Francis Ledwidge (1887-1917), irlandese (foto web)
SU UN SOGNO D’ACQUA (Traduzione di Emilio Capaccio)
E così, per molte leghe del mare Cantammo di chi avevamo lasciato indietro. La nostra nave ruppe il fosforo selvaggio, Le bianche vele pregne di vento, E nella mente mi domandavo Quanti si sarebbero ricordati di me.
Dopo, l’alba orlata di rosso larga si stese, Un fronte roccioso s’allungava, E punte di terre addensate alla marea Custodivano tante piccole e confortevoli cale. O gioia di vivere per sempre, laggiù, O Anima tanto cercata!
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ON DREAM WATER
And so, o’er many a league of sea We sang of those we left behind. Our ship split thro’ the phosphor free, Her white sails pregnant with the wind, And I was wondering in my mind How many would remember me.
Then red-edged dawn expanded wide, A stony foreland stretched away, And bowed capes gathering round the tide Kept many a little homely bay. O joy of living there for aye, O Soul so often tried!
Oltre l’est l’aurora, oltre l’ovest il mare, e a est e a ovest la sete di viaggiare che non mi lascia; agisce in me come una pazzia, cara, incitandomi a dare l’addio; perché i mari chiamano e le stelle chiamano e oh! la chiamata del cielo!
Non so dove corra la bianca strada, né cosa siano le colline azzurre; ma un uomo può avere per amico il sole e per guida una stella; e non c’è fine nel viaggio una volta che si sente la voce, perché i fiumi chiamano e le strade chiamano, e oh! la chiamata degli uccelli!
Laggiù si trova il lungo orizzonte, e lì di notte e di giorno le vecchie navi volgono di nuovo a casa e le giovani vanno via; e io potrei tornare, ma devo andare, e se gli uomini ti chiedono perché, puoi dare la colpa alle stelle e al sole e alla strada bianca e al cielo.
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WANDER-THIRST
Beyond the East the sunrise, beyond the West the sea, And East and West the wander-thirst that will not let me be; It works in me like madness, dear, to bid me say good-bye; For the seas call, and the stars call, and oh! the call of the sky!
I know not where the white road runs, nor what the blue hills are; But a man can have the sun for a friend, and for his guide a star; And there’s no end of voyaging when once the voice is heard, For the rivers call, and the roads call, and oh! the call of the bird!
Yonder the long horizon lies, and there by night and day The old ships draw to home again, the young ships sail away; And come I may, but go I must, and, if men ask you why, You may put the blame on the stars and the sun and the white road and the sky.
La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni. La silloge è divisa in quattro parti. La prima, “Le lodi del sentiero”, espone la quotidianità della fede e le diramazioni interiori che ne confermano il valore nel tempo. Nella seconda parte, “Guerre e lampade”, lo sguardo si sposta nei territori desolati della guerra in corso, valorizzandone l’aspetto umano nei dettagli dell’anima e del corpo. L’assoluzione per quei soldati, figli, padri e madri anche loro e l’accorata necessità d’inviare un messaggio ai potenti della terra. La terza parte, “Preghiere”, non di meno sublime, solleva i quesiti più intimi, senza mai trascurare l’altro nelle vicissitudini di vita più comuni, in un’ispirazione di rara devozione. L’ultima parte, “Foglie capovolte”, quasi come risposta a un sentire universale, affronta il tema della morte, del dolore per la perdita, del ricordo e del perdono, pur mantenendo sempre desta la luce della fede. La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta, per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto, sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.
Maria Pina Ciancio
Se mai c’è stato
Incontro
Se mai c’è stato un giorno in cui non mi eri accanto Signore, io non lo ricordo Vi erano stanze allora, arse come grembi nei deserti e giare di lacrime arginate come albe di novembre quando il giorno tarda ad affacciare
L’inverno cadeva per sentenza gelandosi al vissuto sotto i marmi e scialli capovolti vestivano le sedie per i lutti sbiadendosi al saluto in calca fra i bisbigli in processione
Io non lo ricordo quando tu non c’eri e se lo ricordo mi aggrappo a un rifiuto a un verbo senza frutto, d’amara mietitura e ai torti che reclamano le strade da padroni scavandole d’orgoglio e di altre morti
Il tempo si fermava, presagio in un binario le porte chiuse offese, l’impazienza e il varco d’ogni fronte strappava un passo in meno davanti al volto cieco della meta estranea a quella grazia mai fuggente
Se è vero che la Croce racchiude il tuo segreto accordami un frammento che dia sopportazione e lasciami così, senza conforto, incerta nella luce e vigile alle tenebre pungenti finché questa memoria mi abbandoni
(Marina Minet, da Pianure d’obbedienza, Prefazione di Silvano Trevisani, Macabor 2023)
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Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso in Sardegna e attualmente vive a Roma. La sua scrittura rivolge un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle naturali inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Ha pubblicato le seguenti monografie poetiche: “Le frontiere dell’anima” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006), “Il pasto di legno” (Poetilandia, 2009), “So di mio padre, me” (Clepsydra Edizioni, 2010), “Onorano il castigo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2012), il racconto breve “Lo stile di Van Van Gogh” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014), le sillogi poetiche “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015),“Scritti d’inverno” (a cura del premio Città di Taranto, 2017), “Pianure d’obbedienza” in corso di stampa. Fra le altre pubblicazioni ricordiamo i romanzi collettivi al femminile “ESTemporanea” (Liberodiscrivere® edizioni, 2005) e “Malta Femmina” (Ed. Zona, 2009), il poemetto in prosa-poetica “Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto” (da Amantidi – Vittime, Magnum Edizioni, 2006). Una sua fiaba per bambini è stata pubblicata nella raccolta antologica “A mezz’aria” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006). Il racconto-poema “Metamorfosi nascoste” è apparso nell’antologia “Unanimemente” a cura di Gabriella Gianfelici e Loretta Sebastianelli (Ed. Zona 2011). Recentemente compare nelle riviste “Frequenze poetiche” (2023) e Il Sarto di Ulm (2020). Nelle Antologie “Italia Insulare I poeti” (Macabor, 2021 ), Secolo donna (Macabor, 2018) , “Voci dell’aria” (Exosphere PoesiArtEventi Associazione Culturale, 2014), “Teorema del corpo – Donne scrivono l’eros (Ed. FusibiliaLibri, 2014) e nella plaquette collettiva “Le trincee del grembo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014). Ha vinto numerosi concorsi letterari, tra cui il I° Premio alla V edizione del “Concorso Letterario Internazionale Isabella Morra, il mio mal superbo 2015″ (poesia inedita), il I° Premio alla IX edizione del “Concorso Letterario Nazionale Città di Taranto 2015” (poesia inedita). Da anni collabora alla gestione del Magazine LucaniArt. Si occupa, inoltre, di divulgare la sua passione per la poesia, attraverso l’ideazione e la realizzazione di interessanti “video poetry” che è possibile visionare sul suo canale youtube. Il sito web dell’autrice: https://marinaminepoesie.wordpress.com/
Pace sulla costellazione cantante delle acque Incrinata come le spalle della moltitudine Pace sul mare alle onde di buona volontà Pace sulla lapide dei naufragi Pace sui tamburi dell’orgoglio e delle pupille tenebrose E se io sono il traduttore delle onde Pace anche su di me…
MONUMENTO AL MARE Vicente Huidobro
“E che cos’è il mare?” “Il mare!” esclamò il mugnaio. “Che Dio ci aiuti: è la cosa più grandiosa creata da Dio! È dove tutta l’acqua del mondo finisce in un grande lago salato. E lì rimane, piatta come la mia mano e innocente come un bambino, ma, dicono, quando soffia il vento si alza in montagne d’acqua più alte delle nostre e inghiotte navi più alte del nostro mulino, e sulla terra il suo ruggito si sente a miglia di distanza. Dentro ci sono pesci cinque volte più grandi di un toro, e un vecchio serpente lungo quanto il nostro fiume e vecchio come il mondo, con i mustacchi di un uomo e una corona d’argento sulla testa.”
WILL DEL MULINO Robert Louis Stevenson
Il mare è sempre stato mare è mare il giorno fu mare l’assenza del giorno l’interludio che balenò tra oscurità e presagio di vita già fu mare in principio fu mare e prima del principio fu il suo fragore fu un tremito di conchiglia fu mare la prima alba la prima preghiera sul mondo il primo bacio degli esseri fu mare sarà mare la resa del sole marinaio orbo sul vascello di fuoco è mare l’estasi di Dio e lo spazio che svuoteremo sarà mare Il mare è sempre stato mare
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Giorgio Caproni
Ahi treno lungo e lento (nero) fino a Benevento. Mio padre piangeva sgomento d’essere cosi vecchio.
Piangeva in treno, solo, davanti a me, suo figliolo. Che sole nello scompartimento vuoto, fino a Benevento!
Io nulla gli avevo detto standogli di rimpetto. Per Bari prosegui solo: lo lasciai li: io, suo figliolo
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
La stanza del suicida
Certo pensate che la stanza fosse vuota. E invece c’erano tre sedie con robusti schienali. Una lampada buona contro il buio. Una scrivania con sopra un portafoglio, giornali. Un Buddha sereno, un Cristo afflitto. Sette elefanti portafortuna, nel cassetto un’agenda. Pensate che non ci fossero i nostri indirizzi?
Pensate che mancassero libri, quadri, dischi? E invece c’era una trombetta consolatrice in mani nere. Saskia e il suo cordiale piccolo fiore.
La gioia, scintilla degli dèi. Ulisse sul ripiano nel sonno ristoratore dopo le fatiche del quinto canto. I moralisti, nomi scritti a lettere d’oro sui dorsi ben conciati. Lì accanto i politici stavano ben ritti- E quella stanza non sembrava priva di vie d’uscita, magari dalla porta, né senza prospettive, magari dalla finestra. Gli occhiali da vista erano sul davanzale. Una mosca ronzava, ossia era ancora viva.
Pensate che almeno la lettera spiegasse qualcosa. E se vi dico che non c’erano lettere – e noi, gli amici – tanti -, ci ha tutti contenuti la busta vuota appoggiata a un bicchiere.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Nave d’inverno
Non vi sono maestosi approdi a questo molo: chiatte rosse e arancioni, vescicose, sbandano incatenate alla banchina, antiquate, vistose si direbbe indistruttibili. Il mare pulsa sotto una membrana d’olio.
Un gabbiano immobile in cima alla traversa di un capanno galleggia sulla marea del vento, saldo come se fosse di legno e formale nella sua marsina di cenere, l’intero porto piatto ancorato nel disco della sua pupilla gialla.
Sopra la distesa ghiacciata di pesci un pallone sonda sorge come la luna diurna o un sigaro di latta. È una scena piatta, come una vecchia acquaforte. Stanno scaricando tre barili di granchiolini. I piloni del pontile sembrano prossimi a crollare
e con loro quello sgangherato ammasso di magazzini, bighi, ciminiere e ponti in lontananza. Tutt’intorno a noi l’acqua scivola e ciangotta nel suo sciatto dialetto, trasportando odori di merluzzo morto e catrame.
Più al largo, le onde biascicheranno blocchi di ghiaccio – brutto mese per i barboni nei parchi e innamorati. Persino le nostre ombre sono livide di freddo. Volevamo vedere sorgere il sole E ci accoglie invece questa nave rivestita di ghiaccio
Barbuta e guasta, un albatro di gelo sopravvissuta alle burrasche, ogni argano e straglio Racchiuso in una pellicola di vetro. Il sole non tarderà a ridimensionarla; ogni cima d’onda luccica come un coltello.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Scoperta
Credo nella grande scoperta. Credo nell’uomo che farà la scoperta. Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.
Credo nel pallore del suo viso, nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.
Credo nei suoi appunti bruciati, ridotti in cenere, bruciati fino all’ultimo.
Credo nelle cifre sparpagliate, sparpagliate senza rimpianto.
Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio.
Credo nelle lavagne fracassate, nei liquidi versati nei raggi spenti.
Affermo ciò che riuscirà, che non sarà troppo tardi, e che avverrà in assenza di testimoni.
Nessuno lo saprà, ne sono certa, né la moglie, né la parete, e neppure l’uccello – potrebbe cantare.
Credo nella mano che non si presta, credo nella carriera spezzata, credo nel lavoro di molti anni sprecato. Credo nel segreto portato nella tomba.
Queste parole mi veleggiano sopra le regole. Non cercano appoggio negli esempi. La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.
Noi otteniamo solo ciò che fortissimamente desideriamo ciò che almeno un poco desideriamo ciò che queruli richiediamo raramente otteniamo ciò che desideriamo segretamente senza voli siderali senza mai farci presenti per questo alcuni restano nei secoli senza ali.
We only get what we very strongly want what we at least a little bit wish what we querulous ask for we rarely get what we secretly will no sidereal flights no presence at all this is the reason why many of us remain wingless through the centuries.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Cimitero in novembre
Lo scenario è ostinato: alberi avari si tengon strette le foglie dell’altr’anno, rifiutano il lutto, la veste di sacco, o la trasformazione in driadi elegiache, e l’erba austera custodisce lo spietato smeraldo della sua erbosità, a dispetto dell’intelletto magniloquente che disprezza una tale povertà. Nessun grido di morti
fa fiorire nontiscordardimé in mezzo alle pietre che lastricano questa terra greve. Qui c’è onesta putredine che disfa il cuore e spoglia l’osso della vena affabulante. Quando uno scheletro solo si accampa nudo e reale, zittiscono le lingue di tutti i santi: le mosche non osservano resurrezioni sotto il sole.
Tu guarda fisso il paesaggio essenziale finché gli occhi non impongano al vento una visione, abbacinante: se mai spiriti perduti ululanti nel sudario lampeggino attraverso la brughiera, essi delirano al guinzaglio della mente affamata che popola la stanza spoglia, l’aria bianca e deserta.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Saluto ai supersonici
Oggi più veloci del suono, dopodomani della luce, muteremo il suono in tartaruga e la luce in lepre.
Di antica parabola onorati animali, nobile coppia in gara da sempre.
Correvate, correvano per questa bassa terra, provate a gareggiare in alto nel cielo.
Via libera. Non vi saremo d’intralcio nella corsa: per inseguire noi stessi primi ci alzeremo in volo.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
I meloni della fiesta
A Benidorm ci sono meloni carrettate intere
di innumerevoli meloni ovali e a palla,
verde brillante e risonanti, una trina di strisce
verde scuro tartaruga. Scegline uno a uovo, a mappamondo,
palleggialo tornando a casa per gustarlo nel rovente mezzogiorno:
poponi morbidi come crema, angurie giganti dalla polpa rossa,
bitorzoluto cantalupo dal cuore arancione.
Ogni spicchio è borchiato di semi bianchi o neri
da spargere come coriandoli sotto i piedi di questo
La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.
Penso al consenso a quanto esso sia l’imperativo a come sia diffusa la sua voce e sia di ogni pietra stella del cavallo sella e di ogni ostacolo il suo ponte.
I think about consensus how urgent is its search the vast diffusion of its voice a star to every stone a saddle for the horse and to every block a bridge
Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…
Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estatedi Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
Settembre era da sempredi Loredana Semantica, inedito
Settembre era da sempre il mese iniziatico nel quale giungeva il richiamo profondo di appartenenza a un ambito diverso dove altra luce cadeva sulle cose in riverberi giallo paglierino e ricordi di un luogo indefinito dove s’era vissuto o bisognava andare un giorno forse necessariamente.
Settembre acuiva l’espansione una memoria ancestrale di qualcosa lontana più malinconica che gioiosa simile al pensiero di non essere solo ora nelle opere o parole nel tempo o materia ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove in altra forma o uguale non essendo adesso pienamente.
Intanto a settembre altra aria fresca scende in gocce di pioggia leggera sulle strade impolverate dall’estate rese saponose dall’acqua dove pattinano pneumatici neri mentre tutta la natura respira ozono e sollievo.
Ma la morte incombe a settembre non solo nei versi ma sui letti ha un linguaggio pesante anzi muto gli occhi sbarrati impauriti chissà cosa pensava in quel momento mentre le carezzavo il viso magro i cari bianchi capelli “sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla di cui aver paura” ma non ne ero sicura e le chiudevo gli occhi con la mano perché sparisse la visione che l’atterriva.
Settembre è il mese di mezzo della mia festa di compleanno che traghetta l’estate all’ autunno e già per questa pretesa di equinozio a spartire equamente luce e lato oscuro ha nel petto un cedimento avulso dal consueto progredire da rigettare come presuntuoso perché certo è solo il nulla rotondo come una vocale nient’altro.
In questa fine estate di Maria Allo
C’è una tristezza antica nelle ossa Attraversa i corpi e le giunture
gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti sfavilla in lievi cerchi tra le travi in ogni androne nelle sale d’aspetto sugli scaffali nei carteggi impolverati Ci prende tutti nella luce e nell’ombra Si libra nel cielo e cade con la pioggia sulla terra bagnata senza rumore ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli dentro il presente che ci divora C’è una tristezza antica in questa fine estate
Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle fino al cielo a metà tra due roghi mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale
È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri
è tempo ormai che io vesta il grigio, che indossi la giacca antracite
camminando per la strada guarderò solo avanti
(e più nulla dei seni sudati dei seni ricolmi di lei che passa velluto pesca polpa e frutto per le labbra e la sete)
lascerò alle canzoni i miei amori perduti, lascerò sulle spalle le mie foglie cadute
è tempo ormai che io vesta il grigio, che sigilli nella plastica nera la camicia a fiori e i pantaloni leggeri
le scarpe in tela dei lungomari d’agosto.
Storie sull’autunnodi Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)
L’autunno è comparso a chiazze come una malattia endemica sulla cappa delle aiuole Non si vede più un cane per strada libero di rovistare nell’immondizia Non esce la sera resta impresso sul divano a sentire quello che si svelenano una madre e una figlia Le farfalle morirono durante l’ultima glaciazione La luna non è più venuta da quando precipitò dietro casematte quinquagenarie a ridosso dei parchetti degli spacciatori La vede una donnola ogni tanto a un centinaio di chilometri di distanza in qualche rada boscaglia Le foglie ancora incerte non sanno se andare a un cielo che non le chiama o trattenersi nel braccio vegetale Io mi sono sbagliato Non dovevo dar retta a quelle storie sull’autunno
La bambina dal cuore verdedi Deborah Mega, inedito
La bambina dal cuore verde percorreva il lungo tratto che attraverso gli alberi conduceva al mare e si mise in silenzio ad ascoltare. Vide allora un sentiero protetto da giganti ombrosi e silenti. Si chiese perché quella quiete solenne e dove fosse l’orizzonte nascosto dalle splendide chiome. Gli alberi scrollarono le giovani fronde, dai fusti si innalzò un coro di voci profonde. La bambina dal cuore verde si mise in ascolto, chiuse gli occhi e in un momento non le sembrò più che ci fosse poi tanto silenzio. Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno, il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava, lo stormire delle foglie, il frinire di cicale, il frullo d’ali degli uccelli. Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta. La bambina dal cuore verde inalò a pieni polmoni il profumo di resina terriccio umido ed erbe selvatiche e solo allora vide il mare.
Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito
Mite stagione – compagna di cauti cammini – porgi la guancia tiepida alla quiete lontano dai tumulti. Vivi del pallido rossore delle foglie e aspetti che rintocchi l’ultima verità, l’ultimo squillo. Amica che ci racchiudi nel cerchio compiuto dei distacchi – là dove vizza giovinezza indossa il velo della notte – a te consegno il convulso disordine del cuore.
Equinoziodi Francesco Tontoli, inedito
Fin quando regge il bene della vista misuro con gli occhi anche ciò che non appare. e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.
Un equinozio sul filo della spada taglia il giorno in due e il sogno in quattro parte di luce e parte di oscurità in molecole che non oso destare nella loro densità.
È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza rifiutiamo la sostanza delle tenebre. Dall’una o l’altra bocca saremo divorati un giorno che non faremo in tempo a misurare.
C’è un giardino chiaro, fra mura basse, di erba secca e di luce, che cuoce adagio la sua terra. È una luce che sa di mare. Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere molti frutti, dolci, su un’erba che so, con un tonfo. Così trasalisci tu pure al sussulto del sangue. Tu muovi il capo come intorno accadesse un prodigio d’aria e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti. La parole che ascolti ti toccano appena. Hai nel viso calmo un pensiero chiaro che ti finge alle spalle la luce del mare. Hai nel viso un silenzio che preme il cuore con un tonfo, e ne stilla una pena antica come il succo dei frutti caduti allora.
poesia “Estate” di Cesare Pavese da “Poesie”, 1966
Illustrazioni di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale
Nella foto con sulla testa un secchio capovolto (che moda fu mai quella dei tuoi tempi!) hai scritto: Qui sono scappata dal serraglio. Ma intorno non si sospettano leoni né tracce d’altre fiere. Da un’altra gabbia invece poi fuggisti e fu una gara tra galline e galli per gridare allo scandalo inaudito. La tua incuranza fu la loro pena perché non c’è di peggio per i polli che di veder fuggire un prigioniero.
Giorgia Stecher, poetessa siciliana, nata a Messina il 14 luglio 1929, deceduta a Messina il 24 aprile 1996.
Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia] edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica, con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023. Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.
Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.
La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica, si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.
Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso, sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione, ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.
Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata… Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r) ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.” Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno e la veglia, fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due parti contrastanti.
Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette, dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare, a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//, appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.
Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici. C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.
Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)
Testi
Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.
10.02.2017
Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.
5.4.2017
Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.
Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche:
Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzohttps://lunacentrale.wordpress.com/.