Vivere per il teatro: Eduardo De Filippo

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Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, in uno scatto del 1925.

 

Nel Novecento il napoletano Eduardo De Filippo compie un’azione di riforma della tradizione teatrale simile a quella realizzata due secoli prima da Carlo Goldoni. Come nel Settecento l’autore veneziano aveva rinnovato la Commedia dell’Arte ormai ripetitiva trasformando le maschere e approfondendo la psicologia dei personaggi, allo stesso modo De Filippo rivoluziona il repertorio della commedia napoletana di fine Ottocento. Mentre Goldoni si dedicava esclusivamente alla scrittura dei copioni, Eduardo è autore e interprete, dotato di ottime capacità di scrittura, talento nell’interpretazione, conoscenza della regia e dell’organizzazione delle scene.

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Poesia sabbatica: Vigilie di dicembre

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VIGILIE DI DICEMBRE

ancora un dicembre

un altro tempo alla fine,

la solita storia

del vecchio che muore

e del nuovo a sorpresa

dal fondo di un tappo

 

(e in mezzo un natale

che racconta una fiaba,

la stalla, la culla,

la notte in attesa

di luce cometa)

 

ancora un dicembre

dall’ultimo stato

(e quanti anni passati

col fiato sospeso,

come fanno i bambini

quando si spegne la luce

e aspettano zitti

un camminare sui tetti

e poi discesa di stelle

tutt’intorno ad un letto)

 

mi preparo per tempo

a far cadere la neve,

a lustrare col ghiaccio

un velo d’anima, il cuore,

 

e nessuna campana,

nessun conto a ritroso,

non starò più vigilie

col fiato sospeso

 

perché so che a natale

non nasce nessuno,

perché so che a gennaio

io sarò più mortale.

 

 FRANCESCO PALMIERI

“Presepe” di Francesco Tontoli

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Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1470-75. Tempera su tavola, National Gallery (Londra).

 

Presepe (personaggi e interpreti)

Il pastore Pasquale,
pecora in spalla,
albanese kosovaro,
nel suo morbido riccio
sguardo dritto al pagliericcio,
tutto ispirato
stava in vetrina
accanto a un remagio suo amico,
di nome Abdul
un tipo da cartolina
incipriato e dorato
con mantello di broccato ricamato.

Essendo strabico,
con l’occhio destro
adocchiava un angelo ucraino
che esibiva un cartiglio in modo maldestro
con su scritto:
“GLORIA, puntini puntini.”
Pasquale pensava che il nome dell’angelo
non fosse “Gloria”,
ma Nina,
e “Nina, Nina”
sognava ,
messa in cima
a quella grotta di cartone
a corona.

E Maria
era proprio una bella Maria
con risata sonante
veniva dal Perù.
col suo bambino che faceva il menestrello
e lì davanti raccoglieva il denaro
dei clienti del grande magazzino.

Mentre Giuseppe, sapete chi era?
Giuseppe di Dakar
dormiva in piedi come un cretino
perchè faceva i turni di notte in conceria
e sapeva pure di vino,
violando almeno una mezza dozzina di tabù
con un po’ di malinconia.

E Gesù,
mio dio,
dormiva saporito,
aspettando la poppata della sera
dalla madre rumena, cassiera.

Francesco Tontoli

Due poesie dalla raccolta TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2023

La prima e l’ultima poesia dalla raccolta TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2023 letture e illustrazioni della stessa autrice.

uNa PoESia A cAsO: Wislawa Szymborska

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disegno digitale di Loredana Semantica

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.

Oggi è la volta di Wislawa Szymborska

La stanza del suicida

Certo pensate che la stanza fosse vuota.
E invece c’erano tre sedie con robusti schienali.
Una lampada buona contro il buio.
Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali.
Un Buddha sereno, un Cristo afflitto.
Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda.
Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?

Pensate che mancassero libri, quadri, dischi?
E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere.
Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.

La gioia, scintilla degli dèi.
Ulisse sul ripiano nel sonno ristoratore
dopo le fatiche del quinto canto.
I moralisti,
nomi scritti a lettere d’oro
sui dorsi ben conciati.
Lì accanto i politici stavano ben ritti-
E quella stanza
non sembrava priva di vie d’uscita, magari dalla porta,
né senza prospettive, magari dalla finestra.
Gli occhiali da vista erano sul davanzale.
Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.

Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa.
E se vi dico che non c’erano lettere –
e noi, gli amici – tanti -, ci ha tutti contenuti
la busta vuota appoggiata a un bicchiere.

“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti, Carello Editore, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

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“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti (Carello Editore, 2023 pp. 46 € 12.00) è una conferma poetica all’orizzonte di un itinerario dentro la parola divina e umana, il varco di un confine sacro in cui il cammino esitante dell’uomo è la prima, necessaria missione della coscienza interiore per intraprendere la migliore esperienza della vita. Il percorso di Alfredo Alessio Conti circonda il tracciato fragile e sofferto del tempo presente, alimenta la traccia esplicativa di una liturgia emotiva, scandisce il movimento interpretativo dell’esistenza, la linearità geometrica di ogni profondo ed essenziale verso, segue la complessità incessante del fondamento della conoscenza.

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Poesia sabbatica: “Dentro e fuori”

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DENTRO E FUORI

 

stendo chilometri per ogni mattonella

e confini le porte di ogni stanza

 

(ma c’è un mondo fuori

mi dici

e un universo grande,

pianeti e stelle,

galassie innumerabili

e in qualche punto estremo

gli angeli e persino dio

i cieli rotanti e la purpurea rosa)

 

ho imbiancato i muri della casa

tolto ogni quadro alle pareti

 

(ma dove hai messo il mare

mi chiedi

e quella visione sterminata

che sembrava cielo ed era l’infinito,

e il café des poète

e quella donna nuda

con le ghirlande ai seni

e l’ultimo velo addosso)

 

ho chiuso porte e finestre

e nelle orecchie cera

perché lo so che qui camminano sirene

e cantano,

e poi il fracasso delle gambe sugli scogli,

lo so per tutte le vele ammainate

perché d’ogni viaggio fuori

ricordo le partenze

il fare le valigie e l’allegria,

l’immaginare svolte e un’altra vita

ma infine si è capito che noi qui a terra

non siamo nati

per essere felici.

 

FRANCESCO PALMIERI 

“De la beata Vergine Maria” di Jacopone da Todi

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Giambattista Tiepolo, Immacolata Concezione, 1768, Madrid, Museo del Prado

L’8 dicembre si celebra il dogma dell’Immacolata Concezione, festa cattolica proclamata da papa Pio IX nel 1854. In quella occasione il pontefice sancì l’assoluta purezza di Maria Vergine, preservata dal peccato originale fin dal suo concepimento. Quella che segue è la lauda a lei dedicata da Jacopone da Todi.

*

O Vergine piú che femina — santa Maria beata.
Piú che femina, dico; — onom nasce nemico;
per la Scrittura splico, — nant’èi santa che nata.
Stando en ventre chiusa, — puoi l’alma ce fo enfusa,
potenza virtuusa — sí t’ha santificata.
La divina onzione — sí te santificòne,
d’omne contagione — remaneste illibata.
L’original peccato — ch’Adam ha semenato,
omn’om con quello è nato: — tu se’ da quel mondata.
Nullo peccato mortale — en tuo voler non sale,
e da lo veniale — tu sola emmaculata.
Secondo questa rima — tu se’ la vergen prima,
sopre l’altre soblima; — tu l’hai emprima votata
la tua vergenetate — sopr’omne umanetate
ch’en tanta puritate — mai fosse conservata.
L’umilità profonda — che nel tuo cor abonda,
lo cielo se sprofonda — d’esserne salutata.
Virgineo proposito — en sacramento ascondito,
marito piglia incognito — che non fosse enfamata.
L’alto messo onorato — da ciel te fo mandato;
lo cor fu paventato — de la sua annunziata:
— Conceperai tu figlio, — serà senza simiglio,
se tu assenti al consiglio — de questa mia ambasciata. —
O Vergen, non tardare — al suo detto assentare;
la gente sta chiamare — che per te sia aiutata.
Aiutane, Madonna, — ca ’l mondo se sperfonna
se tarde la responna — che non sia avivacciata.
Puoi che consentisti, — lo figliol concepisti.
Cristo amoroso desti — a la gente dannata.
Lo mondo n’è stupito — conceper per audito,
lo corpo star polito — a non essere toccata.
Sopr’omne uso e ragione — aver concezione,
senza corruzione — femena gravedata.
Sopre ragione ed arte — senza sementa latte,
tu sola n’hai le carte — e sènne fecundata.
O pregna senza semina, — non fu mai fatt’en femina,
tu sola sine crimina, — null’altra n’è trovata.
Lo verbo creans omnia — vestito è ’n te Virginia,
non lassando sua solia, — divinitá encarnata.
Maria porta Dio omo, — ciascun serva ’l suo como;
portando sí gran somo — e non essere gravata.
O parto enaudito, — lo figliol partorito
entro del ventre uscito — de matre segellata!
A non romper sogello — nato lo figliol bello,
lassando lo suo castello — con la porta serrata!
Non siría convegnenza — la divina potenza
facesse violenza — en sua cas’albergata.
O Maria, co facivi — quando tu lo vidivi?
or co non te morivi — de l’amore afocata?
Co non te consumavi — quando tu lo guardavi,
che Dio ce contemplavi — en quella carne velata?
Quand’esso te sugea, — l’amor co te facea,
la smesuranza sea — esser da te lattata?
Quand’esso te chiamava — e mate te vocava,
co non te consumava — mate di Dio vocata?
O Madonna, quigli atti — che tu avev’en quigl fatti,
quigl’enfocati tratti — la lengua m’han mozzata.
Quando ’l pensier me struge, — co fai quando te suge?
lo lacremar non fuge — d’amor che t’ha legata.
O cor salamandrato — de viver sí enfocato,
co non t’ha consumato — la piena enamorata?
Lo don della fortezza — t’ha data stabilezza
portar tanta dolcezza — ne l’anema enfocata!
L’umilitate sua — embastardío la tua,
ch’ogn’altra me par frua — se non la sua sguardata.
Che tu salist’en gloria, — esso sces’en miseria;
or quigna convenería — ha enseme sta vergata?
La sua umilitate — prender umanitate,
par superbietate — on’altra ch’è pensata.
Accurrite, accurrite, — gente; co non venite?
vita eterna vedite — con la fascia legata.
Venitel a pigliare, — che non ne può mucciare,
che deggi arcomperare — la gente desperata.

Jacopone da Todi. Le Laude. A cura di Giovanni Ferri. Bari, Laterza, 1915.

uNa PoESia A cAsO: Sylvia Plath

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opera digitale di Loredana Semantica

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.

Oggi è la volta di Sylvia Plath

Nave d’inverno

Non vi sono maestosi approdi a questo molo:
chiatte rosse e arancioni, vescicose, sbandano
incatenate alla banchina, antiquate, vistose
si direbbe indistruttibili.
Il mare pulsa sotto una membrana d’olio.

Un gabbiano immobile in cima alla traversa di un capanno
galleggia sulla marea del vento, saldo
come se fosse di legno e formale nella sua marsina di cenere,
l’intero porto piatto ancorato
nel disco della sua pupilla gialla.

Sopra la distesa ghiacciata di pesci un pallone sonda
sorge come la luna diurna o un sigaro di latta.
È una scena piatta, come una vecchia acquaforte.
Stanno scaricando tre barili di granchiolini.
I piloni del pontile sembrano prossimi a crollare

e con loro quello sgangherato ammasso
di magazzini, bighi, ciminiere e ponti
in lontananza. Tutt’intorno a noi l’acqua scivola
e ciangotta nel suo sciatto dialetto,
trasportando odori di merluzzo morto e catrame.

Più al largo, le onde biascicheranno blocchi di ghiaccio –
brutto mese per i barboni nei parchi e innamorati.
Persino le nostre ombre sono livide di freddo.
Volevamo vedere sorgere il sole
E ci accoglie invece questa nave rivestita di ghiaccio

Barbuta e guasta, un albatro di gelo
sopravvissuta alle burrasche, ogni argano e straglio
Racchiuso in una pellicola di vetro.
Il sole non tarderà a ridimensionarla;
ogni cima d’onda luccica come un coltello.

Versi trasversali: Andrea Ravazzini

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921) 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA RAVAZZINI

 

Intermittenze

 

Attesa a lampi,

le ossa si curvano,

un bagliore intermittente su strada,

gelo d’asfalto,

un tempo obliquo,

bruciato,

senza commiato,

senza che la stasi muti le sue sembianze,

s’alzi da terra,

declini la rotta,

non avvolga

e lasci correre le sue tracce.

 

01 febbraio 1997

*

Sfocature

 

Niente d’assorto qui giace,

incombente,

con chiaro sguardo

al sentiero

irto

dell’anima torbida,

in cui cullarsi

nello scivolar delle foglie

e nel morir del candore dei fiocchi.

 

14 marzo 1997

*

Spavento

 

Presenza gelata

che domina e tacita il fiume,

e niente spiega,

con gli artigli alla gola,

urlante.

 

13 gennaio 1998

*

Giorno d’autunno

 

Secco orto d’anima

che si squaglia ad

ogni passaggio,

ma è ciò in cui sono gettato.

Remo assorto

nell’udir lo smuoversi

di frammenti di stati

che sono

il dipinger mio di vita

e d’assenza,

il mio respiro.

 

05 novembre 2000

*

Resurrezione

 

Null’altro

che s’acquieti

desiderio tremante,

come ticchetta

questa sveglia notturna

ch’arde d’alba vivifica.

 

11 ottobre 2002

*

Incanalature

 

Piegatura

la sorte

in cui si è gettati,

come

scrutando

dal letto d’ospedale

il soffitto

silente,

scuro.

 

06 aprile 2003

*

Altrove

 

Una parentesi

di senso,

rintanata

in quell’angolo

laggiù,

d’improvviso

si scuote

e guizza,

indi

s’innalza

verso l’altrove.

 

Sarà maestra.

 

11 aprile 2020

 

Testi di Andrea Ravazzini, tratti da Naufragi di paesaggi interni / Frammenti, Edizioni Gruppo SIGEM, 2023.

 

Poesia sabbatica: “-157- Scherzo”

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-157- Scherzo

oggi avrei voluto scrivere una poesia d’amore,
di quelle dove c’è qualcuno che dice ti amo
e qualcun altro che risponde ti amo,
una poesia con i fuochi d’artificio
e un cupido dalle frecce d’oro
che mai sbagliano il bersaglio,
mai spaccano il cuore o lo fanno a pezzi,
una poesia coi fiori in ogni parola
ed ogni fiore una parola,
sì, una poesia solo per te, solo io e te,
ma quando ho scritto ti amo
tu non hai risposto ti amo
ed è così che non l’ho scritta più.

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta in via di revisione “Solo parole d’amore”)

“Anniversario” di Francesco Tontoli

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Oggi compiresti gli anni

e tutto il mucchio di quelli passati

che avrei aggiunto a questo presente

sono qui dentro il mese e dentro il giorno

che racchiude la tua ora di morte.

Sono dentro il dato incrollabile del così sia

e in quello della gravità delle leggi

dentro la clessidra inceppata

dal granello riluttante a scendere

e nella trascurabile increspatura della roccia

che ha deviato il corso del tempo

facendo disallineare i pianeti

rendendo le possibilità di vita meno certe.

Ancora conto i passaggi che ti hanno spezzato

i frammenti di te che ho conservato

le tue carte d’identità scadute

il passaporto per l’ultimo trasbordo

il fiore che di sicuro è ancora nella tua scatola

poche cose sopravvissute a questi tre decenni abbondanti,

e altre briciole che evito accuratamente di mettere in fila.

Tranne la mollica della tua nascita

e dell’improvvisa e perfetta certezza

di non essere l’unico pulcino della nidiata

di quando da piccolo mi svegliava

il rumore battente dei tuoi colpi di tosse.

 

Francesco Tontoli

 

Canto presente 61: Luca Crastolla

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Luca Crastolla

Tra Otranto e Torre Sant’Emiliano

il delfino non allestisce ancora segnali
per gli occhi. Canta lontano dal Ciolo
che la falesia aspra tornerà altissima
a fare un fragore, un’estasi bianca
a ventilare sorde farine per ossidare
senza ansie d’abitato. Quanto sciame
di sentieri tenuti in ordine dalla timidezza
della volpe. Un’eternità d’altomare viene
viene e aumenta molte vele sbrigliando
annuncia minute le caviglie nostre
in coda alle colonne ioniche della formica
che ramifica fra pietre infuocate e mirti.
Importa, non importa, chiede udienza ora
superati i villaggi dei balocchi estivi
a pelo d’acqua: la privata arroganza
il pubblico mortaio. Otranto scollacciata
dal plexiglass dei winebar, dai luoghi fritti
dai souvenir internazionali, è ammonita
dalla Torre del Serpe. Sotto Sant’Emiliano
gettasti tu a terra la croce e la schiena
fino alle lacrime ti facesti feto d’argilla
rossa, aridore di stoppia. In alto erano
i fieni folli, la mistica dei rupicoli ossari
l’emporio dei venti turbinoso e verticale

Punta de lu Pepe

e fu sera alla Punta de lu Pepe e fu mattino.
E sulle soglie, alle primizie del sole
un pomario di luce levava dai Balcani.
Passammo le torri e l’arco: gli smerigli
del mare e del tempo. Affiorava litoranea
la preistoria dei fiumi nostri consegnati
al rapimento minerale, una malìa
una ‘fascinatura e per tutta l’aria poteva
oracolare: come farò a diventare antico?
Un sibilo che scavava sindoni e insenature
E tu sai come qui il sedile dello scoglio s’alluna
nel finocchietto di mare, un turbinio cimando

Note:
“come farò a diventare antico?” riprende un verso di Vittorio Bodini

Torre Sant’Emiliano

se mai ti chiedessero di un monachesimo scalzo
di un’anima ciociara, Eman tu di’ che il mattino
altrove trafilato da crini in fibra ottica
e benzodiazepine, porta nella bocca
qui torre Sant’Emiliano e cola l’oro d’oriente
sulle nostre schiene finalmente medioevali
Dì che a settembre finalmente si è smesso
di lavare i piedi alle orde dei miscredenti
Dì bene che qui, in aprile, il verde libellula in azzurri
quasi che gli speroni non siano litiche ire
geologiche ma docili pettini venuti dall’Irlanda
del nostro sonno adagiato sull’osso della terra.
Dì che qui l’Idrusa si lancia sul petto nostro
con traiettorie sfiocinate di falco che toglie
il fiato e lo aumenta. Alveo di vita, anemone a cui
ci leghiamo stringendo il cuoio ai calzari del cielo
e rovistandolo non cerchiamo annunci. Come biade
ci muove solo un arioso presentimento e il pane
di ieri lo finiamo a morsi di fame più simile alla fortuna
Per darci all’origine. Per disarginarci

Torre Minervino

nel mese di marzo l’alisso di Leuca
incanta le creste iliache delle mantagnate
con molti dardi di giallo rarissimo.
Ma siamo a settembre e più sottovoce
detta per salmi il vasto poema subacqueo
di una pianura, un lucore che annega
nel cuore fauno degli aedi. Mandrie di genti
senza aldilà l’hanno transumata iscrivendosi
alla pietra tarlata con figure elementari
del tempo e indecifrabile lusso di segni
Come a Porto Badisco e fino alle antiche
dolcezze dello scoglio di Capraia. L’alisso
affida l’organo vitale delle remote sponde
un dio silente che solo guardando ci giudica
ancora capaci di erigere piccoli altari
di massi. Ancora nativi, avventori della lentezza
Un nettare d’aria senza stradari

Note:
Alisso di Leuca: si tratta di una pianta rupicola costiera che in Italia è presente solo sulle coste del Salento meridionale, dove si colloca il suo areale principale, e nelle Isole Tremiti, a San Nicola e Capraia.
È una specie antichissima ma in via di estinzione e racconta di quando una paleocosta univa il Salento alle Isole Tremiti dando origine a un’estesa pianura.

Mantagnate: strutture di pietra montate a secco per porre al riparo gli alberi esposti al vento o creare zone d’ombra. Sono molto frequenti nei terrazzamenti che nel capo di Leuca degradano in mare. La parola deriva dal salentino mantagnu: manto, riparo, ma ha una greca: mantoanèmi, riparo dal vento

Santa Maria di Leuca

Lèviche, Leuca, τα Λευκά
De Finibus Terrae. Ammettiamo
però solo lucori, luccicori, lumi
luminarie e bagliori
biancori, brilii e allucciolamenti.
Veemenze di luce solo per tornare
a Tiresia o al dominio del giglio di mare
o agli avvisi lontani di un arrotino, orafo dell’alba

Composto l’areale cinguettiamo i rapimenti
i terrazzamenti, le ripidezze, l’eterno languore
i piccoli fuochi con cui andiamo ravvivando.
Annotai che il nostro petto era una pagghiara a Novaglie
L’ho poi ripetuto per cadere in ginocchio, per cascare
in una spoglia di lupino dalle millanterie della grazia

Note:
Lèviche: è il nome da Maria di Leuca in salentino
Pagghiara: costruzione rurale realizzata con la tecnica del muro a secco tipica del Salento.
Si tratta di edifici simili ai più famosi trulli, ma a forma di tronco di cono, con pianta circolare o quadrangolari. Le costruzioni presentano di norma un’unica camera senza finestre verso l’esterno. Hanno un notevole spessore, che assicura un ambiente interno fresco anche nei mesi più caldi. Tipicamente venivano utilizzate come riparo momentaneo o deposito (il nome li fa ritenere originariamente depositi di paglia), ma di fatto sono stati utilizzati per gli usi più diversi, non ultimo come abitazione dei contadini durante il periodo estivo, allorché essi si trasferivano dal centro abitato per ottemperare ai lavori campestri dall’alba al tramonto

uNa PoESia A cAsO: Giorgio Caproni

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disegno digitale di Loredana Semantica

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.

Oggi è la volta di Giorgio Caproni

Arpeggio

Cristo ogni tanto torna,

se ne va, chi l’ascolta…

Il cuore della città

è morto, la folla passa

e schiaccia – è buia massa

compatta, è cecità

Teodora Mastrototaro, “Zoologia abitativa”, Arcipelago Itaca, 2023.

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Vendesi ampio appartamento ristrutturato.

Porta blindata, allarme, parquet, soffitti in legno,

riscaldamento autonomo, aria condizionata.

Animali nel prezzo.

Le spese del loro mantenimento sono incluse

nelle spese condominiali.

*

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Poesia sabbatica: [mi cerco]

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[mi cerco]

mi cerco

tra una parola e l’altra,

nel colmo di una frase,

sotto la mattonella,

nel foro bruciacchiato

in mezzo alla tovaglia,

nell’occhio tuo che passa

e tu che non mi vedi

 

mi cerco

nel giallo delle sere di lampadine accese,

nel chiaro dei lampioni di una strada muta,

nel lieve della neve su cancellate e muri,

nel buio dei portoni sprangati quand’è notte,

sulle saracinesche chiuse di quando è già la sera

 

e lo so che questa è attesa

soffrendo fame e sete,

lo stare giù bocconi

al peso di una croce

 

lo so che si fa notte

che un altro giorno è andato

che niente è accaduto

che così passa la vita.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta inedita “Mr. Hyde o del profondo abisso”)

“L’appiglio” di Francesco Tontoli

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A volte per un caso fortuito
ci diamo la mano mentre dormiamo
e con gli occhi al soffitto sperimentiamo stati
capaci di farci viaggiare nel tempo
giocare a come eravamo, come saremmo
se la mia e la tua elettricità
non avesse avuto la giusta tensione.
Se un cavo, un tendine, un pollice opposto,
un trascurabile calo del voltaggio
un aumento di umidità nell’aria
avesse turbato lo stato di quiete
di quella sera, di quel giorno
e manomesso la cabina
bruciato l’interruttore di un campanello
ostacolato l’entrata di una porta
con la piccola ingerenza dovuta
al passaggio di una farfalla.
Una cosa insomma che abbia impedito
di afferrarci con le mani e con gli occhi
e trasformarci in altro da noi stessi.
Far durare questa metamorfosi
giusto il tempo di trovare un rifugio,
un appiglio per continuare a non cadere.

Francesco Tontoli

“Doble acento para un naufragio” di Yuleisy Cruz Lezcano, traduzioni e presentazione di Emilio Capaccio

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Questa figlia delle “due dimore” mi appare un giorno da un campo con una margherita sopra l’orecchio, guardandomi con occhi neri e fondi come la crosta di quella isolana terra che gli indigeni chiamavano amorosamente Cubanacan. Lei si protende e mi soffia un bacio dal palmo aperto della sua mano, in cui è racchiusa come in una bolla di sapone, e s’incoraggia in volo, la sua poesia, intima ed essenziale, bella come solo le cose semplici sanno essere; voce cristallina tra il son e l’habanera a dispiegare timori e interrogativi sull’esistenza nostra di farfalla che brancola nel buio quotidiano anche quando c’è il sole ed è estate; voce che vortica nell’aria come un retino agitato dalla mano di un bambino; voce che perpetra l’incanto delle cose naturali, spesso trascurate, perché così immensamente sotto il nostro naso da apparire sempre del tutto invisibili. La raccolta, inedita in Italia, si intitola Doble acento para un naufragio/Duplo sotaque para um náufrágio (Doppio accento per un naufragio). È stata pubblicata esclusivamente in Spagna e in Portogallo, versione bilingue spagnolo/portoghese, dall’editore “Edições Fantasma”, 2023. La versione in lingua portoghese è stata tradotta da Carlos Ramos. Con l’auspicio che possa essere pubblicata al più presto anche in Italia, si riportano, tradotti dal sottoscritto, il proemio scritto da María Calle Bajo, l’introduzione dell’autrice, e una selezione di testi della raccolta.

Emilio Capaccio

PROEMIO

Il titolo apre la poetica dell’autrice con una fragranza di tempesta. La poetessa si muove come una chiglia tra le nebbie della memoria. I suoi versi sono bozzetti della più anelata infanzia cubana, le sue strofe attenuano le pulsioni della giovinezza e nella sua nota dominante di maturità si erge la fragilità del tempo prezioso. In Doble acento para un naufragio, (Doppio accento per un naufragio), Yuleisy fonde la sua protesta di rivendicare se stessa alla luce vitalistica della vita quotidiana con il sogno divino di recuperare l’indomito ricordo del suo ancestrale anelito. Un viaggio i cui remi presagiscono significati di incessante portata, una traiettoria marina che indirizza l’anima vocativa, e con essa la sua elevazione al ceruleo: «Penso che Dio mi abbia benedetta».

Della costante invocazione della sua fede è testimone il suo devoto declamare grafico. Cruz Lezcano mostra la fragilità dell’essere come un rifugio dove tutti ci riconosciamo; ci invita a navigare nelle perdite piene di speranze del ritorno; nel fluire della confessione che tormenta la nostra possibilità di farci indietro; ma anche nel sontuoso dispiegarsi di presagi razionalizzati basati sulla nostra latente realtà.

Analogia, (Analogia), è il testo che apre la silloge e avverte il lettore sul tono della raccolta, in cui l’autrice evidenzia l’imperdonabile retorica di un «tempus fugit irreparable». Si susseguono sequenze che gravitano intorno alla natura animosa: “esili in trappola”, “regala un’aurora”, “dove canta il grillo”. Si percepiscono in Más allá, (Oltre), succulenti sfide per attribuire coraggio ai propri simili. Sebbene nella voce lirica la poetessa riveli condizionali di rassegnazione e naufragi passionali, un buon resoconto di ciò è offerto da alcuni versi di Presagio, (Presagio): “penso che anch’io mi sotterrerei/ e piangerei per giorni e giorni”, “se tu morissi prima di me,/io rimarrei nel nulla”, perché nell’effusione anaforica del testo non è contemplata una sopravvivenza in solitudine.

L’autrice si inclina al transito della percezione, manifesta l’importanza dei sensi, del tangibile, dell’esplorazione e dell’espressione del corpo: “i miei occhi caduti”, “Ho chiuso molti occhi, molte bocche”, “che mi abbraccia e abbraccio”.

Nella lettura di poesie come Libro olvidado, (Libro dimenticato), le dislocazioni offrono una potente e inaspettata immagine: “il mondo abortisce il suo ventre”, la poetessa esplora attraverso versi ricostruttivisti, dove la sofisticatezza emana da un canale di personificazione terraquea: “la marea mente”, una prosopopea che dinamizza il vertice della finzione poetica. Sortisce anche un effetto inverso, la voce lirica si spoglia di animazione per muoversi in un caldo simbolismo metaforico: “mi faccio ampia coperta”.

Ida y regreso, (Andata e ritorno), è una poesia che si rifà ad alcuni elementi della poesia di Juan Ramón Jiménez, il cui campo lessicale ruota attorno a motivi simbolici (uccello, notte, fiore, rugiada, erba, riva, pietra, vento, alba, freddo, ecc,) e mette in evidenza la semplicità del verso libero con la rima intenzionale nella coda sillabica di alcuni versi.

Senza ulteriori indugi, si richiede l’attenzione di un lettore impegnato, perché ci sono cinquanta poesie a cuore aperto, cinquanta vascelli attraverso le ingovernabili arterie dell’essere umano; dove si dondola l’effusione e l’impresa indocile della resa fatua: “Dato il cielo delle cadute”; dove rigurgita il germe della nostalgia come un rifugio intangibile: “Vorrei che mio padre, accanto a me, mi dicesse: «tutto passa!»”; dove si contesta con apprensione l’estranea fiacchezza: “Rumori di viscere, un altro giorno migra/ nel pallore del sangue”, così Yuleisy Cruz Lezcano, con il testo Los pobres (I poveri), tesse la jarcha della poesia umanizzata…

Giacché con la sua voce lirica, di fronte a un mare insondabile, pronuncia:

«Imparo la legge del calore umano»

María Calle Bajo, Salamanca (Spagna), 2023

PROEMIO

El título abre la poética de la autora con una fragancia de tempestades. La poeta transita como quilla por la bruma de la
memoria. Sus versos son esbozos de la más anhelada infancia cubana, sus estrofas desdibujan las pulsiones de juventud y en su nota dominante de madurez se erige la fragilidad del atesorado tiempo. En Doble acento para un naufragio Yuleisy amalgama su protesta de reivindicarse por la luz vitalista del día a día y la ensoñación divina de recuperar el indómito recuerdo de su ancestral anhelo. Un viaje cuyos remos presagian significados de incesante alcance, un trayecto marítimo que encauza el vocativo alma, y con él su elevación a lo cerúleo: «Pienso que Dios me bendijo».

De la invocación constante de su fe es testigo su devoto declamar gráfico. Cruz Lezcano muestra la fragilidad del ser como un refugio donde todos nos reconocemos; nos invita a navegar por las esperanzadoras pérdidas del regreso; por la huida de la confesión que atormenta nuestra posibilidad de retroceder; pero, también, por el suntuoso despliegue de presagios racionalizados en base a nuestra latente realidad.

Analogía es el texto que encabeza y advierte al lector sobre la tónica del poemario, donde la artífice resalta el retoricismo inexcusable de un «tempus fugit irreparable». Se suceden secuencias que gravitan en torno a la naturaleza animosa: ‘destellos acorralados’, ‘regala una aurora’, ‘donde canta el grillo’. Se perciben en “Más allá” suculentos desafíos por atribuir coraje a los semejantes. Aunque también, en la voz lírica, la poeta revele condicionales de resignación y naufragios pasionales, buena cuenta de ello ofrecen algunos versos de Presagio: ‘Creo que yo también me enterraría/ y lloraría días y días’, ‘si tú te mueres antes que yo,/me quedaría en la nada’, pues en la efusión anafórica del texto no se contempla una supervivencia en soledad.

La escritora se inclina hacia el tránsito de la percepción, manifiesta la importancia de los sentidos, de lo tangible, de la exploración y expresión del cuerpo: ‘mis ojos caídos’, ‘He cerrado muchos ojos, muchas bocas’, ‘que me abraza y abrazo’.

En la lectura de poemas como Libro olvidado, las dislocaciones ofrecen una potente e inesperada imagen: ‘el mundo aborta su vientre’, la poeta explora a través de versos reconstructivistas, donde la sofisticación emana por un cauce de personificación terráquea: ‘la marea miente’, una prosopopeya que dinamiza el vértice de la ficción poética. También surte de un efecto inverso, la voz lírica se despoja de animación para desplazarse en un cálido simbolismo metafórico: ‘me vuelvo holgada manta’.

Ida y regreso, es ese poema que remite a ciertos elementos de la poesía juanramoniana, cuyo campo léxico gira en torno a motivos simbólicos (pájaro, noche, flor, rocío, hierbas, orillas, piedra, viento, alba, frío, etc.), destaca la sencillez del verso libre con la intencionada rima en la coda silábica de algunos versos.

Sin más dilación, se reclama la atención de un comprometido lector, pues son cincuenta poemas a corazón abierto, cincuenta navíos por las ingobernables arterias del ser humano; donde se mece la efusión y díscola hazaña de la entrega fatua: ‘Dado el cielo de las caídas’; donde regurgita el germen de añoranza como refugio intangible: ‘¡Ojalá que mi padre, junto a mí, me dijera “todo pasa!”’; donde se clama con aprehensión hacia el debilitamiento ajeno: ‘Rumores de tripas, otro día migra/ en la palidez de la sangre’, es así, como Yuleisy Cruz Lezcano con el texto Los pobres teje la jarcha del humanizado poemario…

Pues en su voz lírica, frente a un mar insondable, ella pronuncia:

«Aprendo la ley de la calidez humana»

María Calle Bajo, Salamanca (España), 2023.

La poesia è l’anima del pensiero

Come memorie di un naufragio, questo libro può contenere due significati per lo stesso viaggio o un significato per viaggi diversi. Il mare raccoglie evocazioni della mia stessa storia e uno sguardo sull’altro, fatto con occhio “testimone o investigatore”.

Questo libro parla di naufragi e ricordi, di povertà, di violenza, di perdita e di speranza.

La poesia si fa rifugio, ambito di sogni, uno spazio di desideri, di nostalgia, di denuncia.

I versi sono simboli e l’inchiostro è schiuma che raccoglie un’amara coscienza sulla fugacità della vita, ogni parola è un marchio lasciato da un avatar interiore, che orienta verso il ritorno a un idealismo ontologico.

E lì, nei ricordi, succede… ritorno all’infanzia, alla casa, alla mia casa, che non è altro che una cassa di risonanza, un recinto d’ombre che conserva le vestigia delle esistenze anteriori e in cui l’anima occulta delle cose grida per essere ascoltata.

La porta del libro si apre…

Benvenuti!

La poesía es el alma del pensamiento

Como memorias de un naufragio en este libro se pueden recoger dos significados para un mismo viaje o un significado para distintos viajes. El mar recoge evocaciones de mi misma historia y una mirada sobre el otro, hecha con ojo “testimonio o investigador”.

Este libro habla de naufragios y recuerdos, de pobreza, de violencia, de pérdidas y de esperanzas.

La poesía se hace refugio, ámbito de sueños, una zona de anhelos, de añoranza, de denuncia.

Los versos son símbolos y la tinta es espuma que recoge una amarga conciencia sobre la fugacidad de la vida, cada palabra es una marca dejada por un avatar interior, que orienta hacia el regreso a un idealismo ontológico.

Y ahí en los recuerdos sucede… regreso a la infancia, a la casa, a mi casa, que no es otra cosa que una caja de resonancia, un recinto de sombras que conserva los vestigios de existencias anteriores y en la que el alma oculta de las cosas clama por ser escuchada.

La puerta del libro se abre…

Bienvenidos!


PROFONDITÀ

Frugo nel fondo di me stessa
silenzi che mi danno una risposta,
ombre che conservano
le impronte dei miei passi.
La mia immagine s’appanna nello specchio,
tra i riflessi
scorrono via i miei occhi,
non ho vita da riempire
il tempo dove s’accumulano
le spoglie
del corpo, che grida senza voce
sul cammino che mi porta al luogo
dove le sillabe del mio fantasma
si nascondono nel corpo.

*

PROFUNDIDADES

Hurgo en el fondo de mí misma
silencios que me den respuestas,
sombras que conserven
las huellas de mis pasos.
Mi imagen se desdibuja en el espejo,
entre reflejos
se escurren mis ojos,
no tengo vida para llenar
el tiempo donde se acumulan
los despojos
del cuerpo, que grita sin voz
en el camino que me lleva al lugar
donde las sílabas de mi fantasma
se esconden en mi cuerpo

*

PROFUNDIDADES

Remexo no fundo de mim mesma
silêncios que me dêem respostas,
sombras que conservem
as pegadas dos meus passos.
A minha imagem desvanece-se no espelho,
entre reflexos
escorrem os meus olhos,
não tenho vida para preencher
o tempo em que se acumulam
os despojos
do corpo, que grita sem voz
no caminho que me leva ao lugar
onde as sílabas do meu fantasma
se escondem no meu corpo

FIORE MALTRATTATO

Come un fiore maltrattato dalla pioggia,
ci sono anime che rispondono alla violenza
con un’aggiunta di luce.
Nel nome delle costellazioni
e dei venti,
tra queste anime, Tu,
tra mille morti colorate,
fai festa di stelle,
danzi e celebri
l’ora dei rumori
tra fantasmi e defunti
confusi
dopo la morte.
Tu, con i timori della ragione
d’essere vittima della perversione,
tenti di sopravvivere, di uscire
dalla bolla
mentre la tua anima è stretta
in un velo che non vuole
mostrare il suo volto
dopo l’aggressione di un mostro
che diceva di amarti.
Tu, che cerchi di rialzarti,
di scrollarti l’inerzia
e cancellare l’odio,
sciogliendo il ricordo dei colpi
che fuggono dal tuo corpo
verso il corpo vuoto della notte.

*

FLOR MALTRATADA

Como una flor maltratada de la lluvia,
hay almas que responden a la violencia
con una añadidura de luz.
En nombre de las constelaciones
y de los vientos,
entre estas almas, Tú,
entre mil muertes coloradas,
haces fiesta de luceros,
danzas y festejas
la hora de los ruidos
entre fantasmas y difuntos
confundidos
después de la muerte.
Tú, con los temores de la razón
de ser víctima de la perversión,
intentas sobrevivir, salir
de la burbuja
mientras tu alma se estruja
en un velo que no quiere
mostrar el rostro
después de la agresión de un monstruo
que decía amarte.
Tú, que intentas levantarte,
sacudes la inercia
y borras el odio,
deshilando el recuerdo de los golpes
que huyen de tu cuerpo
hacia el cuerpo de la noche vacía.

*

FLOR MALTRATADA

Como uma flor maltratada pela chuva,
há almas que respondem à violência
com um aumento de luz.
Em nome das constelações
e dos ventos,
entre estas almas, Tu,
entre mil mortes vermelhas,
fazes uma festa de estrelas,
danças e celebras
a hora dos ruídos
entre fantasmas e defuntos
confusos
depois da morte.
Tu, com os medos da razão
de ser vítima da perversão,
tentas sobreviver, sair
da bolha
enquanto a tua alma se aperta
num véu que não quer
mostrar o rosto
depois da agressão de um monstro
que dizia amar-te.
Tu, que tentas levantar-te,
sacodes a inércia,
e apagas o ódio,
desvelando a lembrança dos golpes
que se afastam do teu corpo
em direcção ao corpo da noite vazia.

DESIDERIO

Voglio adottare un cane
per andare in questa città inerte,
per evitare di confondermi
con la folla, che non sa
d’essere folla.
Voglio adottare un cane
che sia solo mio,
perché non sia di nessuno,
di nessuna razza,
di nessun padrone.
Un bastardo come me
per abbaiare alle ombre.
Voglio adottare un cane
e vedermi insieme a lui,
all’ombra del ponte,
per decifrare il mio nord,
quando muove la coda
e fluttuare col vento
e tutte le sue correnti

*

DESEO

Quiero adoptar un perro
para pasear por esta ciudad inerte,
para evitar confundirme
con la muchedumbre, que no sabe
ser muchedumbre.
Quiero adoptar un perro
que sea solo mío,
para no ser de nadie,
de ninguna raza,
de ningún dueño.
Un bastardo como yo
para ladrar a las sombras.
Quiero adoptar un perro
para verme con él,
en la sombra del puente,
para descifrar mi norte,
cuando él mueve la cola
y flotar junto al viento
y todas sus corrientes.

*

DESEJO

Quero adoptar um cão
para passear por esta cidade inerte,
para evitar confundir-me
com a multidão, que não sabe
ser multidão.
Quero adoptar um cão
que seja só meu,
para não ser de ninguém,
de qualquer raça,
de nenhum dono.
Um rafeiro como eu
para ladrar às sombras.
Quero adoptar um cão
para ver-me com ele,
na sombra da ponte,
para decifrar o meu norte,
quando abanar a cauda
e flutuar ao vento
e todas as suas correntes.

QUELLO CHE SALVO

Salvo questa dimora d’echi
tra le corolle intimorite,
salvo la culla di petali caduti,
il fiore pallido che non arriva agli sguardi.
Salvo questo ristagno di tempo che s’apre
per sentire il sole,
senza curarsi dei piedi frettolosi
della gente nervosa che porta
la rabbia nei parchi.
Salvo la mancanza di filo logico che abita
tra cigni e tulipani.
Salvo ciò che unisce
i fili d’alchimia,
tra il vento che soffia
e il cappotto che m’accompagna
contro i cattivi presagi
della bocca che violenta
la città con le parole.
Salvo questo luogo
dove crescono le cose non costruite,
rimuovo le foglie danneggiate
e salvo la pianta, salvo la vita.

*

LO QUE SALVO

Salvo esta morada de ecos
entre las corolas intimidadas,
salvo la cuna de los pétalos caídos,
la flor pálida que no alcanza las miradas.
Salvo este remanso de tiempo que se abre
para sentir el sol,
sin importarle de los pies apresurados
de la gente nerviosa que lleva
la rabia en los parques.
Salvo la falta de hilo lógico que habita
entre los cisnes y los tulipanes.
Salvo lo que no une
los hilos de alquimia,
entre el viento que sopla
y el abrigo que me acompaña
contra los malos augurios
de la boca que violenta
la ciudad con las palabras.
Salvo este lugar
donde crecen cosas no construidas,
quito las hojas dañadas
y salvo la planta, salvo la vida.

*

O QUE SALVO

Salvo esta morada de ecos
entre as corolas intimidadas,
salvo o berço das pétalas caídas,
a flor pálida que não alcança os olhares.
Salvo este refúgio de tempo que se abre
para sentir o sol,
sem se importar com os passos apressados
da gente nervosa que leva
a raiva aos parques.
Salvo a falta de lógica que habita
entre os cisnes e as tulipas.
Salvo o que não une
os fios de alquimia,
entre o vento que sopra
e o casaco que me acompanha
contra os maus presságios
da boca que violenta
a cidade com as palavras.
Salvo este lugar
onde crescem coisas não construídas,
retiro as folhas danificadas
e salvo a planta, salvo a vida.

UN PICCOLO ISTANTE

Mi sento come un piccolo angolo dell’universo,
un cantuccio che fa delle cose e poi muore.
Mi sento come una sciatta stria dorata
che lascia una stella quando cade dal cielo.
Il mio corpo è un paese senza gente,
così poco evidente
che arriva a essere sacro.
La mia anima è ciò che resta dell’istante
in cui premo il bottone
e spengo il mondo, la radio, la televisione
per ascoltare la voce dell’albero solo
in mezzo a un campo arato.
Sento il seno della madre
che chiude gli occhi e non dorme
perché deve nutrire un piccolo mondo
che non chiede altro
che una gioia solenne,
un giorno che attende l’innocenza,
una storia che sia un luogo
da dove inviare una lettera
d’amore o di ringraziamento.

*

UN PEQUEÑO INSTANTE

Me siento una pequeña esquina del universo,
un rincón que hace cosas y después muere.
Me siento como el dorado chapucero
dejado de un lucero cuando cae del cielo.
Mi cuerpo es un país sin gente,
tan poco evidente
que llega a ser sacro.
Mi alma es lo que resta del instante
cuando presiono el botón
y apago el mundo, la radio, la televisión
para escuchar la voz del árbol solo
en medio de un campo arado.
Me siento el seno de la madre
que cierra los ojos y no duerme
porque debe alimentar un pequeño mundo
que no pide otra cosa
que una alegría solemne,
un día que espera la inocencia,
una historia que sea un lugar
de donde enviar una carta
de amor o de agradecimiento.

*

UM PEQUENO INSTANTE

Sinto-me como um pequeno canto do universo,
um canto que faz coisas e depois morre.
Sinto-me como o descuidado dourado,
abandonado por uma estrela quando cai do céu.
O meu corpo é um país sem gente,
tão pouco evidente
que chega a ser sagrado.
A minha alma é o que resta do instante
quando aperto o botão
e apago o mundo, a rádio, a televisão
para ouvir a voz da árvore solitária
no meio de um campo lavrado.
Sinto-me o seio da mãe
que fecha os olhos e não dorme
porque deve alimentar um pequeno mundo
que não pede outra coisa
que não uma alegria solene,
um dia que espera a inocência,
uma história que seja um lugar
de onde enviar uma carta
de amor ou de agradecimento.

MARE DEI RITORNI

Mare, restituiscimi al mare
tra onde e orizzonti,
senza usare i desideri del naufragio.
Voglio usare il mio mondo interiore che ascolta
l’isola appoggiarsi
in oceani macchiati di distanze.
Voglio sentire il sale
col suo bianco nudo sulla mia pelle,
Voglio che ardano i tatuaggi addormentati.
Il mio cuore ha bisogno di battiti nuovi,
correnti di sospiri che mi portino lontano,
da questo specchio di silenzio.
Silenzio che ritorna, oggetto animato
come una razione di pace,
dove la parola s’imputridisce.
Voglio sentire il mare che parla
con i fari sperduti,
con le conchiglie rotte,
con i desideri affogati,
con la guerra della mente
e con la sua sconfitta.
Apri le tue braccia, mare! Concedimi
un trancio d’orizzonte
dove serbare le parole
che mi riporteranno al grido
del libro, che ancora non ho scritto
in questo silenzio di gabbiano ammutolito.
Mare, liberami da quest’isola immaginata,
dall’umano che il silenzio racchiude.
Non sono una creatura di terra,
sono delle tempeste, sono dei naufragi.

*

MAR DE REGRESOS

Mar, devuélveme al mar
entre olas y horizontes,
sin usar los deseos del naufragio.
Quiero usar mi mundo interior que escucha
la isla que se apoya
en océanos manchados de distancias.
Quiero sentir la sal
con su blanco descubierto en la piel,
quiero que ardan los tatuajes dormidos.
Mi corazón necesita nuevos latidos,
corrientes de suspiros que me lleven lejos,
de este espejo de silencio.
Silencio que regresa, objeto animado
como una ración de paz,
donde se pudre la palabra.
Yo quiero sentir el mar que habla
con los faros extraviados,
con las conchas rotas,
con los deseos ahogados,
con la guerra de la mente
y con su derrota.
¡Abre tus brazos, mar! Concédeme,
un trozo de horizonte
donde guardar las palabras
que me devuelvan al grito
del libro, que todavía no he escrito
en este silencio de gaviota callada.
Mar, libérame de esta isla imaginada,
del humano que el silencio encierra.
Yo no soy una criatura de tierra,
soy de tormentas, soy de naufragios.

*

MAR DE REGRESSOS

Mar, devolve-me ao mar
entre ondas e horizontes,
sem usar os desejos do naufrágio.
Quero usar o meu mundo interior que escuta
a ilha que se apoia
nos oceanos manchados de distâncias.
Quero sentir o sal
com o seu branco descoberto na pele,
quero que queimem as tatuagens adormecidas.
O meu coração precisa de novos batimentos,
correntes de desesperos que me levem longe,
deste espelho de silêncio.
Silêncio regressa, objecto animado
como uma ração de paz,
onde a palavra apodrece.
Quero sentir o mar que fala
com os faróis perdidos,
com as conchas partidas,
com os desejos afogados,
com a guerra da mente
e com a sua derrota.
Abre os teus braços, mar! Concede-me
um pedaço de horizonte
onde guardar as palavras
que me devolvam ao grito
do livro, que ainda não escrevi
neste silêncio de gaivota calada.
Mar, liberta-me desta ilha imaginária,
do humano que o silêncio encerra.
Eu não sou uma criatura de terra,
sou de tempestades, sou de naufrágios.

DATI BIOGRAFICI

Yuleisy Cruz Lezcano è nata a Cuba il 13 marzo del 1973, vive a Marzabotto in provincia di Bologna. È emigrata in Italia, all’età di 18 anni, ha frequentato l’università di Bologna e ha conseguito la laurea in “Infermeria e Ostetricia” e una seconda una laurea in “Scienze biologiche”. Lavora nella sanità pubblica. Nel tempo libero ama dedicarsi alla scrittura di poesie e racconti, alla pittura e alla scrittura. Numerosi sono i premi letterari dove ha ottenuto importanti riconoscimenti.

uNa PoESia A cAsO: Wislawa Szymborska

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disegno digitale di Loredana Semantica

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.

Oggi è la volta di Wislawa Szymborska

Scoperta

Credo nella grande scoperta.
Credo nell’uomo che farà la scoperta.
Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.

Credo nel pallore del suo viso,
nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.

Credo nei suoi appunti bruciati,
ridotti in cenere,
bruciati fino all’ultimo.

Credo nelle cifre sparpagliate,
sparpagliate senza rimpianto.

Credo nella fretta dell’uomo,
nei suoi gesti precisi,
nel suo libero arbitrio.

Credo nelle lavagne fracassate,
nei liquidi versati
nei raggi spenti.

Affermo ciò che riuscirà,
che non sarà troppo tardi,
e che avverrà in assenza di testimoni.

Nessuno lo saprà, ne sono certa,
né la moglie, né la parete,
e neppure l’uccello – potrebbe cantare.

Credo nella mano che non si presta,
credo nella carriera spezzata,
credo nel lavoro di molti anni sprecato.
Credo nel segreto portato nella tomba.

Queste parole mi veleggiano sopra le regole.
Non cercano appoggio negli esempi.
La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.

“Il gatto nero” di Edgar Allan Poe

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Il Gatto Nero (The Black Cat) è un racconto breve scritto da Edgar Allan Poe nel 1843 e pubblicato nei Racconti dell’incubo e del Terrore. La storia è raccontata in prima persona da un omicida condannato a morte che, pur sapendo di non essere creduto, vuole rivelare quanto gli è successo, per spiegare cosa l’ha portato alla condanna. Afferma di essere stato un uomo perbene e di aver sempre amato gli animali; tale passione era condivisa anche da sua moglie, che non perdeva occasione di procurarsene. Tra i vari animali i coniugi avevano un gatto nero di nome Plutone, che il narratore amava particolarmente, e che la moglie, per scherzo e superstizione, definiva una strega tramutata in gatto. A un certo punto l’uomo divenne dipendente dall’alcool e deturpato dagli eccessi tanto da fare violenza a sua moglie e maltrattare gli animali, mantenendo però un certo riguardo per il gatto. Una sera, tornato a casa ubriaco, l’uomo notò che Plutone lo evitava, così lo afferrò e l’animale lo morse provocandogli una follia omicida che lo spinse a cavargli un occhio con un temperino.

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