Breve studio di Paolo Landi su ‘Arte della navigazione notturna’ di Adriana Gloria Marigo, Caosfera, 2022.

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L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica

Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -,  e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle  eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza  nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare.  Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso  potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a  considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.

                                                                              Paolo Landi

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).

 

Poesia sabbatica: “Senza titolo”

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SENZA TITOLO

 

forse è ancora guerra qui,

certo, senza bombe,

neanche un colpo di fucile,

solo la fatica

di stare dietro ai giorni,

di accarezzare un meglio

che dura troppo poco

(e fermarsi a volte

al centro di una strada,

togliere alla vista

il mondo a questa parte

e concentrare il fuoco

per l’istantanea breve,

un colpo solo luce

per tutta un’altra storia)

 

e tu le dici fughe

le mie assenze lunghe,

mi chiami allo scoperto

a fare un’altra terra

 

ma io ho già vissuto

il tempo dei leoni

e sto in sintonia

di un tempo in decadenza

 

se tiro fino a tardi

è per contare i morti

che un giorno furono i vivi.

 

Francesco Palmieri

(dal brogliaccio “Poesie escluse” , inedito)

Venerdì dispari

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Cometa

Dietro le nuvole di questo cupo autunno
corre una cometa dai lunghi capelli di luce.
Ha portato la pioggia che ci devasta
ha risvegliato la guerra che ci beffa.
I cacciatori di astri sperano di vederla
forando uno squarcio di cielo stellato
per riprenderla nella corsa della sua follia.
Sanno che disperde fogli d’oro e amianto
piccole schegge di uranio e oscuri presagi.
Ha la terribile bellezza della morte in fronte
il bacio di sangue di una divinità mai sazia
mai stanca di puntare verso il sole ingannatore.
Fingere di allontanarsi per poi tornare
fa parte della sua strategia di sussistenza
e del disegno che traccia in un’ellisse.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Stephen Crane

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Monumento al mare

Stephen Crane (1871-1900), americano (foto web)

ONDE NERE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Illustro l’argenteo passaggio d’una nave di notte,
Il colpo d’ogni triste onda perduta,
Il rombo calante dell’acciaio che si sforza,
Il piccolo grido d’un uomo a un uomo,
Un’ombra che cade nella notte più grigia,
E il tramonto della piccola stella;
Poi la distesa, la lontana distesa d’acque,
E la soffice sferzata d’onde nere
Per lungo tempo, in solitudine.

*

BLACK WAVES

I explain the silvered passing of a ship at night,
The sweep of each sad lost wave,
The dwindling boom of the steel thing’s striving,
The little cry of a man to a man,
A shadow falling across the greyer night,
And the sinking of the small star;
Then the waste, the far waste of waters,
And the soft lashing of the black waves
For long and in loneliness.
 

Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun lettura di Antonella Pizzo

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun (Autore) Egi Volterrani (Traduttore) La nave di Teseo, 2022

Un essere umano può dirsi felicemente realizzato quando ha risolto le proprie conflittualità, riconoscendo sé stesso, le proprie fragilità, i propri difetti, i punti deboli, le carenze affettive, i traumi subiti, le proprie mancanze o anche i talenti, le prorie caratteristiche peculiari, la faccia, il naso, il suo corpo disarmonico o armonioso e bello che sia, sano o malato. Quando ha iniziato ad amarsi e accettarsi, così come è. Quando ha smesso di essere come gli altri vogliono che sia, è diventato autentico, non nascondendo le proprie passioni e le proprie aspirazioni, piuttosto coltivandole, affinché i talenti diano dei frutti, non in termini di successo sociale ma di soddisfazione personale. Per essere vero, ascoltando la coscienza, praticando il bene, per essere manifestazione autentica del proprio essere.
Se donna, se uomo, se etero, omo, se bisex, se fluid o queer, che viva e si rapporti con gli altri in armonia con la propria essenza, autentica essenza ed esistenza, senza finzioni. Diversamente lo squilibrio e la dissonanza saranno strada che condurrà all’infelicità, sarà stridio di unghie che grattano sulla lavagna. Occorre vivere nella verità e senza nascondimenti, vivere in armonia con il prossimo e con sé stessi.
Accade, a volte, che circostanze particolari, costrizioni esterne provenienti dal potere o dalla famiglia, portino a reprimere la propria natura senza possibilità di ribellarsi. Ciò sarà causa di dolore ed estrema sofferenza.
Si può essere creatura all’apparenza forte e ben solida ma poi sgretolarsi come creatura effimera, una scultura di sabbia in balia dei venti delle circostanze. È questo il caso di Ahmed, la protagonista del romanzo Creatura di sabbia scritto da Tahar Ben Jelloun e pubblicato per la prima volta nel 1985. Il romanzo è ambientato in un Marocco del secolo scorso. Le atmosfere, gli usi, i costumi, sono nettamente marocchini e non poteva essere altrimenti. La vicenda si svolge fra fiaba e realtà.
Hadj Ahmed avrebbe voluto un maschio al quale lasciare la propria eredità. La moglie era incinta, era stata prolifica partorendogli già sette figlie femmine ma nessun figlio maschio, così l’uomo decise che da quell’ottavo parto, se fosse nata una femmina come le altre, per lui sarebbe stato come se fosse nato un maschio. E così malauguratamente accadde, nacque una femmina. La bambina viene dichiarata maschio. Per continuare l’inganno le viene fintamente tagliato il prepuzio e imposto il nome di Mohamed Ahmed. La bambina viene educata come un bambino, le viene inculcata la mentalità maschile, le si impone di pensare, di vestirsi, di parlare come un uomo, di considerare le donne degli esseri inferiori, prive di ogni diritto e sottomesse all’uomo, in quanto l’uomo è per natura superiore. Segue alla lettera le imposizioni del padre arrivando a fasciarsi il seno e si convince che davvero lei è un uomo nato per errore in un corpo di donna.
Mohamed Ahmed trova sollievo dal dolore dell’esistenza prevaricando il prossimo, approfittando della sua posizione sociale per commettere quanti più abusi possibili. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa.” Si macchia così delle peggiori colpe, diventa cattivo e crudele, quasi perfido. Si sposa con una cugina, che malata muore subito dopo il matrimonio. Dopo la morte della moglie e del padre, venendo meno l’autore della sua forzata trasformazione in ciò che non era. “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita. “
Mohamed Ahmed entra in crisi e inizia a pentirsi, interrogandosi e soffrendo per la sua condizione, si smarrisce nel deserto non riconoscendosi più, né in un uomo e neppure in una donna.
“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna/ ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”
Nella migliore tradizione orale nel secondo capitolo la storia di Ahmed viene raccontata da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco leggendo le pagine del suo diario. Fa parlare il protagonista stesso e nel contempo racconta la sua storia, finché il cantastorie muore con il diario stretto nel petto senza aver rivelato agli uditori la fine. Il romanzo diventa corale e ogni persona che ascoltava il cantastorie racconterà la morte della protagonista avvenuta con diverse modalità. Una donna di nome Fatouma, sembra essere Ahmed stessa che ha attraversato il deserto, superato le dune, fino ad arrivare all’oasi rigogliosa del suo essere autentico.

LA POESIA PRENDE VOCE: NICOLA MANICARDI

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LA POESIA PRENDE VOCE

«Sono a una spanna / dal tuo cuore / e guardo come mi parla il mondo / e come mi parla. / Tutto è dentro al tuo respiro».

Nicola Manicardi

Testo tratto da: CON EFFE”, Qed stèresis Edizioni, 2024. Legge lo stesso autore.

Roberto Maggi, “Gli accordi spezzati”, Bastogi Libri, 2024. Nota di lettura di Simonetta Pulicati.

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“Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024) di Roberto Maggi è un libro che si rivolge direttamente all’anima. Chiede con delicatezza al lettore di utilizzare occhi capaci di attraversare il velo della sofferenza e dell’amore, delle parole dette e non dette per rendere leggibile ciò che si nasconde dietro il quotidiano vivere. Quel che immediatamente colpisce è la musicalità del linguaggio che demarca e accompagna il destino dei protagonisti lungo il corso delle loro esistenze vissute in parallelo, in un gioco infinito di intrecci, di continui rimandi al passato, di superamento dei confini spazio-temporali. A volte, durante la lettura, si avverte un leggero senso di spaesamento, un perdersi e ritrovarsi che suona (espressione verbale più che mai calzante) analogo a quello che provano i protagonisti. E non può essere altrimenti quando è l’anima ad essere al centro del sentire e a conferire un senso agli eventi della vita. Passo dopo passo, album dopo album (i capitoli sono suddivisi in “album”), il libro ci svela l’interiorità profonda dell’essere uomini. Ci parla del dolore, inferto e subito, della delusione, della follia, ma anche della volontà di farcela, nonostante tutto. L’autore guarda ed esplora questo dolore attraverso l’io narrante dei protagonisti, che si colora di tinte diverse, proprio come gli “album” del libro (oro, platino, argento). Ognuno esprime la propria percezione fisica e psichica del dolore con toni ora gravi e acuti, ora lenti e sconvolgenti. Una partitura che si fa lingua, un dolore che si fa musica e dà forma e voce al sentire umano. Nel crescendo delle note e degli arpeggi l’autore descrive il dolore di una perdita o di una violenza che giunge senza preavviso con una forza tale da stravolgere la vita: una fitta lancinante che sbriciola e polverizza d’un solo colpo le certezze, le aspirazioni, che infrange i sogni e il cuore. Ineluttabilmente il dolore reclama una risposta, e chiede alla coscienza di scendere nelle profondità intime dove si annida la colpa, la ferita, l’errore, il fallimento, la disperazione, la nostalgia di ciò che si è perduto. Il confronto con la propria ombra è a tratti crudele e terrificante, un’esperienza limite che può condurre l’uomo nell’oscurità esistenziale, da cui non sempre è facile risalire. Alla fine, come sempre accade, è il libero arbitrio della persona a decidere: se cedere alle lusinghe della sofferenza malinconica e triste o se trasformare il proprio dolente vissuto in una forma di riscatto e andare avanti. “Gli accordi spezzati” è un libro che commuove ed emoziona per l’intensità con cui l’autore riesce a toccare le corde dell’anima umana.

Simonetta Pulicati

 

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Roberto Maggi è uno scrittore, poeta e articolista romano, laureato in scienze biologiche. Ha finora pubblicato 4 libri: la raccolta di poesie “Schegge liquide (Aletti, 2014), la raccolta di racconti “Suites di fine anno”, (Florestano Edizioni, 2019), la silloge poetica “Scene da un interno” (Terra D’ulivi Edizioni, 2019) e il romanzo “Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024). Ha inoltre partecipato a numerose raccolte antologiche. Nel 2015 avvia, insieme al pianista Theo Allegretti, un progetto che unisce poesia e musica, la performance “Suoni di-versi”, rappresentata in vari contesti privati e pubblici. Ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Wilde (2° posto assoluto, marzo 2020), il Premio Speciale Resilienza del Premio Astrolabio 2020/2021, il Premio di Poesia La Repubblica dei poeti (2° Sezione poesia inedita), il Premio Letterario Città di Orvieto – Sezione Prosa. Tra le sue passioni, oltre la letteratura, l’arte, il cinema, la fotografia e soprattutto la musica.

Poesia sabbatica: “Non è vero”

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NON È VERO

 

non è vero che morire

è solo mutazione già prevista

(passare dal solido al gassoso,

frantumarsi in soli e stelle

e diventare vento, anni luce,

una saetta da qui a un dappertutto)

 

non è vero che morendo

non si perde niente,

 

si perde tutto

se non ricorderò chi sono

e cosa sono stato,

l’accelerazione al sangue

per te che non esistevi

solo qualche momento prima

e in un istante breve

sei stata il nome sacro

tatuato nella pelle,

se non riconoscerò

i quanti volti ho perso

e non rivedrò mia figlia

che pur senza volerlo

avrò lasciato sola,

se non saprò il fragore

dei sogni che ho sognato,

di una mattina presto

coi passeri già svegli

e del silenzio quieto

dopo la nevicata,

del cielo quando è maggio

che spalanca le finestre

e il sonno di una casa

che guardava verso il mare,

 

non è vero che morendo

non si perde niente

 

io avrò perso tutto

se in un’altra vita

 

non mi ricorderò di questa.

 

Francesco Palmieri

Invito a Venezia

Lieti di informarvi che

il giorno 24 ottobre ore 17,30

Maria Grazia Galatà presenterà il romanzo di Pasquale Esposito

“Come pagina Bianca “ a Venezia 

al Micromega Arte e Cultura

Campo San Maurizio 2758

30124 – Venezia, Italia

Con letture e poesie tratte dal romanzo, dialogando con lo stesso autore

Vi aspettiamo numerosi

La vegetariana di Han Kang lettura di Antonella Pizzo

“una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.”
“Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.”

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La vegetariana è il romanzo più famoso della scrittrice sud coreana Han Kang, vincitrice del Nobel per la letteratura del 2024. Edito in Italia da Adelphi traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.
Il linguaggio del romanzo è netto e non fa sconti, le immagini e le descrizioni sono evocative e intense. Racconta la storia di Yeong-hye che fa un terribile sogno di sangue e di boschi e quel sogno è la linea di demarcazione del suo prima e del suo dopo.

Il prima è la vita apparentemente tranquilla di una donna ordinaria, un matrimonio con un uomo mediocre, il signor Cheong, che l’ha sposata solo perché lei è una donna sui generis, né bella né brutta, quasi un oggetto, lui non è costretto a competere con lei. Lei che passa le sue giornate a leggere nella sua stanza, che ogni tanto sottostà con indifferenza alle voglie sessuali del marito, una brava cuoca che cucina i piatti, rigorosamente con carne, preferiti dal marito. Una donna che è figlia di un padre ex militare, un uomo severo e violento che castigava con percosse Yeong-hye e la sorella In-hye quando erano bambine. La sorella è una donna che si è fatta da sé, possiede un negozio di cosmetici a Seul, dove è ambientato il romanzo, che va abbastanza bene e che dà la possibilità al marito, un anonimo uomo e artista fallito, di non lavorare e di esercitare la sua arte di videomaker.
Il dopo è il rifiuto improvviso e categorico di Yeong-hye di mangiare carne. La sua non è una decisione alimentare ma risponde a un preciso bisogno di trasformazione. Yeong-hye vuole sfuggire alla violenza, quella del padre e quella del marito che si manifesta nella sua indifferenza, che la considera e la utilizza come fosse un oggetto, vuole sfuggire alla violenza della società giudicante.

La famiglia non accetta la sua decisione e cerca di convincerla in molti modi, tutto è inutile, lei continua a rifiutare la carne. Il padre, con rabbia e violenza, durante una cena cerca di infilarle in bocca  un pezzo di carne. Yeong-hye afferra un coltello e si taglia le vene di un polso.
Il cognato la prende in braccio e la conduce in ospedale. I familiari tutti sono sporchi di sangue di Yeong-hye.
Quel cognato sa, perché gli è stato raccontato dalla moglie, che Yeong-hye ha una macchia azzurra a forma di foglia nella schiena. Spesso presente negli asiatici alla nascita, è una macchia mongolica che poi scompare con l’età. Questo pensiero della macchia mongolica della cognata diviene la sua ossessione. Ne è attratto sessualmente e artisticamente, ne è turbato.

Il cognato, fortemente e intensamente attratto dalla macchia mongolica della cognata, sogna di utilizzarla per realizzare un progetto artistico, desidera dipingerla e trasformare il suo corpo in un’opera d’arte. Lui le chiede di denudarsi affinché, come fosse una tela, possa colorare il suo corpo e decorarlo con motivi floreali. La donna accetta. Lui la utilizza come faceva il marito, come  un oggetto. Il cognato in un delirio artistico sessuale dipingerà il suo stesso corpo e avrà un rapporto sessuale con la cognata. Farà delle riprese in tutte le posizioni e angolature. Queste casualmente verranno viste dalla moglie che turbata e arrabbiata li denuncia. L’uomo sarà arrestato per aver abusato della malattia di Yeong-hye, quest’ultima viene rinchiusa in un istituto dove le verrà diagnosticata la schizofrenia.
Yeong-hye inizierà a sentirsi e a comportarsi come un vegetale. La donna vuole diventare una pianta, cammina sulle braccia perché dalle sue mani sgorgano le radici. Si vuole nutrire solo di acqua, anela alla luce come le piante alla fotosintesi clorofilliana. Si rifiuta di mangiare e questa sua ostinazione la potrà portare alla morte, anche se in effetti lei non vuole morire, vuole rivivere come le piante che non muoiono facendo parte di un ciclo vegetativo, che prevede la rinascita durante il ciclo delle stagioni.
Il romanzo può essere visto come una moderna riscrittura dei miti. Il suo desiderio di diventare una pianta non è solo una fuga dalla violenza, ma anche un desiderio di tornare alla purezza originaria, in un mondo privo di brutalità. La macchia mongolica di Yeong-hye, azzurra come l’acqua e a forma di foglia, presenta delle analogie con il mito di Achille nella sua seconda e meno conosciuta versione. Achille si bagnava alla fonte che l’avrebbe reso invulnerabile ma una foglia era caduta dall’albero e si era posata sul suo tallone rendendo quella parte il suo punto debole. Al contrario Yeong-hye è vulnerabile e l’unica parte immortale è nella sua macchia mongolica primordiale, appartenente a un tempo antichissimo, dove esisteva l’ordine e il bene, dove il mondo animale e quello vegetale convivevano in simbiosi, prima ancora della comparsa dell’uomo sulla terra che mangia gli animali, beve il loro sangue e distrugge le piante. Un segno che rappresenta la purezza, uno stato naturale, incontaminato. La scelta di Yeong-hye di lasciare il suo corpo animale per un’esistenza vegetale può essere letta come un modo per rispondere alle domande fondamentali della condizione umana, del conflitto tra la natura umana e quella divina, tra il corpo e l’anima, tra la vita e la morte.
Nella mitologia la trasformazione è spesso una via di fuga da una sofferenza o da una minaccia. Queste trasformazioni rappresentano uno strappo con il mondo umano e una nuova forma di esistenza, proprio come il percorso di Yeong-hye che la porta a rifiutare progressivamente il cibo e le relazioni umane, cercando di identificarsi con una vita vegetale. La storia di Dafne nella mitologia greca è una delle associazioni più immediate. Dafne, per sfuggire ad Apollo, si trasforma in un albero, nel lauro. Abbandona la forma umana per sfuggire alla violenza maschile, come Yeong-hye, che si vuole rifugiare nel mondo vegetale. Entrambe rifiutano la violenza e anelano all’armonia con la natura. La protagonista non parla mai in prima persona; è sempre descritta dagli altri: dal marito, dalla sorella, dal cognato. La ninfa Eco nella mitologia greca è condannata solo a ripetere le parole degli altri. Yeong-hye, come Eco, è una figura silenziosa, la cui storia è sempre raccontata da altri. La sorella è l’unica che si occupa di lei. Il cognato sparisce, lascia che sia la moglie a occuparsi del loro figlio. Il marito si è defilato da tempo, non sa che farsene di una moglie che non cucina e da scandalo con le sue fissazioni.
La descrizione del cognato che dipinge i corpi a motivi floreali per le riprese e i rapporti sessuali che consumano sono quasi scandalose, l’unione di quei corpi è contro ogni ordine, un’unione innaturale fra gli umani e il mondo vegetale. Yeong-hye diventa ogni giorno più magra e fragile, In-hey è sempre più stanca e disillusa, anche lei sta subendo un processo di trasformazione, infatti sussurra all’orecchio della sorella che anche lei fa dei sogni. Il romanzo, disturbante, ha molte chiavi di lettura, esplora mondi diversi, è un viaggio alla Giulio Verne, un viaggio con l’Enterprise, si può scendere nelle profondità degli oceani o della terra o restare in superfice, si può puntare verso l’alto e dirigersi nell’azzurro del cielo, planare, arrivare con i rami in alto ad afferrare la luce, oppure rimanere nel sottobosco e nutrirsi di rugiada. Sta a noi decidere fin dove arrivare.

LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCO MASSIMO BOTTURI

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LA POESIA PRENDE VOCE

La poesia è quando il silenzio prende la parola.

Georges Duhamel

INEDITO

NON TI SOMIGLIA IL DOLORE

Non ti somiglia il dolore

perché hai volto, e lucido di foglia

tra i denti, e sai di erba, incolta ed irrigata

acerba e ragazzina.

Somigli più al papavero che teme la tempesta

la sua immobilità di soldato

le sue stanze, di aria ed acqua santa piovuta.

Nulla triste, soltanto un po’ sorpresa

di vita, la crudele; magnifica presenza

che scorda, delle figlie, talvolta

quella mano al mercato nella folla.

Non ti somiglia il dolore, sei più bella.

FRANCO MASSIMO BOTTURI

Luca Baratta, “Hanno ragione i poeti”, Eretica Edizioni, 2023.

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Poesia
volò
da questi libri,
è la luna d’oro
è sveglia
sta sbarcando
sulla terra:
chiede alla gente
sembianze cristalline
di vita.

 

Non soffro
per arrivare sopra te,
mi devasto
per armonizzarci.

Al buio,
seguo tracce
di un paradiso perduto.

 

No, non c’è più tempo
per star male
per sperare
per lavorare
il momento è qui
in luoghi e lingue
diversi, insieme
bisogna
guarire.

 

Ribelli ai nomi nuovi
per gli uguali ingranaggi
della storia,
proviamo ad essere
altri, in forme
non più dicibili.

 

Vastissime e lontanissime
quiete braccia di temporale
sopra le teste e le case del paesello.
Umido corre un ragazzetto
per l’eco del vicolo
e con lui le storie
che furono e saranno.

 

Luca Baratta, “Hanno ragione i poeti”, Eretica Edizioni, 2023.

 

Poesia sabbatica: “Protesta”

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PROTESTA

 

avrebbero dovuto cancellare

dai vocabolari

la parola eternità

 

avrebbe giovato a noi posteri

la sua estinzione

e sarebbe scomparso il malinteso

di chi se ne va sicuro

con la polizza stretta nella tasca

 

bisogna dirlo a tutti,

l’eternità

è acqua che le dita

non trattengono

 

e la vita,

il poco che ti specchia

nel cavo delle mani.

 

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”  – anni ottanta)

Monumento al mare: Lydia Huntley Sigourney

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Monumento al mare

Lydia Huntley Sigourney (1791–1865), americana (foto web)

SEPOLTURA IN MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Giù negli insondati regni,
Ove scorrono fontane nascoste,
Solo, a trovar il silente giaciglio,
Il figlio della terra deve andare.

Per lui nessuna funebre campana
Può amici piangenti adunare,
Né polvere, a polvere di simili, sarà deposta
Entro il verde sagrato della chiesa.

Addio! Un tuffo pesante!
Una fenditura al fondo dell’oceano!

Poi la cupa e sorda onda
A spazzar via, tutto è finito.

Ti diamo un serio incarico,
O triste e solenne profondità,
Al sicuro nel tuo freddo e forte abbraccio
Questa forma preziosa custodisci;

Fin quando al suon della tromba,
Che empie il mondo di terrore,
Le tue cavità e le tombe della terra
Renderanno i loro morti:

Allora rivestito di gloriosa luce,
Possa questo nostro amico sorgere,
E mutar la tua buia e imprigionante cella
In libertà dei cieli.

*

BURIAL AT SEA.

Down to the unfathom’d realms,
Where hidden fountains flow,
Alone, his silent couch to find,
The child of earth must go.

For him no funeral bell
May weeping friends convene,
Nor dust, to kindred dust be laid
Within the church-yard green.

Farewell! one heavy plunge!
One cleft in ocean’s floor!

And then the deaf and sullen surge
Sweeps on, and all is o’er.

We give thee earnest charge,
Oh sad, and solemn deep,
Safe in thy cold and strong embrace
This precious form to keep;

Till at the trumpet’s sound,
Which fills the world with dread,
Thy caverns, and the graves of earth
Shall render up their dead:

Then clothed in glorious light,
May this our friend arise,
And change thy dark, imprisoning cell,
For freedom in the skies.
 

Trilogia della città di K. di Agota Kristof lettura di Antonella Pizzo

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Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux)  è un romanzo di Ágota Kristóf, scrittrice ungherese che, in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare, nel 1956 con il marito e la figlia si è rifugiata in svizzera, dove vivrà fino alla morte. La trilogia è stata scritta in francese, la sua seconda lingua, che non riuscirà mai a padroneggiare pienamente, tant’è che lei stessa, nella sua opera “L’analfabeta. Racconto autobiografico”, si è definita analfabeta.

Trilogia della città di K., nella versione completa edita da Einaudi nel 2014, si compone di tre parti: Il grande quaderno (Le grand cahier), pubblicato nel 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) pubblicato nel 1991.

Dalla Grande Città alla Piccola Città (nel romanzo in maiuscolo, si immagina quindi  che siano quelli i nomi delle città) una Madre con due figli piccoli, gemelli, di cui non conosciamo il nome, arrivano, con due valigie e uno scatolone, dalla madre di lei, la Nonna, che abita in prossimità del confine, in una terra, probabilmente una terra dell’est,  devastata da una guerra di cui non sappiamo nulla. (Madre e Nonna sono in maiuscolo come i nomi della città) I gemelli vengono affidati alla nonna perché la madre non può nutrirli a causa della troppa povertà. La nonna, dagli abitanti della Piccola Città,  viene chiamata la strega e vive in una casa sporca all’inverosimile, possiede un orto e degli animali da cortile dai quali riesce a procurarsi denaro e  cibo di ogni sorta che nasconde sottochiave in cantina. La prima parte, Il grande quaderno, comincia così, come quelle fiabe nere, dove spesso bambini e ragazzini vengono abbandonati nel bosco da adulti che non possono più occuparsi di loro. I due gemellini, al pari di Pollicino, Hansel e Gretel, Cenerentola, vengono lasciati in balia degli eventi e vengono abbandonati nel bosco. Come tutti personaggi di queste antiche fiabe anche loro sono intelligenti e furbi e alla fine riescono a cavarsela. I nostri sono freddi e calcolatori, crudeli senza cattiveria, incapaci di sentimenti positivi o negativi, quasi disumani, si esercitano a sopportare ogni male e ogni privazione per fortificarsi. Non provano emozioni ma hanno un distorto senso della giustizia, provvedono, infatti,  alle necessità di una vicina, vecchia cieca e sorda e di una ragazzina con il labro leporino che è abituata alle più grandi sconcezze.  Fanno esercizi e si ripetono parole e parole, di odio e di amore,  affinché a furia di ripeterle quelle parole perdano forza e significato. Lavorano l’orto e accudiscono gli animali. Nascondono in soffitta un grande quaderno dove narrano  al plurale ciò che accade loro, narrano la loro verità, narrano i loro fatti.  “Le parola che definiscono i sentimenti sono molto vaghe” meglio attenersi alla descrizione fedele dei fatti.  I fatti sono disturbanti, sono incesti, violenze, pedofilia, aberrazioni sessuali, si immagina che siano raccontati nel grande quaderno con rigore e asetticamente. Alla fine della prima parte uno dei due gemelli riesce a passare la frontiera ingannando il padre, finché il padre non salta sopra una mina e il gemello segue le sue orme passando sopra il suo cadavere. A questo punto mi faccio delle domande: Per quale motivo i gemelli si separano? Come fanno a decidere chi resta e chi parte?

Il linguaggio nella seconda parte cambia, da asciutto e conciso, da descrittivo e asettico, diventa più articolato. Nella seconda storia, dal titolo La prova, i gemelli sono divisi e la narrazione da plurale diviene singolare e in terza persona. Apprendiamo che il gemello rimasto si chiama Lucas. (Il secondo gemello che ha passato la frontiera si chiama Claus, anagramma di Lucas.) In questa seconda parte compare il dolore, del tutto assente nella prima parte. Lucas soffre per la perdita del fratello, resta a letto per mesi mentre il campo della nonna va a male e le bestie nella stalla sopravvivono a stento. Che sia stata quindi necessaria una separazione fra i due affinché i sentimenti repressi cominciassero a venire fuori? Probabile.

Lucas si riprende. Nella sua vita appare Yasmine. Lucas, che ora ha 15 anni, accoglie lei e il figlio Mathias. Il bambino è malformato ed è nato relazione incestuosa della ragazza con il padre. Yasmine lascia il villaggio e il figlio. Nonostante la malformazione fisica Mathias è intelligentissimo, al pari dei gemelli, ma a differenza dei gemelli soffre per la sua condizione e per il suo non essere amato e non accettato dalla società. Lucas lo ama come non ha mai amato nessuno, forse vede in lui il fratello perduto. Neppure l’amore di Lucas riesce a salvare il bambino.

L’importanza della scrittura è il cardine su cui gira il romanzo.  Dei due gemelli uno è  prosatore, l’altro è poeta. I protagonisti sin da bambini fanno provviste di prodotti di cancelleria, carta, matite; Lucas acquista la cartolibreria presente sin dall’inizio nel romanzo. La cartolibreria ha nella storia un ruolo fondamentale, così come la lettura e i libri.  La scrittura per loro è salvifica, scrivendo e  narrando la realtà  mantengono il controllo e il distacco da una realtà diversamente inaccettabile. Lucas seduce una bibliotecaria che nasconde e salva dalla distruzione libri proibiti. La libreria è rifugio e consolazione per molti bambini che non hanno molte possibilità di leggere.  Il libraio Victor che vende la sua libreria a Lucas,  non riesce a scrivere quel libro che ha sognato di scrivere per tutta la vita, e ciò lo porta alla morte, al fallimento della sua vita.

“Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Dopo essere stati convinti d’aver capito tutto o quasi, ci si rende conto di quanto sia labile la realtà e la finzione, la vita e la letteratura. Se è la letteratura che crea una vita accettabile o il suo contrario, se è la vita che nutre la letteratura e tutto è una grande menzogna?

Infatti La terza menzogna, è il terzo libro. Che i primi libri siano due menzogne? Il dubbio è lecito. La terza menzogna è il racconto del secondo gemello Claus o Klaus. Ed è quindi in prima persona singolare. Il terzo libro  ribalta tutto, verità e finzione si aggrovigliano. La matassa è da sbrogliare, ogni nodo è da sciogliere.  Spesso la realtà è più ordinaria e più banale  della letteratura, anche se la realtà, nella sua semplicità,  è molto più dolorosa. Dei due gemelli uno è poeta, come a dire che nella poesia, e non nella prosa, sta  la verità. Ma anche questo non è del tutto vero, come scriveva Pessoa: Il poeta è un fingitore/finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente./E quanti leggono ciò che scrive,/nel dolore letto sentono proprio/non i due che egli ha provato,/ma solo quello che essi non hanno. /E così sui binari in tondo/gira, illudendo la ragione,/questo trenino a molla/che si chiama cuore.

Il libro è da leggere assolutamente, un’esperienza imprescindibile. Il fascino del romanzo sta proprio in questo gioco continuo tra il vero e il falso, la letteratura e la vita, rendendolo un’esperienza letteraria e intellettuale intensa e coinvolgente.

Antonella Pizzo

LA POESIA PRENDE VOCE: LOREDANA SEMANTICA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Scrivo poesia e mi aspetto che la poesia

che scrivo dica qualcosa del reale

di cui faccio esperienza.

Christian Prigent

Testo tratto da ” Barracuda ” Terra d’ulivi Edizioni, 2024. (Immagini e lettura della stessa autrice)

Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

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Illustrazioni di Vania Bellosi ed Elena Bertoncini
Copertina di Alberto Zannoni
Prefazione di Fabrizio Azzali

 

Prefazione

Chi non ha mai guardato in quegli occhi,
non ha mai visto nulla di divino
(Anna Maria Ortese)

 

I Gatti che stanno in questo libretto sono davvero speciali. Ma tutti i Gatti lo sono. Chi ha convissuto con uno di loro e ne è stato adottato per segreta affinità elettiva lo sa. Gli altri animali sono animali e basta, il Gatto no, lui è un’altra cosa, è un po’ parente della Sfinge e ci propone da sempre gli stessi enigmi. È però più antico della Sfinge e forse rammenta cose che essa ha dimenticato. Perché, già gli Egizi lo sapevano, è della stirpe degli dèi e forse per questo sa vedere nel buio, là dove gli occhi umani sono inutili. Il Gatto è imprevedibile e misterioso, affine alle cose inconoscibili, e ci insegna così la variegata imprevedibilità della vita e il mistero che ci avvolge. Cosa osserva quando si siede così, immobile, all’apparenza perso nei suoi “pensieri”, o forse “a sognare ad occhi aperti”? Credo stia guardando dentro, guarda la trama dell’esistenza che fluisce attraverso di lui; sta osservando segrete relazioni, lo svolgersi di vite dentro alle vite, di mondi dentro ai mondi; ascolta la dolce canzone della trama dell’essere, che lo rassicura del ruolo che svolge ogni forma animata e della bellezza senza fine. Ma il Gatto sa pure essere ironico e sottile, quasi alla stregua di Groucho Marx, come dimostra la gatta un po’ sovrappeso che abita da me e che, al posto dei topi forse ormai irraggiungibili, continua a posare sullo zerbino di casa le pigne: tanto la differenza è trascurabile e io fingo di non notarla… Superfluo tentare di fare del Gatto un nostro possesso, imporgli un nome e illudersi che risponda al richiamo: lui non conosce la servitù e risponde solo al nome che si è scelto e che nessuno conosce. Solo quelli che, leggeri e indecifrabili, si muovono a passi felpati tra le pagine della letteratura (e di questo gioioso volumetto) tollerano un nome e diventano, sontuosamente, Murr, Behemot, Pluto, Zorba…Max. Davvero, senza alcun dubbio i Gatti sono creature eccezionali, sono proprio esenti da difetti.

Fabrizio Azzali

 

Il gatto che cammina sulle stelle

Il gatto camminava sulle stelle
saltava dall’una all’altra
a volte fingeva di cadere
aggrappandosi con una zampa

le stelle applaudivano entusiaste
il gatto miagolava contento
ai bambini e ai gatti
le avventure non fanno spavento.

 

Il nostro gatto

Vede nel buio
cammina nel silenzio
risuonano i suoi ronf
nell’universo

la coda batte
sul gong dei veri affetti
il nostro gatto esente
da difetti.

 

Colori naturali

Un gatto soriano
occhi gialli
nell’erba verde

osserva
un merlo nero
becco arancio

il felino si slancia
il merlo si alza
baruffa celeste.

 

Lui

Intensamente
mi fissa questo gatto
lui sa chi sono.

 

Testi tratti da Giancarlo Baroni, “I nostri gatti esenti da difetti”, Grafiche Step editrice, 2024.

Poesia sabbatica: 13

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13

 

 

trattenermi

trattenerti

com’è difficile per noi

che abbiamo eliche sulle spalle

ali che all’improvviso rotano

 

(per uno squarcio azzurro tra le nubi

per un lampo appena a ciel sereno

per carne o cuore che mai s’acquieta,

perché se un dio muore

ne arriva un altro che ne fa le veci,

perché ha un odore marcio

ciò che è morto

e noi abbiamo fame del risorto)

 

lo so

sarebbe bello poter dire:

ecco, sono arrivato,

da qui non parto più

 

ma chi lo sa

se un’agenzia stellare

subdola o infernale

ha omesso sul biglietto

data e destinazione

 

solo punti di sospensione

le tappe e le stazioni

l’orario di partenze e mai l’arrivo

 

(ed itaca non c’è

atlantide è scomparsa

 

e viviamo noi perduti

noi senza più astri

sul bordo delle ciglia).

 

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

 

Stefania Cinzia Cavasassi “Tutta mia la città”. Intervista di Patrizia Destro

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Patrizia Destro intervista Stefania Cinzia Cavasassi sulla sua opera: Tutta mia la città. Sesto San Giovanni raccontata ai bambini. Il libro può essere acquistato presso la libreria Tarantola di Sesto San Giovanni.

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?
Ricordo che scrivevo semplici poesie alle scuole elementari. Ho sempre amato leggere e, credo che questo abbia segnato l’inizio del mio amore per la scrittura.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?
Il primo “amore” letterario è stato Edgar Allan Poe. Per questo motivo, oltre ai romanzi mi piace leggere (e scrivere) racconti. Ci sono molti autori che sento vicini al mio modo di vedere la vita e l’arte. Tra gli autori italiani, sicuramente Pirandello, Buzzati e Pavese; tra gli autori stranieri, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar (si dice che ognuno abbia il proprio libro, il mio è ‘Memorie di Adriano’), Simone de Beauvoir e Garcia Marquez… ma sarebbe impossibile elencarli tutti.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
Penso alle parole di Umberto Eco: “C’è una sola cosa che si scrive solo per sé stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.” Pertanto una componente autobiografica penso sia sempre intrinseca nella scrittura e, in questo libro, ci sono i luoghi nei quali sono cresciuta e che fanno parte del mio vissuto.

Ci parli della tua pubblicazione?
Ho deciso pubblicare il libro e dedicarlo alle bambine e bambini che, a differenza di noi adulti, riescono a vedere il mondo con curiosità e semplicità. È un libro che racconta la storia di una città, la mia città, Sesto San Giovanni. Ho cercato con le immagini, le illustrazioni e gli indovinelli a raccontare la Storia e le Storie di alcuni personaggi celebri come Quasimodo, Fermi, Gino Strada e il Papa (per citarne alcuni) per stimolare la curiosità dei piccoli lettori.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Mi piace pensare che possa essere utile ai bambini e agli adulti che vogliono divertirsi a scoprire cose nuove e singolari della realtà che li circonda.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?
Ho una pagina Facebook: “Sesto, sotto il compasso una citta da raccontare”, che con semplici post fa conoscere la storia della mia città. Mentre ero in trasferta per lavoro mi sono resa conto che non erano mai stati pubblicati libri per bambini, che potessero stimolare e incuriosire i piccoli cittadini. Questo mi ha spinto a mettere insieme alcune informazioni e curiosità che nel tempo avevo raccolto sulla mia città per proporle, in un linguaggio adatto ai bambini, all’interno di un libro.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?
Quando potevo, mi sono sempre appuntata piccoli spunti che sono poi diventati capitoli del libro.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?
La copertina e le illustrazioni sono di Chiara Nicolini, un’amica e illustratrice straordinaria, senza di lei il libro non sarebbe stato così bello. Nella copertina sotto il compasso (che non ha nessun riferimento massonico ma riporta semplicemente il simbolo nello stemma della nostra città), bambine e bambini si tengono per mano, dando un futuro al passato della città.

Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Grazie a questa intervista mi è tornata la voglia di scrivere, quindi chissà …

Come mai hai deciso per il self-publishing?
È un tasto dolente, in realtà il libro doveva seguire altre strade per la pubblicazione. Mi stavo arrendendo, ma alla fine, anche per correttezza verso l’illustratrice e il caro amico Maurizio, ho deciso di finanziare autonomamente la pubblicazione e non lasciarlo nel cassetto.

Shel Silverstein scrisse: “Penso che i libri, anche quelli per bambini piccoli, possano contenere più di un’idea. Una sola storia può contenerne molte, almeno cinquanta”. Sei d’accordo con questa affermazione? Pensi che la tua pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto?
Assolutamente d’accordo con l’affermazione di Shel Silverstein, penso e spero che la mia pubblicazione possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto.

In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Sono fondamentalmente timida, pertanto al momento la promozione avviene soprattutto grazie al passaparola.

Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)
“La Resistenza operaia a Sesto San Giovanni” è sicuramente il capitolo a cui sono più legata. Sesto San Giovanni Medaglia d’oro al valor militare per l’alto contributo pagato dai sestesi. Essendo un libro per bambini è stato solo accennato, ma dobbiamo sempre ricordare la deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni. Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione. Per me, è importante fare di tutto perché non si perda la memoria.

Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Che possa essere il punto di partenza per grandi e piccoli per scoprire la propria città.

Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Io mi chiederei: “Quanto ci hai creduto tu e quanto ti hanno spronato gli altri?”

Via Gemito di Domenico Starnone lettura di Antonella Pizzo

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Pubblicato nel 2001, e ripubblicato nel 2020 da Einaudi, Via Gemito di Domenico Starnone, Premio Strega del 2001, Premio Napoli, cinquina del Premio Campiello, è un romanzo che affonda nelle complesse dinamiche familiari attraverso il racconto di un figlio che ripercorre la vita del padre. La narrazione è intimista e riflessiva, esplora la fragilità dei legami familiari e il peso dei sogni infranti. La vicenda si svolge  a Napoli, tra la fine della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra fascista, per buona parte in  Via Gemito 64. La trama è prevalentemente autobiografica ed è raccontata dal figlio Domenico, detto Mimì, mentre va alla ricerca del quadro più famoso del padre, I bevitori, che pare sia esposto presso una sala consiliare. Il romanzo inizia con Mimì che ricorda il padre quando afferma di aver picchiato la moglie solo una sola volta in ventitré anni di matrimonio. Il che è una bugia, il padre ha picchiato e insultato tante volte Rusinè, la madre.  Il padre è Federico detto Federì.  Un pittore che non si è mai realizzato, che pittava, pittava, senza mai raggiungere il successo sperato. Pittava, pittava, e le sue tele coprivano tutto,  la stanza dove dormivano i figli,  la casa dove viveva la famiglia, la vita stessa della  moglie Rusinè e dei tanti figli, tutto passava in secondo piano, tutto coperto dalla tela e dai suoi colori, che soffocavano la realtà, toglievano l’aria e la luce, gli affetti familiari, l’amore. Federì è un ferroviere frustrato che fa di malavoglia e malamente il suo lavoro che percepisce come ostacolo e come causa del suo insuccesso nel mondo dell’arte. Così come gli è d’ostacolo la sua famiglia, diversamente, senza famiglia a carico sarebbe diventato famoso.

Federì è il fulcro del racconto: un artista talentuoso ma frustrato dal fallimento, che si sente incompreso e penalizzato dalle circostanze, un uomo dal carattere difficile, egocentrico, spesso violento. Attraverso la voce del figlio Mimì, l’io narrante, il lettore viene trascinato in un viaggio complesso fatto di amore e odio, in cui la figura del padre emerge come quella di un uomo insoddisfatto e ambizioso, incapace di venire a patti con i propri fallimenti. Questo sogno mai realizzato di vivere d’arte domina la sua esistenza e influenza profondamente il rapporto con la moglie Rusinè, vittima della sua frustrazione e violenza, e con i figli, cresciuti in un ambiente di tensioni e incomprensioni. Starnone esplora le ambizioni irrealizzate di questo personaggio e le loro conseguenze devastanti, in particolare sul piano familiare, dove la realtà quotidiana diventa una prigione per i sogni del padre e un luogo di sofferenza per chi lo circonda. La pittura, per Federì, è l’unico mezzo per affermare la propria identità, ma questo suo desiderio inespresso lo porta a distorcere la realtà, raccontando bugie e millantando successi inesistenti, rendendolo al tempo stesso affascinante e respingente agli occhi del figlio.

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I bevitori di Federico Starnone, esposto nella sala consiliare di Positano. Il bambino che versa l’acqua è Domenico Starnone che ha posato per il padre all’età di 10 anni. Vicenda raccontata nel romanzo.

Il romanzo mette in scena una riflessione sulla memoria e sull’influenza che i ricordi e le narrazioni familiari hanno sulla percezione del passato. Anche i ricordi possono mentire. «Come è perfida la memoria, ogni ricordo è già il primo stadio di una menzogna». Mimì, crescendo, si rende conto che le storie del padre, sebbene potenti e coinvolgenti, sono spesso esagerate o false, e questo lo porta a mettere in dubbio non solo la figura paterna, ma anche la sua stessa identità e i ricordi della propria infanzia. Mimì arriva a rappresentarsi il padre come un pavone, addirittura crede di vederlo reale, presenza viva che si nasconde nella camera da letto del padre, un pavone che fa la ruota con le sue piume colorate. Arriva a odiarlo al punto di desiderare ardentemente, per tre anni di seguito, di ucciderlo. La sua presenza è così predominante che i ricordi che  riguardano la madre sono sbiaditi.  Il contrasto tra la verità e le menzogne di Federì rappresenta uno degli elementi più affascinanti del libro, che si muove abilmente tra realtà e finzione, senza avere mai la contezza di cosa sia autentico e cosa sia invece frutto dell’immaginazione.

L’ambientazione napoletana, con i suoi colori e la sua vivacità, fa da sfondo a una storia che riflette anche i cambiamenti sociali del dopoguerra, in particolare per quanto riguarda il ruolo della donna, incarnato dalla figura di Rusinè, una moglie che subisce il peso delle aspettative del marito, costretta a fare i conti con la povertà, con le manie di grandezza di Federì e il suo egoismo, con tanti figli da crescere, spesso con problemi di salute.

In definitiva, “Via Gemito” è un romanzo intenso e struggente, che non si limita a descrivere un dramma familiare, ma offre anche una profonda riflessione sul rapporto tra arte, fallimento e identità, il tutto immerso in una Napoli malinconica e affascinante. Starnone scrive con una prosa ricca di sfumature, alternando con maestria momenti di ironia a scene di grande pathos, rendendo il libro non solo un ritratto amaro e realista di una famiglia in crisi, ma anche un omaggio all’ambizione umana e ai suoi limiti.

Il libro da Einaudi

Un padre ferroviere strafottente e fantasioso, con la vocazione ostinata di pittore. Un figlio che si è sempre vergognato delle bugie del padre, ma che dopo tanti anni non è più sicuro dell’infallibilità dei ricordi. La memoria è infatti una somma di malintesi, e quanta vita vera può ancora sprigionare la sua confusione, spesso menzognera? E, soprattutto, come raccontare un uomo che ha romanzato continuamente la sua esistenza, uno che «credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri o i rimorsi»? È questa la sfida letteraria vinta da Domenico Starnone che con questo libro grandioso ha fatto scuola, dando corpo al personaggio indimenticabile di Federí, in un continuo dialogo tra esperienza autobiografica e invenzione narrativa. Un libro straordinariamente nuovo, un classico contemporaneo.

La casa di via Gemito odora di colori e acquaragia. I mobili della stanza da pranzo sono addossati alla bell’e meglio contro le pareti e, prima di andare a dormire, bisogna togliere dai letti le tele messe ad asciugare. Federico, detto Federí, ambizioso e insoddisfatto, desidera essere apprezzato come pittore di talento. Lavora invece come impiegato nelle ferrovie statali per dare da mangiare alla sua famiglia: alla moglie Rusinè, di una bellezza speciale, e ai loro quattro figli. A distanza di molti anni, è il primogenito a raccontare quel padre, così inquieto nel dimostrare le sue doti artistiche, così vitale e affascinante, ma anche così sopraffatto da insoddisfazioni e delusioni. Napoli porta ancora su di sé le tracce della seconda guerra mondiale, ma la memoria che ha il figlio di quei giorni è tutta concentrata sulle incandescenze di Federí. Proprio quel padre ingombrante a cui ha sempre cercato di non assomigliare è motore di una ricerca che lo riporta nella città-cosmo in cui affondano le radici del suo immaginario e della sua lingua di scrittore. Federí, con la sua prosopopea e le mani sporche di colore, trova posto tra i personaggi memorabili

Antonella Pizzo

Domenico Starnone (Napoli, 1943) è autore di romanzi e racconti. Nel 2001 Ha vinto il Premio Strega con Via Gemito ripubblicato nel 2020 con Einaudi. Per Einaudi ha pubblicato inoltre Spavento (2009, Premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011), Il salto con le aste (2012, prima edizione 1989), Condom (2013), Lacci (2014, The Bridge Book Award), Scherzetto (2016, Premio Isola d’Elba, finalista al National Book Award nella traduzione di Jhumpa Lahiri), Le false resurrezioni (2018), Confidenza (2019 e 2021), Vita mortale e immortale della bambina di Milano (2021 e 2023) e La scuola, che racchiude i racconti Ex cattedra, Fuori registro, Sottobanco, Solo se interrogato (2022), L’umanità è un tirocinio (2023), Fare scene. Una storia di cinema (2023), Il vecchio al mare (2024) e Labilità (2024). Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, tra i quali La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani, Denti di Gabriele Salvatores e Lacci di Daniele Lucchetti.