro e vogliono tornare al passato, in quel mondo che neppure ricordano ma dove sono certi ritroveranno la propria identità e la propria umanità. La meta agognata alla fine si rivela non essere quella sperata, infatti, arrivano in un “Centro- Regno” dove vivono due vecchi coniugi che hanno consumato la loro esistenza nell’attesa dell’arrivo dei due giovani, i due principi, gli unici sopravvissuti alla strage della loro stirpe, affinché essi possano congiungersi, generare e rigenerare, riconquistare e ricostruire quel regno cosiddetto civile, quella società dove vigeva la schiavitù e regnavano i sovrani. Il centro è pieno di musei e reperti andati ormai in rovina, di un sapere che non si riesce più a comprendere. Così i due fratelli scappano e scelgono di vivere in una fattoria assieme ad altre persone che da soldati si sono trasformati in agricoltori, fra le quali le persone di cui Dann e Mara si sono innamorati, novelli Adamo ed Eva in un nuovo eden, una fattoria dove si può ricominciare a vivere e riscrivere una nuova storia. Mara e Dann sono andati avanti pieni di fiducia, si sono persi e poi ritrovati, hanno combattuto con caparbietà i mali della terra, loro due, simili ma diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, con la propria personalità. La storia più antica del mondo, così la descrive nell’introduzione Doris Lessing, infatti non c’è civiltà che non abbia già scritto una storia simile: fratello e sorella, uomo e donna, parti di una sola unità. Insomma una bella favola, ci sono tutti gli elementi di una storia che soddisfano un comune lettore: i protagonisti che si salvano e la sconfitta dei personaggi cattivi.

Antonella Pizzo Sinossi

” Il clima della Terra è cambiato. Il nord è coperto completamente dai ghiacci, e gli uomini si sono rifugiati al sud, caldissimo e secco. Mara e Dann, due fratelli di sette e quattro anni, vivono in Africa, che ora si chiama Ifrik. Soli e dispersi, rapiti dalla propria famiglia, vengono accolti da una donna gentile e affettuosa, ma la loro nuova esistenza è difficoltosa: la fame, la sporcizia, il pericolo accompagnano costantemente la loro vita. L’aridità e il fuoco distruggono la casa adottiva, e i fratelli sono costretti a spostarsi, ad affrontare l’ignoto, a misurarsi in una serie di avventure che li condurrà in un mondo completamente diverso, dove iniziare a scoprire di nuovo la vita, dove vivere di nuovo. (Dalla scheda su Ibs)”

LA POESIA PRENDE VOCE: DAITA MARTINEZ

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LA POESIA PRENDE VOCE

La sequenza è tratta da “nell’ora dell’aurora” Italic Pequod, Portosepolto- collana di poesia, 2023, Prefazione di Elio Grasso, legge la stessa autrice

Salvatore Annunziata, “Altro tempo e qualche poesia intorno alla luce”, Italic Pequod, 2024.

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Ottobre

Assisto all’appassire
ma è l’altro autunno:
ciò che ero
cade a foglie.

 

Notturna

Il cielo, forse
è il ricordo più amato
dai morti
e -forse- ci vorrebbe la stessa vocazione
dei martiri
per vedere il resto della Luce
ma sono qui, umano tra gli umani
a scrivere
con troppa miseria da smaltire.
La voce calata dall’Alto (?)
Dio che in principio fu Verbo (?)
Ed io credo.
Io credo.
E allora dicci,
se è vero che non ci hai
abbandonati,
se ci sentiamo soli,
quando ci sentiamo soli
dov’è che ci siamo fermati?
Dov’è che ti abbiamo lasciato,
Cristo?

 

Quartiere

Sulla strada dove sono nato
case con dentro quadri
che non hanno mai cambiato
le parole.

Sui marciapiedi
ragazzi ri-chiamati dalle madri,
altri dalla morte.

Ed altri ancora
ho visto correre
con dentro anime
mai partite.

 

La poesia degli affamati

Ho sentito la poesia negli affamati,
ti fissano gli occhi
con quelle anime che pregano in silenzio
rivolte non so dove.
Con quelle illusioni e con quei sogni
che non nascono in letti caldi
ma dove la pioggia sceglie di cadere.

 

Nel giorno

Nel giorno che dà senso
agli altri giorni
dicesti: vado.
Bisogna.
Ed io restai da solo
distante dall’oblio degli alberi
e delle loro voci.
Una folla di occhi commossi
poi più nessuno parlò
perché la morte,
padre,
ora lo so,
mette a tacere
soprattutto noi,
i vivi.

 

Salvatore Annunziata, “Altro tempo e qualche poesia intorno alla luce”, Italic Pequod, 2024.

Poesia sabbatica: “Sentenza senz’appello”

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Sentenza senz’appello

 

non riuscire a trattenere

lo smeraldo delle foglie,

questa la pena

 

arrendersi all’affondo delle rughe

allo sfibrarsi della pelle

al passo che non tiene più la strada

e rimanere indietro

all’allontanarsi delle spalle

di chi solo ieri

appena si reggeva sulle gambe

 

scoprire oltre il ritardo di saggezza

che semplicemente vivere

era già essere felici,

stare nell’essenziale di un respiro quotidiano

e ancora così lontano

il tempo della falce e mietitura

 

non riuscire a trattenere neanche un giorno,

questa la pena,

sapere l’impossibile risparmio delle ore

e noi a guardarci morire nello specchio

 

ad ogni singolo risveglio.

 

 

Francesco Palmieri

 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

Monumento al mare: Nathaniel Hawthorne

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Monumento al mare

Nathaniel Hawthorne (1804-1864), americano (foto web)

L’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

L’oceano ha le sue grotte silenziose,
Profonde, quiete e solitarie;
Anche se c’è furia sulle onde,
Sotto di loro non c’è nessuno.
I terribili spiriti degli abissi
Hanno lì la loro comunione;
E ci sono quelli per cui piangiamo,
I giovani, i brillanti, i giusti.
I marinai stanchi riposano tranquilli
Sotto il loro mare blu.
Le oceaniche solitudini sono benedette,
Perché laggiù c’è purezza.
La terra ha colpa, la terra ha affanno,
Le sue tombe sono inquiete;
Ma il placido sonno è sempre lì,
Sotto le onde blu scuro.

*

THE OCEAN

The Ocean has its silent caves,
Deep, quiet, and alone;
Though there be fury on the waves,
Beneath them there is none.
The awful spirits of the deep
Hold their communion there;
And there are those for whom we weep,
The young, the bright, the fair.
Calmly the wearied seamen rest
Beneath their own blue sea.
The ocean solitudes are blest,
For there is purity.
The earth has guilt, the earth has care,
Unquiet are its graves;
But peaceful sleep is ever there,
Beneath the dark blue waves.

Cormac McCarthy – La strada lettura di Antonella Pizzo

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Cormac McCarthy – La strada

La strada è il primo romanzo che ho letto di Cormac McCarthy ed è stato una rivelazione, dello stesso autore ho letto in seguito anche altri romanzi ma nessuno mi ha colpito come La strada, come fosse un primo amore che non si scorda mai.

La strada, romanzo distopico e post-apocalittico di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006  (colpevolmente letto da me solo pochi anni fa) è un’opera struggente e potente che esplora non solo il legame tra un padre e suo figlio in un mondo devastato, ma anche i temi universali del bene e del male insiti nella natura umana. Il libro, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa, è considerato uno dei capolavori della letteratura contemporanea.

Il romanzo segue il viaggio disperato di un padre e del suo giovane figlio, entrambi senza nome e definiti il padre e il figlio come a rappresentare ogni padre e ogni figlio appartenente al genere umano. I due attraversano un paesaggio ridotto in cenere a causa di un cataclisma di origine sconosciuta. McCarthy non ci rivela mai cosa abbia provocato la distruzione totale della civiltà. Non sembra essere stata un’esplosione nucleare che tutto cancella in un attimo, piuttosto una lenta e inesorabile estinzione della vita sulla Terra. Forse una catastrofe naturale, come la caduta di un meteorite o uno spostamento dell’asse terrestre, ha causato tutto ciò. Gli incendi devastano le foreste, gli alberi si sgretolano e cadono sul terreno perché non hanno più radici, i semi non esistono più e i frutti degli alberi sono quasi scomparsi, tranne rari funghi  e mele, segni che qualcosa ancora vive.  Dopo dieci anni di sopravvivenza, padre e figlio sanno che non resisteranno un altro inverno nel luogo in cui vivono così  decidono di partire verso altri luoghi, mossi da una debole speranza, non possono più attendere la fine senza far nulla, devono muoversi in cerca della salvezza, di un luogo più vivibile e accogliente.  Il sole è tiepido e senza forza e non riesce a riscaldare l’atmosfera. La terra è ridotta a un cumulo di cenere, priva di vita vegetale e animale, l’umanità è stata quasi completamente annientata.  Il bambino è nato dopo la catastrofe, non ha mai visto un animale se non un cane di sfuggita. La madre, anch’essa senza nome,  dopo il parto preferisce morire  piuttosto che continuare a vivere come morta viva, come una zombie.  Il bambino  e il padre partono con l’intendo di raggiungere il mare che sperano sia blu, hanno nel cuore un vago barlume di speranza e nessuna certezza.

I pochi sopravvissuti che incontrano lungo il cammino si dividono in due categorie: quelli che cercano di mantenere la propria umanità e quelli che sono scesi in una brutalità primordiale, fino al cannibalismo. Alcuni tengono prigionieri altri esseri umani con l’intento di nutrirsene nel tempo, hanno la carne umana fra i denti. Padre e figlio spingono un carrello con quel poco che hanno: qualche scatola di cibo che si sono procurati in un supermercato abbandonato e in un bunker e alcune coperte. Il padre, consapevole di avere una malattia terminale, ha un unico obiettivo: salvare la vita del figlio, anche a costo di uccidere o rifiutare aiuto agli altri. Il bambino, nonostante sia nato in un mondo senza speranza, è portatore di un raro e fragile seme di bontà, il fuoco che rappresenta la speranza e l’altruismo, loro non mangiano gli umani e il figlio vuole prestare aiuto ai derelitti che incontrano nel loro cammino.

L’amore incondizionato del padre per il figlio e la sua determinazione a proteggerlo contrastano fortemente con il contesto disperato e privo di luce. In un mondo in cui la madre ha scelto la morte, padre e figlio sono i portatori di quel fuoco che simboleggia la vita, l’amore e la speranza di preservare la propria umanità. Durante il loro viaggio, incontrano un vecchio, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: Ely, un riferimento al profeta Elia. Il bambino è il prescelto? il messia che porterà la luce nel mondo? “Se egli non è la parola di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. Il viaggio non è stato invano e neppure il sacrificio del padre.

Il bambino rappresenta la speranza in un mondo dove la sopravvivenza ha soppiantato ogni altro valore. In lui c’è una bontà innata, che lo porta a convincere il padre a condividere quel poco che hanno, anche se questo potrebbe costare loro la vita. Ely riconosce in lui una scintilla di qualcosa di più grande. La speranza è quel fuoco, la dignità umana, la fiducia negli altri, l’amore.

Alla fine la speranza in un futuro migliore e nella rinascita sembra prevalere: il padre muore, ma è riuscito a condurre il figlio fino al mare.   Il ragazzo incontra una nuova famiglia e si affida, ora ha una madre e un padre adottivi, e persino un cane,  una visione di normalità e di futuro. La domanda finale è simbolica: “Ma voi non mangiate la gente?” la risposta, “No, noi non mangiamo la gente”, rappresenta la possibilità di questa comunità di una nuova vita e di un ritorno all’umanità.

La prosa asciutta e scarna di McCarthy riflette la desolazione dell’ambiente, sempre monotono e grigio. Tuttavia, il romanzo non è mai ripetitivo: ogni pagina rivela qualcosa di nuovo, ed è in questa varietà che si manifesta la grandezza e l’unicità del libro.

La strada è un’opera dura e angosciante, ma di una bellezza rara e profonda. È una riflessione sulla resistenza dell’animo umano e sull’amore che, anche nei tempi più bui, continua a dare un senso alla nostra esistenza. La prosa di McCarthy, poetica nella sua austerità, dipinge un mondo tetro ma intriso di momenti di umanità che restano impressi nella mente molto tempo dopo la fine del libro.

antonella pizzo

dal sito Einaudi

La strada

Il libro

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po’ di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po’ di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

«Guardati intorno, – disse. – Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».

Che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d’acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell’insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell’umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell’essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all’estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà». Resta dell’altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell’uomo così come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy – epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale – resta perfino l’imprevedibile: un’affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

LA POESIA PRENDE VOCE: GRAZIA PROCINO

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LA POESIA PRENDE VOCE

Un poeta deve lasciare delle tracce del suo passaggio, non delle prove.

Solo le tracce fanno sognare.

René Char

INEDITO

La fiera della vanità

Se penso a qualcosa
per cui essere ricordata
non penso all’esatto dettaglio.
Mi ostino, se mai, a gettare
fiori di gentilezza,
bellezza antica, che
vedo fiorire ai cigli
di strade accanto a rifiuti maleodoranti.
Mi dissocio dall’insolente profanazione,
dai riti malconci che rendono sostanza
il futile apparire.
La fiera delle vanità
-io, io, solo io-
scaccio testarda.

GRAZIA PROCINO

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

Prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi.

Comunicato Stampa

Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta si alternano, intrecciano e sovrappongono concetti filosofici, psicologici, spirituali che, tuttavia, non rimangono tali, cioè astratti, ma s’incarnano nella sua esistenza segnando stimmate e proiettando speranze. La terminologia che può definire la condizione umana qui tratteggiata si sintetizza, individualmente e universalmente, in nuclei problematici aperti e profondi: solitudine e isolamento; nulla e vuoto; male di vivere e inanità; bipolarismi e contraddizioni come morte e rinascita, sogno e realtà, dolore e desiderio, attesa e fine. Si tratta di tematiche, stati d’animo, pensieri che albergano in larga parte della letteratura europea del Novecento e di questo primo scorcio del Duemila, segno della crisi
dell’essere che angustia le giornate dell’uomo occidentale. Si possono rintracciare richiami di tali assunti in alcune liriche di Conti, che sono talora originati culturalmente – per esemplificare – da ispirazioni bibliche, socratiche, ungarettiane. Nel primo caso troviamo nella poesia Perché si è i versi finali che recitano: «…perché si è polvere / e in polvere / si tornerà», con chiaro riferimento al passaggio dell’Antico Testamento (Genesi 3, 19) nel quale Dio condanna l’uomo al suo destino, dopo il peccato originale.

Di indubbia ispirazione al pensiero socratico è la lirica Il tuo domani, che si apre proprio con il famoso motto greco ‘gnōthi seautón’: «Conosci te stesso / e abbi cura di te / raggiungerai l’anima / nella sua profondità / e saprai chi sei / chi dovrai raggiungere / il domani / che verrà». Così risulta agevole riconoscere nell’epigrafica Esistenza, una condivisione con l’immagine simbolica della foglia ungarettiana: «Nel
respiro del vento / vivo / come foglia d’autunno». […].

Enzo Concardi

***

Il sentimento amoroso è un tema affrontato dai letterati di tutti i tempi nelle sue molteplici sfumature e riveste una fondamentale importanza anche nella poesia di Alfredo Alessio Conti; nei testi che seguono audaci metafore, unite ad innovative scelte lessicali e ad un complesso apparato retorico permeano i componimenti di una struggente malinconia, suscitata dalla lontananza dell’amata: «Nella tua assenza / mi perdo / dolce amore mio / ti vedo in ogni dove / nella dura pietra / nelle gocce di pioggia / nel volo di farfalle / nel canto degli usignoli / nel prato fiorito / nella stella cadente / e piango» (Piango). I versi scaturiscono da intense emozioni di fronte al reale pericolo di una insopportabile perdita, avvertita come doloroso emblema della precarietà umana: «L’ho sepolto lì / in quel piccolo cimitero di montagna / il desiderio d’incontrarti / su quelle vette impervie / ad osservare il cielo / e il mondo da lassù…» (Non sono più).
La donna è l’interlocutrice privilegiata del discorso poetico, organizzato intorno a stati d’animo antitetici, nel vibrante ondeggiare del ritmo: la solitudine e la nostalgia per una dolorosa separazione si alternano all’appagante gioia dei momenti trascorsi insieme, a sottolineare la precaria dimensione del soggetto lirico, sospeso tra presenza e assenza, tra l’eco memoriale di stagioni felici e il vuoto dell’abbandono: «Ho pettinato il prato / come se fossero i tuoi capelli / morbidi al tatto / del mio ricordo / sfumato dal dolore / dalla tua mancanza / siamo stati sdraiati qui / ad osservare le stelle / a lasciarci baciare dal sole / con le nostre mani unite / dal sorriso dell’amore /
ed ora che son solo / m’aggrappo alla terra» (Ho pettinato il prato).
[…].

Gabriella Veschi

***

Nelle liriche d’ispirazione religiosa di Alfredo Alessio Conti è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino: «Il Poeta se ne va / ramingo / nell’anima nel cuore nelle membra…» (È un ritrovarsi). Nell’àmbito di tale raffigurazione metaforica se ne pone in risalto la frequente incertezza, si sottolinea il procedere esitante fra il passo spedito e l’imbarazzante, talora penoso zoppicamento: «Cammino zoppicando / o zoppicando cammino / peregrinando / nell’attesa della sentenza / che (…) giungerà zoppicando o camminando» (Zoppicando o camminando).

Incontrare Dio durante il “viaggio della vita” significa assicurare a quest’ultimo una direzione inequivoca e gratificante, conferirgli un preciso scopo etico-ideale («…Non serve a nulla / la nostra esistenza / se non si crede / alla vita interiore / alla nostra anima / umana», Cercatore), arricchirlo del valido sostegno di una Presenza amorosa, che corrobora e guida: «Quello che mi aspetta / va al di là dei miei pensieri / e come il canto d’usignolo / passerà / la primavera dei miei giorni. / Rosseggia l’alba / e Dio / mi ha già preso per mano» (Mi ha preso per mano). D’altronde l’autore riconosce quale tratto specifico dell’uomo una condizione d’attesa («…Laggiù, Lassù…/ci attende / una
nuova / vita», Nuova vita, cors. mio, come dopo) destinata ad essere appagata soltanto dalla rivelazione di un Essere superiore, il quale, mentre prefigura un orizzonte salvifico («…Nell’attesa / dell’onda / salvatrice / credo / in un Dio / misericordioso», Credo), “incarna” l’antitesi illuminante e chiarificatrice rappresentata dalla fede a petto dell’oscurità avvilente e penosa dell’esperienza umana abbandonata
a sé stessa, soffocata dai proprî insuperabili limiti: «…Nel tuo silenzioso silenzio / rimani retto nei tuoi pensieri / osservando il nulla del creato / nel cielo buio dell’esistenza. / Scruti le stelle / oltre il nero cielo e lassù / intravvedi il logos generato / risposta ad ogni domanda» (Logos). […].

Floriano Romboli

AL TRAMONTO

Siamo solo sogni di carta

attimi fuggenti

in questo mondo di fantasia.

Accatasto piano piano gli animi.

Non esistono due verità

al tramonto della vita.

DA DOVE

Da dove viene la poesia

se non dalle profondità

oltre lo spazio indefinito

al di là del tempo

nel Logos e nel Kaos primordiale.

Rimane il mistero

impenetrabile

nella risposta.

LA VITA

Correre, correre, correre

come quando la vita

corre sui campi da calcio

o in alto

sempre più in alto

sferrare un attacco

o raggomitolarsi a difesa

e giungere al traguardo

da vinti o da vincitori

Altro la vita non prevede.

SI FA SERA

La conchiglia sulla riva arenata

emette l’eco del mare

voci di naufraghi in cerca d’aiuto

suono silenzioso di chi riposa in pace

richiamo alla pietà dei nostri giorni

mentre si fa sera

nel mio animo.

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

Poesia sabbatica: “Me ne sto fuori”

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Me ne sto fuori

  

non che io trafitto

mi sia seduto al bordo

 

(lo sai, ho corso in anni,

in anni ho sopportato assalti ed ombre,

in anni più di una sortita in fondo al molo

perché era oltre il mare e me l’approdo

e non barche, neanche un equipaggio per il viaggio,

solo rottami e vele, valigie sugli scogli)

 

non che io trafitto

piagnucoli un perdono

 

(conosci quanti altari ho costruito

e sai l’offerta di agnelli e di colombe

a farsi fumo in cielo, cenere a terra)

 

tu sai che colpa è il vivere

e vivere espiazione

e allora quale perdono

a chi chiedere perdono

 

è solo un uscire dalla vista

chiudere la porta alle mie spalle

aprire di un quaderno il primo foglio

 

e scrivere il dolore che ci tocca.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

 

“Diario dell’approdo” di Fernando Della Posta. Nota di lettura di Emilio Capaccio

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Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.

Emilio Capaccio

*

Dalla Terra emana un’energia estrema,
tanto che lupi e creature selvatiche
del dolce e dell’occulto, con volti
monumentali da sfingi presidiano
i viali tagliafuoco. Se non viste,
come Gorgoni giocano a contarsi.

*

L’uomo talvolta si sente chiamato
ad animare paesaggi lontani,
dove soltanto una vasta bellezza
chiara veleggia tra gole e vallate.
Quella bellezza grandiosa e serena
che solo chi è saldo nella disciplina
può avvicinare con destrezza.
Quella fermezza di chi incatena
le numerose voglie da sfamare
avute in dono da una mala stella.

*

Muore l’estate nel suo stesso fuoco
di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte
più calde di un autunno più probo.
Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza
di vita, si tende alla vita con mire
più astute e precise. Sopravvive
chi vince sfide sommesse di bruchi,
su cenci di morti sotto maglie di felci.

*

Estivo malessere d’ogni singolo
viottolo del borgo, tregue irrisorie
solo sotto boscaglie di platano
accenni alle ombre in fuga.
Difficile sacrificare a un’ara
malinconica, ogni nostro superfluo
intendimento, per aprire nuovi occhi
su spesso intuiti, perduti orizzonti;
su panorami di maggesi accesi
in luogo di retabli marcescenti,
levigati uncini di cenere e ossa,
punteruoli fermi a un passo dal cielo.

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.

Weyward il romanzo di esordio di Emilia Hart – una lettura di Antonella Pizzo

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Weyward – Emilia Hart | Fazi Editore

L’autrice

Weyward è il romanzo di esordio di Emilia Hart,  uscito nel 2023  nella collana Le strade di Fazi Editore, pag. 406, con traduzione di Enrica Budetta. Con questo libro ha raggiunto un pubblico così vasto che si è classificato come uno dei romanzi più venduti in America e in Inghilterra. Emilia Hart è una giovane scrittrice inglese di origini australiane. Nata a Sydney, ha studiato letteratura inglese e legge all’università del New South Wales,  lavora come avvocato a Londra.

La copertina

La copertina incuriosisce perché inusuale, è di un bel giallo vivo con le stampe di un corvo e di due insetti, dei tralci di foglie e fiori colorati, un evidente richiamo alla flora e alla fauna.

La storia

Il racconto si svolge su tre piani temporali, nel 2019, nel 1942 e nel 1619, e racconta la storia di tre donne, Kate, Violet e Altha, che appartengono alla stessa famiglia, le Weyward.

Le protagoniste

Le tre  donne, per ovvi motivi temporali, non si sono mai incontrate ma sono legate, oltre che da legami di sangue, anche da una precisa peculiarità. Le tre possiedono un dono meraviglioso, sentono i soffi impercettibili della natura, il verso degli animali, il brusio degli insetti, degli alberi e delle erbe, i suoni che nessun essere umano normale percepisce.

Sono loro stesse natura e sono perfettamente integrate in essa, ne fanno parte, non ne sono alleate ma sono compartecipi della flora e della fauna. Ne avvertono i segnali, comunicano con la natura e la natura comunica con loro come fossero un unico organismo.

Altha

La madre di Altha, vissuta nel 1600, era considerata una strega perché curava i malati con decotti di erbe medicinali che raccoglieva nei campi, andando contro alla medicina ufficiale che utilizzava le sanguisughe. La madre ha trasmesso alla figlia il suo sapere. Rimasta sola la ragazza dovrà affrontare la comunità che la manda a processo con l’accusa d’aver ucciso un uomo tramite i poteri che Altha ha sugli animali.  Si indaga anche sul fatto se la ragazza avesse mai avuto in casa un familio, cioè un animale a servizio  del suo padrone e che ha poteri magici malvagi.

Violet

Durante la seconda guerra mondiale la sedicenne Violet vive in una isolata e grande magione assieme al severo padre e al fratello. Orfana di una madre che non ha mai conosciuto e della quale non sa nulla o quasi, ne sente la mancanza. Di lei ha solo un medaglione misterioso con incisa la lettera W. Della  madre sa solo che è strana, forse parlava come Violet con gli animali e le piante. Il padre insiste a farle conoscere il cugino  Frederick soldato in licenza che gode della stima e dell’ammirazione del padre, al punto da preferirlo al figlio. Il cugino sarà fonte di guai e sofferenze per Violet e  le farà dimenticare la sua vera natura.

Kate

Infine la terza donna, Kate, vive nel 2019 assieme al marito violento  che la costringe in casa, sorvegliata e  controllata, la donna assoggettata al marito vive come fosse in schiavitù, non si riconosce più nella bambina e nella ragazza che era un tempo, in attesa di un bambino progetta la fuga  e si rifugia nel cottage ereditato dalla sua vecchia prozia Violet. Un luogo particolare intriso di mistero.

La lettura

Si ha l’impressione che si tratti di un libro di magia e stregoneria, ma non lo è. Piuttosto tratta la violenza maschile e la forza delle donne che hanno trovato il coraggio di opporsi a essa, che hanno trovato la forza di superare ogni ostacolo all’apparenza insormontabile.  Le storie delle tre protagoniste possono sembrare molto diverse tra loro ma in realtà sono accomunate dalla ricerca della libertà, dal bisogno di essere se stesse, di sopravvivere e ribellarsi al potere maschile, del marito, del padre, del giudice indagatore, della società, di un intero villaggio,  e non è magia ma resilienza e potere che alle protagoniste proviene dal loro essere parte della natura, e la forza che proviene dalla conoscenza di essa.

Libro coinvolgente con una forte tematica ma che viene trattata con leggerezza, la stessa leggerezza della damigella, l’insetto dalle ali trasparenti che spesso appare tra le pagine del libro, la stessa forza degli animali quando fanno la carica e che poi si fermano a pascolare,  della natura selvaggia che dopo la furia si placa.  Weyward è un libro dinamico e fantastico,  insegna ad avere rispetto della natura e a credere in se stesse, si può rinascere come gli alberi e i fiori se ben coltivati e curati. Una bella lettura senza alcun dubbio.

Dalla quarta di copertina

Hanno fatto di tutto per metterci in gabbia, ma una donna Weyward sarà sempre libera e selvaggia.

2019 -Con il favore del buio della sera, la trentenne Kate fugge da Londra alla volta del Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna ereditata da una prozia che ricorda appena. Avvolta da un giardino incolto su cui torreggia un acero secolare, la dimora la proteggerà da un uomo pericoloso. Presto, però, Kate inizierà a capire che le sue mura custodiscono un segreto molto antico.

1942 -Mentre la guerra infuria, la sedicenne Violet è ostaggio della grande e lugubre tenuta di famiglia. Vorrebbe soltanto arrampicarsi sugli alberi e poter studiare come suo fratello, ma da lei ci si aspetta tutt’altro. Un pensiero inquietante, poi, la tormenta: molti anni fa, poco dopo la sua nascita, la madre è scomparsa in circostanze mai chiarite. L’unica traccia di sé che ha lasciato è un medaglione con incisa la lettera W.

1619- La solitaria Altha, cresciuta da una madre che le ha trasmesso il suo amore per il mondo naturale, viene accusata di stregoneria; rinchiusa nelle segrete di un castello, presto sarà processata. Un contadino del villaggio è morto dopo essere stato attaccato dalla propria mandria, e la comunità locale, coesa, ha puntato il dito contro di lei: una donna insolita. E le donne insolite fanno paura.

Ma le Weyward appartengono alla natura. E non possono essere addomesticate. Intrecciando con maestria tre storie che attraversano cinque secoli, Emilia Hart ha dato vita a un potente romanzo sulla resilienza femminile e sulla forza salvifica della solidarietà tra donne in un mondo dominato dagli uomini.

Antonella Pizzo

LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCA ALAIMO

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LA POESIA PRENDE VOCE

” è il ruolo della voce e quello del dettaglio nell’espressione a fare la poesia”

Paul Valéry

UN INEDITO

Gli incustoditi

I poeti sono gli incustoditi.

Nemmeno gli angeli li riparano

da venti e bufere perché sanno

che devono attraversare il dolore

per diventare testimoni del vero.

Il loro dono è un flauto

bello ma tremendo:

ad ogni stonatura il mondo

trema e vacilla perdendo la misura.

I poeti sono gli incustoditi

perché non c’è recinto che possa

esiliarli nel poco dell’apparente.

Si avventurano spesso

con i loro bagagli di nuvole e niente

nel profondo dei boschi

là dove tutto comincia nell’ombra e

la voce del vento compone

muovendo le foglie

la musica segreta di un altrove.

Prima di andarsene salutano

con un inchino grazioso e innocente

-come quello che si insegna ai bambini-

la prigione quotidiana

di norme, riti e moniti insipienti

FRANCA ALAIMO