Emilio Capaccio traduce Ángel González

Quando scrivo il mio nome
lo sento ogni volta più strano
Chi è?
mi domando
E non so che pensare
Ángel.
Così raro

Á. G.

Ángel González, traduzioni di Emilio Capaccio
L’AUTUNNO S’AVVICINA

L’autunno s’avvicina con molto poco rumore:
soffocate le cicale, qualche grillo appena
difende il fortino
di un’estate ostinata a perpetrarsi,
la cui sontuosa coda ancora brilla verso l’ovest.

Sembrerebbe che qui non accada nulla,
ma un silenzio subitaneo illumina il prodigio:
è passato
un angelo
che si chiamava luce, o fuoco, o vita.

E lo abbiamo perduto per sempre.
EL OTOÑO SE ACERCA

El otoño se acerca con muy poco ruido:
apagadas cigarras, unos grillos apenas,
defienden el reducto
de un verano obstinado en perpetuarse,
cuya suntuosa cola aún brilla hacia el oeste.

Se diría que aquí no pasa nada,
pero un silencio súbito ilumina el prodigio:
ha pasado
un ángel
que se llamaba luz, o fuego, o vida.

Y lo perdimos para siempre.

SPERANZA

Speranza,
ragno nero dell’imbrunire.
Ti fermi
non lontano dal mio corpo
abbandonato, cammini
intorno a me,
tessendo, rapida,
inconsistenti fili invisibili,
ti avvicini, ostinata
e mi accarezzi quasi con la tua ombra
pesante
e lieve allo stesso tempo.
Rannicchiata
sotto le pietre e le ore,
hai aspettato, paziente, l’arrivo
di questa sera
in cui
niente è ormai possibile…
Il mio cuore:
il tuo nido.
Addentalo, speranza

ESPERANZA

Esperanza,
araña negra del atardecer.
Tu paras
no lejos de mi cuerpo
abandonado, andas
en torno a mí,
tejiendo, rápida,
inconsistentes hilos invisibles,
te acercas, obstinada,
y me acaricias casi con tu sombra
pesada
y leve a un tiempo.
Agazapada
bajo las piedras y las horas,
esperaste, paciente, la llegada
de esta tarde
en la que nada
es ya posible…
Mi corazón:
tu nido.
Muerde en él, esperanza.

COMPLEANNI

Io me ne accorgo: come sto diventando
meno sicuro, confuso,
dissolvendomi nell’aria
quotidiana, grossolano
brandello di me, sfilacciato
e rotto dai pugni
Io comprendo: ho vissuto
un anno in più, ed è molto duro.
Muovere il cuore tutti i giorni
quasi cento volte al minuto!

Per vivere un anno è necessario
morire molto molte volte.

CUMPLEAÑOS

Yo lo noto: cómo me voy volviendo
menos cierto, confuso,
disolviéndome en el aire
cotidiano, burdo
jirón de mí, deshilachado
y roto por los puños
Yo comprendo: he vivido
un año más, y eso es muy duro.
¡Mover el corazón todos los días
casi cien veces por minuto!

Para vivir un año es necesario
morirse muchas veces mucho.

MIRACOLO DELLA LUCE

Miracolo della luce: l’ombra nasce,
sbatte in silenzio contro le montagne,
crolla senza peso al suolo
disvelandosi alle erbe delicate.
Gli eucalipti lasciano sulla terra
la tremula pelle della loro sagoma
allungata, sopra la quale volano
freddi uccelli che non cantano.
Un’ombra, più lieve e più semplice,
che nasce dalle tue gambe, s’affretta
per annunciare l’ultimo, più puro
miracolo della luce: tu contro l’alba.

MILAGRO DE LA LUZ

Milagro de la luz: la sombra nace,
choca en silencio contra las montañas,
se desploma sin peso sobre el suelo
desevelando a las hierbas delicadas.
Los eucaliptos dejan en la tierra
la temblorosa piel de su alargada
silueta, en la que vuelan fríos
pájaros que no cantan.
Una sombra más leve y más sencilla,
que nace de tus piernas, se adelanta
para anunciar el último, el más puro
milagro de la luz: tú contra el alba.

IL GIORNO SE N’È ANDATO

Ora andrà per altre terre,
portando lontano luci e speranze,
disperdendo remoti stormi d’uccelli,
e rumori, voci, campane,
— chiassoso cane che mena la coda
e abbaia davanti alle porte accostate.

(Frattanto, la notte, come un gatto
furtivo, è entrato dalla finestra,
ha visto avanzi di luce pallida e fredda, e
ha bevuto l’ultima tazza. )

Sì;
il giorno se n’è andato per sempre.
Molto non è stato preso (nulla mi porto via);
solo un po’ di tempo tra i denti,
un misero gregge di luci spossate.
Non piangete neppure. Puntuale e inquieto,
senza alcun dubbio tornerà domani.
Spaventerà quel gatto nero.
Abbaierà fino a buttarmi dal letto.

Ma non sarà lo stesso. Sarà un altro giorno.

Sarà un altro cane della stessa razza.

EL DÍA SE HA IDO

Ahora andará por otras tierras,
llevando lejos luces y esperanzas,
aventando bandadas de pájaros remotos,
y rumores, y voces, y campanas,
— ruidoso perro que menea la cola
y ladra ante las puertas entornadas.

(Entretanto, la noche, como un gato
sigiloso, entró por la ventana,
vio unos restos de luz pálida y fría, y
se bebió la última taza.)

Sí;
definitivamente el día se ha ido.
Mucho no se llevó (no trajo nada);
sólo un poco de tiempo entre los dientes,
un menguado rebaño de luces fatigadas.
Tampoco lo lloréis. Puntual e inquieto,
sin duda alguna, volverá mañana.
Ahuyentará a ese gato negro.
Ladrará hasta sacarme de la cama.

Pero no será igual. Será otro día.

Será otro perro de la misma raza.

Giancarlo Stoccoro: “La disciplina degli alberi”, La Vita Felice, 2019. Introduzione di Paolo Steffan: “La silenziosa disciplina di Giancarlo Stoccoro”. Dieci poesie e un commento breve.

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Le sezioni La disciplina degli alberi, Luoghi ligi configurano un teatro urbano in cui è messa in scena la pièce dell’umana inquietudine che attraverso segnali sorvegliati, una certa distanza delicata e di commozione impalpabile, cerca l’incontro che sembra imminente, accadente e invece, per una sorte che ha connotati arcani, si sposta in avanti o ripiega su se stesso, lasciando fluire la materia dello straniamento, senza però rinunciare al focus del “tu”, che resta tensione, anelito. Nella scrittura breve di Giancarlo Stoccoro confluiscono le polarità dell’esistenza, l’incessante movimento del sentimento e del pensiero che mai raggiungono il compimento del loro “in essere” lasciando trapelare l’impermanenza vibrante dei destini, il talento per la ricognizione dei motivi della coscienza che pongono in luce che «Un’idea di purezza / attraversa il mondo», mettono in atto la dimensione della libertà.

 

Adriana Gloria Marigo

 

 

Da  Segnali di resa

 

Spossessarsi di sé

abitare i contorni

e la forma breve

custodire il silenzio

come reliquia

affondare la parola

 

 

Segnali di resa

non parole senza luogo

incondizionata resa

negli sguardi facili

negli orizzonti gentili

che camuffano distanze

 

A novembre gli alberi

resteranno nudi

fino a tardi

 

 

Da Geometrie dell’abbandono

 

Tu puoi non dire

quante traiettorie si aggiustano

accarezzando le sillabe

prima di dormire

 

Sale per gradi l’assenza

 

quando c’è poca luce

sembra non faccia danno

 

L’orizzonte si perde

dietro un buio qualunque

 

Da Feroci distanze

 

Altri luoghi

s’incontrano

soltanto al buio

e tu fai tanto

per tenere le luci

sempre accese

 

 

Non i luoghi

quelli sanno solo sfiorarti

non i tempi circostanziati dei calendari

un silenzio diffuso su nebbia densa

due scarabocchi su carta spessa

 

 

Da I giorni a te lontani

 

Tornano a farsi luogo

i giorni silenziosi

lontani dalle frasi fatte

hanno smesso di lucrare sui confini

di segnalare impronte

dove non c’è stato passaggio

 

 

Da Poesie per gli alberi e le passeggiate vagabonde

 

Nella nostalgia d’autunno

mi nutro di sguardi complici

foglie licenziate in novembre

 

divento fanatico del tango

allago la bocca con frasi vaste

 

liquida danza che assolve

gli alberi messi a nudo

 

 

Da Luoghi ligi

 

Gli alberi ci guardano

passare in fila indiana

 

licenziare le fronde

a novembre

non spazzano neanche il cielo

 

placidi stanno

 

Il tuo luogo quando penso a te

è un bosco di alberi bianchi

dove ti arrampichi finché

il tronco comincia a cullarti

 

 

Biobibliografia

Giancarlo Stoccoro (Milano, 1963) è psichiatra e psicoterapeurta. Oltre all’attività clinica, si occupa di formazione e ha pubblicato diversi lavori su riviste scientifiche. Studioso di Georg Groddeck, ha curato e introdotto l’edizione italiana della biografia Georg Groddeck. Una vita, di W. Martinkewicz (Il Saggiatore, Milano 2005) e i saggi Pierino Porcospino e l’analista selvaggio; Poeti e prosatori alla corte dell’ES. Suo è il primo libro che esplora il cinema associato al Social Dreaming, che ha applicato in ambito sanitario, scolastico, nelle carceri e direttamente nei cinema: Occhi del sogno (Giovanni Fioriti, Roma 2012).

Ha vinto diversi premi di poesia e pubblicato le sillogi: Il negozio degli affetti (Gattomerlino/Superstripes, Roma 2014), Note di sguardo (Morellini, Milano 2014), Benché non si sappia entrambi che vivere (alla chiara fonte, Lugano 2015), Parole a mio nome (Il Convivio, Castiglione di Sicilia 2016),Consulente del buio (L’Erudita, Roma 2017), Forme d’ombra (alla chiara fonte, Lugano 2018),La dimora dello sguardo (Fra, Rimini 2018), Prove di arrendevolezza (Oèdipus, Salerno 2019).

Cura i blog ladimoradellosguardo.it e ciacksisogna.it

 

 

 

 

 

Nota critica dedicata a “Galatina / Un sogno d’amore” di Dante Maffia ed Elio Scarciglia, edito da Terra d’ulivi Edizioni, 2020

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Nel prezioso libretto “Galatina /Un sogno d’amore” edito da Terra d’ulivi Edizioni nella collana Le Avventurine, i suggestivi testi poetici di Dante Maffia e i mirabili scatti fotografici di Elio Scarciglia danno vita ad un progetto editoriale di cui nessuna biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere priva, per la perfetta sintesi tra la lettura dei pensieri poetici e la visione delle illustrazioni del testo e per il piacere estetico che dalla loro fruizione ne deriva.   

Celebre esempio dell’arte romanica situato nel cuore del Salento, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, a Galatina, è uno scrigno di bellezza, un meraviglioso gioiello, custode di magnifici affreschi gotici, che ricordano i cicli pittorici di scuola giottesca presenti nella Basilica di San Francesco d’Assisi. La chiesa fu edificata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno dalle Crociate, portò con sé un dito prelevato dal corpo della Santa, reliquia tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Il prospetto romanico della basilica è arricchito da un portale finemente decorato e da un rosone che sembra intagliato nella pietra e che racchiude al centro lo stemma della famiglia committente. Gli affreschi, eseguiti su committenza di Maria d’Enghien, sposa di Raimondello, furono realizzati dapprima da maestranze locali e successivamente da artisti provenienti da altre città italiane, Siena, Venezia, Padova e qui è d’obbligo il riferimento alla Cappella degli Scrovegni, i cui cicli pittorici ricordano quelli presenti nella Basilica.

In questo libro Maffia ha incontrato la città di Galatina, l’ha accolta, l’ha compresa e le ha dato voce attraverso i suoi scorci, ha colto attimi di vita e di storia millenaria attraverso la forma breve e immediata degli haiku manifestando in questo modo il suo innamoramento, il suo “sogno d’amore”. Galatina, ammaliante fonte d’ispirazione, città-donna, è divenuta concreta, creatura dalla straordinaria bellezza, in cui perfino il Paradiso “ha fatto il nido”. La città è divenuta oggetto del desiderio del poeta, in cui convergono memorie, sogni, dissolvenze, impalpabili vibrazioni. Ecco dunque che si compie un romantico e nostalgico viaggio nel passato che ricorda soffuse atmosfere crepuscolari. Il linguaggio è ancora una volta quello del cuore che si confessa rivelando la propria umanità e la propria imperfezione. La poesia appare visionaria e immaginifica, allo stesso modo Galatina diventa donna da amare e di cui prendersi cura. Maffia fa riferimento anche al fenomeno del tarantismo, della Lascivia Chorea, come veniva chiamata nel Cinquecento la danza di possessione dallo straordinario potenziale simbolico, che ha uno dei suoi centri nevralgici proprio a Galatina, nella chiesa di San Paolo dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella.

Tarantoliamo / senza fermarci mai. / Così il mio sangue.” Scrive Maffia. E ancora:

“Il ballo di San Vito spesso prende / le nostre ragazze / e le morde, e crea in loro / danno e stupore, / un dissidio che fa tremare il cielo / le grida strazianti d’un mistero.”

Altrettanto ha fatto Scarciglia, abilissimo fotografo d’arte, che, con amore, l’eleganza, l’estro creativo e la sensibile intuizione che lo contraddistinguono, ha saputo cogliere particolari e dettagli di rara intensità che sfuggono agli occhi dei più e li ha resi manifesti trasformando anche il fruitore meno colto in esteta esigente.

Le immagini si dipanano nitide e incisive e accompagnano il lettore in un percorso emotivo, fatto di dialoghi, scoperte, abbracci, carezze per i sensi e lo sguardo. In definitiva,  il connubio Maffia –Scarciglia, dopo Matera e una donna, ha creato un altro libro di pregio, in cui sublime, bellezza e amore procedono a braccetto.

Deborah Mega

Loredana Semantica traduce Mark Strand “The end”

La fine

Nessun uomo sa cosa cantare alla fine
guardando il molo come nave che salpi, ché così gli sembrerà
quando rapito dal ruggito del mare, è immobile, lì alla fine
o cosa sperare essendo chiaro ormai che non tornerà più indietro

Il tempo non sembra lungo quando trascorre potando rose
o accarezzando il gatto, contemplando il tramonto che incendia il prato
o la luna piena che imbianca la terra, nessun uomo invece sa cosa scoprirà
quando il peso del passato sporge tra il nulla e il cielo

Non c’è altro che il ricordo della luce e trame di cirri
nuvole che si chiudono dense e uccelli sospesi in volo
nessun uomo sa cosa l’aspetta o cosa cantare
quando la sua nave scivola nell’oscurità della fine

(Mark Strand traduzione di Loredana Semantica)

The end

Not every man knows what he shall sing at the end,
Watching the pier as the ship sails away, or what it will seem like
When he’s held by the sea’s roar, motionless, there at the end,
Or what he shall hope for once it is clear that he’ll never go back.

When the time has passed to prune the rose or caress the cat,
When the sunset torching the lawn and the full moon icing it down
No longer appear, not every man knows what he’ll discover instead.
When the weight of the past leans against nothing, and the sky

Is no more than remembered light, and the stories of cirrus
And cumulus come to a close, and all the birds are suspended in flight,
Not every man knows what is waiting for him, or what he shall sing
When the ship he is on slips into darkness, there at the end.

Mark Strand

 

Angelo Maria Ripellino – La buffoneria del dolore

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Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,

questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.

Il mio rammarico è forse volontà di commedia.

Grande è la buffoneria del dolore.

 

Angelo Maria Ripellino nasce a Palermo il 4 dicembre del 1923, da Carmelo, insegnante di Lettere, poeta e scrittore di drammi teatrali, e Vincenza Maria Trizzino, titolare di una farmacia. Ha appena sette anni quando la famiglia si trasferisce a Mazara del Vallo, dove il padre ha ottenuto un incarico presso il locale Liceo Parificato e dove Angelo frequenta le scuole fino al completamento delle classi ginnasiali. Nel 1937 a Carmelo viene assegnata una cattedra al liceo “Giulio Cesare” di Roma e la famiglia si sposta nella Capitale, che diverrà la città di adozione del poeta, quella dove continuerà gli studi e inizierà, ancora studente, la sua attività letteraria scrivendo per alcuni giornali e pubblicando poesie, racconti, recensioni e brevi saggi. Iscritto alla Facoltà di Lettere, sceglie di interessarsi dell’universo letterario slavo e diventa allievo di Ettore Lo Gatto, uno dei primi studiosi di letteratura russa in Italia. Ancora giovanissimo, viene aggredito da una infezione tubercolare che, sebbene curata con applicazioni di pneumotorace, in seguito lo costringerà a sottoporsi ad una pneumectomia. Continuerà tuttavia la sua attività letteraria e intensificherà il suo impegno per gli studi di slavistica soggiornando a Praga dove incontrerà Ela Hlochová che diverrà sua moglie e sua collaboratrice e gli darà due figli, Milena e Alessandro.

Dal 1948 al 1952 Ripellino insegna all’Università di Bologna Filologia slava e Lingua ceca; con l’incarico di Lingua e Letteratura russa al Magistero di Roma ritorna nella sua “città” dove inizia un felice percorso come traduttore di alcuni poeti russi, lavorando al contempo alla Storia della poesia ceca contemporanea. Pariteticamente si dedica al teatro e alle arti cosiddette “minori”: critica cinematografica, teatro delle marionette, musica, trasmissioni radiofoniche.  Il suo percorso erratico fra le varie tipologie di studi e di scritture ne fa trasparire il proposito di inseguire una sorta di sincretismo fra tutte le espressioni artistico-letterarie. Continua a scrivere poesia e nel 1960 pubblica la sua prima raccolta, Se non ora quando, ma, seppure accolti dalle migliori riviste letterarie, i suoi versi restano indietro rispetto a quella che si va configurando come figura di slavista, etichetta che prevarrà sempre sulla sua qualità di artista delle lettere. “Slavista! Mi gridano donne con  frappe sul capo./ (…) Slavista! Mi beffano da un carro funebre/ (…) Chiedo perdono. E’ deciso. La prossima volta/ farò un altro mestiere”, scrive nella poesia n.2 di Notizie dal diluvio.

Nel 1964 Ripellino viene aggredito da una recrudescenza tubercolare e ricoverato nel sanatorio di Dobříš, vicino Praga, sotto le cure del primario Petr Ostrý che lo recupera alla vita. Da questa esperienza nasce la raccolta di poesie La fortezza d’Alvernia, poematico diario della vita che fugge, declinato attraverso rimandi letterari e figurativi della sua multiculturalità, che egli definisce “teatro d’ombre” e “cartolina illustrata della speranza”. La silloge, proposta a Einaudi per la pubblicazione, viene rifiutata, presumibilmente per lo scarso interesse suscitato in Italo Calvino che definirà Ripellino “un poeta fuori del tempo” e “un futurista in ritardo”, e, dopo ulteriori rifiuti da parte di altri editori, sarà pubblicata da Rizzoli nel 1967.

 (…)  Sebbene io sia imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia nativa affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico. Torno giù a precipizio sovente dal continente all’isola amara, irrorata di luci di agrumi, ai giorni lontani in cui sereno viaggiavo con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale, come nel ventre di un ciprino carpio. Poi si versò una giara di olio in soffitta. L’olio colava per gli scalini. Ebbero inizio le sciagure. Il letto si coprì di infausti cappelli. Ancor oggi essi ingombrano la mia poesia. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona.” Così il poeta Angelo Maria Ripellino, “imbrattato” di cultura mitteleuropea, rivendica la sua ascendenza isolana, in uno scritto ad apertura della pubblicazione di Sinfonietta. “Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto e i congegni, le «meraviglie» del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga.(…).

Nel 1969 Ripellino pubblica, questa volta sì con Einaudi, la raccolta di poesie Notizie dal diluvio, costituita da settantasette poesie divise in due parti, da lui stesso definita “diario di un anno calamitoso”, riferendosi sia alla sua salute che va sempre peggiorando che alla tragica conclusione di quel movimento politico e sociale che fu la Primavera di Praga e che egli aveva seguito come inviato de L’Espresso. Il libro è una specie di “arca” nella quale il poeta raccoglie persone, animali e fatti che hanno costituito il suo mondo per eternizzarli nella sua storia privata restituendoli in metafore, allegorie, analogismi e neologismi, in un rutilante universo semantico di strabiliante ricchezza. Tutta la poesia ripelliniana è un vortice di opulenza lessicale, una partitura di infinite significazioni nella quale vorticano la musica, la pittura e i pittori, il teatro e i teatranti, i mùsici e i pagliacci, gli animali di ogni specie, e i colori di un arcobaleno personale dove primeggia il giallo, il colore del sole.

Ancora la giovinezza mi chiama, falòtica /come le cicogne dello Zwin./ Ancora mi affligge la sua effigie gotica./Non resisto agli occhi verdi che mi amano,/ io, principe carpatico in rovina”. Sono i versi della terza parte della poesia n.67 della raccolta Sinfonietta, uscita ancora per Einaudi nel 1972. Qui i testi assumono una coloritura plumbea, con chiari riferimenti alla salute che va aggravandosi, e tuttavia ancora accompagnata da metafore di “luce” nell’assunzione di lemmi quali fuoco, candele, angeli; una raccolta definita “ostica” per il lessico e la sintassi, e catalogata come risultato di “un oscuro barocchismo”. E’ quella che più mette l’accento sulla vicenda personale dell’autore, sulla sua consapevolezza di non aspettarsi più niente altro che sofferenza e tuttavia restando “in una grande allegria funebrina”. “Alla tua età si può ricominciare,/ma io, bambina, ormai devo raccogliere/ le somme del passato, ristoppare/ con giorni avventicci il mio destino,/ con spilorcia avarizia fare i conti, / io che giuoco sempre a rimpiattino/ col disfavore di Domineddìo.”  Egli stesso in un’intervista aveva dichiarato: “Gran parte della mia scrittura è diventata il vezzeggiamento di questo eterno malessere.”

Sempre da Einaudi nel 1976 viene pubblicato Lo splendido violino verde, raccolta ripartita in due sezioni: Das letzte Varieté (L’ultimo Varietà), e Don Pasquale (con riferimento all’opera di Donizetti); opera della piena maturità che assomma tutti i temi della poetica ripelliniana  rinominando personaggi, musiche, artisti, ora con vis ironica ora con clownesca malinconia. Pervade tutto il testo un andamento antitetico fra la gioia di vivere e la coscienza del male che lo opprime: “L’eterna altalena tra ebbrezza e malore(…)il miele del male”, dove il male accostato al miele rivela l’aggressione del sopravvenuto diabete, che in seguito lo costringerà all’amputazione delle dita di un piede. Come sempre il campo semantico usato da Ripellino è ad ampio spettro, aggomitola il contingente con la memoria del passato attraverso accostamenti incompatibili, metafore e paronomasie; all’oscuro barocchismo di Sinfonietta fa eco un tono di gioiosità malinconica, come di chi si appresti ad invecchiare per il processo naturale della vita. “Piano piano anche tu ti sfilerai dalla stretta/ cruna della rivolta/ per diventare un vecchietto benpensante che sgretola/ croste di massime ottuse (…) sarai raggricchiato, minuscolo, nano/ nella luce palustre della tua notte che avanza,/ avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.” Nell’acrobatico ordine linguistico di Ripellino vive tutta una folla di soggetti e contenuti che riemergono nuovi, liberati dalla cenere del vissuto.

Il 21 aprile del 1978 un collasso cardiocircolatorio, causato dall’aggravarsi delle patologie di cui era afflitto, spegne, ad appena cinquantaquattro anni, Angelo Maria Ripellino. La sua raccolta Autunnale barocco esce nel 1977 e vince il Premio Prati; è l’ultima sua presenza nel mondo delle lettere, ma in precedenza aveva pubblicato altri lavori in prosa: nel 1965 Il trucco e l’anima, sui grandi registi del teatro russo, che gli vale il Premio Viareggio; nel 1973 Praga magica, la sua opera più conosciuta; nel 1975 Storie del bosco boemo. Postumo, a cura di Giacinto Spagnoletti, viene stampato Scontraffatte chimere, che raccoglie tutti gli inediti, anche quelli giovanili, del grande poeta siciliano. Sebbene appassionato cultore, traduttore e saggista di opere della letteratura russa e boema, Angelo Maria Ripellino si ritenne sempre primariamente poeta e lo amareggiò che, nella società letteraria del tempo,  non venisse messo mai al primo posto questo suo ruolo. Solo all’inizio di questo nuovo secolo alcuni giovani studiosi hanno intrapreso un percorso di recupero e di studio dell’opera poetica ripelliniana e curato nuove edizioni delle sue raccolte edite e delle sue poesie inedite.

Anna Maria Bonfiglio

 

Poesie

 

Verrai ogni tanto a visitarmi sottoterra
come una bionda Persefone
in mezzo alle larve baritonali.
Ricordi: già ne parlammo a Wiesbaden.
mi promettesti che quando prenderò alloggio dall’orco
di tanto in tanto verrai
per un breve soggiorno
a consolare la mia malinconia,
il mio desiderio della terra,
a narrarmi degli amici.
E non importa se figli
ti prenderanno per matta, pensando
che ciò che è morto va dimenticato
e che è assurdo questo lugubre turismo.

* * *

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere:
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pennivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.

 

* * *

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,

si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,

si proibisca ai cani di latrare,

i figli si incantino come sculture di sale.

 

Oh no, lascia perdere. Osserva

la ghiandaia azzurra che ruba

il suo ultimo cucchiaino d’argento.

Ferma lo sguardo sgomento

Sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica

tutto il ghiaccio del mondo.

 

 

L’intervista a Nino Iacovella: La linea Gustav

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Nino Iacovella, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La linea Gustav, Il Leggio Libreria Editrice, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È stato un amore tardivo. Tardi ho iniziato a leggere. Tardi ho iniziato a scrivere. Tutto è accaduto dopo la mia laurea in economia. Lì è successo qualcosa. Ero fiaccato da quell’epopea formativa rivelatasi a posteriori, in buona parte, errata. Avrei dovuto seguire un percorso umanistico. Studiare filosofia o musica. Imparare a suonare uno strumento: il contrabbasso, il sax (amo il jazz), la fisarmonica. Forse tutte queste cose insieme. Molto probabilmente la scrittura è stata l’ultima occasione praticabile per rientrare in un alveo più consono alla mia natura: l’attività creativa. La mia è una famiglia d’arte. Il mio paese, Guardiagrele, è una terra di arti e mestieri. La creatività si respira in ogni angolo, persino nel linguaggio. Il dialetto guardiese, in Abruzzo, è fortemente contraddistinto da una dialogica aforistica. La lingua così è già una palestra di metafore e figure retoriche che pochi si rendono conto, parlando, di creare.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
    hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
    vita e l’arte?

Da autodidatta mi sono nutrito di qualsiasi libro capitato a tiro. Un grande disordine e una grande abbuffata che per anni, compulsivamente, ho portato avanti rubando le ore al sonno. Ho sempre amato leggere le biografie dei grandi scrittori e dei grandi artisti in generale. Ero affascinato dalla loro dedizione. Amo molto la letteratura americana contemporanea. I grandi maestri, prima che nella poesia, li ho trovati negli autori di narrativa breve: Raymond Carver, Richard Yates, Alice Munro. Tra i grandi romanzieri invece Truman Capote e Richard Ford, così come l’intramontabile William Faulkner e Michel Houellebecq. Degli italiani faccio un nome deciso: Giorgio Vasta de Il tempo materiale. La poesia è arrivata dopo con Charles Simic, Philip Schultz, Seamus Heaney e René Char tra gli stranieri; tra gli italiani la scrittura di Antonella Anedda ha avuto, per stile e suggestioni, il risalto maggiore nelle mie preferenze. Notti di pace occidentale e Le residenze invernali sono state svolte decisive per i primi passi della mia scrittura.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
    con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica non è il fulcro della mia scrittura, preferisco ciò che osservo della realtà cercando di riproporla con immagini e linguaggio il più possibile aderente all’oggetto di osservazione. Il rapporto con il luogo dove sono nato è stato fondamentale sinora solo in una raccolta: La linea Gustav, dove, con andamento poematico, ripercorro i tristi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale in Abruzzo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La linea Gustav fu originariamente pubblicato nel 2013 all’interno di una opera più vasta dal titolo Latitudini delle braccia. Ebbe una certa eco tra i lettori. Ma negli esordi, si sa, vengono commessi sempre degli errori. La sensazione era che il libro non avesse raggiunto tutto il suo pubblico potenziale, pur sapendo di quanto esiguo sia quello della poesia. In Abruzzo, soprattutto, sarebbe un libro da scoprire, anche per riaprire un dialogo su quello che siamo stati e quello che, purtroppo, per certi versi, siamo diventati.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso di sì, soprattutto per il suo contenuto di memoria storico-epica. Storia e poesia sono una miscela letteraria che non deve cadere in desuetudine.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Un racconto di mio padre. Lui e mia zia erano bambini quando furono presi di mira da un cecchino della Wehrmacht. Era una storia che spesso mi raccontava. Mi ha ispirato profondamente. Da lì è partito il tutto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
    scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta lentamente, in questo caso intendo Latitudini delle braccia, in quasi dieci anni di lavoro. Ma debbo dire che è stata anche l’opera con la quale ho cercato di “costruire” la mia voce più matura. Scritta per lo più la notte. Ai tempi lavoravo come amministrativo in una multinazionale. I tempi per la scrittura e per la lettura erano molto ristretti.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Per la foto di copertina, innestata nell’elegante format a sfondo nero dei libri della collana Radici de Il Leggio Editore, ho scelto uno scatto che ritrae due bambini di spalle lungo un sentiero nel bosco. Dietro di loro un cane segugio. Il sentiero e i bambini rappresentano il passaggio generazionale lungo il percorso della Storia. Storia tracciata nella Linea Gustav, la linea difensiva costruita dall’esercito nazista che serviva per ritardare la risalita delle truppe alleate sbarcate in Sicilia.

  1. Come hai trovato un editore?

L’anno scorso fui contattato da Gabriela Fantato che aveva letto dei miei inediti pubblicati sul sito di Atelier poesia. Gli piacquero al punto di chiedermi se l’opera dalla quale erano stati tratti era pronta per propormi, da curatrice della collana, la pubblicazione. Ma a causa dei miei tempi di scrittura lunghi, la raccolta era ancora incompleta e così proposi in alternativa la ripubblicazione de La linea Gustav. Gabriela e Sandro Salvagno (l’editore) accolsero la proposta con entusiasmo. Figurarsi io.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori, visto che è un libro di poesia che parla di un periodo storico cruciale del nostro Paese che non può essere dimenticato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il lock down ha interrotto una serie programmata di incontri sul territorio di Milano e nelle scuole, sia milanesi che abruzzesi. Da poco in Abruzzo, a Guardiagrele, con i testi de La linea Gustav abbiamo realizzato un recital. A breve sarà riproposto a Milano, nel mio quartiere, al Corvetto. Per adesso ci muoviamo così.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
    legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

L’incipit dell’opera. Rappresenta un momento dello sfollamento del mio paese proprio a causa della fortificazione della Linea Gustav: “E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri, / le madri come rifugi per sagome minute / (tra il seno e la spalla, insenature / come porti per piccole teste / spaurite nella burrasca. // Sul paese come un’ombra la Linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine, / il confine di chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa arrivare soprattutto ai più giovani. Poesia e storia, cattura emotiva e memoria, un modo per ridare un senso a una società che da tempo vedo rannicchiarsi su se stessa, individualmente appagata dal piccolo cabotaggio narcisistico e dall’autoreferenzialità.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

“Perché ci metti sempre così tanto a scrivere un libro di poesia?” E qui la mia risposta: “Perché ho parecchi vizi e intendo coltivarli tutti. Uno in particolare: la lettura”.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
    opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sono entrato nel settimo anno di lavorazione di un progetto dal titolo “La parte arida della pianura”. Mi coccolo il lento crescere di questa raccolta come una gestante con il proprio figlio. Nessuna continuità con i progetti precedenti. Ogni tanto pubblico qualche inedito tra le pagine online dei blog letterari da me più frequentati. Il tema di fondo, a farla breve, è l’epica umana tout court. Ora sto terminando l’ultimo pezzo di una sezione intitolata Madre della violenza (titolo ispirato a una canzone di Peter Gabriel). Il prossimo anno penso che potrei chiudere il progetto e iniziare a proporlo per la pubblicazione.

Nino Iacovella

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68, ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, Milano, 2016. Del dicembre del 2019, è La linea Gustav, Il Leggio Editore, Chioggia. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.

Loredana Semantica traduce Sylvia Plath “I am vertical”

Io sono verticale
ma preferirei essere orizzontale
non sono albero con radici nella terra
a succhiare minerali e amore di madre
così da luccicare di foglie ad ogni marzo
né sono bella come un angolo di giardino
che desta meraviglia per splendore di colori
senza sapere che presto sfiorirà.
Al mio confronto un albero è immortale
e la corolla di un fiore meno alta ma più ardita
vorrei del primo la lunga vita dell’altro l’anima viva.

Stanotte nella luce infinitesimale delle stelle
i fiori e gli alberi spandono profumi freddi
io li attraverso ma loro non si accorgono di me
a volte penso che mentre dormo
quando i pensieri svaniscono
assomiglio a loro perfettamente.
E’ più naturale per me stare supina
allora io ed i cieli parliamo senza riserve
io sarò utile quando resterò così per sempre
finalmente
gli alberi si piegheranno fino a toccarmi
e i fiori avranno un attimo (solo) per me.

I am vertical
But I would rather be horizontal.
i am not a tree with my root in the soil
sucking up minerals and motherly love
so that each March I may gleam into leaf,
nor am I the beauty of a garden bed
attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
and a flower-head not tall, but more startling,
and I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
the trees and flowers have been strewing their cool odors.
i walk among them, but none of them are noticing.
sometimes I think that when I am sleeping
i must most perfectly resemble them–
thoughts gone dim.
it is more natural to me, lying down.
then the sky and I are in open conversation,
and I shall be useful when I lie down finally:
the the trees may touch me for once,
and the flowers have time for me.

G. Bolla – V. Meloni: “Corrispondenze da un mondo increato” La Vita Felice, 2018. Prefazione di F. Franzin. Otto poesie e un commento breve.

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Nella ferita del mondo offeso sopravvivono brincelli vivificanti gli strati dolenti: sono nuclei di bellezza, figure eterne che riconsegnano all’anima il dispiegarsi in volo; l’innalzarsi sopra la gravità della materia, il groviglio delle cadute rovinose, la cecità sul prodigio che affiora nella prossimità dell’incontro: come in Gustavo Adolfo Bécquer fiorisce «sobre el volcán la flor», nel «dialogo in poesia» fra Giorgio Bolla e Valentina Meloni germogliano “neve, fiore” come alchimia di elevazione dalla densità materica della vita accanto a “nome, tempo, notte, sogno, ritorno,…”, alcuni dei topoi della silloge in cui « … il granello prepotente, sfuggito al corvo, / confinato in impronte pressate senz’aria, / s’innalza più forte, uccide il buio cieco, /si contorce di sbieco a cercare un varco…»

 

Adriana Gloria Marigo

GB

 

03/10/2017 ore 21.25

 

Che strana terra

è la tua

anche quando la neve

riempie i confini

dei prati

ogni volta perde tutto

la Signora nostra

ma sempre il fiore

sulla pietra

vince il tempo

e le ore

della notte.

 

VM

 

3/10/2017 ore 22.18

 

Che strana terra

la nostra

quando – arresi –

ci disorientano

i crocicchi di voci

e finiamo col mettere radici

nel vento

ci si aggrovigliano le parole

ma non temiamo

il silenzio del fiore che arriva

più bianco a toccare l’aurora.

 

VM

 

08/10/2017

 

Due poltrone abbandonate

su cui sprofonda la luce

così sfrontati noi

dimentichi di quelle ali radianti

a cui ci tenevamo sospesi…

in un mondo che cade a pezzi

ci lasciamo vincere dall’occhio cieco:

tappezziamo il cuore di foglie

cadiamo in un pozzo di niente

per andare a morire soli – e distanti –

 

in controluce il gioco dei vuoti.

 

GB

 

21/10/2017 ore 7.00 mattino, freddo ancora dentro la notte

 

Il suono è vicino quando si rincorre da un gioco all’al-

tro per distese di luce buia sollevato il senso è l’aper-

tura ora che conta l’inizio della speranza del giorno

ma non c’è una nota di blu dopo la notte scivolata nel

silenzio del mondo, qua perché doveva essere. Poca

nebbia quasi timore di svegliare un freddo amico.

 

                                                                                             GB

 

21/10/2017 ore 07.45 mattino avanti

 

Sempre si vince almeno così si può credere. Vince il

bianco forse non torna più il nero, neanche ciò che è

grigio accampa il proprio vessillo sulla bagnata celata

del mattino quando i primi voli sono a vista. Finti i

suoni di mitiche campane guerreggiate avvicinano in

modo pigro le note della ricerca, anche lei destinata

a tentativi di libertà.

 

                                                                                             GB

 

Scivola il passo

blocca il fiato

la luna invisibile

anche prima del giorno

forse dove vivono lontane

le montagne

e l’aria di neve

arriva.

                                                                                             VM

 

18/11/2017 ore 19.30

 

 

Di te che mi parli

da un luogo lontano

questa lingua nuova

che assapora l’aspro,

l’incompiutezza

di un verso che sfiora

perché una parola

sia coppa di nuove

libagioni e ci contenga

in trasparenza

mescolati i fiati prelibati

per darci in pasto al mondo

come un’offerta.

  

                                                                                            VM

 

05/ 12/ 2017 ore 10.15

 

 

Nessuno si avvicini

alle parole belle

che dall’alto piovono cielo

lucore di bianchi nascosti

nel fondo     sogno di neve

che scioglie che viene

nessuno tocchi quei fiocchi

leggeri che non arrivano

a sfiorare la terra

si disfano in aria nel sogno

di ieri nel sogno di oggi

la tua mano li afferra.

 

BIOBIBLIOGRAFIE

GIORGIO BOLLA (Adria, 1957), poeta veneto, medico chirurgo pediatra per professione, ha pubblicato dieci raccolte poetiche: Solo Immagini (2008); Il Motore del Tempo (2009); Mnesis (2010); Assoli di Oboi (2010); Ruote Alate (con testo spagnolo a fronte, 2011); Skhandha (2012); Epistolario (e–book con testo spagnolo a fronte, 2012); Il Libro delle Ore (e–book, 2012); Storie di acqua, di Angeli e di vento (2013); La Quintessenza del Gioco (2015); con Mario Benatti ha pubblicato In Vicinanza delle Nuvole (epistolario poetico, 2014). Le sue ultime pubblicazioni di poesia sono: Preghiere oltre sé stesso (2016); con Valentina Meloni, Corrispondenze da un mondo increato epistolario poetico (2018). Recentemente, edito negli Stati Uniti da Gradiva Publications: Among Water, Angels and Wind. Ha conseguito Premi di Poesia nazionali e internazionali.

*

VALENTINA MELONI (Roma 1976), dal 2007 conduce una vita ritirata tra la campagna umbra e le zone dei Chiari. Scrive poesie, racconti, aforismi, fiabe. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Le regole del controdolore (2016); Nanita (uscita in allegato alla rivista statunitense Otata, 2017), con fotografie di Annalisa Marino Eva (2018); l’autoantologia di eco–poesia Alambic (2018); con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato – epistolario poetico (2018); Enso: Haiku Yoti (2019); Millimetrica- petit onze (2020); inoltre per la letteratura d’infanzia le tre fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e l’albero dei desideri, Nanuk e il ragno Alvaro; i racconti: Ippocampo prose poetiche e reminiscenze (2020); infine le plaquette: Nei giardini di Suzhou (2015) e il poemetto haiku Il Fiore della Luna, Leggenda di Rosaspina (2018) illustrati da Santo Previtera; Suite della solitudine (2019), illustrata da Rosario Morra. Di prossima pubblicazione la raccolta di haiku Usei il suono della pioggia.

Suoi testi tradotti in inglese, spagnolo, francese, cinese, giapponese, turco, arabo, bulgaro sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali. È inserita nel volume Un’oscura capacità di volo poete e poetiche nell’Umbria d’oggi, curato da Nicoletta Nuzzo, Silvana Sonno, Federica Ziarelli, prefazione di Cetta Petrollo Pagliarani. Come traduttrice dall’inglese sta lavorando a Il fiore della Passione di Munir Mezyed, poeta palestinese, rifugiato in Romania, e a Dendrarium, di Alexander Shurbanov , anglicista all’Università di Sofia e traduttore ufficiale di Milton, Shakespeare e Tagore.

Ambasciatrice della voce nel progetto Poetry Sound Library (Londra), mappa virtuale che raccoglie la voce dei poeti in tutto il mondo. Ha ideato e cura da oltre dieci anni l’antologia tematica permanente on line di eco-poesia profonda Poesie sull’Albero. Nel 2017 ha ideato e tuttora dirige la rivista aperiodica internazionale di haiku e poesia breve giapponese Komorebi ni nureru Italian Journal.

 

Ciao, Gabriele, “Creatura breve”!

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“Noi fummo l’immagine dell’uomo

Non la creatura breve ma la traccia.”

  Gabriele Galloni

 

 

Ieri, con incredulità e poi con grande dispiacere, ho appreso la tragica notizia della scomparsa di un grande poeta, uno dei più talentuosi e promettenti della sua generazione. Scrittore prolifico, originale, vivace, ironico, a volte estremo e provocatore nei suoi esperimenti sociali, Gabriele Galloni ci ha lasciato prematuramente, all’età di venticinque anni. In diverse occasioni è stato nostro ospite e di lui abbiamo immediatamente colto e apprezzato il talento indiscutibile, le geniali intuizioni, la maturità stilistica, le soluzioni ardite, l’attenzione costante alla misura dei versi. Aveva urgenza di vivere, era curioso, appassionato, consapevole della sua bravura ma allo stesso tempo desideroso di apprendere e sperimentare.

Oggi la Poesia è in lutto e tutti noi con lei.

La Redazione del blog LIMINA MUNDI si stringe commossa al dolore che ha colpito la famiglia e gli amici di Gabriele per la grave e incolmabile perdita.

I suoi versi, in molte occasioni quasi profetici, parleranno per lui. Vogliamo ricordarlo con una recensione che scrissi per “In che luce cadranno” e con un’intervista dedicata a “L’estate del mondo”, intervista a cui Gabriele rispose in un battibaleno e che lui, compulsivo e irrefrenabile com’era, avrebbe voluto pubblicassi il giorno stesso.

Ciao Gabriele, ci mancherai!

 

Nota critica su “In che luce cadranno”

L’Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

 

Emilio Capaccio traduce Carlos Drummond de Andrade

Ho appena due mani
e il sentimento del mondo.

C. D. de A.

Carlos Drummond de Andrade , traduzioni di Emilio Capaccio

VERITÀ

La porta della verità era aperta
ma lasciava passare solo
mezza persona alla volta.

Così non era possibile attingere a tutta la verità
perché la mezza persona che entrava
portava solo il profilo di mezza verità.

La seconda metà
ritornava ugualmente con mezzo profilo
e i due mezzi profili non coincidevano.

Fecero saltare la porta. Abbatterono la porta.
Arrivarono a un luogo luminoso
dove la verità splendeva i suoi fuochi.
Era divisa in due metà,
differenti l’una dall’altra.

Si finì a discutere su quale metà fosse più bella.
Entrambe erano pienamente belle.
Ma bisognava scegliere. Ognuno scelse in base
al suo capriccio, alla sua illusione, alla sua miopia.

VERDADE

A porta da verdade estava aberta,
mas só deixava passar
meia pessoa de cada vez.

Assim não era possível atingir toda a verdade,
porque a meia pessoa que entrava
só trazia o perfil de meia verdade.

E sua segunda metade
voltava igualmente com meio perfil.
E os dois meios perfis não coincidiam.

Arrebentaram a porta. Derrubaram a porta.
Chegaram a um lugar luminoso
onde a verdade esplendia seus fogos.
Era dividida em duas metades,
diferentes uma da outra.

Chegou-se a discutir qual a metade mais bela.
As duas eram totalmente belas.
Mas carecia optar. Cada um optou conforme
seu capricho, sua ilusão, sua miopia.

SONETTO DELLA PERDUTA SPERANZA

Ho perso il tram e la speranza.
Volto pallido verso casa.
La strada è inutile e nessun’auto
passerebbe sul mio corpo.

Risalgo il pendio lento
dove i sentieri si fondono.
Tutti loro portano al principio
del dramma e del fiore.

Non so se sto soffrendo
o se è qualcuno che si diverte
perché no? nella notte scarsa

con un insolito flautino.
Nel frattempo è molto tempo
che gridiamo: sì! all’eterno.

SONETO DA PERDIDA ESPERANÇA

Perdi o bonde e a esperança.
Volto pálido para casa.
A rua é inútil e nenhum auto
passaria sobre meu corpo.

Vou subir a ladeira lenta
em que os caminhos se fundem.
Todos eles conduzem ao
princípio do drama e da flora.

Não sei se estou sofrendo
ou se é alguém que se diverte
por que não? na noite escassa

com um insolúvel flautim.
Entretanto há muito tempo
nós gritamos: sim! ao eterno.

AMARE

Che altro può fare una creatura se non,
tra le creature, amare?
amare e dimenticare,
amare e mal amare,
amare, disamare, amare?
sempre, fino all’occhio vitreo, amare?

Che altro può fare, mi chiedo, l’essere amoroso,
solo, in rotazione universale, se non
ruotare lo stesso, e amare?
amare ciò che il mare porta alla spiaggia,
e ciò che seppellisce, e ciò che, nella brezza marina,
è sale, o bisogno d’amore, o semplice ansia?

Amare solennemente le palme del deserto,
ciò che è offerta o adorazione spettante,
e amare l’aspro, l’inospitale,
un vaso senza fiori, una superficie di ferro,
e il petto inerte, e la strada vista nel sogno, e un uccello rapace.

Questo è il nostro destino: amore senza riguardo,
distribuito tra cose perfide o nulle,
donazione illimitata a una completa ingratitudine,
e nella vuota conca dell’amore la ricerca timorosa,
paziente, di più e più amore.

Amare la nostra stessa mancanza d’amore, e nella nostra arsura
amare l’acqua implicita, e il bacio tacito, e la sete infinita.

AMAR

Que pode uma criatura senão,
entre criaturas, amar?
amar e esquecer, amar e malamar,
amar, desamar, amar?
sempre, e até de olhos vidrados, amar?

Que pode, pergunto, o ser amoroso,
sozinho, em rotação universal,
senão rodar também, e amar?
amar o que o mar traz à praia,
o que ele sepulta, e o que, na brisa marinha,
é sal, ou precisão de amor, ou simples ânsia?

Amar solenemente as palmas do deserto,
o que é entrega ou adoração expectante,
e amar o inóspito, o cru,
um vaso sem flor, um chão de ferro,
e o peito inerte, e a rua vista em sonho, e
uma ave de rapina.

Este o nosso destino: amor sem conta,
distribuido pelas coisas pérfidas ou nulas,
doação ilimitada a uma completa ingratidão,
e na concha vazia do amor a procura medrosa,
paciente, de mais e mais amor.

Amar a nossa falta mesma de amor,
e na secura nossa amar a água implícita,
e o beijo tácito, e a sede infinita.
ASSENZA

Per molto tempo pensai che l’assenza fosse mancanza.
E mi lamentavo, ignorante, della mancanza.
Oggi non mi lamento.
Non c’è mancanza nell’assenza.
L’assenza è uno stare in me.
E la sento, chiara, così raccolta, accoccolata tra le mie braccia,
che rido e danzo e invento esclamazioni allegre,
perché l’assenza, questa assenza assimilata,
più nessuno me la porterà via.

AUSÊNCIA

Por muito tempo achei que a ausência é falta.
E lastimava, ignorante, a falta.
Hoje não a lastimo.
Não há falta na ausência.
A ausência é um estar em mim.
E sinto-a, branca, tão pegada, aconchegada nos meus braços,
que rio e danço e invento exclamações alegres,
porque a ausência, essa ausência assimilada,
ninguém a rouba mais de mim.

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”.

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Con il testo odierno riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

Settembre è mese sacro ai poeti, preannuncia l’arrivo della stagione autunnale, il ritorno a scuola e la ripresa delle varie occupazioni quotidiane. L’arrivo di settembre riporta alla memoria di Gabriele D’Annunzio le immagini della sua terra d’Abruzzo dove tra i ricordi d’infanzia è custodito anche il fenomeno della transumanza, la migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura. Si tratta di un ricordo nostalgico e malinconico perché il poeta non appartiene più al mondo mitico delle origini in cui il tempo sembra essersi fermato ed è scandito dai ritmi stagionali imposti dalla natura. L’utilizzo della paratassi  facilita la comprensione e conferisce un’apparente semplicità al testo mentre espressioni come verga di avellano, stazzi, tratturo, su le vestigia degli antichi padri, evocano un mondo arcaico e un’atmosfera quasi sacrale. Accanto a termini di uso corrente ci sono espressioni ricercate (alpestri, esuli, erbal fiume silente, dalla sabbia non divaria), immagini che suscitano sensazioni visive (il sole imbionda) e uditive (isciacquiocalpestio), citazioni letterarie dantesche: L’alba vinceva l’ora mattutina/che fuggia innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar de la marina. (I Canto del Purgatorio, vv. 115-117). Il poeta rivede i suoi pastori mentre lasciano gli alpeggi, i recinti all’aperto che hanno ospitato le pecore durante la stagione estiva, li immagina mentre si dissetano alle sorgenti dei monti perché il sapore dell’acqua resti nei loro cuori portando conforto, poi, dopo aver costruito un nuovo bastone di legno di nocciolo, s’incamminano lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare Adriatico. D’Annunzio si unisce idealmente ai pastori nel lungo viaggio, idealizzato e descritto in modo solenne, perché quegli stessi sentieri, per secoli sono stati percorsi dai loro antenati.

 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

GABRIELE D’ANNUNZIO, I Pastori, da Alcyone (Milano, Treves 1903).

~ITACA~

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foto di Deborah Mega

 

Con un celebre testo di Costantino Kavafis, interpretato dalla inconfondibile voce dell’amico attore doppiatore Franco Picchini, la redazione del blog LIMINA MUNDI vi saluta, vi augura BUONE VACANZE e vi dà appuntamento a settembre. Di seguito alleghiamo l’archivio delle nostre rubriche per promuoverne la lettura nel caso vi fosse sfuggito qualche articolo durante l’ordinaria programmazione.

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrìgoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrìgoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra` deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

COSTANTINO KAVAFIS

 

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*

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LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

Italo Calvino: Un intellettuale “neoilluminista” tra i libri del mondo di Maria Allo

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Arduo risulta definire uno scrittore anomalo e proteiforme come Calvino, sempre attento a tutte le idee, i dibattiti, le lotte del nostro tempo, avido di nuove sperimentazioni. Neoilluminista, diffida dei miti novecenteschi, (irrazionalismo, anticonformismo, avanguardismo), concludendo a un suo antimodernismo, sempre geloso di una propria irriducibile identità e diversità, che ne fa forse, come sostiene Berardinelli, precursore del Postmoderno.

“Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”

Del lungo lavoro di Italo Calvino alla Einaudi sono testimonianza interessante le lettere inviate a critici e scrittori, raccolte postume ne I libri degli altri (1991). “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene”. Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario. “Io credo che la condizione ideale dello scrittore sia vicina all’anonimato; è allora che la massima autorità dello scrittore si sviluppa, quando lo scrittore non ha un volto, una presenza, ma il mondo che egli rappresenta, occupa tutto il quadro. Come Shakespeare”. Leggere i suoi libri è come seguire le tracce di qualcuno che cerca di capire il mondo senza mai essere soddisfatto delle risposte che trova e continua instancabilmente ad allargare il proprio orizzonte di osservazione.

“… questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere”.

In “Il visconte dimezzato – Cap. VII -”, di Italo Calvino

Il visconte dimezzato esce nel 1952 nella collana di narrativa “I gettoni”, che Vittorini dirige per l’Einaudi di Torino e il romanzo, anche per la consacrazione ufficiale del critico Emilio Cecchi, incontra un notevole successo. Il romanzo ha inaugurato un modo fiabesco e simbolico di rappresentare la realtà, molto lontano dal modello ufficiale del realismo e rientrerà insieme al Barone Rampante e al Cavaliere inesistente in una trilogia intitolata i nostri antenati. Il libro è accompagnato da una postfazione che illustra il senso e l’importanza che questi tre testi rivestono nel cammino creativo dell’autore. Caduti gli ideali della Resistenza, ormai venuta meno la spinta morale del primo dopoguerra, lo scrittore si trova a fronteggiare una realtà nuova, il più delle volte difficile e ostile: nuovi rapporti tra le classi sociali, nuove prospettive aperte dallo sviluppo urbano e industriale, che il canone neorealista si dimostra inadeguato a rappresentare. Al grigiore fiacco e placidamente rassegnato di questa nuova realtà, Calvino decide di opporre il vigore immaginifico di storie fantastiche, che però non rappresentano una fuga, ma una chiave di lettura del mondo, un metodo per aderire obliquamente alla storia, salvandone quel tanto di vitalità, purezza e idealismo che ancora è rimasto. L’intento di Calvino è dunque quello di allontanarsi dalla realtà per distinguerne meglio le linee essenziali, la direzione profonda. Il genere fiabesco è utilizzato dallo scrittore in chiave etica, poiché il suo fine, pur con la leggerezza di un racconto inventato, è scoprire e proporre nuovi modi di partecipazione al processo storico in atto. I protagonisti dei romanzi sono nostri antenati perché nella commistione tra storia e fantasia, essi hanno a che fare col nostro presente: le loro avventure mostrano allegoricamente la complessità del rapporto tra realtà e ragione, tra i numerosi aspetti del reale e il tentativo della ragione di afferrarli. In loro possiamo riconoscere la stessa ricerca assillante, le stesse domande, gli stessi dubbi che abitano la vita dell’uomo moderno; le loro storie, inverosimili ma così piene di verità, formano come dice Calvino, “un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso”.

Il visconte dimezzato allude a un’allegoria della scissione umana e alla lacerazione dell’uomo moderno,” dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso” secondo le parole di Calvino stesso e alla sua difficile ricerca di un’identità e di una “nuova completezza”. Racconta di Medardo di Terralba che, durante un combattimento, (siamo nel Seicento in una guerra tra russi e turchi) viene diviso da un colpo di cannone in due metà autonome una onesta e virtuosa (il Buono), l’altra assolutamente malvagia (il Gramo) e solo grazie a un’operazione miracolosa riuscirà a ricostituire quell’unità indissolubile di bene e male in cui consiste l’equilibrio dell’uomo.  Il Visconte dimezzato si riallaccia al topos letterario del doppio: dallo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert (1886) Louis Stevenson, al ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde, al Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Tra le varie fonti di ispirazione per questo racconto c’è anche con ogni probabilità il decimo capitolo del capolavoro di Miguel Cervantes (1547-1616), in cui il protagonista illustra al suo fedele scudiero Sancho Panza le proprietà miracolose di un medicamento che intende preparare: “Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Pancia. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduce a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battagliata tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi vedrai rimesso perfettamente in salute.

Cifra peculiare di Calvino nel corso di tutta l’opera (se si eccettua l’ultimissima produzione e Palomar in particolare) è l’umorismo. Il ricorso a questo registro del pensiero e del linguaggio è naturale per lo scrittore, se è vero che, come sosteneva Pirandello, per umorismo s’intende il “sentimento del contrario”, ovvero l’immedesimazione amara e divertita nell’assurdo di una situazione o di un carattere. Questo assurdo che, istintivamente, provoca il riso, ma poi riflettendoci rivela il suo lato malinconico, nasce dalla scomposizione del reale, ovvero dall’accentuazione deformata del dettaglio. Per la sua natura strutturalistico-semiotica, l’opera di Calvino tende a fare proprio questo: scomporre il reale e ricomporlo secondo un gioco combinatorio che finisce per essere, inevitabilmente, umoristico. Lo stile e il tono de I nostri antenati si ispirano al modello del conte philosophique settecentesco del prediletto Voltaire e rivisita la tradizione epico-cavalleresca (sulle orme dell’amato Ariosto) per costruire una limpida, affascinante vicenda di avventure e di peripezie, una brillante fiaba in sé avvincente, compiuta e di grande forza comica dove alla narrazione piacevolmente avvincente e spesso ironica, si accompagna un evidente intento morale. In particolare, affiorano problematici temi attuali della parzialità e dell’ambiguità di ogni scelta e delle antitesi di bene e di male, reale e ideale, resi incandescenti dai contrasti tra Est e Ovest nel clima di guerra fredda. Se nella convivenza di modelli, di moventi e di intuizioni molteplici è la singolarità dello scrittore, nella consapevolezza critica della “sospensione di senso” sempre proiettata in avanti sta l’attualità fecondissima della sua ricerca.

 “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra”: così Calvino scriveva nel 1964 a una studiosa che gli chiedeva informazioni sulla sua vita. Perciò i documenti più adatti a far luce sui tratti fondamentali della sua personalità sono le prese di posizione sul significato della letteratura e sul mestiere dello scrittore. Un po’ come uno dei tanti personaggi dei suoi racconti, Calvino presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, tuttavia profondamente affascinante perché imprevedibile e mutevole. Cittadino del mondo da Cuba a Sanremo, da Torino a Roma, da New York a Parigi, interessato a campi del sapere non proprio precipui della letteratura, almeno nella recente tradizione italiana, Calvino può essere definito un intellettuale neoilluminista, almeno per il gusto allo studio dei fenomeni della natura, in questo in sintonia con la personale tradizione scientifica della famiglia e per la sua prosa pulita e secca senza ripiegamenti introspettivi, per la precisione razionale del suo raccontare, anche quando il riferimento è il mondo della fantasia, campo indagato con felice assiduità perché unisce la  leggerezza a un impegno etico mai esibito, se non nella scelta delle parole, delle frasi. A ciò si aggiungano le riflessioni semiologiche sul fare letteratura, stimolate dalle frequentazioni parigine di studiosi e scrittori come Barthes e Queneau. Quando negli anni Settanta comincia a svilupparsi un”esasperato narcisismo” (Ferroni) tra gli intellettuali, Calvino fa valere la sua naturale riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali. Noi abbiamo soprattutto amato il Calvino del libero narrare e inventare: ma sappiamo che non può esistere senza l’altro che trasforma la fantasia in curiosità e veste questa di panni intellettuali. Questo connubio costituisce il punto più alto e letterariamente più ambito della sua creazione, la cui tersa e misurata bellezza, sia nel raccontare che nell’indagare, non teme confronti. Come Palomar, ultima opera di Calvino (1983), è lo scrittore che, provate tutte le esperienze di scrittura, tutti i linguaggi possibili, deve tendere l’orecchio“ là dove le parole tacciono”; ma è anche l’uomo moderno che conosce tutti i meccanismi di rapporto con l’universo, e che, siccome “l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi “, egli deve cercare continuamente una strada, trovare una via per essere in pace con se stesso.

Maria Allo

Note

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Cap. VII, pag. 128 Mondadori

Italo Calvino, Palomar: “L’universo come specchio” Einaudi

  1. Ferroni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana, vol. IV (Il Novecento),

Einaudi, Torino 1991.

La ricerca letteraria-Il tempo storico e le forme, Novecento 5, a cura di Parenti, Vegezzi e Viola

Romanzi e racconti di Italo Calvino nei Meridiani, pagg. 7 – 29, Mondadori, Milano 1991,

a cura di C. Milanini

Monografia

  1. Bonura, “Invito alla lettura di Italo Calvino”, Mursia, Milano 1972 (nuova edizione aggiornata, ivi 1985).

Alain De Botton: “Come Proust può cambiarvi la vita”~Un estratto dalla sezione “Come lasciar perdere i libri”

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Quanto seriamente dovremmo prendere i libri? «Caro amico», disse una volta Proust ad André Gide, «io credo, contrariamente alla moda di alcuni nostri contemporanei, che si possa avere un’idea molto alta della letteratura, e sorridere bonariamente.» Può sembrare una battuta estemporanea, ma ha un senso molto preciso. Per un uomo che ha dedicato la vita alla letteratura, Proust aveva un’acuta consapevolezza del pericolo di prendere i libri troppo seriamente, o piuttosto dei rischi che un atteggiamento di feticistica reverenza nei loro confronti comporta. Convinti di rendere il giusto omaggio alla letteratura, in realtà può capitarci di travisarne lo spirito più autentico; un sano rapporto coi libri degli altri dipende perciò dalla nostra capacità di valutarne, oltre che i benefici, anche i limiti.

  1. I benefici della lettura

Nel 1899 le cose andavano male per Proust. (…) Nell’autunno di quell’anno andò in vacanza sulle Alpi francesi, alla stazione termale di Evian, ed è qui che lesse e si innamorò delle opere di John Ruskin, il critico d’arte inglese noto per i suoi scritti su Venezia, Turner, il Rinascimento italiano, l’architettura gotica e i paesaggi alpini.

L’incontro di Proust con Ruskin è un ottimo esempio per chi voglia conoscere i benefici della lettura. «L’universo improvvisamente riacquistò un’importanza infinita ai miei occhi», spiegò Proust in seguito; questo perché l’universo aveva avuto un’enorme importanza agli occhi di Ruskin, e perché, in maniera geniale, egli aveva saputo tradurre le sue impressioni in parole. Ruskin aveva detto cose che anche Proust sentiva, ma che non avrebbe saputo esprimere da solo; esperienze appena affiorate alla superficie della sua coscienza, sollevate e meravigliosamente riunite nel linguaggio. Ruskin rese sensibile Proust al mondo del visibile, all’architettura, all’arte e alla natura. (…)

Oltre ai paesaggi, Ruskin aiutò Proust a scoprire la bellezza delle grandi cattedrali del Nord della Francia. Quando tornò a Parigi dopo la sua vacanza, Proust andò a Bourges e a Chartres, ad Amiens e a Rouen. In seguito, parlando di ciò che Ruskin gli aveva insegnato, Proust ricordò un brano sulla cattedrale di Rouen delle Sette lampade dell’architettura in cui Ruskin descriveva minuziosamente una particolare figura di pietra, scolpita, insieme a centinaia d’altre, in uno dei portali della cattedrale. La scultura raffigurava un omino, alto non più di dieci centimetri, con un’espressione confusa e imbarazzata, e una mano premuta forte contro la sua guancia, in modo da increspare la pelle del viso sotto l’occhio. Proust diceva che l’interesse di Ruskin per l’omino aveva avuto come risultato una specie di resurrezione, caratteristica della grande arte. Aveva imparato come guardare questa figura, e l’aveva quindi riportata in vita per le generazioni successive. (…) Questo è solo un esempio di cosa aveva fatto Ruskin per Proust, e di cosa potrebbero fare tutti i libri per i loro lettori: riportare in vita, dalla morte provocata dall’abitudine e dalla disattenzione, importanti ma trascurati aspetti dell’esperienza. (…) Poiché era stato così impressionato da Ruskin, Proust cercò di intensificare la sua frequentazione con questo autore gettandosi a capofitto nell’occupazione tradizionalmente aperta a chi ama leggere: lo studio della letteratura. Lasciò da parte il progetto di scrivere un romanzo e si mise a studiare Ruskin. Quando il critico inglese morì nel 1900, scrisse il suo necrologio, poi seguirono numerosi saggi e infine si diede all’immane fatica di tradurne l’opera in francese, impresa molto ambiziosa, anche perché Proust non conosceva quasi l’inglese e, a detta di Georges de Lauris, avrebbe avuto difficoltà anche a ordinare in inglese una costoletta d’agnello al ristorante. Tuttavia riuscì a produrre traduzioni molto precise sia della Bibbia di Amiens sia di Sesamo e gigli, aggiungendo una sfilza di note erudite che testimoniano la vastità delle sue conoscenze su Ruskin.

 

Portail des Libraires, cattedrale di Notre-Dame, Rouen: la piccola scultura citata da M. Proust

  1. I limiti della lettura

Ma qualcosa di questa energica difesa della lettura e dello studio portava Proust a esprimere qualche riserva. Senza peraltro insistere troppo su quanto fosse controversa e difficile la questione, egli sosteneva che dovremmo leggere per una ragione ben precisa; non per passare il tempo, con un certo distaccato interesse, o per una spassionata curiosità di scoprire cosa provava Ruskin, ma, come diceva Proust, «non esiste via migliore per giungere ad aver coscienza di quel che sentiamo di quella di cercare di ricreare in noi quel che ha sentito un maestro». Leggere i libri degli altri serve a scoprire cosa proviamo noi, a sviluppare i nostri stessi pensieri, anche se sono i pensieri di un altro scrittore che ci aiutano a farlo. (…) La stima che Proust aveva per Ruskin era enorme, ma dopo aver lavorato così intensamente sui suoi testi per sei anni, dopo aver vissuto con pezzi di carta sparsi sul letto e con libri impilati sul suo tavolo di bambù, in un eccesso di rabbia per quel suo essere sempre legato alle parole di un altro, Proust esclamò che le qualità di Ruskin non gli avevano impedito di essere spesso «sciocco, maniacale, limitato, falso e ridicolo».

Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri… Tale è il valore della lettura, e tale è anche la sua insufficienza. Farne una disciplina significa attribuire una funzione  troppo importante a quel che ne è solo un’iniziazione. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa, ma non la costituisce.

Alain De Botton

 

Biobibliografia

Alain De Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. Ha scritto opere di diverso genere, le quali hanno avuto accoglienze contrastanti. Le reazioni positive sostengono che De Botton ha reso la letteratura più accessibile alle masse. I suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda.

 

 

 

 

 

 

La città di Leonia

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Leonia è una delle città che Italo Calvino immagina venga descritta da Marco Polo a Kublai Khan ne Le città invisibili, opera pubblicata nel 1972; un paio d’anni dopo, quando fu pubblicata negli Stati Uniti, all’autore venne assegnato il premio Nebula. Fa parte del periodo combinatorio dell’autore, in cui è evidente l’influenza della semiotica e dello strutturalismo. Calvino comincia a scrivere quelli che sono i romanzi più significativi e rappresentativi della sua curiosa e poliedrica personalità: si apre il periodo dello sperimentalismo, lontano dalla militanza politica e più concentrato su quelle che sono le infinite possibilità che la letteratura e il linguaggio offrono per raccontare il mondo. Nella letteratura combinatoria, centrale diventa il lettore, che si trova a “giocare” con l’autore, nella ricerca delle combinazioni interpretative nascoste nella sua opera e nel linguaggio stesso. Il punto di partenza di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, che interroga l’esploratore sulle città del suo immenso impero. Marco Polo descrive città reali o immaginarie, che colpiscono sempre più il Gran Khan. L’imperatore chiede a Marco di raccontargli del suo lungo viaggio e in particolare vuole che gli vengano descritte le città che ha visitato. Marco Polo non si limita ad una descrizione fisica, o esteriore, delle città che incontra (e che nel testo hanno tutte un nome di donna e non il nome reale e storico), ma espone anche un resoconto dettagliato delle città che gli vengono in mente quando vede quelle reali, delle sensazioni e delle emozioni che ogni città, con i suoi profumi, sapori e rumori, suscitano. Chi legge può divertirsi a scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, affrontando quindi una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col trovarsi davanti un variegato labirinto dove pare che i temi e i soggetti si perdano e si ritrovino in un fantastico groviglio dove il lettore deve ricombinare le parti. Questo fa sì che il romanzo non abbia una fine propriamente detta: ogni capitolo, ogni paragrafo, possono essere letti per ultimi e quindi ogni lettore, in base al modo in cui sceglierà di leggere, troverà una fine diversa. Il libro è costituito da nove capitoli, ma c’è un’ulteriore divisione interna: ognuna delle 55 città è divisa in base a una categoria (sono 11 in totale), dalle “città e la memoria” alle “città nascoste”. Le 55 città hanno tutte un nome di donna di derivazione classicheggiante. Il lettore ha quindi la possibilità di “giocare” con la struttura dell’opera, scegliendo di seguire un raggruppamento o un altro, la divisione in capitoli o in categorie, o semplicemente saltare da una descrizione di città a un’altra. Calvino stesso ha affermato, in una conferenza del 1983 alla Columbia University a New York, che non c’è una sola fine delle Città invisibili perché “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”. Le città descritte da Marco Polo diventano simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole dell’esploratore appaiono, quindi, come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso affermato alla fine del libro, è “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.  Ma queste città sono anche sogni, come dice Marco Polo: “tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”. La realtà perde la sua concretezza e diventa fluida e puramente mentale, si realizza nella fantasia. I temi affrontati sono diversi e vari: dal tema del ricordo e della memoria a quello del tempo, da quello del desiderio a quello della morte. Il ruolo e la sfida del lettore è riuscire a cogliere il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” di queste storie.

Tra le relazioni dell’esploratore, quella sulla città di Leonia ricorda la situazione di molte metropoli consumistiche e moderne. Infatti a Leonia i cittadini consumano e sprecano cibi e oggetti in quantità industriali, rinnovano ogni giorno vestiti, oggetti, arredamenti, producono una grande quantità di rifiuti che poi non sono in grado di smaltire. Leonia diventa una città simbolo che riflette un problema attuale che ci riguarda da vicino. Anche la nostra società spreca molto più di ciò di cui ha veramente bisogno e non rispetta l’ambiente. La situazione sembrerebbe paradossale ed esagerata ma in realtà non lo è perché “più Leonia espelle roba più ne accumula” in un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione. Fortunatamente il pattume di Leonia è contenuto e respinto dall’immondezzaio delle altre città vicine, anche se più aumenta l’altezza di queste montagne di rifiuti, più incombe il pericolo delle frane. Il rischio è che la città venga inghiottita dal proprio passato che invano ha tentato di respingere e dimenticare. A Leonia  “Gli spazzaturai sono accolti come angeli” e circondati da un rispettoso silenzio; compiono infatti un lavoro importantissimo che merita un rispetto quasi sacrale perché per produrre nuovi oggetti occorre smaltire ciò che si è già gettato via. Oltre alla sovrapproduzione Leonia si sta specializzando sempre di più nella creazione di manufatti sempre migliori, più resistenti alle intemperie, al tempo, a fermentazioni e combustioni. Allo stesso modo anche la spazzatura diviene sempre più resistente e indistruttibile. In questo modo Leonia anziché essere una città invisibile diventa visibilissima, frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale. Leonia è una città fittizia la cui descrizione però è attualissima perché riflette alla perfezione la società contemporanea. E’ una megalopoli, invivibile, caotica, che riflette una crisi gravissima, dell’uomo e della natura. Lo sguardo di Calvino  è profetico perché già nel 1972,  anno di pubblicazione dell’opera, ipotizzava la catastrofe che stiamo vivendo.

*

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

(I. Calvino, Le città invisibili, 1972)

 

Emilio Capaccio traduce Seamus Heaney

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Tra l’indice e il pollice
ho la penna.
Scaverò con quella.

S. H.

 

Seamus Heaney, traduzioni di Emilio Capaccio

ANAHORISH 1944

Scannavamo i maiali quando arrivarono gli americani.
Un martedì mattina, sole e rivoli di sangue
fuori dal mattatoio. Dalla strada principale
dovevano aver sentito lo strillo.
Poi lo sentirono cessare ed ebbero la visione di noi
in guanti e grembiali scendere giù per la collina.
Due file di loro, fucili in spalle, che marciavano.
Blindati, carri armati e jeep scoperte.
Mani e braccia arse dal sole. Nomi sconosciuti.
Condotti verso la Normandia.
Non che sapessimo allora
dove fossero diretti, trovandoci lì come dei ragazzini
mentre ci lanciavano gomme e tubetti di caramelle colorate.

ANAHORISH 1944

We were killing pigs when the Americans arrived.
A Tuesday morning, sunlight and gutter-blood
Outside the slaughterhouse. From the main road
They would have heard the squealing,
Then heard it stop and had a view of us
In our gloves and aprons coming down the hill.
Two lines of them, guns on their shoulders, marching.
Armoured cars and tanks and open jeeps.
Sunburnt hands and arms. Unknown, unnamed,
Hosting for Normandy.
Not that we knew then
Where they were headed, standing there like youngsters
As they tossed us gum and tubes of coloured sweets.

AL MOMENTO

Una fredda covata, un nido intero, completamente nascosto
nel terriccio di foglie dell’autunno passato, e compresi
dall’opacità e dalla sua immobilità, putrefatti,
al mutare in sudore di morte una rugiada del mattino
che non faceva brillare i gusci ma li marciva.
Ero lì curvo sulle mani e in ginocchio
nel prato bagnato sotto la siepe, in adorazione,
di primo mattino intento ad allungarmi
e convinto di trovare uova calde. E invece
questo improvviso brillantino polare
e stigma e freddo cerchio di pietra dell’alba
nella mia mortificata mano destra, prova evidente
di quello che cospirò al momento per scompigliare
la materia nella sua stasi planetaria.

ON THE SPOT

A cold clutch, a whole nestful, all but hidden
in last year’s autumn leaf-mould, and I knew
by the mattness and the stillness of them, rotten,
making death sweat of a morning dew
that didn’t so much shine the shells as damp them.
I was down on my hands and knees there in the wet
grass under the hedge, adoring it,
early riser busy reaching in
and used to finding warm eggs. But instead
this sudden polar stud
and stigma and dawn stone-circle chill
in my mortified right hand, proof positive
of what conspired on the spot to addle
matter in its planetary stand-off.

LA FRUSTA DI SALICE

Sulla strada principale di Granard incontrai Duffy
che avevo conosciuto prima dell’età del giudizio
in pantaloncini corti alla classe delle elementari
dove una volta in un giorno d’inverno Miss Walls
perse la testa e ci frustò alle gambe
per un discorso indecente che pensavamo non udisse.
«O, per amor di Dio!» urlò Duffy, venendomi incontro
col suo bastone in aria e due braccia spalancate,
«Per amor di Dio! Ti ricordi la frusta di salice?»

THE SALLY ROD

On the main street of Granard I met Duffy
whom I had known before the age of reason
in short trousers in the Senior Infans room
where once upon a winter’s day Miss Walls
lost her head and cut the legs off us
for dirty talk we didn’t think she’d hear.
«Well, for Jesus sake» cried Duffy, coming at me
with his stick in the air and two wide open arms,
«For Jesus sake! D’you mind the sally rod?»

“Lì un tempo fioriva il mio cuore” di Filippo D’Eliso, RPlibri. Nota di lettura di Marisa Papa Ruggiero

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Far parlare l’essere con le parole della poesia

Artista dei suoni, Filippo D’Eliso ci offre, in questi giorni, una sinfonia poetica di cristallina purezza: “La vita fu / per un solo attimo / ciò che mai più sarebbe stata”; e ancora: “Qualcosa però si nasconde / nel sole. Presto sarà sera / e qualcuno andrà via”…

Quando apri un libro di poesia e il libro è: Lì un tempo fioriva il mio cuore del citato autore e t’imbatti in un verso  dove il pensiero taglia/ come ghiaccio secco, e percepisci  il senso di caduta a picco sul mistero della indecifrabilità del male, sai anche che quel libro, come ogni libro di versi contiene molte più cose di quante ne vedremmo noi che leggiamo. Un libro di poesia contiene, come si sa, una sua intrinseca compiutezza, è necessità fondante, autonoma, tanto che tentare di aggiungere, dall’esterno, parole di riflessione critica  a un libro di poesie, sarebbe da ritenere, a rigore, superfluo. Se poi l’autore, come s’è detto, è un musicista, la cui spinta creativa è una costante che risuona in consonanza con le forze vitali dell’universo, possiamo facilmente configurarci dove nasce quella necessità di affidarsi alla parola poetica come a un controcanto naturale che aspira a porsi in intima fusione con la sua grazia immaginosa e sorgiva.

E allora, sulla scia di questo controcanto che l’autore ha diffuso così intensamente intorno a noi per invitarci a un colloquio, a un incontro, non posso non sentirmi sollecitata a mia volta a prenderne parte con qualche breve, modesta riflessione. Dico subito che qui, davanti ai miei occhi,  gli elementi primari di musica e poesia appaiono come trasfigurazioni speculari che trovano slancio espansivo grazie alla autenticità della parola e, in virtù della stessa, tendono a saldarsi, a sovrapporsi.

Lo snodo tematico fondamentale è rappresentato dal rapporto magnetico tra le due curve asintotiche che ne disegna i contorni di spiritualità e materia: il rapporto, in definitiva di suono e senso. E possiamo anche spiegarci l’appartenenza ad una scelta linguistica ben radicata nel pentagramma tradizionale di matrice novecentesca, tuttavia molto al di là di una scontata  aderenza meramente lirica. Una poesia fatta, piuttosto, di interiorizzazioni, di forti tensioni morali, a tratti meditativa, a tratti evocativa, che trae rifugio e alimento direttamente in quelle forze interiori che compongono il nostro intenso sentire. Una poesia che accorda densità e leggerezza sui ritmi del respiro. Una modalità che, in un momento come quello attuale così poco favorevole alle interiorizzazioni, potrebbe apparire come una scelta trasgressiva, una provocazione, ma si presenta, invece, nel nostro autore, nella sua intima, genuina coerenza. Non c’è semplificazione, né alcuna concessione all’idilliaco in questi versi, ma una sobrietà d’espressione quasi severa, appena solcata da malinconia. L’io è diffuso ed espansivo, per nulla ripiegato su se stesso, un io interrogante e in ascolto di ciò che è la sostanza etica del mondo. Il sacro, in questi testi, entra per irradiazione, come richiamato, a tratti, sulle corde intense e potenti di una sinfonia tedesca.

Non trova posto alcuna sterile astrazione in questi versi, bensì una salda appartenenza a un sentimento di terrena, consapevole presenza con i suoi attriti, le sue disillusioni e sconfitte,  il suo pathos. Con le sue piccole fiale di saggezza. Più a monte del linguaggio c’è sempre una zona d’ombra che ha sede nella nostra Ferita ancestrale, la prima ad appartenerci, ed è ineludibile. Ecco, in quella fatale, remota consapevolezza ha sede il dramma. E il destino di solitudine esistenziale della creatura umana prende  inizio. É là che la parola attinge e si fa carne, oltre che suono. É per raggiungere questa  dimensione, non statica, ma in perenne vibrazione, che il poeta compie la sua ricerca, con gli strumenti che gli sono propri, con la devozione e l’umiltà che si devono alla poesia.

 

Marisa Papa Ruggiero

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

Oggi mi è venuto in mente un pensiero
che avevo già avuto prima
ma che allora non era definito
non potrei precisare l’anno

né dove sia andato né perché
per la seconda volta sia venuto da me
né con certezza saprei dire
cosa fosse

ma da qualche parte nell’anima so
che avevo già incontrato questa cosa
l’ho giusto ricordata tutto qui
e non è più venuta dalle mie parti.

Gabriella Cinti: “La lingua del sorriso – Poema da viaggio”, PROMETHEUS, 2020 ∼ Saggio introduttivo di Francesco Solitario: “Parole di luce”∼Nota critica di Adriana Gloria Marigo

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Qualche anno fa, in una libreria di Padova, mentre osservavo i libri disposti orizzontalmente su un lungo ripiano, catturata dai titoli e dalle immagini delle copertine, mi raggiunse una intuizione: in realtà era il riemergere di nozioni stratificate negli anni, reminiscenze liceali che riguardavano la storia dell’arte, l’architettura classica, certe parole inerenti al tempio greco che mi erano suonate numinose, conduttrici di energie, presenze, liturgie, riti divini. La parola dell’intuizione–memoria era “pronao” e si accompagnava al ricordo della fotografia dell’Hephaisteion (il tempio di Efesto ad Atene) contenuta nel testo scolastico di storia dell’arte greca: la coniugazione di parola e immagine completò l’intuizione generando l’idea che la copertina è, con il libro, in un rapporto simile a quello tra pronao e naos, la cella interna del tempio, il luogo più sacro e misterico dove dimora la statua del dio. L’intuizione che la copertina sia credenziale del contenuto e non solo – o strettamente – fascinazione d’acquisto, si è presentata decisa quando ricevetti La lingua del sorriso  – Poema da viaggio di Gabriella Cinti. L’immagine del busto di Persefone emergente dal fondo nero della copertina, l’oscurità che accoglie il titolo che invece restituisce la sensazione del compiersi di un evento ineludibile e vegliato da segnale di conforto, apotropaico, mutuato da interiore stato di grazia quale il sorriso, convergono alla visione di trovarsi davanti alla complessità di una raccolta di poesia in cui si officia alle presenze psichiche, mitografiche, archetipali, potenti da intessere la vita intellettuale della poetessa non separatamente da quella spirituale della donna: anzi, le due dimensioni sono così perfettamente intramate l’una dell’altra che la parola impiegata da Gabriella Cinti nella esemplarità di questa raccolta, è al tempo stesso guida ed evocazione di simboli – non inermi, ma vividi frementi fecondi vitali entro le profondità psichiche, e che l’intelletto restituisce – mediati dai modi di una poesia che nomina e, come scrive il docente di estetica Francesco Solitario nel ricco saggio introduttivo citando J. Campbell, «comporta una scelta precisa di parole che avranno implicazioni e suggestioni che trascendono le parole stesse.»

Dunque, se la cifra architettonica del pronao apre alla percezione del canone sacro del naos, la raccolta di Gabriella Cinti rivela il medesimo cifrario: ci troviamo alla presenza di un libro di poesia in cui vige il principio gnoseologico – ontologico del «verbo tessuto», della «stoffa dell’essere» dentro l’assolutezza, la regalità sovrana della luce in cui le possibilità dell’ombra assurgono a ruolo funzionale affinché emerga la vastità irradiante della luce fin dall’esergo «Ad Afrodite d’oro, al suo sorriso, / e a Paola Pennecchi, al suo cuore di luce.», e che Francesco Solitario ha chiarito con dovizia di analisi evidenziando il rapporto Sole-Luce nella sua dimensione polisemica, in quanto tutta la raccolta – come rilevato fin dal titolo – è centrata sulla presenza inesausta dei simboli, di cui il Sole è il maggiore sia nelle cosmogonie sia nelle cosmologie, e rappresenta il più alto principio: è colui che garantisce la vita nelle soglie animali vegetali minerali, nonché dell’intelletto, sia nei modi laici, sia nei modi confessionali.

Il Sole, colui che nel pantheon dei pianeti è sovrano governatore, si eleva nella raccolta di Gabriella Cinti a deità-parola: l’interiorità, il naos di La lingua del sorriso, è abitata dal Sole-Parola e da lì irraggia sacralmente l’intuizione della parola, l’ostina alla scelta, all’affinamento (Parola pensata), all’incantesimo che il linguaggio frequentato dalla poetessa cerca come esigenza vitale, thauma  espresso in meraviglia e sottile angoscia (Lezioni di abisso) necessario all’incontro ed elaborazione della luce, persino sprezzatura che, prossima alla magia, specchia la liturgia con la quale la poetessa celebra il rito della parola creante il senso (Scintillio d’istante).

 

Adriana Gloria Marigo

 

 *

PAROLA PENSATA

Un solo frammento, filamento

stellato di memoria, l’istante

eternato, sillaba di verità.

 

Abita il sorriso dell’agnizione

nel luogo d’anima e di suoni

 

ed è facile riconoscerlo

se lo ritrovi ai bordi del sentire.

 

Moltiplicato sia in ogni calice

congiunto, nella corolla

in cui affonderai il viso,

nella scia di una parola pensata,

 

nel divenire della nostra cometa.

 

LEZIONI DI ABISSO

L’orlo della tua risposta,

inafferrabile frangia,

tende le corde del silenzio.

 

Accade la tua presenza rarefatta

a celebrare l’impossibile.

 

Il mistero incontra i confini del tuo respiro

e le tue mani alte oltre l’orizzonte

non tramontano, quando il vuoto

si insedia tra le ombre dei sensi.

 

Vacillando, permani

a tracciarmi la figura del salto:

salpato l’ultimo volo augurale,

il Deserto astrale pure vibra

dei tuoi occhi espansi.

 

Nell’ora che annulla la voce,

quando la Signora della vertigine

ha dismesso ogni ipotesi di sorriso,

la curva del visibile dislocata è

senza sembianza d’ascolto,

invasa dal niente.

 

Da te ora prendo lezioni di abisso.

 

SCINTILLIO D’ISTANTE

La breccia per l’impossibile

passa per il rosso generoso delle foglie,

accese da oro inatteso.

 

Interrogo le dune d’aria

voltolanti in pulviscolo d’enigma;

sidereo involucro mi porta lieve

in quel viaggio di nubi

che è il mio tempo.

 

Liberami dalle sfere nemiche

nel prodigio armato di sorriso

a scardinare le catene ineluttabili.

 

Io non conosco la scienza delle onde,

reticolo di cristalli

e prismi di intuizione ruotante.

 

Calata e colata nel vortice solido

di questo presente di troppo metallo,

scelgo la sabbia come fuga

e la luce come volo,

 

perché tu possa leggermi

in ogni frammento rifrangente

e ascoltarmi nello scintillio

risonante dell’Istante,

musica complice del nostro destino.

 

Biobibliografia

 

Gabriella Cinti, nata a Jesi, è italianista, grecista, poeta, scrittrice, saggista, performer in greco antico. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Suite per la parola, Péquod, Ancona 2008; Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga, Torino 2016; Madre del respiro, Moretti e Vitali, Bergamo 2017. In saggistica ha pubblicato: Il canto di Saffo – Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali, Bergamo 2010; Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo, Lecce 2019, in Ebook.

Sulla sua poesia Franco Manzoni ha scritto il saggio: Femminea estasi. Sulla poetica di Gabriella Cinti, Algra, Catania 2018. Ha vinto numerosi premi Nazionali e Internazionali, tra cui il Primo Premio sia al Concorso Letterario Internazionale Nabokov 2008, sia al Concorso Letterario Albero Andronico 2017. Sue poesie sono presenti in diverse antologie poetiche. Ha partecipato a diversi Festival Letterari e Rassegne poetiche internazionali.

Suoi testi sono stati tradotti in inglese e in greco moderno.

Canto presente 46: Nicola Grato

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

NICOLA GRATO

e mia madre pregava a bassa voce
si faceva la croce ripulendo
il tagliere di legno dalle bucce
di zucchine, melanzane, cipolle;
credo sperasse in qualcuno o qualcosa,
forse anche in una povera salvezza
in una brezza fina e senza corpo
nel canto corroso del corvo nero
nelle spine in fiore del maggio pieno.

*

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

*

la pazienza dell’insetto
o della pietra all’acqua
dei millenni nello sguardo
tuo al mattino;
concia di guerra e fame
di pane duro e asciutto
d’aria chiusa nel rifugio
antibombe – e i tuoi morti
teatralmente in posa
sul palcoscenico del comodino.
Chiama da un altro dove
quel marinaio fuggito
– tu attenta e sognante
sulle carte bollate,
sulle bollette pagate –
m’insegnavi pietà
per le cose perdute.

*

Peppino, nome di un ragazzo
di due secoli fa:
Palermo di miseria,
di bombe, di pane duro
e cimici: tessera annonaria –
un punto al giorno come un colpo
al cuore, gli occhiali
di tartaruga fissi sulla settimana
enigmistica. Ti ricordo senza
averti conosciuto, ventura
dei poeti: esisti nei versi,
apostolato delle vite di dura scorza,
mercede della memoria –
storia che si fa soffio di canto,
quiete di un giorno di luglio.

*

canto e accompagnamento,
tempo che dalla prima
fessura del mattino
è cammino, mungitura
fino a che scura –
ma la sera Fanuzzo
suonava la cromatica
e nessuno sa che lui esiste
che la musica la sognava
di notte e l’amava
sulla tastiera; lui è un paese,
un volo di rondini
nel maggio… Erano
primavere mesi anni
di fatica: la faccia
gialla d’una spiga non matura
se non accalda,
se non la guarda
l’occhio dritto del sole.

Testi tratti da Inventario per il macellaio, Interno Poesia Editore, 2018

*

restare qui 

la lumaca

il bambino ha schiacciato la lumaca,
lava e stende lenzuola la signora
sulla strada; qui in paese passa il tempo,
passa quello della verdura e grida
cacuocciuli chi su belli. Il bambino
la guarda la lumaca che ha schiacciato,
gli fa pena, ritorna col sorriso
di chi l’ha combinata molto seria.
Violenza è questo fare
finta che non sia successo nulla,
abbozzare, chiudere le persiane
spegnere lumi e occhi, dormire a sonno
pieno. Ma no, non è così, perché Sara
difende un’idea, quella di passeggiare
a schiena dritta e sguardo fiero
di andare a letto col cuore leggero

*

un paese, anni fa

 

gli innesti che portava

nel tascapane verde

e una lepre raminga –

tempo al tempo, luce

del cosmo in un secchio

di plastica sbiadita;

il pruno attecchì a fatica,

non il mandarino nano

dono di Enzo che se ne andava –

una spiga il ricordo,

una canzone antica

*

lettera a Nino

 

come quell’ombra scura, quel pensiero

di te e di tuo fratello, era l’estate

forse l’inverno ma ora è un pensiero

di lui al bar o in campagna, la zappa

sulla carriola a fine giornata.

Per le tempeste le donne gettavano

pezzetti di panuzzo benedetto

sui tetti, forse sperando al bello,

a un cielo terso e fino, profumata

l’aria come la manta della babba

santa nelle domeniche d’aprile.

La morte, caro Nino, è quando uno

che prima c’era al bar ora non c’è –

l’uomo col gilet da cacciatore

non ritorna più dalla passeggiata,

hai buttato la domenica quiz

ritrovata tra giornali e scartoffie.

La morte fa l’inchino, guarda dalla

buca quel vecchio pazzo che non ha

lasciato casa dopo l’alluvione;

gioca con gesso e stecca, lo prepara

bene il tiro: occhio, sponda, palla dentro –

ride il bambino al sole di novembre,

sempre canzoni alla radio al pomeriggio,

chi non c’è fa ressa nel nostro cuore,

hai le parole ma voti al silenzio

il giorno, l’ora trascorre sui nidi

sotto i balconi di rondini e cade

dove non sai. C’era tuo fratello,

vita in borgata, poi la limonata

del pomeriggio: il corno che suonava

era il segnale, tutti aspettavate

l’uomo coi baffi e col grembiale bianco,

avrebbe dato il gelato, il biscotto –

mentre accendeva l’orizzonte il faro

del porto, tanto lontana nel sole

era Palermo: acceso spento acceso,

e tuo fratello scappava nel vento.

*

domenica a Polizzi Generosa

i nati sono pochi, i morti aumentano,
Polizzi Generosa è foglie e vento –
da un bar coi fiori nuovi e le piantine
La cura di Battiato, dai saloni
Proraso e brillantina. Le persone
però quelle non ci sono, fa vuoto
il vuoto di parole nei paesi,
sui calendari il mese resta fermo,
lo scemo col vestito cerimonia
sorseggia la gazosa al tavolino,
il pomeriggio
sa di insegne antiche e di limone
e acqua per combattere calura
e sangue amaro. Ma fa male il cuore
se domani uno parte e uno muore.

*

il tramonto a Punta della suina

 A Danilo Lupo

il tramonto a Punta della suina

colora di rosso e blu sabbia e scogli:

trema di voci, conchiglie, posidonie

questo mare –

davanti alle prime luci di Gallipoli.

Qui penso a mio padre: lui che al mare

non voleva mai andare, che amava

il silenzio ciarliero dei boschi

le poste all’alba a conigli, lepri, pernici.

Ricordo quando stava lungamente

in silenzio in queste ore che le parole

non possono dire, ma le campane –

e passi incerti, ché l’ombra s’allunga

in ogni dove, e già ci sono le stelle.

 

Nicola Grato, testi inediti