• ABOUT
  • CHI SIAMO
  • AUTORI
    • ANTONELLA PIZZO
    • DEBORAH MEGA
    • EMILIO CAPACCIO
    • FRANCESCO PALMIERI
    • FRANCESCO TONTOLI
    • LOREDANA SEMANTICA
    • MARIA ALLO
  • HANNO COLLABORATO
    • ADRIANA GLORIA MARIGO
    • ALESSANDRA FANTI
    • ANNA MARIA BONFIGLIO
    • FRANCESCO SEVERINI
    • MARIA GRAZIA GALATA’
    • MARIA RITA ORLANDO
    • RAFFAELLA TERRIBILE
  • AUTORI CONTEMPORANEI (letteratura e poesia)
  • AUTORI DEL PASSATO (letteratura e poesia)
  • ARTISTI CONTEMPORANEI (arte e fotografia)
  • ARTISTI DEL PASSATO (arte e fotografia)
  • MUSICISTI
  • CONTATTI
  • RESPONSABILITÀ
  • PRIVACY POLICY

LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Il ladro Luca

10 lunedì Gen 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

Tag

L'amante fedele, Massimo Bontempelli, racconto realista

Il racconto “Il ladro Luca” è tratto dalla raccolta L’amante fedele di Massimo Bontempelli, pubblicata nel 1953 e vincitrice del Premio Strega nello stesso anno. Il protagonista è un ladro professionista che ha appena svaligiato un appartamento. La sua identità di ladro viene sottolineata più volte a partire dallo stesso titolo. Dopo il furto si siede a riposare sul tetto pregustando la meraviglia dei compagni e, probabilmente, un elogio del suo Capo per la ricchezza del bottino. Quando sta per allontanarsi si sente osservato, volge lo sguardo e si imbatte nel poliziotto più abile e implacabile della città. L’agente lo minaccia, gli punta addosso la pistola intimandogli di tenere le mani in alto ma mentre sta per avvicinarsi a lui per tentare di arrestarlo perde l’equilibrio, non padroneggiando bene la tegola su cui si trova e precipita giù. Il ladro Luca prova sorpresa e gioia ed è convinto che l’agente sia precipitato, quando però osserva bene il punto in cui il grosso corpo è scomparso si accorge che l’uomo si sta reggendo all’orlo del cornicione. A quel punto in lui prevale l’istinto di soccorrerlo perché è un suo simile che si trova in pericolo di vita. Gli si avvicina e gli tende la mano, poi con uno strattone riesce a metterlo in salvo. Il poliziotto a quel punto, di nuovo seduto sull’angolo del tetto, non riesce a guardarlo in viso e comincia a singhiozzare. Luca gli porge una sigaretta, che l’altro non riesce neppure a fumare, recupera la refurtiva e scende dal tetto. La sua semplicità d’animo, però, non gli permette di farsi domande su ciò che è bene e ciò che è male, dunque l’unica cosa a cui pensa alla fine dell’avventura, dopo tante emozioni contrastanti, è il ricco bottino che potrà ostentare di fronte alla banda di malavitosi che costituisce la sua famiglia. Il narratore è onnisciente, l’atmosfera del racconto è irreale e rarefatta, all’inizio il cielo è nuvoloso poi sempre più limpido e luminoso, evidenziando una certa corrispondenza tra il paesaggio notturno e lo stato d’animo del protagonista che compie un gesto di generosità e solidarietà nei confronti del poliziotto che lo voleva arrestare e dimostra che anche i delinquenti, a volte, possono dare prova di nobiltà d’animo.

*

Al ladro Luca, nella notte annuvolata, bastò la luce d’un quarto di luna e di poche stelle per scendere in una casa dall’abbaìno e farvi un bottino di prim’ordine. Ora ne riusciva con piena la sacca e l’animo contento. Alzò gli occhi un attimo al cielo che si stava sgombrando, poi guardò il tetto lentamente in giro. Tutto il mondo era in silenzio e vuoto, non c’era nel mondo altro che lui, Luca, su quel tetto vicino al cielo. Sentiva stanche le reni e il cuore in pace. Non c’è più da aver paura di niente. Fermata bene la cassa alle spalle, s’accomodò a sedere sopra le tegole, e, appoggiato un braccio alla parete dell’abbaìno, si concesse cinque minuti di riposo. Nessuno dei suoi compagni ha mai fatto un bottino tanto importante. L’abbaìno sorgeva al mezzo del vasto pendio di tegole che sale dall’orlo del tetto alla cresta. Luca, dall’abbaìno volgendosi verso l’alto, vedeva quella linea lunga del vertice tagliare il cielo; guardando avanti e intorno a sé, l’immensa distesa del pendìo fino all’altro lato del palazzo, rotta solo da un comignolo, in basso, quasi addosso al cornicione. La vista delle tegole lo riposava. Lui sa camminare sui tetti come un gatto. Pregustava la maraviglia dei suoi compagni (trine, seta, argenti) e forse un elogio del Capo. Il ladro Luca senza bisogno d’orologio misurava il tempo a perfezione. Quando i cinque minuti furono passati, Luca staccò il braccio dalla parete, tentò le cinghie della sacca, poggiò una mano a terra per darsi la spinta e mettersi in piedi. Ma, girando frattanto lo sguardo verso la cresta del tetto, agghiacciò. Da dietro quel vertice era spuntata una testa grossa e nera, due occhi lucidi traverso l’ombra lo saettarono, poi di colpo un uomo fu in piedi a sommo del tetto col braccio teso e la rivoltella puntata verso Luca, e nel silenzio sonò il suo comando:

– Mani in alto! –

Il ladro Luca alzò tremando le braccia.

– E fermo! – aggiunse costui. Senza gridare, le sue parole ferivano l’aria e arrivavano taglienti all’orecchio di Luca che sentiva il cuore battere in petto come se si spezzasse: avrebbe voluto abbassare una mano per tenerselo fermo. Aveva riconosciuto l’uomo, era uno dei poliziotti più abili e implacabili della città. Si guardarono forse per dieci secondi. Lo sbirro fissava Luca negli occhi, Luca guardava l’altro alle ginocchia, e le braccia ogni tanto stavano per ricadergli giù ma lui con uno sforzo le rimetteva subito in alto. In quei dieci secondi passò per la fantasia di Luca una ventata rapida di immagini: il contatto con le mani orride dello sbirro, il bottino nella sacca, le manette, poi lo sapranno i compagni e il Capo: tutte mescolate e scompigliate nel soffio della paura. Lo sbirro s’ergeva verso la parte estrema della cresta del tetto. Ora avanzò di qualche passo; tramezzo alla paura il ladro Luca ebbe modo d’accorgersi che il piede dell’altro non padroneggiava a fondo la tegola. Forse per questo l’altro ora stava fermo: s’era piantato sui due piedi, con le corte gambe un po’ aperte, e parlò a Luca, sempre con quella rivoltella spianata:

– Attenzione a quello che dico: alzati, vieni qua, mani in alto; al primo moto che fai per abbassarle o per cambiare direzione, sparo. Forza, don Luca!

Mentre quello parlava il ladro Luca aveva infatti rapidamente esaminato la possibilità di buttarsi a destra verso il cornicione, ma il colpo dell’arma lo avrebbe raggiunto. Scomparire nell’abbaìno era mettersi in trappola. Non poteva che ubbidire. Riuscì a levarsi in piedi senza servirsi delle braccia. Poi, ma lentamente (per non rivelare all’altro la propria agilità, per allontanare al possibile il momento in cui si sarebbe sentito addosso quelle mani, per un istinto professionale di finzione), passo passo cominciò a salire obliquamente il tetto in direzione di quella rivoltella. Le mani gli tremavano.

– Più svelto – disse lo sbirro con un sogghigno – pesa tanto quella sacca? più svelto. –

Il ladro Luca voleva rispondere ma non poté che mandar fuori qualche sillaba fioca: si rese conto che non aveva ancora detto una parola. Fece qualche altro passo incespicando ad arte nelle commessure delle tegole.

– Avanti, don Luca, hai lavorato bene, è giusto che ti porti a dormire. Altrimenti…

Il cuore di Luca balzò di sorpresa e di gioia, perché lo sbirro per un piccolo moto inconsulto del piede aveva barcollato un attimo ed era precipitato scivolando sulle tegole. Subito Luca vide il grosso corpo rotolare giù per la china del tetto, egli allora si mise a correre su verso la cima. L’altro s’era smarrito, s’afferrò con la sinistra a una tegola ma questa si staccò di netto e lui mandò un gemito sentendosi straziare le unghie alla radice, tentò invano afferrarsi con l’altra che lasciò andare la rivoltella, rotolò ancora, batté la testa contro il comignolo ma non si fermò; e il ladro Luca, raggiunta la cima, si voltò e vide lo sbirro arrivare all’orlo della discesa e il suo corpo scomparire nel vuoto. L’investì e lo invase una folgorante felicità. Fissò allucinato il punto laggiù dove il corpo del nemico era scomparso. E, così guardando, s’avvide che non era scomparso tutto: le due mani dello sbirro eran rimaste afferrate all’orlo del cornicione e furiosamente si sforzavano di tenervisi strette. Luca sedette sulla cima del tetto a fissare quelle due mani grosse, sempre più nere e convulse. Aspettava, prima d’andarsene, di vederle scomparire. Quella sua felicità che per un minuto aveva forse raggiunto il delirio, s’era calmata. Ora il ladro Luca era sicuro e tranquillo, stava seduto col busto e il capo un poco protesi in avanti, come si sta a teatro nei momenti più ansiosi del dramma. E si figurava il corpo pendente là sotto, il corpo del nemico che tra poco precipiterà giù a sfracellarsi sul lastrico. Tese l’orecchio per essere pronto a sentire il tonfo. Una di quelle due mani non resse più allo sforzo e si staccò dal cornicione, subito tutta la forza e lo spasimo dell’uomo si raccolsero per un momento nell’altra, poi la prima tornò ad afferrarsi e l’altra si staccò e s’agitava nell’aria. D’improvviso qualche cosa di ignoto brillò nell’animo del ladro Luca, ed era assai diverso dal delirio di quella prima felicità. Chiuse e strinse gli occhi e subito li riaperse: di laggiù sentì un rantolo, e pareva venisse da quelle mani. Il ladro Luca non capiva più niente, ma, senza capire, di colpo s’alzò, in un lampo sfilò dalle spalle la sacca e la posò sulle tegole; un’altra volta chiuse e riaperse per un attimo gli occhi, si passò una mano sulla fronte, e, senza sapere perché, senza sentire quello che stava facendo, corse giù, diritto, fin là; arrivato là si gettò ventre a terra, s’apprese con una delle sue mani di ferro allo spigolo del comignolo, si tese in avanti, porse l’altra gridando: “attaccati!” e abbrancò la mano alzata dell’uomo che si dibatteva. La sentì stringere, la tirò a sé con tutta la forza, come un pescatore tira la rete pesante: vide venir su la testa e le spalle, tirò ancora: l’uomo aiutava il suo sforzo, arrivò tutto. Luca gli diede un ultimo strattone, poi aiutò l’uomo a porsi a sedere sull’angolo del tetto. Seguì un silenzio e la notte respirava intorno a loro. Lo sbirro fissava in giù verso l’abisso ma certo non vedeva niente, il ladro Luca gli guardava la schiena ma non sapeva di guardarla. E aveva voglia di andarsene ormai, ma non si moveva, come se aspettasse qualche cosa, e non sapeva che cosa né perché. Finalmente lo sbirro senza voltare la testa verso il compagno mormorò qualche parola, Luca non capì e domandò: – Come? –

L’altro ripeté, sempre a capo chino: – Fa freddo. –

Luca si sentiva a disagio. L’altro si prese la testa tra le mani e cominciò a singhiozzare piano. Il ladro Luca si cercò in tasca un fiammifero e una sigaretta, la accese e la porse: – Prendi. –

Lo sbirro si voltò, e Luca vide che aveva il volto rigato di lagrime. Ripeté:

– Prendi – e chinandosi gli pose la sigaretta tra le labbra. La sigaretta tra le labbra dello sbirro tremava. Dopo un poco lo sbirro balbettò: – Grazie; – la sigaretta gli cadde di bocca, sull’orlo del cornicione. Il ladro Luca fu lesto a raccoglierla, scrollò le spalle, finì lui di fumarla. Fatto questo, come l’altro s’era di nuovo girato in là con la faccia tra le mani, Luca s’alzò in piedi, si voltò senza più guardarlo, risalì, in cima, dove aveva lasciato la sacca. Se la accomodò sulle spalle, scese piano l’altro versante avviandosi verso un doccione dell’acqua per cui scivolando si scende a terra. La luna era scomparsa e non c’era più una nuvola in cielo. Il ladro Luca pensò con orgoglio alla maraviglia dei compagni, all’elogio che forse il Capo gli farà per il bottino. Prima di lasciare il tetto e di abbracciarsi al doccione, guardò una volta ancora il cielo. Aveva cento volte lavorato di notte, ma non s’era mai accorto che ci fossero tante stelle.

Massimo Bontempelli, da L’amante fedele, Mondadori, 1968.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Preghiera della neve e dell’attesa

25 sabato Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 2 commenti

Tag

Paola Mastrocola, Preghiera della neve e dell’attesa

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE!

 

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –

Portami ancora doni, dio bambino.

Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.

Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…

Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrae
e riposa.

 

Paola Mastrocola

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Versi trasversali: Zahira Ziello

20 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ Lascia un commento

Tag

poesia contemporanea, Zahira Ziello

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

ZAHIRA ZIELLO

ANTEFATTO

Vorrei un bacio lunghissimo

o dei morsi pizzicati,

avere i miei fianchi stretti ai tuoi

piano come piano è il respiro

e forte e lontana la tua stretta.

 

 

GEOMETRIE I

Era dolce baciare la verticale della tua schiena,

poggiare su di te la mia guancia stanca

e, affamati capire che non c’era amore,

solo poca voglia e pelle sudata,

Nessuna cura ma

la ricerca di un centro che sapesse

stringerci voglioso,

non come facevamo noi.

 

Era dolce baciare il centro della tua schiena.

 

 

GEOMETRIE II

Non mi manca il tuo amore

Mi manca raschiarmi cuore e vene per permetterti di entrare.

Ritrovarti la notte lì, steso a gemere lento

Rannicchiato e placito a otturare lo spazio dove prima scorreva forte il sangue.

E poi scoprirmi entusiasta e piena

Di un’euforia che non mi apparterrà

Perché ogni tua cura tornerà a te

E a me resterà il vuoto che avevo scavato per permetterti entrare.

 

 

GEOMETRIE III

L’assenza è un morbo corpulento e fiero,

stringe e giace, vorticoso e flebile

Fugge dal corpo che lo ha abitato

e se ne fa uno nuovo, una nuova sostanza,

nuova mancanza e desiderio.

Non torna, e smarrita la casa,

si ritrova in mura strette di solitudine,

strette a ricordare che l’assenza è fuggita.

 

 

GEOMETRIE VII

Sapessi frazionare in cerchi la realtà,

mi libererei dei rigidi assiomi di questa folle ellisse,

che carceriera, trattiene in sé un dramma

ripetitivo e indolente ma mai menzognero.

 

Sapessi sedermici su e impormi,

renderei torchio il cerchio e le assi

e muovendolo deciderei io cosa stringere

(almeno in questa tra le ripetizioni)

 

E il torchio cosa maciullerebbe?

L’area del cerchio?

I resti del contorno?

O i resti miei?

 

 

CONCLUSIONI

Si rifiuta la guerra del dialogo

per assecondare i silenzi alienati delle coscienze,

In favore di questa sovrapposizione di crisi

qui tutti stagnano

senza l’agilità del loto

ma con la durezza di muri

fatti con ossa prive di midollo.

 

Così nelle mie vene

alberga una nuova crisi

che teme caduche novità.

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Monia Gaita, “Non ho mai finto”, La Vita Felice, 2021. Nota di lettura di Deborah Mega

13 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Monia Gaita, Non ho mai finto

 

Nasce come un flusso di coscienza che rivela una sensibilità acuta e una notevole capacità affabulatoria quello di cui dà prova Monia Gaita in “Non ho mai finto”, silloge edita nel 2021 da La Vita Felice, in cui la parola diviene corpo che ri-suona, estensione del proprio vissuto e del proprio io. Il titolo della silloge manifesta una dichiarazione di intenti rigorosa e precisa, quella di raccontare senza finzioni e senza orpelli: unica finzione è quella di fingersi vivi. La silloge appare tripartita: Il ciclo del sentire, Confluenze, A colloquio coi luoghi sono i titoli delle tre sezioni, che, però, si dipanano senza soluzione di continuità.  Fin dal primo testo appare il tema della delusione e dell’assenza, talmente forte e dolorosa da sanguinare come una ferita aperta. A prima vista i testi, in cui è tangibile l’urgenza del dire, riflettono una scrittura intimistica che descrive un percorso esistenziale personale e privato. Nella prima sezione vi è l’elaborazione del dolore e del lutto in versi come Ho il cuore diroccato. / Si è spento tra le braccia / di quest’altra delusione / all’improvviso.

Ha cicatrici ancora troppo fresche questo addio. / Digradano dai fianchi della casa nel respiro.

Ti ho tenuto la mano fredda e cedevole, / accompagnandoti a un ignoto / d’esistenza-inesistenza, / non so dire.

La perdita dell’altro ad un certo punto diviene perdita di se stessi.

Un’altra spaccatura carsica del cuore / a farmi estranea e inconcludente / anche a me stessa.

E io perduta / e con la bocca ancora da sfamare, / cercai una presa salda, un tetto / nel tuo nodo.

Quando razionalmente si comprende che tutto è dominato dal caso, però, ci si adatta e così la poetessa osserva Mi adatto al medio destino dei viventi / insinuando il dispiacere / tra una premessa e l’altra o ancora Mi abituo a vivere / molto al di sotto della soglia / di ciò che avrei voluto. La presa di coscienza e l’adattamento di cui si parlava prima, perché vivere denota soprattutto capacità di adattamento alle avversità, permea la seconda parte della silloge. Le “Confluenze” sono spiragli di ricordi nostalgici che si innervano in un presente fatto di reazioni, coesioni, sviluppi. Ci si estranea da se stessi, fino a diventare quasi osservatori esterni, si comincia forse a rammendare lo strappo del perduto, traslocando nella vecchia casa del perduto, convincendosi che niente sarà perduto, facendosi perfino largo tra la folla del perduto. Il lessico di Gaita è a volte specialistico, altre informale, ricco di metafore,  personificazioni, anafore, che rendono la narrazione in versi sempre coinvolgente, ricca di immagini, quasi espressionista. Scrive, infatti, Ti lascio un bacio ai piedi dell’albero, pettinare tutti i giorni la speranza, pedinare il buio, e ancora l’ottimismo, / si stringe con disagio nelle spalle, il vuoto accende le sue luci, la campagna radicante manda un grido.

La terza sezione, infine, è dedicata ai propri luoghi, Montefredane, l’Irpinia, il Sud, attraverso una geografia dei luoghi vissuti e narrati che diviene geografia dei sentimenti perché si sta parlando di luoghi amati, il cui dramma li ha resi ancora più cari, da proteggere e da difendere. Anche il tuo corpo è da salvare, scrive nel testo dedicato al suo paese natale. È destino comune a tanti dedicare anni agli studi, formarsi e poi dover partire, lasciare la propria terra per garantirsi la sopravvivenza. Le proprie radici, però, non si dimenticano, si resta ancorati ai propri luoghi nella nostalgia del ricordo e nella speranza di un vivere futuro.

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia. / Resto ancorata all’utero dei campi, / covo la prole delle spighe, la proteggo / fino al millimetro finale della schiusa.

L’Irpinia è la terra colpita dal terremoto dell’Ottanta e Gaita dedica diversi testi a quel tragico evento, scrive infatti Fischiano i polmoni delle case, […] Il nido dell’infanzia è divorato, Respira ancora la cicatrice delle case, / il busto greve eretto nella tregua. E di cicatrici Gaita parla spesso: sono quelle comuni a tutti, quelle che ci fanno sentire fragili, depressi, confusi, omologati, aridi, affaticati, privi di ispirazione. Le sofferenze, le delusioni, i lutti da cui riprendersi e le esperienze di cui fare tesoro, ben presto, diventano percorso comune a tutti, uomini, donne che vivono e soffrono, perché la vita è sofferenza da cui possiamo imparare a proteggerci con la forza della resilienza, fino a prendere per buona la norma di resistere. Questo è probabilmente il messaggio che Gaita ci trasmette in queste belle pagine, “Sopportiamo” la nostra presenza nel mondo, lottiamo, viviamo intensamente, protestiamo, affrontiamo le avversità e gli eventi traumatici con coraggio e determinazione perché come Albert Camus scrisse in Nozze, “non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere”.

© Deborah Mega

 

 

PROVO A DIMENTICARTI

 

Ho il cuore diroccato.

Si è spento tra le braccia

di quest’altra delusione

all’improvviso.

Provo a dimenticarti,

a ritornare sull’argine maestro

delle solite abitudini.

 

Svolto col vento

a Nord e a Ovest delle nuvole,

sprofondo nelle ossa oziose della stanza.

 

E un Dio non c’è

a rammendarmi lo strappo del perduto.

Io che non so sopprimerti

e fare sosta lontano dai tuoi arrivi.

 

Io che ti raspo l’oro dalle labbra,

che mi riparo dalla pioggia con l’ombrello

del tuo nome.

 

 

I TETTI DEL RESPIRO

 

La grandine tempestava il mio selciato,

ma io ero di tempra forte,

torcevo il naso allo squilibrio con un dito.

 

Quando il dolore

mi scoperchiava i tetti del respiro,

avevo ancora un tisico giacinto di reazione,

un forse striminzito, un tiepido sorriso.

 

E tra le zolle promiscue dell’inganno

ti cercavo,

ti disegnavo a tratti fermi

lungo il cuore.

 

Poi la frattura

che trasportò a valle i tronchi della fine.

 

Dall’umida parete trasudasti come un’acqua

e a sorte, dal buio, raccolsi una moneta,

ne trangugiai l’amaro fino al pozzo:

 

era il tuo volto,

seguiva la mia traccia.

 

 

L’IMPALCATURA

 

Hai deciso di andare.

Non devo insistere, non devo dire niente.

L’anima adesso è piena di rumori,

beve d’un fiato il vuoto, perde peso,

incrocia gli occhi degli dei irritati.

 

Ora la forza dovrà riprendere a soffiare,

ferma e insistente, da tutte le fessure.

Ora dovrò perseverare nell’uguale,

accendere le stelle cieche

a quelle azioni che sembravano scontate.

 

Eviterò di piantarmi nelle cose

troppo a fondo

e metterò le cicatrici ad asciugare

con il coraggio della volta prima.

 

Fuori dai malintesi e senza contrariarmi

quando l’impalcatura,

stanca di concepire,

cade al suolo.

 

 

DIVENTI

 

Tu sei un frangente di spiaggia,

scavi la mia scogliera,

ritorni al mare con moto di risacca.

 

Io ti raccolgo le acque

e una sottile pellicola di ansia

dalle labbra.

 

Cede il calore ricevuto questo giorno,

mostra la faccia illuminata

al tavolo, al quadro, alla ringhiera.

 

È l’ora in cui la gioia irriga il foglio

e la tua voce cammina senza posa

nella stanza.

 

Diventi il primo nella fila dei bisogni,

poti gli ulivi alla paura.

Mi dici: «Amore, non pensarci,

andiamo avanti».

 

 

DIFENDERE

 

Ci tocca sistemare

alcune tegole fuori posto,

rimpatriare i danni,

incunearci in un ulivo d’abitabile.

 

Insegna la storia

a non sentirci cancellati,

a non dilapidare la parola data.

 

Ed è fortuna

desumere la luce dalle foglie,

acclimatarsi al vento,

istituire un’adiacenza coi passanti.

 

Quando la gioia ti muore sulle labbra

come una parola,

devi nutrirti di quello che rimane

nel cestino,

difendere il “ti amo” che imparammo

in epoche remote,

 

ruotare attorno al fulcro dei viventi,

continuare.

 

Testi tratti da Monia Gaita, Non ho mai finto, La Vita Felice, 2021.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Amy, dieci anni dopo

06 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Grandi Donne

≈ 1 Commento

Tag

Amy Winehouse

 

Dieci anni fa, il 23 luglio del 2011, la musica ha perso un’artista eccezionale che in pochi anni ha attuato una vera e propria rivoluzione soul. Amy Winehouse ha concluso drammaticamente e prematuramente la sua parabola umana all’età di 27 anni, dopo una vita ricca di grandi successi e riconoscimenti ma anche di eccessi che l’hanno portata ad intraprendere una china discendente di disordini alimentari e dipendenza dagli stupefacenti e dall’alcool. Come succede quando muore una stella di prima grandezza, ci ricordiamo esattamente dove eravamo e cosa stavano facendo quando abbiamo appreso la notizia della sua scomparsa. Non c’è niente di più triste che assistere allo spreco di talento ed è quello che si è verificato nel suo caso. La triste coincidenza del decesso avvenuto proprio a 27 anni l’ha inserita nel “club” che comprende altri artisti morti alla stessa età: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain per citare i più noti. Ripercorriamo alcune tappe della sua biografia. Amy Jade Winehouse nasce a Enfield, in Inghilterra, il 14 settembre 1983 in una famiglia ebraica. Manifesta ben presto una grande attitudine musicale, tanto da fondare, giovanissima, un gruppo rap amatoriale chiamato Sweet ‘n’ Sour che lei descrive come la versione bianca ed ebraica delle Salt-n-Pepa. Riceve la sua prima chitarra a tredici anni e impara a suonarla.. Nel 1999 comincia ad esibirsi nella National Youth Jazz Orchestra e, dopo che il suo amico e cantante soul Tyler James invia una sua demo a un talent scout, Winehouse esordisce per l’etichetta discografica Island/Universal con l’album Frank, che riscuote un buon successo di pubblico e critica. La sua voce viene accostata a quella di Sarah Vaughan, l’album riceve due dischi di platino e vende un milione e mezzo di copie. I testi della cantante sono molto personali e intimistici: per lei, infatti, la scrittura è catartica, quasi una terapia attraverso cui elaborare le proprie emozioni. L’affermazione vera e propria, però, arriva nel 2007 con l’uscita del secondo album Back to Black che scala le classifiche mondiali ottenendo un successo planetario e che permette alla cantautrice di vincere cinque Grammy Awards e un sesto postumo. Numeri da record che la affiancano a cantanti come Alicia Keys, Norah Jones e Beyoncé. Ad anticipare l’uscita dell’album è il singolo Rehab pubblicato il 23 ottobre 2006 che parla del rifiuto di disintossicarsi dall’alcool e diviene un tormentone mondiale. Il suo stile viene definito “R&B contemporaneo”, “New Soul”, “New Jazz”, “Soul bianco”. A Lisbona il 30 maggio 2008, Amy Winehouse partecipa ad un concerto ma si esibisce con la voce rotta e si giustifica dicendo di aver avuto dei problemi respiratori. Un mese dopo canta a Hyde Park a Londra insieme ad altri grandi artisti per festeggiare i 90 anni di Nelson Mandela. Proseguono intanto i lavori per il nuovo album e, nel novembre 2010, la cantante annuncia un suo ritorno sulle scene musicali, con concerti previsti in Brasile, Italia, Serbia, Turchia e Romania. Nell’aprile 2007 il quotidiano The Sun pubblica la notizia del fidanzamento della cantante con Blake Fielder-Civil. I due si sposano il 18 maggio 2007, a Miami Beach in Florida. Nel novembre 2007, in occasione degli MTV Europe Music Awards, la cantante sale sul palco in evidente stato confusionale: non pronuncia il tradizionale discorso di ringraziamento e canta con qualche difficoltà. In diverse occasioni la Winehouse è coinvolta in problemi legali sfociati in vere e proprie cause, aggressioni a giornalisti e fotografi, possesso di sostanze stupefacenti ma nel 2009 torna a far parlare di sé perché è protagonista di un salvataggio in mare, va in soccorso di una donna e le salva la vita. Nel 2010, Winehouse fa domanda per l’adozione di una bambina caraibica di dieci anni, Dannika Augustin. La richiesta viene accolta, ma la bambina non andrà mai a vivere con la cantante perchè ne sopraggiunge la scomparsa. La crisi del matrimonio e la dipendenza sempre più forte dagli stupefacenti e dall’alcool la costringono a ripetuti ricoveri e la fanno precipitare in uno stato di forte depressione. Dopo il divorzio dal marito, nel 2009, la cantante ha diverse relazioni con Josh Bowman, con il regista Reg Traviss, con Pete Doherty, cantante dei Libertines. Tra le ultime collaborazioni, ricordiamo quella con Tony Bennett nel marzo del 2011, con cui registrò il brano Body and Soul. Bennett così si espresse su di lei: «Si pensa che tutti possano cantare jazz, ma non è così. Quello di saper “sincopare” la musica è un dono che si impara, certo, ma è anche un’attitudine con cui si nasce e Amy Winehouse era nata con quello spirito». Nel 2011, la Winehouse canta visibilmente ubriaca davanti al pubblico di Belgrado, successivamente viene annullato l’intero tour europeo. In varie interviste, ammette di avere disturbi di autolesionismo, depressione e anoressia. La regina del soul riconosce tutta la sua fragilità, sfruttata ossessivamente da un padre prima assente e poi invadente che la convince a non avere necessità di un sostegno psicologico, dal marito Blake che riconosce troppo tardi di averne causato la rovina, dai media, dai manager, dalla stessa industria discografica. Ciascuno ha contribuito a distruggere una personalità sensibilissima e bisognosa di affetto. Al 20 luglio 2011, tre giorni prima della sua morte, risale la sua ultima apparizione in pubblico all’iTunes Festival di Londra. Alle 15:53 del 23 luglio 2011, Amy Winehouse viene trovata morta nella sua casa al numero 30 di Camden Square per abuso di alcool dopo una lunga astinenza. Le esequie sono state celebrate il 26 luglio con rito ebraico al Golders Green Crematorium, situato a nord di Londra. Le ceneri, unite a quelle dell’adorata nonna Cynthia, sono state disperse presso il cimitero ebraico di Edgware. Amy Winehouse era conosciuta per la sua generosità e le attività filantropiche, ha donato infatti denaro a diversi enti di beneficenza, in particolare quelli riguardanti i bambini. Ancora oggi l’incasso del terzo album Lioness: Hidden Treasures, pubblicato postumo il 5 dicembre 2011 dalla Universal, è devoluto alla Amy Winehouse, associazione di beneficenza istituita il 14 settembre 2011 per sostenere i giovani in difficoltà, cresciuti in ambienti svantaggiati o che soffrono di dipendenza da alcool o droga. Un’altra attività di raccolta fondi è stata l’asta del vestito iconico a pois indossato dalla cantante e riprodotto sulla copertina del suo album Back to Black. L’offerta vincente è stata pari a 36 000 sterline. Lioness: Hidden Treasures contiene brani inediti e demo di vecchia data che non erano mai stati pubblicati prima. Salaam Remi, uno dei produttori, commentando il progetto, ha detto:

«Quando ho ascoltato di nuovo i nastri di registrazione ho sentito alcune delle conversazioni con Amy che c’erano in mezzo. Era molto emotiva. È stata dura, ma è stata anche una cosa incredibile. Amy era una ragazza di talento. Credo che lei abbia lasciato qualcosa che va oltre i suoi anni. Ha messo insieme un corpo di lavoro che potrà ispirare una generazione non ancora nata.»

Anticipato dal singolo Our Day Will Come, il disco ha ottenuto un ottimo successo di vendite, in diversi paesi europei. Da allora si sono susseguite diverse pubblicazioni di singoli, di registrazioni live, album postumi perfino nomination postume. Amy Winehouse ha influenzato molti artisti: Adele, Caro Emerald, Duffy, Lana Del Rey, Lady Gaga, Nina Zilli. A sua volta lei è stata influenzata dalla musica Motown, il suo stile infatti combina elementi della musica soul e jazz degli anni sessanta al rhythm and blues. Un timbro vocale potente e inconfondibile e un’estensione di tre ottave ne fanno una delle voci femminili più belle della musica soul e jazz; il look originale ispirato alle pin-up degli anni Cinquanta ne fanno un’icona irraggiungibile. Nel 2015, è stato prodotto il docu-film Amy-The Girl behind the name, girato dal regista Asif Kapadia. Un film crudo che, tra immagini e filmati d’archivio inediti, indaga senza pietà la discesa di Amy Winehouse nell’abisso di alcool e droghe e che non è piaciuto neanche alla famiglia dell’artista perchè fuorviante. A dieci anni dalla morte la BBC ha prodotto il documentario Reclaiming Amy, che celebra la vita di Amy Winehouse attraverso le sue stesse parole e le testimonianze dei genitori Janis Winehouse-Collins e Mitch e dei suoi amici. La madre, affetta da sclerosi multipla è la voce narrante. Amy Winehouse at the BBC invece è una raccolta disponibile in 3 vinili o 3 cd su etichetta UMC/Island, che contiene una selezione delle migliori performance registrate per la BBC dalla cantante. Nel nostro paese Hoepli ha recentemente pubblicato il romanzo La Mia Amy, scritto dal musicista e suo migliore amico Tyler James. Una retrospettiva al Design Museum di Londra celebra voce, trucco, performance, successi e fragilità della cantante. La mostra espone anche i suoi quaderni da teenager, le foto personali e i testi delle canzoni scritti a mano. Ben vengano raccolte, compilation e tributi ad un’autrice, cantante e interprete di classici così originale, talentuosa, carismatica che va ricordata non solo per i suoi problemi come spesso si è fatto finora ma per l’impareggiabile abilità artistica.

 

© Deborah Mega

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Versi trasversali: Alfredo Alessio Conti

29 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ Lascia un commento

Tag

Alfredo Alessio Conti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALFREDO ALESSIO CONTI

*

E RITORNO

È tempo di non ritorno
quando la vita si spezza
il dolore avanza
l’amore svanisce,
ma io riappaio
con la mia voce
le mie parole
e come eco tra i monti
rinasco
rivivo
ritorno da te
alla mia casa
alla mia terra.

 

MEMORIA

Ogni giorno che passa
si vuol cancellare
la memoria del passato,
ricostruire
immaginando
il decorso della vita
altro
dalla realtà.

Voglio ricordare
per non dimenticare
perché Lei ci soccorra
negli errori commessi
e nulla
potrà essere
come prima.

Ogni epoca
nonostante tutto
ha le sue
guerre e distruzioni
e vite umane
muoiono oggi…

… ancora.

 

DANZA CON ME

Danza con me
ascoltando
la voce del creato
che freme
nel nostro cuore.
Senti il vento
sospirare
tra gli steli del prato
e le foglie degli alberi
ballare con Noi.
Senti
i passi di Dio
che si avvicinano
e il lieve
abbraccio
chinarsi su di Noi.
Festeggiamo
il passaggio
tra vita e vita.

 

NEL…

Nel dì dei morti e dei santi
tra le tombe
passeggiando e pregando
il silenzio
mi avvolse.

Al rintocco delle campane,
all’ora terza,
mi inginocchio
al giorno
della resurrezione.

Non c’è morte
che non ricordi la vita.

Testi tratti da La verità nascosta, Guido Miano Editore, 2020

 

DI UN TEMPO

Sorridono
le stelle
tra le ingiallite
foglie autunnali,
come le parole
impresse
su vecchie pagine
lasciano
i tormenti, i sospiri
di un tempo
passato
a ricordare.

Da Quando un poeta se ne va, 2019

 

ATTIMI DEL TEMPO

Ricercatore di silenzi e d’eternità
inebriati nell’essere
per respirare mondi interiori irraggiungibili,
sogno imperscrutabile dell’umano vivere,
speranza della quotidiana esistenza.

Attimi del tempo presente
echi del futuro appesi al filo del passato.

Nessun ricordo
se non un soffice soffio
alito di vento
nel cosmico chiedersi
a quale incontro prepararsi.

Da Vivo di Te, 2007

 

ANCHE IL MIO CUORE

Nel silenzio delle splendenti
notti quotidiane,
dopo le frenetiche
stanche giornate,
quando i cuori
battono in un’unisona
armonia familiare
di tenera pace,
nell’Amare
il frutto
della vostra vita,
anche il mio cuore
riposa
tra le vette montuose,
innevate dal dolce vostro
calore.

Da Avvolto dal tuo tenero amore, 1998

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Versi trasversali: Matteo Marangoni

22 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ Lascia un commento

Tag

Matteo Marangoni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MATTEO MARANGONI

 

La rosa in riva al mare

 

Libera

e incredula

ombra

di cielo

velato

il giorno

il volto

e la notte.

 

*

 

Nella nebbia

 

Nella nebbia

in piedi

le parole

lasciano segni

abbandonano suoni

diventano mare sconosciuto,

tutto si riconosce.

 

 

Biografia

Matteo Marangoni è nato a Macerata, il 5 Luglio 1974. Operatore turistico – culturale e scrittore. È stato uno dei soci fondatori con mansioni di segretario/tesoriere dell’Associazione culturale Rebis (operante in campo teatrale ecc.) e dell’Associazione culturale Forward Agency (operante in campo musicale ecc.). È stato anche co-organizzatore-promotore di mostre d’arte moderna e contemporanea, di festival-spettacoli teatrali e collaboratore di eventi musicali in Italia. Ultimamente collabora con l’Associazione culturale Terra dell’Arte (operante nel settore dell’arte contemporanea ecc. – si vedano Il Premio Nazionale di Poesia “Poesie al Mondo” e il Festival di Teatro, Danza, Musica e Poesia Notti d’Estate), l’Associazione culturale “San Ginesio” (operante in campo teatrale ecc. – si vedano eventi come la Giornata Mondiale della Poesia e del Teatro, il Maggio dei Libri, Il Festival Sudamericana e Libriamoci) e la Fondazione Europea F.O.R.A.R.T. (in qualità di collaboratore amministrativo). Da alcuni anni si è distinto infine come scrittore – autore di poesie – racconti, anche in collaborazione con le realtà culturali di cui sopra, partecipando a concorsi di poesia – racconti nazionali, pubblicando testi, partecipando a letture di poesie – racconti ecc. (si vedano la plaquette Testi ed immagini, i testi editati con Aletti Editore, Giulio Perrone Editore, le Edizioni Progetto Cultura e altri siti – blogs on line ecc, la partecipazione con successo al Premio di Poesia Lorenzo Montano di Verona, al Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, ai Concorsi “Spazi Transitori” e Resilienza di Circuiti Dinamici di Milano, all’edizione 2018 del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio di Mantova e del Premio Domenico Ciampoli di Atessa – sezione twitter – dove si è poi classificato al terzo posto – all’edizione 2019 del Concorso Letterario “Amilcare Solferini” di Rodallo – dove si è poi classificato al primo posto – e ai Festivals Umbria Art di Terni, La Rocca dei Poeti di Tuscania, al Festival Internazionale di Poesia di Milano e al IV Festival Internazionale di Poesia della Casa della Poésie “El Cactus” ecc.). Nel 2017 ha conseguito infine una Certificazione di specializzazione IFTS in “Tecniche per la promozione di prodotti e servizi turistici con attenzione alle risorse, opportunità ed eventi del territorio. Accoglienza sostenibile anche per i disabili, con riferimento anche ad itinerari culturali, naturalisti ecc.”.

Riferimenti social:

https://www.linkedin.com/in/matteo-marangoni-079054161/
https://www.facebook.com/matteo.marangoni.397 https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
https://www.facebook.com/sudamericanafestival/
https://www.youtube.com/channel/UCm2n2wyb815XnCyw3c_DwJQ

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Versi trasversali: Domenico Bernardo

15 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ 1 Commento

Tag

Domenico Bernardo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

DOMENICO BERNARDO

 

L’esistenza della Natura

 

Come è grande osservare

tutto quello che ci circonda,

basta guardarsi intorno per proiettarsi indietro

nel tempo dove tutto questo una volta era,

e i veri guardiani della natura,

cioè i nostri antenati,

lo consideravano una divinità

e lo adoravano come tale.

Perché da esso traevano tutto quello

che serviva loro

per il sepolcro,

per la loro vita.

Adesso ormai sono del tutto spariti

quei campi coltivati che sembravano

delle opere disegnate

da artisti così perfette

con colori splendidi di una lucentezza

e splendore che

al calar del tramonto

cambiavano del tutto il loro

colore e che regalavano

ai cuori delle Naiadi ansanti

una mitezza matriarcale.

Passeggiare per un bosco,

e respirare una ventata di aria profumata

portata da un flebile alito di vento mattutino

che porta ancora il sapore fresco della rugiada

appena dissolta

dai primi raggi di un tiepido sole,

così la Natura con sorprendente soprannaturalità

ci mostra la sua fulgida vitalità di Essere,

fonte di prosperità e vita per l’immenso

mondo che avviluppa il Creato.

 

 

Il volo della Libertà

 

Libertà,

aurea Idea con incircoscritto

valore che avviluppa tutto il Creato.

È il mortale libero? Il mortale

avvalora l’aurea Idea?

Osservando il volo di uccello

pensiamo che Lui

sia libero perché volteggia sicuro

come la folgore

in quel limpido cielo libero da nuvole;

ma è verità codesta?

Pensa o Musa al tremore di quei nati

che ogni meriggio vedono militi corone,

peraltro volute dai loro simili che mirando

la volta celeste dicono di essere liberi.

Eppure la Natura ha donato a tutti

l’aurea Idea,

Libertà,

perciò l’essere umano non avvalga Leggi

di non rispettarla e di violentarla negandola

a chi alzando lo sguardo al cielo gioisce nel vedere

in questo immenso orizzonte celeste

il volo libero di uccelli,

trasmettendo anche a loro

l’immensa aurea Idea,

ove di notte si illumina a festa

con il bagliore d’avorio della luna

e delle sue figlie stelle,

e il Tutto che la Natura

ha a noi donato feconda

sì che mai lo vorrebbe vedere

tinto come un arazzo corvino.

 

 

Il ricordo antico

 

Ormai la mia folta chioma

color corvino di una volta

ha lasciato al canuto colore

e ai ricordi della gioiosa

adolescenza quella spensieratezza giovanile

che si vive solo allora.

E quando attraversi questo periodo

solo allora

insorgono nella mente le rimembranze

che hanno eletto

la tua giovinezza.

Ed ecco ho provato a riviverle,

andando a passeggiare

solingo per il mio borgo natio,

nascondendo un’emozione vergine

come quella del primitivo bacio verso

la tua giovane ninfa.

E proprio percorrendo quel ripido vicolo

dove il respiro diviene affannato,

mentre prima era mite,

sedendomi su quei massi di pietra

che sono rimasti intatti che allora vivo.

Lì penso come è iniziata la vera vita,

con la celeste mia Diana,

e il capanno d’amore,

e lì stilla il pianto.

Poi scendendo quello che

noi chiamavamo campo,

una strada che portava

là dove io ero venuto alla luce,

rivivo tutta la mia fanciullezza con i miei coeterni,

sì che infine arrivato

sotto la mia vecchia dimora,

qui vedo il vetusto padre,

la sua sposa, la madre,

nel loro sepolcro attendere

il mio ritorno.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020. “Un’interiorità tutta da esplorare”. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Incantazione, Sergio Sichenze

 

“Incantazione” è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Sergio Sichenze, edita per i tipi di Màrgana Edizioni nel 2020. L’ Incantazione è lo stato di chi si venga a trovare sotto l’effetto di una forza magica e meravigliosa: incantazione lunatica scriveva D’Annunzio, incantazione che mi predisponeva al prodigio, annotava Tomasi di Lampedusa. L’opera è nata durante l’estate del 2020, in pieno isolamento dovuto alla pandemia che ci ha resi isole. C’è un momento in cui il poeta, così come l’artista, si chiude la porta alle spalle, si libera di sovrastrutture, pensieri, maschere e corazze, e resta  in silenzio, solo con se stesso. Questa condizione di isolamento è la condizione migliore per osservare, mettersi in ascolto dell’altro, scrivere. Non a caso il primo testo reca il titolo di Quarantena. In esso è evidente il dramma dell’incomunicabilità rappresentato dalle spente parole e dall’assenza. E ancora una volta, dopo l’altra sua silloge “Tutto è uno”, ad incantare Sichenze è la natura in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue manifestazioni. Il mondo è spasimo, Bituminosa babele di sguardi. Unica a sopravvivere all’imbrunire è l’Isola, paradigma della condizione umana di quei mesi, non a caso parola ricorrente, nel corso della silloge, per ben quindici volte.

Citazioni tratte da Leopardi e dal Montale de “La bufera”, da Bufalino, da Foscolo, da Mascolo, da Tomasi di Lampedusa, da Biundi ma anche dalla Bibbia introducono i vari testi. La luna spesso è protagonista, come spettatrice indifferente direbbe Leopardi, come testimone comprensiva e partecipe dei fatti potremmo dire noi. Altro protagonista indiscusso e onnipresente il mare con i suoi abitanti e con i suoi nemici e predatori. I testi sono costruiti come raggruppamenti di haiku che fissano emozioni, immagini, stati d’animo. La successione delle parole cattura l’attimo fluente per divenire carezzevole verso figurato che coinvolge la sensibilità del lettore. Molto frequente è l’utilizzo dell’enjambement probabilmente per incidere  sul ritmo del componimento e focalizzare l’attenzione su lemmi particolarmente significativi. Il lessico è evocativo, ermetico, immaginifico, ricco di aggettivazione fluida e suadente e di costrutti a volte nuovi e inconsueti come  pallore / di nebbia alluna o mare fiotta, deserto mareggia, arcaici o letterari come tumultua, alluna, mareggia, oracola, s’azzurra, rammemora, s’acqueta, s’eleva, s’acquatta, s’abbuia, s’approssima, s’asseta, vorticano, s’acciuffa. Frequenti anche le citazioni classiche come Sovrumani silenzi, S’aduna o i neologismi come infinitudine. Nel caso di Sichenze poesia è fiducia nel potere di cura della parola, alla ricerca di libertà e autonomia interiore. Matura sempre di più in questo libro un sentimento di osservazione condotto ai massimi livelli e di attenzione all’anima verde del mondo. Ne consegue un senso di unitarietà e appartenenza al mondo che va oltre il suo aspetto materiale per coglierne l’essenza più profonda e vitale. Tale sentimento è presente nelle cose viventi, nella natura, negli esseri, nelle percezioni indefinite e indefinibili che si possono ricondurre all’intero universo, perfino nelle assenze e nei silenzi. Ecco dunque che l’apparente semplicità di questa scrittura non deve indurre in errore, non esiste cosa più difficile della semplicità che è possibile cogliere con immediatezza, puntando direttamente alle cose evitando di perdersi in spiegazioni e astrazioni che allontanerebbero dall’esplorazione e dalla descrizione di fenomeni ed eventi.

© Deborah Mega

 

Lampara

Notturne
rotte dorsale
spina delle acque
seguono.

Sentieri dai pesci
tramandati.

Spade e squame
nel mercurio
s’annidano.

Petrolio in luce
divina.

Malia: abbaglio
sovrasta.

Vita visione
aerea avvista.

Ombra
di mano agonica
catasta ripone.

Coltello riverbera.

 

Canicola

Diruto
muro: limacciose
acque stagne. Anossico
verde.

Riarso
mezzogiorno prodigio
di miraggio
matura: melassa
d’assenzio, vischiosa
colatura di deiformi
forme.

Rintocco
di campana aria
liquefa: cenere
di suono.

Fumosa
asprezza: luce
vapora.

Polverosa
mia terrena
canicola.

Irrimarginabile
memoria.

 

Sepolcri

Prigionia
d’inguariti volti.

Specola
senza sangue: calcite
carbonatica di marmo e
ossa.

Reciso
giardino, erbario
atrofizzato: tumulate
ombre.

Seriali
lapidi: scarni
solari raggi
rianimano.

Inabitato
spazio: volto
delle origini
assume.

Memoria: sacra
arca.

Lingue
della carne
parlano.

Marino
affaccio di verdeggiante
agave.

Non saremo
assenza.

 

Testi tratti da Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

La storia del Milite Ignoto e la scelta di Maria Bergamas

04 giovedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

≈ 1 Commento

Tag

Maria Bergamas, Milite Ignoto

Oggi, 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si commemora la vittoria dell’Italia alla fine della prima guerra mondiale, vittoria con cui si completava il processo di unificazione nazionale dopo la resa dell’Impero austro-ungarico e si verificava l’annessione allo stato italiano di Trento e Trieste. La ricorrenza, istituita nel 1919, rappresenta la data dell’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino a Padova.

Nel 1921, in occasione di questa celebrazione, il Milite Ignoto, militare morto in un conflitto il cui corpo non è mai stato identificato, venne sepolto solennemente all’ Altare della Patria a Roma. Fino al primo conflitto mondiale i monumenti erano dedicati solo ai condottieri: per i caduti erano previsti solo i cimiteri di guerra. La prima tomba di Milite Ignoto dopo la prima guerra mondiale fu creata in Francia, sotto l’Arco di Trionfo a Parigi e in Inghilterra presso l’Abbazia di Westminster.

In Italia, in ricordo di tutti i soldati dispersi durante la Grande Guerra, il colonnello d’artiglieria Giulio Douhet, propose di raccogliere la salma di un soldato non identificato in rappresentanza di tutti i figli, padri, mariti e fratelli perduti  e di seppellirlo al Pantheon. Il Ministero della Guerra affidò l’incarico a una commissione speciale, di percorrere tutti i principali campi di battaglia e raccogliere undici spoglie non identificate per poi designarne una sola da tumulare a Roma, al Vittoriano, il cosiddetto Altare della Patria. I campi di battaglia prescelti furono quello di San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile. Il 27 ottobre 1921 le undici casse con i resti dei dispersi raccolti vennero adagiate su altrettanti carri trainati da 6 cavalli, giunsero in Piazza della Vittoria a Gorizia, furono salutate da una batteria d’artiglieria e sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio dove sarebbe giunta la donna incaricata di scegliere una delle undici salme. L’ardua scelta cadde su Maria Bergamas, una donna di modeste condizioni, originaria di Gradisca d’Isonzo e madre dell’unico figlio Antonio, arruolatosi come volontario nel 137° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, nome fittizio imposto dall’Esercito Italiano per arruolare i volontari irredenti. Al termine del combattimento in cui fu ucciso, nella tasca del ragazzo fu trovato un foglio sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari». La salma di Antonio Bergamas venne riconosciuta e sepolta assieme agli altri caduti nel cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni. In seguito al bombardamento della zona, le salme però risultarono irriconoscibili e Antonio Bergamas risultò ufficialmente disperso.

In una lettera del 27 giugno 1915 Antonio scriveva: “Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cecando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati.” (in Fabio Todero, “Morire per la Patria”, Gaspari, Udine, 2005, p. 148). Il 4 novembre 1921, nella basilica di Aquileia, Maria Bergamas, madre del sottotenente disperso, in rappresentanza di tutte le madri e spose di soldati dispersi nella Grande Guerra, scelse una salma tra gli undici corpi riuniti in undici significativi teatri di guerra al suono delle campane, degli spari delle artiglierie e delle note della Leggenda del Piave eseguita dalla Brigata Sassari.

Nonostante all’inizio avesse pensato di sceglierne una il cui numero le ricordasse in qualche modo il figlio Antonio, alla fine, per la commozione, si accasciò vicino alla decima salma, che non aveva alcun collegamento con il figlio scomparso. La salma prescelta venne posta all’interno di un’altra cassa in legno rivestito di zinco e sul coperchio furono adagiate una teca con la medaglia commemorativa e un’alabarda d’argento, dono della città di Trieste.
Il 29 ottobre 1921 iniziò il lungo viaggio del treno a vapore che passò a velocità moderata davanti alle stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto per consentire a tutti di porgere il loro saluto al soldato.

Il 2 novembre il convoglio giunse a Roma e il Milite Ignoto fu esposto nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Successivamente il feretro venne trasportato in Piazza Venezia all’Altare della Patria e, il 4 novembre 1921, fu tumulato alla presenza di Vittorio Emanuele III. Da allora, militari di tutte le armi sono impegnati a turno per la guardia d’onore al Milite Ignoto. Il 4 novembre 1921 le dieci salme residue furono sepolte nel cimitero degli Eroi dietro l’abside della basilica. Maria Bergamas morì a Trieste il 22 dicembre 1953 e l’anno successivo, il 3 novembre, la salma fu riesumata e sepolta vicino ai corpi degli altri dieci militi ignoti. A Gradisca d’Isonzo, in Via Bergamas 39, esiste ancora la casa dove Maria ed Antonio abitarono.

In occasione del centenario della traslazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria (4 novembre 1921-2021), oltre alle diverse celebrazioni previste, Rai 1 celebrerà la ricorrenza con un docufilm dal titolo La scelta di Maria, che sarà trasmesso il 4 novembre 2021. Nel lungometraggio, girato nell’estate scorsa, fra il Friuli Venezia-Giulia e Roma, sono inseriti filmati dell’Istituto Luce e altri documenti grafici e d’archivio. Il docufilm è diretto da Francesco Miccichè mentre la produzione è affidata a Gloria Giorgianni e Rai Cinema, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia e Istituto Luce-Cinecittà. Il progetto conta anche sul patrocinio del Ministero della Difesa.

Deborah Mega

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Giorno dei Santi e il cielo di novembre

01 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Margherita Guidacci

Giorno dei Santi e il cielo di Novembre
riflesso nell’asfalto delle vie
inondate di pioggia, due grigiori
paralleli ad opprimere lo sguardo
dovunque cerchi fuga. La città
sembra di piombo e cenere, ed il crudo
lampo dei fari rende più spettrali
i visi dei passanti. Lente scorrono
le ore in questo scroscio
d’acqua, tra schizzi brevi
di fango e il volteggiare
di foglie marce dai giardini. È arduo
oggi pensare al Paradiso: tutto
ci riconduce e prostra sulla terra.
Occorre troppa fede a superare
l’alta barriera di tristezza. Facile
sarà invece domani, nella scia
d’una stagione di disfacimento,
ricordare la fine d’ogni carne.

Margherita Guidacci, da “Le poesie”, 1999

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Marco Galvagni, “Luce d’aurora”, Eretica Edizioni, 2021. Recensione di Rita Bompadre.

25 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Luce d'aurora, Marco Galvagni

 

Il florilegio di versi in “Luce d’aurora” di Marco Galvagni (Eretica Edizioni, 2021 pp.77 € 15.00) segue il movimento spontaneo della qualità luminosa del linguaggio, accompagna il magnetico e privilegiato tragitto delle percezioni, l’esigenza persuasiva dell’amore, accoglie il chiarore indistinto dei sentimenti, ospita il carattere simbolico, rivelatore della gentilezza intima e profonda. Il poeta coglie la delicatezza e la fugacità delle relazioni umane, concentra la sua persistente attenzione sulle sfumature dei significati confidenziali, comprende la condivisione e l’identità interiore elevando la propria elegante attitudine a entrare in contatto con il sortilegio ammaliante e seducente della presenza femminile. La poesia di Marco Galvagni combina l’intensità imprevista e totalizzante dell’innamoramento, comunica l’autenticità di una simbiosi attraente ed estetizzante con l’approccio carnale e la corrispondenza spirituale, rinnova l’essenza intuitiva del carisma e del pensiero nell’evoluzione galante del poema letterario, trasmette la grazia incline alla voluttà, trasforma l’oracolo pagano della parola poetica nel responso espressivo della trascendenza del verso, nello strumento di un’esplicazione capace d’incidere l’ispirazione dell’amabilità nella tangibile materia del testo elegiaco e di confermare l’indice divinatorio di una energia rinnovatrice. L’impiego divulgatore nella scelta stilistica dell’analogia associa le affinità nello svolgimento della seduzione e nell’animazione dell’appartenenza conoscitiva, manifesta l’identificazione nei rapporti misteriosi e complici tra la natura e l’uomo, accende la vampa appassionata nella musicalità dei versi, nell’impeto di uno stile effusivo, lirico, evocativo. L’acceso sensualismo accentua la smaniosa celebrazione del piacere, appaga la felicità viva, risponde all’effetto di una sensibilità disposta affabilmente a ogni sollecitazione, identifica nei colori e nei profumi della natura  i malinconici vagheggiamenti, la contemplazione degli affetti abbandonati, adagiati sulla superficie del ricordo, del candore e dell’incanto colmo di languore, sull’ineffabile intenzione di una estenuazione idilliaca, preziosamente soffusa in raffinati paesaggi dell’anima. Marco Galvagni sigilla la volontà di approdare a un mondo sentimentale, di rigenerare una celebrazione della sensualità, unita a una devozione ieratica. Il poeta avverte il vitalistico entusiasmo, ascolta l’eco e la risonanza della passionalità femminile, l’ascendenza romantica delle alchimie erotiche. L’elaborazione dell’arte di vivere attraverso la comunione spontanea con il coraggio primigenio della vita include il culto di un panismo esistenziale, riversa l’armonia dell’ebbrezza in una immersione partecipativa al fluire del desiderio. La gioia impulsiva affida alla luce calda lo stupore e fonde le vibrazioni evanescenti in un accordo esasperato con l’ardore della bramosia. “Luce d’aurora” è linfa suggerita dalla realtà e custodisce la ferita nostalgica del tempo, difende, nell’aspetto duraturo di un’epoca propizia, il limite inquieto della protezione e la fragilità della memoria labile. Il poeta rivendica la cura devota dell’esistenza, espressa nei seguenti versi: “E detto questo posso incamminarmi/spedito tra l’eterna compresenza/del tutto nella vita nella morte, /sparire nella polvere o nel fuoco/se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.” (Mario Luzi).

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

LUCE D’AURORA

 

Il vecchio amore s’è eclissato,

ora è una goccia di quarzo

frumento come la tua chioma,

un ramo fiorito nella pioggia

che, quand’anche scendesse ad aghi,

ci ubriacherebbe solo di gioia.

 

Nel bosco verdeggiante dei pensieri,

colmo come i calici nel crepuscolo,

hai occhi con orbite intarsiate

di pagliuzze dorate come minerali

e piedi di velluto lo solcano,

piedi di grano, di ciliegia.

 

Amore della luce d’aurora,

del mezzogiorno tagliente

e delle sue lame di sole che gocciola

prima che cali il sipario della notte  –

c’è nel tuo viso profumo di viole,

un aroma di rugiada.

 

Trillo di merli nella mia isola,

nel mio regno del cuore

il cui miele d’acacia

è un giglio fiorito –

unica stella del mio firmamento

come una rosa muschiata nella neve.

 

IL BATTELLO DEI SOGNI

 

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

 

Ti racconto dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

 

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde e di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

 

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane

dell’arcobaleno.

 

 

L’AMORE FRAGILE E PURO

 

Il nostro amore ci donò

importanza di diamante,

scese dagli astri

con la virtù d’una corolla d’acqua

che crebbe e si diffuse

donandoci continuità nella gioia.

 

Per i nostri corpi

s’aprì l’uscio d’una cascina

dove nel grano ci coricammo,

s’aprì un infinito godimento

che nacque e ci accese

distruggendo la ruggine della paura.

 

Siamo l’amore fragile e puro

mentre si sfoglia il secolo:

il tempo corre ma mai nessuno

orbiterà nella fiamma dei tuoi occhi

col loro fogliame intarsiato

mentre a me ammiccano cortesi.

 

La verità in te fiorisce,

appendiamo il nostro amore

a una ruota alata

sì da farne un mulino di stelle

che dipingono le nuvole d’azzurro

mentre un violino suona l’amore vittorioso.

 

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

SQUID GAME: il dramma della sopravvivenza

11 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Recensioni

≈ 7 commenti

Tag

Squid Game

Esiste un nuovo fenomeno che sta riscuotendo grandissima risonanza mediatica nel variegato mondo delle serie televisive. È Squid Game, “Il gioco del calamaro”, perché ispirato a un popolare gioco per bambini praticato fin dagli anni Settanta. Si tratta di una serie sud-coreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, disponibile in streaming dal settembre scorso sulla piattaforma Netflix, solo in lingua originale con i sottotitoli. Il progetto è rimasto a lungo nel cassetto per la difficoltà oggettiva di trovare un finanziatore. Per molti si trattava, infatti, di un’idea poco commerciale, data la complessità della struttura. La serie tratta i temi della fiducia nel prossimo e della sopravvivenza: 456 persone, uomini e donne, per diversi motivi, decidono di partecipare ad un gioco in cui rischiano la vita perché sperano di migliorarla aggiudicandosi il ricco montepremi finale che ha in palio 45600000000 won, pari a circa 33 milioni di euro. Il gioco prevede sei sessioni, in cui i perdenti vengono soppressi e non solo eliminati dal gioco. Il protagonista è Seong Gi-hun, un quarantenne disoccupato, sfortunato e privo di prospettive, che vive con la madre malata ed è oppresso dai debiti a causa della sua dipendenza dalle scommesse, ha una figlia che non può mantenere e che sta partendo per gli Stati Uniti con la madre e il suo nuovo compagno. Quando uno sconosciuto in metropolitana gli offre la possibilità di partecipare a un gioco da cui ricavare molti soldi, Seong Gi-hun ci vede una possibilità di riscatto e accetta, anche se non sa a cosa stia andando incontro. Trasferito in una location sconosciuta, al risveglio si ritrova in una prigione, con diversi sorveglianti mascherati che regolano tutte le attività, solo allora l’uomo capisce di essere in trappola. I giocatori e i soldati indossano ciascuno un colore distintivo, che rappresenta l’appartenenza ad una categoria sociale ed enfatizza la differenza tra i due gruppi. I primi indossano una tuta sportiva di colore avio. Ogni soldato è contraddistinto da un numero e segue rigidissime regole, come quella di non rivolgersi ad un superiore se non si viene interpellati. Tutti indossano una tuta da lavoro rossa con cappuccio ed una maschera nera per non rivelare la propria identità. Unico segno distintivo sui volti incappucciati sono le forme geometriche del cerchio per indicare il soldato semplice, del triangolo per il soldato di medio livello fino ad arrivare al quadrato per il più alto in grado.

Le scenografie e i costumi colorati, dal forte impatto visivo, sono stati progettati per trasmettere l’illusione di trovarsi in un mondo fantastico, che però nasconde trappole e orrori. L’ossimoro che è alla base della serie è evidente anche nella colonna sonora di Jung Jae II, che ha composto anche quella di Parasite, così come sorprende la presenza di brani del repertorio classico di per sé rasserenanti e armoniosi durante e dopo momenti di intensa drammaticità. Le sfide consistono in giochi infantili celebri come Un, due, tre stella, i Dalgona Biscuits, il Tiro alla fune o noti in Corea come Il gioco del calamaro, giochi semplici all’apparenza, ma disputati in gigantesche arene o parchi giochi allestiti a tema e controllati dai soldati. Nella serie sono rappresentate diverse tipologie umane: oltre al protagonista, un suo amico d’infanzia, capo di una società di investimenti, ricercato dalla polizia per aver rubato soldi ai suoi clienti, un criminale rissoso e prevaricatore, una profuga giovanissima che vuole vincere il premio per far emigrare i suoi familiari sopravvissuti nella Corea del Sud, un uomo anziano, malato terminale, un immigrato pakistano che deve provvedere alla sua famiglia, un poliziotto che si intrufola nell’organizzazione e si traveste da guardia, alla ricerca del fratello scomparso: uomini e donne diversi ma tutti accomunati da un destino di difficoltà e sofferenza. Nonostante sia il più anziano tra i concorrenti e sia contrassegnato dal numero 1, Oh Il-nam è quello che incarna le caratteristiche di un bambino: è allegro, puro, conosce le regole e i trucchi per vincere le gare e, a differenza degli altri giocatori, gioca per divertirsi. Conservate in una grossa ampolla, sospesa al soffitto del dormitorio, le banconote rappresentano un sogno irraggiungibile per i giocatori che assistono all’incremento del montepremi dopo l’eliminazione di ogni concorrente. Diverse volte nella serie viene sottolineato che i partecipanti lì vivano una condizione di uguaglianza e democrazia che fuori non è loro concessa. La profonda critica nei confronti delle diseguaglianze sociali viene ribadita anche nel momento in cui un misterioso supervisore di nome Frontman, che indossa una maschera diversa dalle altre, scopre un’organizzazione segreta in seno alla stessa organizzazione, dedita al commercio e al traffico di organi prelevati dai giocatori eliminati. Nonostante la serie sia drammatica e disturbante, ricca di dettagli orridi e raccapriccianti e di effetti stroboscopici, si rivela un dramma corale ricco di umanità. Viene spontaneo giudicare le debolezze dei personaggi ma anche provare tenerezza per loro, quando cercano di fare squadra collaborando e stringendo alleanze per affrontare coraggiosamente un nemico invisibile che li manovra come burattini in un gioco perverso e pericoloso. Oltre ad essere una serie avvincente, ben rappresentata e ricca di colpi di scena, Squid Game spinge lo spettatore a riflettere sulla vera essenza dell’essere umano e dei suoi comportamenti.

Deborah Mega

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Valerio Succi, “Subcultura”, Terra d’ulivi, 2021.

04 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ Lascia un commento

 

Oggi

… È che comprendo, sebbene non riesca a trasmetterlo. È cupo, seppur diurno, ma questo è: la vita immine. Sono ancora vivo! Come narciso che spira non per il proprio viso, bensì per approfondir l’abisso. E lo si capisce bene, dato che basta un attimo, soltanto uno, un singolo momento, per accorgersi che tutto ciò che è contenuto qui dentro si rivela vano, e un’ardua fatica, vana anch’essa, il suo accumularlo, un solo istante, un singolo momento –dico! – per prendere in mano l’accendino, e dar fuoco a ogni minimo libro abitante quest’umile edificio. La guerra non è che silenzio e triste scempio, in confronto alle grida di gioia che emetterei: come arde! Scadendo il cielo, scandalo di me stesso.

Oggi

La guerra, che comincia ogni giorno dopo, ha sviluppato un collerico collettivo, per il quale la maggior parte degli umiliati, subendo il timore atroce della morte, cerca, qualunque esso sia, un metodo per scampare alla propria scomparsa. Decidono di, in massa, recarsi in Biblio, per consegnare – o come dicono loro: «per donare» – le loro
memorie, le riflessioni personali, i diari quotidiani e tutti quei romanzi che custodivano, gelosamente e pudicamente, nel cassetto del comò di casa, da chissà quanto tempo:
ludica fatica ben spesa dietro a un’utopia. Ho iniziato a rifiutare molte di codeste copie, poiché, oltre a giungermi in numero esagerato – qualcuno è arrivato addirittura a redarre interi tomi consegnandomi una vera e propria collana enciclopedica sulla sua stessa vita –, troppe sono rilegate semplicemente con lo spago o tenute assieme tramite graffette scarse, dimostrando il poco senso al loro interno, come quella di chi ha portato un manoscritto senza un rigo scritto e un valido motivo. Ma quale valore gli attribuiscono?
Loro non comprendono, però, e allora mi fanno trovare, già stamane, davanti all’uscio chiuso della bella Biblio, plichi di fogli e pile di quadernoni parenti protocolli da smantellare, realtà malgrado: son ondate di menti traviate – o subisso, sinonimo di… I maggior scaltri, credendosi poi i minor corti, mi spediscono i pacchi via posta, con i quali allegano pure una lettera di ringraziamento, che è precisazione delle motivazioni di tale scelta. Così, posto in difficoltà, non ho la benché minima possibilità di ridare tutto questo indietro: indifeso, m’hanno reso! Evito infatti di buttar nel rusco l’intero gruppo: ricompenso – ma con quale pazienza! –, riconoscendola, la giusta inventiva.
M’incammino dunque: destinazione il magazzino, con lo scopo di trovare uno scaffale vuoto nel quale collocare l’intero materiale, pensando già, nel mentre, a una nuova possibile catalogazione, data la straordinaria occasione. Niente mi viene però in mente: anche solamente il diario di quest’umiliato, che stringo in mano, muta nel suo essere inconsistente. A un certo punto, attirata la mia attenzione, lo scaravento sulla scrivania, già invasa da pendolari petenti il treno diretto agli scaffali, e la scala prendo, perché noto un libro che sporge molto, forse troppo, rischiando di far cadere tutti gli altri, quei suoi compagni dell’ultimo ripiano, quell’alto. Piazzo la scala, ma provo prima, comunque, a raggiungerlo, alzando giusto dei piedi le punte. Non ci arrivo, come del resto ogni singola volta.
Torno dalla scala, sulla quale salgo, nonostante m’intimorisca: sono in balìa d’un caso vacillante, e, sbilenca, mi ricorda ancora l’angusta figura, che, diventandola, mi si manifesta quando m’addentro, ancora oscuro, del magazzino costume e uso. Raggiungo finalmente il volume, ma, nello spingerlo indietro, mi si rivolta contro, gettandosi per terra. Lo fisso per minimo un minuto: combattute, tutte queste vite vissute, per dì marcenti, nei pressi di giardini adiacenti, mi ribadiscono, infastidite, che le ho lasciate troppo a lungo al soliloquio del loro eloquio, infimo destino. E proprio non posso nemmeno asserire, per farmi meglio sentire, che dormano tranquille, poiché seppellite, malnutrite: nessun lume conduce luce, come il segreto cielo non si introduce.
Loro fine, mi perplime. Chiedo perdono, non per questo o quel coso, ma per ciò che realmente sono: bevuto di gusto il succo, ne ho goduto giusto il dubbio. Ma perché parlo, mi perdo, sbando? E con chi piango? Perché abbandonarlo? Seduto, vuol ritornar volume? Perché ambiscono, gli umiliati, a prender parte a questo cimitero e a mischiarsi con quest’altri astanti, i quali, oltre a esser gravidi dei loro stessi anni, hanno anche assaporato, portandoselo in seno, l’amaro dell’assoluto, compiuto dell’incompiuto? Come convivranno se comunicano diverse lingue? Già loro s’oppongono, noto… Ignorano coloro che sono destinati a un oblio ben peggiore rispetto a quello della rete o della scomparsa in quanto tale, perché sì – finalmente l’infine della stessa fine? –, decido di non catalogarli, né d’archiviarli, semplicemente posarli qua, dove nessuno viene, e mai verrà a conoscenza della loro esistenza. Nessuno rimpiangerà il racconto e il dettato costante della propria e solita pratica, atroce e vera vita, che si differenzia, in loro e per loro, soprattutto per le mansioni specifiche che svolgevano a lavoro: due automi, dopotutto, si mimano a vicenda dopo gli ordini ricevuti. Anzi, ad armi pari non han bisogno nemmen degli umani. Ma per le idee? Le stesse, essequie genuflesse: medesime per ogni essere presente in queste povere pieghe, già di polvere piene: tutti attori del proprio evo, presenti mai assenti al proprio tempo; falla qui vi manca.
Scendo dalla scala. Prendo tra le mani il libro che si è gettato a terra. Lo sasso in uno scatolone, tumulo inodore: lo metterò, domani, già a posto? Mentre ritorno, stanco e sporco, alla mia postazione, «Odio l’oblio» sento sentire.

Oggi

Basta dormire: è l’ora! Dolorose tentazioni, seguirò le mie ambizioni. Finalmente darò vita a un epos d’eros che finora ha albergato la mia mente e non vede l’ora di evadere.
Sento già un motivo, anzi: una sinfonia leggiadra e candida, dispersa nell’eremo del mio cervello, che migrerà sulla carta, mai sazia, mai paga! Condividerò con la cruda realtà questa mia sciagura, la mia intima natura, vera e unica paura, e dovrà accettarlo, il mio canto, come un «sono» pari agli altri. Parto ora dal porto e mi perdo cieco alla sua ricerca, fino a quando ogni sarto occupantesi di canto non sarà trasportato al foglio, e il proprio corpo mostrato, con tanto ardore, e sul comodino di chi ha capito, e qui in Biblio pervertito. Fioriranno, e sì, gli alberi abitanti la solitudine – sede di sete – che gorgoglia, come noia, tra questi libri e umiliati, i quali proferiscono ciò che non comprendono.
Le giornate, sembranti pegno dell’eterno e dentro le quali m’abbandono come un corpo morto fluttuante tra le correnti dei lenti letti, ignorando il luogo in cui posarmi e riposarmi, godranno, perciò, di un tramonto favoloso. Ne ho e ne avrò, e del tempo e del suono.

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020”: una galleria di ritratti dal 1945 ad oggi.

27 lunedì Set 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

Tag

Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, Mario Fresa

 

Che cosa può catalogare un dizionario critico della poesia italiana? Certamente le principali manifestazioni della nostra poesia, nei luoghi e nei tempi in cui essa si è manifestata. Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, edito lo scorso maggio per i tipi della Società Editrice Fiorentina, nasce con l’intento di effettuare un’analisi sistematica della poesia italiana del secondo Novecento, da un archivio del curatore Mario Fresa, schedario costituito da ricerche, recensioni, appunti, saggi, interventi dedicati a moltissimi poeti italiani, in particolare a voci immeritatamente dimenticate o trascurate dalle antologie più note e diffuse. Si tratta di un’opera ambiziosa, coraggiosa e di ampio respiro, teniamo conto che il Novecento presenta un panorama ricco, variegato, fluido e inesauribile, che offre sempre l’esca per le polemiche, perché qualsiasi campionatura non risulterebbe mai esaustiva e completa, del resto redarre un dizionario così come un’antologia non significa compiere una selezione in base all’eccellenza estetica. Quella proposta da Fresa e dai collaboratori che hanno partecipato alla stesura degli interventi critici è solo una prospettiva di indicizzazione e di storicizzazione. Il Dizionario critico vuole essere, infatti, uno strumento di ricerca, consultazione e approfondimento sulle figure, sulle opere e sulle correnti più significative della poesia italiana contemporanea, a partire dal 1945 fino ai nostri giorni.

Qualche dato più preciso. L’opera, rivolta a studenti, a specialisti, a cultori della poesia, ma anche al lettore medio, contiene duecentocinquanta schede redatte da cinquantatrè redattori compreso lo stesso Fresa. Non è un’antologia nonostante compaiano molte citazioni di versi e non è un repertorio bibliografico nonostante siano menzionate le più significative opere in poesia e in prosa degli autori trattati. Nella Premessa dello stesso Fresa è specificato che il Dizionario prende avvio dal 1945 con l’inclusione dei poeti che abbiano esordito ufficialmente in volume a partire da quella data. Il curatore è consapevole che “ogni selezione implica, di per sé, una forzata, inevitabile componente di arbitrarietà” e che la campionatura dedicata alle nuove generazioni, poeti nati fino al 1979, è ancora parziale e provvisoria. I commenti critici mirano a offrire i dati necessari alla comprensione: dati biografici e bibliografici dei poeti, riferimenti intertestuali esterni (fonti) e interni (temi, motivi, figure, scelte stilistiche all’interno dell’opera del poeta), citazioni dei testi ma anche valutazione, commento, interpretazione di poetica, stile, opere. Ai collaboratori inoltre si è lasciata la libertà di scegliere autori e testi per empatia, affinità culturali, estetiche, stilistiche.

Un Dizionario di poeti, mappati regione per regione, presuppone un amore forte e incondizionato per la ricerca, la lettura, l’analisi, lo studio, la documentazione della poesia, talvolta di testi di autori poco conosciuti ma non di minor valore. La realtà geografica trattata è la nostra nazione con ricorrenze più numerose per Lombardia (43 poeti), Lazio (33), Campania (28), Emilia Romagna (27) e a seguire tutte le altre.

Non è presente un indice degli autori trattati ma, armandomi di certosina pazienza, ho annotato nomi noti e meno noti, sorprendendomi talvolta, della mancata trattazione di qualche grande autore. Ma ripeto, le opere di questo tipo, in nessun caso riuscirebbero a evitare omissioni anche perché il mondo poetico è un territorio magmatico, in perenne dinamismo, che prevede improvvise emersioni e sparizioni. Non va dimenticata la specificazione essenziale evidente nel titolo stesso: dizionario critico, non storico. Ho colto, in alcuni casi, brevi menzioni e, in altri, trattazioni articolate e molto dettagliate, ma questa disparità è dovuta al fatto che le analisi critiche sono state redatte da una pluralità di critici, non certo alla validità o meno della voce poetica trattata. Un’ultima considerazione prima di concludere quest’intervento, su duecentocinquanta schede solo cinquantasei sono dedicate a figure femminili. Da questo emerge il mio augurio alle future compilazioni di dizionari e antologie affinchè possano superare davvero limiti e assenze secolari e ingiustificate: approfondire e divulgare maggiormente la conoscenza della produzione letteraria femminile, sempre più notevole e degna di nota, attraverso la trattazione di autrici validissime che abbiano manifestato itinerari profondi di ricerca e di riflessione.

Deborah Mega

*

Segue l’elenco dei collaboratori: Alberto Bertoni, Andrea Caterini, Barbara Pietroni, Carlo Cipparrone, Cecilia Bello Minciacchi, Daniele Maria Pegorari, Daniele Santoro, Davide Morganti, Davide Rondoni, Diego Conticello, Domenico Cipriano, Emilio Risso, Enzo Rega, Eugenio Lucrezi, Francesco Iannone, Franco Bruno Vitolo, Franco Dionesalvi, Gabriela Fantato, Giancarlo Alfano, Gianluca D’Andrea, Gianni Turchetta, Giovanni Perrini, Giuseppe Manitta, Giuseppe Marchetti, Grazia Fresu, Ivano Mugnaini, Laura Garavaglia, Luigi Cannillo, Luigi Carotenuto, Luigi Fontanella, Marco Corsi, Maria Borio, Mary Barbara Tolusso, Mario Fresa, Massimiliano Manganelli, Matteo Bianchi, Matteo Zattoni, Maurizio Cucchi, Maurizio Spatola, Michele Paoletti, Monia Gaita, Monica Venturini, Plinio Perilli, Roberto Maggiani, Rosa Elisa Giangoia, Rosa Pierno, Sandro Montalto, Sebastiano Aglieco, Simone Zanin, Tiziano Rossi, Tiziano Salari, Ugo Piscopo, Vincenzo Ostuni.

Gli autori trattati sono: Accrocca E.F., Aglieco S., Agustoni N., Alaimo F., Alborghetti F., Amendolara M., Anedda A., Annino C., Artoni G.C., Azzola C., Bacchini P.L., Bagnoli C., Bàino M., Baldassari T., Baldini R., Balestrini N., Bandini F., Bàrberi Squarotti G., Baroni G., Bassani G., Bellezza D., Bellintani U., Bemporad G., Benedetti M., Bergamini G., Berti L., Bertoldo R., Bettarini M., Biagini E., Bisutti D., Blotto A., Bodini V., Bonacini G., Brandolini d’Adda, Bregoli F., Bruck E., Bufalino G., Buffoni F., Cacciatore E., Cagnone N., Calandrone M.G., Caldelli A.P., Camon F., Campo C., Canali L., Candiani C.L., Cannillo L., Cantarutti L., Canzian A., Capasso F., Cappello P., Cara D., Caratti S., Cascella Luciani A., Catà A., Cattafi B., Cavalli E., Cavalli P., Cavallo F., Ceccarini R., Ceni A., Cepollaro B., Ceronetti G., Cerrai G., Cesarano G., Ciabatti G., Ciancio M.P., Cini M., Cipparrone C., Cipriano D., Conte B., Conte G., Corbo P., Coviello M., Cucchi M., Dal Bianco S., D’Andrea G., D’Angelo E., De Angelis M., De Lea E., D’Elia G., Dell’Arco M., De Luca R., De Palchi A.,  De Signoribus E., De Vita N., Di Fusco G., Di Maro V., Di Natale S., Di Pietro B., Di Spigno S., Dolci D., Donini P., Doplicher F., Drudi G., Erba L., Faggi V., Fantato G., Fasano A., Ferrari I., Ferraris A., Ferri G., Finiguerra A., Fiore E., Fontana G., Fontanella L., Fortini F., Frabotta B., Frasca G., Frezza L., Furia M., Gaita M., Garavaglia L., Germani M., Giovenale M., Giudici G., Giuliani A., Guglielmin S., Guidacci M., Insana J., Isella G., Kemeny T., Krauspenhaar F., Lamarque V., Lambertini S., Landolfi T., Leronni G., Leto G., Loi F., Lolini A., Lucrezi E., Lunetta M., Macciò F., Maconi M., Maffeo P., Maggiani R., Magrelli V.,  Majorino G.,  Maleti G., Malfaiera A., Manzoni G. R., Marelli P., Maroccolo A.N., Martini S., Massari S., Mauro C., Menicanti D., Merini A., Mesa G., Minore R., Moccia F., Moio G., Molinari M., Monreale D., Montalto S., Morante E., Mugnaini I., Munaro M., Mussapi R., Mussio M., Neri G., Nessi A., Niccolai G., Nunziata N., Ortese A.M., Osti F., Ostuni V., Ottieri O., Ottonieri T., Pacilio R., Pagliarani E., Pagnanelli R., Parri M.G., Pellegatta A., Pennati C., Perilli P., Piazza R., Piccoli G., Piccolo di Calanovella, Piemontese F., Pierno R., Pierro A., Piersanti U., Pontiggia G., Porta A., Prestinoni G., Pusterla F., Quadrelli R., Quintavalla M.P., Raboni G., Ramella Bagneri G., Raos A., Ravizza F., Rea D., Rega E., Rentocchini E., Riccardi A., Ricciardi J., Ripellino A.M., Ritrovato S., Rivera F., Riviello V., Rondoni D., Rosselli A., Rossi T., Ruffilli P., Ruggeri C., Saffaro L., Salari T., Salvaneschi E., Salvia B., Sanguineti E., Santagostini M., Santoro D., Scandurra A., Scialoja T., Scotellaro R., Serricchio C., Sica G., Sicari G., Sissa G., Socrate M., Sollazzo L.,  Spagnuolo A., Spatola A., Spaziani M.L., Tavan F., Testori G., Teti R., Tolusso M.B., Toni A., Travi I., Trucillo A., Trucillo L., Turoldo D.M., Urraro  R., Vaccaro A., Valduga P., Vallerugo I., Vetromile G., Villa C., Villalta G.M., Violante S., Vit G., Viviani C., Voce L., Volponi P., Zanzotto A., Zeichen V., Zinetti L., Zinna L., Zizzi M., Zuccato E.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Marco Galvagni, “Le note dell’anima”, Transeuropa, 2020. Recensione di Rita Bompadre.

13 lunedì Set 2021

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Le note dell'anima, Marco Galvagni, Rita Bompadre

 

“Le note dell’anima” di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

L’intervista a Margherita Pascucci: “Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini”

07 martedì Set 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

≈ 1 Commento

Tag

Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini, Margherita Pascucci

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia MARGHERITA PASCUCCI per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini“, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

È un saggio narrativo dove filosofia e letteratura si intrecciano. È costruito intorno all’idea della composizione di un saggio filosofico sull’opera di Maraini in cui irrompono momenti di dialogo e epistolario immaginario tra Dacia Maraini e chi scrive. Con un taglio dialogico e narrativo ritrae la figura “immaginata” di Maraini che parla attraverso citazioni da libri e stralci di interviste da me intessuti per riflettere su temi filosofici e letterari che rintraccio nel corpus della sua opera. Ogni capitolo ha quattro parti: la parte di saggio, una parte di dialogo immaginario, una lettera non spedita, e un tratto (del ritratto che vado facendo di lei nel mio saggio.)

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso che sia interessante fare letture incrociate: la filosofia che legge la letteratura, e la letteratura che si fa filosofia. Vediamo sempre più oggi filosofi che scrivono romanzi, o che rendono temi filosofici un oggetto di scrittura, abbattendo così barriere (di pensiero e di senso) e creando, inaugurando, nuove composizioni. Questi due campi del sentire, della conoscenza, erano un tempo uniti. Adesso si riavvicinano in molti autori vertiginosamente. Per la mia esperienza, scrivere una lettura filosofica di Shakespeare, leggere Shakespeare non soltanto come il grande drammaturgo ma come colui che crea pensiero nuovo (la definizione che Gilles Deleuze e Félix Guattari davano del filosofo) è un atto che può liberare, a sua volta, nuovo sentire e nuovo pensiero, oltre che nuovi studi. Faccio un esempio: leggere il denaro come si trova in Timone di Atene, mettendolo a confronto con Platone, è illuminante del perché Marx diceva che Shakespeare è stato il primo a fare del denaro una persona concettuale. E quello che dice Shakespeare sul denaro è ancora potentissimo per noi oggi. Leggere le opere di Dacia Maraini come figure concettuali, come ‘pensiero nuovo’ è un atto che mi ha aiutato, per esempio, a capire cosa Walter Benjamin intendeva con la ‘merce come oggetto poetico’, a vedere viva la raccomandazione di Baudelaire: sii sempre poeta, anche in prosa, e a capire come il cinema di poesia di Pasolini si trovi quasi traslato in quella che chiamo ‘prosa di poesia’ di Maraini: l’immaginario come la macchina da presa del reale. Questo potrebbe aprire nuove domande, nuovo pensiero sulla creatività e le sua modalità negli anni condivisi da Pasolini e Maraini, così come, dal punto di vista politico, per esempio, vedere come la ‘prosa di poesia’ (se la mia lettura può essere valida) gemmi, produca, una koiné aisthesis (riaprendo il sentire e l’esigenza della Grecia di Aristotele oggi qui), un sesto senso comune per cui diventa per me possibile sentirmi diventare Teresa la ladra, Manila la prostituta, Veronica meretrice e scrittora… è un ampliamento dei sensi (campo della letteratura, che porta altro immaginario ad aprirsi) ma anche del pensiero (tutti i luoghi muti del corpo di Marianna Ucrìa che diventano espressione, liberano un fiorire di sensazioni in me, e credo in qualunque altro lettore, che diventano non solo sentire comune, condiviso, ma anche liberazione del sentire stesso). Quindi: quanto possa essere utile nel panorama di oggi un’operazione come la mia, non so. L’ho scritta per Maraini, senza pensare molto ai suoi risvolti. Ora che però il libro vive di vita propria, spero che questo arduo connubio che ho tentato possa suscitare anche in chi legge una liberazione del pensiero quanto le opere di Maraini hanno fatto con me.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Ho vissuto molti anni all’estero. Al mio ritorno in Italia, i primi mesi, mi capitava di vedere spesso Maraini in televisione o di ascoltarla alla radio. Incuriosita da questo pensiero così diretto e limpido, ho iniziato a leggere qualche suo libro – a quel tempo avevo letto soltanto Marianna Ucrìa – e il secondo, o forse il terzo libro che ho letto, è stato Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza. Anni fa ho scritto un testo sulla povertà, in cui era fondante la rivoluzione indicata da Chiara nel suo privilegium paupertatis (il diritto a non possedere che lei chiese a Innocenzo III, e che ottenne nel 1216). Più procedevo nella lettura della Chiara di Maraini, più mi colpiva il modo in cui lei fosse riuscita a dire in modo lirico e forte al tempo stesso, comprensibile da tutti, questa potente rivoluzione che Chiara chiese. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ho letto quindi (quasi) tutto quello che Maraini ha scritto, avendo una predilezione per i suoi testi di teatro. Più leggevo più desideravo conoscere questa autrice che era riuscita a mettere insieme una scrittura altissima a un raffinatissimo, setacciato, depositato eppure immediato e limpido profondo pensiero. Come se il pensiero trovasse, nella scrittura di Maraini, una sua carnalità cruda, e vera. Ne sono rimasta affascinata. Un giorno di maggio dell’anno scorso vidi che Maraini presentava a Firenze Corpo felice, testo sulla maternità. Andai ad ascoltarla, senza però riuscire a parlarle.

Un mese dopo Maraini tornò a Firenze e in un giorno fece due presentazioni: una su Pinocchio nel pomeriggio tardo di inizio estate, in una bella piccola libreria nel centro di Firenze. E una su ‘Scrivere come impegno sociale’ quella stessa sera, dopo cena, in una libreria nella periferia di Firenze. Durante il primo incontro rimasi stupefatta da come Maraini parlava del tempo, della immaginazione, e della creazione (parlando di Pinocchio!). Nei mesi successivi iniziai a scriverle, e Maraini gentilmente mi rispose. Ero attratta, o forse trasportata, da due motivi, o movimenti interiori: far venire alla luce quella trama filosofica che sentivo nei suoi testi, nei suoi discorsi, e conoscerla. In un certo senso speravo di poter, in modo silenzioso, umbratile, conoscendola, imparare a liberare la scrittura filosofica, o forse a fare della scrittura filosofica un percetto (un concetto sensibile). Desideravo imparare quello spogliarsi dell’io che mi sembrava essere la forza della sua scrittura e ciò che dava, magistralmente, carnalità al suo pensiero. Una carnalità particolare a un pensiero, un sentire, universali. Abbiamo continuato a corrispondere per qualche tempo, e io, a un certo punto, le ho proposto il mio progetto di provare a farle un ritratto filosofico. Lei mi disse sì, e questa grande generosità mi riempì di gioia. Rimanevo pur sempre una sconosciuta. Io avevo sempre pensato di fare un saggio che diventasse, attraverso il dialogo tra noi, lentamente narrazione, ma non mi ero resa conto che questo avrebbe implicato una scrittura a quattro mani, cosa che non poteva darsi. Al tempo stesso non volevo che fosse una intervista, perché ce ne sono già diverse, molto belle, né tantomeno un saggio di pura critica letteraria o filosofica. Volevo creare quell’interazione chimica che ci porta sull’orlo della creazione di qualcosa di nuovo. Interazione profonda e impercettibile che è ciò che i testi di Maraini hanno fatto su di me. Dopo qualche momento di crisi, ho deciso di fare il testo lo stesso, facendo fare la parte del dialogo alle parole dei suoi personaggi, dei suoi libri. Ma a quel punto non poteva che essere un ritratto immaginario, un dialogo immaginario. Con tutte le mancanze e gli errori dell’immaginazione. E così è nato Il tempo tessuto di Dio. Sono profondamente grata a Maraini per avermi permesso di immaginarla, anche se a tratti mi sento a disagio per aver reso l’immaginazione qualcosa di espresso. Certo, è la grande forza che ha lei. Dà realtà all’immaginario, all’immaginazione. Solo che il personaggio che viene fuori non è più Dacia Maraini, il suo pensiero, ma una Dacia immaginata da me, la figurazione nel pensiero che un lettore – in questo caso io – si fa di lei. È soltanto un’interpretazione, che offre delle tracce.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è opera della redazione, la foto è di Roberto Maggiani. Ecco cosa scrivono gli editori della scelta della copertina, da me condivisa:

“Le nostre copertine cercano di esprimere un sentire in equilibrio tra il reale e l’immaginario, cercano un significato che stia alla radice dell’invenzione letteraria. La radice non è mai pulita, è la parte dell’albero che si insinua nelle profondità del terreno in cerca del fluido vitale, necessario a innalzare l’albero verso il sole. “Il tempo tessuto di Dio” è un saggio, un ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini nella cui opera e nei personaggi che in essa vivono, Margherita Pascucci cerca e trova elementi universali che vanno a innestarsi nella storia umana, in molteplici diramazioni che diventano una sorta di tessuto temporale, dunque storico, sul quale è possibile riconoscere la quasi millimetrica scrittura di Dio, con caratteristiche che possono anche apparirci in forme note ma la cui essenza più profonda può assumere “colori” e proprietà del tutto diverse dalle nostre attese. Al di fuori di tale focalizzazione che cosa ne sappiamo noi del carattere dell’esistenza e del reale pensiero di Dio? Il bianco è lo spazio del mistero.”

  1. Come hai trovato un editore?

Ho mandato Il tempo tessuto di Dio a molti editori, ma nessuno ha risposto.

Un caro amico traduttore, Giuseppe Girimonti Greco, mi ha parlato de Il ramo e la foglia edizioni e mi ha proposto di mandare loro il testo. E loro in poco tempo mi hanno dato una risposta affermativa. È stato un incontro felice.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti, anche se inizialmente sembra un libro specialistico (il saggio) o ostico (la sua composizione intrecciata). Credo che con un po’ di curiosità a farsi trasportare in un linguaggio e un’immaginazione a cui non si è abituati, possa parlare a tutti.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

La casa editrice sta facendo un ottimo lavoro con l’ufficio stampa (contatti a tappeto di blogger, scrittori, giornalisti, studiosi), da cui nascono recensioni, interviste, possibilità di presentazioni.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

“[Una sera, una mattina]

Lettera non spedita

Oggi è un momento di calma – il cielo torrido sta per essere attraversato da una tempesta, si sentono i tuoni ma ancora non c’è acqua e l’azzurro è imperturbabile. Sembrano quei cieli di Bestie di Tozzi, dove le allodole si buttano a capofitto. In realtà ora, qui, è troppo caldo, e le nuvole insieme all’azzurro sono sospese come in un fermo immagine… Mi chiedo, ma che senso ha continuare a scrivere come se lei potesse leggere, come se potesse rispondermi, come se fossimo davvero in un dialogo? E addirittura un dialogo in differita, io che scrivo un saggio su di lei, rileggendomi cercando di immedesimarmi nei suoi occhi che scorrono queste pagine, cercando di fare da contrappunto. Un dialogo in differita e indiretto, in cui si innestano, come un grande discorso indiretto libero, i miei pensieri che cercano di dire i suoi. Mi deve perdonare, ma in questo viaggio dentro la sua scrittura, leggendo il giorno quando e dove posso, e soprattutto la notte, mi sembra di averla qui. E non riesco a trattenermi, mentre leggo devo scrivere, in un movimento pressocché auscultante. E immagino di averla qui. È un’illusione, lo so, come quelle meravigliose che ogni arte regala, e di cui la scrittura è per me la più ammaliante. Il tempo cambia le cose, i pensieri, le relazioni, quindi chissà, potrebbe forse avere un piccolo spazio di desiderio per un ritratto filosofico dal vero? Mi spiego – continuo a essere così sbadata e astratta nella comunicazione con lei, parlo, parlo e non le dico in concreto cosa voglio: per ritratto filosofico intendo descrivere, attraverso un dialogo con lei sulle sue opere e il suo pensiero su alcuni temi importanti, da lei scelti, la sua filosofia. Trovo che nella sua prosa sia nascosto un profondo pensiero filosofico e mi piacerebbe portarlo alla luce con lei. Da sola non posso farlo, è il suo ed è in nuce, solo lei può farlo diventare espressione. Se lo volesse, mi piacerebbe poter venire a trovarla prima di ottobre. Non le porterei via tempo prezioso, glielo prometto. Mia madre è pittrice, fa ritratti. Per anni ha dipinto per amore e progettato case per amici, trompe-l’œil, quadri e, soprattutto, ritratti. È sempre stata molto veloce a cogliere quel tratto fondamentale e misterioso del carattere in un’espressione del volto. Però aveva sempre, e ha tuttora, bisogno di una manciata di ore con la persona da ritrarre. Io non sono altrettanto veloce, e so che il tempo di questo ritratto filosofico si distenderà oltre qualche ora. Comporre due immaginazioni richiede forse più conoscenza, e più tempo – ‘ontologico’ direbbe il filosofo – di un dipinto. Per questo mi piacerebbe passare un piccolo frangente di tempo ‘ontologico’ con lei, per poter intravedere quei tratti invisibili di cui la filosofia si nutre, e che realtà e immaginazione vivono e tessono alacremente.  A me basterebbe, per iniziare, una sera e una mattina. Ecco, il velo si sta squarciando e la tempesta è qui. E uno Schumann meraviglioso rivisitato da Uri Caine ha ripreso a suonare.” (Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini, pp. 65-66)

Ricordo il momento esatto in cui l’ho scritto, è stato il filo a piombo, il momento di svolta nella scrittura stessa.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che il testo possa circolare e venga letto trasversalmente, anche da chi non conosce bene Maraini. Soprattutto possa arrivare a chi non ne conosce i lavori teatrali.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Ti senti a disagio per avere ‘messo a nudo’ il tuo immaginario su un’altra scrittrice?

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto finendo di lavorare a due manoscritti. Uno è un testo puramente filosofico, che chiude una sorta di trilogia iniziata anni fa (con La potenza della povertà. Marx legge Spinoza e proseguita in Causa sui. Saggio sul capitale e il virtuale – sono testi di lettura del meccanismo del capitale, della povertà e della soggettività). L’altro testo cui sto lavorando è un testo letterario, sulla morte. Stavolta, anche se non lo è propriamente, assomiglia più a un romanzo, la forma saggio è sparita. Ma rimane il confronto, sotto forma di riflessione, attraverso citazioni, con un grande autore della letteratura novecentesca.

Margherita Pascucci

Margherita Pascucci, dopo essersi laureata in filosofia a Firenze, ha proseguito i suoi studi a New York, conseguendo un Master in Yiddish studies a Columbia University e un dottorato in Letteratura Comparata a New York University. Ha poi conseguito un secondo dottorato in Filosofia a Viadrina Universität, Germania, e proseguito le sue ricerche al Collège de France, Parigi e a Royal Holloway, University of London, Inghilterra. Ha insegnato e vissuto in molte città (New York, Berlino, Parigi, Londra, Dhaka, Betlemme, Abu Dis). Ha pubblicato quattro monografie e vari articoli di filosofia politica e morale (Philosophical readings of Shakespeare. “Thou art the thing itself”, Palgrave Macmillan, 2013; Causa sui. Saggio sul capitale e il virtuale, ombre corte, 2009; La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, ombre corte, 2006; tr. in farsi Qoqnoos, tr. Foad Habibi, 2019); Il Pensiero di Walter Benjamin: un’introduzione (Edizioni il Parnaso, 2002).

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Gloria del disteso mezzogiorno

01 mercoledì Set 2021

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

Tag

Eugenio Montale, Gloria del disteso mezzogiorno, Ossi di seppia

foto di Deborah Mega

Limina Mundi riprende la sua programmazione con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Come in Meriggiare pallido e assorto, il poeta descrive il paesaggio assolato e riarso dal sole durante il mezzogiorno, nelle ore più calde di una giornata estiva. Il verso iniziale ha l’andamento di un inno squillante. Il sole occupa la sua posizione più alta nel cielo, tanto da non permettere agli alberi di creare l’ombra. La luce acceca, rende incerti i contorni delle cose e inaridisce la terra. Il motivo dell’aridità diventa emblema di una condizione metafisica ed esistenziale, ritornando con insistenza nel resto della poesia: un secco greto, l’arsura, in giro, una reliquia di vita. Solo un martin pescatore vola sui resti di un animale e annuncia il sollievo della pioggia futura. Emerge però la fiducia nella possibilità della sopravvivenza (Il mio giorno non è dunque passato) e della speranza (della buona pioggia, che verrà dopo lo squallore). Ma la vera gioia, come già aveva affermato Leopardi nel Sabato del villaggio, non è nell’appagamento del desiderio, ma nell’attesa dell’ora più bella di là dal muretto”. In relazione al lessico Montale ricorre a parole auliche e rare, latinismi (occaso) e termini letterari, come falbe, scialbato (aggettivo usato anche da D’Annunzio) e compìta (usato da Dante). La descrizione del paesaggio fa riferimento, come sempre, alla terra ligure.

Metro: tre quartine di endecasillabi (il v. 2 è un novenario sdrucciolo, il v. 11 è un dodecasillabo) con rime ABAB, CDCD, EFEF.

 

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

 

EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti, 1925).

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Alessandro Trasciatti, “Acrobazie”, Il ramo e la foglia Edizioni, 2021.

28 lunedì Giu 2021

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ Lascia un commento

Tag

Acrobazie, Alessandro Trasciatti

 

Le brevi storie di questa raccolta sono spiazzanti racconti del quotidiano, miniature curiose e circonvoluzioni della mente. Con abilità funambolica Alessandro Trasciatti scatta istantanee a partire da intuizioni e stravaganze, indaga le svirgolature dalla normalità, ritrae situazioni al limite del paradosso in cui convivono ironia e humor nero, erudizione ed esigenze corporali, aspirazioni letterarie di giovani bohémien e assurdi dialoghi con la mobilia della giungla casalinga.
I personaggi di Acrobazie si muovono trasognati e in precario equilibrio sulla soglia del verosimile, cercano un senso che dia forma al vuoto, «un punto fermo da cui ripartire».
Nella variopinta rassegna di sogni, amori giovanili e fantabiografie, si avvicendano affetti asinini, matrimoni unilaterali, violinisti sordomuti e inferni da Commedia.
Colpiscono i toni teneri e buffi e la scrittura tersa: con queste polaroid del possibile, Trasciatti propone l’autoironia come soluzione di fronte all’incomprensibile e le fantasticherie del passato come rifugio dal mondo. Acrobazie esplora i pertugi tra veglia e sonno, attraverso carambole stilistiche che fluiscono lievi e lasciano spazio al tepore di un sorriso.

*

1
Sterilmente ricerco da anni il mio luogo più integro e segreto, il mio centro nascosto, ma non trovo che angoli parziali e periferici. Del più recondito dei miei spazi ho tentato di parlarti in più d’una veglia, scarsa di luce ma gremita di parole, coi termosifoni spenti e noi avvolti in coperte di lana. Sedevamo sul divano giù al pianterreno. La “stanza del computer” la chiamavamo, perché era lui l’unico inquilino permanente di quelle quattro pareti fredde, dipinte di celeste chiaro. Su un lato una libreria folta di volumi di mio padre: riviste di elettronica, manuali di pedagogia, fotocopie rilegate, confusioni in varie fogge. Nel mezzo una scrivania cosparsa di penne e pennarelli, squadre, righelli, viti e dadi erranti, piccoli ordigni fuori uso in attesa di riparazione. Sulla scrivania il computer, appunto, avvolto in fogli di nylon trasparente a difesa dalla polvere, col suo ronzio insidioso – una volta acceso – e la sua luce raggelante.
Non c’era altro posto nella casa per parlarti. Non di sopra, coi genitori persi in perenni tenzoni da dopocena sull’uso dell’aglio negli intingoli, smodato secondo lui, appena percettibile secondo lei. Non di sopra, con i gatti acciambellati ovunque, i fratelli pacifisti in corteo contro la guerra, le sorelle aspiranti veline a controllare i fianchi negli specchi.
Non di sopra, nella mia camera che non avevi mai amato, piena com’era di cianfrusaglie colorate, ricercate con perversa cura, leziosamente giustapposte con tardivo gusto surrealista per l’inutile. Forse i libri ti piacevano, ma t’impedivo quasi di
toccarli per paura – fondata devo dire – che tu ne scambiassi l’ordine e infrangessi l’equilibrio di quelle teorie coscienziose di Einaudi, Sellerio, Adelphi, Gallimard. Non lo facevi, lo so, per cattiveria e nemmeno per eccessiva sciatteria, ma solo perché non arrivavi al fondo della mia minuzia maniacale e affettuosa al punto che riservavo ai miei volumi l’ultima occhiata prima di dormire. Come spiegarti la voluttà di guardarli e riguardarli, di verificarne le simmetrie, di constatare il loro numero accresciuto? Come farti capire, senza cadere nel ridicolo, il piacere materno di riordinarne le file e di reperire nuovi spazi quando gli scaffali traboccavano?
Non c’era altro angolo per parlarti se non la “stanza del computer”, inaccogliente e sottilmente ostile, ma silenziosa e lontana dai locali più abitati. E poi non era solo più facile chiacchierare senza timore di essere interrotti, potevamo anche leggermente amarci. Con le orecchie tese, è vero, ai rumori di eventuali avvicinamenti, ma in verità i passi erano benevolmente lenti – ovvio che tutti sapessero di noi – ed avevamo sempre il tempo sufficiente per ricomporci. Ci piaceva però pensare di essere davvero esposti alla ronda serale di chiusura delle porte, alle paternali, ai castighi espiatori, desideravamo anacronistiche punizioni corporali che nessuno ci inflisse. Ci piaceva pensarci come frutti proibiti l’uno all’altra, così non arrivammo mai ai limiti d’amore, anche perché era sempre tardi, faceva freddo ed il divano era scomodo. Meglio fermarsi, dunque, e rimandare le effusioni ad altra data.
Non c’era davvero altro anfratto per parlarti del più segreto dei miei luoghi, quello che, malgrado le approssimazioni, non ho mai trovato. Ti parlerò, allora, degli altri piccoli
recessi in cui mi sono rintanato in questi anni.

9
Sulla mia scrivania ho posto un foglio rigido di plastica trasparente per poterci mettere sotto qualche reliquia iconografica in cui specchiarmi ogni volta che mi siedo. Sono immagini di attori, tessere di associazioni, santini e, soprattutto, foto di te, foto di me.
Ero ansioso aspettandoti l’altra sera. Fumavo sigarette, mi sudavano le mani. Un mese era passato senza vedersi. Pensavo già che ti avrei detto: “Scusami se sono agitato, non posso farci niente”. Accesi la TV. Guardai distratto. Spensi.
Mi cosparsi la faccia col dopobarba che mi avevi regalato per Natale: “Dono di fidanzata”, sussurrasti. L’ho sempre usato poco, in verità, sono rimasto attaccato al mio. Non offenderti per questo. Riconosco che il tuo era un’essenza fine, ma sono pigro nelle mie abitudini olfattive. Giravo per la casa. Non arrivavi. Alle sette e mezza avevi detto. Erano quasi le otto.
In cucina mia madre stava terminando di preparare la cena. Non avrei potuto trattenerti a lungo, non avevi mai mangiato qui, nemmeno nei momenti migliori, figuriamoci ora. Finalmente suonasti. Al citofono dissi: “Sei tu?”. Infatti.
Scesi di corsa le scale. Aprii, eri lì e per me fu confusione. Come fosse tutto come prima e niente come prima. Entrasti. Eri di fretta. La tua fretta solita a cui ero affezionato. Mi dicesti di essere in ritardo, di dover fare presto. Non credo che fosse per difenderti dalla mia presenza, no. Eri sempre stata così. Era il tuo lato attivo, questo. Mi parlasti di assemblee, di presidi pacifisti in città (la guerra del Golfo, qui da
noi, era ancora fatta di scontri verbali e servizi televisivi), di sorelle che ti aspettavano, di professori. Volevi salire? Ti sfiorai il braccio in una stretta incerta che avrebbe voluto essere ospitale, affettuosa e riparare l’amore che ti avevo tolto, ma che pure non voleva darti l’impressione di un ripensamento, una stretta lieve che era paura di ferirti ancora e, soprattutto, paura delle tue reazioni, dei tuoi lucidi rimproveri, paura di te. Durò un attimo e ti accompagnai in fretta su in camera. “Ecco il libro”, dissi, “questo è quanto”. Eppure non era vero, non era quanto. Così continuai: “Posso darti qualcuno
dei regali che non ti ho portato per Natale?”. “Così, in fretta e furia?” rispondesti. “No, hai ragione, un’altra volta con più calma”. Mi accorsi di temere un tuo ritorno, sarebbe stato un sollievo consegnarti tutto in quel momento. Avevo paura sul serio. Perché eri bella. Parlavi, parlavi. Non ti sentivo, riuscivo solo a guardarti. Come avevo fatto a lasciarti? Ero stato davvero io? Dal mio reliquario sulla scrivania prendesti alcune foto, non feci in tempo a chiederti quali. Uscisti sempre rivolgendoti a me. Ti replicavo a mezze frasi. Ti domandai qualcosa che non avevo capito. Pensavo alle foto. Erano di certo le mie che ti eri portata dietro. Mi attraversò un filo di compiacimento. Eri già fuori. Faceva freddo. Ti salutai restando sulla porta. Tornai in camera per verificare quali foto avevi scelto per ricordarmi. Non compresi subito quello che vidi. In quella vetrinetta di memorie il volto mancante era il tuo.

 

*

 

ALESSANDRO TRASCIATTI è nato a Lucca nel 1965. Francesista di formazione, ha lavorato prima come archivista e postino, poi come editore dei Libratti, collana di letteratura illustrata nata dal blog Il Trasciatti – lunario inattuale di letteratura e desueta umanità. Tra le sue pubblicazioni troviamo Prose per viaggiatori pendolari (Mobydick 2002), Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo (Garfagnana 2013), Avevo costruito un sogno. Storie e fatiche di un postino artista (Ediesse 2014), Scampoli (Oèdipus 2017). Negli anni ha scritto per diverse riviste letterarie e non, tra cui Il Grandevetro, Sinopia, Poesia, Paragone, Gente Viaggi; suoi testi sono apparsi anche su spazi online come La Balena Bianca, Altri Animali, NiedernGasse. Attualmente
collabora con Nuova Tèchne – rivista di bizzarie letterarie e non (Quodlibet).

Hanno detto di lui:
«I modelli di Trasciatti potrebbero essere due autori come Antonio Delfini e Robert Walser, al netto delle distanze; lo fanno pensare la sua misura, la prosa limpida e allegra, la presa soggettiva sulla realtà, e la levità con cui tocca la disperazione facendola subito evaporare.» – Andrea Cirolla, Doppiozero

«A suo modo [Trasciatti] è uno Cheval-Fitzcarraldo.» – Nazareno Giusti, Avvenire

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Gianfranco Vacca, “Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi”, puntoacapo, 2019.

21 lunedì Giu 2021

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

≈ Lascia un commento

 

Lega i polsi alle bandiere
ed il vento sarà fermo.
Ammanetta l’aria che le sventola
ed il drappo diventerà spento.
Svesti la nudità dell’angelo
ed il suo sesso dal velo
ed in ogni Raffaello
l’ascesi delle immagini
avrà desiderato la sensualità
che attuò il suo pennello.
(Capri)

 

Mi attraversano come rami – i coralli,
vena dopo vena
sono la mano –
aprimi
dove ti stringono le dita,
portami al cuore
rosso contro rosso,
se il tumulto
se il sobbalzo se l’ardore –
E mentre si spalancano le dita
sono resa folle di passione
ed è resa folle ogni cosa
io possa giungere e toccare.
(Capri)

 

Ma perché il pensiero – pensa
ed aggiunge idea ad altra idea
e domanda si arrovella
chiede indaga
– dove salirà mai
il cubo dell’arcobaleno?
Riusciremo in linea verticale
a discendere liberi giù dal cielo
bacio contro bacio
labbro contro labbro
senza deviare, in perpendicolare
uno disteso contro l’altro
in piedi, nell’aria.
(Capri)

 

Neve e biancosi confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

 

È sempre l’ultima goccia
il profumo che indosso
-sospiro che potrebbe impazzire
sete di notte fonda.
E se fuori piove, è ticchettio
il suono che ad uno ad uno
formula campanelli
quando trema l’argento alla goccia
– il pioniere trasparente
che scende dal cielo piccolissima
per applicare il dettaglio
alle nostre maree.                                                                                                    (Capri)

 

Testi tratti da “Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi”, puntoacapo, 2019.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...
← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Articoli recenti

  • “Sortilegio” di Czesław Miłosz 27 gennaio 2026
  • Francesca Innocenzi, “Corpo di figlia”, Puntoacapo Editrice, 2025 26 gennaio 2026
  • Poesia sabbatica: “amico che lontano…” 24 gennaio 2026
  • Venerdì dispari 23 gennaio 2026
  • Blue Monday: cinque modi per sopravvivere al giorno più triste dell’anno 20 gennaio 2026
  • “Il pedone” di Ray Bradbury 19 gennaio 2026
  • Poesia sabbatica: “-1- Mr. Hyde” 17 gennaio 2026
  • Venerdì dispari 16 gennaio 2026
  • “Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025 15 gennaio 2026
  • Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse 13 gennaio 2026

LETTERATURA E POESIA

  • ARTI
    • Appunti d'arte
    • Fotografia
    • Il colore e le forme
    • Mostre e segnalazioni
    • Prisma lirico
    • Punti di vista
  • CULTURA E SOCIETA'
    • Cronache della vita
    • Essere donna
    • Grandi Donne
    • I meandri della psiche
    • IbridaMenti
    • La società
    • Mito
    • Pensiero
    • Uomini eccellenti
  • LETTERATURA
    • CRITICA LETTERARIA
      • Appunti letterari
      • Consigli e percorsi di lettura
      • Filologia
      • Forma alchemica
      • Incipit
      • NarЯrativa
      • Note critiche e note di lettura
      • Parole di donna
      • Racconti
      • Recensioni
    • INTERAZIONI
      • Comunicati stampa
      • Il tema del silenzio
      • Interviste
      • Ispirazioni e divagazioni
      • Segnalazioni ed eventi
      • Una vita in scrittura
      • Una vita nell'arte
      • Vetrina
    • POESIA
      • Canto presente
      • La poesia prende voce
      • Più voci per un poeta
      • Podcast
      • Poesia sabbatica
      • Poesie
      • Rose di poesia e prosa
      • uNa PoESia A cAsO
      • Venerdì dispari
      • Versi trasversali
      • ~A viva voce~
    • PROSA
      • #cronacheincoronate; #andràtuttobene
      • Cronache sospese
      • Epistole d'Autore
      • Fiabe
      • I nostri racconti
      • Novelle trasversali
    • Prosa poetica
    • TRADUZIONI
      • Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados
      • Idiomatiche
      • Monumento al mare
  • MISCELÁNEAS
  • MUSICA
    • Appunti musicali
    • Eventi e segnalazioni
    • Proposte musicali
    • RandoMusic
  • RICORRENZE
  • SINE LIMINE
  • SPETTACOLO
    • Cinema
    • Teatro
    • TV
    • Video

ARCHIVI

BLOGROLL

  • Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Di sussurri e ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

INFORMATIVA SULLA PRIVACY

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella privacy policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la PRIVACY POLICY.

Statistiche del blog

  • 467.427 visite
Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
Una tantum
Mensile
Annuale

Donazione una tantum

Donazione mensile

Donazione annuale

Scegli un importo

€2,00
€10,00
€20,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

O inserisci un importo personalizzato

€

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

REDATTORI

  • Avatar di adrianagloriamarigo adrianagloriamarigo
  • Avatar di alefanti alefanti
  • Avatar di Deborah Mega Deborah Mega
  • Avatar di emiliocapaccio emiliocapaccio
  • Avatar di Francesco Palmieri Francesco Palmieri
  • Avatar di francescoseverini francescoseverini
  • Avatar di frantoli frantoli
  • Avatar di LiminaMundi LiminaMundi
  • Avatar di Loredana Semantica Loredana Semantica
  • Avatar di Maria Grazia Galatà Maria Grazia Galatà
  • Avatar di marian2643 marian2643
  • Avatar di maria allo maria allo
  • Avatar di Antonella Pizzo Antonella Pizzo
  • Avatar di raffaellaterribile raffaellaterribile

COMMUNITY

  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di lucas dewaele
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Massi Jax Novato
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Copyrights © Poetyca https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Marco Vasselli
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di abdensarly
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di futaki
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di miribruni79
  • Avatar di Sconosciuto

BLOGROLL

  • chiscrivechilegge di Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Disussurried'ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Blog su WordPress.com.

  • Abbonati Abbonato
    • LIMINA MUNDI
    • Unisciti ad altri 287 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • LIMINA MUNDI
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
 

Caricamento commenti...
 

    Informativa.
    Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la
    COOKIE POLICY.
    %d