Segnaliamo tra le opere in libreria la silloge poetica di Selene Pascasi “A un ricordo da te”, edita dalla casa editrice Scrivere Poesia Edizioni. La Casa editrice si caratterizza per l’intento solidale che concretizza con la donazione di 1/3 dei suoi ricavi alle ONLUS di riferimento italiane. In particolare il ricavato di “A un ricordo da te” è destinato per un terzo alla straordinaria Associazione Airalzh (https://www.airalzh.it/) che ogni giorno promuove su scala nazionale la ricerca medico-scientifica sull’Alzheimer. Dalle parole di presentazione dello stesso editore:
Un piccolo capolavoro (come convintamente afferma Flavio Pagano nell’introduzione); una poesia di disarmante sincerità e onestà. In questa silloge vive la poesia di un amore che si sacrifica pur scorgendo, nel suo futuro, l’inevitabilità amara dell’addio. Oggi parola è satura di mille sfaccettature, fra paura e tenerezza. Il discorso poetico di ogni pagina è implacabile e scorre su uno dei temi più affascinanti e profondi del nostro sapere: il concetto di memoria. Che di solito ricongiunge al passato, ma in questo caso tradisce, allontana il legame affettivo che pur tuttavia, tenace e fedele, nella sua resistenza conferma l’amore stesso che vibra su ogni percezione e respiro. Un amore che rimane sempre, anche quando, per imprevisti impietosi della vita e difficili da accettare, non pare più ricambiato.
Selene Pascasi
BIOGRAFIA
Selene Pascasi è avvocato, giornalista per Il Sole 24 Ore, critico musicale. È autrice di La persona oggetto di reato (Giappichelli 2011), Sanity and Insanity in a Criminal Trial (Atlanta 2012), e delle sillogi Con tre quarti di cuore (Galassia Arte 2013), Come piuma sulla neve (Ursini 2018), l’aforismario In attesa di me (Rapsodia 2015), i romanzi Dimmi che esisto (La Gru 2018) da cui è tratto il docufilm “Musicanti e Attese verticali” (Libero Marzetto 2021). Vince il Luca Romano, il Per troppa vita che ho nel sangue, il Merini, lo Zirè d’oro, il Ciò che Caino non sa, la Targa Perillo, il Kalos e il Premio della Critica Overdose di cultura. La sua ultima silloge è Senza me (Eretica 2021) e ha partecipato all’antologia poetica Cuori a Kabul (Graphe.it, 2021). Con “A un ricordo da te” esordisce con i tipi di Scrivere Poesia e dedica la silloge ad Airalzh per la ricerca scientifica contro l’Alzheimer.
Nell’ambito della danza classica, l’espressione Pas de deux (passo a due), indica la sequenza di un balletto o di una coreografia e fa riferimento al numero degli interpreti, uomini o donne, che eseguono insieme un balletto o una coreografia. Si tratta di una danza isolata dal resto del balletto e destinata ai primi ballerini, quelli virtuosisticamente più dotati. Il pas de deux è costituito da una entrée, da un adagio eseguito insieme, da una variazione solista maschile o femminile e da una coda in cui i due ballerini si ricongiungono per la sequenza finale del balletto. Con l’invenzione della coreografia (dal greco choreia (“danza”) e graphè (“scrittura”), menzionata nel 1700 da Raoul-Auger Feuillet nel trattato Chorégraphie ou l’Art de décrire la dance par caractères, figures et signes démonstratifs (Coreografia, o l’Arte di descrivere la danza per mezzo di caratteri, figure e segni dimostrativi), per la prima volta la composizione di passi e figure fu trascritta, istituendo l’associazione fra il motivo musicale e le figure danzanti. Allo stesso modo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una duplice rubrica dedicata alla poesia e alla prosa contemporanea e del passato, in cui accogliere su nostro invito ma anche per iniziativa personale, le proposte di una coppia di autori affini o al contrario discordanti per formazione, stile, lessico, ritmo, musicalità in modo da avere un connubio (come nel caso di Pas de deux) o un contrasto andando a incrementare un’altra rubrica gemella intitolata Paso doble. Potrebbe trattarsi di una coppia vera e propria del presente o del passato, di una coppia artistica, di un’autrice con il suo mentore, di amici o amiche che si stimano tanto da proporsi vicendevolmente per offrire in tal modo una doppia voce, un doppio sguardo, una doppia visione e interpretazione, un doppio passo, che coinvolga in una scrittura che diventi essa stessa apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista, ritmo, danza.
Vivo al primo piano di un palazzo di città
e a volte mi ritrovo a scrivere o a suonare
la sera davanti alla finestra
esposto alle radiazioni azzurre
dei televisori e dei computer.
So che potrei entrare nei pensieri
e perfino nelle poesie dei miei vicini
e che tutti gli interni che osservo
sono simili a quello che proietto io con il corpo.
Mi dico che in fondo ognuno nel suo inverno
è un ritaglio luminoso dentro lo scavo delle case
approssimazione di vita immaginata
che rimanda su muri esterni. le ombre cinesi di sé stesso
voce che esplode quando si spalanca l’anta di una porta
o quando qualcuno fuma fuori e parla con chi è dentro.
A me interessano i disegni vaghi e i movimenti
che affacciandomi si creano in verticale.
Ognuno al suo piano ha la funzione estetica
di costruire un alveare e una torre di parole
un’esperienza di gesti che quando li guardi
portano un significato transitorio e lieve.
Del silenzio visto da fuori, se ti lasci guardare
c’è quel senso di operoso abbandono che solo
chi sa di non esser considerato produce come un’aura.
E chi è dentro il suo mondo ha modo di rigovernarsi la vita
far l’amore o semplicemente cercare di vedere il cielo e la luna.
E perfino le stelle, che qui al primo piano
diventa impresa impossibile indagarle
lasciano immaginare che siano loro a guardare.
Questo mi dico,
mi fa bene e mi cura
questo, mi ripeto,
mi dà una forma di coraggio
sposta avanti ogni sorta
di angoscia e di paura.
E’ difficile scrivere un articolo intelligente sui premi letterari, è come dissertare sugli incentivi alla migliore performance aziendale. Individuare i meriti oggettivi è impossibile, nessun datore di lavoro è onnisciente, decide in base alla propria visione e i premi puntualmente producono una spaccatura; un premiato gongolante da un lato e una pletora di dipendenti immusoniti all’altro capo.
E’ recente la proclamazione di Vivian Lamarque vincitrice della prima edizione del premio Strega-poesia, l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Jon Fosse, e, guardando all’ambiente letterario “social” più vicino, quasi in sincronia sono stati resi noti gli esiti dei premi: Lorenzo Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano. La prima considerazione che mi è venuta alla mente è che quest’anno c’è stato un singolare sovrapporsi contemporaneo di proclamazioni. Frutti autunnali che maturano come l’uva. Non so se ciò sia avvenuto casualmente o sia stata una scelta strategica per produrre il risultato di inondare il “mercato” d’informazioni, cioè sollevare onda su onda e spiaggiare le possibili critiche subito superate dalla notizia successiva.
Per lo Strega, mi pare che la premiazione della poetessa Vivian Lamarque abbia accontentato un po’ tutti, condivisibile la scelta della giuria, già da molti preconizzata. E’ un genere poetico apparentemente leggero, con punte di profondità che fanno pensare, con sottofondo di ironia che fa sorridere. Una poesia che solletica e consola, paziente, acuta, bonaria. Il titolo della raccolta “L’amore da vecchia” strizza l’occhio alla narrazione biografica e autoironica, affine, quanto meno in spirito (meno nella forma) a quella di Wislawa Szymborska, premio Nobel 1996. Mi sembra perciò di poter dire che nell’ultimo trentennio sia più apprezzata la poesia gradevole, accattivante, che tenta di essere popolare e distrae dalla pesantezza dell’essere.
Singolare, inconsapevole e perciò in un certo senso poetico il contrasto inscenato sul palco della serata finale tra le figure di premiata e conduttrice. Tra l’outifit della poetessa, semplice e comodo, nient’affatto appariscente dai capelli alla punta delle scarpe in tutta la sua statura piccoletta, in confronto a Ema Stokholma, la presentatrice francese, figura chilometrica, con erre moscia roteante, outfit geometrico elegante, capelli sbarazzini sul capo svettante a vertiginose altezze. Il contrasto era talmente spudorato da essere ironico, quasi corollario alla poesia della Lamarque.
La critica accademica non è entusiasta di questa scelta, l’eco è giunto nella serata di premiazione per bocca della stessa vincitrice che ha riportato l’appunto di puerilità rivolto alla sua poesia. Dal mio canto invece chiedo quale spessore critico abbia l’autrice, i saggi e gli approfondimenti, quanti libri abbia letto e quante poesie d’altri, domande che non hanno il fine di denigrare o screditare ma capire quanto le dinamiche della creazione dialoghino con una riconosciuta profondità critico-letteraria, ampia conoscenza della produzione poetica nostrana/internazionale oppure se ne prescindano, come si miscelano le due attitudini poetico/critica in ogni poeta di successo conclamato. Pongo il dubbio, ma conosco già la risposta, e non sta nella qualità della poesia in sé, né nelle doti dell’autore, né tantomeno nella sua preparazione letteraria o brillante lavoro critico e propedeutico. Il mistero alchemico si risolve in tre vocaboli: consenso, potere, business. Collante tra tutti il colpo di fortuna.
Sul palcoscenico la Lamarque s’è detta fortunata di ricevere il premio in vita, mentre altri poeti ricevono il riconoscimento dopo la loro morte. Considerazione che fa centro in due direzioni. Da un lato perché il premio Strega storico di narrativa quest’anno è stato attribuito postumo, dall’altro perché di frequente accade con la poesia che se ne comprenda pienamente valore e spessore solo dopo che gli autori sono morti, quando cioè non sono più loro stessi a recare testimonianza del proprio dire, ma all’inverso è il proprio dire che dà testimonianza di qualcosa d’importante scritto in vita. Cioè qualcosa che con la morte non può proseguire e che avvertiamo come una perdita. Notoriamente infatti i poeti dopo morti non scrivono più. Qualcuno ha notato che la vittoria della Lamarque è stata scarsamente celebrata dai poeti social. Spiego il fenomeno con la funzione preminente assunta dal social postpandemico nell’ambiente letterario, specificatamente tra i poeti e scrittori. Esso ad alcuni serve quasi totalmente a promuovere parossisticamente e ossessivamente solo se stessi. Una sorta di implosione dell’ego. L’altra ragione, ma è un’illazione – potrebbe essere l’effetto “premio aziendale” (vedi sopra al primo capoverso). Alla fin fine tutti vorremmo essere uno strega.
Degli altri premi: Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano ho notato l’avanzare di nomi per me nuovi in posizioni di pole position. Da anni ho tanti poeti tra i contatti premiati in passate edizioni e in ciò vedevo una sorta di consacrazione del loro essere poeti di successo. Quest’anno invece leggo tanti nomi non noti e non mi pare siano tutti giovani esordienti. Il fenomeno è interessante. Sembrerebbe una sorta di cambio delle guardia o un accantonamento del pregresso. Forse i miei contatti non scrivono più consapevoli della vanità di ogni cosa? Partecipano, ma le loro opere non vengono prese in considerazione? Scrivono ma in un modo che non intercetta le coordinate della specifica commissione? Non partecipano per la scontentezza dei piazzamenti pregressi? Anche qui: tutti vorremmo essere uno strega?
Ognuno nel partecipare a un premio si atteggia con lo spirito che più gli si addice e che muta nel tempo. C’è chi partecipa perché mira al premio in denaro, chi per ricevere un riconoscimento della propria scrittura, dubbioso che essa abbia un valore, chi per aumentare il proprio prestigio personale arricchendo il medagliere, chi per farsi leggere (taluno peraltro dubita che i giurati lo facciano veramente), chi perché frequenta la cerchia letteraria che lo gestisce, e la sostiene, non solo con la quota di partecipazione, ma alimentando la provvista di opere, chi perché apprezza l’operato culturale dell’organizzazione…
Lessi tempo fa a proposito dei premi la considerazione espressa da un professore universitario che ha fatto parte di molte giurie letterarie e che trovo pienamente condivisibile. Nell’ambito di commissioni valutatrici i premi e gli stessi riconoscimenti attribuiti non sono corrispondenti soltanto al valore del valutato o qualità del suo lavoro, ma rispondono a logiche interne (e, probabilmente, anche a pressioni esterne) che muovono il piazzamento verso l’alto o verso il basso o addirittura escludono il candidato, lo sacrificano alle logiche del gruppo. Peso, autorevolezza di uno dei membri in commissione ad esempio. Per spiegare meglio ai profani cosa significhi logica in modo alternativo e terra terra racconto un aneddoto. Molti anni fa, desiderosa di un migliore incarico di lavoro, una collega in gamba si rivolse a un dirigente che faceva grandemente affidamento su di lei e la stimava, egli, per suo conto, sondò il terreno delle possibilità presso i vertici aziendali. L’esito negativo delle consultazioni fu riferito all’interessata condensato in una frase: “E’ che lei non la conosce nessuno”. Una simile motivazione estemporanea potrebbe rientrare nella logica sotterranea delle valutazioni dei premi. Un’ altra non troppo distante dalla precedente, ma in senso opposto è che non si può escludere/scontentare il “pezzo grosso” (autore-editore), per quanto magari il suo lavoro/prodotto non brilli più di tanto o più di altri. Sono tutte, s’intende, esemplificazioni. Va da sé che logica e qualità non sempre vanno a braccetto e le giurie cercano di fare del loro meglio perché non sia troppo evidente.
E quindi essere escluso non significa che il lavoro proposto non abbia un valore tale che avrebbe potuto avere un riconoscimento (difficilmente il primo premio), essere vincitore non significa che altri, collocatisi in posizioni sottostanti, non fossero maggiormente meritevoli. Per chi sta nel mezzo tra questi estremi un più confacente posizionamento poteva essere verso l’alto o viceversa più giù nella “graduatoria”. Possibili rimedi: inserirsi nelle giurie cercando di fare di meglio, creare il proprio premietto condominiale e tentare di farlo divenire storico tra quarant’anni, non partecipare in alcun ruolo. Rimedio quest’ultimo che sottrae alla logica dei premi, gli altri due invece vi si tuffano dentro. Dimenticavo di dire che i concorsi letterari sono specchio di un mondo competitivo, su quanto questo sia criticabile e su come sarebbe meglio funzionasse il mondo in modo alternativo ci sarebbe da scrivere trattati.
Spendo, in una breve digressione, due parole sull’argomento quota di partecipazione, che delineano l’id quod plerumque accidit, memore di aver letto on line di non partecipare a premi letterari in cui si paga una quota di iscrizione perchè non sono seri. A mio avviso non corrisponde al vero, per quanto quelli gratuiti siano comprensibilmente più attraenti. Un’organizzazione che sia strutturata giuridicamente e opera sostiene delle spese, dunque, se è tale e chiede quota di partecipazione, è per sostenere le spese (dal fracobollo alla luce elettrica, al commercialista ecc.). Se il premio è prestigioso e non chiede quota di iscrizione è perchè si autofinanzia ad esempio è una fondazione ben gestita (conta cioè su un capitale iniziale generosamente concesso, generalmente per disposizione di morte e lo fa fruttare) oppure è supportata da finanziatori che ovviamente decidono tutto, per es.casa editrice. Se invece l’organizzazione non è strutturata e chiede una quota di partecipazione lo fa per sostenere le spese compresa la provvista per corrispondere un premio in denaro, se previsto, se invece non chiede contributi è praticamente certo che qualcuno dei gestori sta mettendo mano al portafoglio personale e spende di suo, anche solo nel senso di lavorare tanto e gratuitamente.
In conclusione, appunto perché si sa che la logica dei premi è un concorso di fattori/visioni/aggregazione, più simile ai processi di votazione parlamentare o condominiale che alla conta matematica delle risposte nei test di un concorso, occorre sempre comprendere che il risultato è l’esito di un bilanciamento di opposti e convergenti fattori e, pertanto, da accettare per quello che è. In altri termini occorre partecipare senza eccessive aspettative. Se è andata male e la delusione brucia – la delusione del resto è un sentimento incontrollabile come l’amore, come l’invidia – allora, per dimenticare in fretta, tornare al tornio, le mani sull’argilla, fare i vasari. Cantare.
“Cuentos Olvidados”, i racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio, offerti in lettura su questo sito tra il 2022 e l’inizio del 2023, sono stati raccolti in libro e sono diventati un ebook. Li proponiamo in 3 file diversi alla lettura. Flipbook, sfogliabile on line, epub e pdf scaricabili liberamente.
Strutturare un lavoro di scrittura nel formato libro digitale rappresenta per questo sito una novità in stile “Enterprise”, dal nome della famosa nave dei viaggi interstellari della serie Star Treek, che gli appassionati di fantascienza ben ricordano. L’astronave aveva il compito di “esplorare nuovi mondi per giungere fin dove nessun uomo era mai giunto prima” 🙂
A questa iniziativa intendiamo in futuro dare seguito con altre raccolte/opere.
Buona lettura.
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oppure leggi/scarica il libro su epub editor cliccando sulla seguente stringa
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Verremo via e con noi scivoleranno
nella notte delle palpebre
le cose e anche le case, tutte quante
le canzoni che ascoltavi
per dormire, le perline, i prati
e i fiori che teniamo nei cortili.
Verranno via con noi le nostre rose,
con le spine, i pennivendoli,
le giostre e poi il profumo che indossavi
quando aspettavamo Aprile.
Non mancheremo certo a questo mare
o alle sue onde che ci nutrono
la voce, né alla danza di cicale
che nemmeno a sera tace
e ci ricorda amori e fiabe.
La casa delle cose
2.
Valeva una fortuna da bambini
ritrovare tra le sabbie
dell’estate qualche biglia
abbandonata con la foto
cartonata d’un ciclista
sconosciuto, per le gare
assolatissime su piste
morsicate dalla tiepida
risacca che bagnava i nostri gridi
insieme a quelli dei gabbiani.
Sembravano pepite e noi pionieri
alla ricerca di un segreto
sotterrato in mezzo ai piedi,
sulla spiaggia che bonaria
ci osservava e non tradiva mai
le nostre aspettative e i sogni d’oro
che auguravano le madri un tempo
ai figli se dormivano da soli.
Anche ora silenzioso cerco attento
sulla riva dei tuoi sensi un segno
magico o una biglia che hai perduto,
che hai lasciato tra le dune
carezzate dal mio mare, per gare
a perdifiato con i giorni
che ci sfuggono di mano.
Biglie
3.
Necessitano d’ombra, qualche volta,
persino le parole. Troppo Sole
ne scopre capillari e venature
fragili; ostruite da abitudini
cattive, come quella di fumare
o bere sciocche litanie di versi
a stomaco vuotato dal rigurgito
del tempo che ogni tanto porta indietro
immagini e valute fuori corso,
buone solo per qualche collezione
sfogliata, con orgoglio un po’ infantile,
davanti ai rari ospiti che si fingono
davvero interessati e non domandano
mai buio a ristorare idee e pensieri.
Versi dell’ombra (Sonetto di Luglio)
4.
Sussurri in questo coccio di conchiglia
cui somigliano i miei sogni:
eredità di sale ed echi d’onde
di un pianeta che ha alti mari
e occhi più profondi in cui nascondere
i relitti delle nostre tentazioni.
Non riesco mai a distinguere, però,
l’intonazione, il peso, anche l’odore,
se ce l’hanno, dei discorsi
che facciamo mentre aspetto
di svegliarti e ancora perderti
tra i flutti delle cose, delle noie
e dell’amore che raccontano
le vedove, che sperano le spose.
Ti cerco in questo coccio di conchiglia
a cui somigliano i miei giorni,
votati alla battigia e a qualche rudere
di luce al quale appendo la tua voce.
La battigia (in questo coccio di conchiglia)
5.
Ne avremmo di parole
nuove, giovani da usare
per incidere il silenzio
in cui confini ogni mio giorno,
bianco come le pareti d’una casa
da arredare ed abitata
da qualcuno che ogni tanto
ti somiglia. O come bianca
tela aperta a ogni squarcio di colore;
lontana vela viva nell’azzurro
della sera, quando cerco
la tua orma in ogni angolo,
sull’orlo di ogni notte quando arriva.
I giorni bianchi
Nota biografica
Alessandro Barbato (Roma 1975) dopo la laurea in Lettere, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in antropologia sociale presso l’EHESS di Parigi dedicandosi allo studio dei rapporti tra nuove scienze umane e letteratura, in particolare nell’opera di Michel Leiris e Pier Paolo Pasolini. Ha pubblicato su tale tematica diversi saggi, in lingua italiana e francese, e una monografia; è inoltre collaboratore del blog dedicato al Poeta friulano «Le pagine corsare». È stato membro del comitato di redazione della rivista di settore «Civiltà e religioni», oltre che di diversi gruppi di ricerca legati alle cattedre di Storia delle Religioni e di Antropologia delle religioni della Facoltà di Lettere dell’università UNIROMA2.
Ha pubblicato anche liriche su rivista, blog letterari e nel 2019 la silloge “Il fiore dell’attesa”, confluita nel 2020 nella raccolta “Solamente quando è inverno”. Nel 2022 ha visto la luce la sua ultima raccolta di versi, “La mimica dei mondi (qualche poesia fuoritempo)”, edita da Controluna – Edizioni di poesia.
Attualmente insegna materie letterarie presso le Scuole Ebraiche di Roma.
Mia madre non sa che di notte, mentre guarda il mio corpo assopito e sorride felice sentendomi a lei vicino, la mia anima esce da me e viaggia guidata da elefanti bianchi e rossi, e tutta la terra rimane abbandonata, e non appartengo alla prigione di questo mondo, perché tocco la luna, discendo i suoi verdi fiumi e boschi d’oro, e pascolo greggi di dolci elefanti e cavalco i docili leopardi della luna, e mi diverto nel teatro degli astri guardando Giove che danza ed Ileo che ride.
E mia madre non sa che il giorno dopo, quando tocca la mia spalla e mi chiama dolcemente io non provengo dal sonno: io sono tornato pochi istanti prima, dopo essere stato il più felice dei bambini ed il viaggiatore che lentamente entra ed esce dal cielo, quando la madre chiama e l’anima obbedisce.
Breve viaje nocturno di Gaston Baquero
Mi madre no sabe que por la noche, cuando ella mira mi cuerpo dormido y sonríe feliz sintiéndome a su lado, mi alma sale de mí, se va de viaje guiada por elefantes blanquirrojos, y toda la tierra queda abandonada, y ya no pertenezco a la prisión del mundo, pues llego hasta la luna, desciendo en sus verdes ríos y en sus bosques de oro, y pastoreo rebaños de tiernos elefantes, y cabalgo los dóciles leopardos de la luna, y me divierto en el teatro de los astros contemplando a Júpiter danzar, reír a Hyleo.
Y mi madre no sabe que al otro día, cuando toca en mi hombro y dulcemente llama, yo no vengo del sueño: yo he regresado pocos instantes antes, después de haber sido el más feliz de los niños, y el viajero que despaciosamente entra y sale del cielo, cuando la madre llama y obedece el alma.
Parafrasando il titolo di una rubrica di RAI Radio3 “tutta la città ne parla” potremmo dire dello spot di Esselunga “tutta l’Italia ne parla”. Se l’obiettivo di una pubblicità è diventare virale perché si nomini il più possibile il marchio pubblicizzato, bisogna riconoscere che è stato un successone. La domanda interessante però è perché ha colpito tanto? Se una breve narrazione sceneggiata diventa oggetto di discussione evidentemente contiene un messaggio che fa centro, si presta a letture diverse, ma soprattutto mette in moto le sovrastrutture mentali di ciascuno, solletica le esperienze e le memorie personali, provoca una reazione. Gli aggettivi si sprecano: sessista, antifemminista, moralista oppure all’opposto commovente, tenero, delicato.
La spot è girato molto bene, ben recitato, tempi giusti, giuste inquadrature. La mamma perde momentaneamente al supermercato Emma, la sua bambina, la cerca con ansia e finalmente la trova al banco ortofrutta incantata davanti a una splendida pesca, che, immaginando la desideri, per accontentarla le compra. Subito dopo le si vede a casa che giocano, poi si sente il citofono. È il padre che è venuto a prendere la bimba. La madre chiama Emma perché scenda da papà e la piccola prende lo zainetto nel quale non dimentica di infilare la pesca. Nell’ingresso madre e figlia si abbracciano, si abbracciano nell’androne padre e figlia, poi entrano in macchina e la piccola porgendo la pesca al papà scandisce con la sua voce fina fina “Questa te la manda la mamma”. La mamma li guarda da dietro i vetri, il papà risponde “Me la manda la mamma? Bene a me piacciono le pesche, chiamerò la mamma per ringraziarla” occhiata verso il balcone dal quale la mamma li guardava fino a un attimo prima. Slogan: “Non c’è una spesa che non sia importante”.
Fine dello spot.
Rilasciato da pochi giorni sui canali televisivi e visibile anche su youtube lo spot ha scatenato il web. Ironia a profusione, interpretazioni, critiche, demolizione, difesa, esaltazione.
Mi sovviene che sugli schermi non molto tempo fa hanno proposto ripetutamente pubblicità con coppie omologhe senza che ciò – mi pare – scatenasse altrettanto “entusiasmo”. Forse che la “separazione” e il “divorzio”, cioè gli istituti giuridici con i quali si pone fine a un’unione, non possono essere lo “scenario” sociale di riferimento? Essi scatenano un effetto così “drammatico” sulla psiche? Probabilmente la differenza è che lo spot spiazza, in quanto osa mettere in scena la “parte debole” del rapporto o, se preferite, l’effetto collaterale inevitabile di un divorzio e cioè l’infelicità dei figli. Certo soffrono non meno i genitori, solo che questi ultimi sono gli artefici degli eventi, i figli invece sono gli “innocenti” coinvolti dalle decisioni altrui che subiscono il trauma familiare.
Insisto volutamente sulla parola famiglia perché essa rappresenta l’unità sociale elementare costituita non su basi autoritarie, sovrane, governative, bensì su basi consensuali e biologiche, tant’è che essa esiste dai primordi dell’umanità. È costituita da un uomo una donna che si uniscono per generare e poi mantengono l’unione per allevare, proteggere, educare i figli. Ora non è che lo scioglimento del matrimonio fa venire meno la famiglia. Essa esiste ancora. E tutta le normativa sullo scioglimento del matrimonio è “impregnata” dal concetto di tutela della famiglia. Il che sembrerebbe una contraddizione, visto che una coppia si sta sciogliendo, ma solo apparentemente perché il matrimonio – che è sostanzialmente un accordo – non è con i figli è tra i coniugi ed è questo contratto che si scioglie, se ci sono figli, la famiglia invece persiste nella sua funzione tipica. Premesso ciò appare infondata l’accusa di moralismo dello spot, in quanto moralista semmai è la famiglia perfetta dove i matrimoni non si sciolgono, anzi sono solidi come una roccia e tutti stanno a tavola a colazione la mattina mentre gira la ruota del mulino, la farina si spolvera sul tavolo di legno da tremilacinquecento euro, al centro del loft con i soffitti a chilometri di distanza, la luce entra quasi miracolosa dalle finestre altissime, le gocce di cioccolato danzano la rumba e le brioche si tuffano nel latte in costumino.
La madre del nostro spot perde la figlia al supermercato. La bambina, intenta ad architettare la sua strategia, sfugge al controllo materno. Lo smarrimento del pargolo tuttavia appartiene alla memoria di ogni madre, non c’è genitore che, anche se per pochi secondi, non lo abbia sperimentato, il che contribuisce all’immedesimazione e crea anche una certa suspance. C’è chi vi ha visto invece una scarsa capacità materna. Per quanto sopra l’illazione resta tale. Ciò che voglio dire più in generale è che lo spot non può dirsi antifemminista perché le donne non sono messe in cattiva luce, né rappresentate come assoggettate al patriarcato o sottomesse. Tra l’altro vi sono fotogrammi dove madre e figlia giocano allegramente, quindi la mamma è una brava mamma, come tante. La bimba invece è una futura donna, che già però dimostra intraprendenza e inventiva, attuando un piccolo inganno a fin di bene. E’ palese la nostalgia della quale soffre pensando a quando erano una famiglia unita. Guardando la pesca ha l’illuminazione, cioè usarla per trait d’union tra mamma e papà. Ora noi non sappiamo se i genitori si parlino o meno, se sono risentiti l’uno con l’altro, se quindi la strategia della piccola è vincente nel senso di riuscire a collegare nuovamente ciò che non comunica. Certo auspicare una riconciliazione grazie a una pesca sarebbe farsi i film, ma chissà…da cosa nasce cosa…Suggerirei un sequel.
Infine, sempre contro l’argomentazione del moralismo, la piccola nel porgere il frutto al padre pronuncia senza dubbio una bugia violando uno dei dieci comandamenti: “non mentire”. Dubito che molti lo conoscano, giacché mentire è una prassi diffusa, ma quelli che lo ricordano, sanno anche che una piccola bugia detta a fin di bene e/o detta da un bambino è scusabile. Quindi è benedetta la pesca galeotta.
Si è così tanto parlato di questa faccenda che sono intervenuti anche organi politici di vertice per dire la loro a favore dello spot trovandolo tenero, commovente e pro famiglia, quest’ultima, come sappiamo, è tra gli argomenti più caldi a destra e a manca, sia nel senso tradizionale di famiglia biologica, sia da intendersi come convivenza stabile e consensuale in senso lato.Tra le ultime che ho sentito al riguardo è che personaggi di governo ne parlano per l’effetto red harring, cioè falsa pista per distrarre dai problemi più gravi della nazione, dal che mi sono sentita in dovere di parlarne io che non ho sulle spalle i problemi della nazione e m’interessa analizzare i fenomeni virali per comprendere la società.
A mio avviso, vista la marea crescente di coppie separate/divorziate che abita il Paese, lo spot ha giusto messo loro il dito nella piaga, cioè ha focalizzato l’attenzione sulla bimba che ne è la vera protagonista, ha messo in luce la sua tristezza, che è poi la malinconia di tutti figli di genitori separati, il suo desiderio di riunire la famiglia, il suo spirito di iniziativa, la sua piccola “importante” spesa, ma nel contempo e proprio perciò ha messo a disagio, rinfocolando il senso di colpa che attanaglia i genitori separati/divorziati per aver fatto soffrire i figli, cioè gli esseri che amano di più al mondo. Sul senso di colpa posso solo dire che è una brutta bestia, si sviluppa tanto più gigantesco quanto maggiore è la responsabilità di cui ci si sente portatori, è talmente intrecciato al dolore che non si attenua se non si attenua il dolore. E niente…c’è poco da fare, occorre mettere in atto tutte le possibili strategie per attenuare gli effetti di ogni cosa che fa male. Nel caso specifico magari…cambiare canale?
Il web si è scatenato con un’ironia selvaggia, divertente, truce o pensosa. Riporto tra tutti, il meme che, a mio avviso, coglie appieno la realtà non buonista del fenomeno.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.
Penso al consenso a quanto esso sia l’imperativo a come sia diffusa la sua voce e sia di ogni pietra stella del cavallo sella e di ogni ostacolo il suo ponte.
I think about consensus how urgent is its search the vast diffusion of its voice a star to every stone a saddle for the horse and to every block a bridge
L’invenzione del treno, novità progressista di fine Ottocento, con l’utilizzo del vapore, già impiegato in Inghilterra nei telai meccanici e successivamente dell’energia elettrica, e con l’ampliamento della rete ferroviaria comportarono una rivoluzione culturale senza precedenti, pari a quella di Internet per la fine del Novecento.
Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…
Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estatedi Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
Settembre era da sempredi Loredana Semantica, inedito
Settembre era da sempre il mese iniziatico nel quale giungeva il richiamo profondo di appartenenza a un ambito diverso dove altra luce cadeva sulle cose in riverberi giallo paglierino e ricordi di un luogo indefinito dove s’era vissuto o bisognava andare un giorno forse necessariamente.
Settembre acuiva l’espansione una memoria ancestrale di qualcosa lontana più malinconica che gioiosa simile al pensiero di non essere solo ora nelle opere o parole nel tempo o materia ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove in altra forma o uguale non essendo adesso pienamente.
Intanto a settembre altra aria fresca scende in gocce di pioggia leggera sulle strade impolverate dall’estate rese saponose dall’acqua dove pattinano pneumatici neri mentre tutta la natura respira ozono e sollievo.
Ma la morte incombe a settembre non solo nei versi ma sui letti ha un linguaggio pesante anzi muto gli occhi sbarrati impauriti chissà cosa pensava in quel momento mentre le carezzavo il viso magro i cari bianchi capelli “sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla di cui aver paura” ma non ne ero sicura e le chiudevo gli occhi con la mano perché sparisse la visione che l’atterriva.
Settembre è il mese di mezzo della mia festa di compleanno che traghetta l’estate all’ autunno e già per questa pretesa di equinozio a spartire equamente luce e lato oscuro ha nel petto un cedimento avulso dal consueto progredire da rigettare come presuntuoso perché certo è solo il nulla rotondo come una vocale nient’altro.
In questa fine estate di Maria Allo
C’è una tristezza antica nelle ossa Attraversa i corpi e le giunture
gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti sfavilla in lievi cerchi tra le travi in ogni androne nelle sale d’aspetto sugli scaffali nei carteggi impolverati Ci prende tutti nella luce e nell’ombra Si libra nel cielo e cade con la pioggia sulla terra bagnata senza rumore ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli dentro il presente che ci divora C’è una tristezza antica in questa fine estate
Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle fino al cielo a metà tra due roghi mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale
È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri
è tempo ormai che io vesta il grigio, che indossi la giacca antracite
camminando per la strada guarderò solo avanti
(e più nulla dei seni sudati dei seni ricolmi di lei che passa velluto pesca polpa e frutto per le labbra e la sete)
lascerò alle canzoni i miei amori perduti, lascerò sulle spalle le mie foglie cadute
è tempo ormai che io vesta il grigio, che sigilli nella plastica nera la camicia a fiori e i pantaloni leggeri
le scarpe in tela dei lungomari d’agosto.
Storie sull’autunnodi Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)
L’autunno è comparso a chiazze come una malattia endemica sulla cappa delle aiuole Non si vede più un cane per strada libero di rovistare nell’immondizia Non esce la sera resta impresso sul divano a sentire quello che si svelenano una madre e una figlia Le farfalle morirono durante l’ultima glaciazione La luna non è più venuta da quando precipitò dietro casematte quinquagenarie a ridosso dei parchetti degli spacciatori La vede una donnola ogni tanto a un centinaio di chilometri di distanza in qualche rada boscaglia Le foglie ancora incerte non sanno se andare a un cielo che non le chiama o trattenersi nel braccio vegetale Io mi sono sbagliato Non dovevo dar retta a quelle storie sull’autunno
La bambina dal cuore verdedi Deborah Mega, inedito
La bambina dal cuore verde percorreva il lungo tratto che attraverso gli alberi conduceva al mare e si mise in silenzio ad ascoltare. Vide allora un sentiero protetto da giganti ombrosi e silenti. Si chiese perché quella quiete solenne e dove fosse l’orizzonte nascosto dalle splendide chiome. Gli alberi scrollarono le giovani fronde, dai fusti si innalzò un coro di voci profonde. La bambina dal cuore verde si mise in ascolto, chiuse gli occhi e in un momento non le sembrò più che ci fosse poi tanto silenzio. Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno, il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava, lo stormire delle foglie, il frinire di cicale, il frullo d’ali degli uccelli. Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta. La bambina dal cuore verde inalò a pieni polmoni il profumo di resina terriccio umido ed erbe selvatiche e solo allora vide il mare.
Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito
Mite stagione – compagna di cauti cammini – porgi la guancia tiepida alla quiete lontano dai tumulti. Vivi del pallido rossore delle foglie e aspetti che rintocchi l’ultima verità, l’ultimo squillo. Amica che ci racchiudi nel cerchio compiuto dei distacchi – là dove vizza giovinezza indossa il velo della notte – a te consegno il convulso disordine del cuore.
Equinoziodi Francesco Tontoli, inedito
Fin quando regge il bene della vista misuro con gli occhi anche ciò che non appare. e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.
Un equinozio sul filo della spada taglia il giorno in due e il sogno in quattro parte di luce e parte di oscurità in molecole che non oso destare nella loro densità.
È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza rifiutiamo la sostanza delle tenebre. Dall’una o l’altra bocca saremo divorati un giorno che non faremo in tempo a misurare.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ROBERTO OCHI
Il Bar della Bontà
Mi versa per piacere un bicchiere di bontà? Sì, certo Quanto costa? Non si preoccupi Il primo giro lo offro io
Cosa significa creare
Espandere lo spazio bianco di un foglio Crescere il tempo di un secondo Disegnare la forma della propria mano Donare la forza ad una carezza E per me che da un po’ battezzo gli anni Imparare a fare il pane
Nazaré
Dove sono più alte le onde Quasi il mare lambisce il cielo A questo luogo consegno i miei viaggi
La troia assassina sul taxi ad Ibiza
I gradini storti per arrivare alla camera In quell’hotel ad Amsterdam
Guardare dentro la serratura di un portone A Roma A Piazza dei Cavalieri di Malta
Anse Noire e il rum agricolo
Shirley Heights La pioggia Locked out of heaven
L’Old School Restaurant prima di Ullapool I colori di quel cielo
Il gallo pinto La vista de olas La transumanza serale dei paguri La pura vida
Il Gran Bal Trad a Vialfrè
Gli occhi dell’Algarve
Del colore del Porto
Isola Santa Il marmo Le camminate La vertigine nella salita verso la cima
La cima del Colle del Tourmalet I pintxos di San Sebastian La duna più alta d’Europa
Lo chef Guccini di Cap Ferret Che ringrazia i clienti per il sorriso
Quel professore seduto nel bar
I bar sono fatti di persone Girano tutte intorno al bancone Molti si fanno riempire il bicchiere Ma il professore ha sempre una storia Prima di bere
Ogni martedì lascia una curiosità
Per non russare mentre dormi Tieni una patata nella tasca posteriore È un antico rimedio
C’è una respirazione rinfrescante Per proteggersi dal caldo
Anche il mare ha le sue lacrime blu
Il verso dell’oca non fa l’eco
Nemmeno per l’acqua Le parole contano poco
Esistono dei regali già amati Prima di esserci consegnati
L’ultima storia Al martedì è dedicata Perché era il giorno che gli piaceva di meno Ma aveva trovato il modo di volergli bene
Otto orizzontale
Riposati Coricati adagio
Mostrami l’aspettativa Il peso di una storia
Rappresentare l’infinito
Il giorno dopo la sua fine
La speranza
Raccontami la verità La storia come la volevi scrivere tu
Regalami
Cosa è un regalo?
È un atto di piacere Rivolto a se stessi
Imparare ad aprire i regali?
Accettare la bellezza nell’esistenza
Pia madre
Donatrice di vita
Prima insegnante d’amore Inesauribile linfa del verbo proteggere
Origine clemente della compassione Innanzi ad ogni cosa Eterna casa
Ci allontaniamo solo Per imparare a scoprirti dentro di noi
Campo minato
Siamo il non detto Il percepito Gli sguardi che si cercano Siamo complici
Non sboccerà E non sarà piano Quando accadrà Noi esploderemo
testi tratti dall’opera prima di Roberto Ochi “Raccontami una storia”, Bre Edizioni, 2022
Roberto Ochi è nato a Parma il 25 Aprile 1982. Prima di arrivare a scrivere Raccontami una storia è andato nella direzione opposta. È divenuto ragioniere e si è laureato in economia. Ha consegnato fiori e ha danzato. Lavora presso un istituto di credito e pratica Yoga il lunedì. Tutto questo per arrivare fino a qui.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …