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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Francesco Palmieri

~A viva voce~

16 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/fratello-f.palmieri.m4a

 

fratello
 
tu non sei mio fratello,
 
sei la iena che ride
 
sulla carne sbranata
 
lo sciacallo nascosto
 
che scambia oro con morte
 
 
 
te le voglio ricordare
 
le tue mani assassine
 
mentre sazi da re
 
il tuo infame appetito
 
o quando sfiori i bambini
 
che si faranno soldati
 
 
 
te lo voglio ricordare
 
chi ammazza il tuo fucile
 
dove cadono le tue bombe
 
e quante tombe le miniere
 
senza un fiore, una croce
 
 
 
te lo devi ricordare
 
quando aggiungi un altro zero
 
mentre uccidi un uomo vero
 
quando alzi un altro muro
 
per sentirti più sicuro
 
quando imbracci la tua falce
 
non per mietere ma per far strage
 
 
 
ricordati bastardo
 
che da qui fino all’eterno
 
né per dio né per altra ragione
 
io ti sentirò mio fratello
 
io ti chiamerò mio fratello.
 
 
 
Francesco Palmieri
 
 
dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”

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Canto presente 55: Francesco Palmieri

21 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, Francesco Palmieri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Francesco Palmieri

 

Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

 

QUANDO TI TROVERO’

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

con troppo fiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti

 

quando ti troverò

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 

[ED ORA]

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

posso stare qui o altrove

sopra o sottoterra,

al centro della stanza

o lungo cento strade,

 

posso respirare

o tapparmi naso e bocca,

uscire se c’è il sole

o buttare via la chiave,

 

posso apparecchiare

o guardare com’è profondo un piatto,

posso sentirmi carne

o solo un po’ di fumo

 

posso coprirmi ancora

o strapparmi anche la pelle,

sentire tutto il tremito

lo scricchiolio del ghiaccio

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

ho fatto dell’inverno la mia casa,

 

domani in un giardino

io sarò l’albero

e tu la neve.

 

 

Da “Fra improbabile cielo e terra certa” Edizioni Terra d’ulivi, gennaio 2015

 

PASSAGGIO DI CONSEGNE

 

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

(lo vedrai sui rami

di alberi a fine autunno,

su un’altalena ferma

nei parchi di novembre,

nel freddo sulle mani

e i passeri sul filo

a prendere la neve,

lo sentirai nel ghiaccio

che incrosta a fior di pelle

e non ci sarà più scialle

a trattenere stelle,

non ci sarà più tempo

per altro giro e danza,

e lo saprai per certo

che è solo andata il viaggio

e non c’è freno ai giorni,

non uno che ritorni,

che l’essere felici è stato breve

per noi che siamo ore

ma abbiamo sottopelle

l’impronta dell’eterno),

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

e un passo dietro l’altro

tu ti farai da parte

a chi chiederà la strada

per le sue gambe forti

per il vento sulle spalle

l’avanzo dei domani

la creta nelle mani

(e non avrà sospetto

che tu hai ancora fame

che spasimo è il suo seno

che aspetti un altro treno

ed è un obbligo di carne

il decreto che tradisce,

un computo di giorni

a fare il vuoto intorno),

non un respiro in più

da questo inverno mio

e neanche una parola

per la consolazione,

sarà solo sapere

che tutto quanto è stato,

 

che sono andato avanti

nel solco di discesa

che fa più estranei i vivi

e meno lontani i morti.

 

 

IL GIOCO DELLA VERITÀ

 

bruciare fino all’ultima scintilla,

questo tocca,

strappare con i denti dalla pelle

la residua piuma che ti resta

 

recidere lo spago ai palloni nella testa,

pungere le bolle per lo scoppio

e sia l’aria e il nulla

l’inconsistente che li tiene

 

domani

al cenno lieve della luce,

riporrò i vestiti sulla porta

e uscirò nudo

al ghiaccio che c’è fuori

 

in cielo

in terra

e dappertutto.

 

Da “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2016

 

LA QUINTA STAGIONE

 

ormai non ci credo più, io,

che camminavo con occhi spalancati e luci,

io, che ogni mattina correvo sul balcone

ad aspettare rondini d’aprile

e fiori freschi e nuovi esplosi dentro ai vasi,

 

che a novembre uscivo all’ora dei lampioni

(e piovesse, speravo, quell’acqua venuta da lontano)

e dalle case un chiudersi di porte

le voci dei bambini a chiedere la cena

 

non ci credo più, io,

che ho conosciuto campi a farsi grano

e le cicale pigre nei pomeriggi lunghi

papaveri, rosso e ulivi

e poi l’ottobre e l’uva,

le giacche più pesanti

riprese dagli armadi

 

erano gli anni del rosario a maggio,

del pane segnato dalla croce,

di Cristo che moriva verso sera

e alla domenica campane e voli a riportarlo in vita

(ed era festa nei vestiti nuovi,

nelle cucine accese di mattina presto)

 

era la primavera e poi l’estate,

era l’autunno e poi l’inverno,

era l’attesa certa di un ritorno

e tornavano a novembre anche i morti

quando s’accendevano lumini sotto ai quadri

e si cuoceva il pane con l’uva passa e il vino

 

ormai non ci credo più

e so per certo che nessuno torna

mai niente che ritorni.

 

 

IL MALE NASCOSTO

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 

Da “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2019

 

COME CI SI ACCORGE

 

come ci si accorge

quando l’anima è perduta

e non più ha scosse il sangue

 

e rimane il camminare

dare fuoco al gas

per qualcosa da mangiare

pulire vetri e panni

lavare il pavimento

 

credevi alla scommessa

che dio c’era anche nei sassi

e comunque e in ogni caso

noi si era un po’ speciali

 

(ma non bastò una candela

a fermare il temporale

-fu mia nonna che l’accese

e la posò sul davanzale,

chiamò angeli e beati

martiri e santi in paradiso-

ma venne grandine dal cielo

che spezzò tutte le spighe)

 

si diceva che c’è un fine

al passaggio di noi qui a terra,

che siamo tutti sottopelle

particelle d’universo,

che in fondo al ciclo naturale

cesserà ogni dolore

e senza carne e né più tempo

non avremo noi paura

 

forse l’anima era quella

pensare buone tutte le cose

avere in corpo mille vite

e tu per sempre bella

vaniglia fra i capelli

 

forse l’anima era quella,

quel guardare dietro ai vetri

come scendeva giù la neve

e sentir tremare dentro

quanto bianco, quanto silenzio,

e nessun freddo, neanche un brivido,

 

nemmeno quando senza guanti

prendemmo il ghiaccio fra le mani.

 

 

(A MIA FIGLIA)

 

ricordami come mano

un passo alle spalle

a guardarti il cammino

 

ricordami all’angolo

come una fotografia

tra la mensola e il muro,

come il gattino, l’orsetto,

ora in fondo alla cesta

 

e se ti verrò in mente

qualche giorno o per anni,

tu fammi leggero

scarta errori e dolori

sfoglia il velo di nero

delle colpe a mio nome

poi di quelle accadute

senza averle volute

 

guarda all’attimo puro

quando io padre e tu figlia

stavo avanti nel buio

per le ombre sui muri

l’improvvisa paura

 

e ricordami un breve

ricordami lieve

 

sarò morto due volte

se sarò sulle spalle

un altro peso di croce.

 

 

[IL PASSERO]

 

il passero

preso nella stretta

sembra più domestico

 

mangia

beve

quando è sera dorme

 

solo certe notti

sbatte un po’ le ali

cinguetta dentro al sonno

 

forse sogna.

 

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~A viva voce~

18 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Peso a peso

(…siamo nati a morire

e ancora questo non basta…)

Non basta farsi certi a poco a poco

che gli anni invulnerabili sono contati

e poi solo il cadere ad una ad una

di scaglie di metallo dalla pelle

(e carne, soltanto carne esposta,

dai piedi e alla testa, intorno a braccia e cosce,

nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,

carne soltanto col marchio di memorie

che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,

la svolta in un portone ed una rosa,

il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno).

 

Non basta sovrapporre peso a peso,

comprimere le spalle di zavorra e terra

(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,

e voli trasparenti che hai aspettato in anni

perché non era ancora il tempo degli spari,

dei colpi di fucili nascosti nelle siepi

e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,

e terra tutt’intorno, soltanto questa terra.).

 

Non basta lo spirare goccia a goccia,

segnare il passo per l’ultimo dei morti

(e chiudere la casa dopo il lutto,

scenderne le scale per non salirle più)

e poi ancora uno che forse non ti aspettavi

e poi ancora un altro venuto di sorpresa.

Non basta accorgersi e non dirlo

che i vecchi se ne andranno

e resteranno i figli,

che certo è ancora vita il giro di clessidra

ma come sarebbe stato

il durare gli uni e gli altri

lo spazio di un eterno

e non giorni d’inferno

per i sopravvissuti.

 

Siamo nati a morire,

e fosse stato questo il neo,

il punto di scadenza di una stagione sazia,

un reclinare il capo come i fiori,

un chiudere le imposte per dormire,

l’andarsene non visti, senza lasciare croci,

svanire fra le stelle e nessuna guerra,

 

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,

il canto di un delfino a navigare il mare.

 

(Ma forse questo

dio

ancora non l’ha visto).

 

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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~A viva voce~

27 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Cambi di stagione 

 

si è aspettato a giorni il mondo che verrà

(era in attesa sul finire di una buonanotte,

oltre la storia e i baci prima di dormire,

era inciso su cupole fra firmamento e cielo

che bastava una preghiera perché dio

vi si affacciasse in volo,

e poi sospeso sopra labbra rosse

quando l’amore non era un dopo

di lenzuola sudate da lavare)

 

si è aspettato, noi,

come bambini seduti sopra a un molo

coi piedi in pesca dentro acquario e mare

e gli occhi di vedetta in cima a caravelle

(perché i bambini hanno angeli per ciglia

e coperte con le stelle sulle spalle,

perché i bambini sono senza confini

ed hanno passi alti dalle montagne al cielo)

 

poi vennero gli anni scivolati in acqua:

un tempo per il tuono delle cannoniere,

un tempo per il fumo delle petroliere,

un tempo per l’utopia caricata dalla polizia,

un tempo per un muro al fondo d’ogni via,

 

e adesso è solo vivere al presente,

lo spazio di giornata o qualche minuto appena,

e se mi affaccio un tanto sulla riva                 

lo so tutto il silenzio a perdita di vista,

il nientenulla oltre la superficie

ed un bisbiglio di cordoglio dentro cattedrali,

così, come viene naturale dopo la strage,

ad ogni genocidio di generazione

quando infine si capisce

che si nasce per le stelle

e si muore in una cella.

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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“Maternità marina” AA.VV. a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, Ed. Terra d’ulivi, 2020. Nota critica di Francesco Palmieri.

03 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Francesco Palmieri, Maternità marina, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

La raccolta poetica “Maternità marina”, frutto della sinergia corale delle poetesse in indice e curata da Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, si inserisce nel panorama poetico dei nostri giorni come antologia tematica – la maternità – ma con un valore aggiunto che completa e al tempo stesso trascende la parola poetica, vale a dire la fotografia e l’illustrazione pittorica: Il complemento fotografico lo si deve all’esperienza inedita di Silvia Rosa mentre l’incursione grafica è frutto della creatività immaginifica di Valeria Bianchi Mian, curatrici che contemporaneamente contribuiscono alla raccolta con un testo ciascuna nel corso delle pagine di presentazione dell’opera. Il sincretismo formale del libro – sincronia e concorso di linguaggio, fotografia, pittura – potrebbe rimandare a un’intenzione didascalica non dichiarata, a un’opera illustrata dove le immagini giocano il ruolo di amplificatore della parola o viceversa, ma così non è poiché ogni medium specifico qui racconta una propria storia pur nella fedeltà e coerenza al tema della raccolta. Un tema lapalissianamente originario e ancestrale, così come è subito dichiarato fin dalla prima immagine della donna in nero che, tra le mani, reca quasi in offerta la conchiglia-utero, in un contesto per antonomasia millenario, cioè un uliveto. È un passaggio di testimone, da donna a donna, da femmina a femmina, da vecchia a giovane, secondo una successione ereditaria e filogenetica, un determinismo biologico indotto pulsionalmente da quell’istinto di sopravvivenza che spinge le creature naturali di carne e impulsi a procreare sempre e comunque. Ma si sa, nella filogenesi non c’è storia, non ci sono individui pensanti, non c’è l’Io con il suo vissuto, è fenomeno che replica se stesso senza lasciare traccia di quella che invece è l’epopea della maternità-filiazione, della connotazione psicologica ed emozionale del rapporto madre-figlia. Ed è di questo aspetto conscio ed inconscio che si occupa “Maternità marina”, delle implicazioni psichiche più profonde della relazione, sia nell’idillio che nella tragicità, nella corrispondenza empatica che nella conflittualità. Il pregio della coralità sta nel mettere in evidenza le diverse sfumature di vissuto individuale e personale, nel darci una versione polifonica di quel complesso fenomeno che è la maternità, un punto di vista denso di emozione e passione e spesso anche uno scambio di ruolo dove la figlia diventa a sua volta madre. Nelle parole e nelle immagini evocate dai testi si percepiscono le fasi primarie di simbiocità e fusionalità, si vede con evidenza lo sguardo mitologizzante degli occhi creaturali e infantili, si ascolta il racconto della faticosa costruzione del distacco e della ricerca di autonomia personale e soggettiva, si assiste all’uscita ora condivisa ed accettata ora drammatica e traumatica dal cerchio magico o cappio della relazione, e si percepisce infine la consapevolezza progressiva del senso di quelle rughe che si fanno sempre più profonde in volto e che preannunciano l’avvento di uno dei dolori più devastanti che si possano provare, il sigillo mortale che il tempo cinico appone ad una storia che era nata per non finire mai. Così come per i figli, le madri non dovrebbero morire mai.

Un tema così topico e sfaccettato non poteva non appoggiarsi all’evocavità potente di simboli, di metafore e immagini, in primis del mare quale correlato di utero immenso, di luogo amniotico e culla della creazione, di brodo primordiale da cui, dice la scienza, scaturirà il bios, la genesi del genere umano, perché se da un punto di vista creazionista è Dio il padre e la madre dell’uomo, è sicuramente la madre-mare la progenitrice dell’umanità tutta dal momento che, sia maschi che femmine, siamo tutti figli di donna. Una donna-mare, una donna-conchiglia, una donna-cavità di roccia che tesse le reti del futuro e dei destini a venire. Ma se è l’acqua uno dei quattro elementi della cosmogonia empedoclea e occidentale, principio primordiale di vita, non può sfuggire all’occhio l’evidenza fotografica di un altro principio antropogenetico strutturale, essenza e supporto  fondante di ogni esistenza corporea, vale a dire il sangue. Da pagina 63 a pagina 73 l’elemento ematico è il tratto cromatico dominante delle fotografie, la prova urlante di quel dolore decretato teologicamente (Genesi, “…con dolore partorirai figli.”) e di  un versamento liquido che sincronicamente significa perdita (emorragia) e acquisto (figli); di linfa-sangue è intrisa la veste linda della partoriente e rossa è la poltrona-alcova e luogo del miracolo della creazione. Ma è proprio in un tale contesto scenografico che emerge, una perplessità, un dubbio: qui si racconta un parto – come sembrerebbe suggerire il pesce deposto sul grembo della donna seduta e che ricorre in tanta iconografia cristiana (il pesce-Gesù) – o invece, in termini più inquietanti e drammatici, si testimonia l’esito tragico di una gestazione che si conclude con un aborto? E in questo secondo caso, cosa potrebbe significare fuor di metafora? Forse il rischio della maternità crudelmente frustrata o, ancora peggio dal punto di vista della continuazione della specie homo, il rifiuto di un ruolo procreativo non più possibile e in ogni caso una protesta antropologica, filosofica, culturale, cosmica? In fondo, alla luce della subordinazione storica del femminile al maschile, alla constatazione tragica, di una cronaca femminicida quasi quotidiana, all’orrore di un sistema globale grondante di ingiustizia e violenza, ai gemiti di un pianeta in agonia determinata da una distruttività famelica e ottusa, alla condizione dell’insuperabilità della condanna di nascere umani e mortali, chi se la sentirebbe di scagliare la prima pietra? Come non sentire un moto spontaneo di consenso? Ma direi di fermarci al primo termine del titolo del libro, “Maternità”, e affidiamoci alla convinzione che ogni grido di madre è un grido d’amore. Sempre. E comunque.

FRANCESCO PALMIERI

 

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Nota critica dedicata a “Biografie” di Francesco Palmieri, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

22 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

Non c’è due senza tre ed è per questo, forse, che dopo Studi lirici solo parole d’amore uscita per i tipi La Vita Felice e Fra improbabile cielo e terra certa edita da Terra d’ulivi Edizioni insieme a Il male nascosto, mi ritrovo a recensire Biografie, l’ultima silloge poetica di Francesco Palmieri sempre per i tipi dello stesso editore.

La raccolta contiene una sessantina di testi; la cifra stilistica è quella consueta.

Palmieri si configura una volta di più uno scrittore lirico-esistenziale; la sua poesia una lirica del desiderio. Il percorso del poeta è un viaggio senza via d’uscita, privo di “memoria della destinazione”, nella sua poesia domina il dolore, come condizione inevitabile e necessaria dell’uomo. Il poeta ricorda con nostalgia i bei momenti vissuti ed epicizzati nella descrizione nostalgica dell’alternarsi delle stagioni, invoca il cielo, sottopone al vaglio della ragione desideri e sentimenti. I temi dominanti vengono confermati: il disincanto, la vita, la morte, il dolore, la perdita, la gioia che ormai è divenuta fossile, morta in una pietra, il tempo, l’inarrestabile esaurirsi della condizione umana, soprattutto la certezza che non ci sia salvezza se persino dio fa piangere dio.

Perfino i nostri cari sono ricordati con rimpianto e con amarezza, se ne ricorda la crudeltà per il loro essersene andati in silenzio. Il momento spesso rappresentato è la sera, che coincide con la sera della vita, la stagione più ricorrente quella invernale o le atmosfere autunnali brumose, notturne e sepolcrali da Canti di Ossian, in cui il poeta si chiede in quale momento sia scesa la nebbia, sia giunto il tramonto fino al nero d’abisso in cui ognuno è nessuno.

La presenza del divino la si ritrova nel cuore dell’uomo, nella carne che sbaglia, non è sufficiente a consolare l’uomo. Quello che viene a mancare, ancora una volta, è il soccorso della fede mentre a soccorrere l’uomo è la poesia, unico segno tangibile del passaggio dell’uomo. Si scrive per sopravvivere, per evitare che la vita sia solo morte e letargo, perché scrivere è necessario come il respiro.

Il poeta attinge sempre al suo vissuto, fatto di esperienze, ricordi nostalgici, certezze, rimpianti. “Brama da lontano” perché l’avvicinamento comporta, da parte dell’oggetto del desiderio, l’acquisizione di peso e la perdita di penne e piume. Emerge ancora una volta l’idealizzazione della donna, la donna-angelo di stilnovistica memoria, mentre forse non si trattava di una creatura di stelle ma di una creatura terrena venuta dall’acqua / come i pesci e gli uccelli o di una Salomè che il poeta vestiva d’azzurro mentre lei desiderava avere solo una testa sul piatto.  

Per la poesia dei trovatori Alberto Varvaro aveva parlato di spazio lirico chiuso come condizione caratterizzante dell’ispirazione: anche qui, allo stesso modo il poeta soffre, si lamenta, invoca la fine delle sue pene d’amore ed esistenziali ma allo stesso tempo é legato al suo destino di sofferenza perchè in fondo lo percepisce positivo. Forse è il modo che gli resta per continuare a sentirsi vivo. Il poeta, pur viaggiando fra le pareti domestiche, fra il tavolo e la sedia / dal corridoio al letto, nonostante le persiane chiuse, sente e percepisce tutto il rumore e il dolore del mondo. La vita ci vorrebbe leoni aguzzi mentre noi non siamo corazzati, non siamo provvisti di scaglie, crine, penne e piume ma di pelle che si spacca / carne che si perde e più avanti carne esposta / di tremito e d’offesa. E in tutto questo siamo repliche, cloni, proviamo la pena di chi è polvere / e polvere tornerà.

Anche l’amore si è tramutato in pianto, perché nonostante si sia vivi, si è già condannati a morte, e mentre lo si pensa, affiora il tu di montaliana memoria, tu pensami a novembre / come si pensa ai morti / che un giorno sono andati / e mai più sono tornati.

Tra i vari testi c’è anche una toccante lettera alla propria figlia, a cui il poeta chiede di essere ricordato con leggerezza, depurando il ricordo da errori, colpe e dolori, affinchè non sia un peso da ricordare, che possa aggiungersi alla fatica del vivere.

Emerge di tanto in tanto qualche reminiscenza mutuata dalla tradizione cristiana, che è possibile cogliere in termini come passione, calice, tenebra/salvezza, trenta denari, barabba, croce, spine, chiodi, eden, mela morsicata, angeli guardiani, arcangeli, osanna, rosa purpurea, luce, liberaci dal male, amen, acquasantiere.

Dal punto di vista stilistico, data la volontà di rendere condivisibile e comprensibile la poesia, si giunge nuovamente alla contaminazione prosastica ma questo, a mio avviso, non è un limite, tutt’altro. Potrebbe essere letta come una mutazione espansiva dell’istanza lirica. La poesia lirica, del resto, deve essere comprensibile, destinata a qualcuno, la versificazione chiara ed evidente, perché deve cercare e quasi evocare il lettore. Un trobar leu dunque che si contrapponga al trobar clus, che racconti l’esperienza propria, del mondo, degli altri esseri umani, perché divenga comunicazione tangibile ed evidente. Riemerge di tanto in tanto l’eterno conflitto tra la percezione dei limiti della condizione umana e l’anelito d’infinito. Avvertire la vastità del tutto contribuisce a farci sentire ancora più fragili e soli mentre torna a riaffiorare l’intimo affanno. Nel conflitto tra società e individuo, nella dialettica irrisolta, permane il momento lirico, l’io del poeta esprime se stesso senza mai risultare retorico o rappresentativo.

 

Deborah Mega

*

 

C’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

*

 

E alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato,

quanto camminare e spingere,

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare ancora

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’ uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

*

 

Me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali sperduti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia,

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare,

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

in un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine).

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

*

 

(a una mia amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

Tu non la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

i vivi

a sopportare la morte.

*

 

Non è volo

l’apertura d’ali

di un uccello impagliato

 

è la secca memoria

di un cielo che è stato.

 

*

 

Si stava alla finestra

tra il giallo delle rose

e il sole acceso in cielo

il canto di cicale

e il sonno di pinete,

 

era il turgido del seno

il tempo che fa febbre tutta la carne

e nelle gambe il fiato

di chi sa solo andare avanti

 

(la morte non era prevista

nemmeno si pensava

che i ragazzi invecchiano

che anche gli anni passano

e all’improvviso è l’ora

che più non sei immortale)

 

si sta alla finestra

fra una stagione e l’altra

a volte piove forte

o troppo caldo è il sole

 

e quando guardi fuori

al folto dei cespugli

alla superba rosa

che sta sui tacchi a spillo

 

lo sai che sotto al cielo

è lì tutto il miracolo.

 

 

Francesco Palmieri, testi tratti da Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

 

 

 

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Intervista a Francesco Palmieri: Biografie

28 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri, POESIA

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia  Francesco Palmieri per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo che il 99,99% risponderà di aver iniziato a scrivere in età giovanissima o molto giovane, proprio perché fu in quel tempo che sentì l’amore per la scrittura, un amore profondo, intenso, emozionante e, per questo, un amore per sempre. Ebbene posso dire di far parte di quel 99,99%.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Il riferimento letterario che sicuramente mi è più vicino è il Novecento, e credo non potrebbe essere altrimenti perché è a cavallo del secolo che si è formata la coscienza moderna che personalmente faccio risalire a Giacomo Leopardi, il primo esistenzialista ossia un protoesistenzialista. Da qui è facile capire che è il recanatese ad essere colui che in primis mi abbia influenzato nonostante io, da adolescente, lo abbia odiato molto per la sua cupa concezione del mondo e del destino umano. È chiaro che poi col tempo io mi sia ravveduto… Nel campo del mio sentire, quindi più per empatia che per influenza, sono venute tante altre personalità letterarie, primo fra tutte sicuramente Eugenio Montale e poi Ungaretti, Quasimodo, Saba, Moretti, Corazzini, Cardarelli e, più vicini a noi, Raboni, Giudici, Pagliarani, Caproni, Gatto, Erba, e ancora più vicini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Testa, Toma e potrei continuare ancora ma sarebbe una elencazione noiosa. Fra gli stranieri citerei Prevért, Neruda, Salinas, Larkin, Wendy Cope, Edgar Lee Masters, Hikmet, e mi fermo qui. Ma voglio ripetere che non si tratta di influenze bensì di comunità di sentire e analogie di scrittura.

3.Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Come nasce la mia scrittura… direi senza alcuna premeditazione, di getto, come se i miei testi fossero già tutti scritti nel mio subconscio, infatti è raro che io intervenga sulla prima stesura. Vogliamo dire che io stia parlando di ispirazione? Ebbene la risposta è sì. Autobiografia e realtà circostante sono per me inscindibili, in quanto c’è sempre un io senziente ad elaborare l’esperienza del mondo e di se stesso. Da questo punto di vista tutta la scrittura e, soprattutto quella poetica, è autobiografica in quanto rappresenta la sintesi fra cognizione, emozione, fantasia, sentimento. Se un testo non contiene queste quattro qualità, non è poesia, è altro. In quanto all’imprinting geografico o topografico, devo riconoscerne la citazione spesso metaforica nei miei testi, sia che si tratti di immagini ambientali provenienti soprattutto dalla mia infanzia sia che invece si tratti di suggestioni metropolitane più vicine alla mia esperienza più recente. Ciò accade sempre quando l’esterno diventa luogo dell’anima, o almeno così è per me.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Se lo facessi sarei un partigiano sfacciato, no, preferisco che siano gli altri a parlarne semmai ne avessero voglia.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

A questa domanda non saprei rispondere… Il panorama letterario contemporaneo è così intasato di scritture che qualsiasi opera arriva a sembrare non necessaria e inutile. Se qualcuno dovesse leggermi, direi che farebbe almeno un’esperienza interiore…

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Per i quattro libri che ho pubblicato, direi che non c’è un quando e nemmeno una “sacra” scintilla iniziale. Per 20 anni non ho scritto una sola poesia, poi – credo verso la fine del 2008- ho iniziato a scrivere senza fermarmi più almeno fino al 2015. È in questo arco di anni che ho scritto le mie quattro raccolte. Come ho detto sopra, non c’è stata alcuna premeditazione, tutto è avvenuto con estrema naturalezza se si esclude una certa compulsione attiva a dire, dire, scrivere. Circa poi la distinzione di quel flusso in raccolte autonome, beh devo dire che anche qui era l’istinto ad indicarmi la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Credo di aver risposto già a questa domanda.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Per quanto riguarda la copertina, l’ho sempre concordata con il mio editore  Elio Scarciglia di Terra d’ulivi e, essendo lui un ottimo fotografo di talento, abbiamo sempre scelto una sua fotografia che avesse attinenza con lo spirito dell’opera, per la raccolta “Biografie” invece la nostra scelta è caduta su un mio dipinto che ci è apparso molto in sintonia con i testi.

9.Come hai trovato un editore?

Credo nello stesso modo in cui fanno tutti: inviando le mie proposte ai diversi Editori. Naturalmente alcuni non hanno mai risposto, altri invece si rivelavano come tipografi truccati, in tanti era chiaro l’intento di lucro, qualcuno invece è stato da subito onesto e collaborativo, così com’è il mio editore di riferimento attuale, cioè Elio Scarciglia delle Edizioni Terra d’ulivi.

10.A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Direi a qualsiasi tipo di pubblico che abbia voglia di leggere poesia.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Nell’unico modo in cui riesco a farlo, cioè pubblicando qualche testo sulla mia pagina personale Facebook e su quella dedicata ai miei libri, sempre su Facebook. A proposito la pagine dei libri si chiama col titolo della mia prima raccolta non d’amore: Fra improbabile cielo e terra certa. Naturalmente ho provato a farne una presentazione pubblica ma è stato un disastro già alla seconda esperienza qui a Milano. Ho provato anche a partecipare a un paio di concorsi; in uno sono stato il prescelto dalla giuria, nell’altro nemmeno mi sono piazzato fra i finalisti. Ma per ciò che concerne i concorsi ci sarebbe molto altro da dire e non ne ho alcuna voglia… mi basta dire che non parteciperò a nessun altro concorso.

12.Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Direi che sono tanti i testi a cui sto pensando ma probabilmente quello che segue rappresenta lo spirito di tutta la pubblicazione:

“Ho cercato di rendere magnifico

lo spazio verticale di azzurro sulla testa

(per arrivare all’apice del cielo

per rendermi fratello delle stelle

essere degno di avere avuto dio come padre)

 

ho cercato di rendere splendente anche la terra

di folgorarmi gli occhi con le rose

di respirare unisono col mare

(perché il paradiso era terrestre

ed è bugiardo chi dice che era celeste)

 

ho cercato d’indovinare l’angelo

nel passo sollevato di bocca glutei e seno

nel nudo delle cosce, il filo della schiena

(perché persino dio ha visto fra le donne

la donna benedetta, la madonna piena di grazia)

 

e adesso è arrivare a sera

chiudere finestre e porte

 

sperare d’aver lasciato

sulle scale i demoni

 

che per tutto il giorno

ho avuto dietro alle spalle.”

 

13.Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che raggiunga le persone, che sia letta e compresa.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ma chi te lo fa fare a insistere con la scrittura?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nel futuro prossimo vorrei pubblicare le mie due ultime raccolte scritte e delle plaquette già definite, e poi ho in progetto anche la pubblicazione di un romanzo i cui ultimi 10 capitoli sono ancora sui quaderni… già, perché io scrivo a mano e poi traduco in file…

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Francesco Palmieri

Nato nell’entroterra barese, si è trasferito in un Comune a nord di Milano dove ha lavorato come docente di materie umanistiche. Attualmente collabora con siti, riviste e case editrici, occupandosi prevalentemente di critica letteraria. Suoi testi sono presenti in rete e in antologie. Nell’ottobre 2012 ha esordito, pubblicando con la casa editrice ‘La  Vita Felice’, la sua opera prima:  Studi lirici (solo parole d’amore). Successivamente, nel 2015,  ha pubblicato Fra improbabile cielo e terra certa, nel 2016 Il male nascosto e nel 2019 Biografie, sempre con la casa editrice Terra d’ulivi.

 

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POESIA SABBATICA: Se saprai starmi vicino

15 sabato Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Pablo Neruda, Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
 
e potremo essere diversi,
 
se il sole illuminerà entrambi
 
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
 
 
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
 
e non il ricordo di come eravamo,
 
se sapremo darci l’un l’altro
 
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
 
 
Allora sarà amore
 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
 
 
(Pablo Neruda)

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POESIA SABBATICA : Biglietto lasciato prima di non andar via

24 sabato Giu 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Biglietto lasciato prima di non andar via, Francesco Palmieri, Giorgio Caproni

Se non dovessi tornare,
 
sappiate che non sono mai
 
partito.
 
 
Il mio viaggiare
 
è stato tutto un restare
 
qua, dove non fui mai.
 
 
Giorgio Caproni, da “Il franco cacciatore”, Garzanti, 1982

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POESIA SABBATICA : Non ho camminato nei tuoi sogni…

17 sabato Giu 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Boris Ryzyi, Francesco Palmieri

Non ho camminato nei tuoi sogni,
 
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
 
non sono apparso nel cortile
 
dove pioveva o meglio cominciava
 
a piovere (questo verso
 
lo cancello e non lo sostituirò),
 
era allettante credere, come uno stupido,
 
che ti avrei incontrato presto,
 
eri tu che mi apparivi in sogno
 
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
 
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
 
Quell’autunno perfino le poesie
 
in parte mi riuscivano bene
 
(però mancava sempre un verso o una rima
 
per essere felice).
 
 
 
Boris Ryzyi 1974 – 2001

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POESIA SABBATICA : L’arte di perdere

27 sabato Mag 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Elizabeth Bishop, Francesco Palmieri, L'arte di perdere


Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop

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POESIA SABBATICA : Certe volte i soli

20 sabato Mag 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Certe volte i soli, Francesco Palmieri, Vivian Lamarque

 

Certe volte i soli
 
per non far capire
 
che sono soli
 
alla gente che non pensi
 
ma che sola quella signora
 
per esempio al mare guardano
 
l’orizzonte facendo ciao
 
con la mano fanno finta
 
di salutare qualcuno come
 
per dire non crediate
 
solo sulla battigia sono sola
 
ma nel mare oh nel mare
 
ne ho di persone care
 
da salutare! in primis lui
 
lui in primis e poi tante ma tante
 
di quelle persone che dovrei avere
 
le mani del mondo per salutarle tutte
 
tante quasi come voi che siete così tanta
 
famiglia sotto l’ombrellone
 
che l’ombra non basta per tutti
 
invece i soli l’ombra l’hanno tutta
 
per loro, ci copre da far quasi freddo
 
paura ma basta far ciao con la mano
 
salutare quelle persone care
 
nel mare che siamo quasi pari
 
sembriamo tanti anche noi uni
 
noi solitari che parliamo nel cellulare muto
 
che citofoniamo al muro sono io apri
 
e le persone care dal mare ci aprono
 
ci salutano, salutano proprio noi
 
in persona.
 
(e gli altri no!)
 
 
Vivian Lamarque

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POESIA SABBATICA : George Gray

13 sabato Mag 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Antologia di Spoon River, Francesco Palmieri, George Gray

 

George Gray
 
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
 
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
 
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
 
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.
 
Edgar Lee Masters
 
Antologia di Spoon River (edizione parziale di 152 epitaffi, traduzione di Fernanda Pivano, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1943)

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POESIA SABBATICA : Non sia mai ch’io ponga impedimenti

29 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Sonetti, William Shakespeare

Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

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POESIA SABBATICA : Autostrada della Cisa

08 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Autostrada della Cisa, Francesco Palmieri, Stella variabile, Vittorio Sereni

Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio già spento, e addio.

Sappi -disse ieri lasciandomi qualcuno-
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlàn.

Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
-sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire-
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

Vittorio Sereni, da Stella variabile

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POESIA SABBATICA : Non ci sono amori felici

01 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Louis Aragon, Non ci sono amori felici

Nulla è mai eterno per l’uomo né la sua forza
né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
di aprire le sue braccia la sua ombra è quella di una croce
e quando crede di stringere la felicità la sbriciola
la sua vita è una strana e dolorosa lacerazione.
Non ci sono amori felici.

La sua vita somiglia a quei soldati senza armi
pronti per un altro destino
a che può loro servire alzarsi al mattino
a loro, che ritroviamo la sera sfaccendati, incerti
dite queste parole: la mia vita, e trattenete le lacrime.
Non ci sono amori felici.

Mio bell’amore mio caro amore straziante
ti porto dentro di me come un uccello ferito.
E gli altri senza saperlo ci guardano passare
ripetendo dietro me le parole che ho intrecciato
e che per i tuoi grandi occhi morirono così presto.
Non esistono amori felici.

Ormai è troppo tardi per imparare a vivere
e piangono nella notte i nostri cuori all’unisono
ogni tristezza alla minima canzone
ogni dispiacere contraltare al brivido
ogni singhiozzo a un’aria di chitarra.
Non c’è amore felice.

Non c’è amore che non rechi dolore
non c’è amore che non strazi i cuori
non c’è amore che non ci consumi
e non più di te l’amore della patria
non c’è amore che non viva di pianto.
Non c’è amore felice
ma c’è l’amore di noi due.

Louis Aragon

da Poesie d’amore, a cura di Francesco Bruno, Crocetti, Milano 1984, n. ed. 2000 (Traduzione di Francesco Bruno)

 

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POESIA SABBATICA : Prima colazione / Immenso e rosso

25 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Immenso e rosso, Jacques Prévert, Prima colazione

 

PRIMA COLAZIONE
 
 
Lui ha messo
 
Il caffè nella tazza
 
Lui ha messo
 
Il latte nel caffè
 
Lui ha messo
 
Lo zucchero nel caffellatte
 
Ha girato
 
Il cucchiaino
 
Ha bevuto il caffellatte
 
Ha posato la tazza
 
Senza parlarmi
 
S’è acceso
 
Una sigaretta
 
Ha fatto
 
Dei cerchi di fumo
 
Ha messo la cenere
 
Nel portacenere
 
Senza parlarmi
 
Senza guardarmi
 
S’è alzato
 
S’è messo
 
Sulla testa il cappello
 
S’è messo
 
L’impermeabile
 
Perché pioveva
 
E se n’è andato
 
Sotto la pioggia
 
Senza parlare
 
Senza guardarmi,
 
E io mi son presa
 
La testa fra le mani
 
E ho pianto.
 
***
 
 
IMMENSO E ROSSO
 
Immenso e rosso
 
Sopra il Grand Palais
 
Il sole d’inverno viene
 
E se ne va
 
Come lui il mio cuore sparirà
 
E tutto il mio sangue se ne andrà
 
Se ne andrà in cerca di te
 
Amore mio
 
Bellezza mia
 
E ti ritroverà
 
In qualunque posto tu stia.
 
Jacques Prévert

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POESIA SABBATICA : Adesso che il tempo sembra tutto mio

18 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Adesso che il tempo sembra tutto mio, Francesco Palmieri, Patrizia Cavalli

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Patrizia Cavalli

da “Il cielo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

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POESIA SABBATICA : Dicembre finalmente freddo

11 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Dicembre finalmente freddo, Francesco Palmieri, Gianfranco Lauretano

Dicembre finalmente freddo
l’Adriatica addobbata di luci
svogliate e natalizie
la strada svolta e si estingue in pianura
verso Cesena.
Ogni ritorno è diverso
come le case
che scorrono nel finestrino
e le prostitute
bellissime viste da qui, da dove
non si capisce la tristezza

ma come sarà
il ritorno oggi, chi sarà
il ritorno, chi
davanti alla casa aperta o
chiusa
come sarà il viso
di chi mi aspetta, di chi
benedetto mi aspetta

mare Adriatico
cielo nero di Romagna, San Marino
che devi essere quelle luci
arancioni a cucuzzolo verso sinistra
anche voi pregherei
per essere sicuro di un’attesa
pregherei i sassi
le zolle ghiacciate dei campi
anche ciò che non ascolta
perché ci fosse mio padre
sulla porta

se come un regalo
senza ricorrenza lo vedessi
sulla porta dove non è mai stato
distratto dal vento ma attratto
da un figlio vagabondo
e felice di scorgerlo
come una sentinella

padre che tutto mi ha separato
io, e una troppo lunga adolescenza
un ritorno mai venuto
una casa ininfluente e prigione
la frenesia di cancellare
il campo seminato della tradizione
lui stesso che ha portato sé
al bordo di troppi
irrealizzati desideri
e tutta una vita e tante

ma so cosa davvero
ci ha tenuto lontano
il non destino che scegliamo
con malata insistenza
assenza che scoordina i fiati

pensa se fosse sulla mia porta
pensa come verrebbero le stelle
per fargli una corona
a lui che comunque
è sempre un re
con la sua faccia così vera
con le rughe che hanno
ognuna cent’anni
il suo volto grande
la cosa più simile a Dio
che io abbia visto.

Gianfranco Lauretano (da Occorreva che nascessi, Marietti, 2004)

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POESIA SABBATICA : High Windows/Finestre alte

04 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Finestre alte, Francesco Palmieri, Philip Larkin

1

When I see a couple of kids
And guess he’s fucking her and she’s
Taking pills or wearing a diaphragm,
I know this is paradise
 
Everyone old has dreamed of all their lives—
Bonds and gestures pushed to one side
Like an outdated combine harvester,
And everyone young going down the long slide
 
To happiness, endlessly. I wonder if
Anyone looked at me, forty years back,
And thought, That’ll be the life;
No God any more, or sweating in the dark
 
About hell and that, or having to hide
What you think of the priest. He
And his lot will all go down the long slide
Like free bloody birds. And immediately
 
Rather than words comes the thought of high windows:
The sun-comprehending glass,
And beyond it, the deep blue air, that shows
Nothing, and is nowhere, and is endless.
 
Philip Larkin
***

Quando vedo una coppia di ragazzi
e penso che lui se la scopa e che lei
prende la pillola o si mette il diaframma,
so che questo è il paradiso

che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –
legami e gesti messi da parte
come una mietitrebbia arrugginita,
e ogni giovane che va giù per lo scivolo

di una felicità senza fine. Chissà
se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,
ha pensato: Quella sarà la vita;
non più Dio, non più sudore e paura la notte

per l’inferno e per tutto il resto, non più
il dovere di nascondere quello che pensi del prete.
Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo
come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso

non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:
il vetro che assorbe il sole,
e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra
nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

Philip Larkin, Finestre alte, Einaudi, Torino, 2002

(Traduzione di Enrico Testa)

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