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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Incipit 9 : Una stanza tutta per sé

29 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, saggio, Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Ma, direte, Le abbiamo chiesto di parlare delle donne e il romanzo-cosa c’entra avere una stanza tutta per sé? Cercherò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlare delle donne e il romanzo, mi sono seduta sulla riva di un fiume e ho cominciato a chiedermi cosa significassero queste parole. Potevano semplicemente significare qualche osservazione su Fanny Burney; qualcuna di più su Jane Austen; un omaggio alle Brontë e una breve descrizione del presbiterio di Haworth sotto la neve. Qualche arguzia, se possibile, sulla signorina Mitford; una rispettosa allusione a George Eliot; un accenno alla signorina Gaskell, e basta. Ma ripensandoci, le parole mi parvero meno semplici. Il titolo Le donne e il romanzo  poteva significare (e poteva essere questa la vostra intenzione) le donne e la loro immagine; oppure poteva significare le donne e i romanzi che scrivono; oppure, le donne e i romanzi che parlano di loro; oppure il fatto che i tre sensi sono in qualche modo inscindibili, e in questa luce volevate che li considerassi. Ma, appena iniziai ad esaminare il soggetto da questo punto di vista, che mi sembrava il più interessante, ben presto vidi che presentava un fatale inconveniente. Non sarei mai riuscita a giungere ad una conclusione. Non avrei mai potuto adempiere a quello che è, me ne rendo conto, il primo compito di un conferenziere: offrirvi, dopo un’ora di discorso, un nocciolo di verità pura, da racchiudere tra le pagine del vostro taccuino e da conservare per sempre sulla mensola del caminetto. Tutto quel che potevo fare era offrirvi un’opinione su una questione piuttosto secondaria: una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi; il che, come vedrete, lascia insoluto il grosso problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo. Mi sono sottratta al dovere di giungere a una conclusione su questi due problemi: le donne e il romanzo restano, per quel che mi riguarda, problemi insoluti.

[…]

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929

L’incipit di oggi è tratto da quello che è considerato uno dei primi manifesti femministi del Novecento europeo. Si tratta di un saggio narrativo di Virginia Woolf, pubblicato nel 1929 con il primo titolo di Le donne e il romanzo (Women and fiction) e che raccoglie appunti e pensieri annotati durante la preparazione di due conferenze, tenute nel 1928 alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge. La Woolf non ha la pretesa di essere esaustiva e infatti, fin dall’inizio afferma che non potrebbe riuscire a fornire un nocciolo di verità e ciò in quanto la natura della donna e il romanzo sono e restano problemi insoluti. Continua a leggere →

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Parole di donna 8 : MARAM AL MASRI

22 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, Lui ha due donne, Maram Al Masri

 

Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.

Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.

MARAM AL MASRI

Maram Al Masri è una poetessa siriana vivente. Nata a Lattakia, è vissuta lì fino a vent’anni, ha studiato a Damasco e a Londra, si è sposata giovanissima e, con il coniuge, è stata costretta a fuggire a Parigi perché oppositrice del regime di Assad. Dopo la fine del suo matrimonio il marito è ritornato in Siria portando con sé il figlio che lei non ha rivisto per i successivi tredici anni. Maram ha esordito a Damasco negli anni Ottanta con Ti minaccio con una colomba bianca; poi, dopo un lungo periodo di silenzio, ha pubblicato le sillogi Ciliegia rossa su piastrelle bianche e Ti guardo, mentre al 2011 risale la sua raccolta Anime scalze. “Le ho viste tutte passare in strada / anime scalze, / che si guardano dietro, / temendo di essere seguite / dai piedi della tempesta, / ladre di luna / attraversano, / camuffate da donne normali. / Nessuno le può riconoscere / tranne quelle / che somigliano a loro”, scrive Maram. Continua a leggere →

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Canto presente 18 : Paola Casulli

19 venerdì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Paola Casulli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

 

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore. Continua a leggere →

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Incipit 8 : I dolori del giovane Werther

15 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, I dolori del giovane Werther, Johann Wolfgang Goethe, romanzo epistolare

Viandante sul mare di nebbia (olio su tela, 95 cm x 75 cm) di Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

4 maggio 1771

Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell’uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma… sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? non ho io… Ah! l’uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po’ di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi – Dio sa perché siamo fatti così! – se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono di dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore. Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; dì a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l’incomprensione reciproca e l’indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall’entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio. Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. […]

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, 1774

L’incipit di oggi è tratto da uno dei più famosi romanzi d’amore della letteratura tedesca. Non è chiaramente definibile, nel senso che può essere inteso come testo filosofico per il panteismo del giovane Goethe, romantico, perché uno dei più letti e conosciuti dello Sturm und Drang, sociale perchè descrive la borghesia tedesca di quegli anni, religioso e perfino politico. Del resto, come scrisse Manacorda, la ricchezza di significati non è tipica dei grandi capolavori? In effetti poiché parla d’amore e di morte, parla di tutto. Continua a leggere →

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Parole di donna 7 : ANTONIA POZZI

08 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Parole di donna

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Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, Deborah Mega

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L’amore rubato…muore… di Rosa Colacoci

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m’inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato.

 

Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, 1929

 

In questa carrellata di rose di poesia non poteva mancare l’intensa lirica di oggi, scritta da Antonia Pozzi nel 1929, per accompagnare la quale ho scelto uno scatto artistico molto adeguato e gentilmente concesso, L’amore rubato…muore… della talentuosa fotografa tarantina Rosa Colacoci. Continua a leggere →

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NOTA CRITICA su “Ornitografie” di Pier Franco Uliana

28 venerdì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Ornitografie, Pier Franco Uliana

Carel Fabritius, Il cardellino, 1654
olio su tavola, cm 33,5 x 22,8
L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis
acquisito nel 1896

“Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”.
(Marguerite Yourcenar)

Ornitografie di Pier Franco Uliana, selezionato ed edito da Arcipelago Itaca nel 2016, come opera vincitrice nell’omonimo concorso letterario, si presenta nell’intenzione dell’autore come “una breve orazione civile in versi”. Appare quasi un poemetto didascalico in alcuni tratti, etico-moralistico in altri. Il titolo, analizzando l’etimo greco ornis = uccello e graphe = descrizione, fa riferimento alla descrizione della natura degli uccelli. Da sempre gli uccelli, parte integrante del mondo vivente, sono state creature predilette dall’uomo. Chi ama la natura si trova frequentemente ad osservarla dunque non c’è da stupirsi che degli uccelli, se ne vogliano conoscere il nome, le abitudini di vita, scoprire di cosa si nutrano, che forma diano al loro nido, oppure li si voglia identificare dal canto o dalla tipologia del loro volo, dalla direzione, dal tipo di versi emessi. Perfino il cuneiforme lasciato sul davanzale innevato, scrive Uliana, è “tutto da decrittare” come se fosse un linguaggio misterioso. Continua a leggere →

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Incipit 7 : Casa di bambola

24 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Casa di bambola, Deborah Mega, dramma borghese, Henrik Ibsen

by Alisa Filippova

ATTO PRIMO.

Stanza accogliente e di buon gusto, ma senza lusso. Nel fondo, la porta di destra dà sull’ingresso, quella di sinistra sullo studio di Helmer. Tra le due porte un piano. Altra porta al centro della parete di sinistra, e, più in avanti, una finestra. Accanto alla finestra un tavolo rotondo, poltrone e un piccolo sofà. Sulla parete di destra, un po’ indietro, una porta, e sulla stessa parete, più verso il proscenio, una stufa di maiolica con davanti poltrone e una sedia a dondolo. Tra la stufa e la porta un tavolinetto. Alle pareti acqueforti. Scaffale con porcellane e altri soprammobili artistici, piccola libreria con volumi finemente rilegati. Tappeto. La stufa è accesa: è una giornata d’inverno. Si sente suonare e, poco dopo, aprire la porta di ingresso. Nora entra allegra, canterellando: è in tenuta da passeggio e ha in mano una quantità di pacchetti che appoggia sul tavolo di destra. Dalla porta rimasta aperta si vede un fattorino con un albero di Natale e un cesto, che consegna alla cameriera che ha aperto la porta.

  Continua a leggere →

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Parole di donna 6 : VIVIAN LAMARQUE

10 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, Poesia illegittima, Teresino, Vivian Lamarque

 

Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

Vivian Lamarque

da Teresino, Società di Poesia & Guanda, Milano, 1981

La scelta di oggi è caduta su un testo breve e ironico di Vivian Lamarque, ad una prima lettura divertente e piacevolissimo, tratto da Teresino, la raccolta del 1981 con cui vinse il Premio Viareggio Opera Prima. Il componimento sembra apparentemente semplice, lineare, di immediata comprensione, tanto che Giovanni Raboni, vero scopritore della Lamarque, disse che “C’è da restare a bocca aperta davanti alla misteriosa semplicità, all’eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce ” delle sue poesie. In effetti la poesia nasce dal cuore e dalla mente, un po’ come avviene per l’embrione, viene poi elaborata e messa per iscritto dunque se vogliamo “partorita”. Continua a leggere →

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Canto presente 15 : Beatrice Niccolai

07 venerdì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Beatrice Niccolai, Fuorivena, Gramigna, Sans papier - reato d'esistenza di una buona a nulla, Silenzio inverso

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Beatrice Niccolai

***

Le nostre donne

Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti.
Le nostre donne sono girasoli in fiore
nella battaglia dei giorni
e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori,
dopo il calar del sole.
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita
la tenacia, la dolcezza, gli errori.

Delle nostre donne, io sono l’errante.
Le nostre donne
parliamo lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro
bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo
una bandiera.

Beatrice Niccolai
(da) “Sans papier – Reato d’esistenza di una buona a nulla”, 2006, Ennepilibri

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Incipit 6 : Storia di una capinera

03 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Giovanni Verga, romanzo, Storia di una capinera

Scicli (Ragusa) Chiesa di S. Matteo e scorcio di Palazzo Fava, foto di Loredana Semantica

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta. Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera. Continua a leggere →

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La fatalità epica di Vittorio Bodini

31 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Uomini eccellenti

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Tu non conosci il Sud, le case di calce

da cui uscivamo al sole come numeri

dalla faccia d’un dado.

(La luna dei Borboni, Milano, Edizioni della Meridiana, 1952)

 

Vittorio Bodini è stato uno dei maggiori scrittori e poeti salentini del Novecento. Stimato ma guardato con diffidenza dagli stessi leccesi, ha sempre intrattenuto un rapporto controverso con la propria terra, fatto di invettive, partenze, ritorni, addii, una passione che avvicina e allontana, costruisce e distrugge. Nel secondo dopoguerra, che si parlasse di Sud non era una novità assoluta, data l’attenzione rivolta dal nostro paese al problema meridionale: già Quasimodo, Sinisgalli, Gatto, Levi, Jovine avevano trattato il Meridione. Il fatto però che si parlasse di Salento, un paese “così sgradito da doverlo amare” e di sentire di averlo quasi inventato, come lui stesso rivendicò in una lettera del 1950 indirizzata a Oreste Macrì, costituisce certamente una novità. Pur essendo nato a Bari nel 1914, Bodini era leccese, per famiglia e formazione. A tre anni, dopo la morte del padre, fu condotto nel capoluogo salentino, qui frequentò le scuole fino al conseguimento della maturità classica presso il Ginnasio-Liceo “G. Palmieri”. Introversione e pessimismo caratterizzarono sempre il suo animo: il fatto di aver perso il padre in tenera età influì notevolmente sulla sua crescita.

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Parole di donna 5 : ALDA MERINI

27 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Alda Merini, Deborah Mega, I poeti lavorano di notte, Testamento

 

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Alda Merini

La poesia che ho scelto, a mio avviso, è una delle più belle e significative della poetessa dei Navigli. E’ tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico, in essa infatti si mette in evidenza il ruolo del poeta : egli lavora di notte perché l’atmosfera notturna è misteriosa, silenziosa, affascinante, foriera di ispirazione. Si tratta in effetti di un momento proficuo e favorevole alla scrittura perché tace il rumore della folla, il tempo sembra sospeso, tutto tace, la razionalità dello scrittore viene per un attimo messa da parte ed emerge l’interiorità del poeta. Continua a leggere →

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Canto presente 14 : Pier Maria Galli

24 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 4 commenti

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l'origine del nudo, Pier Maria Galli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Pier Maria Galli

l’origine del nudo

sarebbe un delitto terreno non dire, e non diffondere
sulle dita rimaste a parlare d’altro
l’orlo tagliente di una poesia.
dovremmo conversare sul modo in cui
i pomeriggi eccetera eccetera, oppure
sul perché in quel film loro fanno all’amore
senza toccarsi e gettandoci nel
panico eccetera eccetera; dovremmo
prepararci separatamente il mio caffè e
le tue foglie e posare le tazze sul tavolo
e metterle in discussione prima che le bocche
le svuotino e disegnino quella forma dell’alba
che hanno le tazze dopo che le abbiamo
scavate con la prima bocca che la mattina
ci ha dato; dovremmo spogliarci in luoghi
che si staccano dai corpi cadendo per terra
insieme a noi, mentre i vestiti restano ad osservarci
dall’alto disordinato di una sedia; dovremmo
passare più tempo ad ascoltare il rumore
delle labbra che si screpolano; dovremmo
abbandonare i tuoi seni ed il mio sesso
sui posti a sedere di un cine abbandonato
sopra la locandina dove 2 corpi siedono
sopra la stessa sedia e si vede solo la sedia
e nel film non c’è nessuno; dovremmo
ripetere mille volte il gesto di entrare in una
vasca vuota e uscirne ripuliti e con la pelle
bagnata da quell’aria che sappiamo inventare;
dovremmo prepararci con meno bianco assoluto
quei frammenti di burrasca che sono i parcheggi
sotterranei di un ipermercato nelle ore deserte
della notte; dovremmo cambiare ogni sera
il corso delle vene sui polsi, rimescolando
l’orientarsi della mappa sui nostri corpi;
dovremmo scambiarci gli specchi del bagno
per scoprire i nostri visi appena svegli e
senza concluderli mai; dovremmo confessare
la pagina nera quando ci asciughiamo gli occhi e
portarci il cibo alla bocca con le mani sotto il tavolo;
dovremmo spiegare a chi ci ha amato o ci ama
la casa che hanno costruito sull’altro lato della strada
dove non ci sono mai state case ma solo un fiume
ed ora l’inizio di un lago e perché nessuno
ci ha mai visto prima di addormentarci affacciati alle finestre
e chiudere le persiane come una tremenda notizia personale;
dovremmo sederci sulle ginocchia e nello stesso istante
io sulle tue e tu sulle mie, e ancora così, e non finire
di salirci sopra, crescendo nei corridoi di quei rami
in un prato dove c’è solo erba che entrano dalla finestra
graffiandoci la pelle e spesso l’impalcatura dove operai
senza un progetto in cima alle dita ci fabbricano il cuore

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Incipit 5 : Le notti bianche

20 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Fëdor M. Dostoevskij, Le notti bianche, romanzo

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più spesso all’anima!… Parlando di vari signori irascibili ed irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno. Fin dal mattino un’improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l’impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo; ecco perché ebbi l’impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda ad un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi succedesse. Anche se andavo sul Nevskij, o ai giardini, anche se mi mettevo a passeggiare sul lungofiume, non incontravo nessuno di quei volti che ero abituato a incontrare sempre nello stesso luogo, alla solita ora, per tutto l’anno.

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AforisticaMente

17 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', La società

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aforismi, Deborah Mega, Giuseppe Pontiggia

“Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole”.

Stanislaw Lec

 

Gli aforismi, dal greco aphorismòs che significa delimitazione, definizione,  sono enunciati che esprimono efficacemente un concetto in poche frasi segnando un limite, un confine, non a caso il termine ha la stessa radice della parola “orizzonte”. Caratteristica fondamentale dell’aforisma è la brevità. Nella prosa gli aforismi si configurano come forme brevi simili ad affermazioni e precetti, destinati a essere pubblicati in raccolte o in racconti, romanzi, diari. Al di là dell’ambito letterario gli aforismi possono trovare spazio nei film, nelle pellicole del passato e del presente che hanno fatto epoca: frasi celebri divenute popolari, affermazioni ironiche e divertenti, battute divertenti penetrate nel patrimonio linguistico di intere generazioni.

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Parole di donna 4 : CHANDRA LIVIA CANDIANI

13 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Chandra Livia Candiani, Deborah Mega, La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore

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(foto dal web)

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, in “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Ed. Einaudi

Per questo nuovo appuntamento con Parole di donna ho scelto un testo di un’autrice contemporanea vivente, Chandra Livia Candiani. Da quando l’ho letta per la prima volta mi ci sono ritrovata molto perché particolarmente ricca di suggestioni condivisibili. A chi non capita di ritrovarsi al risveglio di fronte allo specchio e di dare un’occhiata sfuggente al proprio volto? Potremmo avere delle sorprese non da poco. Il riflesso rivela i segni della lotta, quella che conduciamo ogni giorno e che non ci abbandona neanche durante il sonno. Ci ritroviamo così ad alzarci poco riposati, a riprendere la routine quotidiana con lo sguardo feroce pronto ad una nuova battaglia. Occhi e bocca più di tutto rivelano il nostro stato d’animo, la fatica, la durezza di certe mattine.

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Incipit 4 : Il fu Mattia Pascal

06 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello, romanzo

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René Magritte, Dècalcomanie, 1966

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: 

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

 – Grazie, caro. Questo lo so.

 – E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

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Parole di donna 3 : AMELIA ROSSELLI

27 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Amelia Rosselli, Deborah Mega, Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore

 

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Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco; lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri, lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce. Lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.

Amelia Rosselli

(da La libellula. Panegirico della libertà)

Un testo importante e corposo quello che ho scelto di commentare per il terzo appuntamento con Parole di donna. Amelia Rosselli, una delle personalità più significative della poesia del Novecento, racconta l’indicibile che fluisce come un chiarore tra i membri di una ipotetica coppia. All’uomo che si ama viene detto in modo incalzante di disperdere la propria vita, definita debole, priva perfino della facoltà di lamentarsi. L’invito è rivolto anche, sempre se l’uomo lo voglia e ne abbia il tempo, a disperdere il pudore, l’effige, le ragioni cangianti, le richieste eccessive, l’orrore, tutto quanto c’è di buono e di negativo nella propria condizione e a dissipare gli ostacoli che le impediscono di vederlo. La poetessa rivela la sua caratteristica di incantarsi ad ogni passaggio di debole bellezza, di ricercare eternamente il bello e il buono ma anche i parassiti, evidente in questo passaggio l’ironia sottesa. La Rosselli invita a disperdere la propria fanciullaggine, il legame che li congiunge, l’incanto, il proprio innamoramento che dev’essere assecondato per diminuire. Lascia, gli dice, che l’ardore si faccia misericordia, forse nel senso di pietà umana, di generosità. L’invito è anche a dimenticare e lasciar perdere le stagioni con i loro effetti sugli animi umani, il sapore della gloria e a tornare alla  notte delicata delle sue mani e alla luce. Continua a leggere →

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Incipit 3 : Conversazione in Sicilia

20 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Conversazione in Sicilia, Elio Vittorini, romanzo

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_Il volo della luce, fotografia di Loredana Semantica_

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Continua a leggere →

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Sulla Resilienza

17 venerdì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, Pensiero

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Albert Camus, Deborah Mega, Resilienza

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“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003)

 

Il termine resilienza deriva dal latino “resalio” (risalgo) e lo si può ritrovare applicato a diversi campi specialistici, quello della metallurgia, in cui indica la capacità di un corpo di resistere alle forze d’urto, alla biologia, all’informatica, all’economia, alla psicologia.

In ambito psicologico per resilienza si intende la capacità tipica dell’uomo di resistere alle avversità della vita e a eventi traumatici, riuscendo perfino a riorganizzare positivamente la propria vita e a ricostruirsi, restando comunque fiduciosi e disponibili a cogliere le opportunità positive che la vita offre. Non va confusa con la forza di volontà che ci permette di perseguire gli obiettivi prefissati con costanza e determinazione.  E’ piuttosto quella stessa forza di volontà che ci spinge a perseguire una mèta nonostante le sconfitte perché si è consapevoli che i fallimenti sono tappe necessarie e inevitabili per raggiungere un traguardo. Fin dalle epoche più remote, l’uomo, animale razionale, si è distinto per l’incredibile capacità di sopravvivenza di cui è dotato, è riuscito così a resistere a guerre, malattie, carestie.

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