Versi trasversali: Adua Biagioli Spadi

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ADUA BIAGIOLI SPADI

***

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva

nello slaccio d’abbandono del sentire,

è la lacrima a cogliere la perfetta stanza

della noncuranza,

incauto nascondiglio della goccia

il passaggio della scesa,

là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta

l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.

***

Ci vogliamo esatti

se siamo un connubio di ortiche

sfiorati negli angoli e punti

consapevoli del tedio

sulle mani nessuno ci coglie più.

Non siamo i fiori del gelsomino garbato

allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale

eppure

siamo riflessi felici delle felci,

così fa il tempo con le nostre mancanze

offre ancora motivi per farci riconoscere.

***

Mi lascio sfogliare da un flusso smisurato,

sono le betulle fuori operanti e timide

a contare le strette di mano e i fallimenti,

sirene inabissate tormentano l’infinito

sei tu il rigo informe dell’acqua dove affollano i versi

quei lontani orizzonti di fluidi e materie,

lo sconfinarsi umano della possibilità.

***

Strilla il campo al canto dell’usignolo

quando lascia impronte sulle terre fresche

annotta a Est la danza delle barche

quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia

bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia

svela il sogno seducente delle perle,

è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento

quando ci si lascia così senza una parola buona,

la città è perduta forse

ma non per chi si ama per sempre.

***

Perdersi non più,

ti cercherò altrove

oltre il tempo di un sovvertito spazio

di improbabili equilibri.

Il divenire è evoluzione,

meta umana della genesi.

***

Gli occhiali si sono plasmati al naso

annegati  nell’impulso del gesto rarefatto

lentamente

non ce ne siamo accorte mai e ora siamo tornate fragili

siamo passate per la semioscurità delle stanze aperte ai mari grandi

ingoiati dai delfini, navi senza àncora.

Mi lascerai il mistero del mondo, di questo ne ho coscienza

un pulito labirinto nell’ultimo cerchio indistinto.

Quando sarò infine io quel buio, ti cercherò incisa nel sangue.

***

Gli incontri sono avventi afferrati in volo

sguardi-luce tenuti stretti in un carpe diem,

eppure a volte

sulle nostre verità si allungano i capelli delle ombre.

Non saprò più niente delle strade oltre i cancelli

degli scatti in bianco e in nero dei tuoi viaggi

degli occhi miopi,

il tempo ci disarma, ha la forza dell’unire e del dividere

porta via il pensiero e lascia quieti

memoria dimenticata, digiuni eppure senza fame.

Testi tratti da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice.

Pasqua ventosa

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La Crocifissione bianca di Marc Chagall

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Andrea Zanzotto

 

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

REINHARD CHRISTANELL

Del segno / Vom Zeichen

Del segno rimane
Sul foglio
Come pozza secca
Sul terreno
Attorno alla Lupa
Il sottile diniego:
Non vedo non
Parlo non prego.
*
Vom Zeichen bleibt
Auf dem Blatt
Gleich ausgetrockneter Lache
Auf dem Weg
Zur Lupa nur
Die herbe Verneinung:
Kein Blick kein Wort kein
Gebet.

(Dopo una notte di pioggia alla Lupa).

Ficu rinnia

Nel tuo fiore
Vedo dell’antico
Mondo lo splendore.
Nopal il tuo
Nome vero, orgoglio
Sacro dell’azteco
Impero e ora
Sotto mentite spoglie
Re incontrastato
Del mio immaginario
Giardino trasognato.

(Osservando i fiori gialli di un fico d’India).

Isola del domani

Se dev’essere sia.
Nelle tue mani
Nei tuoi orizzonti.
Ed anche nella tua
Storia. Non scavare.
Non raccogliere reperti.
Vivi in superficie.
Pietra. Coccio.
Freccia appuntita.
Isola del domani.
Spesse mura intatte
Nella memoria.
Lasciami entrare
Nei tuoi pensieri.
Per dimenticare
Che non saremo mai
Stati uomini veri.

(Lungo la strada punica tra Mozia e Birgi).

Nulla / Kein Blatt

Spoglio
Il cielo e solo
In me il ritroso
Nulla.
*
Kein Blatt
Am Himmel nur
Kahl das scheue
Nichts.

Le mura di Mozia

Pochi siamo noi
Qui sulle rive
Lo sguardo aperto agli orizzonti
Delle spoglie mura
Di Mozia e pietre
Rotte come mani
Trafitte dai sogni
Da realizzare…

Ora chiama piccola
Dea la tua voce
Dall’isola felice
Nubi cacciate
Dietro il sole
Come la nostra
Anima nei colori
Del silenzio…

E nel bianco
Del sale il tramonto
Spegne le sfumature
Di mille pensieri
Tanit dea lunare
È un freddo vento
Che scioglie
Le nostre paure.

Notte fenicia

Tu sei il cuore
Del fuoco il calore
Freddo portato via
Dal tempo nelle nuvole
Verso l’orizzonte
Una vela irraggiungibile
Risorgi ogni sera
Dalle tue ceneri
Eterna notte fenicia.

E ai margini
Del tramonto lasci
Che un uccello immobile
Sia nero specchio
Della tua anima
Perché qui siamo
Figli del perdono
E invisibile mano
Del solo creatore.

Un luogo in fondo al mare

Nel porto ciascuno
Infine lascia
La propria piccola
O grande imbarcazione.
Dove poi si vada
Nessuno lo sa. C’è chi
Parla di un luogo
In fondo al mare e
Chi invece propende
Per le inafferrabili nuvole.
Poco cambia. Restano
Sole le barche
A specchiarsi notte
E giorno nello Stagnone
E sembra proprio
Non attendano niente
Se non l’eterno
Ritorno del sole morente.

(Tramonto al porticciolo di Birgi).

Testi tratti da Mothia / poesie da un luogo di mare, Edizioni La Zisa

 

RandoMusic 8: Bela Lugosi’s Dead

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Bela Lugosi’s Dead è il primo singolo del gruppo britannico Bauhaus, pubblicato nell’agosto del 1979 dall’etichetta Small Wonder ed è forse il primo brano in assoluto a rappresentare il genere gotico. Dura poco più di 9 minuti ed è stato registrato “live in studio”, in una sola volta presso il Beck Studios di Wellingborough; David J, il bassista dei Bauhaus si è dichiarato autore del testo.

I Bauhaus sono un gruppo musicale punk/gothic rock britannico, formatosi a Northampton nel 1978. Inizialmente si chiamarono Bauhaus 1919, nome derivato dall’omonima scuola d’arte tedesca fondata, appunto, nel 1919. Dopo aver firmato un contratto nel 1979 con la 4AD, proseguirono con un altro singolo punk nel gennaio 1980 e iniziarono un tour europeo nel corso del quale sempre più pubblico affluiva ai loro concerti, resi teatrali dal carismatico leader Murphy.

Nel settembre del 1980 iniziò il loro primo tour negli Stati Uniti e venne pubblicato il singolo Telegram Sam, successivamente il loro primo album, In the Flat Field, che raggiunse la vetta delle classifiche indipendenti anche se non venne accolto molto bene dalla critica. Sia Kick in the Eye che The Passion of Lovers, tratti dal secondo album entrarono nella Top 60 inglese nel 1981. Nell’ottobre del 1981 i Bauhaus pubblicarono Mask, loro secondo album, che sperimentava nuove soluzioni musicali, senza però allontanarsi dalla matrice dark che li aveva sinora contraddistinti. L’album fu un successo, anche il 1982 fu un anno denso di successi per i Bauhaus. In marzo pubblicarono l’EP Searching for Satori, che raggiunse la posizione 45 delle classifiche. In estate pubblicarono un altro singolo dal titolo Spirit e quindi Lagartija Nick. Prima della realizzazione del terzo album, The Sky’s Gone Out, nel 1983 Peter Murphy fu colpito da polmonite, circostanza che lo allontanò dalle sessioni di registrazione del quarto album in studio, Burning from the Inside. Di conseguenza Daniel Ash e David J diedero all’album molti più contributi che in precedenza. Al rientro di Murphy, completamente ristabilito, il gruppo andò in tour in Giappone, per tornare subito nel Regno Unito per la promozione del nuovo LP. Nel luglio dello stesso anno la band, tuttavia, si sciolse improvvisamente, senza un dichiarato motivo. Dopo la separazione del 1983, Peter Murphy formò insieme a Mick Karn dei Japan Dali’s Car. I due pubblicarono l’album The Waking Hour nel 1984, che risultò però fallimentare, e di comune accordo decisero quasi subito lo scioglimento della band. Peter Murphy proseguì quindi una carriera solista. Nel 1998, dopo quindici anni dalla separazione, i quattro decisero di riformare i Bauhaus. Iniziò così un tour nel quale presentarono due nuovi brani, Severance e The Dog’s a Vapour, il primo dei quali era una cover dei Dead Can Dance. Il gruppo comunque non produsse nuovo materiale, anche perché Peter Murphy continuava comunque la sua carriera solista. Solo nel 2008 i Bauhaus pubblicarono un nuovo album di inediti, dal titolo Go Away White, non seguito tuttavia da alcun tour promozionale. Le influenze dei Bauhaus includono punk rock, glam rock, rock art, musica sperimentale.

Il titolo Bela Lugosi’s Dead fa riferimento all’attore ungherese Bela Lugosi (1882-1956), che interpretò Dracula in vari film. La copertina del singolo raffigura un’immagine tratta dal film L’angoscia di Satana del 1926 diretto da David Wark Griffith. Sul retro della copertina è invece riportata un’immagine tratta dal film Il gabinetto del dottor Caligari del 1920 diretto da Robert Wiene. Bela Lugosi’s Dead finì sul grande schermo, infatti il film Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger) si apre con una performance dei Bauhaus, che la suonano in un locale. Il testo della canzone descrive il funerale di Bela Lugosi come fosse la morte di un vampiro, con tanto di pipistrelli, un campanile, il velluto rosso di una bara nera, le spose virginali che sfilano accanto alla sua tomba e gettano fiori “morti”. La voce di Peter Murphy, tra una strofa e l’altra, ripete “Undead, undead, undead” (non-morto), per rappresentare l’immortalità del Vampiro da lui interpretato. La canzone diventa subito un successo nelle discoteche underground. Il singolo non entrò nella Pop Chart Britannica, ma rimase in vendita per anni e fu oggetto di almeno una ventina di reinterpretazioni tra cui una del 2013 realizzata dal bassista dei Bauhaus in occasione di Halloween. Durante le esibizioni live il cantante Peter Murphy era solito recitarne il testo indossando il caratteristico mantello di Dracula.

Bela Lugosi, nome d’arte di Béla Ferenc Dezső Blaskó era nato a Lugoj in Romania, dall’aggettivo in lingua ungherese della sua città natale prese il cognome d’arte che adottò durante la sua lunga carriera di attore. Partecipò alla prima guerra mondiale come tenente di fanteria,  dopo il conflitto, fondò il sindacato degli attori e studiò all’Accademia teatrale di Budapest. Successivamente si trasferì prima in Germania e poi negli Stati Uniti. Lì incontrò il personaggio della sua vita, quello del Conte Dracula, e lo interpretò per diversi anni nei teatri di Broadway e in compagnie da giro. Nel 1931, Lugosi venne scritturato dalla Universal Pictures (specializzata nel genere horror) per interpretare il personaggio di Dracula, nell’omonimo film diretto da Tod Browning. La pellicola ebbe un enorme successo, Lugosi si distinse per l’eleganza, lo sguardo ipnotico e l’ accento mitteleuropeo. Inizialmente scritturato per interpretare il mostro in Frankenstein di James Whale (1931), Lugosi abbandonò il film prima dell’inizio delle riprese, per divergenze artistiche con la produzione, lasciando il posto a Boris Karloff con il quale per anni ci fu un’accesa rivalità. Dopo aver interpretato sul grande schermo il ruolo di Dracula, l’attore divenne immediatamente un divo dell’horror e lavorò intensamente per tutti gli anni trenta. Durante la sua carriera americana Bela Lugosi si lasciò coinvolgere in moltissimi film del terrore, alcuni di ottima fattura altri più scadenti. Dopo la metà degli anni quaranta i ruoli disponibili si diradarono, e per Lugosi, diventato morfinomane, iniziò un rapido e triste declino. Negli anni cinquanta infatti , ormai snobbato dalla critica, la sua carriera si interruppe bruscamente. Afflitto da problemi di salute e trovandosi in difficoltà finanziarie, Lugosi accettò di apparire in tre pellicole del regista Edward D. Wood Jr., morì a Hollywood il 16 agosto 1956, per un attacco cardiaco, all’età di settantatré anni. Fu sepolto all’Holy Cross Cemetery, a Culver City con indosso il mantello di Dracula, secondo le volontà della moglie e del figlio. L’ultima delle tre pellicole dirette da Ed Wood, Plan 9 from Outer Space (1959), venne girata dopo la morte di Lugosi e contiene solo poche sequenze con l’attore protagonista. Le vicende dell’ultimo periodo della vita di Lugosi e la sua collaborazione con il regista Ed Wood sono narrate (in maniera romanzata) nel film biografico di Tim Burton Ed Wood(1994), in cui Lugosi è interpretato da Martin Landau, il quale vinse – per questo ruolo – il premio Oscar al miglior attore non protagonista.

Deborah Mega

 

Natura risvegliata

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immagine di Loredana Semantica

Natura risvegliata
 
scatena tutte le forme apprese in sogno.
 
Ecco la gemma. Ecco la foglia.
 
Ecco un volo perfetto di ala.
 
Ecco un canto esperto d’uccello.
 
Ben istruita ogni creatura
 
fa la sua parte di fidanzata.
 
S’ingravida e si espande.
 
Ripete l’avventura del venire alla luce
 
la traversata grande – fino alla scomparsa.
 
 
Mariangela Gualtieri da “Bestia di gioia”, Einaudi, 2010

Canto presente 31: Viola Amarelli

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Viola Amarelli

la morbida, l’ansa di
vaso e di fiume serpeggia nel sacro
del vedo – non vedo, nel
dopo correggi nel fianco
col giro, le curve

tratteggio di punti riprendi ricuci
nozioni d’infanzia, a chiudere il tondo nel circolo
a valle, nel dopo lo spezzi, ci provi, il gas dell’elettrico

 

le vie degli ormoni, i bronchi cipressi
recessi interrotti, la linea di fuga
sparisce ogni volta.

 

***

 

schiumaglia, brodaglia
raggruma, s’aggrossa
impazza, arruffiana
s’allazza, la razza
non schiatta, schiattiglia
ed arriglia, rimbroda e rischiuma
costante zantraglia
rigonfia e disfatta,
t’alletta, t’accatta

vorrebbe, le nuove, le vecchie

le prede vendute, per finta per gioco

l’atroce che chiamano vita,

quest’afona voce.

 

***

(il discorso del re)

Analogite, se potesse lo direbbe
Con la pece tra i denti, le piume sui capelli

Da morti quale pace, corruzione
Di carni alle braci

Le orecchie vuote
La spirale logaritmica conchiglia

Tendini per legacci, budella
Per sacchi

Tutti tubi, tutti vuoti
Calcina per carceri

Ammucchiate, se potesse lo direbbe, le
Conserve di midollo e frattaglie

Il cibo per carestie, per
L’ingoio nel buco

Molto semplice, a pensarci, se potesse
Impasterebbe le ceneri cremate

Creta per nuovi figuranti
Manigoldi e depressi

Il popolo che ressi.

 

Prisma lirico 19: Stefania Onidi – Stefania Onidi

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’ispirata poesia e le raffinate opere di Stefania Onidi

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Stefania Onidi

Valutare il vento
la sua luce tesa
la volontà di correre il vuoto.

Bastano mano e saliva.
Quel gesto antico e innocente di voler toccare il respiro
bucare l’aria.
Contare quanti nodi mi attraversano le dita.

In questa erosione segreta
declinare all’infinito i modi del mio esistere.

Senza titolo-1

Stefania Onidi

 

testo: Stefania Onidi dalla raccolta “Quadro Imperfetto”, Bertoni Editore, 2017

opere: Stefania Onidi, 2 illustrazioni in china e acquarello, dalla raccolta “Quadro Imperfetto”, Bertoni Editore, 2017

Incipit 20: Demian

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Demian_Erstausgabe

Eppure, non volevo tentar di vivere

se non ciò che spontaneamente

voleva erompere da me.

Perché? Era tanto mai difficile?

 

Per raccontare la mia storia devo incominciare dal lontano inizio. Se mi fosse possibile, dovrei risalire molto più addietro, fino ai primissimi anni della mia infanzia, e più oltre ancora nelle lontananze della mia origine. Quando scrivono romanzi, gli scrittori fanno come fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo e comprendere la storia di un uomo e riprodurla quasi Dio la narrasse a se stesso, sempre essenziale e senza veli. Io non ne sono capace, come non ne sono capaci gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanto non ne abbia per altri scrittori la loro; è infatti la mia vita, è la storia di un uomo non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, vivente. Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso e unico della natura. Se non fossimo qualcosa in più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di attenzione. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore. Oggi pochi sanno che cosa sia l’uomo. Molti lo sentono e perciò muoiono con maggior facilità, come io morirò più facilmente quando avrò finito di scrivere questa storia. Non posso dire di essere un sapiente. Fui un cercatore e ancora lo sono, ma non cerco più negli astri e nei libri: incomincio a udire gli insegnamenti che fervono nel mio sangue. La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità. Ognuno reca con sè, sino alla fine, residui della propria nascita, umori e gusci d’uovo d’un mondo primordiale. Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche. Taluno è uomo sopra e pesce sotto, ma ognuno è una rincorsa della natura verso l’uomo. Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso; ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alla propria meta. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso.

[…]

Hermann Hesse, Demian, Fisher, 1919

Demian – Storia della giovinezza di Emil Sinclair, è un romanzo di formazione scritto in pochi mesi da Hermann Hesse durante la prima guerra mondiale e pubblicato per la prima volta nel 1919 presso l’editore Fischer, sotto lo pseudonimo di “Emil Sinclair”. È la storia di un uomo combattuto tra due mondi, quello retto, “chiaro e giusto” e quello proibito e cattivo, problematica che esercitava grande impressione sui giovani reduci della guerra. Probabilmente il nome di Sinclair è stato suggerito allo scrittore da un Eduard von Sinclair, amico e benefattore di Friedrich  Hölderlin. Il romanzo dovette piacere molto anche a Thomas Mann che lo definì un piccolo capolavoro e che per qualche tempo credette all’esistenza di un Sinclair, uno scrittore giovane e malato che risiedeva in Svizzera. L’opera di Hesse fu il risultato di una profonda crisi interiore vissuta dall’autore, sono presenti infatti echi autobiografici della propria adolescenza tormentata, che affermò di aver compreso razionalmente solo vent’anni dopo, grazie a quest’opera. Appaiono anche frequenti citazioni e richiami biblici, riflesso dell’educazione cristiana ricevuta durante l’infanzia. Sono presenti anche gli influssi culturali del tempo, come la filosofia di Friedrich Nietzsche e la psicologia analitica di Carl Gustav Jung nonché il tema tipicamente hessiano della polarità, che si ritroverà in molti lavori successivi. Durante gli anni vissuti a Berna, Hesse potè approfondire anche lo studio delle opere di Freud e la conoscenza della teoria degli istinti, dell’inconscio, dell’interpretazione dei sogni. Nel romanzo i fatti sono descritti in prima persona: Emil Sinclair narra la propria  evoluzione spirituale attraverso gli anni della crescita. Sin dall’inizio Emil  è diviso tra due opposte visioni della vita: la luce e il bene da un lato, l’oscurità e il male dall’altro. Il primo gli proviene dalla famiglia; il secondo è invece quello “proibito”, che Emil, suo malgrado, trova emozionante e attraente. Egli vorrebbe condurre una vita esemplare sul modello dei genitori, ma la sua inclinazione lo conduce sempre più verso la perdizione. Diviene così  succube di Franz Kromer, un ragazzo malvagio e prepotente, dal quale subisce ripetuti episodi di bullismo, violenza ed estorsione. Il giovane Emil arriva a rubare soldi a casa non osando confessare la verità ai propri familiari. Diventa sempre più introverso e scontroso e pare quasi attendere la distruzione del mondo, unica possibilità di salvezza. Si rivela provvidenziale però l’arrivo di un nuovo compagno di scuola, Max Demian, che lo libera dalla dipendenza negativa di Kromer. All’inizio, il nuovo ragazzo suscita l’interesse di molti tra i coetanei, dando l’impressione di essere molto intelligente e maturo per la sua età. Durante una passeggiata Max racconta a Emil la propria interpretazione della leggenda biblica di Caino e Abele: il marchio impresso sulla fronte del fratricida, non era il segno della sua colpevolezza ma simbolo di superiorità e di forza. Quando Max scopre che Emil soffre a causa di Franz, contribuisce a risolvergli il problema ma Emil si ritira nella ritrovata serenità della sua fanciullezza, perdendolo di vista. Qualche anno dopo, tra i partecipanti alle lezioni del catechismo, ritrova Demian, a cui si avvicina nuovamente, perché a lui affine. Egli influenza sempre più Emil con le sue opinioni filosofiche e le sue critiche ad alcuni concetti religiosi e simbologie bibliche, tanto che Emil comincia a rendersi conto che  Dio è rappresentato come “buono” solo a metà, mentre l’altra metà viene attribuita al demonio. Il giovane ripensa così al conflitto insanabile tra due mondi paralleli presenti in ciascun essere umano, si tratta dunque di un problema riguardante l’intera umanità. Max gli spiega che anche i pensieri della metà oscura devono essere realizzati: ogni individuo deve decidere da solo  ciò che è giusto e ciò che è proibito per lui in ogni momento, perchè le stesse convenzioni sociali cambiano e si modificano nel corso del tempo. Dopo l’estate Emil si separa dal suo ambiente e da Demian, per proseguire gli studi in collegio. Dopo più di un anno vissuto in maniera solitaria e ritirata, compiuti i sedici anni, diventa un assiduo frequentatore di taverne e, mentre si vede scivolare sempre più verso il mondo oscuro, avverte l’urgenza di un amore. I genitori, che si son recati da lui a fargli visita, quasi non lo riconoscono tanto appare scontroso e indisciplinato. Il suo conflitto interiore comincia a risolversi quando incontra una donna e se ne innamora. La chiama Beatrice, come la Portinari amata da Dante Alighieri.  Prova perfino a dipingere dei ritratti della sua amata in cui però riconosce la fisionomia di Demian. In un momento d’ispirazione disegna un uccello che sembra uscire da un gigantesco uovo e lo spedisce al vecchio amico. Poco dopo, durante una lezione, Emil trova all’interno d’un libro un piccolo pezzo di carta con incise alcune parole vergate da Max che fanno riferimento all’uccello che lotta per uscire dal suo guscio cioè dal suo mondo in direzione della divinità Abraxas, che appunto unisce in sé sia il divino che il diabolico. A questo punto Emil conosce un organista di nome Pistorius, cultore di mitologie e religioni antiche in cui trova un confidente e una guida, nel quale si può ravvisare lo psicanalista del sanatorio dove Hesse fu ricoverato per un esaurimento nervoso e successivamente conosce un giovane di nome Knauer.  Una sera, Emil, trascinato da una profonda forza interiore, si reca alla periferia della città immersa nella neve, e dopo aver riconosciuto il nuovo amico Knauer, riesce a farlo desistere dal suicidio. Capisce così che la cosa più importante è che le persone individuino il  cammino da percorrere, assegnatogli dal destino  e lo perseguano senza fermarsi. In procinto di intraprendere l’università, e superati ormai i diciotto anni, Emil incontra Max Demian; dopo una visita alla madre di Demian, la signora Eva, con stupore riconosce in lei l’oggetto d’amore delle sue fantasie. La donna diventa per il giovane il suo punto di riferimento ed egli comincia a frequentare assiduamente la sua casa e suo figlio Max. I tre formano sempre più una specie di ristretta comunità in cui vige una costante armonia. Allo scoppio della guerra tra la Germania e la Russia, i due amici però si vedono costretti a partire. L’ultima volta che Emil incontra Max è in un ospedale militare, dove si trova ricoverato in quanto gravemente ferito dallo scoppio di una granata. Si salutano e Max gli dice che, se non dovesse mai più rivederlo, lo ritroverà dentro se stesso. Durante la stesura dell’opera Hesse si trovava in conflitto con la prima moglie, aveva da poco perso il padre e si era dovuto rifugiare in Svizzera dalla Germania a causa della guerra. Per tutto il 1917 svolse presso il dottor Lang, allievo di Carl Gustav Jung, una novantina di sedute per potersi riprendere dal brutto stato in cui versava. Tutto il romanzo invita i giovani a ripercorrere il cammino dell’interiorità alla ricerca della verità nascosta tra le pieghe dell’inconscio. È  imperniato sul raggiungimento del  attraverso cinque tappe fondamentali: conoscenza dell’ombra, parte nascosta dell’Io che lotta per emergere (Franz Kromer), conoscenza della guida che può essere considerato il deimon del ragazzo(Max Demian), conoscenza dell’anima, proiezione dell’amore interno (Beatrice), conoscenza dell’inconscio collettivo ricorrente nei popoli antichi e nelle religioni (Pistorius), conoscenza della grande madre (Eva). Il Demian è anche un inno all’amicizia, come appare chiaro dai rapporti tra Sinclair e Demian o tra Sinclair e Pistorius. Quando uscì nel 1919 Demian coinvolse profondamente il pubblico giovanile, fortemente scosso e disorientato dall’esperienza della prima guerra mondiale. Il successo del libro fu enorme, Hesse utilizzò uno pseudonimo forse per il desiderio di rivelare un mondo nuovo, diverso da quello delle poesie e dei racconti precedenti. L’entusiasmo dei giovani era dovuto alla convinzione che lo scrittore fosse uno di loro, tanto era spontanea la narrazione, fresco e vivace lo stile. Allo scrittore fu perfino commissionato un premio letterario, dedicato all’opera prima di un autore emergente, il premio Fontane, che Hesse, ormai quarantenne, volle restituire. Soltanto la nona edizione uscì con il nome di Hermann Hesse.

Deborah Mega

Canto presente 30: Daìta Martinez

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Daìta Martinez

 

{ tre ore }

 

distillata contrazione

il tempo del supplizio

al richiamo contratto

 

era firenze

il giorno ingollato allo spanno del tuo respiro

ode di stili attenti sulla logica del seno

rinvenuta indulgenza di luglio

 

era il tramonto ed era l’alba

quel cenno osato sull’altare del borgo

passato di noi – amanti sorgenti

 

{ tre ore }

 

anamnesi variabile

la sosta convulsa

dal mento fuggiasca

 

era firenze

l’ipotesi sequestrata alla notte del mio errare

ambulante stupore sull’innesto dei capelli

smarriti al mercato disfatto

 

era senno ed era insania

quel bacio riempito sul rilievo del piede

silloge di noi – concetti sedotti

 

*

 

. allattari cu l’occhi

lu nidu du jardinu

appuiatu picciriddu nto funnu

di li vrazza .

 

. allattare con gli occhi / il nido del giardino / appoggiato bambino nel fondo / delle braccia .

 

*

 

precipita :

 

sotto appena lo squarcio degli oleandri

seguendo il mutare del violino

fili merlati nella questua del risveglio

 

strappate le dita

quando è doglia il silenzio

dopo l’attesa

prima del rovo

 

traccia :

 

sopra appena il fiato sgualcito

isolato ritmo la coltre sulla bocca calpesta

il profilo degli occhi all’inizio del sogno

 

dedalo la cenere

quando è rosso il legno

dopo l’acqua

prima delle scarpe

 

da : . la bottega di via alloro . – LietoColle, 2013

 

*

 

strada d’albicocco

dalle mani s’odora

il silenzio del treno

 

*

 

la pioggia arrossata

leggera l’ora sgorga

l’inguine nel mattino

 

*

 

‘a vucca  dintra ‘a vucca
strinci l’ura di la cunta e
grapi ‘u mari zappatu di
zammù talìa idda comu
tuppulìa chiantu duci di
la vigna ‘a sò vuci l’erva

 

la bocca  dentro la bocca / stringe l’ora di dire e / si apre il mare zappato di / anisetto guarda lei come / bussa pianto dolce della / vigna la sua voce l’erba

 

  • inediti

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

CLAUDIA PICCINNO

Il piano b
 
Brillai di luce autonoma
 
alla periferia del tuo sguardo,
 
ribellandomi al pensiero
 
di un sentire irrazionale.
 
Macinai chilometri di asfalto
 
per ancorare al terreno ogni mio passo,
 
ingurgitando dubbi per non volare altrove
 
e poi schiantarmi al suolo.
 
Di un credo e di un colore sbiadito
 
improvvisa corazza rimediai
 
per non concedere al cuore
 
vane attese o subdole speranze.
 
Non avevo considerato il piano b
 
quello che l’anima persegue a suo volere,
 
e che ti vede oggetto di un approdo
 
nei meandri sconfinati di un abbraccio.
 
Nelle latitudini delle tue braccia
 
io riposerò.
 
 
Duetto indissolubile
 
(storia di una nonna e una bambina)
 
 
Era là… acciambellata ai suoi piedi
 
in ascolto partecipe
 
annotando quelle rune d’autunno
 
come fosse vangelo.
 
Intuiva il privilegio dell’oralità
 
serbando nello scrigno degli esempi
 
il dire e il fare,
 
il pane che lievita incontri,
 
le conserve ribollenti amore.
 
Si accanì la sorte
 
sulla nonna e la bambina,
 
duetto indissolubile.
 
L’anziana guida divenne
 
piccolo pulcino senza piume
 
bisognoso di passi felpati
 
che attutissero la corsa
 
di cellule impazzite.
 
La bambina si mutò in chioccia
 
covando soluzioni alternative
 
per rinfoltire il piumaggio
 
e lucidare le ali della nonna ferita.
 
Alcuni voli non obbediscono alla traiettoria
 
Invocando la ricerca
 
si asseconda la vita
 
impedendo ai malanni
 
di mutarsi in tiranni
 
questa lezione impartì il pulcino…
 
la bambina la divulgò per l’aia intera
 
amando, leggendo, ricordando.
 
 
Al cippo di Sabbiuno di Piano
 
(Bologna)
 
Li ho portati i miei studenti
 
al cippo di Sabbiuno di Piano
 
a leggere quei 34 nomi tenendoci per mano.
 
Arno e Vanes erano con noi a dir più volte
 
non eravamo eroi,
 
non c’erano né buoni né cattivi,
 
c’era la guerra
 
e urgeva difendere la nostra terra.
 
Ci narrarono il coraggio del Romagna
 
di Franco Franchini nome di battaglia
 
di quando assalì il casale del Guernelli
 
per liberare i compagni
 
in gabbia come uccelli.
 
36 furono i caduti in quel 14 ottobre del’44
 
ma 34 i nomi riportati
 
perché del polacco e del tedesco
 
i documenti non furon ritrovati,
 
s’erano uniti alla settima brigata
 
e al distaccamento di Franchini;
 
così ora sanno i miei bambini
 
a chi la scuola di campagna è intitolata.
 
La rotaia pigra
(sull’incidente ferroviario in Puglia luglio 2016)
 
Immutato scorcio
 
d’arco obliquo
 
in un percorso
 
circolare e tortuoso
 
si tinse di rosso all’improvviso.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
in un incedere
 
senza logica alcuna
 
senza meta prevista
 
se non la tangibile empatia
 
dei segni d’acqua
 
e la loro ostinata ricerca d’intensità
 
imprigionata in una normalità agognata
 
e a volte ripudiata.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
tra quesiti esistenziali
 
e indomiti perché
 
senza soffocare
 
irrazionali voglie
 
e immotivati sguardi,
 
curiosità remote
 
e intuizioni accidentali.
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
finché stridula frenò
 
su un compromesso.
 
 
Sui cavi
 
Sono esposti al pubblico dominio
 
i sentimenti pubblici e privati
 
dei nativi digitali.
 
Non più piccioni viaggiatori
 
o serenate al chiaror lunare.
 
Eppure
 
nei panni stesi ad asciugare
 
si condensa iridescente
 
voglia di socializzare
 
per scongiurare con un bip
 
la desolazione di silenzi
 
troppo a lungo trattenuti.
 
S’acquieta sui cavi
 
la solitudine
 
dei giorni odierni.
 
Dolore e forza
 
Sto abitando il tuo dolore madre mia.
 
Sento le vene tumefatte delle tue braccia.
 
Annuso il rantolo di un cuore stanco.
 
Guardo il tuo sonno intermittente
 
come la goccia che cade lenta
 
a ricucire l’ennesimo strappo di un corpo martoriato.
 
Ho respirato la tua forza senza averlo mai saputo
 
sin dal mio viaggio nel tuo liquido amniotico.
 
Questa è l’eredità della tua stirpe… madre.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.
 
Perché insieme a te rinascerò
 
ancora una volta, oggi come ieri,
 
domani e sempre.
 
Ci sono eredità che si moltiplicano,
 
come fossero spilli sopra
 
l’asse di equilibrio.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.

Prisma lirico 18: Francesco Tontoli – René Magritte

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la breve poesia di Francesco Tontoli, l’opera di René Magritte, e tavola vivente di Wickham Flannagan ad essa ispirata

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René Magritte

Io sono per non esserci
sarei ciò che non sono
se fossi chi non c’è.
Sarebbe come essere
qualcuno che non sia
nessuno, e intanto è.

Testo: Una poesia di Francesco Tontoli

Opera: René Magritte, The invention of life, 1928

PUNTI DI VISTA 7: La Gioconda

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La Gioconda di Leonardo da Vinci.

La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di legno di pioppo  di dimensioni 77×53 cm, realizzato da Leonardo da Vinci. Fu dipinto  tra il 1503 e il 1506 ed è conservato nel Museo del Louvre di Parigi. Si tratta del ritratto più celebre e mitizzato della storia della pittura: oggetto di ammirazione quasi feticista, di tentativi di vandalismo e di furto e perfino bersaglio di deformazioni giocose e irridenti.

Il sorriso enigmatico del soggetto, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, letteratura, opere di immaginazione e persino studi psicoanalitici; sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata e idolatrata ma anche derisa o aggredita. La donna rappresentata è stata identificata con Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo da cui il nome di “Gioconda”. L’opera è citata in un documento del 1525,  Giorgio Vasari scrisse che il ritratto impegnò Leonardo per quattro anni e che si trovava fin dal 1542, presso il re Francesco di Francia nella Salle du bain del castello di Fontainebleau. Lo stesso Vasari ci descrive così la Monna Lisa: «Gli occhi presentavano quell’aspetto lucido e umido che si vede dal vero; e attorno a essi c’erano quelle venature rosse e i peli che si possono dipingere solo con grande perizia. Le ciglia non potevano essere più naturali…». Ci parla della peluria delle sopracciglia e di fossette sulle guance, in realtà assenti, ciò è spiegabile con la particolare storia del dipinto, che venne ritoccato per anni e anni dall’artista. Vasari potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell’opera com’era visibile a Firenze fino al 1508; analisi ai raggi X hanno dimostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale. Esiste anche un altro appunto del 1503 del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, a sostegno delle testimonianze del Vasari, in cui si afferma l’esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo. Altre identificazioni proposte sono state Isabella d’Este, Caterina Sforza, la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca, Isabella d’Aragona, Bianca Giovanna Sforza, figlia legittimata di Ludovico il Moro, Monna Pacifica, madre di Ippolito de’ Medici, morta dandolo alla luce, ipotesi affascinante, anche se non condivisa da molti. Potrebbe trattarsi anche di Costanza d’Avalos, nobile dama spagnola stabilitasi con la sua famiglia a Napoli. In seguito Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles, ma dopo la rivoluzione francese venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece collocare nella sua camera da letto, ma nel 1804 tornò al Louvre. Tra il 20 e il 21 agosto del 1911, la Gioconda venne rubata. Della sottrazione si accorse un copista,  che aveva avuto il permesso di riprodurre l’opera a porte chiuse. Del furto fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire,  anche Pablo Picasso venne interrogato ma, come Apollinaire, fu in seguito rilasciato. Un ex impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, convinto che il dipinto appartenesse all’Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo aveva rubato, si era rinchiuso in uno sgabuzzino ed era riuscito ad allontanarsi dal museo senza destare sospetti. Custodì l’opera per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d’origine, Luino, con l’intenzione di “regalarlo all’Italia”. Si rivolse all’antiquario fiorentino Alfredo Geri, e con l’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi si accorse che si trattava dell’originale e se la fecero consegnare per “verificarne l’autenticità”. Nell’attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato. Il dipinto recuperato venne esibito in tutta Italia; prima agli Uffizi a Firenze, poi a Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese, prima del suo definitivo rientro al Louvre. Sicuramente il furto contribuì alla nascita del mito della Gioconda e così entrò decisamente nell’immaginario collettivo.

Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in luoghi sicuri. Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell’acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto; attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza. Studi del 2006 hanno rilevato che in un primo tempo tutto il volto della donna pare fosse ricoperto da un sottile velo, che, all’epoca era portato dalle donne in dolce attesa o che avevano appena partorito. Il dadaista Marcel Duchamp, aggiunse ad una riproduzione del dipinto i baffi; Andy Warhol riprodusse il dipinto in serie, Botero la ridipinse paffuta. Numerosissimi sono stati gli utilizzi e le citazioni nel mondo del cinema, della musica, della televisione e della pubblicità.

La donna è ritratta a mezza figura, rivolta a sinistra, ma con il volto frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, si apre un paesaggio fluviale. Indossa una pesante veste scollata, con maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti. Per quanto riguarda la luce, questa arriva dal fondo, diventa sempre più debole man mano che si avvicina alla donna, sembra dissolversi e scomparire tra i suoi capelli, restando molto intensa sulle mani e sul volto e conferendo grande vitalità alla donna. La particolare luminosità impedisce di oggettivare i particolari fisici e favorisce la proiezione fantastica dello spettatore così come il sorriso che anima il volto della donna restando indefinibile sul piano delle emozioni e degli stati affettivi. Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma che rappresenti un punto della Toscana, là dove l’Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. Sulla destra della Gioconda c’è un ponte antico, di stile romanico, identico al ponte di Buriano, che scavalca tutt’oggi l’Arno.  Se si risale il corso di questo canale, andando a ritroso, bisogna superare una serie di meandri e poi ci si infila in una gola, la Gola di Pratantico. I rilievi a sinistra della Gioconda sono aguzzi, scavati dall’erosione e in effetti, oltre il ponte, si possono osservare i calanchi. Alcuni ritengono che i paesaggi di Leonardo siano prealpini, dei dintorni di Lecco, l’ambiente ritratto potrebbe assomigliare anche al Lago di Iseo.  Altri hanno affermato che i paesaggi sarebbero quelli del Ducato di Urbino. Il saggio di Alberto Angela intitolato Gli occhi della Gioconda tratta il mistero della Gioconda: tra esempi, citazioni colte e descrizioni, ci racconta che l’opera è molto più di un ritratto, è il simbolo di un’epoca di straordinaria importanza, il Rinascimento e del suo più grande rappresentante.

Deborah Mega

Canto presente 29: Giacomo Cerrai

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Giacomo Cerrai

FINES

oltre la parete le voci dicono qualcosa che fluisce, e non partecipa.
Non è corrente, non trasporta, lascia solitario.
Il costante ritardo d’altre parole crea bocche vuote un silenzio retrogrado.
Oltre la parete si può solo immaginare ed è difficile che tipo di vita.
L’alternativa è nel ramo l’ombra percossa sul vetro un’anima di vento e clorofille
un’agitazione sur place di pensieri indisciplinati.
Questa reclusione volontaria è un limite costipato d’immagini
domesticate immodificabili da una immaginazione arresa
e qui finisce la terra ed anche il sogno
se si smette di sognare di zittire le voci di innalzare le braccia come
a un libro aperto poggiato su un ripiano troppo in alto.

lug. ’15

 

da Nuovi paesaggi deserti

fisica di luci parassite

Cassiopea non riesce a brillare sulla superficie della piscina per eccesso di luce.
Il vento che arriccia il celeste non aiuta, una trasparenza niente affatto chiara
(nella notte) vibra.
Le volte che i corpi hanno rotto l’incantesimo della superficie è una statistica comica e turistica.
Nessuno di essi aveva nome e cognome (Hans, Dieter, Sepp) che spostasse una massa d’acqua
uguale ed irritata.
Le increspature si placano quando il vento cessa di osservare
la solitudine ossificata degli assenti.
Ma Cassiopea non riesce a brillare d’una luce forse già cessata
che la natura minerale dell’acqua non trattiene.
Con l’elemento si acquieta come una frattura sul fondo.
Attraverso dove, una dimenticanza.

Umbria, set. ’15

 

la finestra libro
aperta leggibile il quanto
che passa ad una altezza che varia
con la luce

nulla che nel tempo terso appaia
distante
nemmeno l’invisibile nemmeno
nel buio celante la materia

è credere, questo, in una
intelligenza
nostra o altrui?

quanto la trasparenza il dubbio
aggiunge una bellezza
all’umano

gen. ’14

 

non con questo sonno
non con una mente discorsiva
che si interroga
non ce la faccio – dici –
non articolo una giustificazione
la parole hanno il loro collare
e guinzagli lunghi
ed ogni parola riceve uno strattone uguale e contrario
troppo simile a una garrota sadomaso
invece alla distanza giusta
quella di interlocutori in trattativa
da un lato all’altro di un tavolo di vetro
allora sì le cose cambiano
specie se la distanza è una assenza
quella a capire infine necessaria
se valga la pena essere colmata
specie se la distanza è un civile segno sulla faccia

ott. ’14

 

qualcosa che perturba.

non è il rosso terminale delle foglie
il bianco di chi si avvicina al varco
il blu d’un profondo inarrivabile.

è il senso della misura, credo,
il limite del limite ai sogni, come

legare un cavallo all’albero

recintare il terreno

recintare il recinto

lasciare una pecora a guardia

gen. ’13

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANIA ONIDI

TEGENARIA
 
Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.
 
Il silenzio convulsione,
annuncia vita.
 
Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.
 
Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.
 
Dire.
 
EOS
 
Penso al mattino,
quando apparve in cielo Aurora dalle dita di rose.
Ti alzasti dal letto.
Rapita, studiavo la geografia del tuo corpo.
Stavi sui miei occhi,
stavi in punta di lingua come un dio
al quale implorare un miracolo.
Cerco di calmare le dita
adesso.
Pensare al quadro
usare il filo.
 
 
I’m waiting here
 
Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.
Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.
 
I GIORNI
 
Ho apparecchiato la tavola,
ho messo un vaso di fiori al centro
e due piatti ai lati, uno per te e uno per me,
poi ho chiamato piano il tuo nome
con la fiducia cieca dei girasoli
e ho aspettato.
A mezzogiorno il sole ha aperto il fuoco,
il caldo mi ha dilatato i vasi sanguigni.
Da allora sono corpo in caduta
canto fine a sé stesso.
Il mare passa dentro la cruna.
La casa svuota nevralgie.
I piatti interrogano la polvere spietatamente.
Ci sono giorni che ho bisogno di smontare il cuore dal resto del corpo,
di lasciarlo là a scolare
come una stoviglia stanca
nel silenzio elegante degli oggetti
in cerca di pace in fuga da tutti quei gorgoglii di sangue
che ubriacano anche il cervello.
 
NOTTURNO
I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.
 
II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

Prisma lirico 17: Giorgio Caproni – Ivan Konstantinovič Ajvazovskij – Anna Ancher

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la breve poesia di Giorgio Caproni e le opere di Ivan Konstantinovič Ajvazovskij  e Anna Ancher

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Tra le onde (1898)

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij 

Hanno rubato Dio.
Il cielo è vuoto.
Il ladro non è ancora stato
(non lo sarà mai) arrestato.

Giorgio Caproni

Cornfield at harvest time

Anna Ancher

 

testo:

“Furto” di Giorgio Caproni da Versicoli del Controcaproni, 1969 e anni seguenti, inedito

opere:

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Tra le onde (1898)
Anna Ancher (18 August 1859 – 15 April 1935) Campo di grano al momento del raccolto

RandoMusic 7: The Passenger

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The Passenger, un brano composto da Iggy Pop che ne ha scritto anche il testo e dal chitarrista Ricky Gardiner, interpretata dallo stesso Iggy Pop e pubblicata come quarta traccia nell’album del 1977, Lust for Life, il secondo album del cantante,  pubblicato il 29 agosto 1977 per l’etichetta discografica RCA Records.

Inizia con un riff di chitarra riconoscibilissimo, mentre nel ritornello, compare come seconda voce quella di David Bowie. Il brano, mai pubblicato come singolo, ha riscosso grande popolarità, tanto da essere riproposto da molti gruppi come la band inglese Siouxsie and the Banshees nell’album Through the Looking Glass del 1987 e i R.E.M. come b-side del singolo At My Most Beautiful del 1999. E’ stato utilizzato anche come colonna sonora di videogiochi, pubblicità, film come Radiofreccia e This Must Be the Place. 

Le sessioni di registrazione di Lust for Life si svolsero all’Hansa Studio by the Wall di Berlino ovest.  Con Bowie alla tastiera e ai cori, il gruppo includeva buona parte dei futuri Tin Machine. La foto di copertina era opera di Andy Kent. La prima traccia del disco, Lust for Life, ha riacquistato successo dopo essere stata utilizzata nel film Trainspotting del 1996.

Iggy Pop, pseudonimo di James Newell Osterberg Jr. è un cantante statunitense, una delle icone del punk rock, fin dai tempi della militanza giovanile negli Stooges, sebbene nel corso della sua carriera abbia sperimentato una vasta gamma di generi, dall’elettronica all’hard rock, dal blues al pop. Fece parte degli Iguanas come batterista tra il 1963 ed 1965 (da cui il suo soprannome “Iggy” da Iguana), dei Prime Movers e come cantante degli Psychedelic Stooges, in seguito solamente The Stooges. Molti considerano i loro tre album, “The Stooges” del 1968, “Fun house” del 1970 e “Raw Power” del 1973, l’abbecedario del rock duro. Lo stile di Iggy Pop iniziò a prendere forma dopo che ebbe assistito ad un’esibizione del cantante Jim Morrison, nel 1967 all’University of Michigan. Pop fu il primo performer a praticare lo stage diving, mettendo in pratica comportamenti estremi come rotolarsi su vetri rotti, automutilarsi, vomitare sul palcoscenico.

Poco tempo dopo, il gruppo si sciolse a causa della crescente dipendenza dall’eroina di Pop, che successivamente intraprese l’attività da solista. Nel 1971 la carriera di Iggy ricevette un forte impulso a ripartire dalla relazione con Bowie, quando il Duca Bianco decise nel 1972 di produrre un nuovo album degli Stooges in Inghilterra. Dal momento che né Pop né Bowie erano rimasti soddisfatti dei musicisti inglesi che si erano proposti, decisero di richiamare i fratelli Asheton dagli Stati Uniti. Il prodotto che ne venne fuori fu Raw Power, che però non riscosse alcun successo commerciale. Intanto i problemi di tossicodipendenza di Iggy persistevano: l’ultimo concerto degli Stooges si tramutò in una rissa generale.  La band si sciolse nuovamente. Incapace di controllare il suo abuso di droga, Pop si autoricoverò in un istituto di igiene mentale, David Bowie fu uno dei pochi amici a fargli visita in ospedale e nel 1976, lo portò con sé in tour. Bowie e Pop si trasferirono insieme a Berlino per cercare ognuno di superare le proprie dipendenze. Nel 1977 Iggy firmò un contratto con la RCA e, in un solo anno, realizzò due album travolgenti, “The Idiot” e “Lust for life”, due veri capolavori, nei quali Bowie guidò l’amico riuscendo a fargli incanalare l’energia verso la creatività, furono composti così brani come “ Fun time”, “Nightclubbing”,“Lust for life”, “The passenger”, “China Girl”.
Tra gli anni ottanta e novanta Iggy Pop è passato da un genere all’altro e ha collaborato con diverse band. Dal 2003 è tornato a cantare in una nuova formazione degli Stooges. Nel 2012 è uscito il suo 16º album solista Après, contenente cover in lingua francese.

Gli anni che seguono consolidano il mito, ancora oggi che ha compiuto settant’anni, è un performer straordinario, sulla scia di Elvis e Jim Morrison, modello per centinaia di cantanti rock, simbolo di un modo di intendere la musica come gusto di sorprendere, energia vitale, esplosione ed elettricità, follia, poesia e vita al limite che solo lui  incarna e sa mettere in scena.

Deborah Mega

Forma alchemica 21: Sylvia Plath

L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro.
La levatrice ti ha schiaffeggiato sotto i piedi e il tuo nudo grido
ha preso il suo posto fra gli elementi.

Le nostre voci echeggiano, esaltando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo pieno di correnti, la tua nudità è ombra della nostra sicurezza.
Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti.

Non sono tua madre più di quanto
lo sia la nuvola che distilla uno specchio per riflettere la propria lenta
cancellazione per mano del vento.

Per tutta la notte il tuo respiro di falena tremola
fra le piatte rose rosa. Veglio per ascoltare:
un mare lontano si muove nel mio orecchio.

Un grido, e scendo dal letto incespicando, pesante
come una mucca e floreale
nella mia camicia da notte vittoriana.
La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e inghiotte le sue opache stelle. E ora tu provi
la tua manciata di note;
le vocali chiare salgono come palloncini.

19.02.1961, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Io non ero ancora nata e Sylvia Plath scriveva questa poesia dedicata alla sua primogenita Frieda, nata nell’aprile del 1960. La propongo in forma alchemica perché sin dalla prima lettura, avvenuta molti anni fa, mi ha impressionato quel singolare miscuglio di:

  • amore materno (L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro –  Un grido, e scendo dal letto);
  • distacco da osservatore esterno (Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti – scendo dal letto incespicando, pesante come una mucca e floreale);
  • senso di estraneità (il tuo nudo grido ha preso il suo posto fra gli elementi. – Nuova statua. – Non sono tua madre più di quanto lo sia la nuvola… )

che trasuda dalla poesia ed è in grado di catturare magneticamente alla stupefatta lettura  fino alla fine del componimento.

C’è soprattutto un verso che trovo incantevole, frutto del parossismo dello spirito di osservazione e della capacità eccezionale d’inventiva poetica, il verso dove la poetessa assimila la boccuccia sottile di un neonato a quella dalle linee altrettanto nitide, sottili e pulite del felino di casa. (La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto.) E’ un’originale similitudine, singolare e coraggiosa, concentrato di tutti e tre i filoni portanti del testo: amore materno, distacco e senso di estraneità

La Plath è una poetessa geniale, graziosa d’aspetto e con una personalità affascinante. Nacque a Boston il 27 ottobre del 1932.

Amava la perfezione, gli studi letterari, la poesia. Scrisse la sua prima poesia ad appena 8 anni, restò orfana di padre a nove, tentò il suicidio a 18, si laureò con lode a 23. Cercò per tutta la vita di compiacere la madre nel suo desiderio che la figlia conquistasse successi e perfezione

Sposò Ted Hughes, poeta laureato inglese e con lui, dopo un periodo felice a Boston, si recò a Londra e successivamente nel Devon. Il fascino di Sylvia Plath è reso ancora più profondo dal disagio psichico  culminato il 31 ottobre del 1963 nel suo suicidio, avvenuto a Londa in un appartamento che era stato abitato da William Butler Yeats

Molti articoli in rete riportano e commentano, raccontano e romanzano il suicidio di Sylvia. Chiudersi in cucina, sigillare porte e finestre con nastro adesivo e asciugamani bagnati, infilare la testa nel forno e morire avvelenata dal monossido di carbonio è certo un modo pensato e caparbio di morire.  I figli al sicuro nella stanza accanto hanno pronta accanto al letto la colazione: una tazza di latte, pane e burro. A breve, Sylvia sapeva, sarebbe arrivata un’infermiera alle cui cure era stata affidata dal medico la famiglia e che infatti ebbe la macabra sorpresa di trovare la poetessa morta. Forse Sylvia non voleva morire, ma formulare una disperata richiesta di aiuto, forse pensava nel suo inconscio che l’infermiera sarebbe arrivata per tempo e avrebbe chiamato i soccorsi, che l’avrebbero rianimata, forse all’opposto la sua ansia di perfezione si manifestò anche nel programmare e portare a compimento il suicidio, con un calcolo perfetto dei tempi, della resistenza fiacca del suo organismo, della riuscita del suo progetto.

Non stava bene Sylvia, era prostata dall’abbandono di Ted Hughes che era andato a vivere con Assia Wevill della quale si era innamorato, questa probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso del disagio. Già la Plath aveva dovuto affrontare la nascita di due figli e un aborto nel 1961, dunque dal 1960 come un continuo martellamento il suo equilibrio era stato messo a dura prova, ben sappiamo quanto la nascita dei figli sconvolge la vita dei genitori e quanto impegno richiede ad una madre. L’inverno tra il 1962 e il 1963 era stato particolarmente rigido e sia la Plath che i suoi figli si erano ammalati. I bambini avevano ancora la febbre. Questa sequela di eventi avrà portato la Plath alla scelta nefasta della resa definitiva.

Nel 1959 Sylvia aveva frequentato insieme ad Anne Sexton un corso di scrittura creativa che influenzò molto il modo di scrivere di entrambe. La Plath e la Sexton sono considerate infatti le maggiori esponenti femminili della poesia “confessionale” per quanto l’etichetta, usata anche in senso negativo, non esalti a sufficienza l’originalità, l’inventiva e la profondità degli scritti di queste due autrici. Anche la parola poesia “femminista” è riduttiva, non solo perché insufficiente ad esprimere la complessità della scrittura poetica, ma perché maschera un deteriore tentativo di ridimensionamento.

Tra le due poetesse però si sviluppò un rapporto prevalentemente competitivo determinato dalla volontà di Sylvia di eccellere, dalla sua continua ricerca di perfezione, e dal disappunto che ella provava nei confronti della Sexton che riusciva, a differenza di quanto riusciva a fare lei, a scrivere di getto.

L’anno 1960 tuttavia dette il via al periodo più prolifico e brillante della Plath. Pubblicò The Colossus, dedicato a Hughes che lei appunto considerava un genio, scrisse il romanzo autobiografico La campana di vetro, che era stato appena pubblicato quando lei si suicidò e una serie di riuscite poesie che confluirono nella raccolta postuma Ariel che vide la luce nel 1965.

Ted Hughes e la madre di Sylvia Aurelia Schober esercitarono un controllo sulle pubblicazioni postume dell’autrice, parti del diario che la Plath teneva sono state distrutte dal marito, a suo dire, per tutelare i figli, la Schober invece ha bloccato le pubblicazioni della figlia negli Stati Uniti.

Mi ha impressionato la scia di suicidi che seguono quello di Sylvia come una sequela nefasta di negatività. Assia Wevill si suicidò sei anni dopo la morte di Sylvia con sonniferi e gas insieme la figlioletta che aveva avuta da Hughes. Più di recente, nel 2009, si è suicidato Nicholas Hughes, oceanografo, figlio di Sylvia e Ted.

Certo queste scelte terminali sono testimonianza di vite vissute drammaticamente, e la poesia di Sylvia non è altro che il modo di rendere visibile, comprensibile, quasi esporre questa drammaticità esistenziale. Non per niente Sylvia scriveva sul suo diario «La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo» e più sotto in carattere maiuscolo «LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA»

Ted Hughes, al quale l’opinione pubblica addebiterà la responsabilità del suicidio della Plath, confesserà in uno dei suo ultimi scritti, il suo amore mai sopito per lei; nel frattempo dalla morte ad oggi, grazie alla poesia, quindi proprio alla sua scrittura,  Sylvia, ha conquistato l’amore di moltissimi lettori e lettrici, e di molti poeti e poetesse, alcuni dei quali tentano, senza successo, di riprodurne l’inimitabile stile.

Loredana Semantica

 

Incipit 19: Un uomo

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Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.

[…] 

Oriana Fallaci, Un uomo, Rizzoli, 1979

Un uomo è un libro scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979, in cui la scrittrice racconta la storia di Alekos Panagulis, suo compagno tra il 1973 e il 1976 e simbolo di libertà e democrazia. “La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.” In questo modo la Fallaci presenta la sua opera nel prologo, attribuisce al suo personaggio i connotati emotivi e caratteriali dell’eroe classico e racconta una vicenda che presenta le caratteristiche mitopoietiche dell’epopea. Il romanzo si apre con i funerali di Alekos che avevano radunato un’enorme folla di persone, paragonata ad una piovra, i cui tentacoli avevano intasato le strade adiacenti. La storia prende avvio dal tentativo da parte del giovane studente di ingegneria, Alekos Panagulis, di uccidere il tiranno della Grecia, Georgios Papadopoulos. L’attentato fallisce ed Alekos viene catturato, torturato e infine condannato a morte il 17 novembre 1968 dunque trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione. La sentenza viene rinviata più volte e infine mai eseguita grazie alle pressioni della comunità internazionale e al timore da parte del regime che l’attentatore diventi un martire e così, il 25 novembre 1968, Panagulis viene tradotto nelle prigioni militari di Boiati. Panagulis continua ad essere torturato per cinque anni ma non si piega al progetto dei suoi carcerieri affinchè diventi collaboratore della dittatura. Durante la prigionia tenta più volte di evadere dal carcere di Boiati, ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Negli ultimi due anni di carcerazione, i più duri, è imprigionato in una cella di pochi metri quadrati denominata “La Tomba”.  Dopo anni di prigionia e maltrattamenti tornerà libero a seguito della grazia ricevuta dal governo democratico che si instaura alla caduta del regime di Papadopoulos. Qualche giorno dopo incontrerà la Fallaci che si era recata a fargli visita per intervistarlo. Da quell’incontro, prenderà avvio la loro storia d’amore che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 1º maggio 1976. Uscito di prigione, Panagulis, viene conteso dalla destra e dalla sinistra ma si rende conto che la democrazia di quel tempo era una farsa e che il parlamento era soggiogato dal potere della dittatura militare, rappresentata da un nuovo colonnello. Sorvegliati dai servizi segreti, Panagulis e la Fallaci riescono a rifugiarsi in Italia, da cui cercano, senza risultati, confidando nell’appoggio dei politici italiani, di rovesciare il dittatore greco. La storia d’amore procede tra alti e bassi, la giornalista in questi anni perde il bambino che aspetta da lui. Qualche tempo dopo Panagulis si rende conto che dall’estero non ha il potere di cambiare la situazione in Grecia e decide di ritornare in patria, tenta di fondare un proprio partito politico ma la sua iniziativa fallisce.  Con il partito Unione del Centro – Nuove forze, riesce a farsi eleggere deputato. Negli anni successivi Panagulis tenta di raccogliere documenti e testimonianze per dimostrare la natura corrotta della democrazia greca ma si mette in contrasto con il ministro della difesa Evangelos Averoff. Quando comincia a diffondere i documenti segreti di cui è venuto in possesso, viene ucciso in un incidente stradale, provocato da due sicari. Nei mesi successivi alla sua morte il governo greco non supporterà l’evidenza dell’omicidio, ignorando le perizie italiane effettuate sull’automobile di Panagulis che dimostravano i chiari segni degli speronamenti e dei tamponamenti. Il libro si conclude riprendendo l’incipit in modo ciclico, con il funerale di Panagulis accompagnato dalle grida dell’enorme massa di persone che urlano: “Zi! Zi! Zi!” (Vive! Vive! Vive!), segno che il popolo ha intuito le verità scomode che Panagulis tentava di far emergere. La Fallaci scrive una storia romanzata in cui si pone come narratore interno, avendo vissuto in prima persona diverse esperienze; talvolta diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista non coincide con quello del suo protagonista. Negli ultimi mesi della sua vita, Panagulis aveva insistito con la scrittrice affinché lei scrivesse un libro sulla sua vita, una volta morto e lei realizzò questo desiderio delineando una figura di eroe moderno che si batte per la libertà e per la verità contro tutto e tutti. Il romanzo è diventato un best seller tradotto in ben diciannove paesi. La Fallaci è riuscita a rendere Panagulis  immortale ed eterno e a trasmettere un insegnamento ancora attuale: “non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”.

Deborah Mega

Canto presente 28: Fabrizio Centofanti

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Fabrizio Centofanti

 

Volo/velo

Di attendere, di credere, di apprendere,

tutto è precluso dal negare,

irridere ogni volta, declassare.

Tappeti volanti della gioia,

rapitela, intanto che si fonde

con l’entourage del diavolo

in cravatta, sottratta all’orbita sacrale

delle cose! Ruttate, vomitate

il vostro odio, da scaffale

ammuffito di mercato.

Alzatela più in alto, che si veda

la stolida vittoria, l’apparente

sconfitta della storia.

 

L’Altro Mondo

Un Dio che scartavetra,

che lacera, che ottunde,

che scalza dai troni delle false

identità, che vomita

sui tiepidi, che fonde

nel forno fumante del rimorso,

che infonde una speranza a strappi,

un amore ferito e calpestato,

una luce introvabile che abbaglia,

un’attrazione per lo spolpamento,

per l’inutile appello, la preghiera

sospesa sull’abisso, in cui intravedi

il fondo, il Volto,

l’esito finale: l’Altro Mondo.

 

Ad ogni costo

Si può guardare in giù, come una volta,

giurare che mai più, che in quella morta

gora non torneremmo in nessun caso.

Convincersi che l’altro è l’emozione

giusta, non la paura di rischiare:

questo ti chiede l’Ora, che ci porta.

Mi guardi da un pianeta desolato

che solamente all’alba rassicura.

Punti di vista 6: La Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.

Per la storia dell’arte Michelangelo Merisi è stato un artista geniale e rivoluzionario. Era nato a Milano nel 1571, fu posto a bottega presso il pittore bergamasco Simone Peterzano ma si formò soprattutto a Roma, nella bottega di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino.  In seguito fu ospitato e protetto dal cardinale Francesco Maria Del Monte che lo inserì in un ambiente culturale ricco e vivace, esercitando una sorta di controllo sulla sua produzione durante il quinquennio 1594-1599. Nelle opere di Caravaggio è rappresentato il vero, la realtà naturale è raffigurata come se fosse un’istantanea, in essa la luce diventa uno strumento di grandissima potenza espressiva, in grado di rappresentare scene di grande intensità e umanità tanto sono coinvolgenti e realistiche. Siamo nel periodo barocco e le opere di Caravaggio ben preannunciano e rappresentano questo stile. In particolare mi soffermerei su due opere celebri che è possibile apprezzare presso la Cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, ai lati della pala d’altare di Annibale Carracci: la Crocifissione di San Pietro a sinistra e la Conversione di San Paolo a destra. Caravaggio ottenne l’incarico di lavorare in questa chiesa a seguito del grande successo raggiunto grazie alle tele realizzate per la cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi, il Martirio di San Matteo, la Vocazione di San Matteo e il San Matteo e l’angelo. In Santa Maria del Popolo, il committente fu monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere papale e uno dei giuristi più in vista della Roma del tempo, il quale decise di far eseguire i dipinti che dovevano decorare la sua cappella ai due più grandi artisti attivi a Roma a quel tempo: Annibale Carracci, che realizzò l’Assunzione della Vergine e Caravaggio. Lo stravolgimento delle iconografie comporta che nella Conversione di san Paolo, il cavallo occupi uno spazio predominante rispetto a quello riservato al santo, inoltre l’episodio non avviene all’aperto, secondo la tradizione, ma in una stalla buia. Entrambe le opere furono iniziate nel 1600 e terminate nel 1601. Il realismo è tale da aver portato gli studiosi a ipotizzare che Caravaggio abbia dipinto le opere utilizzando alcuni modelli.

La Crocifissione di San Pietro è un olio su tela (230×175 cm) di carattere volutamente antieroico e antiaulico, in cui la luce investe la croce e il santo. I carnefici di San Pietro, vestiti in abiti secenteschi, vengono ritratti mentre stanno per issare la grande croce, costretti dunque ad un lavoro faticoso. Anche la resa dei particolari è meticolosa, basti osservare le venature del legno della croce, il piede nero dell’aguzzino, il riflesso della luce sulle unghie del Santo. Il dipinto in oggetto è una seconda versione, che Caravaggio decise di realizzare su tela, dopo che le dimensioni della Cappella Cerasi furono ridotte. Da notare che San Pietro si fa crocifiggere a testa in giù per umiltà nei confronti di Cristo e inoltre tutti i personaggi raffigurati concorrono a formare una x. Lo sfondo buio contribuisce a far risaltare le figure rendendo in modo spettacolare il dinamismo e il realismo della scena.

Nella Conversione di San Paolo (o Conversione di Saulo) olio su tela di 230×175 cm, San Paolo, invece, ai piedi di un cavallo è testimone dell’apparizione di Gesù. La scena infatti ritrae Saulo mentre, sulla via di Damasco, gli appare Gesù Cristo in una luce accecante, simbolo della grazia divina, che gli ordina di desistere dal perseguitarlo. La luce investe il manto pezzato del cavallo che alza la zampa per non calpestare Paolo mentre uno stalliere lo trattiene per il morso. Caravaggio utilizza una luce accecante mentre Paolo vive un dramma tutto interiore. La novità del linguaggio di Caravaggio non fu facilmente compresa e anche le scelte iconografiche suscitarono reazioni violente. La sua fama in quegli anni cresceva sempre di più di pari passo con gelosie e contrasti negli ambienti artistici. Lo sfondo nero, oltre ad avere una funzione simbolica, si presta a far risaltare la verità ottica dell’immagine e la plasticità dei personaggi in particolare del cavallo, che occupa una parte rilevante del dipinto, scelta che ancora una volta rende evidente il carattere innovatore della pittura caravaggesca.

Deborah Mega