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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Stavros Girgenis traduce Maria Allo

01 martedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Eleni Marinaki, Maria Allo, POESIA, TRADUZIONI

Le poesie di Maria Allo ospitate su  Exitirion  e tradotte in greco da Stavros Girgenis

(I)
Δεν γνώριζα πως ήμουν μέσα
σ’ ένα αιχμηρό σημείο της γλυσίνας
πριν το άνθισμα.

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)


non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire.

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018


(II)
Η ΓΗ ΠΟΥ ΠΑΡΑΜΕΝΕΙ
Άσε με να μιλήσω για τη θάλασσα και τις αβύσσους της
γίνεται φως στις διαφάνειες
όπως οι αναμνήσεις ή αυτό που λείπει
– κοίτα – αυτό το φαράγγι παραμένει φραγμένο
μια τρύπα στο στήθος
με θάμνους σε όλες τις εποχές.
Άσε με να μιλήσω για τη νύχτα όταν πυκνώνει
στους κροτάφους και στο όνομά σου
τότε με φωτίζεις και μένεις μέσα σ’ αυτή τη σάρκα
διαλύοντας τη σκιά και την απόσταση που εγγίζει τον ουρανό.
Άσε το θάρρος σου οργωμένο στα χείλη μου
περιφρουρεί και αγκαλιάζει τα όρια της θάλασσας
όπως η μνήμη που παραμένει και μεταλλάσσεται.

—Σχισμές ( Ed. L’arcolaio, 2016)


LA TERRA CHE RIMANE
Lasciami parlare del mare e dei suoi abissi
si fa luce nelle trasparenze
come i ricordi o ciò che manca
– vedi – resta questa gola insabbiata
un foro dentro il petto
con sterpaglie in tutte le stagioni.
Lasciami parlare della notte quando si addensa
sulle tempie e sul tuo nome
allora mi rischiari e resti dentro questa carne
strappando l’ombra e la distanza che avvicina il cielo.
Lasciami il tuo coraggio arato sulle labbra
custodisce e abbraccia i confini del mare
come la memoria che resta e si trasmuta.

—Solchi (Ed. L’arcolaio, 2016)


(III)
Πριν τη γένεση του κόσμου
ήμασταν αθώοι
εποχές απρόβλεπτων κυττάρων
τυχαία πλέγματα από τουμπερόζες στον κήπο.
Πριν τη γένεση του κόσμου
ανέπνεε η αυγή και τα φύλλα
αιωρούνταν στην στέγη του στάβλου.
Στον στροβιλισμό υπήρχε το ίδιο όνειρο
[μια μοναδική δύναμη]
σε μετεωρισμό στον άνεμο θερμοί χώροι
βαθύτητα οραμάτων.
Η ιπποκαστανιά σκόρπιζε στα πεζοδρόμια
σκαντζόχοιρους γεμάτους μούρα
με κάποιο κρυφό χάδι του ήλιου
που μερικές φορές έτρεμε ανάμεσα στα μακριά κλαδιά
θωπεύοντάς μας τα χέρια και αίφνης
το θρόισμα των γκρίζων περιστεριών
μέσα στη σιωπή του πρωινού μας ξυπνούσε.
Τώρα δεν υπάρχει εποχή,
κυριαρχεί το σκοτάδι και τα μάτια
χάνονται ανάμεσα στις βλεφαρίδες.
Τώρα στο ψηλάφισμα δεν υπάρχει παρά μόνο ορίζοντας
ο ασταθής πλανήτης εκτοξεύει βέλη.
Είναι εδώ οι Άγιοι Τόποι όπου ο τετράρχης Ηρώδης
ολοκλήρωσε τη σφαγή των αθώων;

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


Prima della genesi del mondo
noi eravamo indocili
stagioni di cellule impreviste
intrecci casuali di tuberose nell’orto.
Prima della genesi del mondo
si respirava l’alba e le foglie
fluttuavano sul tetto della scuderia.
Nel vorticare c’era lo stesso sogno
[una forza unica]
in bilico nel vento caldi spazi
profondità di visioni.
L’ippocastano disseminava sui selciati
ricci gremiti di bacche
con qualche furtiva carezza di sole
che a volte tremava tra i lunghi rami
sfiorandoci le mani e improvviso
il frullare di tortore grigie
nel silenzio del mattino ci destava.
Ora non c’è stagione,
sovrasta il buio e gli occhi
si perdono tra i cigli.
Ora a tentoni si va non c’è orizzonte
il pianeta precario lancia strali.
È qui la Terra Santa dove Erode il tetrarca
consumò la strage degli innocenti?

—Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(IV)
ΞΕΡΕΤΕ
Ξέρετε, έχουμε ρυάκια λάσπης να ανασκάψουμε
πέτρες λάβας και μαύρους αρκεύθους στο πέρασμα των αιώνων.
Όσο για μένα, μια φωτιά φιδογυρνούσε
στα οστά μου: αλλά δεν φαντάστηκα μια φωνή
μέχρι που έβαλα στο στήθος μου
τη μυρωδιά του δέρματός της όπως για να αποφύγει
τις λάμψεις του ιπποφαούς ο χειμώνας έζησε
σε συνεχή πόλεμο από κατάλληλη απόσταση
σαν κόκκινα σφεντάμια που σε μια ανάσα τώρα
στροβιλίζονται έρημα γύρω από τον άνεμο.
Ξέρετε, ξυπνάω το πρωί
σαρώνοντας κάθε φύλλο στο χαμηλότερο κλαδί
αυτού που είναι διασκορπισμένο ανάμεσά μας.

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


SAPETE
Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi

 —Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(V)
ΚΑΘΕΤΟ 
ΒΛΕΜΜΑ
Δεν υπάρχει σχισμή βράχου
στην οποία μπορεί να κυματίσει η θάλασσα.
Λευκοί ερωδιοί διαβαίνουν τον λήθαργο
των κοχυλιών που κοιμούνται
στον πιο καθαρό βυθό της θάλασσας
αλλά σε μια κατάρα το ηφαίστειο
εξαφανίζει ονόματα και φωνές όταν η νύχτα
κατέρχεται και σε ένα βράχο η κραυγή
αναφλέγεται ανάμεσα στις σαπισμένες ακτίνες στις ακτές
σ’ εκείνον που δεν έχει φως στο πρόσωπό του.
Μόνο μερικές φορές η ανάσα είναι καθρέφτης
[ενός κάθετου βλέμματος.

—Ανέκδοτο (2020)


SGUARDO VERTICALE
Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

—Inedito (2020)


(VI)
ΔΕΝ ΜΠΟΡΕΙΣ ΝΑ ΣΤΑΜΑΤΗΣΕΙΣ
Δεν μπορείς να σταματήσεις τον άνεμο
μόνο να συλλάβεις τους οιωνούς του
πίσω από το ανάλαφρο βάρος ενός σύννεφου.
Σου μιλώ από άγνωστους καιρούς
δίχως να ξέρω πώς με διαπερνά
η σκιά, ενώ μια δέσμη ακτίνων
αναρριχάται συγκεχυμένα σε αδιαπέραστα μονοπάτια.
Έχω σπείρει ίχνη
πίσω από ασύνδετους άξονες στον βυθό
τώρα επιπλέουν σε ένα χάσμα
ενώ η σκιά διαστέλλει τη λάμψη μου.
Ιδού. Γράφε καθώς πέφτεις.
Λοιπόν, αυτό μου αφήνεις ως στίχο:
τη μυστική φωνή – σπόρο του χρόνου
και τη βροχή στα χέρια.
Στην αναπνοή σου όλες οι λέξεις,
όλη η σιωπή
ολόκληρο το σύμπαν, τα πάντα και όλοι

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Eleni Marinaki e Maria Allo, rispettivamente in greco e in italiano, leggono la poesia di Maria Allo

NON SI PUÒ FERMARE
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
Dunque questo mi lasci come verso:
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero, tutto e tutti

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Maria Allo è autrice di questo blog, la sua biografia qui

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~A viva voce~

29 sabato Gen 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Tag

La voce a te dovuta, Pedro Salinas

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Lirica XXXIX

 

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole e abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.

E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

 

Traduzione di Emma Scoles

—

La forma de querer tú
es dejarme que te quiera.
El sí con que te me rindes
es el silencio. Tus besos
son ofrecerme los labios
para que los bese yo.
Jamás palabras, abrazos,
me dirán que tú existías,
que me quisiste: Jamás.
Me lo dicen hojas blancas,
mapas, augurios, teléfonos;
tú, no.

Y estoy abrazado a ti
sin preguntarte, de miedo
a que no sea verdad
que tú vives y me quieres.
Y estoy abrazado a ti
sin mirar y sin tocarte.
No vaya a ser que descubra
con preguntas, con caricias,
esa soledad inmensa
de quererte sólo yo.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Giulio Einaudi Editore, 1979.

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Flavio Almerighi – Lettere, Ed. Macabor, 2021

26 mercoledì Gen 2022

Posted by marian2643 in LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

Tag

Flavio Almerighi, Lettere

 

Con Lettere Flavio Almerighi aggiunge un altro importante tassello alla sua produzione poetica. La raccolta, suddivisa in quattro sezioni, si presenta come una corrispondenza epistolare senza un preciso destinatario, un monologo per tutti e per nessuno, nel quale ogni lettore può riconoscere qualcosa di sé. La scrittura poetica di Almerighi è un arco che si flette in direzioni infinite, sempre riuscendo a centrare il bersaglio, ora con frecce appuntite di ironia, ora con amarezza o polemica verso un modus vivendi in cui non si riconosce, infine con lo sguardo amorevole verso gli affetti personali e con l’abbraccio dettato dall’umana pietas. Una cifra stilistica, quella di Flavio Almerighi, che sopravanza ogni stilema avanguardistico, pur avendone introiettato la lezione, e che ricusa la sovrabbondanza sentimentale conservandone il valore intrinseco. Nel corpo dei testi rinveniamo la durezza della condizione esistenziale (Messo al mondo, legato, in prova) e la tenerezza dell’affetto taciuto  (ti sia lieve la mia lettera/lanciata alta/assieme a un bacio); l’indignazione per la carica di odio razziale (Voi che siete uomini,/sporchi dentro e sporchi fuori,/uccidete i Cananei…ma siate civili,/caricateli su barche/senza remo né vela/e vengano dispersi in mare) e l’amore come male benefico (è sequenza di metastasi benigne/e anticorpi a renderle felici). La lingua poetica di Almerighi ha toni alti, modulate in forma lirico-colloquiale le sue lettere sapranno trovare la destinazione giusta.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

Lettera per i diciott’anni

 

Piccola cara che non trovo,

ora sei scappata e dici

credi che non capisca?

Io indocile a chiederti

di finire il pranzo,

mi ostino a compilare

l’album della tua vita.

Sono troppo piccolo

per capire,

un po’ come quando si andava

da Gatteo a Villamarina.

Cercavo felicità

in molti libri

intonsi e a buon prezzo,

ora uomo e vela

affronto ogni colpo di vento.

Pochi metri vicina,

ora distante, penserai forse

che per i tuoi diciott’anni

non è andata così male.

 

 

 

Lettera

 

 

Ora tocca a te comprendere

l’estate sconosciuta

senza tradizioni di famiglia.

 

Candela flessibile

consumata sotto l’altare

di chi non crede,

carne e stoppino, là

dove spiaggiano desideri.

 

Dimmi tu di te,

quali siano le tue rondini

come mai sono già partite,

quanto ti spaventa e meraviglia

se un cane

vuole leccarti la mano.

 

Io sto qui

a cercare e vendere,

ho tutto sott’occhio

quando non precipito,

ti sia lieve la mia lettera

lanciata alta

assieme a un bacio.

 

 

 

Violaine

 

 

La vecchia barattava la pensione sociale

per un po’ d’aria,

non le importava il resto:

mangerò domani, ripeteva.

Altri tre baci e saranno quattromila.

 

C’era una radio accesa,

serviva un po’ di tempo per sentirla

per quelle valvole mai calde.

La musica partiva, scordavamo l’attesa

e il risalire di silenziose maree.

 

C’era un cielo dapprima sereno,

qualche nuvola innocente lo macchiava.

La pioggia,

così a lungo invocata,

declinava l’invito.

 

Una pazienza infinita,

storie da raccontare, prima,

durante e dopo il passaggio del fiume.

Il passato prendeva per mano il futuro

ogni giorno.

 

 

Uccidete i Cananei

 

 

Voi che siete uomini,

sporchi dentro e sporchi fuori,

uccidete i Cananei,

mangiatene figli e spose,

lasciate i feriti a terra,

muoiano poco per volta

divorati dagli uccelli:

uccidete quei senza dio,

uccidete i sacrifici umani

le biblioteche.

Uccideteli.

Hanno nuche tenere.

Date alla terra il loro latte,

il loro sangue nero

non importa l’età,

nascono e muoiono

col marchio d’infamia,

spargete sale sulle loro città,

vuotatele di ogni bene,

se necessario lasciate superstiti,

ma siate civili,

caricateli su barche

senza remo né vela

e vengano dispersi in mare,

a voi, signorine, ripeto,

investite il ricavato

in nuove armi per ripartire

un’altra crociata

 

 

Abbiate cura di voi,

dei vostri figli e della Legge.

Non trascurate di nascondere

quanto possa restarvi in tasca

in caso il diluvio

bussi alle vostre porte.

Vi diranno usurai,

mangiatori di carne umana.

Tutti ricorderanno Shylock

nessuno Gesù Cristo.

 

 

La Moldava

 

quel giorno di aprile,

dalla rovina sopravvissuti a stento,

bambini finalmente liberi

scendemmo in strada,

non c’erano tripudio e parate,

il tempo ci avrebbe rotto le mani

 

inspiegabilmente da lontano una musica

arrivò, infinitamente bella e nuova

dopo tanto tempo di macchine per cucire

sirene e rifugi

 

ci avvicinammo a una radio accesa,

col cuore commosso e niente altro

ascoltammo La Moldava

 

 

 

altre ombre

 

perduta da tempo

quel giorno tornò la neve,

stesso fruscio d’organza,

qualcosa fuggì

al normale raggiro

della ragione

 

come sussulto

a valle

mille anni dopo

luci accese

palazzine

pensiline

 

accartocciato sul cuore,

lo stesso foglio

dona alla luce altre ombre

fino a quando resteranno

confitti a terra

soltanto pensieri

 

dato un fruscio

la lettera s’imbuca,

il calamaio nero

rovesciato su preziosi amori,

cancella ogni coscienza

il cui principio è silenzio

 

 

Testi tratti da Lettere di Flavio Almerighi, Ed.Macabor, 2021.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Versi trasversali: Andrea Terreni

24 lunedì Gen 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Tag

Andrea Terreni, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA TERRENI

 

L’ODIO

 

Odiare ti brucia da dentro.

 

Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.

 

Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.

 

La rabbia provoca l’odio.

 

E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.

 

Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.

 

Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.

 

*

 

I bambini sorridono sempre

nel candore dei loro passi

si nutrono del calore spontaneo,

non gli si chiede ricompensa

che non sia sorridere o crescere.

 

I bambini vanno avanti liberi

non misurano falcate o pensieri,

imbrattano con ogni idea il cammino.

Ed ecco mani grandi a sorreggerli,

innaffiare sogni, pulire lacrime.

 

I bambini non ascoltano affranti,

non suppongono,

di altrui capricci sono innocenti,

d’ogni abuso nascosto nei sussurri.

I bambini prosperano,

io imparavo ad odiare.

 

*

 

Pensarmi diviso strappa

il petto,

a morsi feroci

e getta davanti ai miei piedi

forme senzienti invalicabili

 

e il respiro

appena

permette

di rimanere vivo

 

nonostante il sangue che cola

dall’anima aperta.

 

*

 

Maschere,

pigre, accartocciate sulle scale della vita,

 

rincorrere

sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,

 

distruggono,

effimere il rimorso per esser sempre vivi,

 

rinnegano

il dolore, degli anni avviliti dal vento.

 

Esplosioni,

scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali

fermentate,

in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,

 

piangono

immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica

annegata

nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.

 

*

 

PIANTO SECONDO

 

Pensai

il ritorno del silenzio.

Ammucchiata speme infausta

di risalir dal ventre

alla cavità del parlare.

 

Silenzio.

 

Occhiate tumefatte

di naturalezza orfane,

non danze o canti

ma vuota esposizione.

 

Sostituzione d’essenza

arricchimento dell’io,

ma cavo di polpa

soltanto

immagine esplosa.

 

Non ebbe a sperar d’aver torto

chi chiuse l’antica contesa

del giusto, trovare in altrui

adesso esaltato apparire.

 

*

 

Mai ebbi dubbi

eppure lei non seppe, sempre,

di cristallina immagine,

riconoscere nei miei specchi

una strada,

che potea condurla in salvo;

lungo fu quell’esimio cammino,

di giorni a mostrar passione e giubilo,

fermo, nell’assordante brusio del cuore

non nascosi, solo e sempre a lei,

il fervore del sentimento innocente.

E li dove appoggia i suoi sogni

ho nascosto al mondo i suoi doni.

 

*

 

Ho una carezza per la tua attesa,

non un sorriso

nè una parola

orme sbiadite.

 

Ho chiuso gli occhi mentre vivevo

non so dirti l’errore

se vuoi ho del dolore

se vuoi facciamo pace.

 

*

 

Eppure è di speranza che mi fregio,

non come saperla spendere,

ottenerne, mistificarla ad arte,

non credo si possa insegnare.

 

Ho lei che tengo in un palmo

e annuso a bisogno e sue parole,

non credo si possa insegnare,

ma un giglio che sboccia da niente

mi prende per mano se sdoppio

il mio essere improprio.

 

Non credo si possa insegnare,

ma un giorno ho lasciato un po’ aperto

riscontro mi ha preso alle spalle

e adesso non oso cadere,

c’è lei che dal suo comodino

estrae quella chiave segreta

che mi apre per togliere un poco

di male che porto dai tempi,

i tempi in cui ero bambino

e scelsi di crescere in tempo

per prender la strada del vento

 

 

Testi tratti da “Paroxetina”  di Andrea Terreni – NullaDie Editore, 2021.

 

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~A viva voce~

22 sabato Gen 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Enrico Testa, Pasqua di neve

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

L’anniversario

“Che in questa mattina di febbraio, gelida e serena, di accecanti chiarori e di pulviscolo in volo, venga sorpreso e annichilito, per le strade di Genova, dal tuo ricordo, che scende come un rasoio ad accarezzarmi la schiena; e che tutta la distanza che ci separa non si possa ora neppure scorgere e misurare tanta è la caligine densa che sta tra noi due; e che io mi accorga che vado perdendo, giorno dopo giorno, anche l’eco della tua voce, remota e astrale… Tutto questo mi dà il senso e la consapevolezza di non poter mai più tornare a casa.”

Enrico Testa (da Pasqua di neve, Einaudi, Torino 2008)

 

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~A viva voce~

15 sabato Gen 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fernando Bandini, L'ultimo aereo

 

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

L’ultimo aereo

 

La nostra vita non è più nelle trame

tessute intorno a casa o poche vie più in là:

un ventaglio di aneddoti che l’aria

schiudeva tra le dita, depositava adagio

negli orti rosseggianti di escallònia

dove un giorno attecchiva una piccola storia.

Una nube strappata al cielo dal vento

lambisce coi suoi orli sfilacciati

vecchie periferie dove sbocciano fragole

di cui sono golosi solo i rospi.

Sappiamo quello che accade – e accade

soltanto altrove.

L’ultimo aereo che ha sorvolato le case

è stato il Macchi della nostra infanzia,

ma ne abbiamo sentito lo schianto

dietro le colline molti anni fa.

 

Fernando Bandini, L’ultimo aereo, da Santi di Dicembre, Garzanti, 1994.

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~A viva voce~

08 sabato Gen 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Il cielo, Patrizia Cavalli

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è piú ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

 

Patrizia Cavalli, da Il cielo, Einaudi, 1981.

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Emilio Capaccio traduce Marsden Hartley

06 giovedì Gen 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Emilio Capaccio, Marsden Hartley, Poesie, TRADUZIONI

Torno a meditare sempre sull’idea della vita,
mentre medito perennemente sull’esistenza del momento.

M. H.

Marsden Hartley

Poesie di Marsden Hartley (1817-1943). Traduzione di Emilio Capaccio

VENDITORE DI PESCE

Ho preso le squame
dalle guance della luna.
Ho fatto le pinne dalle ali della ghiandaia,
gli occhi dai susini nell’ombra.
Ho preso i vermigli dalle labbra del sole.
Da tutto questo ho fatto nascere un pesce nel cielo,
l’ho messo a nuotare per te in un azzurro d’ottobre.
Siedo sulla riva del ruscello e osservo
il prato in visibilio
mentre volge in oro cinerino.
Sono sempre belli i pesci
che vengono a te dall’arcobaleno.
Perché sono stati creati,
perché li ho messi
a nuotare?

FISHMONGER

I have taken scales from off
the cheeks of the moon.
I have made fins from bluejays’ wings,
I have made eyes from damsons in the shadow.
I have taken flushes from the peachlips in the sun.
From all these I have made a fish of heaven for you,
set it swimming on a young October sky.
I sit on the bank of the stream and watch
the grasses in amazement
as they turn to ashy gold.
Are the fishes from the rainbow
still beautiful to you,
for whom they are made,
for whom I have set them,
swimming?

UCCELLI CANORI

Cento uccelli canori al più vicino squarcio dolorante,
sembrava amassero il suo dolore
empito d’iper iconica spogliatezza.
Non m’attendevo sì strabiliante opulenza
d’appressarsi a me celata col far del giorno,
benché la mane sia il momento e la primavera
il modo in cui sa esser migliore l’amore.

Attraverso il fogliame un bruciante
impeto d’ali dorate, leste, vorticose.
Tutti gli uccelli canori del mondo son venuti
a me, e son in me viventi
Io solo fresco ricetto e umile ombra ho dato,
alle mie foglie premute da eccessivo sole.

Ho detto che son venuti cento uccelli canori
per me,
e ora che chiaro m’è tutto, quelli che son stati,
che son stati davvero vicino,
son due solo, o tre,
Ma come m’hanno preso.

WARBLERS

An hundred warblers in the nearest aching gap,
it seems as though it loved its aching
filled with hyper-ikonistic misery.
I did not expect such staggering wealth
to come to me by dawn-delivered stealth,
though morning is the time and spring
the way love knows of its best being.

All through the leaves a burning
rush of gilded, swift, whirling wing.
All warblers of the world have come
to me, and are in me living
I only cool retreat and humble shade giving,
my leaves with excess of sun trampled.

I said an hundred warblers came
to me,
and now that I am clear, what it
was, was very near
it was but two, or three,
But how they fastened me.

L’AQUILA NON VUOLE AMICI

L’aquila non vuole amici,
impiega i suoi pensieri per altri fini –
ha i suoi cerchi da iscrivere
a dodicimila piedi da dove
i pesci setacciano il mare,
trova il suo conforto nell’illesa
immensità,
dove pensano le aquile non c’è bisogno
d’essere soli –
Nell’isolamento
c’è un profondo senso di casa.

THE EAGLE WANTS NO FRIENDS

The eagle wants no friends,
employs his thoughts to other ends –
he has his circles to inscribe
twelve thousand feet from where
the fishes comb the sea,
he finds his solace in unscathed
immensity,
where eagles think, there is no need
of being lonesome –
In isolation
is a deep revealing sense
of home.

FIDUCIA

“Avremo il sole ora”.
dicevano i tremuli gabbiani
“Abbiamo percorso la gamma del mare tuonante,
uno per uno, uno per uno,
e sebbene l’onda sia piena di pane
un’ala è spesso sfinita dai tendini
d’una cosa così varia e vasta;
facciamo la nostra geodetica sorveglianza,
perché le aringhe sono una cosa splendente,
una forma di lucente immaginazione,
una grandiosa circostanza.
Il brivido d’una foglia di frassino e di pino
fa altra musica per la determinazione d’un giorno,
anche i gabbiani amano la forma delle rose
prima che il giorno muoia.”

CONFIDENCE

“We’ll have the sun now,”
the quaking sea gulls said.
“We’ve run the gamut of the thundering sea,
one by one one by one,
and though the wave is full of bread
a wing is often tendon-weary
of a thing so varied-vast;
we do our geodetic surveillance,
for herring are a shining thing,
a shape of sleek imagining,
a pretty circumstance.
The shiver of an ash leaf and of pine
makes other music for a day’s determining,
even sea gulls love the shape of roses
ere day closes.”

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Fine del ’68. Eugenio Montale

31 venerdì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Eugenio Montale, Fine del '68, POESIA

La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Eugenio Montale

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Preghiera della neve e dell’attesa

25 sabato Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 2 commenti

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Paola Mastrocola, Preghiera della neve e dell’attesa

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE!

 

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –

Portami ancora doni, dio bambino.

Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.

Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…

Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrae
e riposa.

 

Paola Mastrocola

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Versi trasversali: Zahira Ziello

20 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Zahira Ziello

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

ZAHIRA ZIELLO

ANTEFATTO

Vorrei un bacio lunghissimo

o dei morsi pizzicati,

avere i miei fianchi stretti ai tuoi

piano come piano è il respiro

e forte e lontana la tua stretta.

 

 

GEOMETRIE I

Era dolce baciare la verticale della tua schiena,

poggiare su di te la mia guancia stanca

e, affamati capire che non c’era amore,

solo poca voglia e pelle sudata,

Nessuna cura ma

la ricerca di un centro che sapesse

stringerci voglioso,

non come facevamo noi.

 

Era dolce baciare il centro della tua schiena.

 

 

GEOMETRIE II

Non mi manca il tuo amore

Mi manca raschiarmi cuore e vene per permetterti di entrare.

Ritrovarti la notte lì, steso a gemere lento

Rannicchiato e placito a otturare lo spazio dove prima scorreva forte il sangue.

E poi scoprirmi entusiasta e piena

Di un’euforia che non mi apparterrà

Perché ogni tua cura tornerà a te

E a me resterà il vuoto che avevo scavato per permetterti entrare.

 

 

GEOMETRIE III

L’assenza è un morbo corpulento e fiero,

stringe e giace, vorticoso e flebile

Fugge dal corpo che lo ha abitato

e se ne fa uno nuovo, una nuova sostanza,

nuova mancanza e desiderio.

Non torna, e smarrita la casa,

si ritrova in mura strette di solitudine,

strette a ricordare che l’assenza è fuggita.

 

 

GEOMETRIE VII

Sapessi frazionare in cerchi la realtà,

mi libererei dei rigidi assiomi di questa folle ellisse,

che carceriera, trattiene in sé un dramma

ripetitivo e indolente ma mai menzognero.

 

Sapessi sedermici su e impormi,

renderei torchio il cerchio e le assi

e muovendolo deciderei io cosa stringere

(almeno in questa tra le ripetizioni)

 

E il torchio cosa maciullerebbe?

L’area del cerchio?

I resti del contorno?

O i resti miei?

 

 

CONCLUSIONI

Si rifiuta la guerra del dialogo

per assecondare i silenzi alienati delle coscienze,

In favore di questa sovrapposizione di crisi

qui tutti stagnano

senza l’agilità del loto

ma con la durezza di muri

fatti con ossa prive di midollo.

 

Così nelle mie vene

alberga una nuova crisi

che teme caduche novità.

 

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~A viva voce~

18 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Peso a peso

(…siamo nati a morire

e ancora questo non basta…)

Non basta farsi certi a poco a poco

che gli anni invulnerabili sono contati

e poi solo il cadere ad una ad una

di scaglie di metallo dalla pelle

(e carne, soltanto carne esposta,

dai piedi e alla testa, intorno a braccia e cosce,

nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,

carne soltanto col marchio di memorie

che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,

la svolta in un portone ed una rosa,

il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno).

 

Non basta sovrapporre peso a peso,

comprimere le spalle di zavorra e terra

(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,

e voli trasparenti che hai aspettato in anni

perché non era ancora il tempo degli spari,

dei colpi di fucili nascosti nelle siepi

e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,

e terra tutt’intorno, soltanto questa terra.).

 

Non basta lo spirare goccia a goccia,

segnare il passo per l’ultimo dei morti

(e chiudere la casa dopo il lutto,

scenderne le scale per non salirle più)

e poi ancora uno che forse non ti aspettavi

e poi ancora un altro venuto di sorpresa.

Non basta accorgersi e non dirlo

che i vecchi se ne andranno

e resteranno i figli,

che certo è ancora vita il giro di clessidra

ma come sarebbe stato

il durare gli uni e gli altri

lo spazio di un eterno

e non giorni d’inferno

per i sopravvissuti.

 

Siamo nati a morire,

e fosse stato questo il neo,

il punto di scadenza di una stagione sazia,

un reclinare il capo come i fiori,

un chiudere le imposte per dormire,

l’andarsene non visti, senza lasciare croci,

svanire fra le stelle e nessuna guerra,

 

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,

il canto di un delfino a navigare il mare.

 

(Ma forse questo

dio

ancora non l’ha visto).

 

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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~A viva voce~

11 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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A tanto caro sangue, Giovanni Raboni

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
cosí dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello piú grande, piú sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, cosí povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

Giovanni Raboni

da “A tanto caro sangue”, (1956-1987), in “Tutte le poesie”, Einaudi, Torino, 2014

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~A viva voce~

04 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Edoardo Sanguineti, Novissimum Testamentum

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

 

 

nell’anno novecento e ottanta e due
sul principio del mese di novembre,
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,

pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per un’ora, con me, vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:

a quella cara donna, dunque, mia,
che già, nel nome, luce mi significa
e che i miei giorni, in fatto, ha illuminato,
ma che mi perdo, intanto, nel mio buio,
comunque lascio, per ricordo mio,
una cosa più lieve che la brina
più vana ancora che la ragnatela,
più niente assai che, dentro un’acqua, il buco:

dico che lascio parole d’amore:
dico quelle che scrissi e che non scrissi,
dico quelle che dissi e che non dissi,
quelle pensate e quelle non pensate,
ma che, a pensarci, però, ci pensavo:
quando avrò lingua di cenere e polvere,
con quattro corde di vermi vocali,
ci potrà fare, quella, il suo conforto:

la vita ci consuma, e come un’acqua
che si arrotonda le più quadre pietre,
così ci rode e morde e spolpa e spompa
e spoglia e sbuccia e succhia, e ci smidolla:
noi, l’uomo vivo, fa di pasta frolla:
e, come un ghiaccio, che nel caldo ammolla,
scioglie i muscoli e i nervi in trista colla,
mentre ci svena il sangue a bolla a bolla:

guardate agli occhi miei, che un velo vela,
quasi sbavata nebbia sopra un vetro:
guardate al polso mio, che forte trema,
quasi criceto o acciuga, in rete o in gabbia:
sopra la pelle mia, scriba tenace,
il tempo ha inciso, con la sua lancetta,
lungo e largo, alto e basso, in furia e in fretta,
la sua firmetta netta maledetta

qui mi è alla fine il mio inchiostro, signori,
e qui si va spegnendo la mia voce:
così la taglio, la mia tiritera,
che, in ogni caso, già si è fatta sera:
altro, per oggi, né dico né scrivo:
lascito magro avete rimediato,
ma magro è l’uomo che l’ha rilasciato:
congedo prendo, più morto che vivo.

 

Edoardo Sanguineti, da Novissimum Testamentum, Manni, Lecce, 1986.

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Versi trasversali: Alfredo Alessio Conti

29 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alfredo Alessio Conti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALFREDO ALESSIO CONTI

*

E RITORNO

È tempo di non ritorno
quando la vita si spezza
il dolore avanza
l’amore svanisce,
ma io riappaio
con la mia voce
le mie parole
e come eco tra i monti
rinasco
rivivo
ritorno da te
alla mia casa
alla mia terra.

 

MEMORIA

Ogni giorno che passa
si vuol cancellare
la memoria del passato,
ricostruire
immaginando
il decorso della vita
altro
dalla realtà.

Voglio ricordare
per non dimenticare
perché Lei ci soccorra
negli errori commessi
e nulla
potrà essere
come prima.

Ogni epoca
nonostante tutto
ha le sue
guerre e distruzioni
e vite umane
muoiono oggi…

… ancora.

 

DANZA CON ME

Danza con me
ascoltando
la voce del creato
che freme
nel nostro cuore.
Senti il vento
sospirare
tra gli steli del prato
e le foglie degli alberi
ballare con Noi.
Senti
i passi di Dio
che si avvicinano
e il lieve
abbraccio
chinarsi su di Noi.
Festeggiamo
il passaggio
tra vita e vita.

 

NEL…

Nel dì dei morti e dei santi
tra le tombe
passeggiando e pregando
il silenzio
mi avvolse.

Al rintocco delle campane,
all’ora terza,
mi inginocchio
al giorno
della resurrezione.

Non c’è morte
che non ricordi la vita.

Testi tratti da La verità nascosta, Guido Miano Editore, 2020

 

DI UN TEMPO

Sorridono
le stelle
tra le ingiallite
foglie autunnali,
come le parole
impresse
su vecchie pagine
lasciano
i tormenti, i sospiri
di un tempo
passato
a ricordare.

Da Quando un poeta se ne va, 2019

 

ATTIMI DEL TEMPO

Ricercatore di silenzi e d’eternità
inebriati nell’essere
per respirare mondi interiori irraggiungibili,
sogno imperscrutabile dell’umano vivere,
speranza della quotidiana esistenza.

Attimi del tempo presente
echi del futuro appesi al filo del passato.

Nessun ricordo
se non un soffice soffio
alito di vento
nel cosmico chiedersi
a quale incontro prepararsi.

Da Vivo di Te, 2007

 

ANCHE IL MIO CUORE

Nel silenzio delle splendenti
notti quotidiane,
dopo le frenetiche
stanche giornate,
quando i cuori
battono in un’unisona
armonia familiare
di tenera pace,
nell’Amare
il frutto
della vostra vita,
anche il mio cuore
riposa
tra le vette montuose,
innevate dal dolce vostro
calore.

Da Avvolto dal tuo tenero amore, 1998

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~A viva voce~

27 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Cambi di stagione 

 

si è aspettato a giorni il mondo che verrà

(era in attesa sul finire di una buonanotte,

oltre la storia e i baci prima di dormire,

era inciso su cupole fra firmamento e cielo

che bastava una preghiera perché dio

vi si affacciasse in volo,

e poi sospeso sopra labbra rosse

quando l’amore non era un dopo

di lenzuola sudate da lavare)

 

si è aspettato, noi,

come bambini seduti sopra a un molo

coi piedi in pesca dentro acquario e mare

e gli occhi di vedetta in cima a caravelle

(perché i bambini hanno angeli per ciglia

e coperte con le stelle sulle spalle,

perché i bambini sono senza confini

ed hanno passi alti dalle montagne al cielo)

 

poi vennero gli anni scivolati in acqua:

un tempo per il tuono delle cannoniere,

un tempo per il fumo delle petroliere,

un tempo per l’utopia caricata dalla polizia,

un tempo per un muro al fondo d’ogni via,

 

e adesso è solo vivere al presente,

lo spazio di giornata o qualche minuto appena,

e se mi affaccio un tanto sulla riva                 

lo so tutto il silenzio a perdita di vista,

il nientenulla oltre la superficie

ed un bisbiglio di cordoglio dentro cattedrali,

così, come viene naturale dopo la strage,

ad ogni genocidio di generazione

quando infine si capisce

che si nasce per le stelle

e si muore in una cella.

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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Versi trasversali: Matteo Marangoni

22 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Matteo Marangoni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MATTEO MARANGONI

 

La rosa in riva al mare

 

Libera

e incredula

ombra

di cielo

velato

il giorno

il volto

e la notte.

 

*

 

Nella nebbia

 

Nella nebbia

in piedi

le parole

lasciano segni

abbandonano suoni

diventano mare sconosciuto,

tutto si riconosce.

 

 

Biografia

Matteo Marangoni è nato a Macerata, il 5 Luglio 1974. Operatore turistico – culturale e scrittore. È stato uno dei soci fondatori con mansioni di segretario/tesoriere dell’Associazione culturale Rebis (operante in campo teatrale ecc.) e dell’Associazione culturale Forward Agency (operante in campo musicale ecc.). È stato anche co-organizzatore-promotore di mostre d’arte moderna e contemporanea, di festival-spettacoli teatrali e collaboratore di eventi musicali in Italia. Ultimamente collabora con l’Associazione culturale Terra dell’Arte (operante nel settore dell’arte contemporanea ecc. – si vedano Il Premio Nazionale di Poesia “Poesie al Mondo” e il Festival di Teatro, Danza, Musica e Poesia Notti d’Estate), l’Associazione culturale “San Ginesio” (operante in campo teatrale ecc. – si vedano eventi come la Giornata Mondiale della Poesia e del Teatro, il Maggio dei Libri, Il Festival Sudamericana e Libriamoci) e la Fondazione Europea F.O.R.A.R.T. (in qualità di collaboratore amministrativo). Da alcuni anni si è distinto infine come scrittore – autore di poesie – racconti, anche in collaborazione con le realtà culturali di cui sopra, partecipando a concorsi di poesia – racconti nazionali, pubblicando testi, partecipando a letture di poesie – racconti ecc. (si vedano la plaquette Testi ed immagini, i testi editati con Aletti Editore, Giulio Perrone Editore, le Edizioni Progetto Cultura e altri siti – blogs on line ecc, la partecipazione con successo al Premio di Poesia Lorenzo Montano di Verona, al Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, ai Concorsi “Spazi Transitori” e Resilienza di Circuiti Dinamici di Milano, all’edizione 2018 del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio di Mantova e del Premio Domenico Ciampoli di Atessa – sezione twitter – dove si è poi classificato al terzo posto – all’edizione 2019 del Concorso Letterario “Amilcare Solferini” di Rodallo – dove si è poi classificato al primo posto – e ai Festivals Umbria Art di Terni, La Rocca dei Poeti di Tuscania, al Festival Internazionale di Poesia di Milano e al IV Festival Internazionale di Poesia della Casa della Poésie “El Cactus” ecc.). Nel 2017 ha conseguito infine una Certificazione di specializzazione IFTS in “Tecniche per la promozione di prodotti e servizi turistici con attenzione alle risorse, opportunità ed eventi del territorio. Accoglienza sostenibile anche per i disabili, con riferimento anche ad itinerari culturali, naturalisti ecc.”.

Riferimenti social:

https://www.linkedin.com/in/matteo-marangoni-079054161/
https://www.facebook.com/matteo.marangoni.397 https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
https://www.facebook.com/sudamericanafestival/
https://www.youtube.com/channel/UCm2n2wyb815XnCyw3c_DwJQ

 

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~A viva voce~

20 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Rudyard Kipling, Se

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

SE di Rudyard Kipling

 

Se riesci a conservare la calma quando tutti

intorno a te la perdono e te ne fanno una colpa;

se riesci ad aver fiducia in te quando tutti

ne dubitano, ma anche a tener conto dei loro dubbi;

se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,

o se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,

o se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,

e tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

 

 

se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;

se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;

se riesci a fronteggiare Trionfo e Rovina

e a trattare allo stesso modo questi due impostori;

se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto

distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi

o a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,

e tornare a ricostruirle con strumenti logori;

 

 

se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite

e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,

e perdere e ricominciare di nuovo dal principio

e non dire una parola sulla perdita;

se riesci a costringere cuore, tendini e nervi

a servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,

e a tener duro quando in te non resta altro

tranne la Volontà che dice: “Resisti!”

 

 

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,

e a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,

se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,

se tutti contano per te, ma nessuno troppo;

se riesci a vivere il tempo inesorabile

dando valore a ogni minuto che passa,

tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

e quel che più conta “Sarai un uomo, figlio mio!”

 

Trad. e riadatt. di Francesco Palmieri

 

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Versi trasversali: Domenico Bernardo

15 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Domenico Bernardo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

DOMENICO BERNARDO

 

L’esistenza della Natura

 

Come è grande osservare

tutto quello che ci circonda,

basta guardarsi intorno per proiettarsi indietro

nel tempo dove tutto questo una volta era,

e i veri guardiani della natura,

cioè i nostri antenati,

lo consideravano una divinità

e lo adoravano come tale.

Perché da esso traevano tutto quello

che serviva loro

per il sepolcro,

per la loro vita.

Adesso ormai sono del tutto spariti

quei campi coltivati che sembravano

delle opere disegnate

da artisti così perfette

con colori splendidi di una lucentezza

e splendore che

al calar del tramonto

cambiavano del tutto il loro

colore e che regalavano

ai cuori delle Naiadi ansanti

una mitezza matriarcale.

Passeggiare per un bosco,

e respirare una ventata di aria profumata

portata da un flebile alito di vento mattutino

che porta ancora il sapore fresco della rugiada

appena dissolta

dai primi raggi di un tiepido sole,

così la Natura con sorprendente soprannaturalità

ci mostra la sua fulgida vitalità di Essere,

fonte di prosperità e vita per l’immenso

mondo che avviluppa il Creato.

 

 

Il volo della Libertà

 

Libertà,

aurea Idea con incircoscritto

valore che avviluppa tutto il Creato.

È il mortale libero? Il mortale

avvalora l’aurea Idea?

Osservando il volo di uccello

pensiamo che Lui

sia libero perché volteggia sicuro

come la folgore

in quel limpido cielo libero da nuvole;

ma è verità codesta?

Pensa o Musa al tremore di quei nati

che ogni meriggio vedono militi corone,

peraltro volute dai loro simili che mirando

la volta celeste dicono di essere liberi.

Eppure la Natura ha donato a tutti

l’aurea Idea,

Libertà,

perciò l’essere umano non avvalga Leggi

di non rispettarla e di violentarla negandola

a chi alzando lo sguardo al cielo gioisce nel vedere

in questo immenso orizzonte celeste

il volo libero di uccelli,

trasmettendo anche a loro

l’immensa aurea Idea,

ove di notte si illumina a festa

con il bagliore d’avorio della luna

e delle sue figlie stelle,

e il Tutto che la Natura

ha a noi donato feconda

sì che mai lo vorrebbe vedere

tinto come un arazzo corvino.

 

 

Il ricordo antico

 

Ormai la mia folta chioma

color corvino di una volta

ha lasciato al canuto colore

e ai ricordi della gioiosa

adolescenza quella spensieratezza giovanile

che si vive solo allora.

E quando attraversi questo periodo

solo allora

insorgono nella mente le rimembranze

che hanno eletto

la tua giovinezza.

Ed ecco ho provato a riviverle,

andando a passeggiare

solingo per il mio borgo natio,

nascondendo un’emozione vergine

come quella del primitivo bacio verso

la tua giovane ninfa.

E proprio percorrendo quel ripido vicolo

dove il respiro diviene affannato,

mentre prima era mite,

sedendomi su quei massi di pietra

che sono rimasti intatti che allora vivo.

Lì penso come è iniziata la vera vita,

con la celeste mia Diana,

e il capanno d’amore,

e lì stilla il pianto.

Poi scendendo quello che

noi chiamavamo campo,

una strada che portava

là dove io ero venuto alla luce,

rivivo tutta la mia fanciullezza con i miei coeterni,

sì che infine arrivato

sotto la mia vecchia dimora,

qui vedo il vetusto padre,

la sua sposa, la madre,

nel loro sepolcro attendere

il mio ritorno.

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~A viva voce~

13 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Monologo di Amleto, William Shakespeare

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

William Shakespeare, Monologo di Amleto, Atto III, Scena I

Essere, o non essere, questo è il problema:

se sia più nobile soffrire nella mente

i colpi di fionda o le frecce di un’oltraggiosa fortuna

o prendere le armi contro un mare di affanni

e, contrastandoli, farli cessare per sempre?

Morire, dormire… nient’altro, e con il sonno porre fine

al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

di cui è erede la carne:

questa sì sarebbe una conclusione

di cui essere grati agli dei. Morire, dormire.

Dormire…forse sognare. Sì, è qui l’ostacolo

perché in quel sonno di morte non sappiamo la specie dei sogni

che possono venire, dopo che ci siamo cavati di dosso

questo groviglio di carne mortale…Ed è questo l’ignoto

che dà alla sventura di essere nati, una vita così lunga,

perché chi sopporterebbe altrimenti le frustate e gli scherni del tempo,

il piede dell’oppressore, le prepotenze dell’uomo superbo,

il dolore dell’amore rifiutato e deriso, le ingiustizie della legge,

l’insolenza dei potenti e il disprezzo che la virtù riceve dagli indegni

quando egli stesso potrebbe darsi quiete con un solo colpo di pugnale?

Chi porterebbe tali fardelli, gemendo e sudando sotto il peso di una

vita di stenti e fatica, se non fosse che il terrore del dopo morte, questo paese

inesplorato dalla cui frontiera nessuno fa ritorno sconcerta la volontà

e ci fa sopportare i mali che abbiamo

piuttosto che correre veloci

verso altri

che non conosciamo?

È così che la coscienza dell’ignoto ci rende tutti codardi,

è così che il colore naturale dell’azione risoluta, è fatto pallido dalla cera del pensiero,

e imprese di grande altezza e ardimento perdono vigore e forza fino a scomparire

senza più un ricordo.

Trad. e riadatt. di Francesco Palmieri

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