Poesia sabbatica: -1-

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c’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

 

 FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Biografie” – pubblicata da Terra d’ulivi edizioni)

(Nomen omen) di Francesco Tontoli

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È da poco che ho scoperto

che mi scordo proprio tutto,

tutti i nomi ed i cognomi

che mi sforzo a ricordare

mi si inceppano a chiamarli.

 

Ho scoperto che ci sono

troppi nomi in una cosa

troppe cose dentro un nome.

 

Quando chiamo una persona

torna indietro la mia voce

trasformata, frastornata

 

come un suono concepito

per chiamare che si scioglie

si frantuma contro il muro delle cose.

 

Se mi scordo, mi perdono

se mi perdo dentro il vaso

e Pandora non mi trova

la ricerca mi consuma.

 

Poi mi arrendo nel cercare

il tuo nome per esempio

anche se non è il chiamarti

che mi preme, ma l’amarti

e tutto ciò che lo contiene.

 

( “Nomen omen”, mi dicono sempre così, quando incrociano il mio nome)

 

 

Francesco Tontoli

 

 

“Penso al consenso” di Loredana Semantica. Videopoesia

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La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.

Penso al consenso
a quanto esso sia l’imperativo
a come sia diffusa la sua voce
e sia di ogni pietra stella
del cavallo sella
e di ogni ostacolo il suo ponte.

I think about consensus
how urgent is its search
the vast diffusion of its voice
a star to every stone
a saddle for the horse
and to every block a bridge

Temi nel tempo: Il treno in poesia

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L’invenzione del treno, novità progressista di fine Ottocento, con l’utilizzo del vapore, già impiegato in Inghilterra nei telai meccanici e successivamente dell’energia elettrica, e con l’ampliamento della rete ferroviaria comportarono una rivoluzione culturale senza precedenti, pari a quella di Internet per la fine del Novecento.

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Equinozio d’autunno

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“Paesaggio a Murnau”, Vassilij Kandinskij

Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…

Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

Settembre era da sempre di Loredana Semantica, inedito

Settembre era da sempre
il mese iniziatico nel quale giungeva
il richiamo profondo di appartenenza
a un ambito diverso dove
altra luce cadeva sulle cose
in riverberi giallo paglierino e ricordi
di un luogo indefinito
dove s’era vissuto o bisognava andare
un giorno forse necessariamente.

Settembre acuiva l’espansione
una memoria ancestrale di qualcosa
lontana più malinconica che gioiosa
simile al pensiero di non essere solo ora
nelle opere o parole nel tempo o materia
ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove
in altra forma o uguale
non essendo adesso pienamente.

Intanto a settembre
altra aria fresca scende
in gocce di pioggia leggera
sulle strade impolverate dall’estate
rese saponose dall’acqua
dove pattinano pneumatici neri
mentre tutta la natura respira
ozono e sollievo.

Ma la morte incombe a settembre
non solo nei versi ma sui letti
ha un linguaggio pesante anzi muto
gli occhi sbarrati impauriti
chissà cosa pensava in quel momento
mentre le carezzavo il viso magro
i cari bianchi capelli
“sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla
di cui aver paura” ma non ne ero sicura
e le chiudevo gli occhi con la mano
perché sparisse la visione
che l’atterriva.

Settembre è il mese di mezzo
della mia festa di compleanno
che traghetta l’estate all’ autunno
e già per questa pretesa di equinozio
a spartire equamente luce e lato oscuro
ha nel petto un cedimento
avulso dal consueto progredire
da rigettare come presuntuoso
perché certo è solo il nulla
rotondo come una vocale
nient’altro.

In questa fine estate di Maria Allo

C’è una tristezza antica nelle ossa
Attraversa i corpi e le giunture

gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti
sfavilla in lievi cerchi tra le travi
in ogni androne nelle sale d’aspetto
sugli scaffali nei carteggi impolverati
Ci prende tutti nella luce e nell’ombra
Si libra nel cielo e cade con la pioggia
sulla terra bagnata senza rumore
ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli
dentro il presente che ci divora
C’è una tristezza antica in questa fine estate

Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle
fino al cielo a metà tra due roghi
mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre
dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale

È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che indossi la giacca antracite

camminando per la strada
guarderò solo avanti

(e più nulla
dei seni sudati
dei seni ricolmi
di lei che passa
velluto pesca
polpa e frutto
per le labbra e la sete)

lascerò alle canzoni
i miei amori perduti,
lascerò sulle spalle
le mie foglie cadute

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che sigilli nella plastica nera
la camicia a fiori
e i pantaloni leggeri

le scarpe in tela
dei lungomari d’agosto.

Storie sull’autunno di Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole
Non si vede più un cane per strada
libero di rovistare nell’immondizia
Non esce la sera
resta impresso sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia
Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione
La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori
La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia
Le foglie ancora incerte
non sanno se andare
a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale
Io mi sono sbagliato
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno

La bambina dal cuore verde di Deborah Mega, inedito

La bambina dal cuore verde
percorreva il lungo tratto
che attraverso gli alberi
conduceva al mare
e si mise in silenzio ad ascoltare.
Vide allora un sentiero protetto
da giganti ombrosi e silenti.
Si chiese perché quella quiete solenne
e dove fosse l’orizzonte
nascosto dalle splendide chiome.
Gli alberi scrollarono le giovani fronde,
dai fusti si innalzò un coro di voci profonde.
La bambina dal cuore verde
si mise in ascolto, chiuse gli occhi
e in un momento non le sembrò più
che ci fosse poi tanto silenzio.
Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno,
il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi
e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava,
lo stormire delle foglie, il frinire di cicale,
il frullo d’ali degli uccelli.
Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta.
La bambina dal cuore verde
inalò a pieni polmoni il profumo di resina
terriccio umido ed erbe selvatiche
e solo allora vide il mare.

Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito

Mite stagione –
compagna di cauti cammini –
porgi la guancia tiepida alla quiete
lontano dai tumulti.
Vivi del pallido rossore delle foglie
e aspetti che rintocchi
l’ultima verità, l’ultimo squillo.
Amica che ci racchiudi nel cerchio
compiuto dei distacchi –
là dove vizza giovinezza indossa
il velo della notte – a te consegno
il convulso disordine del cuore.

Equinozio di Francesco Tontoli, inedito

Fin quando regge il bene della vista
misuro con gli occhi
anche ciò che non appare.
e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.

Un equinozio sul filo della spada
taglia il giorno in due e il sogno in quattro
parte di luce e parte di oscurità in molecole
che non oso destare nella loro densità.

È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza
rifiutiamo la sostanza delle tenebre.
Dall’una o l’altra bocca saremo divorati
un giorno che non faremo in tempo a misurare.

“Tiratina” di Francesco Tontoli

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John Evans Hodgson, “Il poeta laureato”, 1878

Amo i poeti che si danno le arie

non ci crederete, li considero esseri superiori.

Così amo gli ingegneri, gli architetti

e naturalmente alcuni selezionati musicisti

che pur vivendo di espedienti

producono intorno alla loro persona

una sostanza gassosa leggera e umbratile

una allure, una sorta di olio benedetto

profumatissimo e misterioso,

che ha il potere di guarire dalle scrofole

dai pruriti notturni, dalle cattive propensioni

e infine soprattutto dall’invidia.

 

Li amo perché liberano senza paura

la loro capacità di sentirsi padroni,

sicuri di sedurre con semplici mosse

un qualsiasi pubblico di lettori-scrittori desiderosi ( chissà perché? ) di poesia, disposto

allo svenimento all’enfasi necessaria e all’estatico superfluo.

 

Devo dire che questo amore non è corrisposto.

Niente da fare.

Loro, costoro, cotesti prototipi di umanità migliore e senza dubbio felice,

raramente consentono un interloquire con chi non corrisponde pienamente e con stupore infantile

alle proprie scelte stilistiche, semantiche, ritmiche, affabulatorie.

Stanno strettamente riservati nel loro mondo,

cioè, ci stanno o fingono di starci e

si compiacciono di essere considerati stanti,

essenti, necessitanti di cure e di attenzioni dai loro fedeli followers. Esigenti

approvazioni, rassicurazioni riguardo alla loro perfetta adesione al progetto di bellezza

che hanno certamente seguito fin da piccoli, attraverso un duro tirocinio di studi sulla

seduzione, sull’arte di riuscire a farsi considerare simulacro di perfezione e di innescare

nell’altro il sospetto di essere retroguardia, pubblico pagante, zavorra.

 

È bene dire che da parte loro esiste una forma di disprezzo per chiunque.

Non hanno percezione della prossimità.

E io amo questa vocazione alla mancanza d’amore, al rifiuto di adesione alla carne di

qualcuno. Sono attratto, incuriosito, perturbato dalla loro mancanza di umanità, dal

loro sentenzioso eloquio lento e solenne quando raccontano di sé stessi, della loro

fatica e del sacrificio di vivere, di affrontare e spingere sui monti la loro attrezzatura

retorica e godersi dall’alto la sofferenza dell’infimo, inutile, litigioso, guerrafondaio

genere animale, ostile, ingordo, ignavo, umano, troppo umano.

Essere gregario è godere di ricevere questo tipo di fustigazioni.

Esimi colleghi di romanzieri, teatranti, saltinbanchi, addestratori di pulci e di giaguari

conoscono a fondo le debolezze del loro pubblico.

Ultimamente ho letto che c’è un comico che riempie teatri, e il suo spettacolo consiste

in pratica e in teoria in una serie di insulti ai singoli spettatori paganti, scelti a caso.

Li mortifica, li provoca, li tratta come cani rognosi, e tutti ridono contenti, compresi gli

insultati.

È una tecnica che è cresciuta nel tempo, ma molto antica. Nel circo la usano i clown

quando vogliono coinvolgere il pubblico e pescano a caso uno spettatore che sarà la

loro vittima sacrificale, umiliandolo sottolineando la sua inadeguatezza, il suo non

patire, non comprendere il senso che si nasconde dietro al gioco: la crudeltà, il piacere

di vedere soffrire impacciato e imbarazzato il compagno più debole.

 

Francesco Tontoli

Versi trasversali: Roberto Ochi

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ROBERTO OCHI

 

Il Bar della Bontà

Mi versa per piacere un bicchiere di bontà?
Sì, certo
Quanto costa?
Non si preoccupi
Il primo giro lo offro io

Cosa significa creare

Espandere lo spazio bianco di un foglio
Crescere il tempo di un secondo
Disegnare la forma della propria mano
Donare la forza ad una carezza
E per me che da un po’ battezzo gli anni
Imparare a fare il pane

Nazaré

Dove sono più alte le onde
Quasi il mare lambisce il cielo
A questo luogo consegno i miei viaggi

La troia assassina sul taxi ad Ibiza

I gradini storti per arrivare alla camera
In quell’hotel ad Amsterdam

Guardare dentro la serratura di un portone
A Roma
A Piazza dei Cavalieri di Malta

Anse Noire e il rum agricolo

Shirley Heights
La pioggia
Locked out of heaven

L’Old School Restaurant prima di Ullapool
I colori di quel cielo

Il gallo pinto
La vista de olas
La transumanza serale dei paguri
La pura vida

Il Gran Bal Trad a Vialfrè

Gli occhi dell’Algarve

Del colore del Porto

Isola Santa
Il marmo
Le camminate
La vertigine nella salita verso la cima

La cima del Colle del Tourmalet
I pintxos di San Sebastian
La duna più alta d’Europa

Lo chef Guccini di Cap Ferret
Che ringrazia i clienti per il sorriso

Quel professore seduto nel bar

I bar sono fatti di persone
Girano tutte intorno al bancone
Molti si fanno riempire il bicchiere
Ma il professore ha sempre una storia
Prima di bere

Ogni martedì lascia una curiosità

Per non russare mentre dormi
Tieni una patata nella tasca posteriore
È un antico rimedio

C’è una respirazione rinfrescante
Per proteggersi dal caldo

Anche il mare ha le sue lacrime blu

Il verso dell’oca non fa l’eco

Nemmeno per l’acqua
Le parole contano poco

Esistono dei regali già amati
Prima di esserci consegnati

L’ultima storia
Al martedì è dedicata
Perché era il giorno che gli piaceva di meno
Ma aveva trovato il modo di volergli bene

Otto orizzontale

Riposati
Coricati adagio

Mostrami l’aspettativa
Il peso di una storia

Rappresentare l’infinito

Il giorno dopo la sua fine

La speranza

Raccontami la verità
La storia come la volevi scrivere tu

Regalami

Cosa è un regalo?

È un atto di piacere
Rivolto a se stessi

Imparare ad aprire i regali?

Accettare la bellezza nell’esistenza

Pia madre

Donatrice di vita

Prima insegnante d’amore
Inesauribile linfa del verbo proteggere

Origine clemente della compassione
Innanzi ad ogni cosa
Eterna casa

Ci allontaniamo solo
Per imparare a scoprirti dentro di noi

Campo minato

Siamo il non detto
Il percepito
Gli sguardi che si cercano
Siamo complici

Non sboccerà
E non sarà piano
Quando accadrà
Noi esploderemo

testi tratti dall’opera prima di Roberto Ochi “Raccontami una storia”, Bre Edizioni, 2022

Roberto Ochi è nato a Parma il 25 Aprile 1982. Prima di arrivare a scrivere Raccontami una storia è andato nella direzione opposta. È divenuto ragioniere e si è laureato in economia. Ha consegnato fiori e ha danzato. Lavora presso un istituto di credito e pratica Yoga il lunedì. Tutto questo per arrivare fino a qui.

Versi trasversali: Giulio Marchetti

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIULIO MARCHETTI

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Poesia sabbatica: “Tempo metropolitano I”

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Tempo metropolitano I

 

non c’è più infinito

in questa sera

già tutta morta,

in questa stanza

dove non importa

se sei solo

o c’è una moltitudine

 

e l’eternità, lo sai,

è il braccio breve

di questo giorno

che mai è certo

che avrà anche un domani

 

e non c’è più dio

e nemmeno un’altra vita

da che ci hanno convinto

che è tutto qui il paradiso

solo a poterlo comprare

 

arriverà anche la notte

e una sirena griderà alle stelle

parole di nulla

 

e sarà quella la tua voce.

 

(1987)

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

 

“Alla maniera di Hopper” di Francesco Tontoli

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Edward Hopper, “Domenica mattina presto”, 1930.

 

Si è svegliato
ho sentito i suoi passi
è andato in bagno
e dopo un po’ ha sceso le scale.
In strada faceva appena luce
la sua macchina è partita veloce
di domenica mattina, con la fretta
di essere dove doveva essere.
Può darsi che sia lavoro
o una giornata di pesca
può darsi un appuntamento
o cose che decidono il corso di una vita.
Può darsi la voglia di vedere il fiume
un’alba che hai sognato levarsi.
L’ ho aspettato tutta la notte
sapevo che qualcuno sarebbe giunto
che potevo cominciare a scrivere
far muovere dentro una storia
una figura, abbozzare i contorni
e farlo andare verso un altrove.
Non c’era bisogno di molti particolari
né che la storia avesse una soluzione
o un significato.
Mi chiedo anche perché proprio io
debba sacrificare il mio tempo
per uno sconosciuto.
E poi, perché questa urgenza di scriverne?
Un uomo è partito e io ho avvertito
la sua premura
ho raccolto la sua sfida al giorno.
Bastano una certa fretta
e il rumore del motore che si perde.
Molti si fermano a questa semplice verità.
Qualcuno inizia un romanzo
qualcuno finisce una poesia.

 

Francesco Tontoli

“Magneti” di Loredana Semantica. Scambio epistolare tra Patrizia Destro e l’autrice

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Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destro e l’autrice.

Cara Loredana,
ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura.
La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia.
Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi.
La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose.
Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).

Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni.
Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo.
Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi.
Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo.
Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta.
Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.

Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.

Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io!
Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.

Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.

Patrizia

Cara Patrizia,

ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve.
Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata.
Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂
Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura.
L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta.
In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico.
Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza.
Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.


Loredana

“Baratri tiburtini” di Ilaria Petriglia. Una lettura di Rita Bompadre

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“Cala queste ceneri e cerca tra l’universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo “Baratri tiburtini”(L’Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l’umanità dipinge la propria prospettiva d’identità attraverso l’evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l’invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l’ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l’incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell’abisso, interpreta l’intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. “Baratri tiburtini” varca l’accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l’estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l’inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un’intesa con l’ordine naturale delle cose, con l’equilibrio empatico delle sensazioni, contro un’attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell’inchiostro, oltrepassano l’elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell’io poetico, accostano l’immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell’unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l’arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l’urgenza purificatrice per reagire all’assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l’occasione per ascoltare il sussurro dell’anima, per trattenere l’inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell’amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l’esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l’insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell’energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all’incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell’amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Baratri tiburtini

 

Le parole caddero in silenzio

da una nuvola,

nei baratri tiburtini.

I pensieri desiderati si fecero spazio

in una teca trasparente

agganciati in due punti:

il cuore e la mente.

Proprio lì

tra una lama

e delle parole calandrate dal tempo

trovarono finalmente il loro interstizio.

 

(X) Il valore assoluto

 

Ho bisogno di me.

Di me che sto bene.

Di me che sto bene con me.

Forse allora potrò stare con te.

E amare per davvero l’indecifrabile.

 

Trabocco

 

Insieme siamo l’ago

di quel trabocco

quei bracci protesi sul fiume

e ancorati alla roccia.

 

Autunno

 

Guardar(si)

con lo stesso obiettivo di una foglia

accartocciata

e cercare oltre.

Avvolger(si)

tra le foglie indurite e

braccheggiare altrove

le lamine che mutano la propria sostanza,

dirigersi lì, lontano dall’essenza.

Lì in fondo c’è il dove.

C’è cosa.

C’è casa.

 

Due imperfette equivalenze

 

Stiro i miei panni sbuffati

tutte le sere e li consegno a te

afferro i sogni tra le pieghe sgualcite

mi illudo di essere illesa

e mi do a te

anche se la mia mente

ogni tanto sgattaiola altrove,

sto venendo – via

pronuncio parole vuote e stupide

rimango abbracciata a questi precipizi aerei

li contengo

intanto che il mondo ruzzola

come volontà e rappresentazione

spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;

ritorno all’essenziale: io meno te.

Ho sete

di nuovi spazi ed eccessi

di cattive abitudini:

Poesia sabbatica: “Risvegli” di Francesco Palmieri

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Risvegli

 

il passo falso è stato

pensare permanenza

ciò che invece era

un’inquadratura appena

 

(il sole alla parete

e l’ombra di un balcone,

gerani rossi appesi

e in aria menta e voli)

 

nessuno a dirti in tempo

la fuga di stagioni,

che esistere è un ritroso,

un passettio all’indietro,

un treno che ritorna

finita la vacanza

 

è stato naturale l’essere felici,

sciogliere piedi e gambe

al fischio di partenza

e non scorgere le rughe

sul liscio della faccia

(era mia madre, era mio padre,

e i vecchi erano gli altri)

 

è stato naturale l’essere felici

 

poi qualcosa è stato

come schioccare dita.

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Passaggi, rabbie e altro” – pubblicata da Terra d’ulivi edizioni, maggio 2023)

“Ti sono apparso in sogno” di Francesco Tontoli

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“September skies” di Sara Winters

 

Ti sono apparso in sogno
cosa avrà significato?
Stavi lì a cercarmi
sfogliando la Cabala
e io qui che non ti vedevo
stavo pure dando i numeri.
Mi hai chiesto l’ora
e te l’ho pure data
dicendoti son le sette
con l’aria solenne
di chi indica qualcosa di scaduto.
Poi ti ho accompagnata
dove non saprei dirlo
ma eri contenta che ci fosse un posto
come quello, e io tutto preso
dallo starti in sogno
ti mettevo il cuscino in modo che
facesse ciò che fa un cuscino
cioè reggere le sorti del tuo sogno
anche se non era mio
ma come se lo fosse
perché c’ero
e mi ci sentivo
ci stavo tutto intero dentro
ero diventato sensitivo.

 

Francesco Tontoli

“Terra alla terra, polvere alla polvere” Un racconto di Patrizia Destro

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Orso Maria Spingherli de’  Bonitatibus si è appena svegliato. Indugia ancora un poco nel letto a due piazze e mezza quasi tre, poi alza lentamente  braccia e gambe verso il soffitto, così come gli ha insegnato il suo terapista personale. Stamattina ha tutto il letto per sé. Sua moglie è uscita presto per andare a correre con le amiche. Orso odia la corsa, preferisce attività fisiche più dolci, più languide e infantili, per così dire.
Allunga un braccio e la gamba opposta, due tre dieci volte, poi fa il cambio. Altro braccio, altra gamba. Sembra un neonato enorme e grinzoso che tenti di afferrare un giocattolo  con le mani e con i piedi da una di quelle giostrine rotanti che si appendono sulle culle. Dalla finestra entra un raggio di sole sottile sottile  attraverso le tende color grigio pepe, i cui angoli sono impreziositi da ricami a mano raffiguranti lo stemma di famiglia. Non uno ma ben due orsi passanti, grigi anch’essi, ma di una tonalità più scura, a cui è stato aggiunto un cucciolo. Orso Maria è uno che alla famiglia tiene molto, tanto è vero che ne ha  quattro, di famiglie, e durante l’anno le frequenta tutte, ripartendo equamente le festività civili e religiose, i ponti,  i compleanni dei figli e delle ex-mogli e moglie attuale  e, all’occorrenza, se le date non bastano per tutti, inventando ricorrenze ad hoc. I suoi figli, ancora piccoli, le adorano. Il giorno dei pelouche, per esempio, nel quale ognuno di loro riceve un pupazzo nuovo in regalo e poi si va tutti insieme a far merenda in pasticceria. Oppure, la sua ultima idea, di cui va molto fiero, Il giorno dei mercatini, in cui partono in automobile tutti insieme per raggiungere quella località al confine  tanto carina e famosa,  appunto, per i suoi bellissimi mercatini. Ognuno dei suoi figli riceve una capiente borsa ed è autorizzato a metterci dentro tutto quello che vuole, dai biscotti artigianali agli animaletti in ceramica,  dai fazzoletti colorati a qualunque altro oggetto che in quel momento stuzzichi il loro interesse o la loro gola.
“Signor Spingherli, non si possono aggiungere figure agli stemmi”  disse l’esperto di araldica, provocandogli una risatina. “Sistemerò anche questo”, pensò Orso, “così come ho sempre sistemato ogni cosa”. D’altra parte, la sua professione consisteva appunto nel sistemare cose e situazioni, spostare o  rimuovere ostacoli di ogni genere (anche di genere umano, per così dire)  per far posto ad altre cose, altre situazioni, altre persone.
L’importante è fare tutto in contemporanea e legalmente, neanche a dirlo. E poi sparire, lasciare la patata bollente al successore, nel caso venga deciso che ce ne sarà uno.  Orso ricorda ancora con piacere  la sua ultima impresa ma soprattutto il discorso, ripetuto sempre uguale, a una platea di centinaia di persone alla volta, con quei loro ridicoli striscioni di protesta.  “Signore e signori, bambine e bambini, non abbiamo intenzione di togliervi il vostro meraviglioso parco, credetemi! Non siamo quel tipo di persone, noi! Lo spostiamo di un chilometro, ecco tutto. E qui, dove siamo ora, vi prometto che sorgeranno le case più all’avanguardia, con grandi cortili  coperti dove giocare anche nei giorni di pioggia  e le prime scuole, tutte a portata di piedini!”. Quanti applausi ricevette, quella volta! Tantissimi!
E anche le volte successive. Data la particolare conformazione della zona, ci volle un po’ di tempo prima che il trucchetto venisse alla luce. Ma Orso contava soprattutto sul fatto che la gente non sempre ha il tempo e le energie per star dietro a tutto quello che succede, perfino nei dintorni di casa. Le persone lavorano, studiano,  badano alla famiglia, oppure cercano un lavoro, o si disperano o sono malate e cercano di guarire… o un insieme di tutto questo. Al solo pensiero Orso si sfregava ancora le mani, ridacchiando e socchiudendo gli occhi con ingordigia.  Un parco, lo stesso parco, per dieci complessi residenziali medio-grandi. Formalmente era tutto a norma: nessun albero abbattuto, ogni pianta spostata con tutte le radici. E come si era divertito, quando durante il primo “trasloco” un operaio gli raccontò che  centinaia di conigli, lì sotto,  erano tutti fuggiti dalle loro tane,  terrorizzati,  all’arrivo delle ruspe.  Da quella volta volle  essere sempre presente il giorno dei primi scavi. Cappello, occhiali, giubbotto e pantaloni dei grandi magazzini, un  binocolo e via, a gustarsi lo spettacolo! Di solito si trattava di colonie di conigli, ma c’era sempre qualche sorpresa. Talpe, uccellini, roditori di vario genere, piccoli rettili,  tutti stanati e quasi rincorsi da bulldozer e scavatrici.
Orso si è ritirato dal lavoro, di recente. E’ un normale pensionato, ecco. Per dirla tutta, questo è ciò che cerca di far credere ai suoi amici al bar, conosciuti da poco. “Io sono un pensionato come voi”, ripete ogni tanto. E loro ci credono. Perché Orso si traveste. Niente completi da seimila euro né orologio d’oro, quando scende al bar per la colazione. Le scarpe fatte a mano invece se le tiene ben strette. Sono irrinunciabili, così comode! Finora nessuno gli ha chiesto niente, di quelle scarpe, ma non si può mai sapere. Gli dispiacerebbe moltissimo perdere i suoi  amici dato che è la prima volta nella vita che ne ha qualcuno. Orso guarda l’orologio e decide che è proprio ora di alzarsi. “Il mattino ha l’oro in tasca”, pensa, facendosi mentalmente i complimenti per aver inventato un proverbio. Quasi inventato, in effetti.  Stamattina ha deciso che salterà la colazione e si concederà invece un brunch rilassante nel nuovo locale non lontano da casa, quello con le grandi vetrate che separano l’interno dall’esterno e dove sembra di stare in un giardino anche d’inverno. Ma prima farà un salto alla lombricaia.
Nei primi giorni di pensionamento, aveva preso l’abitudine di andare a comprare il pane fresco ogni mattina, prima di uscire di nuovo con gli amici. Per raggiungere la forneria attraversava un boschetto dove, a un certo punto, aveva iniziato a guardare ogni cosa con grande meraviglia: alberi da frutto selvatici, fiorellini, api e farfalle… Ma ciò che lo incuriosiva e attraeva più di tutto era il lavoro dei lombrichi, quel mangiare la terra e poi farla uscire da sé, arricchita di sostanze fertilizzanti. 
Orso ci vedeva una continuità con la sua occupazione di un tempo che, in qualche modo, aveva a che fare con la terra. Il fatto che quei preziosi animaletti migliorassero  il terreno con il loro lavorio e che invece lui contribuiva a depauperarlo con immense colate di cemento non gli passava neanche per la testa. Non ci arrivava proprio.
Insomma, a lui i lombrichi piacevano molto; a volte si paragonava niente meno che  a Darwin, che li annoverava giustamente  tra gli animali più importanti del pianeta. E così Orso si era informato, spulciando febbrilmente  articoli di storia naturale, lui, che nella vita aveva letto quasi solo testi e giornali di economia e finanza.
Com’è fatto un lombrico? In quale maniera regola la temperatura del suo corpo? Come si sposta e come si riproduce? Mano a mano che Orso apprendeva tutte queste sorprendenti nozioni, aumentava di pari passo il suo interesse e il suo immedesimarsi con l’animaletto.
“Siamo uguali, uguali! Anch’io mentre fecondavo le mie mogli ne sono stato a mia volta fecondato! Tanto è vero che le mie idee migliori mi sono sempre venute nove mesi prima della nascita dei miei figli. Prodigioso!”, diceva a se stesso, nell’illusione di aver sempre elaborato idee innovative quando, in realtà,  applicava varianti piccole  ma dagli esiti devastanti a idee e progetti ampiamente collaudati e stantii.
“Si tratta di creature davvero potenti: la muscolatura sviluppata permette loro di spostare oggetti molto più pesanti del proprio peso”, leggeva sul Manuale del perfetto lombricoltore. “Anch’io, anch’io ho spostato tutta quella terra con le mie sole forze!”, delirava, dimenticando le decine di mezzi da lavoro pesante all’opera nei cantieri e gli uomini che le manovrano.
“Che cosa mangia il lombrico? Il lombrico si nutre di terra, da cui assimila i nutrienti”. Ed è stato in quel momento che Orso iniziò a fantasticare di comprare un terreno. Grande, molto grande, non distante da casa, in modo da poter visitare i piccolini almeno una volta al giorno. Fece arrivare camion colmi della terra più adatta (“solo il meglio per i miei tesori”) e di scarti di frutta e verdura dei mercati generali. Poi, per accelerare le cose, comprò lombrichi in quantità, sessualmente maturi. In capo a un mese, ecco che la lombricaia iniziò a pullulare di vita, che si traduceva nei noti coaguli di terra, i coni,  che si vedono comunemente soprattutto dopo le piogge. Fece piantare alberi a crescita rapida tutt’attorno, avendo appreso che i suoi prediletti temono le alte temperature. Con tutta quella terra a disposizione, in lungo e in largo, non dovrebbero esserci problemi, ma non si è mai abbastanza prudenti, in certe cose.
Fece coprire l’area con teli  abbastanza scuri  per lasciarli lavorare in tranquillità. Una volta al giorno si recava in visita al  lombricaio per  osservare l’attività di quelle creature, alzando delicatamente i lembi dei teli per non infastidirle.
Quella mattina decise di indossare i suoi nuovi abiti in puro cotone biologico trattato con tinte naturali,  e scarpe prodotte con la  stessa fibra.   Portò con sé una sedia pieghevole e una buona lente d’ingrandimento. Arrivato alla lombricaia si mise comodo, posizionò la lente all’ombra in modo da non attirare i raggi del sole e tutto contento iniziò le sue osservazioni. La terra era diventata di un ricco color marrone, soffice, umida e ben aerata. Orso si commosse; l’assaggiò, mettendone un pezzetto sulla lingua e rigirandosela in bocca per assaporarla meglio.  Era talmente concentrato ed emozionato da non accorgersi che una faccia enorme e setolosa,  senza occhi né naso,  gli stava di fronte come se, non potendo vederlo,  tentasse almeno di percepirlo. E ciò che percepì sembrò soddisfarlo. A Orso, dopo un lungo momento di sorpresa purissima, si rizzarono i capelli sulla testa e tutti i peli del corpo. Si girò, cercando una via di scampo lontano dalla lombricaia. Ora toccava a lui correre col cuore impazzito nel petto, così come aveva visto fare ai coniglietti  e agli altri animali durante gli scavi, quando si era tanto divertito. L’enorme  anellide,  lungo un paio di metri, capace di avanzare in fretta coi suoi  muscoli possenti,  lo ingoiò a partire dai piedi, la parte  più raggiungibile.  Poco a poco Orso sparì all’interno della creatura che, dopo qualche minuto di assestamento, tornò verso casa e si immerse nelle gallerie.
Se, per assurdo,  Orso Maria avesse potuto essere presente all’avvenimento anche  da vivo,  avrebbe apprezzato enormemente  il fatto che nessuna sostanza artificiale fosse stata introdotta nel suo adorato lombricaio, essendo lui stesso e i suoi indumenti biodegradabili – e quindi commestibili – al cento per cento, senza dannosi scarti. 

Patrizia Destro

Versi trasversali: Giulio Laurenti

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIULIO LAURENTI

 

Quando la passione amorosa
diviene habitat, allora
occorre arredarne gli spazi
secondo le inclinazioni
i gusti e i capricci di ciascuno
con l’attenzione alla danza
che Eros imprime ai corpi
è quest’armonia primordiale
assai animalesca a tenerci uniti
e sarai la mia reggia
io tuo trono.

*

Chi siamo quando
non ci siamo?
Mia madre mi chiede
con voce novantenne
se ho visto un tizio
e pronuncia un nome
io, annuendo, le dico: sì
lo vedo tutte le mattine
allo specchio, e sorrido
perché è di me che lei
mi sta domandando
sono dinanzi a chi
mi ha messo al mondo, ma
non sono nel mondo suo
sto appeso al chiodo
dell’evanescenza, chi è
che non è più, di noi due?

*

Le attese, mi chiedo
cos’è che fanno quando
nessuno le attende
chissà se stanno lì
randagie e in branco
come panchine vuote
sul viale deserto
solitudini di gruppo
sbadigli interrotti
pluralità singole
diverse quanto lo sono
piccone e rastrello
senza mani ad impugnarli
o i bei sogni abortiti
accatastati a desideri
non più desiderati
siamo noi o son loro
ad aver deciso di colpo
o con lentissima inerzia
di non accoppiarsi ancora
il sognante con il sogno
la freccia col bersaglio
la domanda e la risposta
l’interrogativo e l’esclamativo.

*

Sorridere assieme
scoprendo il gomitolo
di colorati ricordi
arrotolati a quattro
mani e piedi, tacendo
d’altri modi d’intrecciarsi
e rievocare le liti sciocche
che della vera passione
son corollario e dannazione
trovando un senso là
dove trionfò il nonsenso
fa sì che in due, si è più
della somma di uno più uno.

*

Un’ombra può
far risaltare ciò
che la luce sa
illuminare lì
dove l’incanto
dell’intangibile
trasparenza
del fragile vetro
si rivela leggera
allo sguardo
e così fa il cuore
quando trapassa
agilmente
solidi ostacoli
e incerti destini.

*

C’è questo Dante Alighieri
che mi sovviene guardando
due antiche sculture in mostra
l’artista che nel mito muore
ucciso dal dio invidioso, Apollo
l’arte che ti costa la pelle
l’arte che è una seconda pelle
l’arte che ti avvolge l’animo
vulva che ti partorisce ad arte
ma il Sommo lo dice meglio:
Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue.

*

Ar cane mio, de botto
je pijano momenti
de solitudine cosmica
lui, sempre così randagio
che convive con me
così come se fa
co’ ’na pantofola
pe’ masticalla forte
e poi dimenticassela
‘nvece me s’appiccica
accucciando er pelo suo
sulle cosce mie, de peso
colandome addosso
‘na malinconia detta:
ora der lupo, tristezza
del pomeriggio fatto
daa vita che sfuma
e è ‘sta pulce che morde
chiamata fame, ma fame
d’amore, che c’è e però
nun ce basta mai, de più
ne volemo de più, perché
der cosmo riscalda er core.

 

Testi tratti da “In circostanze normali” di Giulio Laurenti, Edizioni Ensemble, 2023

Poesia sabbatica: Non mi piace vivere

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Non mi piace vivere

 

 

non mi piace vivere

 

ma vivo,

 

vivo per la bugia

di qualche parola appena

 

(che sia amore non ti lascio più

e poi ti lascia,

che sia l’allungo

di un infinito che certo è stato vero

negli occhi di un bambino

ed era tutto il fuori

a qualche metro dalla porta,

che sia la predica di un eterno

che è solo questione di mattine

e poi ti guardi nello specchio

e sei diventato vecchio)

 

vivo perché lo vuole il corpo

e non so dire no alla fame,

non so dire no alla sete,

non so fermare la mano

quando la tua pelle è pesca

e il tuo ventre è casa

dove riposo e danzo

(e resta qualche attesa,

un dire che mi salvi

nel cammino d’ombra

che appare e poi scompare

nel giallo e l’arancione

dei filari di lampioni)

 

intanto io mi presto

ad apparire vivo,

lo scrivo senza pena,

senza aspettare in cambio

un lieve di carezza,

parole di saggezza

(un dire che comunque

abbiamo visto il mare

un colmo di stagioni

sdraiate sopra ai seni

e che rimane dio

per l’ultima scommessa)

 

ho imparato quanto vale

di questo stare a terra

 

(e il tempo che non basta

per te che eri pronto

a darti un altro inizio)

 

e non mi piace vivere

 

ma vivo.

 

 

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Passaggi, rabbie e altro” – Terra d’ulivi edizioni, maggio 2023)

“Trilogia di uccelli” di Francesco Tontoli

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ph. Sebastião Salgado

Merli

Con la prima luce dell’alba
arriva il canto del merlo
ed è bellissimo e chiaro.
Deve aver tessuto una trama tutta la notte
cucito i bottoni d’oro della sua voce
su un letto di cielo celibe e senza stelle

e ora che il piccolo splendore del giorno
si allarga nel suo petto
racconta a chi lo ascolta
le antiche paure appena rattoppate
il rumore del vuoto che scende
dalle lampade nelle strade
il pianto inconsolato del gatto in amore
che ha udito sgolarsi dai tetti.

Lui canta preciso anche il mio silenzio
questo confuso cercare senso nel niente
e con le sue tenere note rivestite di luce
accende il significato delle cose
presta un po’ della sua voce
a quello che invoco e nemmeno si sente.

 

Le rondini

Le rondini
prendono d’infilata i corridoi delle strade
arrivano stridendo a folate
basterebbe stare fermi e ascoltarle
vederle appena di sfuggita manovrare
con spericolata perizia nelle curve
e disperdersi, frantumandosi sui vetri
a gruppi, a nutrite pattuglie di caccia
come spinte da un vento inesistente.

C’è un arpeggio veloce di suoni fuggenti
che ricamano e disfano a metà del cielo
più o meno all’altezza del quarto piano
una spanna sopra la mia testa
come la mano di una mamma
che segna la misura del bambino
e per gioco chiede dove vorrebbe arrivare.

 

Gabbiani

I gabbiani di città sono diversi dai gabbiani di riviera
che rovistano tra plastiche e profumata spazzatura
aspettando le onde del pomeriggio puntuali.
I gabbiani di città se la tirano e fanno baccano
hanno sempre la puzza sotto il naso e ridono forte
delle sventure degli uomini quando li passano in rivista.
Una risata falsa che vola nel mio piccolo rettangolo di cielo
si posa sui tetti e come una tragica bomba esplode
rovina sulle case, le denuda e ne fa scherno.

I gabbiani di città portano in bocca
i loro piccioni appena morti, ma felici
e li consegnano per posta aerea
ai loro orribili pulcini
nei nidi nascosti dentro le nuvole.
La pappa di piccione felice è una specialità
e i piccoli la divorano cominciando dagli occhi.

Ho visto un gabbiano di città
fermare il traffico e passare sulle strisce
per arraffare a grandi balzi un piccione agonizzante.
Un altro mi hanno detto che è comparso
alla fermata degli autobus
e ha creato scompiglio pretendendo di salire
per non perdere il volo delle sette
quando gli storni volteggiano
creando i loro fantasmi in cielo.

Ogni giorno se ne sente una sui gabbiani di città
i giornali sono pieni di notizie deprimenti
ogni giorno è quello buono per compiere un misfatto.
Ci sono furti di scasso e d’ingegno
come quando rubano un gelato ai bambini
un gruppo che caga di striscio sui fiori
uno stormo di pirati assassini
che attacca le banche e i tavolini dei bar.
Qualcuno invece aspetta le sue vittime al tram.

Una sorta di criminalità
celeste e autorizzata.
Una continua vita di rapine
con le stagioni sottosopra
in questo deserto di rovine.

E non si può nemmeno più dire
tra uno sguardo al cielo
e un’occhiata al mare
con il magone in gola
che è il tempo che ormai vola.

 

Francesco Tontoli

Saluto all’estate

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Cari Amici del sito e Lettori, siamo tornati. Da domani riprendono le attività di Limina mundi. Rinfrancati dal riposo estivo ricominciamo, nuove idee bollono in pentola delle quali – se tutto va bene – vi parleremo. Intanto con sei poesie brevi un saluto all’estate che volge al termine. Mandatene di vostre a tema, se lo desiderate, all’indirizzo e mail dei contatti, le vostre poesie saranno qui accodate. Per il resto stay tuned, coming soon e tutto quello che vi va…

SALUTO ALL’ESTATE

(sei poesie brevi di Loredana Semantica)

Io non ero
e splendendo cadevo
lungo l’estate
accartocciata al suolo.

Un vento d’estate
mi ha sollevata al cielo
lì sostavo danzando
un valzer d’incanto
la parola.

Come Pavese sono devota
all’estate arida e assolata
ha un fascino ferale.

Odio l’estate di sudore
tutto ciò che dico riguarda
un’ astrazione concettuale.

Non pensiate che l’estate
sia una stagione ininfluente
il fico ad esempio s’è arreso
disseccato totalmente.

Salutiamola con cura l’estate
accogliendo l’autunno
la promessa è di rivedersi
come un amore vacanziero
l’anno venturo.

Il disegno digitale ” Saluto all’ estate” è di Loredana Semantica

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

“Mediterraneo” di Eugenio Montale

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Il sito LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura

 BUONE VACANZE

 

con le suggestive poesie di “Mediterraneo”, sezione tratta da Ossi di seppia di Eugenio Montale, dedicata interamente al mare. Torneremo il 1° settembre con nuove idee, originali progetti, accattivanti proposte di lettura e rinnovato entusiasmo e con la speranza e l’augurio vicendevole che mai ci abbandonino l’amore per la lettura e la scrittura e il desiderio di arte, bellezza, poesia.

 

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

A vortice s’abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d’agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque
che s’ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e via scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.

*

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

*

Scendendo qualche volta
gli aridi greppi ormai
divisi dall’umoroso
Autunno che li gonfiava,
non m’era più in cuore la ruota
delle stagioni e il gocciare
del tempo inesorabile;
ma bene il presentimento
di te m’empiva l’anima,
sorpreso nell’ansimare
dell’aria, prima immota,
sulle rocce che orlavano il cammino.
Or, m’avvisavo, la pietra
voleva strapparsi, protesa
a un invisibile abbraccio;
la dura materia sentiva
il prossimo gorgo, e pulsava;
e i ciuffi delle avide canne
dicevano all’acque nascoste,
scrollando, un assentimento.
Tu vastità riscattavi
anche il patire dei sassi:
pel tuo tripudio era giusta
l’immobilità dei finiti.
Chinavo tra le petraie,
giungevano buffi salmastri
al cuore; era la tesa
del mare un giuoco di anella.
Con questa gioia precipita
dal chiuso vallotto alla spiaggia
la spersa pavoncella.

*

Ho sostato talvolta nelle grotte
che t’assecondano, vaste
o anguste, ombrose e amare.
Guardati dal fondo gli sbocchi
segnavano architetture
possenti campite di cielo.
Sorgevano dal tuo petto
rombante aerei templi,
guglie scoccanti luci:
una città di vetro dentro l’azzurro netto
via via si discopriva da ogni caduco velo
e il suo rombo non era che un sussurro.
Nasceva dal fiotto la patria sognata.
Dal subbuglio emergeva l’evidenza.
L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.
Così, padre, dal tuo disfrenamento
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.
Ed è vano sfuggirla: mi condanna
s’io lo tento anche un ciottolo
róso sul mio cammino,
impietrato soffrire senza nome,
o l’informe rottame
che gittò fuor del corso la fiumara
del vivere in un fitto di ramure e di strame.
Nel destino che si prepara
c’è forse per me sosta,
niun’altra mai minaccia.
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,
e questo ridice il filo della bonaccia.

*

Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
M’affisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce d’acqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
s’è spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
l’aria è tanto serena che s’oscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.

*

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno: smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.

*

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.

*

Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare: –
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.

*

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

 

Eugenio Montale, Ossi di seppia, -Mediterraneo-, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925.