Versi trasversali: Marco Plebani

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARCO PLEBANI

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Poesia sabbatica: “Metapoesia”

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METAPOESIA

 

ci eravamo illusi

di essere tangenti

ad orbite celesti

(e sotto alla camicia

il cuore della corsa

perché doveva darsi il salto

e noi sospesi,

così, all’improvviso,

sarebbe stato dio

a sollevare le coperte,

a rimboccarci il cielo

azzurro sulla faccia)

 

e abbiamo continuato

a scrivere parole,

le più leggere,

a decifrare il segno

di astri e stormi in volo,

abbiamo continuato

e ancora resistito

al venir meno

di futuro e tempo,

truccando la ragione

soffiando sulla coda

di aerei che erano carta

 

ed ora

lo so che era un farfuglio,

un farsi vento in bocca

l’accendere qui a terra

segnali e fumo

per gli occhi degli alieni

che mai sono atterrati

 

ora lo so

che siamo soli qui

fra questo mondo e il cielo,

che maturiamo carne

come la polpa e il frutto

e quando scade l’anno,

il giorno e l’ora,

è un ultimo minuto

per noi che siamo stati

l’appena di un secondo,

un poco di memoria

negli occhi di chi ci ha visto

nel cuore di chi resta

 

nell’amnesia di chi

nemmeno saprà il tuo nome.

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta edita “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)

Monumento al mare: Georges Rodenbach

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Monumento al mare

Georges Rodenbach (1855-1898), belga (foto web)

FOSFORESCENZA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Stasera il cielo cupo e il mare si confondono;
per tutto il giorno ha fatto molto caldo;
le onde urtandosi nell’ombra si danno voci,
prigioniere d’una stessa cella.

Il cielo è largo e nero come un panno funebre,
e gli orizzonti incerti
formano come un immenso e oscuro santuario
dove tutti i ceri sono spenti.

Ma ecco che il mare diventa fosforescente
e lungo la sabbia cangiante
nella distanza s’apre superbo e abbagliante,
con i suoi lustrini d’argento.

Non astri nel cielo, non vele nel vento,
si direbbe che l’onda amara
così rivolti impietosa cadaveri di stelle
che sarebbero cadute nel mare.

*

PHOSPORESCENCE

Ce soir le ciel obscur et la mer se confondent;
tout le jour il a fait très chaud;
les flots entrechoqués dans l’ombre se répondent,
captifs dans un même cachot.

Le ciel est large et noir comme un drap mortuaire,
et les horizons incertains
forment comme un immense et sombre sanctuaire
où tous les cierges sont éteints.

Mais voici que la mer devient phosphorescente,
et le long du sable changeant
elle s’étale au loin superbe, éblouissante
avec ses paillettes d’argent.

Pas d’astres dans le ciel; dans le vent pas de voiles;
on dirait que le flot amer
roule ainsi sans pitié des cadavres d’étoiles
qui seraient tombés dans la mer!

L’amico migliore. Un racconto di Loredana Semantica

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disegno digitale di Loredana Semantica

La notte del 20/11/2020 Delia, impiegata di Pisa, quarantasettenne, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, occhiali spessi e tanti progetti dismessi, aveva fatto un sogno. La data del sogno già di per sé sembrava comunicare un senso, aveva pensato Delia, il concatenamento numerico era evidente, la ripetizione insistente del numero venti lo rendeva numero angelico. Cercando in internet lesse che esso suggerisce di restare concentrati sulla propria vita spirituale, mentre l’undici era numero da riferire a intuizione, saggezza, percezione e capovolgimento della situazione. E poi c’era quel sogno. Era stato talmente reale che le era sembrato di sentire i profumi dei fiori, il soffio del vento leggero sulla pelle, come se nel sonno fosse stata trasportata in un altro luogo, un altro mondo, un’altra dimensione. Ne era rimasta impressionata al punto che sentì il bisogno la mattina dopo di raccontarlo al marito. Luciano l’ascoltò con attenzione, ma non espresse commenti, al termine sorrise paziente, le fece una breve carezza, poi corse al lavoro nel suo studio di architetto che ultimamente lo assorbiva oltremodo.

Delia non paga di aver condiviso con la sua dolce metà il sogno, lo volle raccontare anche a una cara amica. Ludovica appena immessa in ruolo e trasferita a Lucca a insegnare matematica in una scuola media statale.  Ludovica aveva da poco passato i trent’anni, fisico sottile, ben strutturato e allenato, occhi verdi, capelli corti, castani, mossi, aveva un fidanzato storico, Andrea che l’aveva seguita a Lucca, sperando di poter trovare un’occupazione da informatico migliore di quella finora svolta e, a suo giudizio, malpagata. Delia chiamò Ludovica al telefono nel pomeriggio. Dopo i convenevoli e il racconto dell’esperienza di Ludovica nella nuova scuola, Delia per la seconda volta nella giornata parlò del suo sogno e, nel raccontarlo, fu ancora più precisa, le tornarono in mente tutti i particolari.

“Sai Ludovica” diceva “è stato un sogno bellissimo. Il paesaggio era sereno, luminoso anche se non si vedeva il sole, l’aria appena tiepida, il cielo azzurro acquamarina era disseminato di piccole nuvole rade e spumose, la terra era un saliscendi di cune e dune erbose e sullo sfondo altre dune d’altre tonalità di verde: mela, bottiglia, militare, smeraldo, petrolio… I declivi a perdita d’occhio nascondevano l’orizzonte. Al centro di un prato c’era un cagnolone nero. Il pelo, lucido lungo, folto, fine e morbido. Stava a pancia all’aria, il dorso aderente al prato, sul verde color pisello muoveva allegramente fianchi e coda, piegando il possente torace a destra e a sinistra e i fianchi dal lato opposto con una dinamica ad esse divertente e animata.” Delia prese un attimo fiato, poi proseguì “un’orecchia ripiegata gli ricadeva sugli occhi, l’altra riversa all’indietro mostrava il rosa del padiglione auricolare. Da sotto l’orecchia piegata spuntava l’occhio che sembrava ridesse. Ludovica, io non lo so se può ridere l’ occhio di un cane, ma ti assicuro che sembrava proprio così”

Ludovica la rassicurò “Ma tranquilla Delia, è di certo come racconti. Alcune cose si sentono più che vedersi, ma il cane però aveva una posa davvero buffa, e poi …” “e poi” Delia proseguì la descrizione “il muso era semiaperto sulle zanne in mezzo alle quali spuntava la lingua sottile e rosata, tenera come una fetta di mortadella. L’altro occhio era ben aperto sul bianco della sclera, al centro tondeggiava il marrone scuro dell’iride, il nero della pupilla. Agitava le zampe protese verso l’alto, piegate all’altezza del gomito, il pelo a bandiera, nero dalle punte rossicce, col movimento sventolava. All’estremità delle zampe il rigonfiamento ruvido e sodo dei cuscinetti che terminava nelle unghie brunite, limate dal correre e saltare”.”Cara Ludovica” proseguì Delia “io so riconoscere un cane felice, lo so riconoscere bene. Addirittura, ci crederesti? M’è parso quasi che mi strizzasse l’occhio come un cenno d’intesa e ho capito pure cosa voleva dire: che era un piacere stare bene, grattarsi la schiena contro l’erba fresca, sentire il corpo sano, forte, vigoroso nello splendore della gioventù”. Ludovica l’aveva ascoltata quasi senza interromperla, solo a questo punto osò dire qualcosa “Delia cara hai fatto davvero un bel sogno, era proprio lui, come se fosse ancora con te”. Ludovica era un’amica affettuosa, empaticamente comprendeva l’amica, ma non aveva mai avuto un animale domestico, solo qualche pesce rosso poco longevo, naufragato nelle fogne cittadine via tazza del water. Dopo un attimo commosso di silenzio Delia riprese a parlare “Ecco Ludovica è così che ho sognato il mio cane ieri notte. Appena una settimana dopo che mi aveva lasciato per sempre. Non so se vi sia un paradiso dei cani. Se il mio desiderio ha guidato il mio sonno. Se da quel paradiso mi ha mandato un messaggio. So che lui era la mia rosa del piccolo principe. Mi aveva conquistata, l’avevo addomesticato. Era un tesoro vivente nelle mie mani”. Poi le due amiche parlarono d’altro, del lavoro, del tempo, di abbigliamento. Si salutarono quando Andrea chiamò Ludovica per uscire a sbrigare commissioni.

Delia non superò facilmente il dolore di questa perdita, le ci volle molto molto tempo. Non ne parlava volentieri perché ogni volta il dolore si riaccendeva nella commozione. Si vergognava di soffrirne in modo così evidente e più intensamente che se fosse il lutto di un parente intimo. L’unica spiegazione che si dava era che si trattava di un dolore strettamente intrecciato al senso di colpa e al senso di responsabilità: di non aver fatto abbastanza per salvarlo, per renderlo felice, di non averlo curato e amato a sufficienza, di non aver capito ch’era la fine e non averlo perciò confortato. Solo dopo circa un mese sentì che il dolore si stava attenuando e una notte riuscì a formulare nel segreto del suo cuore il primo vero addio alla bestiola amata: “Ti sia leggera la terra, mio grande amico. Ora ti sostiene un prato di margherite, ti avvolge l’azzurro di un lenzuolo stellato e l’abbraccio di una coperta d’infanzia”

L’animale era stato calato nella profonda fossa di tumulazione con un lenzuolo celeste disseminato di puntini azzurri, passato sotto la carcassa, sorretto alle estremità, era servito a compiere lentamente l’operazione di deposizione. Il corpo era stato prima avvolto in un lenzuolo stampato a foglie verdi e margherite, poi in una coperta a quadri.

Delia quella notte si addormentò pensando che non aveva mai avuto amico migliore, più buono, più saggio e sincero, e da lì, da quella rassegnazione, dalla consapevolezza ch’era stata una ricchezza averlo avuto per tanti anni con sé, la serenità riprese ad abitarla.

LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELA FAZIO

LA POESIA PRENDE VOCE

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“Non siamo le parole che pensiamo”. Il testo è tratto dal nuovo libro “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali 2023 con prefazione di Giancarlo Pontiggia).Legge la stessa autrice

Canto presente 62: Emilio Paolo Taormina

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

EMILIO PAOLO TAORMINA

 

dal muro che recinge

l’aranceto

pende un frutto

grande come un sole

così alto

che nessuno può

raccogliere

forse non esiste

è il tuo sorriso

*

s’è cancellato il vinile

della tua voce

ho tirato le reti vuote

dalle acque torbide

del tuo silenzio

mordo il grano

della tua assenza

le tue rose mi graffiano

la fronte

seduto davanti al muro

parlo con la mia ombra

dalla finestra il paesaggio

ha un sorriso amaro

all’angolo della bocca

nei miei occhi conservo

la luce dei tuoi occhi

non proverò a fermare

il tuo volo di farfalla

*

amo il tuo profumo di limone fresco

la luce di dattero della tua pelle

i seni che lottano come polene

contro i flutti

quando cammini tra la folla

amo i tuoi primi capelli bianchi

la tua saggezza di donna

la ruga sulla fronte

come una lucertola al sole

amo il tuo nome

e i tesori che si nascondono

negli accenti

amo il ponte che al mattino

mi riporta sempre a te

*

tutta la notte a sfogliare

la rosa dell’insonnia

con il tuo nome sulle labbra

le stelle stanche di vagare

per le colline vanno a bere

un sorso d’acqua

alla fontana della luna

i campanili in dormiveglia

aspettano i tocchi delle tre

i cipressi dritti come sentinelle

davanti alla finestra

le dita dolenti hanno tirato

dalle corde l’ultimo accordo

il silenzio nella stanza

è una mela di coccio

il tuo nome mi trafigge

come uno scroscio di grandine

tu sei più lontana di un astro

vivo della tua eco

mi chiedo se un barlume di me

è ancora nella tua mente

*

ho imparato a parlare

con l’alfabeto degli aranci

ho rubato i colori

all’aurora e al tramonto

per tessere i tessuti dei tuoi abiti

ti ho trovata in un vagito

nei calendari assopiti

della mia anima

sei nata

nella musica di un verso

*

carezzo il volto del vento

perché da qualche parte

ti ha sfiorato

poggio l’orecchio alla sua

bocca se per caso ha

pronunciato “ti amo ”

io sono quello che la notte

non dorme perché ti vedo

nello specchio delle ombre

scrivo una ad una parole

sulle ali di una falena

perché tu le possa leggere

al chiaro di luna

sono quello che viaggia

con una valigia di piume

in cerca del nido

*

i tuoi capelli

erano così neri

che il tuo volto

sembrava quello

di una morta

non mi sono mai

fatto pensieri

di buona

e cattiva strada

eri una falena

cercavi

nell’ombra del vicolo

la luce

morivi come tutti

ogni istante

*

da quando tu sei morta

è sempre verde

l’erba sulla collina

gli agnelli

sono sazi

delle tue preghiere

io non ho più paura

dei fantasmi

cammino braccio

contro braccio

con la morte

come un’amica

la terra in cui

sei sepolta

ha coperto anche me

tu sei tornata bambina

giochi con la sabbia

in giardino

di notte danzi

con i conigli

intorno alla luna piena

*

sono siciliano

le parole che scrivo

sono bagnate

di salmastro

scivolano sulla pelle

delle pagine come pesci

conoscono

il canto delle sirene

gli incantesimi delle stelle

il mio cuore

è circondato dal mare

all’orizzonte vedo itaca

fuggita da un canto di omero

 

Testi di Emilio Paolo Taormina, tratti da “Poesie scritte all’aria aperta”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023.

Poesia sabbatica: “Rivelazione senza Apocalisse”

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RIVELAZIONE SENZA APOCALISSE

 

non lo so più quando me ne sono accorto,

forse all’indomani di un ultimo compleanno

o forse inaspettato come accade nelle disgrazie

 

non so se il guasto stia nel tempo

che all’improvviso manca

o noi viaggiatori ingenui sorpresi dal confine

(quando si scopre il falso di mappe cosmonaute

con i pianeti a stella svaniti da ogni carta)

 

è stata una sorpresa non aver altro da fare

se non contare e ricontare già conosciute scale,

viaggiare ad occhi chiusi sapendo svolte e curve,

il punto -sempre quello- dove l’asfalto è crepa

(e sentire nel frattempo l’euforia crudele

di dei da un’altra parte

e qui neanche un’ombra a scuotere le piume

mai angeli in arrivo da un eden alla mia stanza)

 

è stata una sorpresa il mondo che si svuota

l’accendersi delle luci sui titoli di coda

vedere poi le foglie svanire ad ogni autunno

(e tu com’eri bella col cerchio fra i capelli

quel seno che fioriva fra petali e cotone

per me che ti chiamavo amore

e tu che mi chiamavi amore

poi troppi giorni addosso a togliere ogni fiato)

 

non so quando sia stato, se ieri o un altro anno,

ma è stato all’improvviso non aver nulla da dire

quando tu mi hai chiesto: “Papà, devi morire?”

 

 FRANCESCO PALMIERI

LA POESIA PRENDE VOCE: GIOVANNI IBELLO

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La poesia prende voce

POETI DI OGGI

foto di Valentina de Felice

Il testo è tratto da Da “Dialoghi con Amin” (Crocetti Editore, 2022 con prefazione di Milo de Angelis), legge lo stesso autore

Esercizio alla gioia. Breve nota di lettura di Christian Negri a “Smarginature” di Giorgia Esposito, Lietocolle, 2020.

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Smarginature (LietoColle, 2020) non è un libro da leggere: è un libro da accettare. Nel mettere in scena un dissidio – il suo, quello di tutti – Giorgia Esposito trascrive un dilemma che non può essere dipanato, se non con ciò che potremmo chiamare una forma di fede, un patto poetico-pragmatico. Di fatto, al centro della materia del libro c’è l’io lirico con i suoi traumi, i suoi desideri, le sue amicizie, e quello che si predica è la sua esemplarità. Se gli accenni al concreto, per quanto nitidi, non fossero sfumati dalla tenuta sovramondana dell’insieme, potremmo parlare di un’opera di formazione, di una narrazione in versi in cui la poeta, schiudendosi al pubblico, se ne pone a sintesi e modello; ma questo non accade e il dibattersi ondisono di Esposito assume pagina dopo pagina il bruciore della mistica.
Perché quando nella poesia di apertura viene detto che «qualcuno sta cercando i suoi,/ il non ritorno, il bacio sulla fronte/ del padre» e due pagine dopo «l’acqua non purifica,/ non ripara, non è più ritorno vitale», si sta mettendo a paradigma sottotraccia una cosa sola: l’impossibilità. Quante volte in Smarginature i desideri vengono frustrati, come quando il desiderio di immensità di Marta viene ridotto a «una forma di schizofrenia,/ una distorsione della mente». Insomma, viene posto un netto confine alle velleità del soggetto, una linea che ricalca la massima delfica del μηδὲν ἄγαν, ‘nulla di troppo’, ed è ciò che anche Augusto Pivanti rileva nella sua breve nota al volume. Questi parla di una coabitazione tra la «riduzione dei margini» e «l’espandersi oltre i margini», ma non può essere ignorato che, quando i margini si serrano, l’io è infelice. Già nella prima lirica si parla di infelicità, e ancora questo accade in tutti quei momenti soggetti alle incursioni della memoria. Che si tratti di «foto di figli,/qualche santino» o di un ineluttabile «spettro di ereditarietà/ mal smaltito», la sostanza non cambia: il ricordo traccia margini, genera sofferenza, tanto che «il pensiero divora le teste/ e le risputa matte». È questo il primo termine del paradosso di Smarginature: lo statuto di astrattezza per eccellenza, il pensiero, si sostanzia in situazioni tanto reali da non poter esser evase. E qui si gioca tutto il rovesciamento del libro: la possibilità di smarginare, di esorbitare in una serenità totale viene raggiunta solo se ci si affida al concreto, ai «residui sensoriali» e in primis al corpo. Infatti, «la voce non copre la mano che trema» e poco più avanti smaccatamente si dice che «i corpi ci chiamano per resistere/ all’orrore», perché rispetto al pensiero, la carne non pone filtri o forme di mediazione, non può ingannare e ricorrendo a lei i problemi vengono affrontati di petto, non ruminati. Ma c’è di più: il corpo è un sistema chiuso, limitato, conoscibile e i suoi confini sono delineati con chiarezza, non così quelli della mente Perciò il rapporto tra i due appare veramente quello tra il cielo e «la feritoia da cui scocca la luce», come a ribadire ancora una volta la direzione perseguita dal libro: per non smarrirsi occorre procedere dal micro al macro, smarginare a partire dal comprovato caposaldo di quella fisicità che appare spesso come ben più di una pura manifestazione del proprio mondo interiore. Insomma, Esposito propone una disamina analitica del rapporto mente- corpo e delle sue conseguenze sulla tensione alla felicità, tanto che l’orizzonte dell’operazione, che ad un tempo schiude e riserra questo binomio inscindibile, pare essere quello di una filosofia morale. La difficoltà del processo viene superata sul piano formale attraverso il sistematico ricorso a sentenze e casi esemplari, in un sistema gnomico che parrebbe essere nelle intenzioni dell’autrice l’unica soluzione ad una «testa indecifrata». Eppure, la lucidità complessiva del libro costituisce il migliore antidoto, esorcizza la paura di restare irrisolta e ci consegna una possibilità di azione senza mezzi termini. Smarginature ci parla di questo, di una felicità immensa e sbrigliata, della quale si ammette una sola possibilità di movimento: la crescita. In antitesi – ma forse bisognerebbe dire in commistione – con la gioia, in ogni lirica vengono inserite tessere disforiche a costante monito del fatto che «restare al centro» è complicato e possibile solo desiderando «l’intero nella crepa» nella piena accettazione: del corpo, dei margini, della sofferenza. Prima di ribellarsi.

**

Christian Negri vive in provincia di Lecco e studia Lettere Antiche alla Statale di Milano.
Sue poesie e contributi critici si trovano sul web.

Poesia sabbatica: “Peso a peso”

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Peso a peso

 

(…siamo nati a morire

e ancora questo non basta…)

 

non basta farsi certi a poco a poco

che gli anni invulnerabili sono contati

e poi solo il cadere ad una ad una

di scaglie di metallo dalla pelle

(e carne, soltanto carne esposta,

dai piedi fino alla testa, intorno a braccia e cosce,

nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,

carne soltanto col marchio di memorie

che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,

la svolta in un portone ed una rosa,

il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno)

 

non basta sovrapporre peso a peso,

comprimere le spalle di zavorra e terra

(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,

i voli trasparenti che hai aspettato in anni

perché non era ancora il tempo degli spari,

dei colpi di fucili nascosti nelle siepi

e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,

e terra tutt’intorno, soltanto questa terra)

 

non basta lo spirare goccia a goccia,

segnare il passo per l’ultimo dei morti            

(e chiudere la casa dopo il lutto,

scenderne le scale per non salirle più)

e poi ancora uno che forse ti aspettavi

e poi ancora un altro venuto di sorpresa,

non basta accorgersi e non dirlo

che i vecchi se ne andranno

e resteranno i figli,

che certo è ancora vita il giro di clessidra

ma come sarebbe stato

il durare gli uni e gli altri

lo spazio di un eterno

e non i giorni d’inferno                                                             

per i sopravvissuti,

 

siamo nati a morire,

e fosse stato questo il neo,

il punto di scadenza di una stagione sazia,

un reclinare il capo come i fiori,

un chiudere le imposte per dormire,

l’andarsene non visti, senza lasciare croci,

svanire fra le stelle e nessuna guerra,

 

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,

il canto di un delfino a navigare il mare

 

(ma forse questo

dio

ancora non l’ha visto).

 

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)
Qui, la lettura espressiva della poesia.

Monumento al mare: William Vaughn Moody

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Monumento al mare

William Vaughn Moody (1869-1910), americano (foto web)

UN GIORNO GRIGIO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Nebbie grigie e piovigginose drappeggiano le brughiere,
la pioggia sbianca il mare morto,
dal tetro promontorio all’accigliato capo
vele plumbee vanno stancamente.
Non so come quel mercantile
abbia trovato coraggio; ma è il suo piano
verso il mare il suo corso sconfinato da solcare.

Irreali come insetti che atterriscono
il cervello irritabile d’un ubriacone,
sul grigio abisso strisciano le imbarcazioni
a quattro zampe, con due rematori:
minimi, i più piccoli della terra,
attraverso la vasta circonferenza del vecchio oceano
nello sforzo eroico, ridicolo.

Mi chiedo come l’equipaggio di quel mercantile
abbia trovato la volontà.
Mi chiedo come i pescatori facciano
per continuare ancora a sfiancarli.
Mi chiedo come il cuore dell’uomo abbia
pazienza di vivere oltre la sua spanna
o d’attendere che i suoi sogni s’avverino.

*

A GREY DAY

Grey drizzling mists the moorlands drape,
rain whitens the dead sea,
from headland dim to sullen cape
grey sails creep wearily.
I know not how that merchantman
has found the heart; but ‘tis her plan
seaward her endless course to shape.

Unreal as insects that appall
a drunkard’s peevish brain,
o’er the grey deep the dories crawl,
four-legged, with rowers twain:
midgets and minims of the earth,
across old ocean’s vasty girth
toiling-heroic, comical!

I wonder how that merchant’s crew
have ever found the will!
I wonder what the fishers do
to keep them toiling still!
I wonder how the heart of man
has patience to live out its span,
or wait until its dreams come true.

“Caro Leo”, per Leopoldo Attolico

ph. Loredana Semantica

Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.

Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.

Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.

Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.

Qui su Limina mundi, Leopoldo Attolico è stato più volte presente, con l’intervista Sette domande sulla poesia, nel Canto presente e da ultimo con un bellissimo “Una vita in scrittura”. La sua scrittura emerge compiuta, equilibrata, consapevole rivestita dalla scorza di leggerezza e ironia, in sè perfetta.

Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.

Di seguito tre sue poesie.

Se fate mente locale
converrete che legato a doppio filo
con la fisiologia lunatica dei versi
c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.

È lì; e noi ce lo guardiamo
implosi e circospetti, come un reperto lavico
fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio
confitto in un riverbero d’assenzio
cui piace sempre di esser corteggiato…

*

A dire il vero mia madre
mi ha fatto un po’ maldestramente
asimmetrico
tutto spigoli e crudezze
adunco
tagliente in ogni dove
ma, in compenso
perfettamente godibile
a levante mezzogiorno ponente

Quando tramonta il giorno
sulle vestigia domestiche
il mio profilo indicibile
è un prestigioso attico
assurto a superattico
ubriaco di luce

*

Il silenzio si congeda, è l’alba.
Calda di nido la mia notte è finita;
una poesia fra le mani.

Vengo a guardarti dormire
come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa
e ne allontana innocente il mistero
per lasciarvi un sogno

Versi trasversali: Federica Bembo

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FEDERICA BEMBO

Viaggio speculare

Dal finestrino la luna mi osserva
con le sue macchie,
mi invita a infilarci le dita.

La notte sussurra
nel suo cospirare di stelle.

Vorrei che fossimo
come quelle stelle in assemblea,
fari su un chiodo di buio.

Vorrei assaggiare questa notte
antica, nuova luce
sul mio giorno.

Una stella si è persa
e all’assemblea è presente
la sua assenza.

Forse il nuovo giorno ricorderà
questa notte, e la stella scomparsa
che voleva solo viaggiare.

9/11/2019

 

Dentro di me

Dentro di me
seleziono fiori
permetto omicidi
dischiudo imperfetta
nell’essenza dell’alba.

2/11/2021

 

Estensione amorosa

Sollevatemi,
gonfiatemi come una vela!
Corro a baciare gli arrivi,
resto a benedire le partenze.
Sono ovunque!

L’amore mi acceca.
Voglio vedere?
Ma cosa è la vista?
Se vedessi un ponte tra noi
lo saprei inutile
e debole.
Non sei irraggiungibile.
Sono già lì.

21/07/2020

 

Paesaggio d’amore

Il mio amore sale come l’alba
un tuorlo da gustare in silenzio

Mangio te e mangio il sole

Il mio sorriso si invola
gabbiano che si moltiplica

Ascolto gli enigmi del mare
e vedo il futuro:
scrivo con gli occhi socchiusi
e parlo di te, e ancora, di te.

20/8/2020

 

Abitudine

I sentimenti sono abitudine.
Ora ti amo. Poi passerà.

30/6/2021

 

Testi di Federica Bembo, tratti da Il mio gioco preferito, Edizioni Ensemble, 2023.

Poesia sabbatica: “Mio Sud” e “Il mio paese”

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MIO SUD

 

spazi aperti

nel cuore

e rocce

come antichi altari

 

campanacci lontani

e fretta di greggi

 

il vento

è lo stesso di ieri

quando nel rosso

di un tramonto

 

sentivo

pastori gridare.

 

IL MIO PAESE

 

nelle preghiere antiche

e non ancora smesse

è il mio paese,

nel suono innaturale

dei campanili

 

nelle vecchie

dai lutti eterni

è il mio paese,

nel marrone spietato

del lungo autunno

 

nel canto addolorato

degli esclusi

è il mio paese,

nell’uscio spalancato

di chi è partito

e non è più tornato.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

“Come un fiore in un crepaccio” di Luciana Luzi

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S’immagini un giorno di brezza primaverile che cammina pigro nelle ore. I piedi nudi scivolano sul manto mattutino di camomilla selvatica e rosolacci. S’immagini l’orchestra policromatica degli uccelli dei boschi maceratesi dipanare la sua armonica quiete sonora. S’immagini la fanciulla sdraiata sul fianco nell’erba; la fanciulla dai riccioli sediziosi sotto il cappello col nastro annodato; la fanciulla che parla come dipinge, che scrive come colora.
La poesia della Luzi è una lentissima giornata primaverile. Un’interminabile confessione d’amore agli elementi più irriducibili che ammobiliano la vita umana; un’invocazione ai numeri primi della natura: la fresca terra, la luce divina, la luna nuda, con la sua corte di ammiratori celesti, il garrulo popolo dei fiori e quello soprelevato degli uccelli; e più su, su tutto e dentro ogni riparo, Dio sereno e mattiniero, nella poesia della Luzi.
La raccolta s’intitola: “Come un fiore in un crepaccio”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023, con prefazione di Maurizio Minnucci; ed è così che viene a prendermi; ed è così che viene agli occhi, per farmi deliziare le evasioni, per portarmi tutto pieno di vergogna e raffazzonato accanto alla fanciulla dal cappello col nastro annodato.

Emilio Capaccio

La tenerezza delle mani

Sembrano così lontani
adesso
i giorni dei fiordalisi
gli occhi
fermi come laghi
sussurravano parole
l’amore sembrava un gioco
inconsapevoli
e leggeri
si assaggiava l’infinito.

*

Il silenzio dei primi uomini

Il mattino ha profumo di fiori
sconosciuti alla notte.
Una formica cammina portando il suo peso
i gatti si scambiano il cibo
le lavande occhieggiano dai loro viola.
Qualcuno ha tagliato i rami per il fuoco di domani.
Gli uccelli cantano dai loro alberi
intorno
c’è il silenzio dei primi uomini.
Un bocciolo rosso fa capolino fra l’erba

– come gli batte forte il cuore.

*

Nel silenzio ottobrino

cammino nell’erba bagnata e fredda
il gatto la lecca
la prima luce è già piena di Dio
è la forza inascoltata che abbiamo dentro da sempre

la morte è un principio di sonno o viceversa
dormiamo quando non abbiamo null’altro da fare

– prendimi adesso, ma concedimi ancora un sogno

mi scaldo le mani col fiato
passo il calore alle guance, sorrido
più divertita o commossa, non so

quei gesti imparati da bambini
selvaggi o veri uomini
sono sempre stati lì, proprio come la luce
a salvarci.

*

Siamo io e te

a guardarci
in questa notte che allinea i brividi
quante memorie e sospiri – Luna – custoditi
nelle sembianze di un candido viso.
Le nuvole ti sono damigelle, Marte
timido amante, lontano.
Come donna mi specchio nelle tue fasi
e rotondità

– arcana complicità che ammicca
nel silenzio inviolato.

*

Non aspettarsi niente è un fiore

aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano
una speranza che sa di latte
ingenuo desiderio
una conferma

un limite

quando abbiamo smesso di credere nell’impossibile?
Guardare il cielo e affidarci all’Universo
al viso sorridente di un bambino
di un fiore.

Luciana Luzi, maceratese, classe 1967, è artista poliedrica e appassionata; fin dall’infanzia ama l’arte in tutte le sue manifestazioni. Nell’età adulta sperimenta in modo più impegnativo non solo le arti pittoriche e il fumetto, frequentando corsi professionali (in particolare la Summer School di Illustrazione Editoriale Ars in Fabula di Macerata), ma anche la scrittura, in particolare di poesie, per le quali riceve segnalazioni di merito per la “Poesia in Lingua” in diversi concorsi letterari “Città di Grottammare”, indetti dall’Associazione “Pelasgo 968”. Alcune sue composizioni sono recensite in blog e riviste letterarie online e cartacee. Attualmente si sta dedicando al ruolo di assistente d’infanzia.

Doris Bellomusto e Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.

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Talvolta di sera

mescolo al mio tempo

il passato remoto delle donne

che mio padre e mia madre

hanno nascosto

in ogni mia cellula.

 

Alla doppia elica del mio DNA

si aggrappano gli amori e i disamori

la distratta gioia del sapermi viva,

la mancata volontà di mantenermi intera.

 

Io mi frantumo.

 

Somiglia al muto mormorio del mare

il battito spezzato del mio cuore sordo.

Serpeggia nel mio sangue

una preghiera.

 

 

Venerdì, svegliati Teheran!

Si chiamava Masha Amini, era giovane e bella, è stata arrestata tre giorni fa dalla polizia religiosa, indossava l’hijab in modo sbagliato, è morta oggi, 16 Settembre 2022, dopo tre giorni di coma. Io sto male, ho un nodo in gola e rabbia addosso, ho voglia di scendere in piazza e protestare, urlare, rischiare la mia vita in nome della VITA. Io mi chiamo Nika, ho 16 anni, a vivere sto imparando poco a poco; la vita si impara continuamente e non ci si può sottrarre alla lezione. È uno specchio sporco o uno specchio deformante, in ogni caso, io quando vedo la mia immagine riflessa mi vedo nuda, anche se non lo sono e non conosco pudore.

 

Sabato, un altro giorno di protesta

 

A occhi aperti vedo la mia città tentare di salvarsi,

un fiume di donne riempie le strade di Teheran

e sfida la sorte amara di un paese in ostaggio.

Il regime è forte e non perdona,

ma io non voglio arrendermi

 

Mercoledì, ancora

Oggi ho raccolto ogni più piccola briciola di bene, sono stata attenta alle voci di protesta, ho sorvolato sul male, quasi quasi ho volato sulle strade di Teheran e ogni angolo buio l’ho illuminato di speranza. A testa in giù ho lasciato che scivolassero via dai miei occhi tutte le cose che non voglio più vedere.

 

Sabato, un altro giorno di coraggio

Io non mi tiro indietro, oggi sono salita sul tetto di un’auto e mi sono tolta il velo per strada. Senza accorgermene sono diventata una leader, ma so che al regime le leader non piacciono. Potrebbe essere questa l’ultima pagina di diario e voglio credere che ogni parola saprà resistere alla violenza e sopravvivere alla mia stessa morte. Le parole hanno ali e possono raggiungere cuori attenti e vivi, donne giovani o in là negli anni, stanche di vivere così, questo non è vivere, questo è morire ogni giorno, rafforzando un sistema malvagio, io non ho paura di morire lottando per la libertà, ho paura di sopravvivere alle proteste e accorgermi che non è cambiato niente.

Ti abbraccio Teheran, se io muoio, tu continua a cantare: «Una parte del mio cuore mi dice di andare, andare…”

 

 

 

Testi tratti da Doris Bellomusto e illustrati da Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.

Poesia sabbatica: 3

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3-

  

e alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato

quanto camminare e spingere

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose,

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’ aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi)

 

“Le fleurs bleues” di Queneau nella traduzione creativa di Calvino

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Italo Calvino y Raymond Queneau

Italo Calvino, anche se noto soprattutto per I fiori blu (1967) di Raymond Queneau, come traduttore esordisce sin dall’inizio della sua carriera letteraria.[1] Secondo Federico Federici il primo tentativo traduttivo dello scrittore ligure risale già agli anni Quaranta quando Calvino, spronato da Elio Vittorini, traduce alcuni capitoli di Lord Jim di Joseph Conrad. Nel suo processo creativo di scrittura Calvino ha esercitato sempre una grande libertà di interpretazione, di visione e di infinite possibilità combinatorie fondate non solo su un’approfondita conoscenza degli artisti e delle opere antiche e moderne, ma anche sulla sua attività di traduttore che, come dimostrano d’altronde tanti scritti di Calvino stesso, occupa un posto centrale nella sua carriera e influisce fortemente anche sulla sua scrittura. Nel caleidoscopio variare di temi e storie della produzione narrativa di Italo Calvino, a rimanere immutato infatti è l’aspetto di un intenso e difficile lavorio stilistico, orientato verso una straordinaria nitidezza di tono e di lessico. Secondo Natalia Ginzburg, il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo.

Calvino nella sua casa di Parigi anni ’70

La traduzione è dunque un mestiere che s’impara ma a sua volta è anche un mestiere che insegna a scrivere, osserva lo scrittore ligure in una lettera a Domenico D’Oria del 5 dicembre del 1980 (Calvino 2000: 1442-1443).[2] “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, sostiene e continua: “Per un autore il riflettere sulla traduzione d’un proprio testo, il discutere col traduttore, è il vero modo di leggere se stesso, di capire bene cosa ha scritto e perché” (Calvino 2007c: 1827). Credeva profondamente nel ruolo del traduttore, degno, a suo avviso, di apporre anche la sua firma sulla copertina della nuova versione, come credeva in una proficua collaborazione dell’autore con il suo traduttore[3].

Calvino si accinse a tradurre I fiori blu, pubblicati nel 1965, (tra il 1966 e il 1967, come attestano due brevi manoscritti conservati presso gli Archivi dell’editore Einaudi). La ritrosia dichiarata a chiare lettere da Calvino, (ben più noto per la sua attività di romanziere che di traduttore), è plausibile e giustificata ma viene spontaneo chiedersi, a questo punto: perché tradurre un testo così complesso come Les Fleurs bleues, multiforme, composto da mille strati diversi, ricco di sfaccettature linguistiche, di citazioni letterarie, di riferimenti non sempre immediati ai più svariati ambiti dello scibile umano? Una prima risposta ce la offre lo stesso Calvino, in una preziosa Nota del traduttore:[4] “Appena presi a leggere il romanzo, pensai subito: «È intraducibile!» e il piacere continuo della lettura non poteva separarsi dalla preoccupazione editoriale, di prevedere cosa avrebbe reso questo testo in una traduzione dove non solo i giochi di parole sarebbero state necessariamente eluse o appiattite e il tessuto di intenzioni allusioni ammicchi si sarebbe infeltrito, ma anche il piglio ora scoppiettante ora svagato si sarebbe intorpidito. Un problema che si ripropone negli stessi termini per ogni libro di Queneau, ma questa volta sentii subito che in qualche modo il libro cercava di coinvolgermi nei suoi problemi, mi tirava per il lembo della giacca, mi chiedeva di non abbandonarlo alla sua sorte, e nello stesso tempo mi lanciava una sfida, mi provocava a un duello tutto finte e colpi di sorpresa. Fu così che mi decisi a provare”. Uno dei principali meriti di Calvino, infatti, è stato quello di non fermarsi mai alle mete acquisite. Il suo cammino mostra un continuo desiderio di battere nuove strade, di sperimentare soluzioni diverse. Nelle sue Lezioni americane scriveva: [5]“La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici”. Queneau era certo una delle passioni di Calvino, il suo vero, ultimo maestro, come scrive Silvio Perrella[6], e lo stesso Calvino sosteneva, in un testo raccolto negli archivi Einaudi, che Queneau è «irripetibile». Da un punto di vista prettamente letterario, gli ultimi anni del Novecento sono stati senz’altro caratterizzati da una notevole presenza di scrittori comici. Gli esempi sono numerosi e i cosiddetti “narratori postmoderni” (Pynchon, Vonnegut, De Lillo, Coover ecc.) sono i prototipi di questa tendenza. Lo humour di Raymond Queneau è un ingrediente stilistico ben calibrato e contribuisce a rendere la scrittura più gradevole e, in un certo senso, più personale e distinguibile. Del resto il pubblico più attento e competente cerca, in primo luogo, una scrittura non banale e non prevedibile. Ne “I fiori blu “, rispetto a molte opere di Calvino, sono rintracciabili poi affinità di temi, di scelte letterarie, linguistiche, di concezioni del rapporto uomo/storia e dopo quarant’anni, la freschezza e il brio del suo umorismo, “tutto di parola”, basato quasi esclusivamente su calembour e giochi linguistici sembra non risentire dello scorrere degli anni e continua a divertirci e in qualche caso a farci riflettere. Queneau si serve dei giochi di parola per verificare le infinite possibilità del mezzo linguistico. La gamma degli espedienti e delle soluzioni è pressoché infinita: giochi di parola sui luoghi comuni e sui nomi propri, paronomasie, puns, neologismi, assonanze, rime, citazioni ecc. Ma Queneau non è un innocuo e funambulo delle parole perché colpisce e ridicolizza il linguaggio, il nucleo dell’essere e il pensiero dell’uomo perciò nella «Traduzione inventiva», (così  definisce la sua versione italiana del testo francese) Calvino realizza lo sforzo più intelligente per mutare e aprire a nuove strade anche l’opera di Queneau. Nella nota pubblicata assieme al romanzo, Calvino ha raccontato la difficoltà di rendere in italiano lo scoppiettante testo di Queneau, il cui stile, ce ne accorgiamo anche dalla traduzione del celebre incipit, è un fitto tessuto di giochi di parole, allusioni, parodie: “Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I normanni bevevan calvados”. Nei ventuno capitoli de I Fiori blu si racconta una storia paradossale: un doppio sogno dei protagonisti, Cidrolin, un ozioso parigino del Novecento che non si considera protagonista della sua epoca e il Duca D’Auge, nobile medievale che è solo un osservatore della Storia confusa. I due si incontrano, dopo essersi reciprocamente sognati, condividono la stessa filosofia di vita e non riescono a comprendere entrambi la filosofia dei giovani e avventurosi campeggiatori(hippies). Al lettore poco attento i Fiori blu può sembrare un testo superficiale e l’estrema leggerezza della scrittura provoca senz’altro un moto di riso nel lettore, tuttavia la contaminazione delle lingue, (i colembours a citazioni parodiche e neologismi a contrasti di registro lessicale) offrono degli spunti per interrogarsi sulla lingua e sulla comunicazione. Gli uomini comunicano veramente o fingono di comunicare? Quanto è affidabile ed efficace il codice linguistico che utilizziamo? Queneau a suo modo, risponde che le parole, prima di essere significato e sostanza sono oggetti, significanti con un suono che può essere alterato o abbinato ad altri suoni. È un modo di dire che la comunicazione è una pura illusione, perché l’unico fattore oggettivo e innegabile del linguaggio è il suono delle parole. In un certo senso, è un’ulteriore prova dell’incomunicabilità a cui è condannato l’uomo moderno. Questa particolare concezione della lingua risale a Jacques Lacan che rielabora a sua volta la tradizionale concezione freudiana sostenendo che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Pertanto quando affiora il linguaggio dell’inconscio nei sogni, nei lapsus, nei motti umoristici, è piuttosto frequente che le parole vengano abbinate soltanto sulla base del loro suono. È evidente dunque che l’attualità fecondissima della ricerca del Calvino narratore saggista e traduttore sta nella sua consapevolezza critica sempre proiettata in avanti per creare un mezzo comunicativo più adeguato al suo ideale letterario.

Maria Allo


[1] Federico Federici menziona la traduzione di Conrad in due occasioni, la prima volta nel saggio intitolato Italo Calvino comincia a tradurre Raymond Queneau: la traduzione crea-tiva di un incipit, poi nel libro Translation as Stylistic Evolution: Italo Calvino CreativeTranslator of Raymond Queneau.

[2]  CALVINO, (2007c): “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, in ID.,Saggi 1945-1985, a cura di BARENGHI, M., vol. 2, Milano, pp. 1825-1831. 

[3] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.

[4] CALVINO, Nota del traduttore in R. QUENEAU, I fiori blu, tr. italiana di I. CALVINO, Torino,Einaudi (collana «Scrittori tradotti da scrittori»), 1967, pp. 265-274

[5] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.

[6] Silvio Perrella, Calvino, Bari, Laterza, 2001, p. 105.

“Stanze d’inverno e altre poesie” di Eleonora Bellini

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L’amabile poetessa Bellini ha un pennino dall’inchiostro un po’ magico e un po’ amaro. Coll’ombrello di Mary Poppins, il guardo vispo e un gesto svagato di saluto, svolazza di qua e di là per i climi delle stanze che si fanno in questa scorreria di versi.
Scaffali illuminati dal volto falotico della luna; libri e giocattoli dentro bauli di pelle alla rinfusa nel sottoscala; dimore assettate di vecchi professori; ricordi che vanno ad accoccolarsi tra le stelle; sua altezza, la Talpa, col consorte, il Leprotto; i cugini reali, il Gatto, e sua maestà, la Gazza, e tutta la simbolica fauna del bosco. Favole che s’animano a imperitura levità, ma non con frivolezza, dalla bacchetta di briosa bibliotecaria di mirabilia. La sua wunderkammer è quest’opera, e apre le porte ai visitatori appena per il tempo fatato della lettura.
La sua wunderkammer si chiama: “Stanza d’inverno e altre poesie”, Book Editore, 2021, con una nota di Alfredo Luzi.

Emilio Capaccio

Antico compleanno

La mamma aveva gli occhi neri
e neri i suoi capelli, docili
soltanto al vento. Scrutava
con quegli occhi i visi
dei suoi piccoli alunni,
sorrideva a mio padre nelle feste,
contemplava laghi, monti,
panorami e talvolta
anche il mare. E mi restava accanto,
quel suo sguardo lucente d’ossidiana,
silente compagnia quando non c’era.

*

Le case dei vecchi professori

Le case dei vecchi professori, con i libri
ordinati sopra gli scaffali, con i libri
in punta di piedi al davanzale, con i libri
in poltrona a occupare gli spazî
del tempo senza ore, i giorni
lunghi come le stagioni, le alterne
apparizioni di luce e buio alle finestre,
all’ospite tendono la mano. Le case
dei vecchi professori hanno l’odore
dell’inchiostro anche quando
dalla scrivania ammicca l’occhio
di ghiaccio del computer. Le case
dei vecchi professori taciturne
reclinano il capo lentamente, come fiori
sorpresi dal vento della sera.

*

Notte

La notte è stanca
perché ha perduto il buio,
il misericordioso margine
d’ombra sparso sul velluto
dell’oblio. Ma non pensate,
bambini, alla luna,
né al latte di stelle
o alle comete.
Non pensate alle luci.
Questo chiarore
di polvere rossa arroventata
s’innalza dal vicino HUB.
E il boato che s’ode
non è tuono, ma scoppio di motori
(lo sa perfino il gatto
che ronfa ben nascosto sotto un telo).

*

Due

I vecchi giocattoli, quelli
del baule in fondo alle scale,
fremono. Sentono
che è giunta la stagione
delle notti lunghe, dei sogni
già accesi all’uscita di scuola,
del pane, burro e zucchero.
I vecchi giocattoli vorrebbero
alzare il coperchio e dire a tutti
che i bambini sono sempre buoni.

*

I lupi

Dicono che da queste parti,
tra il Ticino, l’Agogna e la baraggia,
siano tornati i lupi, forse
dal medioevo, forse
dall’altro mondo. Pare
che la gente qui, dura e selvaggia,
li tema e già s’appresti a un’offensiva
(la stessa che inferocisce
i rivali umani). E tuttavia
il traffico scorre,
gli aerei decollano come dure
raffiche sul cielo, le ruspe scavano
e nei condotti oscuri si riversano
i consueti veleni. Tutto va bene
per gli umani, tutto
tranne i lupi.

*

Eleonora Bellini, bibliotecaria di lungo corso, scrittrice e traduttrice, vive nel Piemonte Orientale. Per la sua biblioteca ha ideato e curato, negli anni, progetti di invito alla lettura, mostre d’arte, didattiche e documentarie, itinerari multiculturali tra i libri, incontri con scrittori. Segretaria e organizzatrice del premio nazionale di Poesia e Traduzione Poetica “Achille Marazza” (1982-2018); componente di giuria dei concorsi letterari “La casa della Fantasia” (2003-2018) e “Antonio Cerruti – Ariodante Marianni” (2008-2017). Collabora e ha collaborato a periodici e riviste (tra gli altri “Quinta Generazione”, “L’immaginazione”, “Verbanus”, “Fermenti”, “Capoverso”, “Il Ponte”, “Il Sempione”, “Pagine giovani”, “5Xché”) e a siti letterari (tra gli altri “Le letture di don Chisciotte”, “Mangialibri”). Ha pubblicato opere di genere diverso:

Poesia:
Metadizionario, Lalli 1980; Note a Margine, Premio Albisola Giovani – Seledizioni 1980; Tracce, con prefazione di Vico Faggi, Sabatelli – Quaderni di Resine 1993; Agenda feriale, Premio Rhegium Julii 1997; I nemici svegli, con presentazione di Ariodante Marianni, ArtEuropa, 2004; Il rumore dei treni, con nota di Ariodante Marianni, Book Editore 2007; Le ceneri del poeta, Orizzonti Meridionali 2011; Stanze d’inverno. Non solo liriche, La Parada 2012; ριζώματα radici. Poesie sui 4 elementi, Youcanprint/ Mimesis.me 2014; Prove d’autunno, con presentazione di Fabio Scotto, Puntoacapo editrice 2018; Legno estivo, Youcanprint/ Mimesis.me 2019.

Narrativa:
Con il motore al minimo, EOS 1999; Il calendario dell’avvento, R. Vecchi 1999; La stella sul tetto, Creativi Associati 2017; La casa dei libri, Creativi Associati 2017.

Traduzioni:
J. Daniélou, Diari spirituali, Piemme 1998; L. M. Sinistrari, Sortilegium, in “Quaderni Borgomaneresi/2–1999”; A. de Lamartine, Ditemi il vostro segreto. Carteggio con Giulia di Barolo, San Paolo 2000; A. Cerruti, Tre poesie, Borgo Ticino 2000 e Poesie religiose in “Quaderni Borgomaneresi/4-2001”; W. A. Stuart, Sketches, in “Quaderni Borgomaneresi/8-2005”; L. Basset, Il desiderio di voltare pagina, San Paolo 2008; M. Quesnel, La saggezza cristiana, San Paolo 2008; R. Stainville, Grande male – Medz Yeghern: Turchia 1909, un testimone del massacro degli Armeni. San Paolo 2008; L. Basset, La morte fa paura agli uomini non a Dio, San Paolo 2009.

Altri testi:
I bambini e la poesia, Borgomanero 1986; Finché ci sia respiro, Interlinea 1996; Laboratorio per Rodari, Fondazione Marazza 1991; La Madonna della Bocciola e i culti mariani del lago d’Orta, con Carlo Carena, Comune di Ameno 1993; Borgo Ticino e Divignano. Storie di gente, luoghi di memoria, E. Bellini/D. Tessari, EOS 1996; Pagina picta. Il caso, l’allegoria, la volontà nella pittura di Ariodante Marianni, Colophon Libri 2005; Dialogo a colori. Rodari e Maulini in biblioteca, Fondazione Marazza 2010; La poesia e la vita. Ariodante Marianni dieci anni dopo, Fermenti 2017.

Bambini e ragazzi:
Piccoli Libri, Fondazione Marazza 2000; I sei giorni del sole. La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel racconto di un bambino, Laser 2000; Piccole Rime, Fondazione Marazza 2001; La Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2002; Una scatola piena di treni, margherite, triangoli, Edizioni I fiori di campo 2002; Un anno nella casa della fantasia, Fondazione Marazza 2003; Un anno nella casa della fantasia 2, Fondazione Marazza 2004; I laboratori della fantasia, Fondazione Marazza 2005; Pensieri Rime Colori per la Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2006; I laboratori della Fantasia 2 , Fondazione Marazza 2007; Un sacco di libri e altre cose colorate, Fondazione Marazza 2008; Vivilibro, Fondazione Marazza 2009; Ninna nanna per una pecorella, Topipittori 2009 (tradotto in corso, francese
e spagnolo e in simboli WLS per Uovonero Edizioni 2019); La storia che non c’era in Unduetrestella 3/2009; Là nel bosco in Unduetrestella 1/2010; La capra, la cicala e l’usignolo, in Unduetrestella 2/2010; Specchiarsi, Fondazione Marazza 2010; Fuori dal nido, Nonsoloparole 2003; L’elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, Nonsoloparole 2016; Adalgiso e il mistero del maniero, La Ruota Edizioni 2018; La casa in riva al mare, Fabbrica dei segni 2019; Casa di luna, Edizioni Il Ciliegio 2019; Il quaderno di Lisa, Antipodes edizioni 2021; Non dire il tuo nome, Edizioni Il Ciliegio 2021.