Paolo Isotta: “Paolino. L’arte, la bellezza, la vita”, Edizioni Settecolori, 2021. Due estratti e una breve nota introduttiva.

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Nota dell’Editore

Paolino. L’arte, la bellezza, la vita raccoglie cinque testi di Paolo Isotta. Il primo, «Musica sacra e Bellezza», inedito, è l’intervento scritto in occasione del convegno «L’Arte e il magistero della Chiesa» organizzato nel 2008 dalla casa editrice Settecolori. Il secondo, «La musica, il tempo, il mito», è l’introduzione al libro Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, di Giorgio Locchi, pubblicato nel 1982 da Akropolis-LEDE. Il terzo e il quarto, usciti nel 1980 sul quindicinale «Linea», si iscrivono nella linea degli «apocrifi d’autore» alla maniera di Paolo Vita-Finzi, diplomatico e scrittore da Isotta molto amato. Nella fattispecie, si tratta del «calco» parodico-stilistico della prosa di Leo Valiani e di Giovanni Testori a confronto con un celebre caso ideologico-mondano-giudiziario dell’epoca: l’uccisione della moglie da parte del filosofo francese Louis Althusser. L’ultimo, «Manuale di decomposizione», fa parte del volume C’eravamo tanto a(r)mati uscito ancora per Settecolori nel 1984 e poi riedito nel 1998. Nel riunirli all’indomani della scomparsa del loro autore, l’intento è quello di un omaggio e di un ricordo per un amico e un maestro.

L’Editore

 

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In occasione del trigesimo di Paolo Isotta, le Edizioni Settecolori di Milano pubblicano il 12 marzo 2021 in edizione limitata di trecento esemplari cinque testi del grande critico musicale, storico della musica, musicista, letterato incandescente. Sono riuniti nel libro Paolino. L’arte, la bellezza, la vita che a me giunge con inciso il numero di tiratura 137: ricevuto in omaggio per quella gentilezza, quel garbo innato e accudito del modus in rebus che alcune personalità ancora manifestano, il libro attesta nell’Avvertenza che lo studioso di musica dalla luminosa ustione letteraria appassionato di Lucrezio, Virgilio, Livio, Tacito – in particolare – scrive a Napoli, settembre duemilanove, al saggio Musica sacra e Bellezza «che definire che cosa Bellezza sia non sa». È il primo dei cinque testi da capogiro per l’autorevolezza, la raffinata genialità di musicologo in cui convivono e declinano saperi che nel lebes della musica trovano esaltazione combustione brillantezza incidendo il pensiero di Isotta del connotato irreversibile di eccellenza, cultura sterminata e originalissima, sostenuto da una particolare vis poetica e polemica che discende da appassionata, oserei dire, vita simbiotica con la musica classica e lirica, da un non comune amore per la letteratura classica, un’acuta intelligenza olistica che consente, in una prosa straordinaria, inusuale, coltissima, l’elogio ardente, la stroncatura implacabile.

 

Adriana Gloria Marigo

 

Da  Musica sacra e Bellezza

«Nessuna arte nasce sotto il sigillo dell’estetica: vale a dire di quella mescolanza di scienza e intuizione, a lor volta composte di analitica, esegetica, ermeneutica, la quale determina il suo destino. Se codesto destino sia poi un Wesen ovvero un Sein non sarà il modesto estensore della presente noterella a poter indicare. Meno di tutte nasce more aesthetico la musica. Si può affermare che, indistinta dal mero rumore, essa fosse manifestazione, ma ben meglio espressione, dell’Ur-schrei, L’urlo originario. (…) Il tema dell’originaria unità di canto e linguaggio ci aiuta a ben comprendere la comune funzione. Altro che ricreazione per l’uno e comunicazione per l’altro: hanno ambedue o tutt’uno una valenza magica che, in epoca ancor positivista, venne energicamente affermata dal Combarieu, autore de La musica e la magia e poi, nel secondo dopoguerra, negli insuperati scritti di Marius Schneider, etnologo e musicologo di qualità eccelsa. La etimologia di tanti vocaboli indoeuropei mostra subito ciò che qui si afferma: cantus viaggia col suo inquietante incantus (…) Il primo esempio, nel mondo indoeuropeo, che la musica possa essere veicolo di piacere indotto nell’ascoltante, (…) è nell’episodio omerico ove Odisseo si fa legare all’albero della nave pur di poter udire, incolume, il dolcissimo canto delle Sirene. Dolcissimo: ma fatato e portatore di morte a chi, proprio da tale dolcezza avvinto, alle mostruose creature si avvicini. L’episodio non può così esser letto in senso estetico, sibbene, ancora una volta, magico. (…) Ma se veniamo al significato primo di musica sacra, ecco che ci troviamo ancora una volta nell’impossibilità di distinguere la musica dalla magia. Il mondo romano non ne è toccato, giacché il sacerdozio era una carica civile, eccettuata l’eccezione del Collegio delle Vestali. (…) Al sacrificio umano ( che a Roma ancora nel V secolo a. C. in circostanze particolari praticavasi) o animale si sostituiva il sacrificio musicale, cioè il canto. (…)

Ma siamo nella parte più alta e splendente che la civiltà e il mondo classico abbiano toccata; per noi cultori della musica giunge il grande buio. Noi, fuor d’una dottrina musicale raffinatissima atta a concepire il calcolo degl’intervalli e i reciproci rapporti, nulla sappiamo. La poesia era unione di musica e poesia, ma per noi risonerà sempre parola ritmica, più traditrice forse della parola nuda. La poesia tragica era cantata: insieme sacrificio religioso e spettacolo popolare, dove puoi invenire ancora di quell’arcaica catarsi che produceva effetti reali, fisici ed etici, nel Ditirambo ove gli antichi scrittori vedevano l’origine bacchica della manifestazione tragica. (…)

E la musica profana? Nugae baliverniae, secondo i dottori del canto gregoriano: proprio perché rozze danze e canzoni popolari in ritmo ternario o binario con suddivisione ternaria producevano un piacere sensuale rivolto agli ascoltatori e agli esecutori stessi ch’era il contrario del tipo di bellezza che dalla musica si voleva. Eppure l’evoluzione di questi pezzi, il loro esser portatori già ab antiquo di aspetti tipici del linguaggio musicale tonale, proprio della musica moderna, fecero sì che, con un determinato fondersi di linguaggio popolare e tradizione gregoriana, nella polifonia della fine del quattrocento la musica moderna nascesse. (…)»

Da  Basta con le connivenze

«La mano omicida dell’eversione ha colpito ancora, il “filosofo” francese Louis Althusser ha strangolato la propria consorte, Hélène Rhitmann. Ma filosofo non è chi fa propaganda di un’ideologia antiumanitaria e assassina.

L’Althusser usurpa questo nobile appellativo. Sentiamo che nelle lezioni tenute di fronte a un gruppetto di fanatici egli facesse l’apologia della violenza. Egli dichiarava che gli uomini non sono tutti uguali. Egli si richiamava a esperienze che la storia ha definitivamente bollato con infamia. Sappiamo che egli commentava i testi di Federico Nietzsche.

Questo scrittore ha fomentato i più tristi episodi della nostra storia recente e meno recente. A lui fanno riferimento i fascisti e i golpisti italiani che attentano al nostro ordinamento democratico.(…) Althusser non è dunque un filosofo. È un delirante predicatore di violenza. Un Paese, nato, come il nostro, dalla lotta popolare e antifascista, gli consentiva di divulgare tali prediche. Di più, gli concedeva una prestigiosa cattedra e addirittura un appartamento al Collège de France, in cui egli ha potuto mettere in pratica le sue idee delittuose nel modo efferato che sappiamo. (…)

La sventurata consorte di Althusser, rea solo di essersi accostata a un così tristo personaggio, era ebrea. (…) Sin da quando si sposò con la povera Hélène Rhytmann, Althusser la costrinse a cambiare cognome per celare la sua vera identità razziale. Ma evidentemente questo non gli era bastato. Non pago di averla costretta a novella clandestinità, egli ha voluto sopprimere nella persona della consorte un intero popolo verso cui la sua mente delirante porta un odio che ha radici precise e inequivocabili. Al Rabbino di Parigi e a quello di Roma vada la nostra deferente solidarietà.»

Leo Valiani

 

Claudio Pagelli, “Campo 87”, Puntoacapo Editrice, 2021.

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Claudio Pagelli, Campo 87, Traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, Prefazione di Manuel Cohen

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Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19 . . . A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura
e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come “sopravvivente umanità dell’uomo”.
(Dalla Prefazione di Manuel Cohen)

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Tutto si prende questo grande silenzio
la rosa di luce, la sera d’assenzio…

Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi
la roeusa de lus, la sira d’absenzi…

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Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

*

I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

*

Polvere alla polvere
e così sia. Così si usa dire, mi pare.
E così il mio corpo si sfarina
(astro di cenere, aria, memoria)
insieme ai corpi degli altri
in questa fossa del Maggiore…

Polver a la polver
l’è inscì. Inscì se dis, me par.
E inscì el mè còrp el se trà in farina
(astro de scendra, aria, memòria)
insema ai còrp di alter
in sta fòppa del Maggior…

*

Piaceva perdermi
ubriacarmi di cielo
nelle giornate buone
sotto gli occhi del Duomo –
fingermi creatura d’aria
ombra leggera, fantasma…

Me piaseva perdess
inciocchiss de ciel
in di giornad bon
sòtta i oeucc del Dòmm –
fingiom creatura d’ari
ombria leggera, fantasma…

*

Tu che passi e guardi
queste croci bianche,
questi cuori sepolti, sappi che ai morti
basta poco a essere felici –
un pensiero sottovoce, il più umile
dei fiori fra le sillabe dei nomi…

Tì che te passet e te vardet
sti cros bianch,
sti coeur seppellii, sappiet che ai mòrt
ghe basta pòcch per vess content –
on penser sòttvos, el pussee umil
di fior intra i sillab di nòmm…

*

Non è l’estinzione
in sé, un male
capita, è naturale.
È la solitudine il chiodo
al cuore, sentirsi un errore
l’invisibile crocifissione…

L’è minga l’andà de là
in sé, on maa
el succed, l’è natural.
L’è la solituden el ciòd
al coeur, sentiss on error
l’invisibil crocefission…

 

NOTE BIOGRAFICHE

Claudio Pagelli è nato a Como nel 1975 e vive a Rovello Porro in provincia di Como. Di poesia ha pubblicato: L’incerta specie (LietoColle, 2005), Le visioni del trifoglio (Manni, 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo, 2008), Buchi Bianchi (e-book, Clepsydra, 2010), Papez (L’Arcolaio, 2011), La vocazione della balena (L’Arcolaio, 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi, 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri, 2019, Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).
Sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

Emilio Capaccio traduce Gioconda Belli

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Credo che il solo fatto di esistere
implichi una responsabilità verso il futuro,
verso ciò che esisterà dopo di noi.

G. B.


Gioconda Belli (1948-vivente), traduzioni di Emilio Capaccio

MAGGIO

Non appassiscono i baci
come i malinches*
né mi crescono baccelli nelle braccia;
fiorisco sempre
con questa pioggia interiore,
come i verdi patii di maggio
perché amo il fiume, il vento e le nuvole
e il passo degli uccelli canterini,
malgrado sia irretita nei ricordi,
coperta d’edera come le vecchie pareti,
continuo a credere ai sussurri trattenuti,
alla forza dei cavalli selvaggi,
al messaggio alato dei gabbiani.
Credo alle radici innumerevoli del mio canto.

MAYO

No se marchitan los besos
como los malinches,
ni me crecen vainas en los brazos;
siempre florezco
con esta lluvia interna,
como los patios verdes de mayo
y río porque amo el viento y las nubes
y el paso del los pájaros cantores,
aunque ande enredada en recuerdos,
cubierta de hiedra como las viejas paredes,
sigo creyendo en los susurros guardados,
la fuerza de los caballos salvajes,
el alado mensaje de las gaviotas.
Creo en las raíces innumerables de mi canto.

  • malinches sono arbusti di fiori rossi, simili ad orchidee che fioriscono in maggio, originari del Sudamerica.

ABBANDONATI

Tocchiamo la notte con le mani
sgocciolandone l’oscurità tra le dita,
maneggiandola come il vello di una pecora nera.

Ci siamo abbandonati al disamore,
alla svogliatezza di vivere collettando ore nel vuoto,
nei giorni che si lasciano passare e tornano a ripetersi
intrascendenti
senza orme, né sole, né raggianti esplosioni di chiarore.

Ci siamo abbandonati dolorosamente alla solitudine
sentendo il bisogno dell’amore sotto le unghia,
il vuoto di un’obliteratrice nel petto,
il ricordo e il rumore come in una conchiglia
che ha vissuto troppo tempo in un acquario di città
e si porta solo l’eco del mare nel labirinto del suo guscio.

Come tornare a riprendere il tempo?

Interporgli il corpo forte del desiderio e dell’angoscia,
farlo retrocedere intimidito
per nostra infrangibile decisione?

Chissà se potremmo riprendere il momento
che perdemmo.

Nessuno può predire il passato
quando forse non siamo più gli stessi,
quando forse abbiamo dimenticato
il nome della strada
dove
qualche volta
potremmo
incontrarci.

ABANDONADOS

Tocamos la noche con las manos
Escurriéndonos la oscuridad entre los dedos,
Sobándola como la piel de una oveja negra.

Nos hemos abandonado al desamor,
Al desgano de vivir colectando horas en el vacío,
En los días que se dejan pasar y se vuelven a repetir,
Intrascendentes,
Sin huellas, ni sol, ni explosiones radiantes de claridad.

Nos hemos abandonado dolorosamente a la soledad,
Sintiendo la necesidad del amor por debajo de las uñas,
El hueco de un sacabocados en el pecho,
El recuerdo y el ruido como dentro de un caracol
Que ha vivido ya demasiado en una pecera de ciudad
Y apenas si lleva el eco del mar en su laberinto de concha.

¿Cómo volver a recapturar el tiempo?

¿Interponerle el cuerpo fuerte del deseo y la angustia,
Hacerlo retroceder acobardado
Por nuestra inquebrantable decisión?

Pero… quién sabe si podremos recapturar el momento
Que perdimos.

Nadie puede predecir el pasado
Cuando ya quizás no somos los mismos,
Cuando ya quizás hemos olvidado
El nombre de la calle
Donde
Alguna vez
Pudimos
Encontrarnos.

SFIDA ALLA VECCHIAIA

Quando arriverò a esser vecchia
– se ci arriverò –
e mi guarderò nello specchio
e conterò le rughe
come delicata ortografia
di pelle distesa,
quando potrò contare i segni
che hanno lasciato lacrime
e preoccupazioni,
e il mio corpo risponderà
già lentamente ai miei desideri,
quando vedrò la mia vita
ravvolta in vene azzurre,
in profonde occhiaie,
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
– come si conviene –
quando verranno i miei nipoti
a sedersi sulle mie ginocchia ammuffite
per il passo di molti inverni,
saprò tuttavia che il mio cuore
ticchetterà – ribelle –
e i dubbi e i larghi orizzonti
saluteranno ancora
le mie mattine.

DESAFIO A LA VEJEZ

Cuando yo llegue a vieja
– si es que llego –
y me mire al espejo
y me cuente las arrugas
como una delicada orografía
de distendida piel.
Cuando pueda contar las marcas
que han dejado las lágrimas
y las preocupaciones,
y ya mi cuerpo responda despacio
a mis deseos,
cuando vea mi vida envuelta
en venas azules,
en profundas ojeras,
y suelte blanca mi cabellera
para dormirme temprano
– como corresponde –
cuando vengan mis nietos
a sentarse sobre mis rodillas
enmohecidas por el paso de muchos inviernos,
sé que todavía mi corazón
estará – rebelde – tictaqueando
y las dudas y los anchos horizontes
también saludarán
mis mañanas.

Davide Rocco Colacrai, “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, Le Mezzelane Editrice, 2021.

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A due anni da “Asintoti e altre storie in grammi”, il pluripremiato poeta Davide Rocco Colacrai, è tornato con una nuova silloge poetica – edita da Le Mezzelane – “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (72 pag. – formato 15×21 con alette e segnalibro ritagliabile –  prezzo copertina  Euro 11,00).

Il volume, terza silloge edita dalla casa editrice anconetana, si compone di 27 poesie che parlano dell’uomo in tutte le sue estensioni  e visioni. Ogni componimento ha un preciso rimando ad un uomo, un amico, un personaggio pubblico; questi uomini ispirano, con la propria vita e le proprie opere, versi eleganti che cristallizzano e fissano su carta tematiche potenti e attuali, spesso difficili da affrontare. Molte poesie sono ispirate a personaggi afferenti alla sfera personale dell’autore ma tanti altri sono personaggi famosi; ci sono infatti versi ispirati e dedicati a Rudolf Nureyev, al giovane calciatore calabrese Nunzio Lo Cascio, allo scrittore anti castrista Reinaldo Arenas, a Stefano Cucchi e allo scienziato Stephen Hawking. Davide Rocco Colacrai riesce con disinvoltura ad affrontare tante tematiche forti e dolorose grazie all’uso sapiente degli aggettivi e delle figure retoriche che si contaminano continuamente con altri “media” letterari e non (narrativa, film, canzoni). Questa silloge, come molto bene descrive lo stesso autore, si può considerare come una risposta a “Istantanee Donna – Poesie al femminile” ma anche “un importante punto di evoluzione nella mia vita, contemporaneamente un nuovo punto di arrivo e un nuovo punto di partenza; è una presa di coscienza, umana ma anche spirituale, che prima mi mancava”.

Davide Rocco Colacrai

 

Note biografiche

Giurista e Criminologo, Davide Rocco Colacrai è al suo dodicesimo anno di carriera e partecipazione a  Premi Letterari; ha infatti ricevuto numerosissimi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra gli ultimi: il Premio Letterario Europeo “Massa, città fiabesca di mare e marmo” (aggiudicato per il secondo anno non consecutivo), la Medaglia di Bronzo per Meriti Letterari al Premio Internazionale “Medusa Aurea” organizzato dall’A.I.A.M. (dopo aver vinto quella d’oro per due volte consecutive) e il Premio come Poeta dell’anno all’omonimo Premio Internazionale organizzato da Otma2 Edizioni. Nel 2015 gli è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica. Ė autore dei seguenti libri: “Frammenti di parole” (2010), “SoundtrackS” (2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (2015), “Infinitesimalità” (2016), “Istantanee Donna (poesie al femminile)” (2017), “Il dopo che si ripete, sempre in sordina” (2018) e “polaroiD” (2018), che ama presentare sotto forma di spettacoli di “poesia in teatro”, con cui gira da alcuni anni l’Italia.
Hanno scritto di lui Alfredo Rienzi, Carmelo Consoli, Livia de Pietro, Armando Saveriano, Italo Bonassi, Flavio Nimpo, Mauro Montacchiesi, Gordiano Lupi, Alfredo Pasolino, Stefano Zangheri e molti altri.
Nel tempo libero, insegna matematica, studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

Un fiore per Franco

Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni ottanta sorge la stella di Franco Battiato. Nel panorama musicale di allora comparve come qualcosa d’insolito, non definibile, non etichettabile. E proseguì in ascesa la sua opera musicale negli anni a venire. Colpivano i testi di poche frasi, termini inusuali, evocativi di scenari e terre lontane, di ricerche interiori spirituali, mistiche, filosofiche. Battiato nel sentire dei giovani fruitori di musica rispondeva al desiderio di contrastare l’insulsaggine dei testi che farcivano le canzoni italiane dell’epoca e l’invasione della musica di provenienza estera e lingua inglese. Battiato era la risposta, non solo era italiano, ma aveva anche ai miei occhi l’ulteriore pregio di essere siciliano di Catania (Ionia, il paese di nascita nel 1945 è l’attuale Riposto), era cioè isolano e conterraneo. Non occorreva leggere la biografia per capirlo, il suo cognome è di origine siciliana, anzi è una parola del dialetto siciliano che in italiano si traduce “battezzato”. Quindi il canto di Franco il battezzato, che porta nel volto le sue reminiscenze arabe, e gli occhi grandi e malinconici di certi siciliani, tristi e profondi, arrivò alle (mie) orecchie come liberatore.
Prima di quell’inizio, c’era stata tra le altre la canzone La torre, mentore Giorgio Gaber, che ebbe un certo successo, un testo provocatore ma musicalmente ancora troppo influenzato dai ritmi e gusti della canzone italiana dell’epoca. Pollution e Fetus tra i primi album, furono apripista per i concerti, verso i quali Battiato provò tuttavia ben presto un’autentica repulsa, non era soddisfatto di queste esperienze, le definì schizofreniche. Attraversò allora una crisi non solo musicale, ma più profonda, esistenziale, che lo portò allo studio e alla ricerca. Nella seconda metà degli anni settanta imparò a suonare il violino, la notazione classica, l’armonia, il solfeggio l’arabo, la mistica orientale e scoprì Gurdjieff e il suo pensiero, restandone entusiasta.
Nel 1979 avviene la svolta, è l’anno nel quale emerge la sua personalissima e accattivante cifra pop, che si evolverà in spirituale e filosofica, echeggiante musiche orientali, classiche, rock, synth pop e si caratterizzerà per i cambi di registro sia testuali sia musicali e la frammentazione di un periodare breve, ricercato e misterioso, apparentemente disconnesso, inframmezzato da refrain simili a mantra, un mix che s’intreccia alla musica, intrattiene l’ascoltatore e lo conquista
L’era del cinghiale bianco il singolo inserito nell’omonimo album, rese Battiato noto al grande pubblico. Il pezzo nacque per scommessa con i giornalisti di Muzak, rivista musicale, ai quali Battiato volle dimostrare come fosse facile elaborare pezzi di successo, esso inizia infatti con un travolgente assolo di violino che avvince l’ascoltatore
I versi “Pieni gli alberghi a Tunisi” e “Un uomo di una certa età/Mi offriva spesso sigarette turche” “Studenti di Damasco/Vestiti tutti uguali” costituiscono con ogni probabilità riferimenti ai paesi che Franco Battiato ha visitato negli anni precedenti. Egli racconta infatti che talvolta prendeva una corriera per l’India, scendeva in Turchia e, con la compagnia di due vecchi suonatori e la tastiera, girava avventurosamente quel paese.
Il refrain “Spero che ritorni presto/L’era del cinghiale bianco” è inserito nel testo della canzone in modo alquanto inaspettato e spiazzante, il senso possiamo intenderlo dai chiarimenti che seguono presenti sul sito dell’autore.
Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”.

Singolare che di recente qualcuno abbia definito insulsi i testi di Battiato. A leggerli non sembra affatto, dentro sparsi qui e lì ci sono sostantivi e aggettivi ricercati, costruzioni verbali intriganti, originali, quando non persino poetiche. Qui di seguito una serie di citazioni dai singoli più noti.

E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” da Prospettiva Nevski
Traiettorie impercettibili/ Codici di geometrie esistenziali” “Voli imprevedibili ed ascese velocissime/Traiettorie impercettibili/Codici di geometrie esistenziali” e “Giochi di aperture alari/Che nascondono segreti/Di questo sistema solare” da Gli uccelli
Una vecchia bretone/Con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù/Capitani coraggiosi/Furbi contrabbandieri macedoni/Gesuiti euclidei/Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/Della dinastia dei Ming” da Cerco un centro di gravità permanente, contenente, tra l’altro uno stralcio della poetica dell’autore “Non sopporto i cori russi/La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/Neanche la nera africana”.
E per un istante ritorna la voglia di vivere/ A un’altra velocità” da I Treni di Tozeur
“Voglio vederti danzare/Come i dervishes turners che girano/Sulle spine dorsali/O al suono di cavigliere del Katakali” da Voglio vederti danzare
“In silenzio soffro i danni del tempo/le aquile non volano a stormi” da Le aquile non volano a stormi
“C’è chi si mette degli occhiali da sole/Per avere più carisma e sintomatico mistero/Uh com’è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme /Imbiancano/ Quante squallide figure che/attraversano il paese/Com’è misera la vita negli abusi di potere.” da Bandiera Bianca
Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera/Avevo già la Luna e Urano nel Leone” da Cuccurucucù.

Battiato ha raccontato che, ancora ragazzo, suonò sui carri in maschera al Carnevale di Acireale, venne pagato con 13000 lire che all’epoca erano una cifra ragguardevole, ciò però scatenò le ire del padre che voleva Franco applicato agli studi e gli vietò perciò di proseguire con la musica.
Arrivato all’università, iscritto alla facoltà di lingue, morto nel frattempo il padre, Battiato decise di partire per Milano volendo inseguire il suo desiderio di fare musica.
Gli inizi furono difficili, dovette fare il magazziniere per mantenersi, suonare la sera nei locali, ma il suo sogno non si rivelò fallimentare. Dall’era del cinghiale bianco in poi i suoi dischi furono sempre successi, un album dopo l’altro giungendo a pubblicarne ben 42. Ha composto anche opere e colonne sonore ed è stato anche regista di film. Inoltre dipingeva, ma la pittura tuttavia non era professionale, era un modo attraverso il quale esprimeva ancora l’anelito a svolgere la personale ricerca mistico spirituale. Ne è un esempio la copertina dell’album Fleur “Derviscio con rosa” , inserito al principio di questo post.

Si sa pochissimo della vita privata di Battiato. Se provate a cercare alla voce biografia sul suo sito trovate la sua dettagliata storia professionale, la produzione, le collaborazioni con Giusto Pio, Manlio Sgalambro ecc.. Su wikipedia invece alla voce “vita privata” ci sono esattamente tre righe che in parte riporto “Legatissimo alla madre Grazia, scomparsa nel 1994, Battiato non ha mai amato la vita mondana, preferendo il suo eremo siciliano di Milo alle pendici dell’Etna.”
Infatti Franco Battiato, mi pare nel 1989, tornò in Sicilia stabilendosi a Milo, dove poi è morto il 18 maggio scorso. Di quale male non è dato sapere. La famiglia, lui stesso, gli amici hanno mantenuto uno stretto riserbo su questa malattia. Qualcosa alla testa del cantautore ne ha minato la memoria e l’intelletto, il declino è avvenuto a cominciare da una caduta dal palco di un concerto tenuto a Bari. E poi Franco, a quanto pare, non voleva indagare, del resto ciò è in linea col suo pensiero della morte come un passaggio, col suo pensiero della vita come preparazione, trasformazione di se stessi in senso migliore.
Bello il modo in cui lo ricorda Travaglio su Il fatto quotidiano, con qualche aneddoto e una sequenza di aggettivi che tentano di descriverlo (leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naif), ne fa in sostanza il protagonista de “La cura”, cioè un essere speciale.
Tra gli aneddoti Travaglio racconta come Battiato gli inviò appena pronta Inneres auge, scritta nel 2009 pensando all’Italia resa più di quanto non lo sia mai stata bordello. Inneres Auge in tedesco significa terzo occhio, l’occhio col quale si vede l’aura delle persone. E’ in sostanza un’invettiva contro i politici di quell’epoca corrotti e goderecci fino al disgusto. Egli dice nel testo “La giustizia non è altro che una pubblica merce/Di cosa vivrebbero/Ciarlatani e truffatori/Se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente” Questa non è la prima volta che attraverso la canzone Battiato esprime una denuncia politico sociale di corruzione e rovina del Paese. Nell 1991 aveva già scritto “Povera patria” e molto tempo prima, ai suoi esordi nel 1967, cantava la poco conosciuta “Il mondo va così” nella quale, con un respiro più ampio, si prendeva pena per la guerra la fame e l’analfabetismo mondiali.
Tornando alla riservatezza di Battiato. Credo che la riservatezza e una certa repulsa del successo e della vita mondana appartenga alla “sicilianità” più autentica. Giuni Russo, siciliana anche lei, amica di Battiato e voce straordinaria era sulle stesse coordinate. Franco ha scritto per Giuni il pezzo Un’estate al mare, resa indimenticabile dall’interpretazione straordinaria di Giuni, con acuti finali inarrivabili a imitare i gabbiani. Battiato ha scritto brani di grande successo per Milva e Alice, rispettivamente Alexander Platz e per Elisa, queste ultime in collaborazione con Giusto Pio.

Dunque, a quanto ci dice la stringatissima biografia, Franco Battiato non si è sposato e non pare abbia avuto figli, ciò potrebbe far pensare che abbia vissuto una vita senza amore, ma ritengo che sarebbe un errore crederlo. Come ho dimostrato più sopra in alcuni nei suoi testi le frasi sparse non sono “insensate” ma a volte biografiche, a volte citazioni culturali, pensiero, convincimenti. Non manca una produzione di Franco Battiato che parla d’amore, ciò consente la relazione transitiva seguente: se A (produzione non in tema d’amore) è uguale a C (esperienza) anche B (produzione in tema d’amore) è uguale a C (esperienza)
Sono sul tema: la metafisica “E ti vengo a cercare” la filosofica “Tutto l’universo obbedisce all’amore” la spirituale “La cura”, le nostalgiche “Le nostre anime” e “Le stagioni dell’amore” e infine la poco celebrata, ma intrigante “L’animale
E’ un’elencazione non esaustiva, ma testimonia la delicatezza e versatilità con la quale Franco Battiato sapeva esprimere il tema dell’amore. E non posso fare a meno anche qui di riportare alcuni passi.
Questa citazione che segue ad esempio, è una definizione limpida e struggente dell’amore “Questo sentimento popolare/Nasce da meccaniche divine/Un rapimento mistico e sensuale/Mi imprigiona a te” da E ti vengo a cercare

Bisogna muoversi/Come ospiti pieni di premure/Con delicata attenzione” “Come possiamo/Tenere nascosta/La nostra intesa” Tutto l’universo obbedisce all’amore/Come puoi tenere nascosto un amore/Ed è così che ci trattiene nelle sue catene” da Tutto l’universo obbedisce all’amore
Le nostre anime/Cercano altri corpi/In altri mondi/Dove non c’è dolore/Ma solamente/Pace” da Le nostre anime
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore” da Le stagioni dell’amore
Vagavo per i campi del Tennessee/Come vi ero arrivato, chissà/Non hai fiori bianchi per me?/Più veloci di aquile i miei sogni/Attraversano il mare
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/Supererò le correnti gravitazionali/Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”
E guarirai da tutte le malattie/Perché sei un essere speciale/Ed io, avrò cura di te” da La cura
Ma l’animale che mi porto dentro/Non mi fa vivere felice mai/Si prende tutto anche il caffè/Mi rende schiavo delle mie passioni/E non si arrende mai e non sa attendere/E l’animale che mi porto dentro vuole teda L’animale, nella quale l’ironia del verso “si prende tutto anche il caffè” scopre un aspetto più volte rimarcato da amici e intervistatori del cantautore: l’ironia di Franco Battiato. Del resto cos’è poi l’ironia se non l’arma con la quale gli intelligenti e indulgenti combattono la propria battaglia nel mondo.
Tra le eredità Franco Battiato ci lascia la raccomandazione di avere uno sguardo feroce e indulgente, è un’espressione contenuta in uno dei suoi testi più recenti e concludo così il mio omaggio al cantautore della mia giovinezza che ha accompagnato anche la mia vita.
Con un saluto a Franco Battiato, la speranza di rivederlo, l’augurio a me e a tutti di raccogliere la sua eredità.
Lascio agli eredi l’imparzialità/La volontà di crescere e capire/Uno sguardo feroce e indulgente/Per non offendere inutilmente” da Testamento

Valeria Bianchi Mian, “Vit[amor]te / Poesie per arcani maggiori”, Miraggi Edizioni, 2019. Nota di lettura di Deborah Mega

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Era gennaio quando nella posta di Limina è giunta una silloge che ho custodito con cura, con il proposito di sfogliarla, allettata da allegati inconsueti, una copertina bipartita su cui è rappresentato il contrasto Vita-Morte, anticipato dallo stesso titolo, con il gioco ambiguo delle parentesi che attivano più livelli di comprensione, e l’immagine del XXI tarocco, quello che illustra il Mondo, “mai fisso, mai immoto”, come è definito in prefazione. A distanza di mesi la riprendo, spinta dalla curiosità di cogliere il connubio parola-immagine che ho intuito ci fosse. In effetti, si tratta, nell’intenzione dell’autrice, Valeria Bianchi Mian, psicoterapeuta junghiana, di Poesie per arcani maggiori, come recita il sottotitolo. La silloge raccoglie poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019, accostate alle figure degli arcani illustrati dalla stessa Bianchi Mian. “È una Totentanz che punta alla rinascita, è un cerchio che si fa spirale attraverso ventidue disegni” mentre il fil rouge pare sia la natura viva in un processo in divenire continuo, ciclico, che fa ritorno a se stesso.

La silloge si presenta come un viaggio esoterico, ricco di riferimenti al mondo dei tarocchi e alla loro simbologia. Ogni testo, infatti, è introdotto dalla figura di uno degli arcani maggiori presentati dal numero 0 al 21. Il testo di apertura appare una sorta di presentazione dell’autrice, il suo procedere per tentativi come se fosse un lupo di Chernobyl o o la gazza che si spinge dal bosco alla periferia. Si vorrebbe però una sopravvivenza dal ticchettio nucleare, un rifugio per scongiurare la follia diffusa. Non a caso la poesia è introdotta dalla figura del Matto che rappresenta lo spirito libero e geniale, l’energia originaria del caos, l’imprevedibilità e allo stesso tempo l’innocenza e la follia. È il viandante che avanza verso l’ignoto senza paura.

Il folle perso nella folla

è massa

tumore della modernità.

La figura del Bagatto rappresenta invece l’abilità e allo stesso tempo l’inganno. Non a caso la poesia di Bianchi Mian attacca, con piglio satirico, tutto ciò che nella realtà quotidiana tende ad attuare su di noi la manipolazione inducendoci al falso bisogno: segue un elenco piuttosto nutrito di falsi bisogni, dall’alimentazione alla cosmesi, all’igiene, alla tecnologia. Segue l’invito a diffidare dell’oltreuomo perfetto geneticamente modificato e della perfezione perché anch’essa è imprevedibile. L’arcano successivo rappresenta la Papessa che indica la conoscenza, la fede, il dualismo di universo materiale e spirituale. Riemergono a questo punto ricordi d’infanzia, vissuti personali scanditi da espressioni linguistiche o fissati da vecchie fotografie, gli stessi arcani diventano nel corso della narrazione immagini archetipiche che sollecitano evocazioni fiabesche, meravigliose, tragiche. Di qui la visione di madre-matrigna, in contrapposizione alla maternità voluta e realizzata, esiste anche un altro aspetto della maternità, quello collegato alla non accettazione del proprio corpo gravido o alla rottura del binomio madre-figlio. L’arcano dell’Imperatrice rappresenta la forza creativa della natura che dona la vita e la protegge e introduce due testi sul tema del miracolo della maternità e sulla mistica danza della comunione umana tra madre e figlio. L’Imperatore invece evoca Aleppo, sapone delicato, verde e oleoso, ma anche luogo esotico sulla via delle mille e una notte, dall’aria speziata e dalle strade lastricate del sangue dei bambini del colore della melagrana che, per associazione di idee, ricorda anche il mito di Persefone, vincolata per sempre al regno dell’Oltretomba per averne assaggiato i chicchi. Nel testo successivo è menzionato Eros e la sua passione smodata per la libertà. Il Papa invece è l’arcano n.5, simboleggia il legame tra l’uomo e Dio e rappresenta la lealtà, la fiducia, la sicurezza, la serenità.

Sarebbe davvero una festa

il volo

di una testa libera dal giogo

dei pensieri.

L’arcano degli Amanti, invece, insegna ad abbandonarsi con coraggio all’amore se si vuole raggiungere la possibilità dell’Unione, tratta l’incontro di Tèseo e Arianna, l’eroe stupro al senso dell’orientamento e rievoca l’abbandono della donna su un’isola. Segue il Carro, arcano che insegna a perseguire gli obiettivi con determinazione e piena fiducia in se stessi e che, nella visione dell’autrice è paragonato al matrimonio, tomba dell’a[mor(t)e]. La disillusione, poi, è quella che ispira i versi Amore è carrozzone / senza fissa dimora. L’arcano della Giustizia invece invita a riflettere sulle conseguenze di ogni azione prima di agire e a valutare razionalmente, in modo distaccato e imparziale. Bianchi Mian a questo punto rievoca il mito di Aracne con la quale condivide il segreto della tessitura.

Ho il senso dei ragni

per la tela.

 

Reminiscenze mitologiche e fiabesche, filastrocche, citazioni colte affiorano di tanto in tanto per l’intera silloge. Giunge poi l’Eremita a introdurre il tema dell’invecchiamento e della decadenza. Questo Arcano rappresenta il Destino, che opera sulla nostra vita e che è al di là del nostro controllo. Poi abbiamo la Ruota. Poiché la natura della ruota è quella di girare, essa simboleggia il perpetuo alternarsi dei cicli di vita. L’invito è quello di accettare il perenne cambiamento. La Forza introduce ricordi, incomprensioni e lotte adolescenziali. L’Appeso, con i suoi testi, quello dedicato all’incontro tra vecchi e bambini e il Memento, invita invece ad osservare il mondo da un punto di vista diverso, meno convenzionale, per raggiungere il centro delle cose nel punto in cui un uomo incontra il suo doppio. La Senza Nome è la tredicesima carta degli arcani maggiori, così definita perchè nei tarocchi marsigliesi è l’unica carta ad essere contrassegnata solamente dal numero, forse per scongiurarne l’effetto. Il significato originale di questa carta è un memento mori, un invito a riflettere sulla fragilità della vita e a occuparsi delle cose spirituali. Nell’iconografia dei mazzi tradizionali è rappresentata come uno scheletro armato di falce o di arco; nella visione di Bianchi Mian lo scheletro appare vestito e bendato e, con grosse forbici falcia teste e membra umane tra germogli di piante. I testi che seguono, in effetti, fanno riferimento al Tempo, con la maiuscola perché entità personificata e all’odore di morte che si associa all’idea di vecchio. L’arcano va inteso però come rinnovamento, trasformazione necessaria per garantire l’evoluzione delle cose. Anche la Temperanza rappresenta la riconciliazione e la rigenerazione, i due testi che introduce invitano, infatti, alla calma, alla pacatezza e alla razionalità. L’arcano del Diavolo invece indica ciò che ci tiene prigionieri e che ci priva della libertà, le tentazioni, “le luci colorate lungo il viale”, “le voci che seducono al banale”. La carta successiva, che rappresenta la Torre, simboleggia la superbia e la presunzione, che vengono punite con il castigo. L’arcano ispira questa volta testi che fanno riferimento all’Orlando della Woolf, alla trasformazione di genere, perfino al romanzo La Quercia, scritto dal protagonista del romanzo. Seguono i testi introdotti dalla Stella, le stelle dell’arcano probabilmente rappresentano l’Orsa Maggiore oppure le Pleiadi, dalla Luna, dal Sole, dal Giudizio, dal Mondo. Infine, con un andamento ciclico che rappresenta il cerchio infinito vita-amore-morte, si ritorna al Matto, questa volta compiuto e poi al rimescolamento delle carte come per intraprendere un nuovo giro. Molti testi sembrano autoanalisi, esplorazioni della psiche, ricordi e dialoghi tratti dal proprio e altrui vissuto personale, riflessioni che sono emerse da gruppi di formazione e laboratori espressivi. Anche il colore ha valore emblematico e onirico, vi ricorre molto frequentemente in tutte le sue gamme: verde, bianco, rosso, oro, nero, giallo. La poesia alchemica e il simbolismo cabalistico qui largamente impiegati si avvalgono di messaggi misteriosi e allusivi, fatti di miti e allegorie e permettono di cogliere, con intensa sperimentazione emotiva, la corrispondenza che esiste tra il macrocosmo (universo) ed il microcosmo (uomo), perché in definitiva, forse l’esistenza dell’uomo è un sogno illusorio, da vivere pienamente solo entrando in sintonia con l’anima sensibile e invisibile della natura.

©Deborah Mega

*

Il Bagatto

  1. Aborro (andante con grido)

Aborro

l’induzione al bisogno

le multinazionali del disagio.

Aborro

il marketing del nulla

nel Nulla che avanza

e avanza

e t’induce al bisogno

del nuovo modello di ciocco-merendina

del panno impermeabile pulisci macchie invisibili

del dopo dopo-balsamo per i peli delle ciglia

dell’esaltatore di sapidità per gli zombie

che camminano nella ciotola del gatto

dei sogni da far nascere con l’utero in affitto

dell’attico ignifugo su Marte

dello yogurt rossoblu dell’Uomo Ragno

del leviga occhiaie gel multifunctional iperattivo

del dentifricio all’uranio impoverito

del divaricatore per allargare le dita dei piedi

del bambolo gonfiabile che ripete

non sei sola

non sei sola

(non siamo soli).

Aborro

le luci al neon dei centri commerciali

la puzza emanata dal girarrosto del pollo a terra

la terra bruciata, dickensianamente desolata

ed io

in maschera antigas di pizzo e latex

induco me stessa al bisogno

d’indurmi il più possibile al bisogno

del non aver bisogni.

Induco me stessa all’umano

vicino di casa d’umano

e suono

per un po’ di zucchero.

*

Gli Amanti

  1. Teseo e Arianna (storie d’umori)

Teseo.

Dicevi angelo e pesce

moltiplicazione

di cose e di cosce

incoscienza.

Dicevi ostrica schiusa

il buon gusto

in umido al limone

nell’androne

appesi in attesa

del vicino di casa

che, se avesse aperto

saresti morto.

Arianna.

Quel filo di rubino esangue

per uccidere il mostro enorme

è adagiato sul fondale

nella borsa alla rinfusa

tra vecchie cianfrusaglie.

Una come te

uscita indenne dal labirinto

credevo conoscesse il centro

di tutte le città

e invece

hai perso la testa per l’eroe

stupro al senso dell’orientamento

hai rotto le uova a frittata:

è zero rinascita.

Che posso farci io, se Teseo

ti ha lasciata riversa sullo scoglio

in balia del sequel di un mito?

Non soffri di monoteismi

(per fortuna)

ed è per questo che Dioniso

t’ama e non t’ama

margherita strappata dal petto

pieno latte della nostra terra

così come Zeus sputò

quel Libero oltre il muscolo

della propria gamba.

Allo specchio siamo adesso

nuova Luna, una sola Arianna

luce e ombra assunte

al cielo dell’impossibile

senza dote alcuna.

*

  1. Agave

Ero convinta di somigliare

alla cruda agave.

Nuda, dura e appuntita.

Credevo nelle mie necessità:

poca acqua

solitudine

la vista del mare.

Sapevo di andare a morire

dopo il primo fiore.

Un figlio, e via.

Scopro con particolare orrore

e assurdo piacere

che al sale

si accompagna l’acqua

che la maturità

non è un esame.

È senso della terra.

Peccato le rughe

ma, se le radici sono tante

io sono l’agave

non monocarpica.

Testi tratti da Valeria Bianchi Mian, “Vit[amor]te / Poesie per arcani maggiori”, Miraggi Edizioni, 2019.

In “Δαιμόνιοι” (Creature demoniache) “di Anna Griva, la visione di Dante personaggio

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In “Δαιμόνιοι” (Creature demoniache) “di Anna Griva, la visione di Dante personaggio

A cura di Maria Allo

In Se questo è un uomo Primo Levi tra gli orrori e le violenze di ogni giorno ad Auschwitz, racconta di un momento di sollievo durante una breve pausa del lavoro forzato quando traduce per un compagno francese, di nome Jean, soprannominato Pikolo, il XXVI canto dell’Inferno, dedicato all’ultimo viaggio di Ulisse e, mentre si sforza di citargli a memoria i versi di Dante, per un attimo vede <<qualcosa di gigantesco […] forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…>>. Il testo di Dante acquista una duplice funzione: da un lato, è un frammento di cultura e di poesia che Levi ostinatamente vuole salvare dall’oblio per riaffermare nell’inferno del lager le ragioni dell’umanità e contrastare l’abbrutimento in cui gli aguzzini vogliono relegare i prigionieri, dall’altro è, con il suo finale tragico, la proiezione della morte che incombe su Levi e tutti i suoi compagni di prigionia. Tutto il libro è pieno di riferimenti all’Inferno dantesco. Questo episodio può farci capire la profondità dei significati culturali e umani acquisiti nel corso dei secoli dall’opera di Dante. Leggere le sue opere significa esplorare un affascinante paradosso tipico dell’esperienza letteraria: com’è possibile che un uomo del passato, con una visione della morale, della religione e dell’amore lontana dalla nostra, possa dirci cose attuali e vive ancora oggi? Certamente l’evento cruciale della biografia dantesca è l’esilio. I riferimenti ad esso nelle sue opere e in quelle di altri autori anche stranieri sono continui, con sfumature sentimentali e morali che variano nel tempo. Grazie al grande poeta greco, Sotirios Pastakas, ho avuto occasione di leggere un testo di Anna Griva, dedicato a Dante. La giovane promettente poetessa greca, che ha già pubblicato quattro raccolte di poesia e si è dedicata anche alle traduzioni di opere rinascimentali, nel corso del Reeding Greece 2020, durante un’intervista, sottolinea che il filo conduttore della sua poetica è l’amore per i miti antichi che costituiscono una fonte inesauribile del suo pensiero. Quanto al linguaggio, spiega che la poesia ha lo stesso potere della musica, suscita emozioni primordiali non mediate. “La poesia greca moderna è stata influenzata all’ambiente artistico internazionale, sostiene Anna Griva, il che è inevitabile dato che i giovani parlano lingue straniere, viaggiano, migrano. Direi che i poeti stranieri hanno esercitato un’influenza più significativa rispetto alla tradizione poetica greca. La poesia greca dunque fa parte di una realtà multiculturale e lo dimostra il testo selezionato, omaggio di Anna Griva, al grande Fiorentino. Le biografie intellettuali dei grandi poeti possono talvolta guidare per mano anche il lettore accorto, fornire percorsi di orientamento, di ordine nella selva dei segni e dei sensi. Se ci lasciassimo guidare da Dante e dai suoi libri, piuttosto che comunicare il rapporto tra noi e il passato, non è improbabile che riusciremmo a presentare un’immagine più viva, più variegata e più medievale del poeta e del pensatore. Nonostante dunque Dante appartenga all’ epoca medievale, mondo ormai lontano, rimane vivo e vitale, riferimento indispensabile per generazioni e generazioni di scrittori e intellettuali. Naturalmente se il lettore del tempo di Dante era profondamente sensibile alla concezione religiosa della realtà, il lettore moderno dovrà invece confrontarla con la propria sensibilità e con la propria cultura. Rapportarsi con il diverso, nel tempo e nello spazio, è un’esperienza fondamentale, che educa alla tolleranza e consente di comprendere civiltà, culture, idee antiche e lontane. Il testo di Anna Griva che mi accingo a tradurre, è tratto da Creature demoniache, pubblicato da Melani edizioni, Atene 2020, incentrato su vari personaggi storici, nei quali l’autrice vede una natura demoniaca. Nonostante il titolo, La morte di Dante Alighieri in esilio, il testo prende avvio dalla storia personale, dall’esperienza di traversie esistenziali e dal desiderio di Dante, da un lato, di riconquistare un adeguato posto nella vita cittadina senza compromessi e dall’altro, di compiere un percorso di elevazione alla conoscenza della verità, animato da un’ansia di salvezza “presagiva solo muta ansia. In questo contesto assume valore centrale il tema del silenzio e nel fondo, fortemente sfumato, s’intravede la figura del poeta in un atteggiamento di meditazione e, in lontananza Firenze, teatro dell’amore del poeta per Beatrice. Il risultato è una profonda riflessione sul valore della vita, dell’amore e della morte, analoga a quella presente nell’ opera dantesca. Grazie al potere della poesia, il particolare si fa universale, la voce del singolo si unisce al coro dell’umanità tutta e il cammino personale di Dante diventa il percorso della collettività.

https://www.culturebook.gr/kritiki-parousiasi/daimonioi-tis-annas-griva-parousiasi-apo-tin-aggeliki-pechlivani.html

1321

Ο θάνατος του Dante Alighieri στην εξορία

Δεν άκουγε πια φωνές

ούτε και βήματα

η αγορά έξω απ΄την πόρτα του

σαν να βουβάθηκε

στ’ αυτιά του μόνο έφτανε

το μέγα κύμα

που απλωνόταν και τον κρήμνιζε

στον σκοτεινό βυθό

τότε ήταν που είδε

μια δίνη πολύχρωμη

τη Φλωρεντία με ανοιξιάτικα χρώματα

παπαρούνες και μέλισσες

να συλλέγουν γύρη

κι εκείνος παιδί

ξαπλωμένος στη χλόη

χωρίς υπόνοια της κόλασης

χωρίς οσμή της Βεατρίκης

μονάχα με μια άγραφη

βουβή ανησυχία

για όσα περνούν μέσα απ΄την ύλη

και μένουν πάντα άπιαστα.

Traduzione di Maria Allo

1321

La morte di Dante Alighieri in esilio

Al mercato non si sentivano più voci

o passi

fuori dalla sua porta

come se bisbigliasse

nelle sue orecchie solo

la grande onda

che si espandeva e lo precipitava

nel fondale scuro

Fu allora che vide

un vortice multicolore

a Firenze con i colori della

primavera

Papaveri e api

che pungevano il polline

e quel bambino

sdraiato sull’erba

senza la visione dell’inferno

senza il profumo di Beatrice

presagiva solo muta ansia

non scritta per ciò che attraversa

la materia

ma rimane sempre sfuggente.

© Maria Allo

Giancarlo Baroni, “I nomi delle cose”, puntoacapo Editrice, 2020.

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I battesimi del conquistatore

Montagne laghi fiumi
mano a mano che procede li battezza
con i nomi della sua lingua.

Da domani sarà proibito
chiamare le cose in un altro modo.

*

Come fantasmi furiosi

Depositando per primi una manciata di terra
o spargendo dei fiori
si deve seppellire chi ci è caro,

accertarci che la voragine l’accolga.
Arriverà altrimenti
come un fantasma furioso ad insultarci

per l’ingiustizia subita perché morti
quanto lui all’opposto
gli siamo sopravvissuti.

*

Corre l’anima dentro la stanza

Volevi scavalcare le sbarre
del letto dove giacevi
il cervello impartiva l’ordine
il corpo non lo eseguiva

gesti di fuga accennati
dai piedi e dalle mani.
Da quando ti sei placato
corre l’anima dentro la stanza.

*

Nora

Sono file di piante i tuoi pensieri
che l’aria inutilmente scuote.
Con cautela accetti che ti sfiorino gli affetti.
Vivi appartata.

Niente più mi preoccupa
niente e nessuno, nemmeno…
Solo a te stessa spieghi
agli altri concedendo poche allusioni.

Che ti è successo, Nora? Un tempo
scuri e brucianti i tuoi occhi ora perduti.

*

Davanti all’Altare di Grunewald
(pregano i malati accolti nell’ospedale di Isenheim)

Cristo qui sei per noi fratello nel dolore
hai le labbra spalancate ma non riesci
per il tormento a urlare
le spine conficcate nella testa

i piedi rattrappiti parlano del tuo strazio
vedi con gli occhi chiusi e sai
il male che proviamo come il tuo
calvario è la nostra vita quotidiana

ustiona la pelle il fuoco
della lebbra ferite croste e piaghe
sono uguali alle tue ci specchiamo
nel divino sacrificio che lenisce
le nostre sofferenze.

*

La morte di Caravaggio

Al posto delle mele bacate
di grappoli bianchi e rossi
del fico maturo che mostra
il viola della polpa

la cesta di frutta contiene
la testa del Battista. Firmo col sangue
il mio autoritratto.

*

Artemisia Gentileschi
(6 maggio 1611)

Affondo la lama nel collo
il sangue imbratta la sua barba

Agostino aggrotta la fronte digrigna i denti
la luce nelle pupille si spegne.

 

 

Per la mamma

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Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

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Una madre che dorme
piove in dolcezza dentro di sé
come una grotta
e in fondo al lume ha il suo bambino.
Una madre che dorme
dorme al panneggio ardente d’una fiera
che la guarda mansueta.
È una dolce sera
in mezzo alla pupille
della sua onda quieta.

Alfonso Gatto

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La mamma non è più giovane
e ha già molti capelli
grigi: ma la sua voce è squillante
di ragazzetta e tutto in lei è chiaro
ed energico: il passo, il movimento,
lo sguardo, la parola.

Ada Negri

foto dal web.

Paolo Landi: “L’occhio del fulmine”, Prometheus, 2020. Cinque poesie e un commento breve

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Paolo Landi: L’occhio del fulmine

Prometheus, 2020

Cinque poesie e un commento breve

Il filosofo Paolo Landi nell’ottobre 2020 pubblica per i tipi di Prometheus L’occhio del fulmine: le nove sezioni Mistero di te, Vago calar della sera, Le onde dei tuoi capelli, L’incendio della parola, Al passo che il piede serra, La statua che il vento erige, Salendo la scala celeste, Le forme nascenti, Le onde portano in epigrafe la dedica all’artista multidisciplinare livornese Furio Allori. La silloge – nella forma poetica che incede per versi ampi, narrativi, sontuosi nei modi di una lingua colta, attraente che ha modanature di termini ricercati, desueti – dimostra l’affiliazione al rigore del pensiero accordato a rime scolpite d’equilibrio metrico; manifesta la complessità sapienziale dell’Autore che ha talento e volizione per la materia del sapere che, in fatto di poesia, media i concetti attraverso paesaggi fisici artistici metafisici di particolare potenza immaginale (come in Le forme nascenti). Si potrebbe avanzare, a proposito della raccolta, l’ipotesi di poesia filosofica (o filosofia poetica) in quanto dalla lettura si evince la particolare fede che l’Autore ripone in un logos pervaso di ideale: in primis nell’ideale della potenza creativa, della genialità nell’arte, nelle forme liriche della bellezza inafferrabile di cui è «… tanto / possente l’inesorabile fiato».

 

Adriana Gloria Marigo

 

*

 

da Mistero di te

 

A PELO DELL’ACQUA

A pelo dell’acqua

apparve il fiore discinto

immobile nel recinto

del suo essere nato:

un meato del cielo

l’aveva voluto

avido dentro quel prato

di acqua matura;

la pura luce

donata dal limbo cristalliforme

del vivido azzurro

teneramente blandiva

un vago sussurro

donato alla nascita inenarrabile;

e l’inudibile

sempiterna ruota

dell’essere alterno

che si squaderna

per entro i millenni

muniva dei suoi portenti

il tripudio di quei fermenti

beati, dipinti dentro la gloria

degli animi sollevati

 

 

da L’incendio della parola

 

PAROLA RINATA

È frale

l’andare per connessure;

lo strepito delle verzure

s’inarca, il pollice duole

le sommesse paure cantando,

ed è notte sulla pagina bianca.

La stanca mano s’addorme,

fatta di pietra e silenzio.

La parca lingua

di un sibilante suono

adesso ridesta

le sue geniture; è l’alba

della parola rinata,

gemella della beata

estasi che perdura

nell’attimo dello spessore

del più sottile capello,

ed è quello che voglio,

se pure è meglio

il fragoroso discorso

che presto s’innalza

splendido di rigoglio,

ma non ritorna

nel luogo dove risplende

l’abito della fiamma

che tutto comprende

 

 

LE PAGINE DEL POEMA

Le pagine del poema

rapprese dentro l’albore

del primitivo nitore

lievitavano nella danza

dell’abbondanza primeva;

la loro sostanza

cresceva nell’onda lungimirante

della fragranza; un più largo orizzonte

visitava le scolte

dell’avita perfezione, dentro le molte

illusioni che germinavano;

le voci sopite venivano scolpite

ognora più vivide

nel marmo deterso

di quell’incanto riverso;

ed un colore disperso

sul mare senza confini

della iridata visione

cangiava in purpuree iridate beltà

il senno vincente

di quella distesa maestà

 

da Salendo la scala celeste

 

SU SCHIENE FURENTI

Su schiene furenti

è tempo di navigare; l’acqua

scioglie i battenti, il mare

s’innalza avido delle scolte

di grigia spuma terrificata;

la notte innalza il pertugio

dopo i diluvi rapiti;

la balza della dimora

avita sulla roccia

ci attende davanti

alla plancia che porta

lo sguardo davanti al cielo.

Avete cresciuto l’anima

dinnanzi alle vostre inferriate,

siete dispersi nei vimini

dei tessuti vitali

intrecciati fra il bene ed il male,

avete girato i cardini

delle pesanti porte

la morte affrontando,

carpendo l’inafferrato mondo,

andando più oltre

 

 

da Le forme nascenti

 

PRIMA CHE FIAMMA ALIMENTI

Prima che fiamma alimenti

l’autentico cuore,

il disamore dovrà alterare

l’azzurro coperchio, e il mare

ruggire dentro la falda

dove ribolle l’odio che serra

la mala pianta; la melma

dovrà risalire

prima che pioggia discenda

su queste rive;

il lavacro

lontano ci porterà;

troverà un Eldorado

privo del baratro e dei suoi lutti,

i flutti ci inonderanno

dei sacri viluppi

e il plettro di nuovi cieli

alzerà la sua lode

al tempo migliore, lucente

nelle sue ore beate,

maturo dei frutti d’estate

 

 

Biobibliografia

 

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa. Ha pubblicato oltre sessanta saggi e tredici volumi. Tra le sue opere: Dell’insieme totale (“Giornale di Metafisica”, 2001-2004); Per una teoria dell’arte (2007); L’esperienza e l’insieme totale (2009); La coscienza, gli stati di cose e gli eventi (2011); Idee per una semiologia fenomenologica (2014); L’uno e il molteplice (2016) e Teoria della monade (2018).

 

Mariella Bettarini, “Haiku alfabetici”, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.

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Con questa nuova raccolta di poesie, scritte in forma di haiku, di tre versi in tre versi, Mariella Bettarini, con estro e spiccata sensibilità artistica, intesse un’opera poetica mirabile, pregna di corporeità e di spiritualità.
Haiku alfabetici è una sorta di ampio acrostico in cui l’alfabeto, a ventisei caratteri, assume molteplici significati, fatti di avvincenti dubbi e impensate riflessioni. L’autrice associa una parola a ogni lettera, su tale parola scrive cinque haiku incalzando con interrogativi e proposte, risposte e ancora domande. In un climax, in cui non si avverte fatica alcuna, ci si ritrova all’apice di una piacevole zona franca dell’esistenza da cui ammirare la creazione e, in essa, noi stessi come specie, provando nuovamente stupore per l’eccezionalità che, nostro malgrado, ci troviamo ad essere: creature libere e coscienti, ma vincolate alle conseguenze delle nostre azioni: da esse dipende ciò che siamo e ciò che saremo. Si ha la piacevole impressione di essere invitati alla fratellanza universale. Haiku alfabetici assume docilmente il carattere di un conciso ma universale discorso sul mondo e sul nostro modo di starci, nell’imprescindibile relazione con tutte le creature.

 

A › Animali

Da voi riprendo
dolcissimi animali
da voi riprendo

Sì – voi compagni
d’una vita silente
sì lenta ormai

Parto da voi
lentamente riprendo –
voi creature

Che ne sappiamo?
Troppo saputi noi
troppo superbi

E da te Tommy
a quattro zampe amico
occhi fedeli

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E › Elementi

Siam fatti d’acqua
dall’acqua proveniamo
umani-acquei

Come fare se
manca a noi l’aria
vivo elemento?

Terra – sì terra
di terra abbisognamo
terrestre sogno

Il fuoco è ardente
tutto impregna di sé
l’ardente fuoco

Quattro elementi
per tutti noi alimento
cibo concreto

K › Koinè

Ecco l’incipit:
koinè = comunità
greca communio

Quante lingue per
un concetto solo –
solo ma grande

Unione di più
popolazioni idiomi
forte unità

È utopia?
No. Che il cielo voglia
fare unità

Koinè grande
solidale nevvero?
Viva Koinè!

X › Xenophilia

Xenophilia
amor dello straniero
non strano amore

Xenophilia
amore necessario
tanto più oggi

Ma perché odio?
vitale è il nostro amore:
xenophilia

Piuttosto noi
siamo stranieri a noi:
xenophilia

Xenophilia
altro non c’è da dire:
xenophilia

Z › Zenith

Eccomi giunta –
eccomi – sì – allo zenith –
eccomi giunta

Cos’è lo zenith?
è – sì – l’intersezione
tra l’orizzonte…

… e tutto il cielo –
il cielo che sta sopra –
sopra la testa

E perché zenith?
zenith che non è nadir –
e perché zenith?

Zenith – sì – zenith?
perché è amico del Sole –
del Sole amico

Nota biografica

Mariella Bettarini è nata nel 1942 a Firenze, dove vive. Ha insegnato nelle scuole elementari. Dagli anni Sessanta ha collaborato a più di centocinquanta tra giornali e riviste. Nel 1973 ha fondato (e da allora diretto) il quadrimestrale di poesia “Salvo imprevisti”, che nel 2002 ha preso il titolo “L’area di Broca” (semestrale di letteratura e conoscenza). Dal 1984 cura le Edizioni Gazebo. Dal 1966 ha pubblicato più di trenta libri e plaquettes di poesia.

 

*I disegni presenti nella silloge sono di Graziano Dei.

“Lavoro” una poesia di Henry Van Dyke

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Henry Van Dyke (1852-1933)

LAVORO

Traduzione di Emilio Capaccio

Lasciatemi fare il mio lavoro giorno dopo giorno,
Nel campo o nella foresta, allo scrittoio o al telaio,
Nella chiassosa piazza o nella stanza tranquilla;
Lasciatemi scorgerlo nel mio cuore e dire,
Quando vaganti piaceri m’invitano dal devio sentiero:
«È il mio lavoro; la mia benedizione, non la mia condanna;
Di tutto ciò che vive, io sono colui dal quale
Questo lavoro può esser fatto nel modo migliore».

Non lo vedrò né troppo grande, né insignificante,
Per giovare al mio spirito e saggiare le mie capacità;
Accoglierò felice le ore del lavoro,
E felice tornerò a casa, quando lunghe ombre cadono
La sera, per divagarmi, amare e riposare,
Perché so che il mio lavoro è il più giusto per me.

*

WORK

Let me but do my work from day to day,
In field or forest, at the desk or loom,
In roaring market-place or tranquil room;
Let me but find it in my heart to say,
When vagrant wishes beckon me astray,
“This is my work; my blessing, not my doom;
“Of all who live, I am the one by whom
“This work can best be done in the right way.”

Then shall I see it not too great, nor small,
To suit my spirit and to prove my powers;
Then shall I cheerful greet the labouring hours,
And cheerful turn, when the long shadows fall
At eventide, to play and love and rest,
Because I know for me my work is best.

Jonathan Rizzo, “Le scarpe del flâneur”, Edizioni Ensemble, 2020

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I morti siamo noi

La polizia in bicicletta
inutile e inerme,
come i loro mezzi.

Case di cartone
abitate da persone,
per le quali
una vecchia dabbene
si lamenta.

Il barbone sfatto a vino rosso,
ne ride
di una grassa e larga,
da rospo qual è.

Tombe a latere
riposano in pace
con ali liberate.

I morti siamo noi.

 

Belleville

Passeggiare senza direzione alcuna.

Vestiti a fiori sbocciati al primo sole.

Sorrido a una bambina,
lei ride,
e anch’io mi sento leggero.

Uomini scalzi
in cammino fin da lontano
hanno bisogno di respirare
pacifici paradisi ideali
di nuvole soffici.

Sacchetti di plastica
rivoli gonfi
scoppiano
sotto il peso
delle nostre automobili,
nell’indifferenza dell’universo.

Bighellono tra le bancarelle di un mercatino,
ma non compro nulla.

Anche solo un quadretto
supera il volume delle mie tasche.

Allora
appena
passeggio
tra pelle nuda
di belle ragazze luccicanti
sotto il sole gentile che sorride.

L’astro come esca
prosciuga l’umanità
dalle sue soffitte ammuffite,
dirigendo l’orchestrina
al gran ballo della leggerezza.

Assisto colpito
a uno spettacolo improvvisato,
francesi di strada
e marionette d’asfalto
urlanti
nella Tempesta shakespeariana.

Unico concentrato
tra un pubblico
distratto e annoiato.
Tempi duri per i poetici.

Ospiti
d’onore
alla sagra della primavera.

Su un vialetto senza tempo
accarezzati
dall’ombra della fronda,
fili di sogni
per vecchi cappelli
di paglia
danzanti nel vento,
come echi di giochi
per bambini curiosi.

Gli innamorati
persi in uno sguardo
accarezzano trame di seta
pettinando silenzi intensi,
come se il mondo attorno
rallentasse
fino al fermo immagine.

Tra i rami
pirati e avventurieri
solcano i mari
della fantasia,
dove si naviga senza bussola.

Curve di nude onde circondano
come teneri squali innamorati
le mie carni
e ne dilaniano le membra.

Una madre accompagna
alla vita la figlia dolcemente.

La protegge mentre
fa pipì
su un arbusto accanto
ad altre roselline.
Verde età
dove libertà
non rima con severità.

All’angolo della strada
un uomo felice suona
un organino a manovella
cantando Trenet e la Piaf.
Due bambini lo ascoltano rapiti,
lui canta sorridente
scandendo bene la voce.

Il fratello maggiore da loro
due monete luccicanti.
Il sorriso si fa largo nell’uomo,
come i giri della manopola.

I bimbi emozionati
fanno scivolare
i piccoli cerchi argentei
nel secchiello che tintinna,
e per un attimo siamo tutti felici.

Con le mani in tasche
bucate
d’amore e follia,
perso nel cielo terso,
riempito di azzurra nuvola
l’anima scivola
su alcune leggere gocce di cuore
fino a dipingere il tramonto
di perle viola.

 

Omaggio all’amico scomparso

Il giorno che Marina morì
eravamo tutti al bar,
come in ogni altra occasione,
immuni dalla vita e da Lei.

Il vento cessò improvvisamente
di battere
e il caldo si fece insopportabile,
così decidemmo tutti insieme
di alzarci di colpo,
lasciare l’ultimo bicchiere a metà
sul tavolino sporco,
per non salutare
e finimmo con quell’estate
per sempre.

Quando la morte arrivò
non trovò più nessuno,
solo il conto da pagare.

 

Benvenuta signorina Lussuria

Benvenuta signorina Lussuria
in questa mia casa oltre la luna.

Dove far l’amore
è una maledizione, un vizio, una fortuna.

Dove entri in punta di dita
ed esci in damascato e visone.

Dove non trovi niente e perdi tutto,
ma la sconfitta eccita la tua sottana
e bagna la punta dorata,
lingua perduta
a ogni assalto all’arma bianca
stesa stremata.

Benvenuta signorina lussuria
sull’altra faccia della luna.

Dove le tenebre hanno tenere palpebre
e gli amanti consumati ansimi.

Prendi un fiore,
sono omaggio.

Ne ho una soffitta piena.
Ammuffiscono lentamente
come ansimi di consumati amanti
o ali impolverate di falene malate
danzanti.

Benvenuta signorina lussuria
dove chiede asilo la luna
per poter far vibrare la sua natura
rivestita di pelle nuda
e porpora impura.

 

Legato a te

Sembriamo piccole rose
aggrappate al gesto,
alle virgole silenziose.

Nell’ombra della tua assenza
sospiro vasto
il ricordo lontano della tua essenza.

Pochi attimi, respiri di resti
di un cuore casto,
bianche e dorate le tue vesti.

Affamati della vita,
memori di quel pasto
sempre sfiorato dalle dita.

La verità ci indica
l’inevitabile mesto
di una realtà modica.

Amore,
troppo fragile è questo sentimento candido.

25 aprile Celebration

Il 25 aprile 1945 il CLNAI ordina l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluiscono nelle città , si uniscono ai combattenti locali e liberano il Nord Italia (tratto da qui)

Il manifesto dell’ANPI per il 25 aprile 2021, realizzato da Lucamaleonte

Qui la storia della Resistenza italiana.

“25 aprile” una poesia di Alfonso Gatto

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

https://www.ilsole24ore.com/art/25-aprile-1945-liberazione-e-tutti-AEy3WPC

https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/17/25-aprile-il-video-memoriale-della-resistenza_ecce828b-d4fd-4d6d-b708-76672f65ffd3.html?fbclid=IwAR3Lj8q9guToVB5FBpKmKH9VMR13RKQ85fnMpPuX06OlVqVAIjAjgRjmm8o

Riccardo Mazzamuto, “Divieto di calpestare formiche”, Eretica Edizioni, 2020

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ARBUSTO

Ormai passeggiando
in metropoli
se alzi gli occhi
al cielo
non riesci a sentire
rondini narrare.

Puoi trovarle
là nella piazza
dove
sosta l’ultimo tronco.

Cinguettii assordanti
forse cento duecento…
troppi per sorseggiare
lacrime di libertà…

Presto anche noi
ci ri-muoveremo
sull’albero
per qualche
boccata di ossigeno…

*

MACABRA DANZA

Stride nella notte
un suono tagliente
divide l’ombra
appesa dal sogno
sognato.

La mano che sta
dormendo invia
la danza omicida.

Là dove
beata nel sangue
da filtrare la zanzara
si strofina con dolcezza.

Boom… boom…
ora giace
rifiorita su zampe
irrigidite.

*

VIETATO CALPESTARE FORMICHE

Passeggiava in bicicletta
ragazzo fisicamente
sviluppato ma di mente
prematura con il cane
di razza a lato.

Pedalava sotto l’ombra
di se stesso nell’odore
in competizione col
quadrupede affaticato.

Appena vide che me ne
stavo su un muretto
accovacciato rallentò
il ritmo sussurrando
ad alta voce: “Andiamo
merdoso cane, muoviti
appresso a me.”

Sorrisi calpestando
una formica che sotto
le mie scarpe attraversava
il tratto con un pezzo di
briciola sulle mandibole…

*

FAUNA

Bloccate finestre
portoni da sbarre…
Niente paura visitatori
benvenuti “Zoo comunale”
esemplari rari.

Su pareti smaltate
cartelli con scritto:
“Vietato dare da mangiare
specie sotto sperimentazione”

Donne uomini ratti
scimpanzé serpenti
cavie con organi
atrofizzati,
anche loro sono
stati bambini.

*

VERIFICA

Siamo
graditi vermi
di un mappamondo
di mele marce

uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Ho vissuto molto o poco?
Mi è impossibile a dirlo.
Camminando sono caduto col viso a terra,
ho perso qualche cosa nella polvere.
Ero albero, ero mare.
I miei usignoli erano in gabbia, non lo sapevo.
I miei pesci erano nella rete.
E così, mia rosa,
la tristezza, come una pietra bianca che lava la pioggia.
E così, mia rosa,
scrivo quel che mi attraversa
e nessuno legge, nessuno ascolta…

Milena Tagliavini, “Ricognizioni”, Giuliano Ladolfi Editore, 2020. Nota di lettura di Rita Bompadre

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“Ricognizioni” di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa. I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione. Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi. “Ricognizioni” accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

NUOVOMONDO – LA NAVE

 

Visto dall’alto è un canale

D’acqua salata con gli argini fondi,

qua di cemento e là di lamiera.

 

Si spacca la folla in diagonale,

una faglia slitta via.

 

E tutto crolla,

ma solo dentro.

 

——————

 

IL ROSA DELLA NEVE

 

Incorniciata dalla guarnizione

del parabrezza tra il ponte e le strade

l’aureola appare come altro a sé.

 

Sarebbe una voce capace di tagliare

il nastro della ragione che ci lega qui

se con la pazienza di un docente

non ci dimostrassimo ciechi

di fede ogni giorno il teorema.

 

Così la fila avanza e lascia

una curva in discesa ai lati

della labbra mentre le dita

dei monti affrescano l’impossibilità

di catturare il rosa della neve.

 

——————-

 

LA TRAPPOLA

 

Con pazienza ho infilato per ore

i punti dell’ago come se la danza

delle dita fosse un rituale,

la pozione per ignorare il tempo.

Nell’urgenza del respiro

non avevo che questa azione inutile,

che restare sola senza parlare

dentro i muri.

 

——————

 

MANI

 

Proprio oggi ho visto le tue mani

scolpite nelle sue. Mi ricompari

a tratti, a pezzi, ancora viva.

Sono carne di nostalgia le dita

di marmo molle senza rughe

e con lo smalto scuro. Sguardo

che richiama di fianco la tua assenza,

corpo invisibile tra noi.

 

———————

 

TRA DUE MURI

 

Mi volti le spalle e vai tra due muri

di fiori, hai le redini

di ciò che è stato. Il piede alzato

per il passo e la sensualità

del vento in una curva sui capelli

non si perderanno. La carta

e gli occhi scambieranno

per anni le interpretazioni.

 

Oggi il non visto ha un senso

D’arresto che si prolunga,

di sospensione del fiato mentre

la palla sta alta sulla rete.

 

——————–

 

UNA SVOLTA

 

È una svolta che forse non c’è

questo giorno colmo di pensieri.

 

Sei un uomo con le valigie piene

D’aria. Ogni volta che le aprirai

darai pane ad altri respiri.

 

———————————-

 

CREAZIONE

 

Ho creato una breccia fra le mura,

un’evasione di note.

Una preghiera materiale

del corpo vivo.

È carne e terra e cielo.

Ha il sapere, oltre le regole

Emilio Capaccio traduce Randall Jarrell

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Un poeta è un uomo che riesce,
durante tutta la vita trascorsa sotto il temporale,
a farsi colpire dal fulmine cinque o sei volte.

Randall Jarrell (1914-1965), traduzioni di Emilio Capaccio


O TUTTI O NESSUNO

Ogni anno, al tempo dell’arresa
dei fiori e delle gemme che s’aggrinzano sui rami,
sento dal cielo una voce stupita:
l’uccello ambrato che sonnecchia
per tutto l’anno sulla casa in agitazione
ha sentito nelle vene, un’altra volta
un verde inizio: un brivido di trepidazione
correre in lui — nuova vita
che giunge dalla primavera, eccetto nelle nostre vite.
Dalla loro scena di gusci d’uovo, gli uccellini
stridono ferocemente a un cielo
che piove benedizioni, come piovono ore,
al tendere il becco: vivere, morire.
O tutti o nessuno: è tutt’uno.
“Il vero sole
è l’occhio di chi guarda”,
dice chi guarda, voltando pagina
che un giorno o l’altro sarà voltata dal vento;
“Ogni anno sono un anno più vecchio
e la gente per strada un anno più giovane”.
Ha sempre la stessa età il mondo.

ALL OR NONE

Each year, just as the blossoms
Fall, and the buds curl from the boughs,
I hear from the sky a wondering voice:
The brass bird that drowses
All year on the turning house
Has felt in his veins, once more, a green
Start: a shudder of awe
Runs through him — the new life
That comes, in the spring, to everything but our lives.
From their setting of eggshells, the nestlings
Call fiercely up to a sky
That rains, like the hours, blessings
Into their straining bills: to live, to die.
All or none: it is all one.
“The real sun
Is the eye of the beholder,”
Says the beholder, turning the page
That will someday be turned by the wind;
“Each year I am a year older
And the people in the street are a year younger.”
The world is always the same age.

VIENI ALLA PIETRA

Il bambino ha visto il bombardiere scorrere come pietra per i campi
mentre si trascinava sulle strade l’estate s’è diffusa
con le sue foglie riluttanti; quante rose
giganti, intraviste giù e svanite, sul sentiero
le formiche hanno sparso le loro briciole e sono morte.

“Quell’uomo è bianco e rosso come il mio clown di pezza”,
dice a sua madre che se n’è andata.
“Io non ho pianto, non ho pianto.”
Nel cielo gli aerei sono rabbiosi come il vento.
La gente sta punendo altra gente — perché?

Risponde facilmente, i suoi occhi tonti
a rischiarare quella lunga similitudine, il mondo.
Gli angeli ondeggiano sulla sua storia come palloncini.
Un bambino crea ogni cosa — eccetto la sua morte —.
Vieni alla pietra e dimmi perché sono morto.

COME TO THE STONE

The child saw the bombers skate like stones across the fields
As he trudged down the ways the summer strewed
With its reluctant foliage; how many giants
Rose and peered down and vanished, by the road
The ants had littered with their crumbs and dead.

“That man is white and red like my clown doll,”
He says to his mother, who has gone away.
“I didn’t cry, I didn’t cry.”
In the sky the planes are angry like the wind.
The people are punishing the people — why?

He answers easily, his foolish eyes
Brightening at that long simile, the world.
The angels sway about his story like balloons.
A child makes everything — except his death — a child’s.
Come to the stone and tell me why I died.

L’ALITO DELLA NOTTE

Sorge la luna. I cuccioli rossi rotolano
nelle felci dalla quercia marcita
con lo sguardo fisso su un pantano e un prato
al bianco fil di fumo della fattoria.
Una scintilla brucia, in alto nel cielo.
I cervi infilano i rigogliosi filari
del vecchio frutteto, i conigli
saltellano dal cordolo del pozzo. I galli
cantano dall’albero del belvedere;
due stelle intrappolate negli alberi
a occidente, e il tenero verso di un gufo
corre come un alito per la foresta.
Anche qui, benché la morte sia fatta tacere, benché
la gioia oscuri, come la notte, le loro guerre,
gli esseri di questo mondo sono spazzati
dal conflitto che muovono le stelle.

THE BREATH OF NIGHT

The moon rises. The red cubs rolling
In the ferns by the rotten oak
Stare over a marsh and a meadow
To the farm’s white wisp of smoke.
A spark burns, high in heaven.
Deer thread the blossoming rows
Of the old orchard, rabbits
Hop by the well-curb. The cock crows
From the tree by the widow’s walk;
Two stars in the trees to the west,
Are snared, and an owl’s soft cry
Runs like a breath through the forest.
Here too, though death is hushed, though joy
Obscures, like night, their wars,
The beings of this world are swept
By the Strife that moves the stars.

Le geografie umane di Antonella Anedda

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A quasi tre anni dall’uscita di Historiae, Antonella Anedda torna nelle librerie italiane con Geografie edito per i tipi di Garzanti: “In questo suo nuovo libro, dove la lingua poetica è magistralmente cucita nella stoffa della prosa, Anedda parla di luoghi, dalla foresta pietrificata di Lesbos al monte Toc, di isole e di mari, usuali e allo stesso tempo straordinari. Ma sullo sfondo di Geografie, dietro i luoghi che evoca, c’è la riflessione sul significato profondo dei mutamenti, siano questi biologici o geologici, politici o climatici.”. Un libro che propone, non solo a livello stilistico, ma anche nell’approccio a ciò che può contenere la scrittura, un punto importante della riflessione trentennale della poetessa. Se Historiae, come afferma Guido Monti dalle pagine di Doppio Zero: “è anche cronistoria, resoconto, narrazione dei fatti più strettamente intimi che nel loro ricomporsi in parola poetica assumono però un significato tutto da decifrare; difatti quegli accadimenti non sono sepolti dal tempo e nel tempo ma attraverso i versi s’increspano di vita come onde sempre in movimento”, in Geografie la Anedda estende la parola poetica – pur mantenendo i sopraffini filtraggi di parola  – fino a trasformala in brano. Questa “scelta formale” ha una sua ragione d’essere, in prima istanza nella natura stessa della scrittura letteraria, nella fattispecie perché Antonella Anedda ci propone altro rispetto alla gioia del racconto. Non ci sono punti d’approdo in questo che sembra un viaggio nello splendore e nella miseria della terra e di chi la osserva, la divaricazione dello sguardo tocca anche la formalità di come lo si riproduce: sembra che la poesia non basti, sembra che la parola non abbia fine.

Cominciamo da Huan, La Dispersione o la Dissoluzione, che nell’I-Ching corrisponde all’esagramma numero 59, formato dai trigrammi del vento sull’acqua: “Il vento soffia sopra l’acqua che, la sparge e la dissolve in schiuma e spruzzi. Quando l’energia vitale di un uomo è bloccata al suo interno (in questo viene indicato un pericolo dall’attributo del trigramma inferiore), sarà nuovamente dispersa e dissolta dalla dolcezza.”. Partiamo dal segno Huan poiché è fra i luoghi per eccellenza nell’immaginario che la poetessa propone al lettore di Geografie. La dissipazione da una pienezza che ingombra sembra essere la condanna ad un eterno ritorno, tuttavia Antonella Anedda ci indicache l’ingolfarsi della concettualizzazione occidentale è un processo che può trovare un suo apice e un suo dissolvimento. Il senso della pienezza quindi non si definisce nell’accezione negativa di uno straripamento del pensiero che implode in se stesso, non è un sintomo dal quale liberarsi attraverso una sanificazione analitica semmai un processo che deve svolgersi per potersi concludere: “L’acqua non può scorrere dal monte se è impedita dalle pietre: deve raccogliersi e fermarsi fino ad aumentare e straripare. […] Come questo avvenga non è chiaro, ma ognuno di noi sa cosa significhi impedimento, conosce il groppo anche non visibile che blocca le nostre azioni e che interrompe i pensieri”. Il concetto è amico della moderazione, ma la misura del concetto si riempie facilmente ponendoci ad una distanza dalle cose, che disumanizza.

Molto di quanto abbiamo detto si produce nella metafora della cartina geografica: “Il lato incoraggiante del viaggiare e che puoi voltare la solitudine in direzioni diverse puntandola sui luoghi. Una carta geografica ha i confini che non hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti. Nessuna storia, nessun taglio del tempo. Peccato per le luci. Pazienza per il grumo di lecci, per il cambiamento delle stagioni, le ortiche, lo sciame degli insetti, i falchi, i gridi dei pavoni, ma è una liberazione immaginare di essere le sagome dei piloti sulle carte nautiche.” Il disegno della terra (la geografia nel suo senso letterale) allora diventa il primo luogo dove si alza il vento dello Huan, dove il concetto di spazio può “attrezzarsi” per esperire il mondo: “Sulla mappa non ci sono guardiani, né truppe, né numeri. Puoi attraversare i suoi confini. Nessuna pozzanghera, niente catrame. Annusa pure una mappa, non ha odore, è di carta come una banconota. Le carte geografiche danno pace come gli scheletri nel deserto.”. E poi ogni viaggio che: “[…] contiene una specie di diario di solo anni dopo e a distanza riusciamo a leggere qualche pagina. Solo ora capisco che una serie di forze da me non previste si erano unite fra loro per a) darmi piacere b) liberarmi dal terrore di salire su un aereo.”.

Dentro e fuori il pensiero, dentro e fuori creando un cortocircuito che porta, in alcuni momenti della lettura ad una vera divaricazione della percezione, alla perdita del punto di vista, al non sapere realmente di chi sia la voce narrante; se essa è narrata o narra. Sebbene ci troviamo alla prese con brevi prose Antonella Anedda non dimentica la possibilità straniante della poesia. Per questo non accade mai durante la lettura di Geografie di essere colti dalla spiacevole sensazione di avere a che fare con un testo di suggerimenti esistenziali; il corpo filtrante che genera questa scrittura peculiare ha in sé una doppia salvezza; ci preserva da una retorica inaccettabile e rende l’autore esente dall’essere un riferimento: “A volte le linee della mente si aprono senza sforzo, lasciano entrare quello che c’è: una particolare roccia, il modo in cui una macchina si ferma sul ciglio della strada, il timbro di un verde opaco di una quercia. Qualcosa in te si assottiglia e iniziano i giorni di guarigione”; “Non è vero che se ti se non ti muovi si sposta, se provi davvero vedrai che rimane e rimanendo si approfondisce, si scava un suo luogo, entra e modifica il tessuto cerebrale, il dolore non è mai da te diviso, sei tu e non puoi farci niente. Nel brano Presente esteso la Anedda ci svela la sua disillusione rispetto alla possibilità d’essere liberi dalla presenza mentale, ipotesi nemmeno caldamente auspicata dall’autrice che, come si ipotizzava qualche riga fa crede piuttosto al potere taumaturgico della dissoluzione: “Inutile negarlo, esiste la presenza mentale: te a te presente in un groviglio, lungo i rami che vanno in avanti e toccano altri rami, foglie secche, foglie vive”

La Geografia è il “luogo” primario su cui far aderire il nostro desiderio. La sua essenziale e secca ripartizione del mondo è come una misura vuota che ci invita a scoprire la complessità di ciò che si conclude tra le linee. Se è vero come affermò un noto psicoanalista francese, che il soggetto è per natura frammentato, come lo sono i trucioli dispersi sul tavolo del fabbro, allora la calamita che aggrega e rende compatta la dispersione è la forza del desiderio. In questa accezione possiamo immaginare la cartina geografica come il piano su cui si poggia il nostro desiderio ed il viaggio la risposta alla sua chiamata.  Antonella Anedda in Geografie, prima di ogni altra cosa ha intrapreso un viaggio nel concetto, amando il concetto, ed è stata nel mondo esperibile, amando il mondo: “Una carta geografica ha i confini che hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti […] Chi scrive di un’isola senza conoscerla davvero venendo, metti, da un paese soffocato di tufo, non ha lo sguardo e di conseguenza il linguaggio per sapere che l’isola non è mai isolata, ma esposta, che il continente è la salvezza che la conterrà, le darà una capsula”.

Fabio Prestifilippo

Nunzio Di Sarno, “Mu”, Oèdipus Edizioni, 2020

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Le prime parole che troviamo ad aprire la raccolta di Nunzio Di Sarno sono quelle di un koan zen: Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?”

Joshu rispose: “Mu”

Mu mantiene in sé gli opposti e spinge a trascenderli in uno slancio che scatta lontano dalla logica e dalla premeditazione. E quando pensi di averlo afferrato è proprio lì che ti scappa. Ci si può solo muovere insieme.

Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa. Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”.

In una parola la Vita.

Che suona al passaggio del vento,

ma anche al ritmo sghembo di Monk

e alle distorsioni secche dei Ramones.

È un attimo e le gambe a croce schizzano nel Pogo.

In una spinta continua alla trasformazione, che trova,

nella trasfigurazione della mancanza e degli eccessi, le nuove forme.

E come riporta “Manifesto” il suono è sempre operativo, tutto è vissuto! Niente spazio per l’ozio, gli ammiccamenti e le consolazioni di rito.

Come potrebbero le pose reggere al vortice degli Elementi?

Il pensiero si produce nell’azione e all’azione riconduce sempre.

E l’azione non può non essere politica.

Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove.

*

Manifesto

Scrivo perché la poesia è visione
Il primo passo per la trasformazione
Scrivo perché la parola è una traccia
E il suono è operativo
Scrivo perché la beatitudine è bellezza
E il vuoto è compassione
Scrivo perché Milarepa cantava

*

Primavera

Danza delle ossa
Sui lamentosi
Dharma blues
Del Ginsberg
Barbuto

Dritte o a croce
Le nobili verità
Stanno nelle gambe

And all the hills echoed..

*

Sfilano gli alberi
Sotto nubi d’aprile
I cinguettii si perdono

*

Svanita la spuma
Nel moto dell’onda
Si diffonde la luce

*

Si dissolvono i venti
Per poter raccogliere
Foglie secche

 

Nunzio Di Sarno

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze. Ha da pochi mesi conseguito la laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus Edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.