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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

31 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis

Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti – certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
il casto corpo cede.

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Delirio: 19 dicembre 2009 (innesco)

24 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in Cronache sospese

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Cominciò come un gioco senza fuoco a marchiare. non l’ustione ma la pagina bianca i colori la macchia. l’inchiostro che sporca. verginità della bocca sbandierata e perduta. gorgogliare sommesso di melma che assale. cominciò così l’apnea radicale. le mani avvinghiate alle sponde. le labbra di sale. senza pietà la condanna  o speranza o controllo o salvezza del dopo. senza un fiore d’incanto o  parola gentile.

I vermi striscianti ricoprirono i lombi arrotando coltelli vivevano a fianco. porte chiuse serrate a covare bisogni. mostri infami insaccavano sabbia seppellivano grazia. nei crateri sozzure. i vigliacchi a sputare. sopra i colpi la fiera. con le zanne affondare trenta centimetri al  cuore. rosso dritto violento crocifisso di sole.

La coperta aveva soffici piume. era un covo di pace fantasia floreale. una tana condivisa animale. immobile il fiato di morte batteva le nocche i lembi frastagliati del nulla. occhi chiusi sul bianco e le nuvole fuori. all’interno del vetro c’era il blocco del pianto. tutto fermo e stravolto al confine del mare. nel ventre ipotetico ansimava l’intento. congiuntivo presente: se sia meglio morire o respirare profondo. un assolo magnifico senza darlo a vedere.

Non esiste l’immenso. non risponde al chiamare e nel gelo dell’oltre abolisce il rumore. si collassa inumano di silenzio perfetto. piovevano gli angeli infine tra pareti di amianto. soffiavano lamine e vento. mormoravano mute preghiere.

Era un tempo insensato, prima dato e crollato, dopo ammesso e poi addosso. coi forconi la folla con la neve la luce immacolato splendore. forse assurdo che uccide. coltellate a ridosso e nel limbo candore. ogni coltre che scende infinitamente ricopre. dentro il seme il lenzuolo. una sindone eppure non è detto che il corpo inumato sopravviva a parole.

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uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

17 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale

Lungomare

Il soffio cresce, il buio è rotto a squarci
e l’ombra che tu mandi sulla fragile
palizzata s’arriccia. Troppo tardi

se vuoi essere te stessa! Dalla palma
tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia,
sui lunghissimi cigli del tuo sguardo.

da La bufera e altro (1940 – 1954)

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Canto presente 36: Flavio Malaspina

10 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FLAVIO MALASPINA

Tra morbide labbra

Hai cercato con la lingua nella mia bocca,
ma io non ho denti in bocca
In bocca ho le ossa della fame
e non di cibo hanno bisogno
ma di vita.
Soffiami in gola il tuo respiro,
chiunque tu sia,
ovunque tu sia,
ricreami una speranza
di ossigeno e carne,
e dammi una ragione di saliva per andare avanti.
Del resto
è lì che si vive tutti
In quell’elica liquida
tra morbide labbra.

A cosa servono i poeti?

A cosa servono i poeti?
A nulla!
ma se non ci fossero,
Il nulla
sarebbe ancora
più nulla.

Dedica

Vorrei che quelle parole,
tutte le parole, le avessi dette a me,
le avessi pensate e scritte per me,
Vorrei che scrivendole ti fossi immaginata le mie mani su di te,
le mie mani dentro di te,
mentre ti accarezzavano il cuore.
Ma ti chiedo scusa,
a volte i segni sul viso distraggono,
e le ombre disegnano cose che non ci sono
Per questo,
noi non siamo,
noi non esistiamo.

I miei morti

Io non ho “i miei morti”,
ho dentro di me tutti i morti del mondo,
e pesano sulle spalle.
Centosette miliardi sono passati fino ad oggi sul pianeta,
centosette miliardi che non esistono più,
ma esistono nel pensare,
esistono nel vivere
e spesso nel rinunciare.
Un fiume ininterrotto di assenze,
dissolvenze,
Mai un così enorme vuoto
ha pesato così tanto.
È questo
un esercito dei morti
che non subisce sconfitte.
Sono loro, per me,
dominio.
Rapito
annaspo in questo male di Stoccolma,
un mare magnum di memoria
che è somma di oceani
e disperazione…
…Soccombo
nel dubbio del vuoto.

Canzone d’amore

Quanti post it mi hai attaccato sul cuore,
quando batte mi fanno il solletico dentro come le ciglia di un
bambino sul viso.
Se mi sento giù ne scelgo qualcuno a caso,
lo leggo
e tiro un respiro di sollievo.
Hai sempre scritto in corsivo,
mai in stampatello!
Su uno leggo:
“Forse Dio non esiste, ma tu sì!”.
La tua esegesi,
la più bella canzone d’amore.

Mancanza

Oggi mi sono mancato un sacco,
e non trovandomi
per un attimo ho vissuto veramente.

Duecentodiecimila lemmi ti stanno aspettando
una moltitudine di pagine!
Cresci veloce Lorenzo,
c’è un meraviglioso giardino
oltre il tuo dito indice
e profuma di libertà!

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Numeri e auguri

01 martedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 2 commenti

Tag

limina mundi, Numeri e Auguri

Premessa

Questa nave è un elefante, senza ciurma e senza vele, non affonda ma sposta tanta acqua quanto il peso. E’ un nuotare su un mare di r-esistenza. Un volere ferreo impressionante. Sconosciamo l’aggressione, invidie, conventicole, competizione. Il nocciolo dell’aggregazione presso altri lidi è forse un reciproco scambio, chi offre il porco contro un quarto di bue. Qui l’essenza è la presenza. Dinamica “nullanza”, un neologismo feroce, come a dire la danza la nullità, dove chi balla ha passi liberi, svincolati. La bandiera è terra sconosciuta, conquista metro a metro di sabbia, d’oltranza. Un augusto interrogarsi, spaziando dalla vita alla trasfigurazione d’arte, propria, ammirevolmente d’altri. Ci proponevamo anche di più, ma c’è tempo, tutto il tempo del nostro tempo per dare la piega a questa inesistente vela, motore d’energia che insiste e vive.

Corpo

Dal 21-3-2016 sono ormai quasi tre anni che questo blog è attivo. La redazione s’è ridotta a due sole persone: Loredana Semantica e Deborah Mega, oltre ad Alessandra Fanti, che dona le sue lucenti poesie, con la partecipazione di Maria Allo. Altri autori hanno preso il largo per altri lidi o navi, hanno proseguito per proprio conto il loro navigare. Anche quest’anno appena trascorso ha visto numeri con l’anima. Li diamo anche quest’anno immancabilmente, tra la fine appena avvenuta e il principio di un numero nuovo – 2019 – per dire, voltandoci indietro, che la strada percorsa è tanta e luminosa. Forse qualcuno potrebbe pensare a un’autocelebrazione e lo è, se vi pare, ma non è questo il nucleo di rilevanza.

Numeri

Le visite al blog, fino ad oggi,nel momento in cui scrivo questo post, sono  state nel totale  64746. Il post più visto è “La casa di Asterione“ di Deborah Mega con 3424 visualizzazioni.

Nel corso del 2018

sono state curate da Deborah Mega le rubriche:

  • Randomusic: 5 articoli
  • Incipit: 7 articoli
  • Punti di vista: 7 articoli
  • Recensioni: 6 articoli ( gli autori recensiti sono Alessandro Silva, Emilia Barbato, Fernando Lena, Gabriele Galloni, Francesca Varagona)

Complessivamente Deborah Mega ha pubblicato 45 Articoli, oltre a quelli sopra indicati, post commemorativi di ricorrenze annuali, racconti e segnalazioni di eventi.

Loredana Semantica, ha curato le rubriche:

  • Prisma lirico: 13 articoli
  • Forma alchemica: 4 articoli
  • Una poesia a caso: 2 articoli
  • Cronache sospese (inaugurata a settembre del 2018): 10 articoli

Complessivamente Loredana Semantica ha pubblicato 37 articoli.

Alessandra Fanti ha pubblicato nel blog 10 poesie

Maria Allo ha pubblicato l’articolo Stefano D’Arrigo: Creatività linguistica in Horcynus Orca il 15.1.2018

Attenzione alla poesia di autori contemporanei è stata data nelle rubriche:

  • Canto presente: 9 articoli (sono state pubblicate poesie dei seguenti autori: Luca Parenti, Leopoldo Attolico, Christian Tito, Iole Toini, Viola Amarelli, Daìta Martinez, Giacomo Cerrai, Fabrizio Centofanti, Antonio Pibiri)
  • Versi trasversali: 10 articoli (sono state pubblicate selezioni di poesie dei seguenti autori  Marta Genduso, Lorenzo Pataro, Stefano Di Ubaldo, Valerio Succi, Guglielmo Aprile, Adua Biagioli Spadi, Reinhard Christanell, Claudia Piccinno, Stefania Onidi, Anna Maria Dall’Olio)

Con la  rubrica Ibridamenti è stata data attenzione al pensiero critico, in particolare a quello di Roberto R. Corsi.

Conclusioni

L’augurio per l’anno appena iniziato è che ci porti tempo sufficiente per dedicarci alla nostra passione per l’arte e la letteratura, alla cura di questo blog, alla ricerca di nuove voci da ospitare in Canto presente, o a nuovi incontri poetici da proporre in Versi trasversali, tempo sufficiente per leggere e recensire le opere che sempre più numerose pervengono alla redazione, per elaborare nuovi articoli con attenzione ad autori e artisti contemporanei e del passato, ed essere nel contempo,  anche nel presente, osservatrici della società che si evolve, capaci di dirla in prosa non meno che poeticamente, essere ancora nel qui e ora dei nostri doveri che ci chiamano continuamente. Mai mancanti dunque, se possibile, interessate e, speriamo, interessanti.

Felice Anno Nuovo.

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Forma alchemica 24: Attila Jozsef

13 giovedì Dic 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica

≈ 1 Commento

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Con cuore puro

Non ho padre, né madre,

né dio, né patria,

né culla, né sepolcro,

né amante né baci.

Da tre giorni non mangio,

né molto, né poco.

Vent’anni la mia forza,

i miei vent’anni li vendo.

Se nessuno li vuole,

allora che il diavolo se li porti.

Con cuore puro rubo,

se occorre ucciderò.

Che mi catturino e impicchino,

mi ricoprano di terra benedetta

un’erba mortale cresca

sul mio bellissimo cuore.

 

Attila Jozsef

Attila József è l’autore di questa poesia, scritta quando si accingeva alla carriera di insegnante. Con questa poesia egli si giocò la possibilità di insegnare, essa segna perciò le stimmate di poeta sui palmi di Attila, piega il suo destino.

Grande il fascino percussivo nella raffica di negazioni che s’inalbera nella prima strofa. Come vessilli di verità, sconforto, disillusione e sofferenza. La seconda strofa della poesia sembra adombrare lo spettro della fame, e sebbene vent’ anni abbiano in sé forza e potenza, se nessuno vuole dare ad essi storia e collocazione, soddisfazioni o vittoria, si buttano via in pasto al diavolo. Un cuore puro è disposto a sacrificare l’uomo, a perdersi nella riprovazione sociale, rubando o uccidendo se occorre. La poesia che inneggia al cuore puro, anticipa la sorte del poeta, la sua fine, eppure non rinuncia il cuore alla sua bellezza: l’erba del finale raccoglie simbolicamente il verde della speranza che questa bellezza non muoia chiusa nella tomba, ma prosegua diffondendosi sulla bocca degli uomini. Questo è ciò che è avvenuto per Attila Jozsef, che a dispetto delle umili origini, e della sua breve vita è riuscito nel breve tempo della sua esistenza a scrivere poesie di un denso lirismo, vitale e profondo, che gli hanno conquistato  l’amore del popolo ungherese.

Attila Jozsef nacque a Budapest nel 1905. Non ebbe un’infanzia felice, il padre, operaio in un saponificio, abbandonò la famiglia quando Attila aveva appena tre anni. La madre, contadina, rimasta sola, per mantenere i figli, si accollerà il duro lavoro di lavandaia. Ciononostante il piccolo Attila le venne tolto e, insieme alla sorella Elteka, affidato ad una famiglia di contadini del villaggio di  Öcsöd che divennero genitori adottivi. L’infanzia di Attila di certo non fu all’insegna del gioco, spensieratezza e affetto, la sua occupazione in campagna era  curare i maiali. I genitori adottivi non accettavano nemmeno il suo nome, preferendo chiamarlo Pista, diminutivo di Istvan. A questo tentativo di “repressione” identitaria, Attila farà risalire, anni dopo, la sua passione per la letteratura, avendo scoperto allora le gesta di Attila, re degli Unni, si rese conto che la letteratura permetteva una possibilità di esprimere idee alternative a quelle imposte da altri e la riaffermazione della propria individualità.

Dalla sistemazione ad Öcsöd  Attila fuggì per tornare dalla madre, della quale rimase orfano ad appena quattordici anni. Per la madre Attila nutrì sempre grande affetto, manifestato anche in commoventi poesie a lei dedicate nelle quali intreccia vissuto personale e anelito alla catarsi sociale, aspetti presenti in tutta la sua produzione.

A questo punto della sua vita per interessamento di Ödön Makai, marito della sorella maggiore, ricco avvocato e tutore di Attila, egli poté studiare. Era uno studente inquieto, discontinuo, ma brillante, otteneva risultati con poco studio, necessitando di poco tempo per apprendere. Il suo disagio tuttavia lo perseguitava manifestandosi in tentativi di suicidio e nella diagnosi  di una forma di schizofrenia.

A vent’anni scrisse la poesia “Con cuore puro” (Tiszta szívvel) nella quale dà voce potente alla sua profonda disillusione in tutte le istituzioni e consolazioni del mondo. La sua poesia tuttavia ben lontana dall’ essere frutto di una posa da poeta maledetto era invece espressione di accusa sociale, di sentimento di abbandono, di esperienza esistenziale di autentica sofferenza, aggravata dalla povertà, da un’ infanzia infelice e da un’acuta sensibilità.  Proprio per la poesia qui proposta egli ricevette il durissimo giudizio del professore di linguistica ungherese, Antonio Horger, dell’Università di Seghedino alla quale Attila era iscritto. Horger ebbe ad affermare che finché fosse stato vivo  non avrebbe mai permesso a Jozsef di diventare insegnante, non potendo consentire che l’educazione delle giovani generazioni fosse affidata ad individui che scrivevano poesie del genere. Si riferiva appunto alla poesia “Con cuore puro” pubblicata sul giornale Szeged. Attila deluso abbandonò l’Università e il proposito di diventare insegnante e si trasferì a Vienna dove cercò di mantenersi facendo vari mestieri: vendendo giornali, facendo pulizie, come precettore ed infine come corrispondente franco-ungherese all’Istituto del Commercio Estero, senza abbandonare l’attività letteraria, dalla quale riceveva anche saltuari compensi. Subentrò tuttavia uno stato di disagio psico-fisico che lo costrinse a lasciare l’impiego di corripondente.

Sul fronte politico Attila da giovane aveva aderito al partito comunista clandestino con fede ed entusiasmo, che tuttavia non impedirono al partito, anni dopo, di  espellerlo per deviazionismo. Probabilmente Jozsef era voce troppo autentica e fuori dal coro per un partito che in quegli anni era ligio alle indicazioni di allineamento staliniane. Questa estromissione fu per il poeta un colpo ulteriore. Egli tuttavia non cessò di esprimere nelle sue liriche le istanze di giustizia, lo spirito rivoluzionario, l’anelito al riscatto sociale, descrivendo il grigio delle periferie, delle fabbriche, l’alienazione del lavoro umile, manifestando la protesta contro l’ ipocrisia del mondo borghese, a favore di poveri, emarginati, operai, della loro degradata condizione, perché essi non ricevono dal mondo la loro parte di felicità, ma solo il salario. Attento anche alla bellezza di paesaggi, cielo, natura e considerando l’arte, unico vero rifugio dalla disperazione, fu sensibile agli influssi dell’espressionismo, del surrealismo, del simbolismo. La sua poesia è ricca di metafore e similitudini, ma esprime principalmente la solidarietà con gli ultimi, col loro dolore esistenziale, specchio del proprio, e uno spirito di contestazione per una società che ha elevato il denaro a priorità, rendendo gravemente inumano vivere per tutti di coloro che non accedono al benessere economico.

Non trovò consolazione nei rari rapporti sentimentali, tutti con esiti fallimentari.

Morì ad appena 32 anni investito da un treno mentre si trovava sui binari della stazione di stazione di Balatonszárszó. L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio confortata dai suoi precedenti tentativi, dalle recenti delusioni sentimentali, ma non è escluso l’incidente. Coloro che respingono la tesi del suicidio evidenziano come Jozsef in fondo non è mai stato un vinto, pur nell’indigenza e nell’infelicità non ha mai cessato di lottare, come testimoniano i suoi versi, sempre pervasi da un fuoco ribelle, da un’energia rivoluzionaria che non si arrende. Probabilmente fu qualcosa di molto simile al lasciarsi andare trovandosi, non volendolo inizialmente, in una condizione di pericolo, come potrebbe essere una scelta di accettazione della fine, perseguita successivamente a una caduta accidentale o perché senza scampo.

E’ paradossale che proprio la poesia Con cuore puro che segnò fortemente in negativo la sua esistenza sia stata giudicata dai critici “emblema della nuova poesia”.

Come significativo è anche il più recente episodio avvenuto nel luglio del 2013, quando il governo autoritario di Orban, decise di rimuovere la statua di Attila Jozsef da una piazza centrale di Budapest. Sono accorsi in migliaia nella piazza per impedire la rimozione, testimoniando l’ammirazione per lo scrittore, icona di ideali e giustizia. Si realizza quindi ciò che è stato scritto da Jozsef nella poesia “Per il mio compleanno” nell’anno della morte, riferendosi con ironia al suo desiderio stroncato d’essere insegnante.

“Io non una scolaresca
ma il mio popolo intero
formerò”

La mortificazione del suo desiderio di diventare insegnante è stata riscattata dall’ essere diventato ciò che egli aveva intuito in vita: simbolo e ispiratore dell’intero suo popolo.

 

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Prisma lirico 27: Vincenzo Cardarelli – Renato Guttuso – Andor Novak

06 giovedì Dic 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Vincenzo Cardarelli e le opere di Renato Guttuso e Andor Novak

RENATO GUTTUSO UOMO CHE FUMA.jpg

Renato Guttuso

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale estivo temporale
s’annuncia e poi si allontana,
ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e di insulti.

Vincenzo Cardarelli

ANDOR NOVÁK, (1879 - ) Femme Fatale..jpg

Andor Novak

poesia
“Attesa” di Vincenzo Cardarelli, da, Giorni in piena, Roma, 1934

opere
“Uomo che fuma o Ritratto del pittore Garrajo”, Renato Guttuso, 1961
” Femme fatale”, Andor Novak (1853 – 1940)

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Prisma lirico 26: Edmond Jabes – Léon Spilliaert

29 giovedì Nov 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico, SINE LIMINE

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5-vertigine-scala-magica-1908

Leon Spilliaert

Riprendo la rubrica “Prisma lirico”, accantonata per qualche mese, con la poesia di Edmond Jabes e l’opera di Leon Spilliaert

Una parola senza musica
una musica senza parole
una parola di silenzio
un silenzio senza parole.
E poi
niente, davvero
più
niente.

Edmond Jabes

testo: poesia “Solitudine” di Edmond Jabes da “Piccole poesie per giorni di pioggia e di sole”

opera: Vertigo, Scala magica, Leon Spilliaert, 1908

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Canto presente 35: Luca Parenti

15 giovedì Nov 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, SINE LIMINE

≈ 4 commenti

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Luca Parenti

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LUCA PARENTI 

 

oggi il cielo ha mantenuto le promesse
alto, azzurro, puro e schivo
e il sole lo accompagnava sereno
come un lume a mezzanotte.
vedevo le persone in cammino
non so dove sarebbero arrivate
ma pensavo a me stesso
nei loro anni migliori, quando
bisogna necessariamente mentire
per essere vivi e forti come sequoie.
conobbi così strane destinazioni improbabili
imprevedibili. ed il cielo era ancora lì
altro, inimmaginabile.

tramonto al quisibeve

un giorno come altri
fatti e finiti come canditi
col cielo aperto e sgombro
come una piazza ad agosto.
non ero solo ma speravo
d’esserlo, solo quando si desidera
non a caso per volere di dio.
io a dialogare coi piccoli fatti
con persone altezzose.
io a congelare le cose buone
poche che vengono a galla:
il dialogo è una espressione
artistica. il popolo è arte.

*

avevo tutta la strafottenza dei vent’anni
ora ho tutta la perseveranza dei quaranta.
ho vissuto bene e serenamente ogni anta
i suoi passaggi come blandi cambi ferroviari.
nessun deragliamento, solo incaponito
e determinato sino alla rottura. come un picchio
che perfora, anche il metallo
ha il suo punto di fusione. solo il cuore
pare refrattario: scende in cantina
non ha paura dei fantasmi, del buio
del silenzio. bisogna avere
la tempra giusta. il sangue freddo.
l’educazione irreprensibile d’un padre
d’una madre.

gioca poeta gioca

gioca poeta gioca
prendi e logora la parola
che ti è stata affidata
per corruzione, idolatria
antipatia, per far servi
ciò che si compra
cristiani e pagani
poeta gioca coi lemmi
prendili strappali redimili
osteggiali pareggiali
lanciali sul muro del pianto
ma non lacrimare
sei uomo forte
ora puoi lasciarti alla sorte.

la stanza senza lei

la stanza senza lei
è solo un pavimento
un soffitto e quattro mura
pure storte. pare che anche
i geometri s’innamorino
e gli operai edili. per questo
alcune trigonometrie son sbilenche.
la scienza non s’accorda coi sentimenti
ma lui la rivuole lì
subito, immediatamente
vicino alla pianta di limoni
(a proposito: bisogna spostarla
dove c’è più sole, come d’altronde loro due)
accanto ai suoi morbidi e romantici sermoni
per far quadrare la vita sua: perciò
lei porterà con sé squadra, martello e pennelli.

kamikaze

tristi sudati operai quando la giornata
incomincia per vuote strade
come fantasmi e la sera assenti
testimoni come lampioni.
strisciante rabbia e violenza, derisione.
bisognerebbe distruggere tutto
buttando sale, rasando bruciare
come gli antichi e ricominciare
con la filosofia, l’arte, gli ismi
la diarrea del politicamente corretto
il pattume del sociale
il bluff dello stato sociale.
ma non c’è abbastanza forza
neppure lo sbuzzo, lacrimazione
facile: una generazione abulica
d’inconsapevoli kamikaze.

*

ci sono poche opzioni:
o scrivi come vogliono loro
allora sarai pietanza sbranata
leccornia di palati straparlanti
studiato da lumaconi chierici
fenomeno da radical salotti
o scrivi soltanto come vuoi tu
isola nel cielo di fronte alla follia
al ripetersi, al tuono.
o servo della catena di montaggio
adulato e succhiato dal coro
(noioso come la morte)
o intimo schizzo di luce
riflesso adamantino
di fonte dolomitica.

*

a Bologna d’estate
la stazione è un’allegra
epilettica invenzione
d’un modo in creola ebollizione.
indiani pakistani cinesi rom
africani: tutto il mondo è paese
ma in pochi metri quadri
in un mese di sudori esagitati
come in un sandwich
stratificati od incendiati
non dalla storia multi etica
ma da una potente illusione:
il capitale è rapace
solo chi non ha da lavorare.

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Canto presente 34: Leopoldo Attolico

29 venerdì Giu 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Leopoldo Attolico, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LEOPOLDO ATTOLICO

MITICO PEPPINO

“Quando il pettine si riempirà di nodi
vorrà dire che tutti i nodi son venuti al pettine!”
vaticinava acutamente Giuseppe Conte
di fronte a una platea che pendeva dalle sue labbra
tutta tesa a capire dove andava a parare
la latitanza di quel significante
travestito da espressione figurata
non precisamente affascinante.
Ma il mitico Giuseppe
non amava decriptare le sue agudezas desultorie.
Una scontrosa passione per la condizione umana
gli dettava allarmanti così è se vi pare
da esplicitare solo alla fine
nei tempi lunghi dell’altrui pazienza;
e passò oltre, lasciando lo scoppio ritardato
drammaticamente in balìa di matasse di sebo
gordianerie e untuosità varie

IL ROSARIO DELLE VECCHIETTE

Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco Dada di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste

CRISI DI COPPIA A CANALE CINQUE

Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla brava presentatrice (?!)
e il tubo catodico è il garante

Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione !

(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)

PRECARIATO E PRODUZIONE DI REDDITO

Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto,
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene.
Il mio fondoschiena vale più di due lauree

GRANDE STATISTA

Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica

IN PARADISO SENZA REDENZIONE

No, non ho il destro
per denuncià ‘sto sinistro;
non ho cuore, davvero.
(Ma lei, il bolide trasgredente
che ci faceva piangente
bellissima e senza patente
a quell’ora di notte?)

Ora che nel cotidie
la menzogna macchia le parole
e tutto sembra fugace e feroce,
può anche accadere che una inezia di dismisura innocente
mi mandi dritto in Paradiso
senza soste intermedie:
“perdono,signore…”

In “La realtà sofferta del comico”, Aìsara, 2009

 

 

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Prisma lirico 25: Henry Scott Holland – Ryan Pernofski

21 giovedì Giu 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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A Christian Tito

« La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo! ».

Henry Scott Holland

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Prisma lirico 24: Eugenio Montale e Renè Magritte

14 giovedì Giu 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nel prisma lirico di oggi la poesia di Eugenio Montale e l’opera di Renè Magritte

René Magritte, The Poet Recompensed

Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio Montale

 

testo di Eugenio Montale da “Ossi di seppia”, 1925

opera “The poet ricompensed” di Renè Magritte, 1956

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Prisma lirico 23: Wallace Stevens – Abbott Handerson Thayer

07 giovedì Giu 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nel metafisico Prisma lirico di oggi gli angeli di Wallace Stevens e Abbott Handerson Thayer

800px-Abbott_Handerson_Thayer_-_Angel_-_Smithsonian

Abbott Handerson Thayer

Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.

Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.

Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.

Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi, è la stessa cosa.

Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo

la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto

monotono levarsi in liquide lentezze e afferrare
in sillabe d’acqua; come un significato

che si cerchi per ripetizioni approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,

intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza

che basta che io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.

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Abbott Handerson Thayer

testo: Wallace Stevens,  “L’angelo della realtà”, tratto da “Angel surroundend by paysans” (traduzione di Nadia Fusini)

opere:

“Angelo” di Abbott Handerson Thayer, 1889

“TheAngel” di Abbott Handerson Thayer, 1903

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Prisma lirico 22: Margherita Guidacci – Leonardo da Vinci – Fracis Bacon

31 giovedì Mag 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

≈ 1 Commento

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’intima poesia di Margherita Guidacci e le opere  di Leonardo da Vinci e Francis Bacon

 

la scapigliata 1500 leonardo da vinci

Leonardo da Vinci

Sono un poeta: una farfalla, un essere
delicato, con ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica.

Margherita Guidacci

francis bacon

Francis Bacon

testo: Margherita Guidacci

opere

“La scapigliata”, Leonardo da Vinci, 1508

“Study of portrait” Francis Bacon, 1957

 

 

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Forma alchemica 23: Giorgio Caproni

24 giovedì Mag 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Tag

Giorgio Caproni

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

Commento oggi una poesia breve. Giorgio Caproni alla sbarra esegue la sua danza. Un volteggio celeste di parole. Contraddizione e sintesi in questo testo. Un ricercare alla radice della sedentarietà che si sposa con l’esistenza/non esistenza. Uno sparire sullo sfondo dell’essere sempre in un luogo, per andare dove mai si è andati, quindi per restare fermi, non muoversi, quasi piantati, eppure dinamici. Un percussivo battere di infiniti, un andamento circolare di versi che vanno e vengono e restano nella presenza in un luogo – topos fisico e metaforico – dove mai l’io poetico fu.

Caproni semplice e stimolante, lapalissiano e lampante, nel senso proprio di fulminante, in questo inseguirsi verbale di affermazioni e negazioni  che richiama molta poesia di Pessoa; il suo eterno contraddirsi consegnato al  corpus poetico. Come per Pessoa tuttavia in Caproni  sono presenti, nella contrapposizione dell’essere/non essere, restare o andare,  gli echi metafisici dell’immaterialità  e dell’ assoluto. Grandi temi che denunciano una ricerca profonda della verità personale, un’interrogazione sulla verità del mondo.

Non si tratta dunque di giochi di parole, non c’è alcuna volontà d’impressionare il lettore, il linguaggio è comune, quotidiano. Rimarco particolarmente quest’aspetto in contrasto con certa poesia letta di recente in rete che appare una sorta di trasposizione in versi di un “Grande fratello” (il famoso programma guardone) con intenti di dissacrazione. Poesia che ricorre all’ ostentazione di un linguaggio turpe e ammiccamenti che lasciano intuire perversioni/ossessioni sessuali per impressionare, catturare l’attenzione, incuriosire e interrogarsi fino a che punto viene condotto il gioco.

Non sono io che cerco la poesia da proporre in forma alchemica è la poesia che viene a me. Non per niente leggo in questi giorni Caproni e questa sua, quasi un compensare la cattiva impressione lasciata dall’offerta di altri testi letti. In verità questa forma alchemica muove da questo questo testo e dalla premessa appena esposta per sviluppare una serie di considerazioni sulla poesia: natura, valenza, potenza e potenzialità, veicolo, strumento.

Ho sempre sostenuto che in poesia si possa dire tutto, che non c’è da temere la parola, men che meno temere di pronunziarne una. Non si deve aver paura di chiamare le cose con il loro nome: il pene è l’organo sessuale maschile, il coito è l’accoppiamento, l’elefante ha la proboscide, l’ape punge. La sequenza è volutamente allusiva.  Ho appreso recentemente che squirtare è l’atto dell’eiaculazione femminile. Mi sono compiaciuta del grazioso nome che essa ha assunto nel mondo. Mi sono detta che non si finisce mai di imparare. Tant’è che recentemente ho appreso come porre a confronto i dati di due colonne di excel formattando automaticamente gli eventuali duplicati.

Una cosa tuttavia è l’atto di imparare, un’altra è scrivere o leggere poesia. Perché si scrive poesia se non per consegnare al mondo la propria verità profonda? E ci si augura che questa verità ingentilisca il mondo, lo alimenti di bellezza. Scavare nel proprio pensiero fino ai punti più reconditi permette di esprimere concetti sottili e belli che contengono al loro interno riferimenti ai punti critici delle domande esistenziali. Le domande che il poeta pone a se stesso sono al contempo interrogativi che egli ci offre. Noi sentiamo di condividerli ravvisando nella sua ricerca una speciale progressione della ricerca collettiva, un avanzamento verso una verità mai pienamente posseduta, che prima o poi tuttavia raggiungeremo. Le menti più eccelse, le sensibilità più acute si muovono alla sua ricerca, quasi punte avanzate del pensiero umano, rivolte all’oltre, all’introspezione, alla descrizione, mediante il qui e ora, attraversando il presente.

Quando ritorno sfinita da una giornata di lavoro, poesia come quella che qui propongo mi dà ristoro. Viceversa leggere in versi parole che lasciano il sospetto di una voluta ostentazione, esercizio stilistico forte e forse, ma comunque composte da una sequenza di associazioni verbali allusive di perversioni e oscenità, la reazione è di repulsa. La stessa reazione che provoca la poesia scadente pervasa da sentimenti, sentimentalismi, nuvole e tramonti. Certamente è vero che le brutture esistono nel mondo, vero che la poesia accetta la verità come una forma di ricerca di bellezza, ma se si intuisce l’intento di impressionare, di ostentare e provocare allora non so più se sia possibile dirla poesia, perché non so più quanta verità contenga e, pertanto, sento come osceno anche il ricorso a questa forma di arte, che tutto tollera sia con esso espresso, tranne la menzogna.

D’altra parte quante volte ho letto della poesia associata all’idea di scoria, superfluo, escremento, qualcosa di tossico, di cui liberarsi, allora potrebbe succedere che si scriva vomitando addosso al mondo il male percepito, e qualora il male fosse vero, qualora vero fosse il dolore, certo la questione muta angolazione. Ancora una volta torniamo all’idea di verità, sebbene in questo caso la poesia non sia modalità di ricerca della verità che s’illumina di bellezza, ma viene strumentalizzata per restituire il male. Diventa valvola di sfogo del proprio travaglio, del male subito, del dolore provato. A questo proposito devo riconoscere che altra cosa che guasta la bellezza è la virulenza. La bellezza è compostezza, distanza, pace, silenzio. Ha consistenza bianca marmorea fino alla luce accecante. Tra le righe di un foglio bianco traspare questo controllo della potenza, quel domino della parola ch’è setacciare profondità, innalzarsi alle vette. Quando un immenso dolore decanta si esprime con diverse parole che trasmettono sensazioni diverse da quelle suscitate quand’esso è troppo vivo e taglia la carne. La poesia non è fatta per affettare il cuore, ma per suggerire una via di ristoro al dolore, per raccontare il dolore lontano con parole anche forti, ma che ne sostengono il peso, perché frutto di raccoglimento, rassegnazione, riflessione.

In conclusione la poesia non è per la menzogna e neanche per farne strumento dei propri bisogni, ma esiste per volare, condurci oltre, nel luogo dove sappiamo essere l’assoluto. Assoluto impossibile da raggiungere eppure intravisto nei viaggi mentali, ispirati e assorti, che preparano e precedono l’atto poetico. L’assoluto che tutto contiene della nostra vita ed esperienza e comprende ciò che è, sarà e saremo. Tutto questo eterno e infinito contenuto ha modo di manifestarsi nella più alta forma della parola: la poesia.

Non intendo con ciò deificare questa forma espressiva,  tantomeno venerarla, ma certo suggerisco a chi si accinga a “maneggiarla” di rispettarla per la sua valenza, per la sua potenza. E’ responsabilità dello scrittore di evitare di aggiungere orrido all’orrido, osceno all’osceno, male che traduce il male, che trasmette il male, ed è sua responsabilità l’incapacità di coltivare la bellezza. Cioè l’unica cosa che ci salva, che ci consola.

Loredana Semantica

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

10 giovedì Mag 2018

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra

le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi

verrà un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontano

e quel peso sarà il più grave

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Prisma lirico 21: Marina Cvetaeva – Maurice Molarsky – Gerhard Nordström

03 giovedì Mag 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’intensa poesia di Marina Cvetaeva e le suggestive opere di Maurice Molarsky  e Gerhard Nordström

Nudo sdraiato, 1926, Maurice Molarsky. Russian

Maurice Molarsky

Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
Sono terra nera e carta bianca.

traduzione di P. A. Zveteremich

Gerhard Nordström, Sweden (b. 1925) “Landscape”

Gerhard Nordström

Testo:

poesia “Io sono una pagina bianca” di Marina Cvetaeva

Opere:

“Nudo sdraiato”, Maurice Molarsky, 1926

“Landscape”, Gerhard Nordström, 1925

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IbridaMenti (n° 1 di Roberto R. Corsi)

30 lunedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in IbridaMenti, LETTERATURA

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Tag

Roberto R. Corsi

Ciò che rende speciale il Web è la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro con un semplice clic del mouse sfruttando i collegamenti ipertestuali. In questo modo, senza aver ben chiari i meccanismi che regolano le connessioni né tantomeno i percorsi battuti, càpita a volte navigando per il web, di imbattersi in post meritevoli di lettura e attenzione. Tali risorse offrono spunti di riflessione, da fissare per evitare che si smarriscano nei meandri virtuali della rete, da custodire con cura come quando si trova qualcosa di prezioso su cui ci si propone di tornare dopo, con calma, diventano riserve da ammassare contro l’inverno dello spirito, parafrasando la Yourcenar. Queste ci sembrano ottime motivazioni per dare vita a IbridaMenti, un’altra rubrica di Limina che si propone di diffondere e conservare, tramite la condivisione, i post più interessanti di soggettività critiche, collettive, lungimiranti.

“Narciso e Pennadoro”: (aspettando di) risolvere il conflitto psicologico del poeta

articolo tratto da qui

Conduco una vita ritirata per una serie di motivi, il primo dei quali è che non ho un briciolo di autostima sin da ragazzo. Il secondo è che, per il classico schema della profezia che si autoavvera, avere poca o punta autostima sin dalla giovane età mi ha portato a non combattere per affermarmi, dunque… a non affermarmi. Perciò adesso ho ancora meno autostima o energie per le residue sfide. Una frase attribuita a Pessoa lo esprime al meglio: Porto addosso i segni delle battaglie che non ho combattuto.
Per fortuna ho delle reti di protezione (la famiglia; un diamante cucito dentro l’avambraccio per le emergenze… ah no, quello era Redford in un film), ma temo che le maglie di questa rete si stiano deteriorando.
Il terzo motivo è che non mi piace come sto vivendo e quindi, in attesa di poter eventualmente cambiare, non amo propormi all’esterno, parlare di me, rispondere a domande sempre piuttosto ficcanti, talora studiatamente destabilizzanti. Dovrei imparare dalle mie ex l’arte di cambiare discorso, che pratico ancora male.
Il quarto è che non sono stato neppure troppo fortunato, collezionando, quasi tutte le volte che mi sono affacciato timidamente al mondo, una serie di giudizi ed epiteti piuttosto che fiducia nelle mie capacità: apicalmente, «pagliaccio», «omuncolo», «impostore», «impotente ingannatore», incapace di amare ma solo di porre in essere una «pallida imitazione» di amore. Non tutti, peraltro, avevano torto. Mi sarebbe servita una keynesiana iniezione propulsiva trivalente di affetto, amore e sesso sconsiderato, soprattutto in età liceale.
Ma il fato così non volle.


Detto questo, non voglio ammorbarvi oltre con le mie disgrazie. Questo cappello introduttivo rientrerà in gioco più tardi. Ora mi serve soltanto per spiegare che il mio atteggiamento ritirato ed elusivo si riflette anche sulla mia vita di (presunto) scrittore.
C’è stato un periodo, diciamo dal 2007 al 2011, in cui credevo nella “gavetta”, inanellando scritture e presentazioni gratuite che, come sagacemente è stato fatto notare, ti portano solo ad avere più richieste per ulteriori collaborazioni gratuite. Forse la remunerazione per quel periodo è stata l’endorfina di “sentirsi vivo, al centro di qualcosa” (autocit.): attestati di stima, invii librari, qualche applauso, qualche presenza nei lanci di stampa. La mia ragazza di allora, nerovestita, geek appetitosa, si sedeva in prima fila e, alla fine, si lasciava presentare con un sorriso ironico come “la moglie del critico”, poi tornavamo a casa e facevamo l’amore. Ma ora (lei non c’è — è “quella dell’incapace di amare” — e) questa sensazione egocentrica è effimera come un gas, non basta più.

Contemporaneamente, infatti, la considerazione verso la mia scrittura non è decollata. Ho rimarginato gli errori di “gioventù”, errori forse segnanti. Ma non ho riscontri editoriali seri. E la gente non mi legge. A volte, manco gratis. Semplicemente, la mia scrittura non è richiesta. A meno che non diventi ancillare, recensendo/mettendosi al servizio di un autore magari ben radicato in rete: e allora il contatore s’impenna coi tag, con i pingback, con i commenti e con i like (che sono sempre e comunque a lei/lui: tu scrivi un saggio su John Doe e il commento standard di chi conosce lui è «Grande John»; raramente «bravo questo studioso del Grande John». Fateci caso: nessun reale engagement, nessuna volontà di andare oltre l’amico e conoscere nuove voci).

Il punto è che ho preso atto e me ne sono tirato fuori, credo di essere coerente. Pubblico ormai quasi solo in rete, realizzo ebook gratuiti per i miei 24 lettori (uno meno di Manzoni, per reverenza).
Ma non cesso di provare amarezza.
E qualche volta mostro una enorme ingenuità, spedendo i miei inediti solo alle grandi case editrici, che non rispondono e probabilmente manco li leggono (una dice di sì, le altre boh). Sì: quelle case editrici lì, quella con lo struzzo, quell’altra col gufetto e così via.

Sogni proibiti (che rimarranno tali)

Questa mossa ad alcuni potrà sembrare perfino arrogante.
Chi si crede di essere questo?
C’è una grande-grande Poeta, ahimè scomparsa un paio di estati fa, che ha scritto una dozzina di libri di poesie di alto livello, ottimamente prefati e pure pregevolmente confezionati.
Bene: con la usuale, fiorentina schiettezza, trattando sul suo sito dei propri libri di ricerca, scriveva: «Premi e riconoscimenti a parte, dirò subito che queste sono le uniche pubblicazioni in volume che non ho pagato». Ergo, per pubblicare tutti quelli di poesia ha pagato.
(Pagato? Fate pagare pure le altissime poete, i vanti cittadini?)
Altre e altri viventi, validi come lei, si arrabattano per una vita con libri, premi e serate, però agli animaletti citati sopra non ci arrivano.
E io, che scrivo con qualità decimale rispetto a costoro, perché dovrei saltare subito all’ultima casella? Chi sono per ribellarmi allo status quo? — penseranno.
Chi sono? Un ingenuo che agisce in base a una considerazione assai capillare delle varie offerte editoriali e, soprattutto, paraeditoriali. Ma pur sempre un ingenuo.


Ingenuità, la mia, che forse è indice di una irrisolta, impossibile, smania di notorietà.
Ma se ho smania di notorietà, perché mi tiro indietro?
Questo è il punto.
C’è un conflitto, e se ne è mirabilmente accorto un amico storico, che ogni tanto — bontà sua — mi usa, sul piano esistenziale, come “ragazza brutta con cui la ragazza bella va a passeggio”… Ma che non manca di ammannirmi benevolmente il suo punto di vista, che in questo caso mi ha aperto la mente. Gli ho chiesto, con apparente leggerezza, come scendere a patti col proprio fallimento come scrittore. Ecco un fermo immagine della nostra chat, con alcune sue parole:

Bersaglio centrato. L’amico opera una dicotomia, ponendo da un lato «narcisismo e ritorno economico», obiettivi che richiedono di essere un «animale da industria culturale» dall’altro una «fuga dal palcoscenico» verso la «intimità del pensiero». In chat seguono esempi macroscopici del suddetto animale industriale, alcuni microesemplari più tristi del quale si possono trovare anche nel piccolo acquario della poesia.
Spicca poi, nell’ultima nuvoletta in basso, il tentativo di risolvere la contraddizione: alla sua radice c’è un bisogno insoddisfatto di accoglimento e di rassicurazione.

Questo tentativo ricostruttivo mi piace e, come ognun vede, coincide apparentemente con la mia storia, con le macerie della mia autostima.
Abbiamo davanti a noi un bivio molto chiaro.
Per inseguire — senza alcuna garanzia di risultato — il successo e il culto della personalità dobbiamo percorrere per forza il sentiero della iper-promozione, del personal branding, della logica di commercio.
Se invece c’interessa un discorso più intimo o, soprattutto, non abbiamo voglia o convinzione nel fare girare la ruota, dobbiamo scegliere una via più introspettiva e lontana dal meccanismo editoriale (che è sempre, non va scordato, un meccanismo imprenditoriale, con le sue ragioni ed esigenze correlate).
Qualunque contraddizione comportamentale, come i miei ingenui invii o il mio malessere, andrebbe indagata nei termini psicanalitici del bisogno primordiale insoddisfatto.

Ciò dovrebbe chiudere il cerchio. Il lettore devoto dovrebbe tornare all’inizio dell’articolo e alla mia simpatica adolescenza stercoraria; io invece dovrei cercare, se non è tardi, di realizzarmi a livello personale e lavorativo. Extrapoetico, insomma. Per avere la forza di mantenere vivo e fluente il mio dilettantismo di scrittura (inteso in senso atecnico-qualitativo, perché in senso tecnico-giuridico quasi ogni poeta è un dilettante) senza sbroccare. Del resto devo ritenermi un privilegiato, perché ho la fortuna di vivere in un’epoca storica in cui è molto semplice, immediato, portare la propria scrittura a conoscenza degli altri mediante internet.


Guido Morselli | img Wikimedia Commons, pubblico domino IT

Ho usato il condizionale: dovrebbe. Perché, man mano che buttavo giù queste righe, sono diventato consapevole che questo mio comportamento letterario schizoide è determinato anche da fattori di distorsione che non si esauriscono nel mio vissuto.
Quello che il mio amico non considera è che, per addivenire a un sano percorso di scrittura che sia avulso dall’industria culturale, con ciò senza uscirne pazzi o in forma non corporale (penso al povero Guido Morselli e alla sua sorte paradigmatica, vitalizio >> insuccesso >> suicidio >> pubblicazione post-mortem), occorre non solo fare i conti con se stessi, ma anche con alcuni “fattori di conflitto” che rendono difficile risolversi nel distacco.

  1. Uno ha una radice sociologica-culturale, ed è il cosiddetto publishing divide: cito ancora Ben Lerner, che, nel suo Odiare la poesia, rileva come la prima domanda che normalmente deve affrontare chi si afferma poeta è «Sei poeta pubblicato?». Ove si sottintende, normalmente, pubblicato in volume cartaceo (quindi molte volte il publishing divide è un digital divideal contrario!).
    La domanda, se posta dal di fuori, avrebbe anche un senso: vorrebbe dire, «Esiste un editore che ha avallato il tuo lavoro?». Il problema è che, con qualche eccezione, i libri di poesia sono in stragrande maggioranza pubblicati col contributo (nominale o in forma di acquisto copie) dell’Autore. E questo ha portato storicamente all’instaurarsi di un business dell’editoria a pagamento: prassi forse non illecita ma che, ex se, non ha a che fare con un giudizio di qualità (o comunque, anche se un editore a pagamento si sforza di fare selezione, all’Autore non sarà mai chiaro del tutto per quale motivo è stato pubblicato).
    Di fronte a questa prassi, molti autori hanno preferito l’autopubblicazione o, semplicemente, il ricorso diffuso a internet. Purtroppo, però, il pregiudizio persiste, declassa questi ultimi e determina in molti di loro, di riflesso, la tentazione di mettere mano al portafogli per essere assunti di diritto alla mistica rosa dei “Poeti PICNIC”® (Pubblicati In Cartaceo, Non Importa Come).
    Bisognerebbe invece fare controinformazione ancora più intensa per smontare questo punto e la sua valenza diffusa. Purtroppo i player della poesia, come si direbbe oggi (non solo autori ed editori ma anche media, portali internet, premi e concorsi letterari con grandi poeti in giuria) non espungono dalla loro considerazione i libri editi con contributo e dunque perpetuano divide e relativo meccanismo di conflitto mentale. La sensazione è di un congegno complesso che si autoalimenta: per usare il gergo satirico di un blog geniale ma fermo: I pagautori di oggi aspirano a diventare gli editeuro di domani.
    Discorso lungo e complesso. Quello che mi interessa evidenziare qui è però unicamente che non risolverò pacificamente il mio distacco finché ci sarà qualcuno che mi nega la qualifica di Poeta oppure mi declassa semplicemente perché non addivengo al meccanismo industriale. La riduzione del conflitto al mio vissuto non tiene conto di questo fattore, che è un fattore essenziale di riconoscimento.
  2. Sul secondo fattore, che forse esaspero, mi soffermo meno. Anche perché è ineludibile. Comporta il fatto che ogni dilettantismo autoimposto (perché è ciò di cui stiamo parlando) è fallace, perché l’essere umano tende a quello che nella storia e sociologia dello sport è chiamato Agonismo programmatico a carattere illimitato.
    Voglio scrivere con sempre maggiore qualità? A questo proponimento dovrà seguire un tempo sempre maggiore dedicato alla scrittura, a scapito del tempo dedicato alla mia fonte di mantenimento, fino a esaurire virtualmente quest’ultimo e dunque dover trarre sostentamento da tempo e attività di scrittura.
    Questo è il processo storico che, nello sport, ha portato dal dilettantismo decoubertiniano al professionismo.
    A meno che non si accetti di contemplare il proprio ristagno, reprimere giocoforza questo istinto, in una società che non remunera praticamente più lo scrittore se non a livelli altissimi, è un atteggiamento razionale ma che ha conseguenze cognitivo-comportamentali pesanti e imprevedibili.

Considerare che la poesia non paga non è sufficiente a saziarci. Saliremo e scenderemo dall’onda dell’autopromozione; ogni tanto ci proclameremo distanti e insensibili al mercato, per poi postare su cento gruppi ogni straccio di recensione internautica, piovuta dal nulla, a qualche nostra poesia; i giorni successivi li passeremo sulle statistiche di accesso; ai loro scarni numeri torneremo al romitaggio, alle gioie del lavoro e della famiglia… fino alla recensione seguente.

L’auspicio, almeno per me stesso, è di risolvere tutti questi conflitti e di ritrovare serenità.

Biografia dell’autore

Roberto R. Corsi (1970) vive tra Firenze e la Versilia. Il suo ultimo libro è “Cinquantaseicozze” (Italic, 2015). Scrive per il portale Perìgeion e dispensa grafomania ed ebook di poesie su vari blog personali e sui social (di solito col nick @rrcorsi).

Il suo sito https://robertocorsi.wordpress.com/

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Prisma lirico 20: Pedro Salinas – Hendrik Chabot – Pieter Bruegel

25 mercoledì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Pedro Salinas e le  opere di Hendrik Chabot e Pieter Bruegel

Hendrik Chabot - Rain (1933)

Hendrik Chabot

I cieli sono uguali
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

P._brueghel_il_vecchio,_il_paese_della_cuccagna_03

Pieter Bruegel

Poesia di Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”, Madrid, 1933

Opere:

Hendrik Chabot, “Rain”, 1933

Pieter Bruegel il Vecchio, “Il paese della cuccagna”, particolare, 1567

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Forma alchemica 22: Clemente Rebora

19 giovedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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Tag

Clemente Rebora

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Questa lirica di Clemente Rebora non poteva mancare nelle mie “Forme alchemiche”. Non poteva mancare perché ai miei albori da lettrice indefessa di poesia, incontrai questo testo e me ne innamorai, ritenendolo per lungo tempo un modello di perfezione poetica. Io ne percepii il valore al primo incontro, scoprii solo dopo che è considerato unanimemente il capolavoro di Clemente Rebora. La valutazione convergente mia e dei critici ha contribuito al raggiungimento della personale convenzione che solo i grandi scrivono capolavori e solo talvolta, gli altri loro componimenti sono sempre di qualità, ma non raggiungono certi vertici di perfezione che suscitano meraviglia “fra quattro mura/stupefatte di spazio” per citare proprio il testo in commento, che, con felice aggettivazione e originale allocuzione, circoscrive il sommovimento emozionale nell’ambito ristretto delle mura, dunque in uno spazio riservato e personale.
In fondo Forma alchemica esiste proprio per proporre testi poetici che “grondano” incantevole armonia di senso e suono. Se ne conclude che questa poesia sta di diritto in questo luogo a regalare ristoro ai cercatori di bella poesia e a rendere omaggio a Clemente Rebora.
Nella poesia “Dall’immagine tesa” è presente fortemente l’elemento dell’attesa. Un’attesa che nel proseguo assume toni parossistici “di quanto fa morire”, ma che già nel “tesa” del primo verso denuncia la tensione, l’anelito verso il “il suo bisbiglio” spasmodicamente desiderato.
E’ proprio delle anime in cerca di assoluto l’anelito a di sentire la voce di Dio, che poi per taluno si manifesta nella vocazione sacerdotale, per altri in una chiamata spirituale alla pratica laica dei valori cristiani. Per tutti consiste in un’attesa di realizzazione della promessa celeste di una resurrezione in anima e corpo per coloro che abbiano avuto fede dopo la morte nel ricongiungimento a Dio
Sentire la voce di Dio è bisogno manifestato anche da figure note di santi riportate nei anche loro scritti o in scritti che raccontano la loro vita. Solo per citarne alcuni San Francesco, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce, quest’ultimo ispiratore di Giuni Russo ne “La sua figura”. Qui di seguito nel video che vale la pena di ascoltare.

Sul grande schermo l’anelito a sentire la voce di Dio è approdato ad esempio con la garbata parodia di conversazioni tra Dio e parroco del piccolo paese della Bassa Padana presenti dell’opera di Guareschi, nella quale un geniale Fernandel-Don Camillo dialoga con il Crocifisso parlante.

Indimenticabile lo struggente film Marcellino pane e vino, dove un bambino delizioso dalla guance paffute e profondi occhi neri, orfano di genitori, adottato dai frati di un Convento, parla con Cristo e gli offre pane e vino per poi in finale ricongiungersi a lui ed alla madre nel passaggio a miglior vita. Metaforicamente il film offre la chiave di lettura di un possibile dialogo con Dio solo attraverso l’abbandono, la fiducia, la semplicità proprie dell’animo di un bambino.

Tornando al testo ed alla sua composizione credo mai nessuno ebbe la felice idea di scrivere di un campanello che “impercettibile spande/ un polline di suono”, espressione nella quale si fondono i sensi visivo, tattile e l’odorato. Nessun campanello e fiore hanno ispirato l’associazione fino al sopraggiungere dell’invenzione di Rebora, sensibile a tanto concerto sinestetico. L’imminenza di questo arrivo è l’aspetto dinamico di questa attesa, l’assoluto che muove verso lo spirito che, di suo, con ansia, lo attende. L’attesa è l’aspetto statico della ricerca di un io profondo che invoca l’assoluto, consapevole che non è dato di percepirlo se non in quanto quello intenda rivelarsi.
Rebora sa che deve vegliare perché l’arrivo sarà improvviso, l’incontro non programmabile, che l’attesa può essere questione di un’intera vita e protrarsi nel tempo fino alla fine del proprio tempo. Chiaro qui il richiamo alla parabola evangelica delle dieci vergini. Cinque di esse previdentemente, uscendo per andare incontro allo sposo, si munirono dell’olio per le lampade, le altre cinque, rimaste senza olio, andarono a procurarsene. Quando arrivò lo sposo,  queste ultime non erano pronte e rimasero fuori dalla sua casa. La parabola rammenta di vegliare perché non si conosce il giorno e l’ora dell’appuntamento con l’oltre.
In questo senso l’attesa del divino si confonde con l’attesa dell’ exitus,  ch’è annullamento dell’essere per la rinascita a nuova esistenza.
E’ da rimarcare l’uso per ben tre volte nel testo poetico dell’espressione “non aspetto nessuno” . La frase vuole essere forse una dichiarazione che non è una persona che si attende, oppure che Colui che che si attende forse non dovrebbe nemmeno essere atteso, essendo in ogni cosa che è, o ancora che non si attende Lui, bensì una qualunque manifestazione del suo pensiero, presenza, volere, quell’impercettibile bisbiglio che può dare senso all’intera esistenza. E’ da rimarcare il refrain perché ad una prima lettura non si avverte, esso s’inserisce così armonicamente nella composizione che nemmeno si percepisce la ripetizione.
Desidero chiudere il commento a questo testo citando quattro versi che intercettando le aspirazioni di tutti gli uomini che perciò potremmo ben dire universali: verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro,/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene,
E’ anelito condiviso trovare quel tesoro che renda felici, che sia ristoro alle pene. Dolore e senso di pena o mancanza o insufficienza sono manifestazioni diverse inevitabilmente connesse all’essenza umana. Nessuno può mai prescindere dallo sperimentare nel suo percorso vitale tali avversità. Ecco perché trovare quanto dà ristoro e pienezza allo spirito è ricerca che accomuna. Certo cambiano le modalità, alcuni seguono percorsi autolesionisti, altri nascondono la testa sotto la sabbia, ma i più tentano la risposta che oltrepassi la fisicità per credere in un oltre, nell’assoluto, nella divinità. Coltivano la speranza di un’esistenza metafisica che sia premio ed approdo.
Questo il percorso di Rebora, che, avviato ad insegnamenti laici, alla strada della letteratura e dell’insegnamento, si rivolgerà ad un certo punto della sua esistenza alla vocazione sacerdotale, la dedizione alla poesia intrecciandosi con la sua vita d’operosità religiosa. La poesia “Dell’immagine tesa” è tratta dalla raccolta di Clemente Rebora “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922.

 Loredana Semantica

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