uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

La tristezza sulle mie spalle
è una camicia di tessuto da vela
lavato nell’acqua di mare
con una spazzola di ferro
sul ponte spazzato dal vento.
E in questo villaggio del sud
senza sosta nè tregua
il sole rosseggia e si gonfia di miele
sulle fanciulle e dentro le albicocche.

Punti di vista 5: L’Ultima Cena

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci rappresenta una delle opere d’arte più famose di tutti i tempi, non soltanto per la sua carica innovativa ma anche perché oggetto di innumerevoli imitazioni e riproduzioni da parte degli artisti di tutte le epoche.

E’ un affresco a tempera grassa su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1495-1498 e conservato nell’ex-refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco. A causa dei materiali utilizzati, incompatibili con l’umidità dell’ambiente, confinante con le cucine del convento, versa da secoli in cattivo stato di conservazione tanto da essere sottoposta a uno dei più lunghi e certosini restauri della storia, durato dal 1978 al 1999. Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento, nell’agosto del 1943, venne bombardato: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo.

Leonardo rappresenta il momento più drammatico del Vangelo, quando Cristo annuncia il tradimento di uno degli apostoli e pronuncia le parole “In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”, (Giovanni, 13,21). Al centro della scena è rappresentata  la figura di Gesù. Attorno a lui gli apostoli sono sistemati a gruppi di tre, secondo le diverse reazioni alle parole di Cristo. Nel 1494 Leonardo Da Vinci ricevette un’importante commissione da Ludovico il Moro, che stava avviando importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento della chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, perché divenisse luogo di celebrazione della casata Sforza. Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi, quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio. Sui lati minori sarebbero dovute essere rappresentate la Crocifissione e l’Ultima Cena.

Alla Crocifissione lavorò Donato Montorfano, sulla parete opposta invece Leonardo avviò l’Ultima Cena, che in quel periodo, lo risollevò dalle preoccupazioni economiche.  Come è noto Leonardo non amava la tecnica dell’affresco, perché lo costringeva a  stendere velocemente i colori prima che l’intonaco si asciugasse e non consentiva ritocchi e piccole modifiche.  Scelse così di dipingere su muro come dipingeva su tavola: la preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico; prima di stendere i colori l’artista interponeva un sottile strato di biacca. In seguito venivano stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa.  Questa tecnica permise la raffinata stesura tono su tono e una cura estrema dei dettagli ma fu anche all’origine dei problemi conservativi. Tra i materiali sono stati usati anche lamine metalliche d’oro e d’argento, per impreziosire le figure. Nel 1498 l’opera era già terminata. Nel 1977, dopo diversi studi e ricerche, fu avviato il grande e impegnativo progetto di restauro. L’affresco era ormai ovunque scrostato e lesionato; ci si è resi conto che il Cenacolo era stato spalmato di cera per essere predisposto al distacco, che non fu mai eseguito. L’impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli, avevano peggiorato notevolmente le condizioni del dipinto. Una volta eliminate le ridipinture e ritrovata l’opera originale di Leonardo, i restauratori si erano posti il problema di come riempire le parti mancanti; in un primo tempo queste erano state riempite con un colore neutro, poi si è deciso di riprendere i colori leonardeschi, basati sui frammenti ritrovati  e sulle copie d’epoca del Cenacolo. Tra le tante scoperte, si è trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva (punto di fuga). Si sono riscoperti i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo, distrutti nel XVII secolo dall’apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina. La stanza è illuminata da tre finestre sullo sfondo e, con l’illuminazione frontale da sinistra che corrispondeva all’antica finestra del refettorio, Leonardo rappresentò in primo piano la lunga tavola della cena, con al centro la figura di Cristo. Egli ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase. Ogni particolare è curato con estrema precisione e le pietanze e le stoviglie presenti sulla tavola concorrono a bilanciare la composizione. Nessuno è riuscito a capire cosa ci fosse esattamente sul piatto dei commensali. I tecnici che hanno restaurato il dipinto per vent’anni, guidati da Pinin Brambilla, hanno pensato che il menù fosse a base di pesce, anche se nel momento rappresentato nessuno dei commensali sta toccando cibo. Dal punto di vista geometrico l’ambiente, pur essendo semplice, è ben calibrato. Attraverso alcuni espedienti prospettici come il soffitto a cassettoni, gli arazzi appesi alle pareti, le tre finestre del fondo e la posizione della tavola, si ottiene l’effetto di trompe l’oeil. Il paesaggio che si intravede dalle finestre potrebbe essere un luogo ben preciso. Leonardo rappresentò i “moti dell’animo” degli apostoli  sconcertati di fronte all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro. Alle parole di Cristo gli apostoli manifestano diversi stati d’animo: Pietro (a sinistra) con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni per avere spiegazioni; Giuda, stringe la borsa con i soldi e nell’agitazione rovescia la saliera. Andrea mostra i palmi, Giacomo e Bartolomeo sono sgomenti e increduli. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone pure esprimono con gesti concitati il loro smarrimento. Giacomo Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto. La figura di Tommaso, a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare aggiunta successivamente in modo un po’ posticcio. Alcuni particolari della composizione sono probabilmente stati suggeriti dai domenicani, forse dallo stesso priore  Vincenzo Bandello. Sopra l’Ultima Cena si trovano cinque lunette che rappresentano  imprese degli Sforza entro ghirlande di frutta, fiori, foglie e iscrizioni su sfondo rosso. La lunetta centrale è in buono stato di conservazione e contiene il drago simbolo della famiglia nobiliare, il famoso Biscione.

Una diversa lettura del dipinto è stata compiuta dallo scrittore Dan Brown nel famoso romanzo giallo Il codice da Vinci. Secondo lo scrittore, il discepolo alla destra di Gesù Cristo sarebbe una donna, con cui Leonardo avrebbe voluto rappresentare Maria Maddalena, la possibile amante di Gesù, ipotesi respinta dalla Chiesa, in quanto priva di alcun fondamento. L’aspetto di Giovanni fa parte dell’iconografia dell’epoca, riscontrabile in tutte le “ultime cene” : l’apostolo più giovane (il “prediletto” secondo lo stesso quarto vangelo) era rappresentato come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci.

I quattro gruppi formano delle piramidi concatenate fra loro; piramidale è anche, al centro, Gesù, con le braccia allargate, isolato rispetto ai discepoli, perché è solo nel momento del sacrificio supremo. Leonardo esprime la consapevolezza di chi sa che sarà abbandonato da tutti, ma al tempo stesso la serenità di chi ha accettato una missione che sta per concludersi. C’è dunque distacco fra la concitazione degli altri e la nobile calma di Cristo, altro elemento che rende certi del suo altruismo e del suo amore per l’umanità.

Deborah Mega

 

 

uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse:

Ho spento il lume e la finestra è aperta
ora la notte entra con dolci onde
mi abbraccia come una sorella
una compagna

Entrambi siamo presi da nostalgia
ogni nostro sogno sembra presagio
s’alterna la voce mentre parliamo
dei ricordi nella casa paterna.

Prisma lirico 14: Vincenzo Cardarelli – Egon Schiele – Felice Casorati

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Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la fresca poesia di Vincenzo Cardarelli, l’autoritratto di Egon Schiele e l’onirica opera di Felice Casorati

egon schiele Autoritratto con capelli lunghi · 1907

Egon Schiele

Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

felice casoraiti il sogno del melograno 1913

Felice Casorati

poesia: “Abbandono” di Vincenzo Cardarelli, da “Poesie”, 1936

opere:

Egon Schiele, “Autoritratto coi capelli lunghi “, 1907

Felice Casorati, “Il sogno del melograno” , 1913

 

RandoMusic 5: London Calling

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

London Calling è un album doppio dei The Clash, pubblicato nel dicembre 1979 e considerato da Rolling Stone come il miglior album degli anni ottanta, fu infatti l’album della consacrazione che permise ai Clash di approdare negli Stati Uniti. Il produttore fu Guy Stevens, grande talento del R&B. Il titolo di London Calling evoca la frase pronunciata dall’annunciatore radiofonico statunitense Edward R. Murrow durante la seconda guerra mondiale. La copertina, con il riferimento all’esordio di Elvis Presley, presenta la stessa grafica: si tratta di una foto in bianco e nero scattata da Pennie Smith, fotografa al seguito dei Clash, durante un’esibizione live al Palladium di New York, il 21 settembre 1979. Mentre però Elvis canta imbracciando la propria chitarra, l’altra invece, ritrae il bassista dei Clash, Paul Simonon, nell’atto di infrangere il basso al suolo con rabbia.  L’immagine volle essere un omaggio a Presley, con cui i Clash vollero compararsi per la temerarietà delle scelte musicali e per indicare il loro riavvicinamento al rock.

Il contrasto vuole evidenziare anche il rapporto di odio/amore dei Clash nei confronti degli USA e lo scontro generazionale, su cui si fondava il punk. L’album è una pietra miliare: oltre al punk presentava brani rockabilly, il reggae e il movimento ska britannico. Eppure, l’intento citazionista comporta anche il recupero del proprio passato ideale. I primi lavori per l’album iniziarono dopo il tour negli Stati Uniti al Vanilla, uno studio prove di Londra, in un’atmosfera intensa ed esaltante. Il procedimento seguito per registrare il disco fu particolarmente complesso. Prima il gruppo eseguiva una canzone come per un’esibizione live; di queste registrazioni venivano mantenute principalmente la batteria e la chitarra ritmica, poi Jones creava la parte delle chitarre e Simonon registrava il basso. In seguito venivano aggiunti percussioni, chitarre acustiche, pianoforti e fiati. Nel disco vennero registrati anche numerosi effetti sonori, come in London Calling, dove è presente il grido di un gabbiano; i musicisti strappavano il velcro dalle sedie dello studio o percuotevano le tubature del bagno per registrare il rumore prodotto. Subito dopo l’uscita dell’album si percepì il tramonto del movimento punk “storico”, quello prodotto dai gruppi inglesi come i Sex Pistols, che l’avevano alimentato e supportato, negli Usa invece cominciava ad esplodere il punk-rock.

Dei diciannove  brani che compongono l’album, nemmeno uno di essi può essere più definito “punk”, secondo l’accezione stereotipata del termine eppure London Calling è il prodotto migliore del punk britannico. Per la seconda volta, dopo aver firmato per la Cbs nel 1977, i Clash si trovarono a compiere una scelta decisiva che sarebbe stata accolta come un tradimento dai fan più nostalgici ma che sarebbe stata pienamente ricompensata dal meritato successo di pubblico e critica e giustificata dalla sua longevità e dalla sua modernità. Avrebbero esercitato la loro influenza su molti gruppi che andavano formandosi in quegli anni, come gli U2. A dispetto dell’ostilità ricevuta da parte dei punk più oltranzisti la formazione non dimenticò mai le proprie origini e non perse il contatto con il pubblico: significativa, infatti anche la scelta di vendere il doppio Lp al prezzo di un album normale. La coppia Strummer-Jones regalava alcuni tra i migliori brani della carriera dei Clash: Joe Strummer viveva un periodo di grande ispirazione poetica, mentre Mick Jones si dimostrava un compositore eccellente con una maniacale cura degli arrangiamenti, oltre ad avere una voce perfettamente intercambiabile con Strummer. I brani militanti erano quelli affidati alla voce di Joe, i momenti “privati” e intimistici, invece, a quella più cristallina di Mick. Per il gruppo fu rilevante anche la presenza del batterista jazz Topper Headon, di grande inventiva e creatività. Nell’album si ampliava anche il numero di strumenti utilizzati, fiati, pianoforte, percussioni. L’altra caratteristica vincente fu la grande varietà di timbri, ritmi, generi, influenze. Fin dagli esordi i Clash avevano dimostrato una vocazione sincera per il reggae, tanto da essere citati da Bob Marley in  Punky Reggae Party, ma anche per il punk e per il rock. A questo si affiancava il recupero del rock’n’roll e di una vasta gamma di altri generi che sembrano fondersi dimostrando di avere radici comuni.  Una simile versatilità nel rock inglese la si può ritrovare solo nei Beatles. Così si passa dal rock di London Calling o di Death Or Glory, al rock’n’roll di Brand New Cadillac, dal reggae di Revolution Rock al jazz di  Jimmy Jazz e allo ska di Wrong’Em Boyo o di Rudie Can’t Fail, dal pop di Lost In The Supermarket al latino-americano di Spanish Bombs. In relazione ai temi, quelli sociali sono presenti in tutto il disco: la ballata acustica Spanish Bombs rievoca la guerra civile spagnola; in The Guns of Brixton si descrive la situazione degli immigrati neri del quartiere popolare londinese; Clampdown ricorda i crimini nazisti e critica il sistema capitalista; Koka Kola descrive spietatamente la realtà americana; The Right Profile è dedicata alla memoria dell’attore Montgomery Clift, infine Revolution Rock è il vero manifesto politico della band. Nel brano che dà il titolo all’album si annuncia che  la guerra è decisa e inizia la battaglia ma si invitano gli ascoltatori a non aspettarsi vie di salvezza e indicazioni dai Clash e ad intraprendere la lotta senza guardare costantemente a LondraSolo il  progressive-rock non trova posto nell’album proprio perché London Calling rivelava un rinnovato interesse per le origini e per le radici storiche del rock. Ed era questa la novità e la chiave di un successo planetario. Con oltre due milioni di copie vendute nel mondo, l’album infatti è stato disco di platino e disco d’oro negli Stati Uniti, oltre che disco d’oro e d’argento nel Regno Unito.

Deborah Mega

Canto presente 26: Stefano Guglielmin

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Stefano Guglielmin

Mamme vermiglie (da “Le volpi gridano in giardino”, Edizioni CFR, 2013)

I.

Se qualcuno provoca o sloga
chiedendo modifiche
o un suono accurato che la possa mutare
lei muta, sposa la conca, il cuneo
sfuma in un canto il grido
e per dispetto cambia mano, perno
ma è un immergere ratto
una prosa d’amore senza rima, in effetti
con tanti uomini e no, e bombolette
per scriverle dentro cose spray dove l’anima
salta, ma è un affare distratto
perché lei, come nessuno, separa i piani
biforca, per dire amore al giogo
e ancora mostrare, pulita, ai suoi figli
la bocca.

II.

Diventerà grande lo stesso, ai piedi del lutto
gronda di fontanelle e semi, per non cambiare
discorso o distrarsi. Potrebbe darsi
un nome diverso, un dominio segreto, e scaltra
vivere doppia: di qua la riva
dove quieta schiumare, di là il supplizio
la stiva, il bottino d’oro che non farà
notizia. Potrebbe, se volesse, farsi adorare
succhiare il petto, regnare, e invece sbava, ferma
sui quattro pungoli del corpo, cagna da riporto
in posa ai margini del bosco.

III.

Nell’ombra, come bianca resa di sposa
attesa. O animale da fratta o rovina
nella cartolina dal male.

C’è una marea in quel lampo, un pensiero
peso piuma che sguscia:

il corpo luccica in tanta samba
sembra nero. E così i suoi rami, maschi
che lei ribalta, sfida.

Sta tutta lì, pare, nella bolgia o come uccello
in salvia sulla brace. Sfalda i marmi ai glutei, sfiata.
Eppure la luce tiene in quella melma, suona

come vocale dolce quando fiume svasa.

Forma alchemica 20: Hermann Hesse

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Hermann_Hesse_1927_Photo_Gret_Widmann

immagine da wikipedia

Ancora ieri splendidi
oggi votati alla morte
cadono fiori su fiori
dall’albero della tristezza

Li vedo cadere e cadere
come neve sul mio cammino
svanita l’eco dei passi
si avvicina il lungo silenzio

Non ci sono più stelle nel cielo
né amore nel cuore
la distanza è muta e smorta
vecchio e vuoto il mondo

Chi può proteggere il cuore
in questo disperato momento?
Dall’albero della tristezza
cadono fiori su fiori

Hermann Hesse
(trad. Loredana Semantica)

Die mir noch gestern glühten
Sind heut dem Tod geweiht
Blüten fallen um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

Ich seh sie fallen, fallen
Wie Schnee auf meinen Pfad
Die Schritte nicht mehr hallen
Das lange Schweigen naht

Der Himmel hat nicht Sterne
Das Herz nicht Liebe mehr
Es schweigt die graue Ferne
Die Welt ward alt und leer

Wer kann sein Herz behüten
In dieser bösen Zeit?
Es fallen Blüten um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

La poesia che propongo in questa forma alchemica rappresenta una fedele descrizione dell’avvilimento spirituale dei depressi. Il progressivo spegnimento della luce, dei colori, dei suoni, il senso di oscuramento di ogni sentimento gioioso e un continuo cadere di “fiori su fiori” come fossero lacrime dal cuore. Cuore che tace morto all’amore, da non intendersi come pulsione sentimentale verso l’altro in quanto essere umano, quanto altro, come ciò che è fuori da sé, cosa o persona che sia, verso cui si è incapaci di tendere, di andare incontro, perché svanisce, soffocato dalla percezione di un’insormontabile distanza che s’interpone, come avviene metaforicamente col suono dei passi che si spengono ovattati dalla neve.
Non c’è nulla che possa salvare in questi momenti disperati, la tristezza pervade tutto. Tutto cade verso il suolo nella demoralizzazione invincibile rappresentata dai fiori, sinonimo di colore e bellezza, che cadono senza speranza. E’ un dolore morale senza rimedio che pervade lo spirito e lo prostra.
Hermann Hesse è l’autore di questo testo. La perfetta rappresentazione del climax psichico modellato con le parole della poesia introduce alla principale nota caratteristica della poetica di Hesse. L’approfondimento psicologico che egli svolse per tutta la vita con la sua scrittura, accreditandosi come scrittore della crisi e della ricerca. Il filo conduttore della poesia e degli stessi romanzi di Hesse è una costante e pervasiva autoanalisi influenzata da principi mutuati dalle dottrine orientali, indù e buddista principalmente, unitamente a uno spirito profondamente pacifista che lo portò ad assumere posizioni non in linea con il movimento nazionalista. Queste posizioni tuttavia non furono espresse dichiaratamente, ma scaturiscono come evidente conseguenza degli ideali contenuti nelle sue opere. Il pensiero di Hesse era sostanzialmente contrario a un impegno dell’artista in ambiti politici e sociali, dovendo egli piuttosto dedicarsi al compimento della propria “formazione” umana attraverso l’esplicitazione della propria arte. La sua contrarietà al nazionalismo si desume anche dall’affermazione che egli, favorevole a un’unione europea a tutela degli ideali umanistici , espresse in età avanzata, “Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo”.
L’introspezione, il pacifismo, lo spiritualismo e il misticismo sono le ragioni che spiegano il fascino esercitato dagli scritti di Hesse nel 1964 sui giovani americani aggregati in movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Il loro apprezzamento postumo, di appena due anni dopo la morte dell’autore, sono alla base della grande diffusione internazionale delle opere di Hesse, autore di lingua tedesca tra i più letti al mondo.

Una figura eclettica Hermann Hesse, poeta, scrittore, filosofo, pittore, tedesco, naturalizzato svizzero, nacque nel 1877 a Calw da famiglia protestante, il padre e il nonno erano stati missionari in India. Visse l’infanzia con la famiglia a Basilea, insofferente alla rigida e oppressiva educazione pietista impartitagli. Egli inizialmente fu avviato agli studi teologici nel seminario protestante del monastero di Maulbronn. Hermann però, appena quindicenne, fuggi dal monastero, e attraversò una profonda crisi depressiva culminata in un tentativo di suicidio. I genitori allora lo fecero ricoverare a Stetten, dove rimase per quattro mesi in cura, poi lo iscrissero al liceo di Cannstatt, nel quale prese la licenza media.
Successivamente si recò a Tubinga dove diventò libraio e cominciò a pubblicare i suoi primi scritti. Fu un autore prolifico, ben 15 raccolte di poesia e trentadue romanzi, tra i quali i più famosi: Peter Camenzind (1904), Gertrud (1910), Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943). Siddharta è stato ispirato dal suo viaggio in India, paese che esercitava su di lui grande attrattiva per il trascorso dei genitori. Il viaggio da lui stesso definito deludente, si traduce nell’opera in uno splendido risultato.
Si sposò tre volte. La prima moglie fu Maria Bernoulli, una fotografa professionista, che sposò nel 1904, e che gli dette 3 figli Bruno, Heiner e Martin. Nel 1919 si separò da Maria, dalla quale si era progressivamente allontanato per un forte esaurimento nervoso causato dalle esperienze connesse alla prima guerra mondiale e dai problemi psichici della moglie.
Si recò a Montagnola, nel Ticino, dove sembro riprendersi dalla malattia, ma, al termine della prima guerra mondiale, dovette ricorrere alle cure di Carl Gustav Jung e di un suo allievo per superare il suo malessere psichico.
In seconde nozze sposò la cantante Ruth Wenger, vissero poco insieme e le nozze ebbero breve durata, sufficiente tuttavia per precipitare nuovamente Hesse nella depressione e in pensieri oppressivi di morte, che egli cercò di contrastare frequentando i locali notturni di Berna e Zurigo. Frutto di questa esperienza fu il romanzo autobiografico “Il lupo della steppa”
La terza moglie di Hesse fu Ninon Dolbin Ausländer, storica d’arte, una personalità forte che lo influenzò molto, con la quale visse serenamente la propria vita e arte. Ninon gli stette vicino fino alla morte, avvenuta a Montagnola nel 1962.

Hesse nel 1946 è stato insignito del premio Nobel per il saggio pedagogico di “Il gioco delle perle di vetro”, la cui stesura lo impegnò per 10 anni, con la seguente motivazione “Per la sua scrittura ispirata che nel crescere in audacia e penetrazione esemplifica gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile” ma mi piace chiudere questa forma alchemica con una citazione tratta dal romanzo Demian sulle conversazioni con il dottor Jung (nel romanzo dr. Pistorius) perché più di altre centra il nucleo racchiuso nella scrittura di Hesse, il suo sforzo di ricerca e di individuazione dell’origine della sofferenza psichica dalla quale fu afflitto per tutta la vita, mai definitivamente sopita, fondamento e ragione della sua affascinante opera: “Ma tutte le conversazioni, anche le più umili, colpivano con leggero e costante martellio il medesimo punto dentro di me, tutte contribuivano a formarmi, a rompere gusci di uova da ognuno dei quali alzavo il capo un po’ più in alto, un po’ più libero, finché l’uccello giallo con la bella testa di rapace erompeva da frantumato guscio del mondo.” (trad. di Ervino Pocar)

Loredana Semantica

Incipit 17: Le Ore

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by George Charles Beresford, 1902

Prologo
Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. È il 1941. È scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell’acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l’argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C’è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l’argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all’altra. Fa un passo avanti. Non si toglie le scarpe. L’acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell’acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa alle sue mani e alla sua barba, alle linee profonde intorno alla sua bocca. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro hanno fallito, no? All’improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell’acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l’acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La superficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista da così vicino) riflette un ciclo scuro. E questo, allora, l’ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un ciclo nuvoloso che si riflette nell’acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.
Più di un’ora dopo, suo marito ritorna dal giardino. “La signora è uscita,” dice la cameriera, battendo un logoro cuscino che scatena una piccola tempesta di piume. “Ha detto che sarebbe ritornata presto.” Leonard sale in salotto per ascoltare le notizie. Trova una busta blu, indirizzata a lui, sul tavolo. Dentro c’è una lettera.


Carissimo,
sono certa che sto impazzendo di nuovo: sento che non possiamo affrontarlo un ‘altra volta ancora. E stavolta non mi riprenderò.Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi sto per fare quella che mi sembra la cosa migliore.
Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quanto potevi essere.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, fino a che non è arrivata questa terribile malattia.Non posso combatterla oltre: so che ti sto rovinando la vita, so che senza di me potresti lavorare. E lo fami, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere bene questo biglietto. Non riesco a leggere.Voglio dirti che ti devo tutta la felicità della mia vita.
Sei stato estremamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dire che… Lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto. Tutto mi ha abbandonato, tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto siamo stati noi.
V.

Leonard esce dalla stanza, corre giù, dice alla cameriera: “Credo che sia successo qualcosa alla signora Woolf. Credo che abbia cercato di uccidersi. Da che parte è andata? L’ha vista lasciare la casa?”La cameriera, in preda al panico, scoppia a piangere. Leonard corre fuori, supera la chiesa e il gregge; supera il vincheto. Sull’argine, trova solo un uomo con una giacca rossa, che pesca. Viene trascinata in fretta dalla corrente. Sembra una figura fantastica, in volo, le braccia aperte, i capelli fluttuanti, la coda del cappotto di pelliccia che si gonfia dietro di lei. Si lascia trasportare, pesantemente, attraverso lance di luce marrone, granulare. Non arriva lontano. I piedi (le scarpe non ci sono più) toccano il fondo di quando in quando, e sollevano una nuvola lenta di fango, piena di neri scheletri di foglie, che se ne stanno tutti dritti e immobili nell’acqua quando lei è già scomparsa alla vista. Strisce di erbacce verde-nero si infilano tra i suoi capelli e nella pelliccia del cappotto, e per qualche momento gli occhi le vengono accecati da un ammasso compatto di foglie, che finalmente si libera e galleggia, avvolgendosi e svolgendosi e riavvolgendosi ancora.Si ferma e trova pace, alla fine, contro uno dei piloni del ponte a Southease. La corrente le preme addosso, la tormenta, ma lei è saldamente posizionata alla base della colonna tozza e squadrata, con le spalle al fiume e il volto contro la colonna. Si raggomitola lì, con un braccio contro il petto e l’altro a galla, là dove cominciano i suoi fianchi. A poca distanza sopra di lei c’è la superficie brillante, increspata. Il cielo vi si riflette barcollante, bianco e carico di nuvole, attraversato dalle sagome ritagliate in nero dei corvi. Automobili e camion rombano sul ponte. Un bambino (non avrà più di tre anni) attraversa il ponte con la madre, si ferma al parapetto, si china e spinge un ramoscello che ha portato con sé fra le assi della staccionata, in modo che cada in acqua. La madre gli dice di muoversi, ma lui insiste a rimanere ancora un po’, a guardare il ramoscello trascinato dalla corrente.Eccoli qui, in un giorno all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: il bambino e la madre sul ponte, il ramoscello che galleggia sulla superficie dell’acqua e il corpo di Virginia sul fondo del fiume, come se lei stesse sognando la superficie, il ramoscello, il bambino e la madre, il cielo e i corvi. Un camion grigio-verde rotola lungo il ponte, carico di soldati in uniforme, che salutano il bambino che ha appena lanciato il ramoscello. Lui saluta a sua volta. Chiede alla madre di prenderlo in braccio per vedere meglio i soldati, in modo che anche loro vedano meglio lui. Tutto questo entra nel ponte, risuona attraverso il legno e la pietra ed entra nel corpo di Virginia. Il suo volto, schiacciato di fianco contro la colonna, assorbe tutto: il camion e i soldati, la madre e il bambino.

[…]

Michael Cunningham, Le Ore,  Farrar, Straus and Giroux, 1998

 

Le ore (titolo originale The hours) è un romanzo dello scrittore statunitense Michael Cunningham che si è aggiudicato il premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, il Pen/Faulkner Award e quello Grinzane Cavour nel 2000 per la narrativa straniera.

Il libro racconta i destini intrecciati di tre donne, che vivono in luoghi e momenti storici diversi, dunque apparentemente non hanno niente in comune, ma sono in qualche modo legate dal romanzo La signora Dalloway di Virginia Woolf. Un’altra cosa accomuna le tre protagoniste: sono donne determinate, che non vogliono rinunciare a sé stesse, narrate in un momento cruciale della loro vita. La prima è proprio la Woolf, autrice del libro e ritratta a un passo dal suicidio, nel 1941 e poi mentre è alle prese con la stesura de La Signora Dalloway. Virginia Woolf lotta contro la malattia mentale che l’avrebbe condotta al suicidio. Proprio per cercare di mettere a tacere le “voci” si è trasferita con il marito fuori Londra, ma il richiamo alla vita della città è troppo forte. La seconda è Laura Brown, una casalinga californiana, madre di famiglia bella e inquieta, intrappolata da una società che si aspetta che annulli sé stessa in nome del marito, dei figli, della casa, e che per un solo giorno vorrebbe fuggire via dalla noia di un matrimonio ordinario; nell’America degli anni cinquanta, anche grazie al libro della Woolf, troverà il coraggio di cambiare vita. Infine c’è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese che dai tempi del college vive col nomignolo di Mrs. Dalloway per le sue somiglianze col personaggio creato da Virginia Woolf e che è rappresentata e descritta nel giorno in cui sta organizzando una festa per Richard, l’amico amatissimo che sta morendo di Aids. L’avvicinarsi della morte di Richard la porta a chiedersi se le scelte compiute fossero quelle giuste. Dall’episodio del suicidio di Virginia che si lasciò annegare nel fiume Ouse, dopo essersi riempito le tasche di sassi e dalla toccante lettera d’addio che lasciò al marito Lèonard, prende avvio la storia. Virginia vive le proprie giornate per scrivere, ogni giorno una pagina in più, cercando spunti per il suo romanzo. Nel pomeriggio narrato, riceve la visita della sorella e dei suoi tre figli; un bacio inaspettato, le offrirà diversi spunti per la sua Clarissa Dalloway. Per Laura invece, che sta preparando una torta per il compleanno del marito Dan, la lettura di un romanzo scritto un paio di decenni prima, un bacio lieve e inaspettato, la spiazzerà e le farà aprire gli occhi. Clarissa invece vive insieme alla compagna Sally, pur avendo una figlia diciannovenne. Alla fine della giornata però è triste, pensierosa, ma sempre innamorata della vita.

Il romanzo nasce proprio come un omaggio di Cunningham alla Woolf: a partire dal titolo, La signora Dalloway inizialmente doveva chiamarsi proprio The Hours, e fino alla scrittura, debitrice dello stile woolfiano, sempre attento alle caratterizzazioni dei  personaggi che a eventi veri e propri. Un romanzo costruito su una sola giornata, vissuta da tutte e tre le donne, una giornata formata da ore, che si susseguono una dietro l’altra, a volte portandoci ciò che desideravamo, a volte, nell’ora successiva, togliendocelo. Leggere diventa l’unico modo per sopportare la realtà e per non perdere se stessi. A salvarci, dunque, c’è solo la letteratura, unico e solo mezzo per difendersi e prendere coscienza di sè.

Deborah Mega

In volo

Se la sorte mi risparmierà
la cantilena ubriaca della chemio
questi capelli da vecchia li terrò
ne farò un manto da regina
capovolgerò così la storia mia
diventando immensa
al posto dell’esser bella
che non mi è riuscito neppure
quando l’età ne faceva un tratto buono
in discesa e il sole illuminando.
Se la sorte a cui non credo
girerà nel verso suo gentile
mi farò orgoglio della mia demenza
del poter dire ciò che tu non puoi
perché da perdere hai qualcosa ancora
mentre io sono ricca di non essere nessuno
e niente, per la gente che pensa
col tappeto rosso in testa.
Se la sorte accumulerà i ricordi
facendone bastioni da scalare
avrò persino un po’ di compagnia
come un monumento all’allegria
in una città straniera, in una via
dove sarà più lieto anche mancare.
Che festa sarà quando avrò il diploma
quello che conferisce onore e gloria
e colora di bontà ogni caino!
Peccato non lo si possa leggere di persona
perché di là si torna felici bambini illetterati

Versi Trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

HENRY ARIEMMA

Arimane

 

Il male libera.

Fa capire ogni bene

e vede prossima gratitudine

alle domande insignificanti

dell’andare oltre:

respinge alte le onde

sulle stesse orme.

 

Il tacere frutta

solo bacche amare

lavorate per dolci inganni.

 

Altro parlare, propri egoismi…

A non vedere nell’ascolto

pronti tradimenti.

Ma la parola riempie spazi

e basta morire senza perdono,

pensarsi eterni per non risolvere

l’umano dolore in mancata fede

come case ostili mai colpevoli.

 

*

 

Il buio dietro hai costruito

accumulo di cristalli inutili:

vasi e bicchieri per mancati pranzi.

Su quei vetri una polvere tornia

disegni pesanti.

 

Agli estranei hai dato

il quotidiano di figli

in parole giuste,

forze misurate,

felice racconto

del fare bene…

 

Hai fermato amici,

risparmiato musiche,

parole della sera,

negato viaggi e sogni:

tolto libertà…

Perché la coperta

non allargava

la funzione unica

dell’ a m o r e

 

*

 

L’erba mi ricordi

di quella casa…

Cumulava dove voleva,

rinverdiva intensa

vicina ai sostegni

non lontano dal passo

ma dallo sguardo

e chiedeva macchie

riempite dal bordo.

La pioggia faceva fango

seccato polvere e l’acqua

donava un capsico viola.

Al basilico divideva l’orto

con mattoni affondati

scoperti picchi…

 

E inerpicavi capricci,

limbo dimentico ai figli

mancando promesse

a castighi del tempo

sempre tuo, perduto

in ogni andare.

 

*

 

Forse per case

nelle pareti nascoste

sono i ricordi persi

dei fratelli in città:

si rimane al crescere

insieme negli anni,

compiuti i destini…

A essere divisi

sono promessi ritorni

di richiami intuiti.

 

E le costellazioni perse?

Sono facce forzate

vicine nelle foto,

nascosti segnali

al voltare negli occhi,

scuse diverse

accomodate vite.

 

Spenta Mainyu

 

È l’amore il cardine

del nostro esistere

piega verghe adamantine

a soccombere ragioni

tentate di giustizia,

è velo a non vedere

determinare granelli,

disporre acque

a chi non pone mani

per chi neanche guarda.

 

Punti di vista 4: La persistenza della memoria

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La persistenza della memoria di Salvador Dalì.

“La persistenza della memoria” è un dipinto ad olio su tela di cm 24 x 33, realizzato nel 1931 dal pittore spagnolo Salvador Dalí. Il dipinto, inizialmente denominato Gli orologi molli, fu acquistato nel 1932 dal gallerista Julien Levy che lo  espose nella propria galleria d’arte a New York, attribuendogli il titolo con cui è maggiormente conosciuto, La persistenza della memoria. Successivamente l’opera fu acquistata al prezzo di 350 dollari dal Museum of Modern Art, dove è tuttora esposta. Pare che sia stata realizzata in sole due ore, nel 1931:  venne suggerita all’artista dall’eccessiva morbidezza del formaggio che stava mangiando. Si tratta di un’opera surrealista che raffigura un paesaggio costiero della costa Brava, nei pressi di Port Lligat, illuminato da un cielo con delle sfumature gialle e celesti, in cui sono presenti alcuni orologi dalla consistenza morbida, simboli dell’elasticità del tempo. L’ambientazione è surreale, fuori dal tempo e dallo spazio.

Il paesaggio dipinto è privo di qualsiasi vegetazione ma popolato da strani oggetti: un parallelepipedo su cui cresce un ulivo privo di foglie, un occhio dormiente dalle lunghe ciglia, una costa rocciosa sul mare. L’attenzione dell’osservatore, tuttavia, è catturata dai tre orologi molli, veri protagonisti della scena. Sciogliendosi, questi assumono la foggia dei loro sostegni: il primo, rappresentato in primo piano, ha su di esso  una mosca e sembra scivolare, il secondo è sospeso sull’unico ramo dell’albero secco e il terzo è avvolto sulla strana figura che si trova distesa al suolo. Un quarto orologio, l’unico ad essere rimasto allo stato solido, è collocato sempre sul parallelepipedo ed è ricoperto di formiche nere brulicanti; l’artista catalano ha da sempre nutrito una fobia verso questi insetti, sin da quando ancora bambino li vide divorare un coleottero. La rappresentazione del quadro infatti proviene dall’inconscio e dallo stato di sogno, rappresentato dalla creatura quasi embrionale distesa a terra che potrebbe essere la rappresentazione dell’artista stesso. Sensibile all’influenza di Sigmund Freud, Dalì riflette sulla relatività del tempo, il cui scorrere è scandito dal moto cadenzato degli orologi, come si se trattasse di una misura oggettiva da poter quantificare e misurare, non tenendo conto invece della relatività del tempo e della sua caratteristica di essere soggettivo. Ecco che gli orologi diventano simbolo della plasticità del tempo, anche perché regolati dai meccanismi dell’inconscio e dalle percezioni di ciascuno. Di certo è uno dei dipinti più famosi di Dalì, in cui l’invenzione degli «orologi molli» diviene un’intuizione molto suggestiva, che fa riflettere sulla dilatazione o contrazione del senso del tempo dipendente dalla singola individualità.

Deborah Mega

 

Dalla santa

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Il racconto che segue, comparso per la prima volta sul “Corriere di Vigevano” nel 1956 e pubblicato nel 1963, è ambientato nell’omonima cittadina lombarda. Si tratta di un racconto realista scritto da Lucio Mastronardi (1930-1979), scrittore proveniente da una famiglia di origine abruzzese trapiantata a Vigevano, per molti anni maestro elementare nella sua città natale. Nel 1959 si segnala come scrittore appartenente al nascente filone della “letteratura industriale” con il romanzo Il calzolaio di Vigevano, a cui fa seguito Il maestro di Vigevano del 1962. Il testo riflette il boom economico che in quegli anni investe l’Italia settentrionale, epoca in cui Vigevano si trasforma da comune agricolo in centro industriale noto per la produzione di calzature.

Avevo un fastidio a un occhio. Mi hanno consigliato di farmelo vedere da una donna che fa miracoli. La santa di Vigevano. Ci andai un pomeriggio. La santa abita in un vecchio stabile, nella vallata San Martino, uno dei più vecchi rioni della città. Nella corte, una donna, senza che le chiedessi niente, m’indicò la scala dove la santa abitava. Salii. I baselli erano sconnessi e di legno. Ne mancava anche qualcuno. Arrivai su di un ballatoio con la ringhiera sempre di legno, che puzzava di marcio; ed entrai nell’unica porta che c’era. Mi sono trovato in una vecchia e grande stanza, piena di donne e donnette. Alle pareti erano appesi dei Cristi incorniciati in tutte le pose: mentre prega, col cuore in mano, mentre predica, mentre miracola, mentre sale il Calvario, mentre muore, mentre risuscita… Tutte le pareti erano così quarciate da quei quadri e quadretti, che non si vedevano nemmeno i colori dei muri. La gente sedeva su sedie scompagne, aspettando con pazienza il suo turno. Sul tavolo c’era una scatola di scarpe con un buco sul coperchio. La santa sedeva sull’orlo di una branda con un crocifisso in una mano e un rosario nell’altra. Portava una saia da frate. Aveva una faccia paffuta, e occhi neri e vivi. Capelli corti e brizzolati, divisi a metà dalla riga; e un vocione comunicativo, dalla parlata dialettale. Seduta davanti a lei, una donnetta le contava le sue croci. Suo figlio gliene sta per combinare una, proprio grossa. Si è innamorato di una… figlia dell’amore.

– Io gli ho detto: se tu sposi quella lì, me, ti rifiuto da figlio. Ma non c’è verso – diceva la donnetta panettandosi gli occhi. – Noi siamo gente per bene; io non mi voglio imparentare con una così! –. 

La santa si raccolse. Si prese la testa fra le mani. Una sua parente ci fece segno di tacere, è in rapporto con Gesù, disse. Per qualche minuto la santa rimase con lo sguardo per terra, fisso sui disegni del pavimento nuovo. Poi disse:

– Quella ragazza ci ha fatto il pignattino a suo figlio! –.

– No! – gridò la donnetta.

La santa gettò uno sguardo ai quadri del suo padrone, come disse.

– Passerò tutta la notte a pregare per voi e per vostro figlio. Vedrà che il mio padrone mi darà da trà; che il pignattino non funzionerà più –.

– Mi faccia questa grazia – disse la donnetta.

La santa le diede un santino, con una preghiera dietro, da dire quando suo figlio è in casa. La donna uscì un portafoglio. Mise l’immagine in una tasca, con cura. Introdusse nella scatola qualche biglietto da mille e uscì.

– Se mi fate la grazia, so il mio dovere – disse, sull’uscio.

– Non ho bisogno di niente, io. Ciò lui – disse la santa, fiera, alzando la croce.

Toccava a una donna. Come sedette davanti alla santa, scoppiò a piangere. Disse che suo marito ha una fabbrica di scarpe a socio con uno, che gliene fa da vendere.

– Sappiamo solo noi cosa ci fa passare quel socio; i dané che ci giuntiamo, il lavoro che va a male… Il mio uomo vuole spartirsi. Quello là non ci sta. Il mio uomo dà fuori, se non si spartisce, dà fuori da matto. Passa delle notti senza sarare su occhio; sempre con quel pensiero fisso nella mente –.

– Cosa vuole il socio per spartirsi? – domandò la santa.

– La fabbrica intera vuole. E dei danari insieme. Tutto il lavoro mio e del mio uomo darcelo tutto a lui… –.

La santa si alzò; andò dall’altra parte della branda; da un canterano prese una reliquia, e scomparve dietro la branda.

– Silenzio. È in crisi – mormorò la parente.

Per qualche minuto si sentirono solo i singhiozzi compressi della donna. La santa riapparve.

– Dategli tutto quello che vuole al socio. Quella fabbrica è maledetta. Sfatevene subito. Ripigliate da capo, voi e il vostro uomo, e nessun altro di mezzo. Pregherò che gli affari vi vadano bene! – disse la santa.

La donna se ne andò poco convinta. Ciula, borbottava, ciula, tuttavia la nostra roba in bocca al lupo. Me ne sogno neanche…Ora toccava a una donna giovane. Sedette imbarazzata davanti alla santa. Si guardava d’attorno. Doveva seccarle dire i fatti suoi davanti a tutti.

– Io so perché siete venuta – disse la santa, guardandola fissa; – non ce la fate a imbastire un figlio; vero? –.

La sposa assentì.

– È tre anni che lui mi mena da uno specialista all’altro – mormorò con voce stanca.

– Ma lui è affettuoso? –.

– Non mi dice più niente. Quando viene sua sorella con suo figlio, lui ci slingua vicino al nipote. Ci ha una fabbrica a socio con sua sorella. Ecco, dice, tanto da fare, tanto rabattarsi, per lasciargliela tutta al nipote la fabbrica… E quando si esce, c’è sempre qualcuno che dice: ma che bella coppia! Ma perché li mandate via?… che torniamo a casa che non ci abbiamo voglia di guardarci in faccia –.

La sposa parlava all’orecchio della santa, ma la voce le usciva forte. La santa la fece stendere sulla branda. Con le mani le premeva il ventre; ci faceva croci, mormorando preghiere.

– Aspettate il periodo della luna piena – disse. – Se non ci resta, dite al vostro uomo di andare lui a farsi curare! –.

– Davvero? – disse la sposina, raggiante.

La santa strizzò l’occhio con un sorriso furbo. In quella, sorretta da due donne, comparve una ragazza con le gambe sciancate. La santa le andò incontro e l’abbracciò. Disse che quella povera anima le era tanto cara. È in cura da me, disse. Il viso devastato della ragazza s’illuminò, mentre le mani della santa la sostenevano.

– Hai fatto quello che t’ho detto? – domandò la santa.

La ragazza accennò di sì. – Ho fatto solo un giro intorno al tavolo –disse.

La santa trasalì, e dopo un momento di silenzio, gridò:

– Fanne due subito di giri. Non toccatela. Avanti! –.

La poveretta si levò; a stento raggiunse il tavolo. Sta per appoggiarsi.

– No! – urlò la santa. La ragazza arrancava intorno, fermandosi dopo qualche passo; riprendendo. Dopo un giro cadde su una sedia.

– Ancora un altro, – gridò la santa. Si alzò. La ragazza riprese a camminare; la santa le andava dietro, vicino, e le diceva:

– Ci sono io. Abbia fede. Non toccare il tavolo. Ci sono io. Io ci sono. Avanti. Sono qui io. Senza paura. Vedi che ce la fai. Avanti… –.

La ragazza fece tre giri, e sedette sull’orlo della branda.

– Non ho fatto fatica! – diceva.

Una delle donne che l’accompagnava, disse: – Qui ce la fa. A casa no. Qui ci siete voi –.

– Non è vero, – disse la santa – io non sono niente. È il mio padrone. Che è dappertutto: anche a casa vostra –.

Baciò la ragazza, e disse alle donne di farle fare a casa tre giri intorno al tavolo; e di tornare da lei fra qualche giorno. Le donne promisero.

– Adesso vai fuori! – gridò alla ragazza, che sforzandosi di non appoggiarsi né al tavolo, né alle sedie, arrivò all’uscio.

La santa si sentiva stanca. Si fece dare una scodella d’acqua, e prima di berla ci fece dei segni di croce che parevano scongiuri. Toccò a una donna. Ha su un fabbrichino. Ha taccagnato con una operaia, che le ha detto: quando morirete farò suonare le campane.

– Quando suona una campana, ammà per me è una roba che podinò spiegare. Peggio che un supplizio, – disse la donna. – E le campane tacciono mai… –.

– L’avete licenziata l’operara? –.

– Sì. Ma quelle campane, madonna santa, quelle campane… –.

– Quando sentite le campane, – disse la santa – sforzatevi di pensare che suonano per quella là –.

La donna scosse la testa. – Ci ho già provato, – disse. – Prima non ci facevo mai caso, alle campane; adesso è un tormento che comincia la mattina bonora e continua fino la notte… –.

– Allora fatevi tre segni di croce a ogni scampanata, – disse la santa – con tre Requiem insieme! –.

Toccava a una vecchietta. Suo figlio fa il modellista. E vuole andare nel Sud Africa, a lavorare. Un padrone di Vigevano ci ha piantato un’azienda, là, e il mè balosso vuole andare a mostrarci il mestiere ai zulù. Vuole firmare il contratto per dieci anni. Dice che farà su tanti di quei soldi, che podrà tornare a Vigevano e mettersi in proprio e in grande: una bella fabbrica di scarpe. Che me lo faccia stare a casa!

– Mandatemelo qui; gli dirò solo quattro parole, e ci farò passare la voglia di partire! –disse la santa, sicura. – Lo aspetto domani! –.

Finalmente toccava a me. Mi sedetti davanti alla santa.

– Ho un occhio che mi lacrima – dissi, indicando l’occhio.

– Vi scarnebbia l’occhio? – disse la santa. Mi prese la testa, ci soffiò sulla palpebra, e ci fece delle croci. Da una scatola uscì una «fotografia» di Gesù, formato tessera, dall’aria terribile, e me la diede.

– Fissatela – disse.

Io la fissai.

– Ci vedete una croce sulla fronte? –.

– No –.

– Io sì. Seguitate a fissarla… –.

Donnette si fecero d’attorno, e poco dopo tutte vedevano la croce. Qualcuna ci sentiva anche un leggero profumo.

– La vedete la croce? – disse la santa.

– Sì, adesso la vedo –.

La santa mi guardò contenta.

– Vedete, io sono una povera donna, senza studi, senza niente. Ma c’è il mio padrone, a illuminarmi. Ci posso mostrare a tutti, io. Quando un qualcosa non vi va, o vi va per traverso, fate come avete fatto adesso: guardatelo fisso finché non avete visto la croce, che avete visto adesso –.

La scatola dei soldi era piena. I miei non ci entravano. La parente della santa la sostituì con un’altra vuota. Mentre uscivo entrava gente. E altra gente incontravo per le scale, e nella corte, e sul portone. Mentre tornavo a casa, l’occhio mi scarnebbiava ancora, ma poco. E fu l’ultima volta. Poi non mi scarnebbiò più.

(L. Mastronardi, Dalla santa, in Nuovi racconti italiani II, a cura di L. Silori, Nuova Accademia, Milano 1963)

Il narratore protagonista racconta i fatti, le “sedute” dalla santa guaritrice in prima persona. Si tratta di un narratore interno, autodiegetico, coinvolto nei fatti di cui è anche testimone. Anche la focalizzazione è interna, la storia, i dettagli vengono descritti attraverso la prospettiva di un unico personaggio. E’ presente anche qualche giudizio come La poveretta, riferito alla ragazza paralitica, o come Donnette, cioè le clienti della maga, che vuol mettere distanza culturale tra se stesso e gli altri personaggi del racconto immersi in un microcosmo pittoresco e superstizioso. L’ambiente descritto è ancora contadino e tradizionale, con qualche elemento di novità, a causa della rapida industrializzazione degli anni Sessanta del Novecento. La santa, emblema della civiltà rurale in dissoluzione, non si adegua ai cambiamenti sociali del suo tempo tanto da consigliare a una cliente di disfarsi della sua fabbrica maledetta. Davanti alla santa di Vigevano sfilano persone di tutte le età e di tutte le classi sociali, ciascuna ha la propria dolorosa storia da raccontare ed è disposta a farlo davanti a tutti, in una sorta di psicoterapia di gruppo. La maga, seduta su una branda e assistita da una parente che sostituisce la scatola di cartone piena di soldi con un’altra vuota, ascolta, consiglia, benedice, compie qualche gesto rituale dispensando immagini, reliquie, preghiere. Sono riportati anche i dialoghi popolari tra la santa e le donne che affollano la sua abitazione. Il linguaggio è poco articolato, basato su frasi coordinate o accostate le une alle altre.

Dal punto di vista lessicale prevalgono termini colloquiali e regionali (ci ha fatto il pignattino; ha taccagnato; il mè balosso.) Per esprimere le parole e i pensieri dei vari personaggi che giungono nella casa della santa, il narratore usa il discorso diretto oppure il discorso indiretto libero. Il narratore protagonista, giunto il proprio turno non si tira indietro, asseconda perfino la donna, forse fingendo di vedere la croce nella fronte del Cristo che gli viene mostrato in una immaginetta. Quando infine scende in strada, si trova costretto ad ammettere di essere guarito. Il finale a sorpresa, grazie all’espressione dialettale impiegata, il mio occhio non mi scarnebbiò più, rivela l’aspetto comico e grottesco di tutta la vicenda.

Deborah Mega

Prisma lirico 13: Bertolt Brecht – Mario Sironi – Auguste Rodin

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Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la profonda poesia di Bertolt Brecht e le intense opere di  Mario Sironi e Auguste Rodin

mario sironi paesaggio 1952 tre cime di lavaredo

Mario Sironi, Paesaggio, 1952

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht trad. Roberto Fertonani

The_Thinker_Musee_Rodin

Auguste Rodin, “Il pensatore”, particolare

Di innoxiussThinking at Hell’s gate, CC BY 2.0, Collegamento

Testo: Bertolt Brecht, da “Poesie” Einaudi, 1992
Opere:
Mario Sironi, “Paesaggio” ( tre cime di Lavaredo), 1952
Auguste Rodin,  “Il pensatore”, particolare

RandoMusic 4: Thunderstruck

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Thunderstruck, uno dei singoli più noti della band australiana hard rock  AC/DC, formatasi a Sydney nel 1973. La famiglia Young, di cui fanno parte i due chitarristi che fondarono la band, Angus Young e Malcolm Young, di origine scozzese, si dovette trasferire in Australia per motivi economici. Alla fine del 1973 i due fratelli Young decisero di collaborare in un gruppo e così, il 31 dicembre 1973, nacquero gli AC/DC. Il nome era stato scelto dalla sorella maggiore, che aveva letto la scritta AC/DC (Alternate Current/Direct Current) ossia corrente alternata/corrente continua su un elettrodomestico e la trovò adatta ad esprimere la potenza e il dinamismo del gruppo.

Il brano è tratto dall’album The Razors Edge, registrato a Vancouver in Canada, nel 1990, che segnò la ripresa commerciale degli AC/DC dopo alcuni lavori freddamente accolti dal pubblico, ottenendo anche il disco di platino. Il brano è stato composto da Angus Young e Malcolm Young. È stato suonato in tutti i Live degli AC/DC successivi all’uscita dell’album, spesso come introduzione. Il brano si sviluppa attorno a un riff di chitarra elettrica molto veloce, che non è suonato da Angus con una sola mano, contrariamente a quanto si dice in giro.

Nel video della canzone, caratterizzato dalle riprese in grandangolo del pubblico in delirio, la band suona dal vivo alla Brixton Academy di Londra mentre Angus, che indossa un’uniforme da scolaretto, esegue la Duck Walk, un passo di danza inventato da Chuck Berry nel 1956. Il brano raggiunse la prima posizione in Finlandia e attualmente viene usato come sottofondo musicale di diverse competizioni sportive come il Gran Premio di Formula 1 e  nella colonna sonora del film di Iron Man 2. La voce è quella di Brian Johnson, che restò nel gruppo fino al 2016, quando fu sostituito per problemi di udito. Recentemente un gruppo di ricercatori della University of South Australia ha rivelato che ascoltare musica rock a tutto volume durante i trattamenti di chemioterapia possa migliorare l’assorbimento dei farmaci. E la canzone scelta per portare avanti questa ricerca è stata proprio Thundestruck degli AC/DC.

Sebbene il gruppo sia considerato universalmente come australiano, quasi tutti i suoi membri sono nativi britannici. Gli AC/DC sono tra i gruppi di maggior successo nella storia del rock: i loro album hanno venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo..

Oltre al video ufficiale di Thunderstruck, vi proponiamo l’ascolto e la visione dell’arrangiamento creato da I 2Cellos, un duo di violoncellisti croato/sloveno formatosi nel 2011 e composto da Luka Šulić e Stjepan Hauser.

Deborah Mega

Incomprensioni

“Mi godo la tua mancanza”
era solita dire a chi da lontano
chiedeva se stava bene
“Quindi preferisci che non ci sia?”
replicava spesso lo sventurato
Lei sospirava, non contando le volte in cui
le era toccato spiegare quel che diceva
accettare d’essere straniera di sentimenti
sebbene la lingua adoperata fosse la stessa

Versi Trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FABIO STRINATI

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

OMBRA

Il mio corpo vibra
in uno sconosciuto posto
che di una perduta notte
si nutre e si schiude.

Annego nel vuoto, ed altri
vuoti naviganti
come furie sciolte
nei venti lontani
mi scompigliano l’anima
nel suo fondale d’esasperazione.

Cerco attimi che siano folli,
virgole per respirare:
assumo la mia forma
quando nello specchio
mi vedo ammucchiato
coi pensieri dell’origine,
e nel sondare
la mia anima che giace
in uno scrigno di ventre,
mi sento ostaggio
di quest’ombra a me familiare.

Dove ci incontreremo dopo la morte?

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René Magritte, Les Amants, 1928

35.

Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
E il nostro consueto giretto serale?
E i rammarichi per i capricci dei figli?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto,
di questo furore? Sin d’ora promettimi
di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere
sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
in quel teatro spilorcio, in quel vòrtice
e magma di larve ahimè tutte uguali,
fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

Forma alchemica 19: Jacques Prevert

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I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

 

Desidero dedicare questa forma alchemica a Jacques Prevert. E comincio a parlarne rinviando a un post che qualche giorno fa ho pubblicato qui, su questo blog. Si tratta della prima “Poesia a caso”, una sorta di esperimento poetico nel quale apro a caso una pagina della raccolta poetica di un autore e ne pubblico il testo. Singolarmente la poesia di Prevert scelta a caso intercetta perfettamente lo spirito della nuova rubrica, nel senso che essa vuole rendere evidente che non sempre i grandi hanno scritto capolavori. Le loro poesie migliori, le loro “forme alchemiche” circolano con maggior frequenza delle altre, queste ultime magari sono ben scritte, di sicura qualità, ma meno riuscite in perfezione di senso e di bellezza. In particolare la poesia “La meteora” non brilla per finezza, parla di galera, pitale e di schizzi che al solo pensiero suscitano repulsa. La parola “merda” in una poesia è sufficiente a connotarla di un elemento di disgusto, per quanto, obiettivamente, essa è sostanza che accomuna gli esseri viventi. Tutti gli organismi vivi dal più semplice al più complesso, si nutrono ed eliminano le scorie non utili a produrre energia o rinnovare/mantenere la propria struttura corporea. Non dobbiamo certo “impressionarci” delle parole, anzi coraggiosamente dobbiamo accettarle tutte nella loro inesauribile capacità di nominare l’esistente e il non esistente, nella sconfinata e incantevole ricchezza di espressione, composizione, suono. Una fascinazione che senza mai esaurirsi attrae i poeti, gli scrittori, gli artigiani della parola. A parte la digressione compiuta a “giustificare” l’uso di termini non elevati e nobili che, sono certa, alcuni non apprezzano in un testo poetico, ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, la poesia scelta per inaugurare una “Poesia a caso” è una poesia d’amore. Amore che si schiude al suo senso in un crescendo, dalla prosaicità del penitenziario e degli escrementi, alla leggerezza del sentimento d’amore che riscatta il carcerato, la poesia e fa trionfare il sentimento. E proprio dall’esaltazione del sentimento si riconosce come una poesia scritta da Jacques Prevert. In questa forma alchemica propongo, per contraltare al picco trash della poesia “La meteora”, uno dei testi migliori di Prevert, dove il sentimento d’amore è colto nella sua punta di maggiore acutezza: la fase dell’innamoramento. È il periodo nel quale gli innamorati non hanno occhi e orecchie se non per la persona amata e si appartano in angoli bui dove poterla “assaporare”. Vivono in un mondo tutto loro di sensazioni ed emozioni, si cercano coi corpi e le bocche, scandalizzando i passanti, arrabbiati per questa ostentazione di “privato”,  invidiosi del loro sentimento.

Jacques Prevert, francese nato nel 1900 a Neuilly-sur-Seine è stato poeta, scrittore, sceneggiatore, artista. La famiglia, dopo un periodo di difficoltà economiche, si risollevò dalle ristrettezze per l’assunzione del padre Andrè all’Ufficio dei poveri di Parigi. Ciò darà modo a Jacques di osservare un mondo di miseria che rappresenterà poi in alcune sue opere. Il padre influenzerà la formazione dei figli portandoli spesso al cinema e al teatro, anche perché la scuola non fu la scelta di Jacques che, insofferente alla disciplina, l’abbandonerà a quindici anni. Appena ventenne, durante il servizio militare conobbe  Yves Tanguy e Marcel Duhamel che poi divenne editore, due importanti amicizie che influenzarono la carriera di Jacques e di suo fratello  Pierre. Pierre divenne regista e mise in scena per la televisione e il teatro le sceneggiature, anche per bambini, scritte dal fratello, in un lungo e proficuo sodalizio artistico. Nel  1922  Jacques si avvicinò al gruppo dei surrealisti francesi, tra i quali  André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon e Antonin Artaud, e per i quattro anni successivi vi furono intensi contatti. I rapporti furono interrotti a causa del testo di Prevert “Mort d’un monsieur”, scritto in polemica con Breton, del quale Prevert contestava la presunta superiorità intellettuale, che determinò la rottura con Breton e l’allontanamento di Prevert dal gruppo. Dal 1932 al 1936 visse a Tourette de loupe, si dedicò al teatro e alle sceneggiature per la cinematografia, collaborando con Jean Renoir e Marcel Carnè. Tornerà a Parigi soltanto nel 1945, lo stesso anno in cui vede la luce la sua prima raccolta di poesie “Paroles”, accolta con molto favore dal mondo letterario. A questa seguiranno altre raccolte: Spectacle” (1949); “La pluie et le beau temps” (1955); “Choses et autres” (1972), altrettanto apprezzate dalla critica. Prevert conobbe e collaborò con Pablo Picasso, al quale, pare, abbia dedicato per ammirazione la poesia Alicante. Nel 1948 per un incidente cadde da una finestra e rimase in coma per alcune settimane. Ripresosi dall’infortunio si dedicò ancora alle sceneggiature, e ad una nuova attività artistica: il  collage, una scoperta del suo ultimo periodo. Espose e pubblicò alcune delle opere realizzate. Visse gli ultimi anni a Omonville la Petite, ricevendo rare visite di cantanti e attori conosciuti in attività, fino alla morte per tumore nel 1977.

La poetica di Jacques Prevert si caratterizza per il rilievo dato al sentimento, sempre cercato anche se talora disperato e disperante: amore tradito, amore mancato, amore libero. Si avverte in tutta la sua opera la polemica con il potere, l’irriverenza spinta fino alla blasfemia, l’ironia dissacrante fino alla satira, l’anticonformismo, la critica ai benpensanti. Ciò conduce a definire Prevert sostanzialmente un anarchico, proprio per l’avversione contro chi comanda, espressa nei termini che potrebbe usare la gente comune. Fedele ai temi del surrealismo, consapevole della lezione del simbolismo, Prevert riversa nel suo dettato l’anelito alla libertà, spesso simboleggiata da un uccello, esprime la ribellione alle istituzioni e dipinge un mondo di personaggi caratterizzati vivacemente, portatori di drammi, storie, aneliti autentici, uomini e donne conosciuti nelle sue frequentazioni sul lungosenna, nelle modeste pensioni, nelle rues parigine, nei bistrò. La sua poesia presenta giochi di parole, divertissement, ma anche coltissimi rimandi ed intrecci intellettuali. Può sembrare, ad una lettura superficiale, che i suoi testi pecchino di semplicità, fin quasi alla banalità, ma Prevert compie volutamente la scelta di un lessico comune che veste di una complessità di significati, non abbandonando mai la ricerca di un preciso e accattivante ritmo. Lo stesso che egli ben “maneggiava” avendo scritto innumerevoli canzoni, più di mille testi, interpretati da grandi cantanti come Juliette Greco, Yves Montand, Serge Reggiani. Chiudo riportando da “L’età forte” le parole di Simone Beauvoir che testimoniano l’influenza il carisma di Prevert tra la gente di cinema che s’incontrava al Fleure, famoso caffè di Saint-Germain des Prés: «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante ed un po’ stralunato ci catturava completamente»

Loredana Semantica

Incipit 16: Il Gattopardo

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Maggio 1860

 “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre. Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l’alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l’oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle.

[…]

Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, 1958

Il Gattopardo è un romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore sessant’anni fa. Scritto tra il 1954 e il 1957, costituì un vero e proprio caso letterario. Il manoscritto fu presentato agli editori Mondadori ed Einaudi e dato in lettura a Elio Vittorini, allora consulente letterario di entrambe le case editrici, che ne rifiutarono la pubblicazione. Solo dopo che divenne un caso letterario internazionale fu pubblicato da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani che ne recuperò il manoscritto nella sua interezza. In realtà pare che Vittorini abbia rifiutato “Il Gattopardo” per la collana einaudiana I Gettoni, non ritenendo che avesse le caratteristiche per rientrarvi ma lo avesse consigliato alla Mondadori. Nella lettera che inviò allo scrittore pare che vi scorgesse elementi migliorabili, “seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina”, scriveva Vittorini, “il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca”.

Il romanzo, tuttavia, nel 1959 ricevette il premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 fu riprodotto nel film omonimo da Luchino Visconti. Le pagine del manoscritto originale de Il Gattopardo sono custodite nel Museo del Gattopardo a Santa Margherita di Belice.  Dopo la pubblicazione nacque una vivace polemica tra i critici, divisi sul valore artistico e sull’importanza dell’opera mentre il successo di pubblico superava quello di ogni altra opera di narrativa pubblicata nel dopoguerra. ”Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E’ questa la più celebre espressione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ”scrittore, ma di professione principe”, come si definì lui stesso.  Uomo taciturno e solitario,  Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, ufficiale d’artiglieria catturato dagli Austriaci a Caporetto, Tomasi di Lampedusa rimase tutta la vita alla guida dell’azienda agricola di famiglia. Dopo l’incontro con Eugenio Montale iniziò a scrivere la grande opera della sua vita traendo ispirazione dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, nell’opera il principe Fabrizio Salina, vissuto durante il Risorgimento e noto anche per aver realizzato un osservatorio astronomico. Più che un romanzo storico si tratta di un’autobiografia che, attraverso la narrazione della storia di una famiglia e di una casta sociale tratta la decadenza di uomini e cose mentre si affermano nuovi ceti e nuovi valori.

Il romanzo prende il titolo dall’insegna araldica della famiglia Tomasi ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.» Il racconto inizia con la recita del rosario in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio abita con la moglie Stella e i loro sette figli. Egli è un  attento osservatore della progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto mentre sta emergendo sempre di più il  ceto borghese, che il principe guarda con malcelato disprezzo. L’intraprendente e amato nipote Tancredi Falconeri combatte tra le file dei garibaldini e poi in quelle dell’esercito regolare del Re di Sardegna, cercando di compiere una gloriosa carriera e rassicurando allo stesso tempo lo zio sul fatto che il corso degli eventi si volgerà a vantaggio della loro classe; sembra poi essere interessato alla raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un uomo di umili origini che si è arricchito e ha fatto carriera nel campo politico e che cerca subito di entrare nelle simpatie degli aristocratici grazie al fascino della figlia Angelica, cui Tancredi non tarderà a soccombere sia perché attratto dalla sua bellezza sia a causa del suo notevole patrimonio. Arriva il momento di votare l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, indecisi sul da farsi, gli chiedono un parere sul voto, il principe, suo malgrado, risponde in maniera affermativa. In seguito, giunge a palazzo Salina un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime. Non ha fiducia nel nuovo stato dominato non più dai gattopardi ma dagli sciacalli, i nuovi dirigenti di cui nota solo l’arrivismo avido e meschino. Con cinismo e rassegnazione il principe spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola nel corso della storia, hanno spinto il popolo siciliano ad adattarsi ma non hanno apportato mutamenti all’essenza e al carattere dei siciliani. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento destinato a non produrre effetti significativi. La sua vita continua monotona fino alla morte, che lo coglie all’improvviso. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti di don Fabrizio, inasprite da un’esistenza triste e solitaria. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente la novella Libertà di Giovanni Verga, I Viceré di Federico De Roberto, I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, tutte ispirate al fallimento risorgimentale. Non sono trattati molti eventi importanti, dunque è erroneamente ritenuto un romanzo storico mentre come scriveva Vittorini allo stesso Tomasi, vi prevale un interesse saggistico-sociologico, solo a tratti narrativo. Il romanzo è interessante per la novità della struttura, formata da diversi episodi conclusi ma collegati perché fanno capo al personaggio principale inoltre per la tesi che vi è affermata, del fallimento del Risorgimento italiano nella sua politica meridionalistica ma è anche testimonianza della crisi del nostro tempo.

Deborah Mega

Albero da frutti

Il crinale scivoloso dell’essere presenti
Le gambe nel disequilibrio di ogni passo
La mano sulla tua che ride della fatica di anni di parole cercate
Per arrivare vicino all’albero delle ossessioni
ai suoi rami, ai frutti desiderati dentro il sogno
basta così poco che è impossibile farlo
Sto oltre il bordo del non so
con in braccio un destino che non sa camminare