Monumento al mare: Sarah Teasdale

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Monumento al mare

Sara Teasdale (1884-1933), americana (foto web)

NOSTALGIA DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

A mille miglia oltre questo muro inondato di sole
Da qualche parte le onde strisciano fresche lungo la sabbia,
La bassa marea abbandona la terra indolente
Con l’antico mormorio, lungo e musicale;
Grevi di vento s’ergono le onde, si curvano, ricadono,
E attorno agli scogli la schiuma esplode come neve —
Ma benché lontana nell’entroterra, sento e riconosco,
Perché sono nata eterna schiava del mare.
Lì vorrei essere e rotolarmi addosso
La fredda insistenza della marea,
A spegnere questa cosa ardente che chiamano anima —
Dopo con la risacca trascinarmi alla deriva
Essere meno del più piccolo guscio lungo la secca,
Meno dei gabbiani che strillano al mare.

*

SEA LONGING

A thousand miles beyond this sun-steeped wall
Somewhere the waves creep cool along the sand,
The ebbing tide forsakes the listless land
With the old murmur, long and musical;
The windy waves mount up and curve and fall,
And round the rocks the foam blows up like snow, —
Tho’ I am inland far, I hear and know,
For I was born the sea’s eternal thrall.
I would that I were there and over me
The cold insistence of the tide would roll,
Quenching this burning thing men call the soul, —
Then with the ebbing I should drift and be
Less than the smallest shell along the shoal,
Less than the sea-gulls calling to the sea.

LA POESIA PRENDE VOCE : MARINA MORELLI

LA POESIA PRENDE VOCE

Stranieri è un testo tratto dalla raccolta ” Sole notturno“, pubblicata da “Il leggio Libreria Editrice, 2021” (con prefazione di Marco Saverio Loperfido).Legge la stessa autrice

“Divenire” di Valentina Marzulli, Eretica Edizioni, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

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“Divenire” di Valentina Marzulli (Eretica Edizioni, 2023 pp. 60 € 15.00) cattura l’energia ispiratrice dello svolgimento del tempo intorno al passaggio esistenziale del mutamento. La poetessa intuisce nel divenire qualcosa che diviene, nel movimento interpretativo della realtà, che si manifesta e si dissolve nelle contraddizioni emotive, non disperde l’essenza originaria dell’evoluzione passionale ma la rinnova. Continua a leggere

Buona Pasqua con David Maria Turoldo

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Buona Pasqua di resurrezione con la poesia “Ma quando da morte” di David Maria Turoldo

Ma quando da morte passerò alla vita,
sento già che dovrò darti ragione, Signore,
e come un punto sarà nella memoria
questo mare di giorni.
Allora avrò capito come belli
erano i salmi della sera;
e quanta rugiada spargevi
con delicate mani, la notte, nei prati,
non visto. Mi ricorderò del lichene
che un giorno avevi fatto nascere
sul muro diroccato del Convento,
e sarà come un albero immenso
a coprire le macerie. Allora
riudirò la dolcezza degli squilli mattutini
per cui tanta malinconia sentii
ad ogni incontro con la luce;
allora saprò la pazienza
con cui m’attendevi, a quanto
mi preparavi, con amore, alle nozze.

Poesia sabbatica: 22 (Canzonetta)

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22 (Canzonetta)

 

è un dolore troppo dolore

quello chiuso in una stanza

e la chiave,

la chiave l’ho cucita dentro a un polso,

per non lasciarla in giro

sul tavolo in cucina quando ho fretta

o sopra al comodino con la luce dimenticata accesa,

 

è un dolore nascosto,

un buco alla parete che sopra ci metti un quadro

magari con il mare che fa azzurre anche le fosse

o anche un crocifisso ma senza Cristo

perché lui è risorto e poi non s’è più visto,

 

è un dolore fragile,

che se lo guardi in faccia lui si fa bambino

ma senza madre e padre a tacere la paura,

neanche un angelo custode

a spegnere la luce, chiudere la porta,

lui fa le smorfie dure, poi dice sono un uomo

ma sente in qualche posto un piangere di stelle,

 

è un dolore che non ha nulla di speciale,

il dolore è dolore e non è a chili e neanche a metri,

il dolore è dolore

e comunque fa male.

 

FRANCESCO PALMIERI

“Esame di coscienza” di David Maria Turoldo

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Cosa è quel gridare di cani nella notte,

quell’ululare da cascinale a cascinale

quando una mano di nuvola

oscura la luna?

Cosa quel contorcimento di querce e d’eucaliptus,

quello scricchiolio di bosco

quando neppure un dito di vento

muove una foglia nella foresta?

E tuttavia tu devi premere le mani alle orecchie

per non udire il micidiale silenzio.

E’ mezzanotte, mezzanotte, uomini!

E poi l’una, e poi sono le due

e bisogna resistere almeno fino all’ora terza,

che un barbaglio di lume filtri tra ramo e ramo

o tagli la fronte al cupo grattacielo

immobile cadavere di cemento.

Questo non è tempo dei vivi,

questo è il tempo del tempo

eternità del tempo

tempo di pietre in lacrime,

del sudore di sangue dalle rocce,

del gemere implacabile del mare.

Tempo di Getzemani del mondo,

tempo dei crocefissi che grondano sangue

chiazze di sangue intorno ad ogni croce

mentre tutte le chiese dormono.

Tempo dei morti in cammino per tutte le strade

per i sentieri dei campi, per i deserti

ognuno a cercare una casa, un familiare, un amico,

ognuno a cercare la bandiera

in cui aveva creduto.

E non c’è più una casa, non un vessillo.

Sul monumento è ancora issata la svastica.

No, i morti non sono morti

e i vivi non sono vivi.

Non ci sono che uccisi e assassini.

Non un metro solo di terra

che non porti l’impronta di una vittima,

la sagoma nera di un caduto sotto la clava

o schiacciato come un cane sull’asfalto;

oppure che non ci sia sotto la polvere

una chiazza di sangue:

la montagne sono pietrificate

la polvere è cenere.

E che non si alzi il vento

che non si alzi il vento, uomini,

perché avrete nella gola la cenere

dei vostri uccisi.

Invece

al mattino potete fare molti gargarismi,

è igienico: e poi lavatevi,

e poi non pensate:

è l’unica scelta per non impazzire.

E non uscite dalle vostre tane,

tenete sprangata la porta

ben tappate ante e finestre.

Tiratevi anzi il bianco lenzuolo sul capo

e prendete sonniferi dal farmacista e dal prete;

ormai la partita è perduta.

Oppure restate nei nights

e suonate le trombe degli ultimi jazz

e tenetevi buone tutte le ‘geishe’.

O grandi capitani

uomini d’industria, voi

fabbricanti di atomiche,

uomini bianchi come cadaveri

siamo tutti ugualmente nazisti!

Resistete almeno fino ai primi raggi dell’aurora:

poi tutta la città comincerà a muoversi

poi nessuno si illuderà di essere solo

e di avere paura;

poi nessuno si guarderà dentro.

E qualche bambino, ignaro vi sorriderà.

 

David Maria Turoldo, “Il sesto angelo: poesie scelte (prima e dopo il1968)”, Oscar Mondadori Poesia, 1976.

LA POESIA PRENDE VOCE: MATTIA CATTANEO

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LA POESIA PRENDE VOCE

Il testo è tratto dalla nuova raccolta “La Neve Impressa”, pubblicata dall’ associazione culturale Architetti delle Parole, 2024( con prefazione a cura di Maria Concetta Giorgi). Legge lo stesso autore.

“Solitude” di Alessandra Raffin

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Solitude è il titolo. Solitude è il sentimento dentro questo viaggio tortuoso nelle strettoie del verso? Versi tranciati quasi a metà dal voler dire qualcosa oltre a quanto cominciato; ma è per solitudine che finiscono in una scarpata dell’immaginario? Non è un’abbottonata arrendevolezza, non una malleabilità al volere di questo male sottile, ma un’alienazione che si contorce nella presa coscienza del proprio stato, un violento dibattersi in fondo al buio tra l’essere che soffre le sue metamorfosi e l’essere a cui è stata data una faccia sola per il mondo della luce. Allora questa raccolta è una battaglia di identità, una guerra di molteplici mondi verso cui allineiamo le nostre apparenze per ogni scossa d’amore, dolore, felicità che prendiamo dall’esistenza. In questo ecosistema che ci fa cresce nella mutabilità si consuma il delitto della Raffin di voler stendere i suoi versi sulla nostra condizione di sordi sconosciuti.
La raccolta si intitola Solitude, Eretica edizioni, 2022.

Emilio Capaccio

*
Uccidimi ti prego
Ho fatto la guerra
Con pentole

Mestolo e coperchi
C’è anche chi mi ha sequestrata
Di domenica
Sul divano
Col mio vestito azzurro
Mi sono ricordata
Del carro siciliano della nonna
Coi cavalli bianchi
Volevo fosse vero
E mi avrebbe portato fino in piazza
Uccidimi ti prego
Non ne ho colpa
O tienimi nell’ombra
Se ho voluto danzare
Con le perle della mamma

*
Tutte le parole
Che non mi hai mai detto
Le ho cercate sulle bocche
Di qualche sconosciuto
Così si rompe un orologio
Così va riparato
Tutto il movimento
Del mio tempo interiore
La nube voragine e rivolta
Scandiva la mia natura
Scandito dalla tua identità
Si vive ritmici
Sai
Si vive di ritmi primordiali
E io ero sorda
Non sentivo il mio
Dov’è? Perché non sento?
Tu non mi hai parlato
Aspettavo una parola
Per riconoscermi
Al di fuori di me
Così muto
Mi è parso tutto il mondo
Dopo
Mi è parso vuoto
Tutto il mio mondo
Dentro

*
Nel silenzio
Di un pensiero denso
Di un altro sospeso silenzio
Il piede

Salendo un gradino
Piantava coltelli d’argento
Il mio amore se n’era andato
Piantava coltelli d’argento
Non sfiorito
Non appassito
Se n’era andato
Prima c’era poi
Nemmeno una traccia
E me ne sono accorta
Mentre arrotolavo
Corde di cotone
Il mio amore
Per dire amore
Sentendo amore
Intorno al collo
Piantava coltelli d’argento
E mi liberava
E a me felice
Interessava solo
Della primavera
Intorno al collo
Del calore sul viso
Di quel sole
Che all’improvviso
Riconosceva
Persino me

Alessandra Raffin è psicologa esperta in neuropsicologia clinica e terapia autogena. Vive e lavora tra Italia e UK. La poesia è parte integrante della sua vita da sempre. Solitude è la sua prima pubblicazione.

Marcello Buttazzo, “E se nel giallo ti vedrò”, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, 2023.

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Ruscellare

fra la pioggia che scende

per bagnarsi di gocciole benedette.

Gocce

diffuse sui volti

delle mai sopite passioni.

Non c’è acqua

che scenda, che batta

su questa terra scossa

che non sia

acqua fiume fonte

origine sorgente.

Il tempo che resta da vivere

non vuole conoscere

gli stagni melmosi dell’indifferenza.

Ma solo il sole

il sole che scalda

e scioglie la neghittosità

della gente superficiale.

 

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Poesia sabbatica: “Antipoesia”

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Antipoesia

 

ho fatto scempio nella serra,

i vasi in cocci col martello,

sul pavimento fiori e foglie,

i bonsai senza più terra

 

ho soffiato contro le stelle

fino all’epilogo del cielo

e finalmente solo la notte,

questo riparo breve

all’inganno della luce

 

ho sputato dentro al mare

la menzogna dell’immenso

ed ora guardo indifferente

a ciò che è e poi sarà

 

(un durare di parentesi

soffocate in mezzo al tempo,

una data quando nasci

una data quando muori

ed intanto l’abitudine

ai saluti per chi parte,

al sorriso consumato

da chi mai arriverà

ciò che mai succederà).

 

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa”  Edizioni Terra d’ulivi)

L’occhio scruta. Una videopoesia di Loredana Semantica

Una videolettura della poesia “L’occhio scruta” di Loredana Semantica dalla raccolta “Magneti”, pubblicata da Porto Seguro edizioni, 2023.

LA POESIA PRENDE VOCE: DAITA MARTINEZ

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LA POESIA PRENDE VOCE

Il testo è tratto dal nuovo libro “Nell’ora dell’aurora” (Editore peQuod, 2023 con prefazione di Elio Grasso). Legge la stessa autrice

“Un bacio e un graffio” di Vincenza Di Schiena

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L’esordio poetico la prof. Di Schiena lo fa con l’Amore. Declama all’Amore, pacatamente e solennemente, con un timbro seducente di vestale delle Murge, spesso in forma sintetica e simbolica. Ma è Lui il grand’ospite della sala cerimonia del cuore dell’autrice. È lui che ha la pelle odorosa di pietra carsica e una corporeità sublime e dolorosa, come la carnalità di certi cladodi pungenti, di certi frutti tumidi e lacrimosi. È lui che ha le labbra morbide del bacio e l’unghia tagliente del graffio. È lui che è doppia pozione: antidoto di solitudine e fiele di disperazione.
La raccolta si intitola: “Un bacio e un graffio”, Edizioni Ensemble, 2023, postfazione di Pasquale Vitagliano.

Emilio Capaccio

Magma dei sentimenti

C’è molto da tremare per riportare a galla
Il magma dei sentimenti.
E dire fuori dai denti che non si può amare
senza armi pari.
A cosa giova vivere in pena
quando i corpi vogliono luce e
brezza di primavera?
Ho scelto il tormento, il filo spinato
per adorare chi non è nato
dentro me.

*

Irrisolto

L’amore mio per te è il solito irrisolto.
La fuga, la rincorsa verso l’inafferrabile.
Storia di cardi spinosi, nuvole bianche,
crepe e vento scomposto.
Troverò pace quando incrocerò le braccia
supina e rigida
non pulserò più

*

Ti amerò in silenzio.
Non busserò
non lo dirò a nessuno.
Ti chiuderò a chiave nel mio cuore
E mi addormenterò.
Passeranno i morti
a ferrare la serratura.

*

Cambio pelle
tutte le volte
che striscio di dolore

*

Ti restituirò l’attesa
le caramelle alla menta forte
e i chili di troppo.
Tratterrò le chiavi dell’aorta principale
la meraviglia e la premura.
Mi vedrai in copertina o su un altare
a dispensare baci come ti piace.

*

Conto i minuti nell’attesa di vederti.
Sempre nuovo è il giorno
con le tue mani sui miei fianchi.
Porti ossigeno rozzo e primitivo
io luce filtrata,
avamposto dell’amore.

Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti poetici.

Versi trasversali: Raffaele Gatta

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RAFFAELE GATTA

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Poesia sabbatica: “Domande e graffiti”

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DOMANDE E GRAFFITI

 

perché a volte
incidiamo il nostro nome
sull’albero, la pietra,
un muro sgretolato,

vogliamo forse dire
che non siamo macchie sporche,
una manata grassa
stampata sopra a un vetro,

vogliamo forse dire
che non si può morire,
che non si vuol morire,
che è una beffa il tempo
se poi non c’è più tempo,

e non ci basta
aver veduto il mare,
il sole quando illumina
tende d’estate e garze
(e quel tuo ventre teso
scoperto dal lenzuolo)

non ci basta
non ci basta
essere effimeri,
un soffio calcolato
per qualche inspirazione

e poi si deve andare,
si deve già svanire.

 FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta edita “Il male nascosto”  Edizioni Terra d’ulivi)

Monumento al mare: Cale Young Rice

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Monumento al mare

Cale Young Rice (1872-1943), americano (foto web)

SONNAMBULISMO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Sopra di me è la notte,
E sopra la notte, la notte.
Il mare accanto a me geme, o è quieto.
La terra come una sonnambula si trascina
Per uno strano sonno…
Stride un uccello marino.
E il garrulo risveglia in me fiocamente,
Il popolo morto del mare, i miei antenati —
Coloro che più di me sono in me,
Coloro che si sedettero lunghe notti fa da sponde bagnate
E videro il mare nei suoi silenzi;
E lo dannarono o lo implorarono;
O lo sfidarono con un crocifisso;
E poi calarono giù con le loro barche.

Sopra di me è la notte…
E sopra la notte, la notte.
Le rocce mi circondano e più in là, la sabbia …
E la riluttante bassa marea
Che si getta all’indietro per dare l’ultimo saluto
Ai relitti portati da così tempo nel suo seno.
Rocce… Ma la marea arretra
E il limo è nudo, come una cosa vergognosa
Che non ha nascondiglio.
E l’uccello marino tace —
L’uccello e ogni altro grido lontano nel mio sangue —
E la terra come una sonnambula si trascina.

*

SOMNAMBULISM

Night is above me,
And Night is above the night.
The sea is beside me soughing, or is still.
The earth as a somnambulist moves on
In a strange sleep…
A sea-bird cries.
And the cry wakes in me
Dim, dead sea-folk, my sires —
Who more than myself are me.
Who sat on their beach long nights ago and saw
The sea in its silence;
And cursed it or implored;
Or with the Cross defied;
Then on the morrow in their boats went down.

Night is above me…
And Night is above the night.
Rocks are about me, and, beyond, the sand …
And the low reluctant tide,
That rushes back to ebb a last farewell
To the flotsam borne so long upon its breast.
Rocks… But the tide is out,
And the slime lies naked, like a thing ashamed
That has no hiding-place.
And the sea-bird hushes —
The bird and all far cries within my blood —
And earth as a somnambulist moves on.

LA POESIA PRENDE VOCE: BEPPE COSTA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Il testo è tratto da “Delitto imperfetto”,50 poesie sulla poesia e sui poeti, Edizioni Di Carlo ,2024 ( Prefazione a cura di Ugo Magnanti). Legge lo stesso autore.

Autori della colonna sonora : Beppe Costa e Nicola Alesini

La scrittura che rivela – Dialogo con quarantatrè autori contemporanei

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Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.

La raccolta accoglie gli scritti di alcuni autori italiani contemporanei sul tema della scrittura come atto solitario, intimo e privato, sul senso che la parola scritta ha per ciascuno e sul rapporto della scrittura con l’altro e col mondo esterno. Gli altri autori presenti sono: Maria Allo, Lucianna Argentino, Francesco Arleo, Eleonora Bellini, Domenico Brancale, Michele Brancale, Luigi Cannillo, Roberto Ceccarini, Maria Benedetta Cerro, Maria Pina Ciancio, Domenico Cipriano, Lorenza Colicigno, Pino Corbo, Anna Maria Curci, Mariella De Santis, Francesco De Girolamo, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Antonio Fiori, Mario Fresa, Gabriella Gianfelici, Marco Giovenale, Stefano Guglielmin, Gina Labriola, Maria Lenti, Paola Loreto, Anna Rita Merico, Marina Minet, Ivano Mugnaini, Giovanni Nuscis, Rita Pacilio, Antonella Pizzo, Grazia Procino, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Alessandro Ramberti, Margherita Rimi, Loredana Semantica, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta, Silvano Trevisani, Giuseppe Vetromile, Bonifacio Vincenzi

Proponiamo di seguito due stralci tratti dal libro stesso. Precisamente la parte centrale della nota di chiusura di Maria Pina Ciancio, e, più sotto, in carattere corsivo, l’incipit dell’intervento di Loredana Semantica. Il testo integrale e gli altri interventi potrete leggerli integralmente acquistando il libro qui o sul sito della casa editrice o negli altri store specializzati on line.

“Rileggendo d’un fiato tutti gli interventi raccolti in questo saggio, ho avuto la sensazione di sentirmi frammento di qualcosa di più ampio. Ogni intervento coglie aspetti, sfumature e modulazioni dello scrivere che spesso non avrei saputo dire o raccontare. Ci sono esperienze che mi sono più vicine, altre che mi illuminano e chiariscono, mi lasciano in riflessione. Ciò che ne emerge è la sensazione che la scrittura assolva in qualche modo a un tentativo di ricerca interiore e di conoscenza che taluni sentono come strumento, altri come compagna di viaggio. Ricerca dell’essenziale, dunque, dell’innocenza perduta, rivelazione di un segreto, esercizio spirituale, e tanto altro ancora. La scrittura, come si può leggere in alcuni interventi, può acquisire, inoltre, significato di rifugio e di salvezza sia dal dolore intimo e privato, sia dai grandi dolori del mondo e dunque, come direbbe Bukowski, si fa salvifica e terapeutica, mondo ritrovato, terra nuova dove poter vivere: «Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai. Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio. Ne ho bisogno ancora. Adesso. Domani. Fino all’ultimo respiro.» Che la cultura, i libri, la scrittura salvi oppure no, non ha importanza, ciò che importa è che è un prodotto dell’uomo in cui esso si proietta, sfida se stesso, si riconosce. Ci sono poeti che vivono l’esperienza della parola come libertà, come scatto di ribellione, come appagamento e gioia creativa, altri come dannazione o precarietà, sofferenza, fatica, sudore, o addirittura pudore, inadeguatezza (mi piace sottolineare la parola pudore che oggi abbiamo pressoché bandito dalla nostra vita pubblica e privata a discapito della sfrontatezza e della sfacciataggine).”

Maria Pina Ciancio

Nel fiore della mia gioventù non avrei creduto a chi mi avesse detto che un giorno avrei scritto poesia. Ancora adesso faccio fatica a dirmi poeta. La domanda a cui rispondere tuttavia riporta più propriamente al termine “scrittura” e non “poeta”, cioè al prodotto e non al soggetto producente, e alle relazioni. Ritorno al tema e dico che la mia professione mi ha dato occasione di confrontarmi con la scrittura, apprendendo on the job un certo modo di scrivere burocratico che inizia con “si riscontra” e passando per la S.V., approda a “pregasi accusare ricevuta”. Più di recente va detto la comunicazione dell’Amministrazione pubblica ha teso alla semplificazione del linguaggio, sfrondandolo dalle tare del burocratese: forme passive, impersonali, oscurità di linguaggio, circonlocuzioni e altro. Ho gestito questo transito avvenuto nell’ultimo decennio, conoscendo però le impostazioni del passato. Già in precedenza gli studi di diritto mi avevano formato ad una scrupolosa attenzione per la terminologia, perché sull’uso improprio di un termine si può giocare l’intero concetto, l’intero esame, l’intera causa legale, un intero rapporto con l’altro, amico, estraneo che sia. Direi che preminentemente è lo studio ad avermi resa cauta nell’uso dei termini, a vigilare costantemente sulla parola usata, la singola parola e il loro insieme nella connessione logica dei termini. Ciò vale tanto nella parola detta che scritta, ma nella consapevolezza che l’espressione verbale è più imprecisa e volatile, mentre quella scritta è più studiata, ancorata a un supporto digitale o analogico, quindi più duratura e trasferibile nei luoghi e nel tempo, può produrre effetti lunghi e imprevisti anche nel rapporto con l’altro, secondo i tempi e la volontà di reazione, in relazione alla capacità di comprensione di quest’ultimo. Per questa ragione anche la chiarezza e la sinteticità erano altri “spiriti guida” della personale scrittura.

La scrittura è stata poi una sorta di salvacondotto nelle relazioni. Nel rapporto con l’altro ha sempre pesato la mia natura riservata, non desiderosa di apparire, accompagnata dalla percezione dei limiti di ogni mostrarsi/relazionarsi a causa della falsità e dell’inganno reciproco che esso concretizza. Per spiegarlo con maggiore semplicità, quanti falsi sorrisi spendiamo? Ciò ha reso la scrittura un mezzo per comunicare, interponendo il medium dei segni grafici e del loro assemblarsi che assume senso per convenzione oggettiva, maturata nel tempo tra gli uomini in significante e significato. Scrivere per me è stato da sempre perciò un modo per lavorare il più possibile asettico, comunicare, relazionarmi, potendo nello scrivere soppesare maggiormente il testo, evitare il contatto visivo e verbale perché questi ultimi, unitamente ai contenuti della conversazione privata, sono modalità con le quali le persone si formano la propria impressione sull’altro, formulano giudizi, apprendono informazioni private che poi trasferiscono o peggio ancora diffondono più o meno consapevolmente, inserendo e concorrendo a inserire ogni persona in schemi mentali-critici di valutazione e giudizio per servirsene a proprio vantaggio.

Loredana Semantica

Pietro Edoardo Mallegni, “Profumo di liquirizia”, RPlibri, 2023.

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Se merli e gabbiani,

in fondo, e alberi e nuvole,

in fondo colpevoli,

ubriachi di crudeltà

si assopissero e tutto

e tutti, in calma adiacenti,

gli uomini e il divenire,

il crescere inconsolabile di noi,

se tutti, persino Dio,

tra i suoi gioghi

si spegnessero

da un sonno divorati,

da un mutismo balbuziente

iracondo, spinti annegassero

nei loro desideri irrisolti.

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Poesia sabbatica: “Auto da fe'”

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AUTO DA FE’

 

per vivere

ho sparso fuoco e sale

su un ultimo dolore

(quel colpo dritto al cuore

la freccia nel tallone

la lancia che indovina

il punto più mortale)

 

è stato uno strappare

il vivo con i denti

passare con la gomma

i segni scritti in cielo

e richiamare a terra

alianti ed aeroplani

(perché del grido a dio

non torna neanche l’eco)

 

è stato un goccia a goccia

morire un tanto al giorno

non dire più al mattino

stanotte ho fatto un sogno

mutare la carne in calce

edificarmi muro

 

ho fatto a pezzi il cuore

sfilato sangue e vene

lasciato solo l’osso

a trattenere il peso

 

e sto senza respiro

senz’aspettarmi un vento

un colpo d’aria ai piedi

un angelo tutta pietra.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)