Ti ho chiamata a vedere la luna tra le case
sorgeva rotolandosi sui tetti
piena di luce accecava la notte
spargeva semi luminosi sulla città
che l’ha dimenticata.
Quindi è solo nostra, mi dicevo
quindi è solo di chi la vede, mi ripetevo.
Ti ho regalato la luna piena di luce
questa inutile lanterna tra le strade illuminate
tra le torri-faro che dirigono le loro torce al cielo
i pulsanti che accendono le nostre tenebre.
Ti ho preso la luna rubandola con lo sguardo
di chi ha rischiato di perderla tra i tetti
infilzata tra le antenne, entrata e poi uscita
dalle finestre dei vicini, moneta spesa
dai bambini sognatori, e dagli spacciatori.
L’ ho raccolta nella nostra vecchia tenda
lucidandola, soffiandoci sopra
come si fa con una lampada
per far sparire le sue ombre polverose
i crateri e le meteoriti
i residui metallici di allunaggi
e le bandiere piantate
per cercare venti inesistenti.
Poi siamo tornati a letto
come due gatti
la luna in mezzo ai cuscini,
i pensieri rarefatti.
Una selezione di testi da “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni
CARONTE, IN RIVA AL LAGO
Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente macchiate di ricordi del mio Lete lacustre, mi tramortisco col rumore ombroso delle onde che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande. Cerco un Caronte astioso e ansante, che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente, rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante, scorbutico maleducato, rude bifronte. Cerco un Caronte, un Caronte vero, temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere, con remi, barba stanca, obolo di scorta che difenda all’arma bianca. Seduto su una roccia, rinvio a domani l’insulsa immaturità delle mie mani.
SIAMO TIGRI DI CARTA
L’una di notte non suona mai così spontanea dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche, da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone, i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo. Responsabili e irresponsabili allo stesso momento rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno, non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance, adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta. Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona, attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma, bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren, nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En, ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue, non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.
RIDATEMI I MIEI VERSI
Se non sono ancora in grado di scrivere versi mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi, mamma, amavo una donna prima che fosse nata e la mia serotonina si è trovata abbandonata. Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino, della consistenza di un esacerbato Krusty il clown detonato senza miccia da giorni up e giorni down. E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione, mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione, senza nemmeno renderti conto che io ero caduto nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto. Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero, io nel mio fegato so che è cosa mia in pubblico continuiamo con la terapia.
IL NOSTRO BIMBO AVREBBE AVUTO OCCHI BELLI
Il nostro bimbo avrebbe avuto occhi belli, la tua smania di vivere e i miei momenti chiusi avrebbe avuto mille diavoli tra i capelli guizzanti nei suoi cento Parnasi. Il nostro bimbo avrebbe avuto le stigmate, e avrebbe intessuto fittissimi dialoghi con gli animali, il tuo viso scuro delle cavallerizze sarmate il mio amore viscerale di versi e madrigali. Il nostro bimbo non sarebbe mai cresciuto, imbrigliato di una rete di ragni caramellati non avrebbe mai avuto bisogno d’aiuto tutelato da buffoni loricati. Il nostro bimbo mai nato, schiavo d’un qualche Durex lubrificato, è un’occasione chiusa nel mio diaframma cardiotoracico, immerso, ferito, in una membrana d’arsenico.
La violenza di genere è un fenomeno complesso che non può essere ridotto a una semplice questione di aggressione fisica o psicologica, ma è intrinsecamente legato a fattori sociali, culturali, psicologici e biologici. Tradizionalmente, le politiche e gli approcci terapeutici per contrastare la violenza di genere hanno focalizzato l’attenzione sulle dinamiche di potere e controllo tra uomini e donne, spesso ignorando l’ampia gamma di esperienze che riguardano coloro che non si identificano nei rigidi binari di genere maschile o femminile. Un nuovo modello di intervento deve pertanto prendere in considerazione non solo la complessità del fenomeno in sé, ma anche l’ambiente in cui l’atteggiamento violento si sviluppa, integrando visioni più inclusive dell’identità di genere e una comprensione più sfumata della funzione cerebrale in relazione alle dinamiche interpersonali.
Il binarismo tradizionale maschio-femmina, che vede il genere come una dicotomia netta e rigida, non solo limita le possibilità di comprensione della violenza di genere, ma perpetua anche una visione semplificata della realtà. Le esperienze di violenza e oppressione non sono universali per tutti gli individui all’interno di ciascun genere, e ancor meno per coloro che si identificano come non binari, genderfluid, o transgender. Queste persone, infatti, sperimentano una realtà di violenza che va oltre quella di chi rientra nei tradizionali schemi maschili o femminili. Le violenze che subiscono, siano esse fisiche, psicologiche o istituzionali, spesso sono invisibili o non completamente comprese, sia dalla società che dagli approcci terapeutici esistenti. È quindi fondamentale costruire un modello di intervento che possa includere tutte le identità di genere, riconoscendo la pluralità di esperienze. Contrastare il binarismo di genere non significa solo abbattere le categorie tradizionali di maschio e femmina, ma anche promuovere una comprensione più ampia e inclusiva delle differenze di genere, con l’obiettivo di ridurre la violenza e promuovere relazioni basate sul rispetto, sull’empatia e sull’inclusione.
Un approccio personalizzato e sensibile alle diversità di genere, che utilizza la poesia come strumento terapeutico e educativo, può rivelarsi un mezzo potente per affrontare e trasformare le dinamiche violente, creando spazi di riflessione e cambiamento per le persone coinvolte.
Uno degli approcci più potenti per affrontare la violenza di genere è l’intersezionalità, un concetto che prende in considerazione il modo in cui fattori come genere, sesso, etnia, status socioeconomico e differenze culturali si intrecciano e influenzano le esperienze di oppressione. L’intersezionalità ci permette di comprendere che la violenza non si manifesta allo stesso modo per tutti, e che esistono forme specifiche di violenza che colpiscono in modo particolare le persone appartenenti a categorie sociali emarginate o vulnerabili. Ad esempio, una donna di colore appartenente a una classe sociale bassa potrebbe sperimentare una forma di violenza di genere che è diversa, per intensità e modalità, da quella di una donna bianca di classe medio-alta. Le dinamiche strutturali che favoriscono la discriminazione, la segregazione sociale e l’esclusione economica si intrecciano con le disuguaglianze di genere, creando un contesto in cui la violenza può essere esercitata in modo più sistematico e invisibile. Allo stesso modo, una persona non binaria o transgender potrebbe affrontare violenza o discriminazione che è un risultato diretto dell’intolleranza sociale e delle norme di genere rigide, un fenomeno che non può essere spiegato solo attraverso il paradigma maschile-femminile tradizionale.
Recenti ricerche neuroscientifiche hanno iniziato a esplorare come la funzione cerebrale si colleghi all’identità di genere, evidenziando come il cervello non possa essere compreso come una semplice “divisione binaria” tra maschile e femminile. Le differenze cerebrali tra i sessi, seppur esistenti, sono estremamente più complesse di quanto si pensasse in passato. La plasticità del cervello umano e l’influenza che la socializzazione e le esperienze personali hanno sulla sua configurazione suggeriscono che le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, nella regolazione del comportamento e nell’interazione sociale possano essere modellate dall’identità di genere, dalle esperienze di vita e dalla cultura circostante.
Inoltre, gli studi sul dimorfismo sessuale cerebrale, che esaminano come le strutture cerebrali differiscano tra i maschi e le femmine, mostrano che tali differenze non determinano necessariamente comportamenti violenti o aggressivi. Piuttosto, è la società che impone norme e aspettative sui comportamenti legati al genere, influenzando come il cervello reagisce a certi stimoli sociali, come la competizione, la dominanza e la sottomissione. In questo contesto, è fondamentale riconoscere che le esperienze di violenza non sono determinate unicamente da fattori biologici, ma sono strettamente legate alle strutture sociali e culturali in cui l’individuo è immerso.
Il binarismo di genere è alla base di molte strutture di potere e controllo che alimentano la violenza di genere. La divisione netta tra maschile e femminile crea aspettative rigidamente definite su come le persone dovrebbero comportarsi, relazionarsi e sentirsi, a seconda del loro genere. Questo sistema spesso porta a pressioni sociali e culturali che giustificano comportamenti violenti, in particolare nei confronti di chi non si conforma alle aspettative di genere tradizionali. Le donne, ad esempio, sono spesso viste come inferiori o subordinate, mentre gli uomini sono stimolati a percepirsi come dominanti e aggressivi.
La poesia consente di esplorare il proprio vissuto di violenza e di dolore, ma anche di immaginare nuovi modi di essere e di relazionarsi, al di fuori delle rigide categorie del binarismo di genere. La scrittura poetica diventa così un mezzo di autoconsapevolezza, di liberazione e di empowerment.
Attraverso la poesia, si dà voce a chi non ha voce, si riconosce e si valida l’esperienza di chi vive l’esclusione e la violenza, e si promuove una cultura che rispetta e celebra le differenze. L’approccio personalizzato attraverso la poesia può essere combinato con altre tecniche di intervento come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), che aiuta a ristrutturare i pensieri disfunzionali, e la “mindfulness”, che promuove la consapevolezza del momento presente. L’integrazione di questi approcci può favorire una visione globale e inclusiva del cambiamento, affrontando la violenza di genere da un punto di vista multidimensionale.
Fonte
«The Cognitive Behavioral Therapy Workbook for Personality Disorders», James P. McPartland e John H. McGowan, casa editrice New Harbinger Publications, 2015.
Cosa avranno da dirmi le donne della mia vita
ognuna sfilando una perla alla collana
ognuna aggiungendo sabbia nel deserto
ognuna portando
un chicco di grano al magazzino ?
Le donne che hanno preso
il gioco dei miei pensieri
quelle che si sono lasciate scorrere trapassandomi
cosa avranno da nascondere tra i denti ?
E dietro quegli occhi messi in prospettiva
che mi si perdono in gola e che tutti ho bevuto
succhiando dagli sguardi il luccichìo della vita
cosa cercano di consegnarmi,
quale oggetto oscuro
quale cartiglio segreto,
quale gesto incomprensibile?
Forse vogliono solo rubare
il filo d’erba che ho in tasca
che qualche volta stacco
dal prato che calpesto.
Forse vogliono solo
camminarmi a fianco.
Forse vogliono solo corrermi davanti
come fanno le bambine
ognuna inseguendo un palloncino.
Salvatore Toma nel “Prisma lirico” di oggi con Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele
Vento leggero che parli con voci di foglie che apri i germogli e li fai trepidare nella primavera.
Vento che asciughi i panni, bianchi come visi di bambini, e a volte con dolcezza il sudore della fronte, fa che la mia morte sia liscia, serena come il tuo respiro.
Salvatore Toma
Gustave Caillebotte
Poesia: di Salvatore Toma dalla raccolta “Canzoniere della morte”, 1999
Opere:
“Passeggiata in riva al mare” Joaquín Sorolla, 1909
“Asciugatura del bucato, Petit Gennevilliers”, Gustave Caillebotte, 1888
“La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.
Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.
All’interno del libro tre sezioni, la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.
Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.
L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.
Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.
La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.
Loredana Semantica
Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024
Sin dai tempi più remoti, l’essere umano si è trovato di fronte alla necessità di distinguere: questo è tale, quello è tal’altro. Ha cercato di dare un nome alle cose, di separarle, di misurarle, di definirle nei loro tratti distintivi. E così ha costruito una realtà fatta di dualismi. Secondo la logica del razionalismo occidentale, se due cose sono diverse, non possono essere la stessa cosa. La ragione non tollera che l’opposto sia anche l’identico. Ma altrove, nella sapienza orientale, si è tracciata una via diversa: quella che intuisce che le cose, pur apparendo distinte, sono in fondo espressione della stessa unità insondabile. Il “tale” e il “tal’altro” sono solo manifestazioni superficiali di un’unica realtà profonda. Differiscononelle forme, ma non nella sostanza. E a quell’unità, prima o poi, tutto ritorna. Eranos (1) — la corrente culturale e spirituale che ha riunito pensatori come Carl Gustav Jung, Henry Corbin, Mircea Eliade — non si schiera né da una parte né dall’altra. Non afferma una verità assoluta e non nega l’altra. Eranos cerca di comprendere entrambe le visioni del mondo, creando uno spazio in cui l’opposizione diventa relazione, e la differenza, dialogo. Propone un Immaginario Simbolico che si muove tra il conscio e l’inconscio, tra l’intelletto e l’intuizione, tra il visibile e l’invisibile. È attraverso il simbolo che questa alleanza può avvenire. Il simbolo è ponte, è relazione vivente tra gli opposti. E il linguaggio che lo esprime è quello dell’arte, della musica, della mitologia. Non è un linguaggio dogmatico, ma un linguaggio mitico, relazionale, che scrive la realtà dentro un contesto significativo. Il senso della vita sta nella relazione, nella partecipazione, nella comunione. Questo è il cuore del pensiero di Eranos. Tuttavia, oggi viviamo un’epoca di frattura profonda. Le relazioni umane, soprattutto quelle tradizionali e le dinamiche tra donne, sono attraversate da una crisi che non è solo sociale o affettiva, ma simbolica, archetipica. Si è perso il senso del “mettere in relazione”. Il gesto del mediare — quella sapienza antica del fare da ponte tra differenze, tra corpo e anima, tra spirito e materia — si sta dissolvendo. E con esso, la rete simbolica che dava senso all’esperienza umana si disgrega. Il pensiero dell’Unus Mundus, centrale nella visione junghiana, rappresenta un invito a ricostruire l’unità perduta. Un mondo unificato, in cui l’anima e il corpo, il maschile e il femminile, il pensiero e l’emozione, non siano in opposizione, ma in tensione creativa. Ma la cultura contemporanea sembra invece precipitata in un dualismo sterile, dominato da una visione patriarcale e mascolina fatta di controllo, gerarchia, dominio. In questa frattura, il femminile — inteso non solo come identità biologica ma come principio archetipico — è stato marginalizzato, rimosso, persino dalle donne stesse. Il patriarcato non è più soltanto un sistema esterno: è diventato un habitus mentale, un codice interiorizzato. Oggi molte donne, nel raggiungere ruoli di potere, finiscono col riprodurre modelli maschili, dimenticando la fatica del corpo, la ciclicità del sentire, la potenza della maternità psichica, la responsabilità di tenere uno spazio per le altre donne. L’archetipo della Magna Mater, figura ancestrale del femminile generativo, guida di civiltà e custode dei ritmi della vita, è oggi silenziato. Ma non dagli uomini: è dimenticato in primis dalle donne, che, nella competizione reciproca, si escludono dalla propria sorgente archetipica. La cultura attuale esalta modelli di potere neutri o androgini, che in realtà portano a una virilizzazione delle donne, non all’integrazione del femminile. Questo squilibrio genera una società che non sa più riconoscere il valore del femminile nella maturazione maschile. L’uomo non può completarsi senza l’incontro con la propria Anima, con il femminile interno e con donne reali capaci di incarnare qualità relazionali, ricettive, accoglienti. Ma queste qualità, oggi, vengono svalutate o associate alla debolezza. Da qui emerge la necessità di una ermeneutica simbolica, come quella proposta da Eranos: una lettura della realtà che vada oltre la superficie e penetri nei livelli più profondi della psiche collettiva. Le crisi relazionali, le guerre tra i sessi, la frammentazione della coscienza non sono che sintomi di una scissione radicale: quella tra i poli dell’esistenza. Maschile e femminile, spirito e corpo, logos ed eros, non comunicano più. Eppure, senza il principio maternale, non c’è rigenerazione. Non solo maternità biologica, ma cura, accoglienza, presenza relazionale, tempo dato all’altro. Il femminile è ciò che unisce, che tiene insieme, che guarisce la ferita della separazione. Ma per restaurarlo serve un lavoro profondo: simbolico, interiore, politico. Occorre restituire dignità alla cura, valore alla vulnerabilità, rispetto all’altro. Rompere la fascinazione per il potere come dominio e riscoprirlo come servizio, custodia, responsabilità. Solo così potremo iniziare a risanare la frattura dell’umano, a ricostruire i ponti tra i poli dell’esistenza, e a ritrovare, come ci insegna Eranos, quel Unus Mundus in cui tutto è connesso e nulla è privo di senso.
1)In greco antico, “Eranos” (ἔρανος) significa “banchetto” o “convivio”, un evento nel quale i commensali contribuiscono liberamente portando cibo, bevande o denaro. Questo termine ha anche un significato più ampio, riferendosi a un luogo di incontro e scambio culturale. Il termine è stato adottato per definire il luogo di incontro e scambio culturale di Eranos fondato ad Ascona nel 1933, che si poneva come un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Eranos indica anche il movimento intellettuale e culturale sviluppatosi a Basilea, in Svizzera, attorno alla figura di Otto Gross e successivamente di altri studiosi, tra cui Carl Jung. La corrente di pensiero Eranos è caratterizzata dall’esplorazione dei temi archetipali, dell’individuo e dei mondi interiori dell’uomo, attraverso l’uso di diverse metodologie scientifiche.
il silenzio s’imprime sulla terra
e tutto si schiaccia col suo peso
la sera va mi toglie un altro giorno
nel buio resta il tempo che non vivo
*
Asfissia
la notte sa di ferro e di saliva
stringe con la morsa un fello fiato
stritola l’atra pressa punitiva
la bocca spasma un nome non sfiatato
la trista ombra strangola ogni promessa
la vita si contorce e poi si arresta
(così morì la sua bella voce
lasciando il silenzio boia feroce)
*
Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus
Mi dirigo sulle strade di marzo.
Corro finché resisto, l’ombra sfiora
l’asfalto frantumato dalle attese.
Resta muta la casa erta sul campo.
Chiedo alle margherite con le dita
inquiete. I petali gialli cadono
vorticando lungo i passi veloci,
i non deturpano il volto del cielo.
La primavera si schianta sul mondo:
fiato di terra che torna a salire.
Entra nel naso, si avventa sul petto,
il verde azzanna e lascia il suo vuoto.
Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
sento l’eco di un sì mai pronunciato.
Il fiore di un pesco cade appassito.
Il sole insiste, ma resta l’inverno.
*
Alba rossa, o vento o giozza
galleggia nel fuoco la laguna
sui marmi i ricordi si frantumano
la pelle trova sollievo al buio
continua a bruciare al sole
cerco quegli occhi nei visi mascherati
mentre il vuoto pulsa nelle vene
e l’abisso mi sorride voluttuoso
alla stazione corre uno zaino
sembra il suo quello bordeaux
è un lampo un battito
un breve varco nel tempo
un salto in un cerchio di fumo
inseguo tra la folla la mia follia
corro il fiato si spezza
la sagoma scatta subito via
e svanisce silenziosa tra i passi
riprendo il cammino
con il suo cuore in tasca
e i pensieri che annegano nel mare
coperti dalla tenue scia di una gondola
è stata luce attesa che freme
la grazia che vizia
la magia che mai sazia
ma poi alla sera mestizia e tristizia
ora è vento che tace
*
Alba
le labbra sfiorano il bordo
della tazza rossa bollente
il suo fiato caldo mi bacia
e gioca come una bimba
appannandomi gli occhiali
è il suo buondì
osservo assonnato
il vapore danzare lento
scorrere con garbo
sfaldarsi informe
tenue tremula bruma che vagando
imita la mente intorpidita
ed evoca l’eco
di un pensiero che non torna
forse perché devo destarmi
ma sento di voler dire
qualcosa che ho perso
è come un’ombra che indugia
con passo esitante sulla porta
rossa anche quella
fisso per un po’ un punto nel vuoto
il nescafé si sta raffreddando
il velo acqueo si dirada
assaporo gli ultimi sorsi
osservo l’immagine sul fondo
e la trovo indecifrabile
la luce si affaccia
bussando piano sui vetri
prima di stendersi sul tavolo
e illuminare
le briciole di ieri sera
il tempo si piega
ma il giorno
seppur senza fretta
senza scuse
s’incammina comunque
prima di me
Nota biografica
Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Letterature comparate. Attualmente insegna discipline storiche e letterarie nelle scuole superiori. Ha curato contributi di ricerca letteraria e storica pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su delle riviste online e in delle antologie poetiche.
Non usciremo intatti da tutto questo
contaminati i nostri corpi
dalla furia dei tempi e dagli spari
nei caroselli che sbandierano
la latitanza della verità perduta
la sostanza delle cose corrotta.
Avremo a che fare con fenomeni che accadono
con il nostro silenzio-assenso
andremo a sbattere sulla parola amore
che si dilegua in mille rivoli
sul senso preciso da
dare ai nostri precetti
e i discorsi con i buoni propositi
si disperderanno come le pagine del vangelo
sulle bare dei papi.
I Farisei stanno morendo tutti di stenti
di bombe guidate da droni simili a mosche
e si accartocciano davanti alla ferocia del loro cielo
così che le albe che nasceranno saranno vedove di dio.
Le madri stanno addestrando I bambini
a cercare chicchi di riso caduti dal becco
di uccelli sazi e distratti.
I padri dicono che vorrebbero
almeno un piccolo tempio
anche per adorare
un solo vitello d’oro.
Quanto a sacrificare il proprio figlio,
tutti devono pensare a stento
che si levi una mano per impedire al coltello
di affondare senza che vi sia ragione.
Enzo Mandruzzato nel “Prisma lirico” di oggi con Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer
Una volta il poeta assomigliava al santo. V’immaginate un santo che dice “sono un santo”? un poeta che dice “noi poeti”? E’ una parola che non ha plurale. Tutt’al più, numerosi singolari. E i santi in sindacato, li pensate? Ed un santo premiato in un concorso con la targa, la coppa, la medaglia?
Certo, credeva in Dio, anche quando era ateo; piuttosto non credeva seriamente alla propria esistenza. Scriveva e dipingeva per averne coscienza. Non scriveva per vivere, ma viveva per scrivere. La vita -valori, ideologie e sentimenti- non erano che creta alle sue dita.
Il poeta era un cinico che somigliava a Dio .
Michelangelo Buonarroti
Poesia: di Enzo Mandruzzato, dalla raccolta “Ti perdono la morte”, 1985
Opere:
“Ritratto di Dante Alighieri”, Agnolo Bronzino, 1532
“La Creazione di Adamo”, Michelangelo Buonarroti, 1511
“Autoritratto con pelliccia”, Albrecht Dürer, 1500
Era un amico partito il plumbeo mattino,
fra la polvere accumulata di questi libri.
Dove è finito il petalo di sangue
sotto la mano del vento?
La nebbia del cuore e poi ti rivedo,
fra te e me c’è sempre inverno.
In quale rifugio starai tranquillo
come una noce nel suo guscio?
Vado solitario come un fiore nel bosco
dove l’erba gioca, i tuoi passi
al mio posto. La luce che scende
una dolce promessa più grande del mare
quel cielo che mi appare.
È il peso del tuo manto svegliandosi
la città, una donna piange di felicità
cantando al sole una canzone,
più antica e forte di ogni mia passione.
*
Parlami di te, dea d’oriente, il vento caldo
terra rossa di Costantinopoli, esule del tempo, cercando la
rotta di Istanbul.
Stella che si abbarbica sulle Chiese
d”oro e canti infiniti, scintillando fra i grandi cedri e la sabbia
cocente del perdono.
Racconta le pietre antiche di Megara
quando il Bosforo irrompe come cielo
azzurro fino al Corno d’oro fra lingue
e volti dimenticati.
Terra di mercanzìe e tramonti rosa, del mondo una sola
immensa prosa.
*
Appunti di viaggio
Dimenticare le antiche vie
piovendo dal cielo la meraviglia
di una certezza. Fra rumori e
clacson, il vólto materno roseo
come raggio di sole nella folla
dei colori.
Suonavano le pupille del cielo
e l’ombra si specchiava a trotto
fra sbuffi di nuvole sulla nuda terra.
E indifesa rideva tra la parata
dei superstiti, nel luogo di nessuno
dove ci lasciammo.
*
Appunti di viaggio
Se ieri è questo presente
nel solco delle mani
si consuma l’esistenza.
E corre così
da sponda a sponda
nell’antica luce precipitata,
l’alba sui vetri.
Se breve è la notte
il calore che davi,
somiglia al silenzio
la scia della memoria.
*
Sogno
Se la notte ha un vólto
è il tragitto di uno scandalo
nelle sere d’agosto
il mare dei suoi occhi,
le lunghe serate
in compagnia, coi libri
ricordati delle storie
al tavolo di un bar.
Se la notte ha un vólto
è la promessa del
ricordo, un lungo
dimenticarsi che
sfiorisce al cuore,
la primula sbocciata
forse il primo amore
nascosto il primo bacio
labbra tutto ardore.
*
Il tempo mi educò al dolore
al gesto sacro del silenzio mentre
le insistenti correnti del reale
s’addensavano nella mano
rovesciata.
Né ebbi garanzie d’esistenza
per il mio corpo
se non dove si srotolava
la grazia casuale che ha
scelto la forma delle mani.
E continuo a ripetere
i miei momenti più lontani
l’infanzia, l’incosciente pubertà,
l’incertezza di sempre.
*
Appunti di viaggio
Quel cielo era sopravvivenza
dei caduti quando l’amore esitava
e dietro le nuvole appariva
il suo vólto, il profumo di terra
bagnata distante da me stesso.
Era dicembre coi suoi paradigmi
della solitudine e dell’amore.
Le serrande dei bar appena
alzate e la promessa di
un peccato nascosta dietro
i banconi.
Fu l’aria tagliente, annuncio
della tua voce a battere
il tempo, quello dei sogni,
addormentata la città
al male lasciato risorgere.
*
Terra d’esilio la parola del libro
la trama passata, staccata dal
suo fiore. Ostinato amore tornare
laggiù, i padri dicevano del tempo
inciso sulla pelle.Tu sei nelle pietre
cammino nel deserto dove cresce
la follia, il sangue ribelle avevano
le parole, violenza della luce che
non muore.
*
Io credo nei venti, nelle lunazioni
che orientano il passo, disgiunto
l’essere dalla sua essenza.
Da nord soffia forte sull’oceano
dilagando al cuore quella voce
che a stento ricordo.
Io credo ai vólti, a ciò che sussurra
l’incomunicabile, la stella ininterrotta
che non dà tregua se la luce
accede alla storia degli avi.
Da qui ti vedo ancòra, origine
del moto che spodesta il giorno
correndo alla fine, miraggio d’infinito
sottratto alla parola.
A che servono gli anni persi?
ci vorrebbe un posto dove metterli
uno ad uno versarli in recipienti adatti
impilarli ordinatamente in magazzini
e se sono tanti avere cura di sorprendersi
a rievocarne lo smarrimento.
Anni persi per aver rincorso le cose che correvano
anni di immobilità e di silenzio come alberi
che aspettano un’ultima fioritura
anni compiuti nel dono del darsi pace
veder crescere, annuire al mondo
quando il mondo nemmeno ti chiede un parere.
Di questi anni e di quelli che verranno,
se verranno
ho perduto quello che si perde cercando.
Ho perduto le migliaia di rotte possibili
stando fermo a fissare il soffitto nel letto
marinaio, aviatore che fa quarantena
guardando dal finestrino della sua nostalgia
la costa che lentamente scorre.
Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)
DAL MAR DEL NORD (Traduzione di Emilio Capaccio)
Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord, andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano; lunghe onde rotolavano da lontano facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi. E come noi andavamo mi sembrò che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno, il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare, e l’amore, vecchio quanto loro. Veniva dal mare una bruma meditabonda, la vedemmo distendersi, piega su piega, e notammo il gran sole alchimista mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro. Osservate bene, osservate bene, mia signora, il grigio sotto, l’oro sopra, solo così la vita più grigia può splendere tutta dorata in luce d’amore.
*
BY THE NORTH SEA
Her cheek was wet with North Sea spray, we walked where tide and shingle meet; the long waves rolled from far away to purr in ripples at our feet. and as we walked it seemed to me that three old friends had met that day, the old, old sky, the old, old sea, and love, which is as old as they. Out seaward hung the brooding mist we saw it rolling, fold on fold, and marked the great Sun alchemist turn all its leaden edge to gold, look well, look well, oh lady mine, the gray below, the gold above, for so the grayest life may shine all golden in the light of love.
Dino Buzzati nel “Prisma lirico” di oggi con Giovanni Boldini e Pierre Bonnard
Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse).
Dino Buzzati
Pierre Bonnard
Poesia: di Dino Buzzati dalla raccolta “In quel preciso momento” 1956
Opere:
“Ritratto di uomo in chiesa”, Giovanni Boldini, 1900
“La lettera”, Pierre Bonnard, 1906
“Natura morta con rose”, Giovanni Boldini, 1842-1931
1
Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.
*
da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ
Fribourg – Lugano – Torino
Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.
*
A Adele
A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.
*
et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.
Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.
*
Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.
*
da UNA CODA
Processi mitopoietici
In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.
Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.
In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.
*
da UN’ALTRA VOLTA
Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda
e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.