Monumento al mare: Joyce Kilmer

Tag

, , , ,

Monumento al mare

Joyce Kilmer (1886-1918), americano (foto web)

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il fragile splendore del mare piatto,
Il volto sereno e d’argento velato della luna,
Fanno di questa nave un luogo incantato
Piena di chiara allegria e dorata magia.
Ora, per un po’, la risata spensierata sarà
Mescolata al canto, per dargli più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa infinita,
Daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Eppure questa sera, a cento leghe di distanza,
Queste acque arrossano d’uno strano e terribile rosso.
Prima della luna, una nube oscenamente grigia
Sorge da ponti schiantati nel piombo aereo.
E queste stelle sorridono col loro modo immemorabile
Sulle onde che ricadono su mille nuovi morti!

*

MID-OCEAN IN WAR TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

“RILKE – BRODSKJ – ORFEO” di Franco Romanò

Tag

Premessa

Orfeo non era fra i miei miti più frequentati fino a che non ho letto un saggio di Brodskj, dedicato a una poesia di Rilke, un altro autore rispetto al quale mi ero sempre tenuto un po’ a distanza finché non l’ho incontrato in quella straordinaria avventura epistolare a tre – Settimo sogno –  su cui ho già scritto nel mio blog un saggio a cui rimando.1  La diffidenza rispetto a Rilke come a Orfeo riguardava più che altro la riproposizione dell’orfismo nel pieno della modernità. Era stato Apollinaire ad annunciare la nascita del cubismo orfico nel 1912. Dell’impresa facevano parte Delauny, il gruppo di pittori del Blaue Reiter, Duchamp e addirittura i futuristi italiani e Léger! Continua a leggere

Poesia sabbatica: “Il male nascosto”

Tag

,

 

Il male nascosto 

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)

LA POESIA PRENDE VOCE: SOTIRIOS PASTAKAS (Σωτήρης Παστάκας)

Tag

, ,

LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Salvatore Matarazzo

Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.

Η ΑΓΑΠΗ ΕΙΣ ΕΑΥΤΟΝ ή ΓΑΤΑ ΜΙΡΑΝΤΑ

Ξαπλωμένη στον ήλιο

πάνω στην αποβάθρα,

γλύφει τα νύχια της

η γάτα Μιράντα.

Νίβει το πρόσωπο

κουλουριάζεται

την ουρά της

δαγκώνει και ασπάζεται.

Τα πόδια σηκώνει ψηλά

σαν δεν ντρέπεται,

την κοιλιά της φιλά

κι όσα έπονται.

Δεν αντιλήφθηκε

πως κατέφθασα

με το flying dolphin

και μάλιστα πως έφθασα

να μισώ τον εαυτό μου

περισσότερο απ’ όλες τις υπάρξεις

περιηγητής φανατικός

στις ομορφιές της πλάσης.

Ξαποσταίνοντας με τον φραπέ

ας ήταν να υπήρχα,

στην επόμενη ζωή

σαν γάτα στην Ύδρα.

L’AMORE DI SÉ O LA GATTA MIRANDA

(Traduzione di Maria Allo)

Sdraiata al sole

sul molo,

si lecca gli artigli

la gatta Miranda.

Lava il viso

si raggomitola,

prende la coda

a morsi e baci.

Piedi in su

da svergognata,

bacia la pancia

e poco più giù.

Non si rende conto

del mio sbarco

dall’aliscafo

e di come sono arrivato

ad odiarmi

più di tutti gli esseri

io viaggiatore incantato

fra le bellezze del creato.

In sesto col frappè

mi auspico di tornare

da gatta a Hydra

nella mia prossima vita.

Alessandro Moscè, Per sempre vivi

Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)

Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè

di Maria Allo

Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico.  La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude?  Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.

Maria Allo

Nota

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto BevilacquaMaterna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.

“La chitarra magica” di Stefano Benni

Tag

, ,

 

“La chitarra magica” è una fiaba di Stefano Benni, tratta da Il bar sotto il mare del 1987. L’incipit non prevede il tradizionale C’era una volta, tipico delle fiabe, ma utilizza un generico C’era che introduce un’ambientazione diversa dal solito perché la storia si svolge in una città dei nostri giorni e trae ispirazione dal mondo della musica rock contemporanea. Il protagonista è un giovane musicista che desidera studiare al Conservatorio e diventare una grande rockstar. Un giorno, mentre Peter si sta esibendo in strada, incontra un vecchio con un mandolino che lo sottopone a tre prove, come in ogni fiaba che si rispetti. Peter, dato il suo buon cuore e la sua generosità, ottiene un premio che però gli si rivelerà fatale. I personaggi sono appena caratterizzati. Anche l’aiutante, Lucifumàndro, è un mago moderno. Nella fiaba manca il lieto fine, non è il giovane buono e di grandi speranze ad avere la meglio ma l’antagonista. La fiaba, infatti, con un sorprendente capovolgimento di ruoli e situazioni, ha un esito imprevedibile e drammatico, non solo non avviene la punizione del malvagio ma si conclude con effetti tragico-caricaturali.

 

IL RACCONTO DELLA RAGAZZA COL CIUFFO

 LA CHITARRA MAGICA

« Ogni ingiustizia ci offende quando non ci procuri direttamente alcun profitto. »

Luc de Vauvenargues

 

C’era un giovane musicista di nome Peter che suonava la chitarra agli angoli delle strade. Racimolava così i soldi per proseguire gli studi al Conservatorio: voleva diventare una grande rock star. Ma i soldi non bastavano, perché faceva molto freddo e in strada c’erano pochi passanti. Un giorno, mentre Peter stava suonando “Crossroads”, gli si avvicinò un vecchio con un mandolino.
-Potresti cedermi il tuo posto? È sopra un tombino e ci fa più caldo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti per favore prestarmi la tua sciarpa? Ho tanto freddo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti darmi un po’ di soldi? Oggi non c’è gente, ho raggranellato pochi spiccioli e ho fame.
-Certo- disse Peter che eccetera. Aveva solo dieci monete nel cappello e le diede tutte al vecchio. Allora avvenne un miracolo: il vecchio si trasformò in un omone truccato con rimmel e rossetto, una lunga criniera arancione, una palandrana di lamé e zeppe alte dieci centimetri.
L’omone disse: – Io sono Lucifumàndro, il mago degli effetti speciali. Dato che sei stato buono con me ti regalerò una chitarra fatata. Suona da sola qualsiasi pezzo, basta che tu glielo ordini. Ma ricordati: essa può essere usata solo dai puri di cuore. Guai al malvagio che suonerà! Succederebbero cose orribili!
Ciò detto si udì nell’aria un tremendo accordo di mi settima e il mago sparì. A terra restò una chitarra elettrica a forma di freccia, con la cassa di madreperla e le corde d’oro zecchino. Peter la imbracciò e disse:
-Suonami “Ehi Joe”.
La chitarra si mise a eseguire il pezzo come neanche Jimi Hendrix, e Peter non dovette far altro che fingere di suonarla. Si fermò moltissima gente e cominciarono a piovere soldini nel cappello di Peter.
Quando Peter smise di suonare, gli si avvicinò un uomo con un cappotto di caimano. Disse che era un manager discografico e avrebbe fatto di Peter una rock star. Infatti tre mesi dopo Peter era primo in tutte le classifiche americane italiane francesi e malgasce. La sua chitarra a freccia era diventata un simbolo per milioni di giovani e la sua tecnica era invidiata da tutti i chitarristi.
Una notte, dopo uno spettacolo trionfale, Peter credendo di essere solo sul palco, disse alla chitarra di suonargli qualcosa per rilassarsi. La chitarra gli suonò una ninnananna. Ma nascosto tra le quinte del teatro c’era il malvagio Black Martin, un chitarrista invidioso del suo successo. Egli scoprì così che la chitarra era magica.
Scivolò alle spalle di Peter e gli infilò giù per il collo uno spinotto a tremila volt, uccidendolo. Poi rubò la chitarra e la dipinse di rosso.
La sera dopo, gli artisti erano riuniti in concerto per ricordare Peter prematuramente scomparso. Suonarono Prince, Ponce e Parmentier, Sting, Stingsteen e Stronhaim. Poi salì sul palco il malvagio Black Martin.
Sottovoce ordinò alla chitarra:
-Suonami “Satisfaction”. Sapete cosa accadde?
La chitarra suonò meglio di tutti i Rolling Stones insieme. Così il malvagio Black Martin diventò una rock star e in breve nessuno ricordò più il buon Peter.
Era una chitarra magica con un difetto di fabbricazione.

Stefano BENNI, « La chitarra magica », in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 153-155.

Poesia sabbatica: “Fra cielo e terra”

Tag

,

 

FRA CIELO E TERRA

 

inadatto,

come i pesci in aria

i passeri in mare,

come gli angeli sotterra

e i demoni in cielo,

 

incompiuto,

come una parola taciuta

una frase spezzata

il viaggio affondato

da una furia di vento

 

(ed era veleggio d’azzurro

verso l’unica spiaggia

che valesse la pena,

una terra promessa

dove latte era l’acqua

ogni frutto di miele)

 

sfigurato,

in questo corpo di creta

che si spacca nel sole

e il respiro impazzito

che vuol fuggire nell’aria

 

io mezzo uomo

mezzo figlio bastardo

di un dio voluto e perduto

 

comunque sbagliato

 

io di cielo

io a terra.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

 

Venerdì dispari

Tag

Prendo luce, luce di maggio
questa luce accesa del mattino
bagnata da un tempo indeciso
accordata ai suoni degli uccelli.

La luce che scopre gli altarini
i nidi, i rifugi apparecchiati
nella notte. E con la luce le voci
lo scasso dei rumori, lo struscio
delle auto, il trascinarsi dei cammini.

Prendo me, se ancora ci sono.
Mi raccolgo come si fa con qualcosa
di caduto. Prendo la mia scopa, il mio
setaccio, la polvere che sto diventando
quella che brilla se sbattuta con un cencio.

Mi lascio attraversare dal pulviscolo
vagante e luminoso del mio esserci.
Invito il sole che circola per casa
a penetrare nei corpi delle cose
cantando e resuscitando dal silenzio
le parole addormentate sulla lingua
impastate di oscurità e di sonno.

 

Francesco Tontoli

Intervista di Patrizia Destro a Silvio La Corte su “Antropocenere”, Mimesis edizioni, 2022

Tag

, , ,

Le domande sono formulate da Patrizia Destro, in corsivo le risposte di Silvio La Corte

  • Parlaci della tua pubblicazione. Come hai avuto l’idea per un romanzo così particolare e impegnativo?

Io non ho mai avuto grossi problemi a scrivere. La politica è stata la mia seconda scuola. Scrivere volantini che potessero essere comprensibili per le persone meno istruite è stato per me un esercizio enorme, a cui ho sempre tenuto molto. Ma il romanzo è un’altra cosa. E i dialoghi non sapevo proprio come inventarmeli. Ancora una volta mi è venuta in aiuto la musica. Avevo letto tempo prima un romanzo vero, di Michele Mari, “Rosso Floyd” strutturato in un modo più o meno simile ad “Antropocenere”, con tutte le proporzioni del caso, ovviamente. Insomma ho copiato, sfacciatamente.

  • Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi in cui sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Il libro, perlomeno questo, è uscito da dentro di me, cuore, cervello e pancia, poco alla volta. Mi ero ritrovato in mano “La bolla olimpica”, la mia prima opera, quasi senza saperlo. In quel libro facevo i conti con me stesso, con la mia passione, lo sport, che per lungo tempo è diventato anche il mio lavoro. Ho scritto per me. Anche questo l’ho scritto per me, ma facevo i conti con mio padre, lavoratore edile, o meglio, muratore, degli anni ’50 e ’60 qui, nella periferia di Milano. Quando ho iniziato a scrivere non avevo proprio idea di come sarebbe andato a finire. Ho scritto le prime pagine immedesimandomi per due o tre giorni nel protagonista. Andavo in giro pensando ad altro, talvolta insultandomi, umiliandomi, insorgendo, riflettendo, scherzando come fanno i miei personaggi, solo col pensiero, ovviamente. E ho scoperto che pensare al femminile non è impossibile. Mano a mano i personaggi facevano capolino nella mia testa. Onestamente ho cominciato anche a divertirmi, pur scrivendo di situazioni tragiche. E quando proprio ero in difficoltà, sniffavo la musica, mi facevo di musica, letteralmente. Brani che nulla avevano a che fare con quello che stavo scrivendo riuscivano spesso  a farmi superare la momentanea difficoltà. Non so perché, ma è così.

  • In che modo pensi che il tuo romanzo sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non sono affatto sicuro che questo libro sia necessario e utile. Ho soltanto voluto scrivere le cose come stanno, scrivere la verità, per come la conosco io, senza minimamente calcare la mano, non ce n’è bisogno, purtroppo. Se dire la verità è utile, allora sì, questo libro è utile.

  • Come lo hai scritto? Con sistematicità a orari prestabiliti oppure quando potevi, magari anche di notte, quando c’è più silenzio e tranquillità? Come ti sei organizzato per raccogliere i numerosi dati necessari alla stesura?

Come scrivevo  prima, scelto il personaggio che irrompeva nel dibattito, mi  immedesimavo in lui, o lei, e per due o tre giorni. Andavo avanti così. Poi il pezzo ti viene fuori, alcune volte letteralmente l’ho vomitato, è stato quasi un processo fisiologico. A volte mi pareva che la penna, rigorosamente a inchiostro liquido, scrivesse da sola. Mi piace così, cerco di scrivere anche benino da un punto di vista grafico. Quasi sempre scrivevo la sera, dopo le 23. Spesso la notte nel sonno mi arrivavano, non so come, dei suggerimenti che al mattino inserivo nel testo, e poi riportavo il tutto sul computer. Non avevo fretta, non volevo scrivere sciocchezze e quindi ho letto attentamente, quasi studiato in certi casi, una ventina di libri, che stupidamente non ho riportato in fondo al libro. Pazienza.

  • Nel tuo romanzo si avvicendano molti personaggi, sia realmente esistiti  che immaginari. Il romanzo stesso è disseminato di indizi dai quali si possono dedurre le identità di alcuni di loro,   come pure di citazioni   e  brani  di  testi  musicali.  Una  lettrice  ci  ha  riferito  che  queste   particolarità   alleggeriscono l’impegno emotivo richiesto dalla lettura. Sei d’accordo con questa opinione? Questi elementi  sono stati utili anche a te per alleggerire anche solo di un poco la trattazione di temi e fatti così drammatici?

Sì, mi sono divertito a far dialogare tra loro personaggi che nella vita reale probabilmente non lo hanno mai fatto, forse non si sono neanche conosciuti. Alcuni addirittura erano già morti quando altri non erano ancora nati! Ma il romanzo, non il mio, il romanzo in sé, è meraviglioso da questo punto di vista, bisogna solo stare attenti a non esagerare a meno che non si voglia consapevolmente scivolare nel “fantasy”, e io no, proprio non volevo. E giocare con i brani mi diverte ancora di più. Quanta fantasia e quanta realtà? Lo scopriremo solo vivendo!

  • La copertina e il titolo: come hanno avuto origine?

Ero in Sardegna, nell’estate del 2021, quando sulla costa occidentale si sviluppò uno degli incendi più impressionanti, per quanto sia abituato, frequentando quella regione da quasi cinquant’anni: la cenere, spinta dal maestrale che aveva soffiato sull’incendio, arrivò anche da noi. Scrissi un post che era solo una foto. Andai a letto e prima di addormentarmi il titolo del post  venne fuori. Poi lo trasferii al libro. La copertina, un campo di calcio  intriso di petrolio, è opera della casa editrice. Azzeccatissima.

  • Come hai trovato un editore?

La casa editrice, Mimesis, è la stessa che ha pubblicato “La bolla olimpica”. Mi ha rinnovato la fiducia. Spero di non essermela giocata tutta.

  • A quale pubblico pensi sia rivolta la tua pubblicazione?

Francamente non lo so. Una sola volta l’ho presentato in una libreria e ne ho vendute sei copie, solo a donne. Non credo dipenda dal mio fascino: il fatto è che entrarono solo donne! Onestamente pensavo che durante i mondiali sarei stato invitato qualche volta a presentarlo, ma non è andata così, o meglio, una sera, in Statale l’ho presentato. Solo quella volta.

  • In che modi stai promuovendo il tuo libro? Vuoi raccontarci qualcosa anche delle tue opere precedenti?

Io non promuovo i miei libri. Forse sono orgoglioso, forse non so come fare, forse mi viene il dubbio di farne un’opera commerciale e questo è proprio quello che non voglio. Io sono un autore, non uno scrittore, non vivo delle mie opere, per fortuna.

  • C’è   un   passo   del   tuo   romanzo   che   ritieni   più   riuscito   o   a   cui   sei   più   legato   e   perché?

A pagina 57, un personaggio, Perla, si lascia andare, tant’è che inizia a raccontare con  una frase che è tutto un programma: ”Che notte, ragazze!”. E poi va avanti per quattro pagine svelando di come abbia trascorso le ore notturne insieme a John Lennon. Lì mi sono davvero lasciato andare io, e di conseguenza lei, Perla. Mi sono  divertito un sacco, lo ammetto. Spesso vado a rileggerlo mentre ascolto in sottofondo il brano che lo intreccia.

  • Che aspettative hai in riferimento a  quest’opera?

Mi aspetto che non passi di moda, che qualcuno continui a farne riferimento, che qualcuno lo riscopra.

  • C’è una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Sì, certo, una domanda ce l’ho, ed è la seguente: ma tu, quando è scoppiato lo scandalo della corruzione al Parlamento europeo relativamente al paese ospitante i mondiali di calcio del 2022, già le sapevi quelle cose? Perché a leggere alcuni passaggi, sembra proprio così!

  • Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che si tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ora devo fare i conti, mettermi in pace del tutto con mia madre, con la quale ho sempre avuto un rapporto amorevole e senza grandi contrasti. Sto scrivendo qualcosa, per me e per lei. Mia madre ha avuto la fortuna di vivere a lungo, ma aveva sempre a cuore tutti quelli che sono morti in giovane età, tra quelli che lei ed io conoscevamo. Ecco, questo è il centro del progetto, qualcosa ho già scritto,  vedremo….

Silvio La Corte, nato a Taranto nel 1954, si è trasferito nei sobborghi milanesi alla fine degli anni cinquanta. Ha conseguito il diploma universitario presso L’Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF), e ha insegnato Educazione Fisica nelle scuole secondarie di primo grado. Ha collaborato per dieci anni con una cooperativa di recupero di persone con disagio. Politicamente attivo, ha curato e contribuito personalmente alla stesura del libro La bolla olimpica (2020)

Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023

Tag

,

In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto

 

da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003

 

Si dice che solo il dolore

conosce ciò che non dura

eppure sull’orlo del pozzo

alita la memoria del viaggio

e lentamente mi sorprendi

tra i libri, là dentro mi annusi

da cacciatore insonne

per abitare tempo e anima.

Torniamo spesso nelle cose passate

come si fa con i sogni taciuti

un planare basso sulla terra

per amare le immagini rimaste.

 

Chi è stato innamorato

sigilla

grandi tempeste e silenzi sapienti

passa piegato, sopporta, si inginocchia.

Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa

sa tornare, sa rimanere.

*

Vengono e vanno di bocca in bocca

i baci sulla lapide, colpi di unghie

risvegliano inquietudini lente

il sonno e la verità di chi non canta più.

Allora bisogna aprire le braccia

spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.

Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria

essere testimone assoluto di oblio

e nuvole lattose. Conquistare il coraggio

la forza di vivere oltre l’epigrafe.

 

da Ciliegio forestiero, 2006

 

Vedessi come affonda il coltello feroce,

nella carne trasfigurata. Penetra

dietro la pupilla ferisce i desideri

in ombra.

Vedessi come taglia lentamente

la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.

 

Cosa hai udito nella conchiglia,

l’onda che ritorna, il suo odore?

Forse la profonda voce del dio del vento

con la lancia in mano?

*

Non domandarti le foglie che ho riempito i rami

o il succo di ciliegia sulla bocca.

Non importa il tempo

delle radici in terra feconda

non sarà lì che torneremo amanti.

Ha avuto un senso il tronco

e l’intaglio delle parole.

 

Fino a terra

confessione segreta dell’ultimo atto

nell’incavo delle spalle si è posato

lo sfioramento d’ala

due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.

 

da Tra sbarre di tulipani, 2008

 

Lei sta morendo

nel verde del suo sguardo

quanto di pioggia in mare.

 

Pioggia di fine estate

fuori dal seno pieno.

Tremolante tra le begonie

sul balcone.

 

Lei sta morendo

nei fili d’erba

quanto dita e fiori di cespugli.

 

Di lei resteranno le cose cancellate.

 

da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012

 

Sputa i suoi drammi

coi colpi di tosse

per gioco, per amore

scorie sottili nelle mani esibite

 

è latente lo scontento sulle spalle

 

gli imperfetti sono gente bizzarra

lasciati nell’arena, non so dire esattamente,

come un silenzio, un ghigno.

Ho pensato che Dio ama l’insicurezza

e le sfumature dei dirupi.

 

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

*

La prigione di mio fratello

ha le finestre sorde

esala l’anima ancora sbalordita

dalla paura del lampo

suoni di saluti nella campana

a morte

e sul collo il respiro che non vuole finire.

 

L’ecatombe ogni notte si maschera

impaziente il mormorio nei reparti

è illecito l’omaggio agli dei

si arriva sempre presto sottovento

menzogne e sacrilegi nascosti.

 

La prigione di mio fratello

è oracolo timido

probabile occhio spia

una pietra desolata

nella recinzione gli uccelli dormono

di là

nessuna barca esiste più.

 

da Quel grido raggrumato, 2014

 

Lei è la maschia forza che risorge

dalla morte, sotto il porticato c’è

la festa alle viscere rancide

e la consolazione dalla tenebra.

È faticoso buttare i languori

quel primo seme raggrumato

largo, tornito, ricolmo nella gonna

colpita.

Quella sera erano una folla profanata

un tetto che soccombe molle, senza luce

tumefatto di collera.

 

Quella che hai amato

io l’ho uccisa

l’ho scucita lungo la schiena

le ho tirato via la carne

succhiato il sangue

l’ho stesa sul lenzuolo:

è lei stessa quel Cristo feroce.

 

da L’amore casomai, 2018

 

E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole

dalla misura della mano cento metri più su

spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci

è qui che gli aquiloni si riavvolgono

di fronte alla lampada sconsolata.

Ricordo l’odore dell’anima emorragica

quando lei e le altre mutarono in frammenti

inghiottite nel bruno solitario.

Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo

nel rombo verde dell’anello

questo potrebbe essere tutto, invece le forme

delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci

i brandelli del luneggiare.

Così ci addormentiamo nella direzione della terra

a orecchie fredde a scaldare le mani.

 

da La venatura della viola, 2019

 

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

da Quasi madre, 2022

 

Lasciata nel riflesso come un filo

legato a una vertigine

sfrangiata da piccole pieghe

lei

si adorna di sogni avvampati.

Mia madre riflette cicli di giorni

e notti rimestando dialoghi

platonici, i silenzi del destino.

Se la verità non avesse segreti

avrebbe la tua limpida voce,

giardini fioriti, la porta aperta.

La senti? Ha detto qualcosa?

La divinazione è nel lampo,

nel morso di un ultimo bacio.

 

Potessi ricordare una carezza

quel poco amore che era tutto

per raggiungerti.

Potessi smettere di sentire l’odio

che agiti nella testa vecchia,

mi chiami tre volte, mai con il mio nome.

 

Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.

 

Poesia sabbatica: -27-

Tag

,

 

-27-

 

è stato lungo il viaggio

per arrivare a te

(ho avuto contro il vento

ho avuto contro il tempo

e a maledirmi un dio

quando ho spiegato vele)

 

ho attraversato mari

e vuoti siderali,

bevuto fino in fondo

l’abisso nei bicchieri,

provato ad ogni morte

un po’ della mia morte

 

ho disserrato il cuore

per canto di sirene

(era appena gonna

tirata sul ginocchio,

un’ombra di rossetto

e fragole alla bocca)

 

ma ancora il ripartire,

il ritornare al largo

con la parola addio

incisa ad ogni passo

 

è stato lungo il viaggio

per arrivare a te

 

se tu l’àncora, la riva,

la sabbia fine del riposo,

 

non andare

 

resta

che io ti chiami casa.

 

FRANCESCO PALMIERI

in Studi lirici (solo parole d’amore), La Vita Felice, 2012

Monumento al mare: Alfred Tennyson

Tag

, , , ,

Monumento al mare

Alfred Tennyson (1809-1892), inglese (foto web)

FRANGERE, FRANGERE, FRANGERE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Frangere, frangere, frangere,
Sulle tue fredde pietre bigie, O Mare!
E vorrei che la mia lingua potesse dire
I pensieri che sorgono in me.

Oh, bene per il figlio del pescatore,
Che grida alla sorella che gioca!
Oh, bene per il piccolo marinaio
Che canta dalla sua barca nella baia!

E le navi maestose proseguono
Verso il loro asilo sotto la collina;
Ma per il tocco d’una mano svanita,
E il suono d’una voce taciuta!

Frangere, frangere, frangere
Ai piedi delle tue rupi, O Mare!
Ma la tenera grazia d’un giorno che è morto
Non tornerà più da me.

*

BREAK, BREAK, BREAK

Break, break, break,
On thy cold gray stones, O Sea!
And I would that my tongue could utter
The thoughts that arise in me.

O, well for the fisherman’s boy,
That he shouts with his sister at play!
O, well for the sailor lad,
That he sings in his boat on the bay!

And the stately ships go on
To their haven under the hill;
But O for the touch of a vanish’d hand,
And the sound of a voice that is still!

Break, break, break
At the foot of thy crags, O Sea!
But the tender grace of a day that is dead
Will never come back to me.

LA POESIA PRENDE VOCE: SERGIO DANIELE DONATI

Tag

,

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “Amén” Il Leggìo – libreria editrice, 2024 ( Prefazione di Anna Rita Merico)

La lunga percorrenza. Un racconto di Loredana Semantica (parte 2)

Tag

,

Qui la prima parte

ph. Loredana Semantica (sul traghetto tra Messina e Villa San Giovanni)

prosegue da qui

Il viaggio era un attraversamento nazionale, climatico, paesaggistico e urbano. Il treno fendeva la penisola come una lama. Certi tratti percorsi a rotta di collo non permettevano l’osservazione, gli occhi erano incapaci di registrare il susseguirsi di scenari, talmente veloce la corsa sui binari, tranne quando lo sguardo poteva spaziare nell’ampio respiro di paesaggi pianeggianti ed estesi, allora spostando il fuoco visuale più lontano, nel campo lungo dello scenario, c’era modo di guardare la distesa e il variare delle sfumature di verzura fin dove lo consentiva il profilo di altipiani e di colline, ch’erano argine allo sguardo. Altri tratti, specie quelli diurni, disseminati di fermate nelle stazioni, erano percorsi ad andature più moderate e consentivano la visione del paesaggio, delle opere dell’uomo, delle architetture delle case. Case dirute, case antiche, trascurate, signorili, villini graziosi coi gerani alle finestre, ville d’epoca e palazzi. Le abitazioni erano edificate per lo più in calcestruzzo, muratura o mattoni rossi, questi ultimi soprattutto nelle regioni settentrionali, nella zona di Catania invece prevaleva la pietra lavica nera nei muretti di confine, nelle costruzioni, nel contenimento dei terrapieni. Come flusso inarrestabile sotto gli occhi si susseguivano incroci di strade, scorci di paesi, la vegetazione nel suo mutare, boschi, campi coltivati o abbandonati, varietà di coltivazioni o flora spontanea, tralicci, ponti, strade, fabbriche, giardini, palme, ficodindia, nespoli, banani, robinie, platani, pioppi, querce, canali, corsi d’acqua, torrenti, fiumi e il mare, quest’ultimo una costante del paesaggio  della parte meridionale della penisola e, ancora più a sud, dell’isola, essendo la strada ferrata in quei percorsi quasi del tutto litoranea. I finestrini potevano essere abbassati fino a circa metà dell’apertura, il condizionamento dell’aria non esisteva o forse era sempre guasto. Specie d’estate per avere sollievo dal caldo si tenevano aperti i finestrini del vagone. Il risultato era che al termine del viaggio gli abiti e la persona erano intrisi di uno strano odore ferroso, misto a polvere e sudore. Il viaggio era così lungo che inevitabilmente includeva una notte trascorsa sul treno. Per riposare l’accomodamento economico prevedeva l’uso di cuccette, sei per scompartimento. I sedili erano rigidi e imbottiti di gommapiuma dura, i rivestimenti in similpelle a doppia tinta: beige e marrone. Sulla parete al di sopra del poggiatesta del posto centrale era applicato in un riquadro uno specchio, esattamente di fronte, sopra l’altro sedile, un quadretto con la cartina geografica dell’Italia, di colore seppia, coi cerchietti o i puntini a segnare città o paesi e i loro nomi. Con essa si poteva seguire il succedersi delle fermate alle stazioni, l’avanzare del treno. La notte i viaggiatori impilati come sardine sui ripiani costituiti dai pianali e dagli schienali dei sedili ribaltati e abbassati per consentire uno spazio sufficiente a distendersi, dormivano cullati dal rollio del treno o vegliavano tenuti desti dallo sferragliare delle carrozze.

Un momento particolare del viaggio era il traghettamento dello Stretto di Messina, tra la Calabria e la Sicilia. Le carrozze del treno a gruppi più o meno lunghi, a seconda della capienza dell’imbarcazione, con tutti i passeggeri dentro, venivano caricate sul traghetto che spalancava verso l’alto la sua grande bocca per consentire l’accesso alla stiva. Il traghetto attraccava all’invasatura, un incavo che aveva la forma a cuneo corrispondente alla sagoma della nave, questa veniva quindi fissata saldamente alla terraferma. Ilaria osservava con speciale attenzione il punto dove la terraferma cessava e aveva inizio la nave: sormontato da tralicci in ferro, alla base era costituito da una solida piattaforma, un ponte mobile attraversato da binari che veniva abbassato in modo che i binari della terraferma e quelli della nave si allineassero. L’insieme sembrava un miracolo di metallo che concorreva alla riuscita del trasbordo, insieme agli uomini dell’equipaggio intenti a sorvegliare, manovrare, attivare i segnali luminosi per l’arresto o il moto in entrata e in uscita alla locomotiva che svolgeva le operazioni di caricamento dei vagoni alternando movimenti di avanzamento o arretramento. Una volta che aveva introdotto nella pancia della nave un gruppo di carrozze, effettuato lo sganciamento del vagone terminale, essa arretrava per intercettare mediante lo scambio un altro binario sulla nave, procedeva quindi nuovamente ad avanzare e inserire a bordo un altro gruppo di carrozze su un binario della nave parallelo al precedente, e così di seguito in una teoria di avanzamenti e arretramenti fino a completamento del caricamento del treno. A quel punto si chiudeva il portellone del traghetto e la nave partiva per raggiungere da Villa San Giovanni Messina o viceversa. La breve traversata di poco più di tre chilometri era compiuta circa in venti minuti, quella era l’occasione per salire sul ponte della nave, farsi schiaffeggiare dal vento dello Stretto, ammirare la Madonnina, la grande statua dorata posta a proteggere Messina su una torretta sorgente dal mare, scrutare il profilo della terraferma, osservare attentamente la schiuma vorticante e le onde per scorgere nelle profondità Scilla o Cariddi, consumare una cipollina* o arancina al bar di bordo insieme a un caffè coi fiocchi. Terminata la traversata in mare di circa tre chilometri, dopo l’attracco, avveniva lo sbarco. Il treno, dopo essersi ricomposto con operazioni analoghe al caricamento sul traghetto, effettuava una lunga sosta alla stazione di destinazione, poi proseguiva il percorso.

Tutun tutun era il rumore del treno in corsa, il treno che riportava Ilaria a casa verso i ricordi e gli affetti. Tutun tutun faceva pensare al battito di un cuore, ugualmente sordo e profondo, forse per questo era un rumore che Ilaria percepiva come piacevole, familiare. Tutun tutun, quasi sempre era un battito doppio, come un botta e risposta a un discorso, un colpo e il suo ritorno d’eco. Esso s’inseriva sul rombo di sottofondo del treno in movimento, frenetico nei tratti percorsi a velocità elevata, attenuato dove rallentava. Talvolta il treno fischiava per avvisare del passaggio, altre, dopo una sosta, per allertare sulla ripresa del cammino. Senza che il motivo fosse chiaro ai passeggeri, a volte il treno frenava, qualche volta con vigore, altre più dolcemente, il ferro tra le traversine allora per l’attrito strideva acutamente, questo rumore si aggiungeva agli altri suoni prodotti dalla macchina sferragliante. Tutun tutun, attenta al ritmo Ilaria riusciva persino a dormire per qualche ora, cullata dal dondolio del treno in corsa. Lo stesso dondolio che impediva di camminare nei corridoi del treno con equilibrio sicuro. Tutun tutun Ilaria si svegliava ch’era l’alba. Il treno correva ancora dentro i budelli oscuri delle gallerie, lanciato al di sotto di montagne italiane forate come mele dai bruchi. Al termine delle gallerie il treno sbucava nella luce che, dopo la notte appena trascorsa, sembrava abbagliante. Tutun Tutun. Ilaria, ancora sospesa tra il sonno e la veglia, percepiva con gli occhi chiusi quel suono come il clangore del sole, la corsa verso l’azzurrità. Tutun tutun. Sembrava lunga la percorrenza della vita.

*un pezzo da forno di sfoglia di forma quadrata ripiena di prosciutto, salsa di pomodoro, formaggio filante, aromatizzata con cipolla

Nel video stazione di Milano Centrale, scorci di strada ferrata, strade di Catania, aeroporto Fontanarossa di Catania. Audio originale

“L’affittacamere” di Roald Dahl

Tag

, ,

Immagine generata dall’Intelligenza artificiale

 

L’affittacamere (The Landlady) è un racconto breve di Roald Dahl, uno dei grandi maestri della short story, autore di opere di narrativa e di libri per ragazzi di grande successo internazionale. È tratto dalla raccolta “Kiss Kiss” e pubblicato nel 1960 da Alfred A.Knopf. La maggior parte delle storie erano già state pubblicate in precedenza in vari giornali e quindi raccolte nel libro. Il racconto, enigmatico e ricco di particolari significativi e colpi di scena, è ispirato da una situazione apparentemente normale poi attraversato da una vena di humour macabro. Parlando dei racconti di Dahl, Corrado Augias ha osservato che «sono perfette macchine narrative: la situazione di partenza sembra comune, addirittura banale, ma nel corso della vicenda subentra un piccolo incidente che rovescia in modo sinistro o grottesco i fatti… Dahl ha l’abilità di far diventare la cattiveria una qualità rivelatrice della natura umana.» Come accade nel genere giallo, il racconto inizia con la descrizione dell’ambientazione per assumere successivamente le caratteristiche dell’horror. La vicenda si svolge in un bed & breakfast in cui non ci sono altri ospiti all’infuori di Billy Weaver. L’esito è imprevedibile e inaspettato come spesso avviene in Dahl, il finale è lasciato volutamente in sospeso, ma lascia presagire quale sia la fine del giovane protagonista.

 

Billy Weaver era arrivato da Londra col lentissimo treno del pomeriggio, dopo aver cambiato a Swindon, e quando era sceso lì a Bath erano ormai già quasi le nove di sera, di una sera limpida, con un cielo stellato sopra le case di fronte alla stazione. Il freddo però era pressoché mortale e soffiava un vento che gli tagliava le guance come una lama di ghiaccio. «Mi scusi», disse. «Sa se c’è un albergo abbastanza modesto non lontano da qui?» «Provi al Bell and Dragon», rispose il facchino, indicando in fondo alla strada. «Avranno forse una camera. Sempre dritto, a un quarto di miglio, sull’altro lato della strada.» Billy ringraziò, raccolse la valigia e s’accinse a percorrere il quarto di miglio fino al Bell and Dragon. Non era mai stato a Bath prima; non vi conosceva nessuno, ma Mr Greenslade, della Direzione Centrale lì a Londra, gli aveva detto che era una magnifica città. «Si trovi un alloggio», aveva detto, «quindi si presenti al direttore della filiale. Questo non appena si sarà sistemato.» Billy aveva diciassette anni. Indossava un cappotto blu marina nuovo, al quale s’accompagnavano un cappello di feltro marrone, nuovo, e un completo altrettanto marrone e nuovo, e questo lo faceva sentire in gran forma. S’avviò a passo svelto. In quegli ultimi tempi cercava di essere svelto in tutto. La sveltezza, aveva deciso, era la caratteristica comune a tutti gli uomini di successo. I pezzi grossi della Direzione Centrale erano sempre assolutamente, fantasticamente svelti. Erano straordinari. In quella strada abbastanza ampia non c’erano negozi, solo una fila di case alte sui due lati, tutte identiche. Avevano, tutte, portico con colonne e quattro o cinque gradini che conducevano alla porta d’ingresso. Era chiaro che un tempo dovevano essere state dimore piuttosto pretenziose; ora invece, persino con quel buio, si vedeva la vernice scrostata degli infissi delle porte e delle finestre, e le crepe e le macchie dell’abbandono sulle belle facciate bianche. D’un tratto, a una finestra al pianterreno illuminata in pieno dal lampione, a neppure sei passi di distanza, Billy scorse un cartello appoggiato al vetro dall’interno, a uno dei pannelli superiori. Diceva: BED AND BREAKFAST. Continua a leggere

“Per lei” di Giorgio Caproni

Tag

,

“Per lei”, disegno digitale di Loredana Semantica

Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.

Poesia sabbatica: “Seconda lettera a mia figlia”

Tag

, ,

 

Seconda lettera a mia figlia

 

ti chiedo perdono, figlia mia,

per il salto mortale

da un altrove a qui

dove non c’è rete

a frenare la caduta

ma ancora non sapevo

che qui spasimo è la sosta,

 

e se pure t’amo

non mi dico fiero

per quel poco di mare

versato nel secchiello,

per il castello

che avrei voluto roccia

a cingere il tuo passo

e non era sasso

ma solo pastafrolla,

 

ti chiedo perdono, figlia mia,

allora non sapevo

che a te non padre e madre

sarebbe stato il mondo

ma strada insidia e bosco

battuto dai predoni,

girone di più inferni

per essere nata un giorno,

 

se fossi stato dio

avresti avuto sfoglio                                    

di un tempo sterminato

e non il brivido di adesso

ad ogni compleanno,

e non ci sarebbe stata serpe

non ci sarebbe stato frutto

a farmi vacillare

per un perdono in più,

 

in ultimo ti prego

di non guardarmi troppo,                                                        

ignora i miei capelli

e il bianco che mi assale,

la pelle che si appanna

nel conto alla rovescia

e vedimi sulle scale

dove anche oggi io

ho vinto la partita

che gioco con la morte,

 

 

perdonami per sempre, figlia mia,

per il salto mortale

da un altrove a qui

dove non c’è rete

a frenare la caduta,

perdonami per sempre

perché un tempo io

ancora non sapevo

che non appena nasci

è già entrare nel morire.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa“,Terra d’ulivi edizioni)