Forma alchemica 23: Giorgio Caproni

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Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

Commento oggi una poesia breve. Giorgio Caproni alla sbarra esegue la sua danza. Un volteggio celeste di parole. Contraddizione e sintesi in questo testo. Un ricercare alla radice della sedentarietà che si sposa con l’esistenza/non esistenza. Uno sparire sullo sfondo dell’essere sempre in un luogo, per andare dove mai si è andati, quindi per restare fermi, non muoversi, quasi piantati, eppure dinamici. Un percussivo battere di infiniti, un andamento circolare di versi che vanno e vengono e restano nella presenza in un luogo – topos fisico e metaforico – dove mai l’io poetico fu.

Caproni semplice e stimolante, lapalissiano e lampante, nel senso proprio di fulminante, in questo inseguirsi verbale di affermazioni e negazioni  che richiama molta poesia di Pessoa; il suo eterno contraddirsi consegnato al  corpus poetico. Come per Pessoa tuttavia in Caproni  sono presenti, nella contrapposizione dell’essere/non essere, restare o andare,  gli echi metafisici dell’immaterialità  e dell’ assoluto. Grandi temi che denunciano una ricerca profonda della verità personale, un’interrogazione sulla verità del mondo.

Non si tratta dunque di giochi di parole, non c’è alcuna volontà d’impressionare il lettore, il linguaggio è comune, quotidiano. Rimarco particolarmente quest’aspetto in contrasto con certa poesia letta di recente in rete che appare una sorta di trasposizione in versi di un “Grande fratello” (il famoso programma guardone) con intenti di dissacrazione. Poesia che ricorre all’ ostentazione di un linguaggio turpe e ammiccamenti che lasciano intuire perversioni/ossessioni sessuali per impressionare, catturare l’attenzione, incuriosire e interrogarsi fino a che punto viene condotto il gioco.

Non sono io che cerco la poesia da proporre in forma alchemica è la poesia che viene a me. Non per niente leggo in questi giorni Caproni e questa sua, quasi un compensare la cattiva impressione lasciata dall’offerta di altri testi letti. In verità questa forma alchemica muove da questo questo testo e dalla premessa appena esposta per sviluppare una serie di considerazioni sulla poesia: natura, valenza, potenza e potenzialità, veicolo, strumento.

Ho sempre sostenuto che in poesia si possa dire tutto, che non c’è da temere la parola, men che meno temere di pronunziarne una. Non si deve aver paura di chiamare le cose con il loro nome: il pene è l’organo sessuale maschile, il coito è l’accoppiamento, l’elefante ha la proboscide, l’ape punge. La sequenza è volutamente allusiva.  Ho appreso recentemente che squirtare è l’atto dell’eiaculazione femminile. Mi sono compiaciuta del grazioso nome che essa ha assunto nel mondo. Mi sono detta che non si finisce mai di imparare. Tant’è che recentemente ho appreso come porre a confronto i dati di due colonne di excel formattando automaticamente gli eventuali duplicati.

Una cosa tuttavia è l’atto di imparare, un’altra è scrivere o leggere poesia. Perché si scrive poesia se non per consegnare al mondo la propria verità profonda? E ci si augura che questa verità ingentilisca il mondo, lo alimenti di bellezza. Scavare nel proprio pensiero fino ai punti più reconditi permette di esprimere concetti sottili e belli che contengono al loro interno riferimenti ai punti critici delle domande esistenziali. Le domande che il poeta pone a se stesso sono al contempo interrogativi che egli ci offre. Noi sentiamo di condividerli ravvisando nella sua ricerca una speciale progressione della ricerca collettiva, un avanzamento verso una verità mai pienamente posseduta, che prima o poi tuttavia raggiungeremo. Le menti più eccelse, le sensibilità più acute si muovono alla sua ricerca, quasi punte avanzate del pensiero umano, rivolte all’oltre, all’introspezione, alla descrizione, mediante il qui e ora, attraversando il presente.

Quando ritorno sfinita da una giornata di lavoro, poesia come quella che qui propongo mi dà ristoro. Viceversa leggere in versi parole che lasciano il sospetto di una voluta ostentazione, esercizio stilistico forte e forse, ma comunque composte da una sequenza di associazioni verbali allusive di perversioni e oscenità, la reazione è di repulsa. La stessa reazione che provoca la poesia scadente pervasa da sentimenti, sentimentalismi, nuvole e tramonti. Certamente è vero che le brutture esistono nel mondo, vero che la poesia accetta la verità come una forma di ricerca di bellezza, ma se si intuisce l’intento di impressionare, di ostentare e provocare allora non so più se sia possibile dirla poesia, perché non so più quanta verità contenga e, pertanto, sento come osceno anche il ricorso a questa forma di arte, che tutto tollera sia con esso espresso, tranne la menzogna.

D’altra parte quante volte ho letto della poesia associata all’idea di scoria, superfluo, escremento, qualcosa di tossico, di cui liberarsi, allora potrebbe succedere che si scriva vomitando addosso al mondo il male percepito, e qualora il male fosse vero, qualora vero fosse il dolore, certo la questione muta angolazione. Ancora una volta torniamo all’idea di verità, sebbene in questo caso la poesia non sia modalità di ricerca della verità che s’illumina di bellezza, ma viene strumentalizzata per restituire il male. Diventa valvola di sfogo del proprio travaglio, del male subito, del dolore provato. A questo proposito devo riconoscere che altra cosa che guasta la bellezza è la virulenza. La bellezza è compostezza, distanza, pace, silenzio. Ha consistenza bianca marmorea fino alla luce accecante. Tra le righe di un foglio bianco traspare questo controllo della potenza, quel domino della parola ch’è setacciare profondità, innalzarsi alle vette. Quando un immenso dolore decanta si esprime con diverse parole che trasmettono sensazioni diverse da quelle suscitate quand’esso è troppo vivo e taglia la carne. La poesia non è fatta per affettare il cuore, ma per suggerire una via di ristoro al dolore, per raccontare il dolore lontano con parole anche forti, ma che ne sostengono il peso, perché frutto di raccoglimento, rassegnazione, riflessione.

In conclusione la poesia non è per la menzogna e neanche per farne strumento dei propri bisogni, ma esiste per volare, condurci oltre, nel luogo dove sappiamo essere l’assoluto. Assoluto impossibile da raggiungere eppure intravisto nei viaggi mentali, ispirati e assorti, che preparano e precedono l’atto poetico. L’assoluto che tutto contiene della nostra vita ed esperienza e comprende ciò che è, sarà e saremo. Tutto questo eterno e infinito contenuto ha modo di manifestarsi nella più alta forma della parola: la poesia.

Non intendo con ciò deificare questa forma espressiva,  tantomeno venerarla, ma certo suggerisco a chi si accinga a “maneggiarla” di rispettarla per la sua valenza, per la sua potenza. E’ responsabilità dello scrittore di evitare di aggiungere orrido all’orrido, osceno all’osceno, male che traduce il male, che trasmette il male, ed è sua responsabilità l’incapacità di coltivare la bellezza. Cioè l’unica cosa che ci salva, che ci consola.

Loredana Semantica

PUNTI DI VISTA 9: L’urlo

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo L’urlo di Edvard Munch.

“L’urlo” (titolo originale: Skrik), è un celebre dipinto del pittore norvegese Edvard Munch.  Realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello, come per altre opere di Munch è stato dipinto in più versioni, quattro in totale. Quella collocata nella Galleria Nazionale di Oslo è di 91×73,5 centimetri. Lo spunto del quadro è prettamente autobiografico. È infatti lo stesso Munch a descrivere, in una pagina di diario, le circostanze che hanno portato alla genesi de L’urlo: « Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo. » La gestazione del dipinto fu assai lunga e richiese vari bozzetti e tentativi.  Fu solo nel 1893 che Munch realizzò finalmente L’urlo, come parte di un ciclo di dipinti che egli stesso definì Fregio della vita. Tra il 1893 e il 1910, l’artista, realizzò altre tre versioni del medesimo soggetto. La prima versione del 1893 (74×56 cm), è un pastello su cartone; la versione definitiva (91×73,5 cm), fu realizzata nello stesso anno. Due anni dopo realizzò una terza versione (79×59 cm), un pastello su tavola, battuto dalla casa d’asta londinese Sotheby’s il 2 maggio 2012 per la somma record di 120 milioni di dollari. L’ultima versione (83×66 cm), una tempera su pannello, è stata invece stesa nel 1910. Nel 2004 alcuni ricercatori hanno supposto che il cielo color rosso sangue del quadro sia in realtà una riproduzione accurata del cielo norvegese dopo l’eruzione del Krakatoa. Però solo sei anni dopo l’eruzione, con gli amici Christian Krohg e Frits Thaulow (identificabili con le due silhouette del quadro), Munch affittò una piccola abitazione nei pressi dell’Oslofjord. L’urlo raffigura un sentiero in salita sulla collina di Ekberg, sopra la città di Oslo, confuso con un ponte, a causa del parapetto che taglia diagonalmente la composizione; su questo sentiero si sta consumando un urlo lancinante, che in quest’opera acquisisce un carattere universale, elevando la scena a simbolo del dramma collettivo dell’angoscia e del dolore dell’uomo.

Il soggetto che urla si comprime la testa con le mani, perdendo ogni forma: il suo corpo sembra quasi privo di scheletro, di capelli, deforme. Ma il vero centro dell’opera è costituito dalla bocca aperta in uno spasmo innaturale ed emette un grido che distorce l’intero paesaggio. A rimanere dritti sono esclusivamente il parapetto e i due personaggi a sinistra. Queste due figure umane sono sorde sia al grido sia alla catastrofe emozionale che sta angosciando il pittore, che allude così alla falsità dei rapporti umani. Sulla destra invece, è collocato il paesaggio, innaturale e inquieto,  il mare è una massa nera, mentre il cielo è solcato da lingue di fuoco, con le nuvole che sembrano essere cariche di sangue.

Le tonalità calde le troviamo nella parte alta del dipinto, i colori chiari invece sono collocati intorno al volto del personaggio;  vi è un netto contrasto anche tra le linee: quelle dello sfondo sono curvilinee, interrotte dalla geometricità delle diagonali che vanno a costituire il parapetto del sentiero. Le linee che formano il personaggio in primo piano sono riproposte dalle linee curve dello sfondo come se l’ambiente partecipasse al dramma dell’uomo, mentre la verticalità delle due figure che percorrono il sentiero è ripetuto dai parapetti del ponte: le due persone viste di spalle appaiono così insensibili al dramma dell’uomo. La versione de L’urlo esposta al Museo Munch è stata oggetto di due furti. Il primo è avvenuto nel 1994, nello stesso giorno dell’inaugurazione dei XVII Giochi olimpici invernali: due uomini, infatti, in quel giorno si introdussero nel polo museale, rubando l’opera in soli cinquanta secondi e lasciando in luogo del dipinto un biglietto con scritto «grazie per le misure di sicurezza così scarse». L’opera venne ritrovata integra tre mesi dopo in un albergo di Åsgårdstrand. Durante il secondo furto, avvenuto nel 2004, oltre alla versione de L’urlo del 1910 venne sottratta un’altra opera munchiana, La Madonna. Entrambe le tele vennero recuperate due anni dopo, il 31 agosto 2006, per poi tornare in esposizione al museo nel 2008, solo dopo un restauro di durata biennale per restituire l’aspetto originale, lievemente compromesso a causa dell’umidità.

Deborah Mega

 

La giacca stregata

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La giacca stregata è un racconto di Dino Buzzati, pubblicato nel 1968 nel volume La boutique del mistero. Il protagonista conosce casualmente  ad una festa, un uomo che indossa un vestito dal taglio impeccabile il quale gli consiglia di affidarsi ad un abile sarto di sua conoscenza. Egli si reca dal misterioso sarto, che gli confeziona una giacca di pregevole fattura.

immagine di Luis Velezmoro

Benché io apprezzi l’eleganza nel vestire, non bado, di solito, alla perfezione o meno con cui sono tagliati gli abiti dei miei simili. Una sera tuttavia, durante un ricevimento in una casa di Milano, conobbi un uomo, dall’apparente età di quarant’anni, il quale letteralmente risplendeva per la bellezza, definitiva e pura, del vestito. Non so chi fosse, lo incontravo per la prima volta, e alla presentazione, come succede sempre, capire il suo nome fu impossibile. Ma a un certo punto della sera mi trovai vicino a lui, e si cominciò a discorrere. Sembrava un uomo garbato e civile, tuttavia con un alone di tristezza. Forse con esagerata confidenza – Dio me ne avesse distolto – gli feci i complimenti per la sua eleganza; e osai perfino chiedergli chi fosse il suo sarto. L’uomo ebbe un sorrisetto curioso, quasi che si fosse aspettato la domanda. “Quasi nessuno lo conosce” disse “però è un gran maestro. E lavora solo quando gli gira. Per pochi iniziati.” “Dimodoché io… ?” “Oh, provi, provi. Si chiama Corticella, Alfonso Corticella, via Ferrara 17.” “Sarà caro, immagino.” “Lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest’abito me l’ha fatto da tre anni e il conto non me l’ha ancora mandato.” “Corticella? Via Ferrara 17, ha detto?” “Esattamente” rispose lo sconosciuto. E mi lasciò per unirsi ad un altro gruppo. In via Ferrara 17 trovai una casa come tante altre e come quella di tanti altri sarti era l’abitazione di Alfonso Corticella. Fu lui che venne ad aprirmi. Era un vecchietto, coi capelli neri, però sicuramente tinti. Con mia sorpresa, non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi suo cliente. Gli spiegai come avevo avuto l’indirizzo, lodai il suo taglio, gli chiesi di farmi un vestito. Scegliemmo un pettinato grigio quindi egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia. Gli chiesi il prezzo. Non c’era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre messi d’accordo. Che uomo simpatico, pensai sulle prime. Eppure più tardi, mentre rincasavo, mi accorsi che il vecchietto aveva lasciato un malessere dentro di me (forse per i troppi insistenti e melliflui sorrisi). Insomma non avevo nessun desiderio di rivederlo. Ma ormai il vestito era ordinato. E dopo una ventina di giorni era pronto. Quando me lo portarono, lo provai, per qualche secondo, dinanzi allo specchio. Era un capolavoro. Ma, non so bene perché, forse per il ricordo dello sgradevole vecchietto, non avevo alcuna voglia di indossarlo. E passarono settimane prima che mi decidessi. Quel giorno me lo ricorderò per sempre. Era un martedì di aprile e pioveva. Quando ebbi infilato l’abito – giacca, calzoni e panciotto – constatai piacevolmente che non mi tirava o stringeva da nessuna parte, come accade quasi sempre con i vestiti nuovi. Eppure mi fasciava alla perfezione. Di regola nella tasca destra della giacca io non metto niente, le carte le tengo nella tasca sinistra. Questo spiega perché solo dopo un paio d’ore, in ufficio, infilando casualmente la mano nella tasca destra, mi accorsi che c’era dentro una carta. Forse il conto del sarto? No. Era un biglietto da diecimila lire. Restai interdetto. Io, certo, non ce l’avevo messo. D’altra parte era assurdo pensare a un regalo della mia donna di servizio, la sola persona che, dopo il sarto, aveva avuto occasione di avvicinarsi al vestito. O che fosse un biglietto falso? Lo guardai controluce, lo confrontai con altri. Più buono di così non poteva essere. Unica spiegazione possibile, una distrazione del Corticella. Magari era venuto un cliente a versargli un acconto, il sarto in quel momento non aveva con sé il portafogli e, tanto per non lasciare il biglietto in giro, l’aveva infilato nella mia giacca, appesa ad un manichino. Casi simili possono capitare. Schiacciai il campanello per chiamare la segretaria. Avrei scritto una lettera al Corticella restituendogli i soldi non miei. Senonché, e non ne saprei dire il motivo, infilai di nuovo la mano nella tasca. “Che cos’ha dottore? Si sente male?” mi chiese la segretaria entrata in quel momento. Dovevo essere diventato pallido come la morte. Nella tasca, le dita avevano incontrato i lembi di un altro cartiglio; il quale, pochi istanti prima, non c’era. “No, no, niente” dissi. “Un lieve capogiro. Da qualche tempo mi capita. Forse sono un po’ stanco. Vada pure, signorina, c’era da dettare una lettera, ma lo faremo più tardi.” Solo dopo che la segretaria fu andata, osai estrarre il foglio dalla tasca. Era un altro biglietto da diecimila lire. Allora provai una terza volta. E una terza banconota uscì. Il cuore mi prese a galoppare. Ebbi la sensazione di trovarmi coinvolto, per ragioni misteriose, nel giro di una favola come quelle che si raccontano ai bambini e che nessuno crede vere. Col pretesto di non sentirmi bene, lasciai l’ufficio e rincasai. Avevo bisogno di restare solo. Per fortuna, la donna che faceva i servizi se n’era già andata. Chiusi le porte, abbassai le persiane. Cominciai a estrarre le banconote una dopo l’altra con la massima celerità, dalla tasca che pareva inesauribile. Lavorai in una spasmodica tensione di nervi, con la paura che il miracolo cessasse da un momento all’altro. Avrei voluto continuare per tutta la sera e la notte, fino ad accumulare miliardi. Ma a un certo punto le forze mi vennero meno. Dinanzi a me stava un mucchio impressionante di banconote. L’importante adesso era di nasconderle, che nessuno ne avesse sentore. Vuotai un vecchio baule pieno di tappeti e sul fondo, ordinati in tanti mucchietti, deposi i soldi, che via via andavo contando. Erano cinquantotto milioni abbondanti. Mi risvegliò al mattino dopo la donna, stupita di trovarmi sul letto ancora tutto vestito. Cercai di ridere, spiegando che la sera prima avevo bevuto un po’ troppo e che il sonno mi aveva colto all’improvviso. Una nuova ansia: la donna mi invitava a togliermi il vestito per dargli almeno una spazzolata. Risposi che dovevo uscire subito e che non avevo tempo di cambiarmi. Poi mi affrettai in un magazzino di abiti fatti per comprare un altro vestito, di stoffa simile; avrei lasciato questo alle cure della cameriera; il “mio”, quello che avrebbe fatto di me, nel giro di pochi giorni, uno degli uomini più potenti del mondo, l’avrei nascosto in un posto sicuro. Non capivo se vivevo in un sogno, se ero felice o se invece stavo soffocando sotto il peso di una fatalità troppo grande. Per la strada, attraverso l’impermeabile, palpavo continuamente in corrispondenza della magica tasca. Ogni volta respiravo di sollievo. Sotto la stoffa rispondeva il confortante scricchiolio della carta moneta. Ma una singolare coincidenza raffreddò il mio gioioso delirio. Sui giornali del mattino campeggiava la notizia di una rapina avvenuta il giorno prima. Il camioncino blindato di una banca che, dopo aver fatto il giro delle succursali, stava portando alla sede centrale i versamenti della giornata, era stato assalito e svaligiato in viale Palmanova da quattro banditi. All’accorrere della gente, uno dei gangster, per farsi largo, si era messo a sparare. E un passante era rimasto ucciso. Ma soprattutto mi colpì l’ammontare del bottino: esattamente cinquantotto milioni (come i miei). Poteva esistere un rapporto fra la mia improvvisa ricchezza e il colpo brigantesco avvenuto quasi contemporaneamente? Sembrava insensato pensarlo. E io non sono superstizioso. Tuttavia il fatto mi lasciò molto perplesso. Più si ottiene e più si desidera. Ero già ricco, tenuto conto delle mie modeste abitudini. Ma urgeva il miraggio di una vita di lussi sfrenati. E la sera stessa mi rimisi al lavoro. Ora procedevo con più calma e con minore strazio dei nervi. Altri centotrentacinque milioni si aggiunsero al tesoro precedente. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era il presentimento di un pericolo? O la tormentata coscienza di chi ottiene senza meriti una favolosa fortuna? O una specie di confuso rimorso? Alle prime luci balzai dal letto, mi vestii e corsi fuori in cerca di un giornale. Come lessi, mi mancò il respiro. Un incendio terribile, scaturito da un deposito di nafta, aveva semidistrutto uno stabile nella centralissima via San Cloro. Fra l’altro erano state divorate dalle fiamme le casseforti di un grande istituto immobiliare, che contenevano oltre centotrenta milioni in contanti. Nel rogo, due vigili del fuoco avevano trovato la morte. Devo ora forse elencare uno per uno i miei delitti? Sì, perché ormai sapevo che i soldi che la giacca mi procurava venivano dal crimine, dal sangue, dalla disperazione, dalla morte, venivano dall’inferno. Ma c’era pure dentro di me l’insidia della ragione la quale, irridendo, rifiutava di ammettere una mia qualsiasi responsabilità. E allora la tentazione riprendeva, e allora la mano – era così facile! – si infilava nella tasca e le dita, con rapidissima voluttà, stringevano i lembi del sempre nuovo biglietto. I soldi, i divini soldi! Senza lasciare il vecchio appartamento (per non dare nell’occhio), mi ero in poco tempo comprato una grande villa, possedevo una preziosa collezione di quadri, giravo in automobili di lusso, e, lasciata la mia ditta per “motivi di salute”, viaggiavo su e giù per il mondo in compagnia di donne meravigliose. Sapevo che, ogniqualvolta riscuotevo denari dalla giacca, avveniva nel mondo qualcosa di turpe e doloroso. Ma era pur sempre una consapevolezza vaga, non sostenuta da logiche prove. Intanto, a ogni mia nuova riscossione, la coscienza mia si degradava, diventando sempre più vile. E il sarto? Gli telefonai per chiedere il conto, ma nessuno rispondeva. In via Ferrara, dove andai a cercarlo, mi dissero che era emigrato all’estero, non sapevano dove. Tutto dunque congiurava a dimostrarmi che, senza saperlo, io avevo stretto un patto col demonio. Finché nello stabile dove da molti anni abitavo, una mattina trovarono una pensionata sessantenne asfissiata dal gas; si era uccisa per aver smarrito le trentamila lire mensili riscosse il giorno prima (e finite in mano mia). Basta, basta! per non sprofondare fino al fondo dell’abisso, dovevo sbarazzarmi della giacca. Non già cedendola ad altri, perché l’obbrobrio sarebbe continuato (chi mai avrebbe potuto resistere a tanta lusinga?). Era indispensabile distruggerla. In macchina raggiunsi una recondita valle delle Alpi. Lasciai l’auto su uno spiazzo erboso e mi incamminai su per un bosco. Non c’era anima viva. Oltrepassato il bosco, raggiunsi le pietraie della morena. Qui, fra due giganteschi macigni, dal sacco da montagna trassi la giacca infame, la cosparsi di petrolio e diedi fuoco. In pochi minuti non rimase che cenere. Ma all’ultimo guizzo delle fiamme, dietro di me – pareva a due o tre metri di distanza – risuonò una voce umana: “Troppo tardi, troppo tardi!”. Terrorizzato, mi volsi con un guizzo da serpente. Ma non si vedeva nessuno. Esplorai intorno, saltando da un pietrone all’altro, per scovare il maledetto. Niente. Non c’erano che pietre. Nonostante lo spavento provato, ridiscesi al fondovalle con un senso di sollievo. Libero, finalmente. E ricco, per fortuna. Ma sullo spiazzo erboso, la mia macchina non c’era più. E, ritornato che fui in città, la mia sontuosa villa era sparita; al suo posto, un prato incolto con dei pali che reggevano l’avviso “Terreno comunale da vendere”. E i depositi in banca, non mi spiegai come, completamente esauriti. E scomparsi, nelle mie numerose cassette di sicurezza, i grossi pacchi di azioni. E polvere, nient’altro che polvere, nel vecchio baule. Adesso ho ripreso stentatamente a lavorare, me la cavo a mala pena, e, quello che è più strano, nessuno sembra meravigliarsi della mia improvvisa rovina. E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, col suo abietto sorriso, a chiedere l’ultima resa dei conti, il sarto della malora.

da La boutique del mistero, Mondadori, Milano, 2000

Il racconto è costruito come un lungo flashback, come è possibile notare nel momento in cui il protagonista-narratore si esprime per la prima volta al tempo presente (Adesso […] me la cavo a mala pena […] E so ecc.) Nonostante la possibile suddivisione del testo in quattro sequenze narrative (l’incontro con lo sconosciuto alla festa e con il sarto Corticella; la scoperta del potere della giacca e il rapido arricchimento; la scoperta della natura demoniaca della giacca; la distruzione della giacca e la scomparsa dei beni accumulati), il racconto si presenta coeso e perfettamente collegato nelle varie parti. Continua a leggere

RandoMusic 9: One

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

One è un singolo del gruppo musicale irlandese U2, il terzo estratto dall’album in studio Achtung Baby e fu pubblicato il 2 marzo 1992. Gli U2 sono un gruppo rock formatosi a Dublino nel 1976. Il gruppo è composto dal cantante Paul David Hewson, in arte Bono Vox, dal chitarrista David Howell Evans in arte The Edge, dal bassista Adam Clayton e dal batterista Larry Mullen Jr.  Durante la loro carriera hanno venduto oltre 170 milioni di dischi, hanno ricevuto il maggior numero di Grammy Award  e vinto 2 Golden Globe. Fin dagli esordi, gli U2 si sono occupati della questione irlandese e del rispetto dei diritti civili, improntando su questi temi buona parte della loro produzione artistica. Sono tra i pochi gruppi internazionali ad aver mantenuto la propria formazione originale.

 

Achtung Baby è il settimo album in studio del gruppo, pubblicato il 19 novembre 1991 dall’etichetta discografica Island Records. È stato inserito dalla rivista Rolling Stone al 62º posto tra i 500 migliori album di tutti i tempi. In occasione dell’anniversario dei vent’anni dall’uscita del disco fu realizzata un’edizione speciale. Continua a leggere

Proprio quella

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Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”

Lina Schwarz

 

Sono madre: il tuo trampolino per il salto

Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.

Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti

Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.

Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.

E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.

Loredana Semantica

Io (una) madre
 
Ricordo ancora
 
il torpore del risveglio
 
il riemergere al reale
 
con la mente vuota
 
incapace di pensare
 
voci confuse da lontano
 
attraversano il silenzio
 
di oblìo simile alla morte.
 
 
Dalla cortina di assenza
 
un ricordo inconsistente
 
diviene paura concreta.
 
È viva? È sana?
 
Provo a muovere le membra intorpidite
 
anestetizzate da staticità imposta
 
a lungo protratta.
 
 
Un dolore tagliente
 
mi annebbia la vista.
 
Mi rispondono
 
che sei viva sei sana
 
(Avrò parlato dunque?)
 
sollevata sprofondo
 
ancora nell’oblìo.
 
 
La prima volta che ti ho visto
 
mi sei apparsa
 
un angelo di Dio
 
il miracolo mio
 
di donna.
 
Avevi la pelle di luna
 
le linee di velluto
 
il mio stesso odore.
 
 
Eri il prodotto puro dell’amore.
 
 
Ora il miracolo è svegliarti
 
scoprendo i segni della crescita
 
gioire e piangere con te
 
che sei parte di me
 
(ancora lì dove sei stata concepita)
 
la mia miglior parte
 
il futuro roseo
 
di attese e di speranze.
 
 
Ti accompagnerò
 
finchè sarà concesso
 
non ripeterò gli errori
 
di mia madre
 
ne compirò di nuovi
 
quelli che solo le madri fanno
 
per eccessivo amore.
 
Deborah Mega

Mi hai sottratto presto il tuo corpo

Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.

Alessandra Fanti

 

M.A.D.R.E. 

Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.

Io.

Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora

Figlia.

Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre

Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli

a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.

Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila

e ancora una volta sei andata più in là nel tempo

arrivando a prima di quando ero bambino

al mondo di prima che io venissi al mondo

-è esistito!- mi hai detto.

Ci sono persone che spingono per farsi ricordare

e bussano alla tua memoria tutte le notti

ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.

Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli

che hai setacciato i semi che tuo padre comprava

e di un piccolo furto ordito con tua sorella

dove avevate rubato due lire a tua madre.

E io come figlio ho pensato

alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.

Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei

e corrono nella tua testa veloci

ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare

donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.

Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari

non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.

Abbiamo questo tempo consumato e riparatore

che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati

e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni

rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.

Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali

e di cose che si lasciano in deposito

perché le godano gli altri che vengono.

E tutta quella roba che arrivava nella tua testa

io non sapevo dove metterla e cosa farne.

Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto

della carne delle generazioni venute prima della mia.

E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io

se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento

se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi

come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.

Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me

ti confessavi e rimpiangevi amori e morti

e loro ti ripagavano con parole e volti

nella fuga delle storie avvenute o immaginate.

Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno

e che pochi sanno esprimere in pieno.

Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla

e il non sapere più farsi ascoltare.

E noi sempre a valutare se poi vale la pena

stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio

sangue del sangue , seme del seme.

Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.

uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra

le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi

verrà un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontano

e quel peso sarà il più grave

Incipit 21: Elogio della follia

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                                                       Erasmo da Rotterdam al suo Tommaso Moro

Alcuni giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita. Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia. “Ma quale capriccio di Pallade – ti chiederai – ti ha ispirato un’idea del genere?” In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d’ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente con uomini d’ogni genere, traendone anche godimento. Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo. E’ probabile, infatti, che non mancheranno voci rissose di calunniatori ad accusare i miei scherzi, ora di una futilità sconveniente per un teologo, ora di un tono troppo pungente per la mansuetudine cristiana; e grideranno che prendo a modello la commedia antica e Luciano, mordendo tutto senza lasciare scampo. Vorrei però che quanti si sentono offesi dalla scherzosa levità del mio tema, si rendessero conto che non sono l’inventore del genere, e che già nel passato molti grandi autori hanno fatto lo stesso. Tanti secoli fa, Omero cantò per scherzo “la guerra dei topi con le rane”, Virgilio la zanzara e la focaccia, Ovidio la noce. Policrate incorrendo nelle critiche di Ippocrate fece l’elogio di Busiride, Glaucone quello dell’ingiustizia, Favorino di Tersite, della febbre quartana, Sinesio della calvizie, Luciano della mosca e dell’arte del parassita. Sono scherzi l’apoteosi di Claudio scritta da Seneca, il dialogo fra Grillo e Ulisse di Plutarco, l’asino di Luciano e di Apuleio, e il testamento – di cui ignoro l’autore – del porcello Grunnio Corocotta menzionato anche da san Girolamo. Lasciamo perciò che certa gente, se crede, vada fantasticando che, per svago, a volte, ho giocato a scacchi, o, se preferisce, che sono andato a cavallo di un lungo bastone. Certo, è una bella ingiustizia concedere a ogni genere di vita i suoi svaghi, e non consentirne proprio nessuno ai letterari, soprattutto poi quando gli scherzi portano a cose serie, e gli argomenti giocosi sono trattati in modo che un lettore non del tutto privo di senno può trarne maggior profitto che non da tante austere e pompose trattazioni. Come quando con mucchi di parole si tessono le lodi della retorica o della filosofia, o si fa l’elogio di un principe, o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre qualcuno predice il futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina. In realtà, come niente è più frivolo che trattare in modo frivolo cose serie, così niente è più gradevole che trattare argomenti leggeri in modo da dare l’impressione di non avere affatto scherzato. Di me giudicheranno gli altri; eppure se la presunzione non mi accieca completamente, ho fatto sì l’elogio della Follia, ma non certo da folle. Quanto poi all’accusa di spirito mordace, rispondo che si è sempre concessa agli scrittori la libertà d’esercitare impunemente la satira sul comune comportamento degli uomini, purché non diventasse attacco rabbioso. Per questo mi meraviglia tanto di più la delicatezza delle orecchie d’oggi, che riescono a sopportare ormai solo titoli solenni. In taluni, anzi, trovi una religione così distorta che passano sopra alle più gravi offese a Cristo prima che alla minima battuta ironica sul conto di un pontefice o di un principe, soprattutto poi se entrano in gioco i loro privati interessi. D’altra parte, uno che critica il modo di vivere degli uomini così da evitare del tutto ogni accusa personale, si presenta come uno che morde, o non, piuttosto, come chi ammaestra ed educa? E, di grazia, non investo anche me stesso con tanti appellativi poco lusinghieri? Aggiungi che, chi non risparmia le sue critiche a nessun genere di uomini, dimostra di non avercela con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se, dunque, ci sarà qualcuno che si lamenterà d’essere offeso, sarà segno di cattiva coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto più libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l’offesa. Né ho seguito l’esempio di Giovenale: non ho mai smosso l’oscuro fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi c’è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa. Continua a leggere

Acque

Un sogno in finale di notte
Dal cielo scendevate leggeri
Negli occhi un anticipo dell’incontro
Poi sulla riva in ginocchio a toccarti
mare in un’immersione di preghiera
la mano le dita nuotare come quelli
più in fondo a giocare
Ah come fossi polpa bianca sulla lingua
la catena sciolta delle spine a corona
di un innocente piacere assassino!

Prisma lirico 21: Marina Cvetaeva – Maurice Molarsky – Gerhard Nordström

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’intensa poesia di Marina Cvetaeva e le suggestive opere di Maurice Molarsky  e Gerhard Nordström

Nudo sdraiato, 1926, Maurice Molarsky. Russian

Maurice Molarsky

Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
Sono terra nera e carta bianca.

traduzione di P. A. Zveteremich

Gerhard Nordström, Sweden (b. 1925) “Landscape”

Gerhard Nordström

Testo:

poesia “Io sono una pagina bianca” di Marina Cvetaeva

Opere:

“Nudo sdraiato”, Maurice Molarsky, 1926

“Landscape”, Gerhard Nordström, 1925

I due vomeri

 

Un dì d’autunno un vomere,
fattosi per lungo ozio rugginoso,
vide il fratel tornarsene
dai campi luminoso,
e domandò curioso:
“Sopra la stessa incudine
fatti, e d’un solo acciaro,
io sono pien di ruggine,
tu sì pulito e chiaro:
chi mai ti fé sì bello?”.
“Il lavoro, fratello”.

Cesare Betteloni

IbridaMenti (n° 1 di Roberto R. Corsi)

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Ciò che rende speciale il Web è la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro con un semplice clic del mouse sfruttando i collegamenti ipertestuali. In questo modo, senza aver ben chiari i meccanismi che regolano le connessioni né tantomeno i percorsi battuti, càpita a volte navigando per il web, di imbattersi in post meritevoli di lettura e attenzione. Tali risorse offrono spunti di riflessione, da fissare per evitare che si smarriscano nei meandri virtuali della rete, da custodire con cura come quando si trova qualcosa di prezioso su cui ci si propone di tornare dopo, con calma, diventano riserve da ammassare contro l’inverno dello spirito, parafrasando la Yourcenar. Queste ci sembrano ottime motivazioni per dare vita a IbridaMenti, un’altra rubrica di Limina che si propone di diffondere e conservare, tramite la condivisione, i post più interessanti di soggettività critiche, collettive, lungimiranti.

“Narciso e Pennadoro”: (aspettando di) risolvere il conflitto psicologico del poeta

articolo tratto da qui

Conduco una vita ritirata per una serie di motivi, il primo dei quali è che non ho un briciolo di autostima sin da ragazzo. Il secondo è che, per il classico schema della profezia che si autoavvera, avere poca o punta autostima sin dalla giovane età mi ha portato a non combattere per affermarmi, dunque… a non affermarmi. Perciò adesso ho ancora meno autostima o energie per le residue sfide. Una frase attribuita a Pessoa lo esprime al meglio: Porto addosso i segni delle battaglie che non ho combattuto.
Per fortuna ho delle reti di protezione (la famiglia; un diamante cucito dentro l’avambraccio per le emergenze… ah no, quello era Redford in un film), ma temo che le maglie di questa rete si stiano deteriorando.
Il terzo motivo è che non mi piace come sto vivendo e quindi, in attesa di poter eventualmente cambiare, non amo propormi all’esterno, parlare di me, rispondere a domande sempre piuttosto ficcanti, talora studiatamente destabilizzanti. Dovrei imparare dalle mie ex l’arte di cambiare discorso, che pratico ancora male.
Il quarto è che non sono stato neppure troppo fortunato, collezionando, quasi tutte le volte che mi sono affacciato timidamente al mondo, una serie di giudizi ed epiteti piuttosto che fiducia nelle mie capacità: apicalmente, «pagliaccio», «omuncolo», «impostore», «impotente ingannatore», incapace di amare ma solo di porre in essere una «pallida imitazione» di amore. Non tutti, peraltro, avevano torto. Mi sarebbe servita una keynesiana iniezione propulsiva trivalente di affetto, amore e sesso sconsiderato, soprattutto in età liceale.
Ma il fato così non volle.


Detto questo, non voglio ammorbarvi oltre con le mie disgrazie. Questo cappello introduttivo rientrerà in gioco più tardi. Ora mi serve soltanto per spiegare che il mio atteggiamento ritirato ed elusivo si riflette anche sulla mia vita di (presunto) scrittore.
C’è stato un periodo, diciamo dal 2007 al 2011, in cui credevo nella “gavetta”, inanellando scritture e presentazioni gratuite che, come sagacemente è stato fatto notare, ti portano solo ad avere più richieste per ulteriori collaborazioni gratuite. Forse la remunerazione per quel periodo è stata l’endorfina di “sentirsi vivo, al centro di qualcosa” (autocit.): attestati di stima, invii librari, qualche applauso, qualche presenza nei lanci di stampa. La mia ragazza di allora, nerovestita, geek appetitosa, si sedeva in prima fila e, alla fine, si lasciava presentare con un sorriso ironico come “la moglie del critico”, poi tornavamo a casa e facevamo l’amore. Ma ora (lei non c’è — è “quella dell’incapace di amare” — e) questa sensazione egocentrica è effimera come un gas, non basta più.

Contemporaneamente, infatti, la considerazione verso la mia scrittura non è decollata. Ho rimarginato gli errori di “gioventù”, errori forse segnanti. Ma non ho riscontri editoriali seri. E la gente non mi legge. A volte, manco gratis. Semplicemente, la mia scrittura non è richiesta. A meno che non diventi ancillare, recensendo/mettendosi al servizio di un autore magari ben radicato in rete: e allora il contatore s’impenna coi tag, con i pingback, con i commenti e con i like (che sono sempre e comunque a lei/lui: tu scrivi un saggio su John Doe e il commento standard di chi conosce lui è «Grande John»; raramente «bravo questo studioso del Grande John». Fateci caso: nessun reale engagement, nessuna volontà di andare oltre l’amico e conoscere nuove voci).

Il punto è che ho preso atto e me ne sono tirato fuori, credo di essere coerente. Pubblico ormai quasi solo in rete, realizzo ebook gratuiti per i miei 24 lettori (uno meno di Manzoni, per reverenza).
Ma non cesso di provare amarezza.
E qualche volta mostro una enorme ingenuità, spedendo i miei inediti solo alle grandi case editrici, che non rispondono e probabilmente manco li leggono (una dice di sì, le altre boh). Sì: quelle case editrici lì, quella con lo struzzo, quell’altra col gufetto e così via.

Sogni proibiti (che rimarranno tali)

Questa mossa ad alcuni potrà sembrare perfino arrogante.
Chi si crede di essere questo?
C’è una grande-grande Poeta, ahimè scomparsa un paio di estati fa, che ha scritto una dozzina di libri di poesie di alto livello, ottimamente prefati e pure pregevolmente confezionati.
Bene: con la usuale, fiorentina schiettezza, trattando sul suo sito dei propri libri di ricerca, scriveva: «Premi e riconoscimenti a parte, dirò subito che queste sono le uniche pubblicazioni in volume che non ho pagato». Ergo, per pubblicare tutti quelli di poesia ha pagato.
(Pagato? Fate pagare pure le altissime poete, i vanti cittadini?)
Altre e altri viventi, validi come lei, si arrabattano per una vita con libri, premi e serate, però agli animaletti citati sopra non ci arrivano.
E io, che scrivo con qualità decimale rispetto a costoro, perché dovrei saltare subito all’ultima casella? Chi sono per ribellarmi allo status quo? — penseranno.
Chi sono? Un ingenuo che agisce in base a una considerazione assai capillare delle varie offerte editoriali e, soprattutto, paraeditoriali. Ma pur sempre un ingenuo.


Ingenuità, la mia, che forse è indice di una irrisolta, impossibile, smania di notorietà.
Ma se ho smania di notorietà, perché mi tiro indietro?
Questo è il punto.
C’è un conflitto, e se ne è mirabilmente accorto un amico storico, che ogni tanto — bontà sua — mi usa, sul piano esistenziale, come “ragazza brutta con cui la ragazza bella va a passeggio”… Ma che non manca di ammannirmi benevolmente il suo punto di vista, che in questo caso mi ha aperto la mente. Gli ho chiesto, con apparente leggerezza, come scendere a patti col proprio fallimento come scrittore. Ecco un fermo immagine della nostra chat, con alcune sue parole:

Bersaglio centrato. L’amico opera una dicotomia, ponendo da un lato «narcisismo e ritorno economico», obiettivi che richiedono di essere un «animale da industria culturale» dall’altro una «fuga dal palcoscenico» verso la «intimità del pensiero». In chat seguono esempi macroscopici del suddetto animale industriale, alcuni microesemplari più tristi del quale si possono trovare anche nel piccolo acquario della poesia.
Spicca poi, nell’ultima nuvoletta in basso, il tentativo di risolvere la contraddizione: alla sua radice c’è un bisogno insoddisfatto di accoglimento e di rassicurazione.

Questo tentativo ricostruttivo mi piace e, come ognun vede, coincide apparentemente con la mia storia, con le macerie della mia autostima.
Abbiamo davanti a noi un bivio molto chiaro.
Per inseguire — senza alcuna garanzia di risultato — il successo e il culto della personalità dobbiamo percorrere per forza il sentiero della iper-promozione, del personal branding, della logica di commercio.
Se invece c’interessa un discorso più intimo o, soprattutto, non abbiamo voglia o convinzione nel fare girare la ruota, dobbiamo scegliere una via più introspettiva e lontana dal meccanismo editoriale (che è sempre, non va scordato, un meccanismo imprenditoriale, con le sue ragioni ed esigenze correlate).
Qualunque contraddizione comportamentale, come i miei ingenui invii o il mio malessere, andrebbe indagata nei termini psicanalitici del bisogno primordiale insoddisfatto.

Ciò dovrebbe chiudere il cerchio. Il lettore devoto dovrebbe tornare all’inizio dell’articolo e alla mia simpatica adolescenza stercoraria; io invece dovrei cercare, se non è tardi, di realizzarmi a livello personale e lavorativo. Extrapoetico, insomma. Per avere la forza di mantenere vivo e fluente il mio dilettantismo di scrittura (inteso in senso atecnico-qualitativo, perché in senso tecnico-giuridico quasi ogni poeta è un dilettante) senza sbroccare. Del resto devo ritenermi un privilegiato, perché ho la fortuna di vivere in un’epoca storica in cui è molto semplice, immediato, portare la propria scrittura a conoscenza degli altri mediante internet.


Guido Morselli | img Wikimedia Commons, pubblico domino IT

Ho usato il condizionale: dovrebbe. Perché, man mano che buttavo giù queste righe, sono diventato consapevole che questo mio comportamento letterario schizoide è determinato anche da fattori di distorsione che non si esauriscono nel mio vissuto.
Quello che il mio amico non considera è che, per addivenire a un sano percorso di scrittura che sia avulso dall’industria culturale, con ciò senza uscirne pazzi o in forma non corporale (penso al povero Guido Morselli e alla sua sorte paradigmatica, vitalizio >> insuccesso >> suicidio >> pubblicazione post-mortem), occorre non solo fare i conti con se stessi, ma anche con alcuni “fattori di conflitto” che rendono difficile risolversi nel distacco.

  1. Uno ha una radice sociologica-culturale, ed è il cosiddetto publishing divide: cito ancora Ben Lerner, che, nel suo Odiare la poesia, rileva come la prima domanda che normalmente deve affrontare chi si afferma poeta è «Sei poeta pubblicato?». Ove si sottintende, normalmente, pubblicato in volume cartaceo (quindi molte volte il publishing divide è un digital divideal contrario!).
    La domanda, se posta dal di fuori, avrebbe anche un senso: vorrebbe dire, «Esiste un editore che ha avallato il tuo lavoro?». Il problema è che, con qualche eccezione, i libri di poesia sono in stragrande maggioranza pubblicati col contributo (nominale o in forma di acquisto copie) dell’Autore. E questo ha portato storicamente all’instaurarsi di un business dell’editoria a pagamento: prassi forse non illecita ma che, ex senon ha a che fare con un giudizio di qualità (o comunque, anche se un editore a pagamento si sforza di fare selezione, all’Autore non sarà mai chiaro del tutto per quale motivo è stato pubblicato).
    Di fronte a questa prassi, molti autori hanno preferito l’autopubblicazione o, semplicemente, il ricorso diffuso a internet. Purtroppo, però, il pregiudizio persiste, declassa questi ultimi e determina in molti di loro, di riflesso, la tentazione di mettere mano al portafogli per essere assunti di diritto alla mistica rosa dei “Poeti PICNIC”® (Pubblicati In Cartaceo, Non Importa Come).
    Bisognerebbe invece fare controinformazione ancora più intensa per smontare questo punto e la sua valenza diffusa. Purtroppo i player della poesia, come si direbbe oggi (non solo autori ed editori ma anche media, portali internet, premi e concorsi letterari con grandi poeti in giuria) non espungono dalla loro considerazione i libri editi con contributo e dunque perpetuano divide e relativo meccanismo di conflitto mentale. La sensazione è di un congegno complesso che si autoalimenta: per usare il gergo satirico di un blog geniale ma fermo: I pagautori di oggi aspirano a diventare gli editeuro di domani.
    Discorso lungo e complesso. Quello che mi interessa evidenziare qui è però unicamente che non risolverò pacificamente il mio distacco finché ci sarà qualcuno che mi nega la qualifica di Poeta oppure mi declassa semplicemente perché non addivengo al meccanismo industrialeLa riduzione del conflitto al mio vissuto non tiene conto di questo fattore, che è un fattore essenziale di riconoscimento.
  2. Sul secondo fattore, che forse esaspero, mi soffermo meno. Anche perché è ineludibile. Comporta il fatto che ogni dilettantismo autoimposto (perché è ciò di cui stiamo parlando) è fallace, perché l’essere umano tende a quello che nella storia e sociologia dello sport è chiamato Agonismo programmatico a carattere illimitato.
    Voglio scrivere con sempre maggiore qualità? A questo proponimento dovrà seguire un tempo sempre maggiore dedicato alla scrittura, a scapito del tempo dedicato alla mia fonte di mantenimento, fino a esaurire virtualmente quest’ultimo e dunque dover trarre sostentamento da tempo e attività di scrittura.
    Questo è il processo storico che, nello sport, ha portato dal dilettantismo decoubertiniano al professionismo.
    A meno che non si accetti di contemplare il proprio ristagno, reprimere giocoforza questo istinto, in una società che non remunera praticamente più lo scrittore se non a livelli altissimi, è un atteggiamento razionale ma che ha conseguenze cognitivo-comportamentali pesanti e imprevedibili.

Considerare che la poesia non paga non è sufficiente a saziarci. Saliremo e scenderemo dall’onda dell’autopromozione; ogni tanto ci proclameremo distanti e insensibili al mercato, per poi postare su cento gruppi ogni straccio di recensione internautica, piovuta dal nulla, a qualche nostra poesia; i giorni successivi li passeremo sulle statistiche di accesso; ai loro scarni numeri torneremo al romitaggio, alle gioie del lavoro e della famiglia… fino alla recensione seguente.

L’auspicio, almeno per me stesso, è di risolvere tutti questi conflitti e di ritrovare serenità.

Biografia dell’autore

Roberto R. Corsi (1970) vive tra Firenze e la Versilia. Il suo ultimo libro è “Cinquantaseicozze” (Italic, 2015). Scrive per il portale Perìgeion e dispensa grafomania ed ebook di poesie su vari blog personali e sui social (di solito col nick @rrcorsi).

Il suo sito https://robertocorsi.wordpress.com/

Prisma lirico 20: Pedro Salinas – Hendrik Chabot – Pieter Bruegel

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Pedro Salinas e le  opere di Hendrik Chabot e Pieter Bruegel

Hendrik Chabot - Rain (1933)

Hendrik Chabot

I cieli sono uguali
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

P._brueghel_il_vecchio,_il_paese_della_cuccagna_03

Pieter Bruegel

Poesia di Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”, Madrid, 1933

Opere:

Hendrik Chabot, “Rain”, 1933

Pieter Bruegel il Vecchio, “Il paese della cuccagna”, particolare, 1567

LA SCQUOLA NON E’ ACCUA

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(foto di Francesco Tontoli)

Sono 40 anni che sono nel mondo della scuola, e faccio parte del Personale Educativo, ho la Funzione Docente, e tutto il “pacchetto di privilegi” (sic!) e di pene di chi bazzica da quelle parti (mi perdonerà Michele Serra di questo linguaggio terra terra?). Per me è un periodo di magra qui su Facebook, non mi sento coinvolto quasi in nulla. Leggo post, faccio cose… (pochissime cose), utilizzo il Mezzo ormai senza l’entusiasmo di una volta nelle discussioni, che sbircio con sempre più sgomento. Sono smarrito, sopraffatto dagli eventi che si affollano e nutrono i profili social che ho di fronte quando siedo davanti a questo schermo. La nausea è forte, gli argomenti spesso durano il tempo di una giornata o due, su episodi che attraversano la cronaca o la politica con la velocità di un meteorite. L’indifferenza si sta impadronendo anche della mia curiosità di comprendere. Il fatalismo del “così è sempre stato” e dell’ “ormai non c’è più nulla da fare” è nell’ordine delle cose della mia giornata.
Eppure l’episodio di Lucca ai danni del prof di Italiano mi ha invogliato a reagire sia pure con i riflessi rallentati e con dubbi, se davvero ne valga la pena di aggiungere il mio mattoncino di opinioni da buttare nel mucchio informe del mondo virtuale.
La scuola italiana è di solito un universo di simulazioni male assortite della vita cosiddetta “vera”. Ci si sta per delle ragioni che i ragazzi fanno fatica a comprendere, e i docenti fanno altrettanta fatica a comunicare. Dall’una e dall’altra parte di questi due schieramenti simulati e strutturati qualche volta i ruoli saltano. E i motivi possono essere diversissimi. Ho in mente decine di colleghi docenti che ho conosciuto nel passato che hanno attraversato momenti terribili, prima di tutto con sé stessi, chiedendosi se erano ancora capaci di potere sostenere l’impatto della gestione di un gruppo di adolescenti attraversati da tempeste ormonali. Spesso il senso di inadeguatezza si impadronisce delle persone , il burn out è malattia diffusa non riconosciuta. Di gente sottoposta a mobbing massiccio è pieno il mondo del lavoro, ma nella scuola le conseguenze possono assumere effetti catastrofici.
La velocità di diffusione di video registrati denuda e scarnifica di significato qualsiasi tentativo di spiegazione o di “giustificazione”. In un video non si può far altro che vedere un povero cristo sgomento e rassegnato, sottoposto ad angherie e a soprusi. Non esiste la possibilità di astrarre dal contesto. L’immagine diventa il documento di una verità crudele e certificata. Un adulto con un ruolo specifico di guida deriso è il segno del fallimento dei modelli di trasmissione dei saperi. Anni fa si contestavano i metodi di questo passaggio di testimone tra generazioni. Stavolta a saltare è il banco tutto. Messo alla berlina è il singolo anello debole, che rappresenta un sistema ritenuto inutile. A scuola, sembrano dire questi ragazzi che filmano loro stessi, le proprie eroiche gesta, ci si va per far casino e poco altro.
Non credo per tutti sia così, ma stavolta c’è di mezzo la prova, non le chiacchiere pedagogiche o le lamentele di categoria. Stavolta il mezzo ha soppiantato qualsiasi analisi e decontestualizzazione mobilitando lo sdegno, che credo durerà qualche settimana in più del solito. Il mezzo sappiamo quale è, ce l’abbiamo tra le mani molte ore al giorno. La responsabilità è di tutti avendone fatto un feticcio da esibire nelle sue possibilità di mostrare spezzoni di vita squallida e di realtà sovradimensionata. Sappiamo da tempo che chiunque di noi forte o debole che sia può essere sottoposto a un crudele giudizio collettivo con sentenza immediata dei suoi presunti pregi e difetti messi all’asta. Non discuto i torti criminali di questi ragazzi che meritano tutto il mio biasimo e la mia condanna, ma la possibilità diabolica di ricatto che ha qualsiasi documento sul nostro mondo privato e sul nostro universo pubblico. L’espressione rassegnata del collega vittima dell’aggressione dice tutto (sembrava dicesse “Cosa ci faccio io ancora qui alla mia età?”) su un passato di tentativi di ribellione al lasciar fare, lasciar passare probabilmente da parte della Direzione. Insomma una pena indicibile.

Francesco Tontoli

Preghiera

Ho per te oggi le lacrime della paura
per te che hai avuto i giorni della gioia e quelli del dolore
ti sei immerso nella mia domanda – sempre la stessa con parole diverse –
hai camminato al mio fianco, ti sei mostrato nel buio                                                              hai illuminato la mia luce, mai sei mancato alla mia povertà
E oggi ho per te il mio corpo spaventato, perché il cuore ti sa e non teme
Niente da te mi separerà
Passerai ancora sulla mia strada e ancora e ancora
Riconoscerti sarà sempre il premio
L’otre nuovo è pronto, le tue mani l’hanno plasmato
Dentro la paura, dentro il suo vento che solleva la polvere del mondo
mi vieni incontro e mi baci la fronte

Forma alchemica 22: Clemente Rebora

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Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Questa lirica di Clemente Rebora non poteva mancare nelle mie “Forme alchemiche”. Non poteva mancare perché ai miei albori da lettrice indefessa di poesia, incontrai questo testo e me ne innamorai, ritenendolo per lungo tempo un modello di perfezione poetica. Io ne percepii il valore al primo incontro, scoprii solo dopo che è considerato unanimemente il capolavoro di Clemente Rebora. La valutazione convergente mia e dei critici ha contribuito al raggiungimento della personale convenzione che solo i grandi scrivono capolavori e solo talvolta, gli altri loro componimenti sono sempre di qualità, ma non raggiungono certi vertici di perfezione che suscitano meraviglia “fra quattro mura/stupefatte di spazio” per citare proprio il testo in commento, che, con felice aggettivazione e originale allocuzione, circoscrive il sommovimento emozionale nell’ambito ristretto delle mura, dunque in uno spazio riservato e personale.
In fondo Forma alchemica esiste proprio per proporre testi poetici che “grondano” incantevole armonia di senso e suono. Se ne conclude che questa poesia sta di diritto in questo luogo a regalare ristoro ai cercatori di bella poesia e a rendere omaggio a Clemente Rebora.
Nella poesia “Dall’immagine tesa” è presente fortemente l’elemento dell’attesa. Un’attesa che nel proseguo assume toni parossistici “di quanto fa morire”, ma che già nel “tesa” del primo verso denuncia la tensione, l’anelito verso il “il suo bisbiglio” spasmodicamente desiderato.
E’ proprio delle anime in cerca di assoluto l’anelito a di sentire la voce di Dio, che poi per taluno si manifesta nella vocazione sacerdotale, per altri in una chiamata spirituale alla pratica laica dei valori cristiani. Per tutti consiste in un’attesa di realizzazione della promessa celeste di una resurrezione in anima e corpo per coloro che abbiano avuto fede dopo la morte nel ricongiungimento a Dio
Sentire la voce di Dio è bisogno manifestato anche da figure note di santi riportate nei anche loro scritti o in scritti che raccontano la loro vita. Solo per citarne alcuni San Francesco, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce, quest’ultimo ispiratore di Giuni Russo ne “La sua figura”. Qui di seguito nel video che vale la pena di ascoltare.

Sul grande schermo l’anelito a sentire la voce di Dio è approdato ad esempio con la garbata parodia di conversazioni tra Dio e parroco del piccolo paese della Bassa Padana presenti dell’opera di Guareschi, nella quale un geniale Fernandel-Don Camillo dialoga con il Crocifisso parlante.

Indimenticabile lo struggente film Marcellino pane e vino, dove un bambino delizioso dalla guance paffute e profondi occhi neri, orfano di genitori, adottato dai frati di un Convento, parla con Cristo e gli offre pane e vino per poi in finale ricongiungersi a lui ed alla madre nel passaggio a miglior vita. Metaforicamente il film offre la chiave di lettura di un possibile dialogo con Dio solo attraverso l’abbandono, la fiducia, la semplicità proprie dell’animo di un bambino.

Tornando al testo ed alla sua composizione credo mai nessuno ebbe la felice idea di scrivere di un campanello che “impercettibile spande/ un polline di suono”, espressione nella quale si fondono i sensi visivo, tattile e l’odorato. Nessun campanello e fiore hanno ispirato l’associazione fino al sopraggiungere dell’invenzione di Rebora, sensibile a tanto concerto sinestetico. L’imminenza di questo arrivo è l’aspetto dinamico di questa attesa, l’assoluto che muove verso lo spirito che, di suo, con ansia, lo attende. L’attesa è l’aspetto statico della ricerca di un io profondo che invoca l’assoluto, consapevole che non è dato di percepirlo se non in quanto quello intenda rivelarsi.
Rebora sa che deve vegliare perché l’arrivo sarà improvviso, l’incontro non programmabile, che l’attesa può essere questione di un’intera vita e protrarsi nel tempo fino alla fine del proprio tempo. Chiaro qui il richiamo alla parabola evangelica delle dieci vergini. Cinque di esse previdentemente, uscendo per andare incontro allo sposo, si munirono dell’olio per le lampade, le altre cinque, rimaste senza olio, andarono a procurarsene. Quando arrivò lo sposo,  queste ultime non erano pronte e rimasero fuori dalla sua casa. La parabola rammenta di vegliare perché non si conosce il giorno e l’ora dell’appuntamento con l’oltre.
In questo senso l’attesa del divino si confonde con l’attesa dell’ exitus,  ch’è annullamento dell’essere per la rinascita a nuova esistenza.
E’ da rimarcare l’uso per ben tre volte nel testo poetico dell’espressione “non aspetto nessuno” . La frase vuole essere forse una dichiarazione che non è una persona che si attende, oppure che Colui che che si attende forse non dovrebbe nemmeno essere atteso, essendo in ogni cosa che è, o ancora che non si attende Lui, bensì una qualunque manifestazione del suo pensiero, presenza, volere, quell’impercettibile bisbiglio che può dare senso all’intera esistenza. E’ da rimarcare il refrain perché ad una prima lettura non si avverte, esso s’inserisce così armonicamente nella composizione che nemmeno si percepisce la ripetizione.
Desidero chiudere il commento a questo testo citando quattro versi che intercettando le aspirazioni di tutti gli uomini che perciò potremmo ben dire universali: verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro,/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene,
E’ anelito condiviso trovare quel tesoro che renda felici, che sia ristoro alle pene. Dolore e senso di pena o mancanza o insufficienza sono manifestazioni diverse inevitabilmente connesse all’essenza umana. Nessuno può mai prescindere dallo sperimentare nel suo percorso vitale tali avversità. Ecco perché trovare quanto dà ristoro e pienezza allo spirito è ricerca che accomuna. Certo cambiano le modalità, alcuni seguono percorsi autolesionisti, altri nascondono la testa sotto la sabbia, ma i più tentano la risposta che oltrepassi la fisicità per credere in un oltre, nell’assoluto, nella divinità. Coltivano la speranza di un’esistenza metafisica che sia premio ed approdo.
Questo il percorso di Rebora, che, avviato ad insegnamenti laici, alla strada della letteratura e dell’insegnamento, si rivolgerà ad un certo punto della sua esistenza alla vocazione sacerdotale, la dedizione alla poesia intrecciandosi con la sua vita d’operosità religiosa. La poesia “Dell’immagine tesa” è tratta dalla raccolta di Clemente Rebora “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922.

 Loredana Semantica

io DALÍ

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Un grande viaggio nella mente di uno dei più geniali artisti del XX secolo.

Dal 1 marzo al 10 giugno 2018 al PAN, Palazzo delle Arti di Napoli

“Non c’è nessuno al mondo che non riconosca che ho una grandissima importanza. […]  Io ho intrattenuto il pubblico per quarant’anni, senza interruzione, in una società mostruosamente cinica e ingenuamente incosciente che gioca il gioco della serietà per nascondere meglio la sua follia. […] rimarrò un genio integrale del mio tempo. E la pittura, la scrittura e tutto il resto sono arti infinitesimali del mio enorme talento.”

Salvador Dalí è uno degli artisti più noti e complessi del XX secolo, un creatore nel senso più ampio del termine, una figura poliedrica, che  ha saputo diversificare la propria attività: è stato infatti pittore, scrittore, illustratore, disegnatore, scultore, pensatore, designer, scenografo, costumista, creatore di gioielli, cineasta e sceneggiatore. Consapevole dell’importanza della cultura di massa, è un artista che si cimenta in tutti gli ambiti della creazione, compresi i più innovativi quali le installazioni e le performance. Costruisce il suo personaggio e lo fa in maniera sistematica e programmatica, con il desiderio di influenzare la società. Il mito di Dalí continua a crescere senza sosta. Dalle immagini più iconiche, come i celebri orologi molli, fino al suo rapporto con la cultura di massa o il suo repertorio artistico, tutto affascina il pubblico. Lo spettatore odierno è stregato e attratto dal genio poliedrico.

La mostra “Io Dalí” al PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, dal 1 marzo al 10 giugno 2018 passa in rassegna, attraverso dipinti, disegni, video, fotografie e riviste, il modo in cui il pittore è stato capace di creare il proprio personaggio rendendo opera d’arte ogni suo gesto, indaga e rivela l’immaginario di Salvador Dalí, portando i visitatori nella Vita segreta dell’uomo e dell’artista. La mostra, fortemente voluta dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo, con la Fundació Gala-Salvador Dalí e co-organizzata con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, è curata da Laura Bartolomé e Lucia Moni per la Fundació Gala-Salvador Dalí e da Francesca Villanti, direttore scientifico di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con la consulenza scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e di Rosa Maria Maurell.

Coniugando ultime ricerche scientifiche e immaginazione, Dalí rappresenta temi centrali ed eterni nella storia dell’arte. Nel suo trattato di pittura 50 segreti magici per dipingere, si sofferma sul carattere quasi divino dell’artista. La sua iconografia ha segnato l’immaginario collettivo del XX secolo e rappresenta il concetto di opera d’arte totale, frutto della fusione di opera e personaggio, di vita pubblica e privata. La sua opera è intrisa di tecnica, immaginazione portentosa, profonda conoscenza dell’arte e del mestiere, innovazione costante, enigma, bellezza. L’artista pianifica coscientemente le proprie apparizioni pubbliche per ottenere grande risonanza mediatica e allo stesso tempo dedicare la vita all’Arte lavorando fino a quattordici ore al giorno. La sua autobiografia Vita segreta di Salvador Dalí costituisce un mirabile esempio di creazione letteraria in cui si alternano i ricordi veri e quelli falsi.  Fin dall’infanzia Dalí aspira a essere un genio. Quell’infanzia segnata, già prima della sua nascita, dal peso opprimente di dover sostituire il primo Salvador Dalí, morto nove mesi e dieci giorni prima che lui nascesse. Salvador sentirà per tutta la vita il bisogno di distinguersi dal fratello superandolo. La continua competizione con la figura del fratello scomparso di cui i genitori non smisero mai di parlare come “genio”, lo portarono a sviluppare un ego smisurato per non soccombere.  È un Dalí ancora adolescente quello che fra il 1919 e il 1920 scrive nei suoi diari di gioventù: “sarò un genio e il mondo intero mi ammirerà. Magari sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio, ne sono sicuro”. Nel 1961 alla Biennale di Venezia, interrogato da un giornalista su cosa fosse il Surrealismo, pronunciò la famosa frase “il Surrealismo sono io”, tanto che Breton coniò per lui il sarcastico soprannome Avida Dollars, significativo anagramma del suo nome.  Dalí fece della sua stessa vita un capolavoro.  Il suo aspetto, i suoi comportamenti bizzarri, il carattere eccessivo lo elevano da semplice artefice di straordinari dipinti a personaggio mitico. Salvador Dalí, scenografo del teatro del quotidiano porta in scena l’inaudito, mettendo a frutto la sua vocazione per l’esibizionismo, il suo gusto della provocazione alimenta l’attenzione di un pubblico affamato di eccentricità.

Riproduzione degli abiti disegnati da Salvador Dalì per il ballo in maschera ospitato da Charles de Beistegui a Venezia nel 1951.

È il primo a intuire l’enorme rilievo dei media, la straordinaria opportunità che gli possono offrire di sviluppare un numero quasi infinito delle figure del suo immaginario, gli promettono quello status di celebrità iconica che era per lui così importante.

Tra il 1937 e il 1942, ormai consacrato come uno dei più grandi esponenti del surrealismo, Dalí intraprende una collaborazione con il tedesco Eric Schaal, uno dei più acclamati fotografi del momento. L’unica ambizione di Dalí è stupire, sorprendere, spingersi oltre ogni limite, essere riconosciuto, adorato, acclamato, consapevole che quello che offre allo spettatore è solo uno dei tanti Io.

Il destinatario dell’opera daliniana è la mente dello spettatore. La sua ricerca si concretizzerà nella sua ultima grande opera, il Teatro-Museo Dalí, un teatro della memoria, un grande oggetto surrealista che celebra la sua persona e la sua opera. Se visitiamo il museo con la dovuta attenzione, vi scorgeremo un omaggio dell’artista alla storia dell’arte e alla pittura, il creatore stesso non è che un’altra delle sue opere, necessaria per comprenderne tutto l’universo e l’immaginario.

Deborah Mega

 

 

 

Tempi

In questo tempo che mi è stato dato
(in questo tempo che forse non esiste)
il mondo si ricrea e non è nato
Tra le mie braccia che sono come rami
(lente si snodano e fanno spazio ai nidi
senza stanchezza che possa dire no)
tutto è già detto eppure aspetta un suono
che nuovo ci riveli lo stupore
distenda quindi una tovaglia ingombra
dei doni per un pranzo in mezzo al verde
In questo tempo che mi è stato dato
riposa l’esistente e non si agita
non c’è un cammino da portare a termine
non c’è ricchezza che vada conquistata
eterni ci consuma riso e pianto
e ricomincia il vento dentro il fiato
ogni mattina quando apriamo gli occhi
(durante il sogno è l’ora del mistero)

uNa PoESia A cAsO: Jack Kerouac

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jack Kerouac

47° Coro

I bambini nati urlando
in questa città
sono miserevoli esempi
di quel che accade
ovunque.

Essere pazzo
è l’ultimo dei miei crucci.

Ora il sole va giù
nella vecchia San Fran
le colline sono un velo
di nebbia pomeridiana
passano curvi e rinsecchiti
i Greci per la Burroughs
i cappelli di feltro grigio
costosamente perla
coprono teste ossute di dolore.

PUNTI DI VISTA 8: Il Cristo morto

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere
monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Cristo morto di Andrea Mantegna.

Il dipinto, di dimensioni 68 x 81 cm, è stato realizzato tra il 1475 e il 1478 ed è custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera.

Andrea Mantegna nasce nel 1431. Nel 1442 è a Padova nella bottega dello Squarcione. Diviene poi pittore di corte presso i Gonzaga a Mantova già nel 1460 dove, oltre ad occuparsi di scenografie per il teatro, tombe, arazzi, che fanno emergere una profonda conoscenza del mondo classico, affresca dal 1465 al 1474 la famosissima Camera degli Sposi, presso il Palazzo Ducale di  Mantova. Un “Cristo in scurto” (“scorcio”) è citato tra le opere rimaste nella bottega di Mantegna dopo la sua morte nel 1506. Poco dopo il dipinto veniva acquistato dal cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. Non è chiaro se il dipinto fosse un originale o una copia e se si tratti della stessa opera oggi esposta. Alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che con molta probabilità le versioni del Cristo morto fossero due. Successivamente viene elencato infatti tra i quadri di Pietro Aldobrandini provenienti dalle collezioni estensi mentre un secondo quadro è inventariato nel 1627  tra i quadri del duca Ferdinando Gonzaga. La tela compare anche tra i beni venduti nel 1628 a Carlo I d’Inghilterra, sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazzarino. Nel 1806 il segretario dell’Accademia di Brera, Giuseppe Bossi, scriveva ad Antonio Canova affinchè mediasse per l’acquisto del suo “desiderato Mantegna”, che arrivò in Pinacoteca nel 1824.

Una seconda versione del Cristo morto è conosciuta in una collezione privata di New York appartenente a Glenn Head , ma la maggior parte degli studiosi la ritiene una modesta copia tardo-cinquecentesca, in cui però non sono rappresentati i “dolenti”, secondo alcuni, un’aggiunta successiva dell’autore. L’iconografia di riferimento è quella del compianto sul Cristo morto, che prevedeva la presenza dei dolenti riuniti attorno al corpo che veniva preparato per la sepoltura.  La presenza del vasetto degli unguenti in alto a destra dimostra che il Cristo è già stato cosparso di profumi. Mantegna strutturò la composizione in modo tale da produrre un forte impatto emotivo, con i piedi di Cristo ben visibili dallo spettatore; lo scorcio prospettico e l’utilizzo della tela rappresentano un’innovazione per l’epoca.  Eppure l’artista non segue alla perfezione le regole della prospettiva: i piedi sarebbero apparsi in primo piano rispetto al resto del corpo quindi vengono rappresentati più piccoli così come le gambe.  Le braccia invece sembrano eccessivamente lunghe e il torace molto largo rispetto al resto della figura. A sinistra, si trovano tre figure dolenti: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni che tiene le mani unite e, in ombra sullo sfondo Maria Maddalena. L’ambiente è poco rappresentato, a destra si vede un tratto di pavimento e un’apertura che introduce in una stanza buia.

Il forte contrasto di luce e ombra origina un profondo senso di pathos, così come le ferite ostentatamente presentate in primo piano, i fori nelle mani e nei piedi o le espressioni dei volti. Mantegna vuol dare vita ad una composizione quanto più realistica possibile, oltre alle ferite sulle mani e sui piedi di Cristo, è da notare la lacrima sul viso della Vergine Maria oppure il drappo che ricopre il corpo del Cristo. È arrotolato attorno alla sua vita in modo così stretto da mettere in risalto le forme del suo corpo. Infine va notato che la testa e il collo sembrano staccati dal resto del corpo. Alcuni studiosi ci hanno visto un significato “nascosto” che potrebbe simboleggiare la doppia natura di Cristo, quella divina e quella umana. In questo momento Cristo sarebbe contemporaneamente vivo e morto: vivo perché è figlio di Dio, morto perché la sua esistenza terrena si è conclusa.

Deborah Mega

Canto presente 32: Iole Toini

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

IOLE TOINI

Giallo e pastore

Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale
potevamo passare davanti alla sua cascina
o prendere l’altro appena sotto,
portano tutti e due dalla stessa parte”.

Poi  ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.

Intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?
”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce.

Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore.

Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai amici.
Piovigginava; aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
Pensavo che la facevi a loro …”,  “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto, è corso dalle sue pecore.

Ciao pastore, ciao.

 

*

 

8 dicembre

Mio padre cammina davanti a me.
Piove, l’acqua gli gocciola sulla giacca. Nell’atrio se la scrolla.
Poca gente. È l’Immacolata e i parenti sono a casa,
i piedi allungati al divano. Spenti, ciechi, morti. I corridoi
degli ospedali sono immensi. Hanno passi di colpe antiche.

“Che corridoi!”, fa mio padre con l’ingenuità che
riconosce potenza allo spazio. Una donna in vestaglia
ci spia dall’angolo della sua camera.

L’azzurro dei muri sfila come una diapositiva.

Mia madre ci viene incontro; sembra felice.
Mi abbraccia e mi bacia.
Due giorni che è qui e tutto il male si è sciolto
sotto i piedi, la paura sturata via dal midollo.

Reparto psichiatria.
Quattro letti in una stanza.
Niente cucchiaini dentro al bicchiere del te, niente
maniglie alle finestre, cinture nelle vestaglie.
Cotone che vola.

Nel letto di fianco dorme una ragazza.
Ha il viso macchiato di acne.
“Non vuole andare a casa…”, sussurra mia madre,
“È straniera…” , “…una rumena…”
Ed  è come dicesse una puttana.

Di fronte, un’altra donna. Leggera. Bianca.
Si muove fra la stanza e il bagno.
La tristezza le scende dai capelli.
“E’ la terza volta che la ricoverano… “
“… a casa ha un uomo… ““… che la picchia… “
“… ma torna da lui ogni volta…” .

Guardo a terra come cercassi oro.
Mia madre sorride, si aggiusta le lenzuola.
Mio padre schiarisce la voce, le chiede delle sue cure.
Lei non è malata nella testa, dice, non è “tocca”, e ride
mentre si picchetta le tempie, ride come uno scoiattolo.

La guardo; penso che il suo male si è perso dietro il ventricolo destro,
dopo il ventricolo sinistro, più in là.

Dal corridoio arrivano grida.
“Fa sempre così….” , mia madre si agita nel letto,
“..io non l’ho mai visto…”
si guarda intorno, sembra parlare a qualcuno, da qualche parte, lontano
“… lo legano al letto… lo sedano …”
prende una caramella dal cassetto.
La succhia con gusto.
“Ma in fondo qui è meglio che in altri reparti…”.

 

*

 

La sposa turca (*)

 

Non vistosa, nera, leggera,
sorrideva, tirava di coca con lui
turco sposato per caso, Cahit,
una gabbia malata d’amore della sua gabbia
turco tedesco di Istanbul e Sibel
sua moglie per caso la notte ballava si faceva
scopare per andare lontano
dai suoi fino a che lui                       la vede
uccide l’uomo che lei vuole
entra in galera lei si taglia le vene il film si mangia lo schermo entra lo stomaco
quel fatto che niente ha direzione se non la disgregazione

la lotta: restare.

Sibel non è bella
Cahit è alcolizzato
tira di naso e scopa e sputa
si muove come una tigre
ti mangia via gli occhi
fa entrare il suo cuore

mi innamoro di Sibel
di quella dolcezza terrificante
che mette gli occhiali ma nuda
è la pura belva d’amore

e poi finisce.
è così.

(*) liberamente ispirato dall’omonimo film