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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: POESIA

uNa PoESia A cAsO: Sylvia Plath

24 martedì Ott 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Tag

illustrazione, Loredana Semantica, POESIA, Sylvia Plath

opera digitale di Loredana Semantica

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.

Oggi è la volta di Sylvia Plath

I meloni della fiesta

A Benidorm ci sono meloni
carrettate intere

di innumerevoli meloni
ovali e a palla,

verde brillante e risonanti,
una trina di strisce

verde scuro tartaruga.
Scegline uno a uovo, a mappamondo,

palleggialo tornando a casa per gustarlo
nel rovente mezzogiorno:

poponi morbidi come crema,
angurie giganti dalla polpa rossa,

bitorzoluto cantalupo
dal cuore arancione.

Ogni spicchio è borchiato
di semi bianchi o neri

da spargere come coriandoli
sotto i piedi di questo

mercato di mangiameloni
festaioli.

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“Penso al consenso” di Loredana Semantica. Videopoesia

26 martedì Set 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, POESIA, Poesie, Video

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Loredana Semantica, Magneti, Patrizia Destro, POESIA, Porto Seguro editore, videopoesia

La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.

Penso al consenso
a quanto esso sia l’imperativo
a come sia diffusa la sua voce
e sia di ogni pietra stella
del cavallo sella
e di ogni ostacolo il suo ponte.

I think about consensus
how urgent is its search
the vast diffusion of its voice
a star to every stone
a saddle for the horse
and to every block a bridge

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Equinozio d’autunno

23 sabato Set 2023

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Poesie

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Tag

Anna Maria Bonfiglio, Deborah Mega, Emilio Capaccio, Francesco Palmieri, Francesco Tontoli, Giorgia Vecchies, Loredana Semantica, Maria Allo, POESIA, Raffaella Rossi

“Paesaggio a Murnau”, Vassilij Kandinskij

Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…

Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

Settembre era da sempre di Loredana Semantica, inedito

Settembre era da sempre
il mese iniziatico nel quale giungeva
il richiamo profondo di appartenenza
a un ambito diverso dove
altra luce cadeva sulle cose
in riverberi giallo paglierino e ricordi
di un luogo indefinito
dove s’era vissuto o bisognava andare
un giorno forse necessariamente.

Settembre acuiva l’espansione
una memoria ancestrale di qualcosa
lontana più malinconica che gioiosa
simile al pensiero di non essere solo ora
nelle opere o parole nel tempo o materia
ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove
in altra forma o uguale
non essendo adesso pienamente.

Intanto a settembre
altra aria fresca scende
in gocce di pioggia leggera
sulle strade impolverate dall’estate
rese saponose dall’acqua
dove pattinano pneumatici neri
mentre tutta la natura respira
ozono e sollievo.

Ma la morte incombe a settembre
non solo nei versi ma sui letti
ha un linguaggio pesante anzi muto
gli occhi sbarrati impauriti
chissà cosa pensava in quel momento
mentre le carezzavo il viso magro
i cari bianchi capelli
“sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla
di cui aver paura” ma non ne ero sicura
e le chiudevo gli occhi con la mano
perché sparisse la visione
che l’atterriva.

Settembre è il mese di mezzo
della mia festa di compleanno
che traghetta l’estate all’ autunno
e già per questa pretesa di equinozio
a spartire equamente luce e lato oscuro
ha nel petto un cedimento
avulso dal consueto progredire
da rigettare come presuntuoso
perché certo è solo il nulla
rotondo come una vocale
nient’altro.

In questa fine estate di Maria Allo

C’è una tristezza antica nelle ossa
Attraversa i corpi e le giunture

gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti
sfavilla in lievi cerchi tra le travi
in ogni androne nelle sale d’aspetto
sugli scaffali nei carteggi impolverati
Ci prende tutti nella luce e nell’ombra
Si libra nel cielo e cade con la pioggia
sulla terra bagnata senza rumore
ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli
dentro il presente che ci divora
C’è una tristezza antica in questa fine estate

Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle
fino al cielo a metà tra due roghi
mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre
dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale

È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che indossi la giacca antracite

camminando per la strada
guarderò solo avanti

(e più nulla
dei seni sudati
dei seni ricolmi
di lei che passa
velluto pesca
polpa e frutto
per le labbra e la sete)

lascerò alle canzoni
i miei amori perduti,
lascerò sulle spalle
le mie foglie cadute

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che sigilli nella plastica nera
la camicia a fiori
e i pantaloni leggeri

le scarpe in tela
dei lungomari d’agosto.

Storie sull’autunno di Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole
Non si vede più un cane per strada
libero di rovistare nell’immondizia
Non esce la sera
resta impresso sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia
Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione
La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori
La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia
Le foglie ancora incerte
non sanno se andare
a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale
Io mi sono sbagliato
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno

La bambina dal cuore verde di Deborah Mega, inedito

La bambina dal cuore verde
percorreva il lungo tratto
che attraverso gli alberi
conduceva al mare
e si mise in silenzio ad ascoltare.
Vide allora un sentiero protetto
da giganti ombrosi e silenti.
Si chiese perché quella quiete solenne
e dove fosse l’orizzonte
nascosto dalle splendide chiome.
Gli alberi scrollarono le giovani fronde,
dai fusti si innalzò un coro di voci profonde.
La bambina dal cuore verde
si mise in ascolto, chiuse gli occhi
e in un momento non le sembrò più
che ci fosse poi tanto silenzio.
Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno,
il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi
e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava,
lo stormire delle foglie, il frinire di cicale,
il frullo d’ali degli uccelli.
Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta.
La bambina dal cuore verde
inalò a pieni polmoni il profumo di resina
terriccio umido ed erbe selvatiche
e solo allora vide il mare.

Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito

Mite stagione –
compagna di cauti cammini –
porgi la guancia tiepida alla quiete
lontano dai tumulti.
Vivi del pallido rossore delle foglie
e aspetti che rintocchi
l’ultima verità, l’ultimo squillo.
Amica che ci racchiudi nel cerchio
compiuto dei distacchi –
là dove vizza giovinezza indossa
il velo della notte – a te consegno
il convulso disordine del cuore.

Equinozio di Francesco Tontoli, inedito

Fin quando regge il bene della vista
misuro con gli occhi
anche ciò che non appare.
e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.

Un equinozio sul filo della spada
taglia il giorno in due e il sogno in quattro
parte di luce e parte di oscurità in molecole
che non oso destare nella loro densità.

È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza
rifiutiamo la sostanza delle tenebre.
Dall’una o l’altra bocca saremo divorati
un giorno che non faremo in tempo a misurare.

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Estate di Cesare Pavese

29 giovedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, Poesie

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Tag

Cesare Pavese, illustrazioni, Loredana Semantica, POESIA

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

poesia “Estate” di Cesare Pavese da “Poesie”, 1966

Illustrazioni di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

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Foto di mia madre. Una poesia di Giorgia Stecher

14 domenica Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie

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Foto di mia Madre, Giorgia Steicher, POESIA

Una poesia di Giorgia Stecher

foto dal web

Foto di mia Madre

Nella foto con sulla testa
un secchio capovolto (che moda
fu mai quella dei tuoi tempi!)
hai scritto: Qui sono scappata dal serraglio.
Ma intorno non si sospettano leoni
né tracce d’altre fiere. Da un’altra
gabbia invece poi fuggisti e fu
una gara tra galline e galli
per gridare allo scandalo inaudito.
La tua incuranza fu la loro pena
perché non c’è di peggio per i polli
che di veder fuggire un prigioniero.

Giorgia Stecher, poetessa siciliana, nata a Messina il 14 luglio 1929, deceduta a Messina il 24 aprile 1996.

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TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi 2023. Una lettura di Antonella Pizzo

18 martedì Apr 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, POESIA, Poesie, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Antonella Pizzo, Loredana Semantica, POESIA, poesia contemporanea, Terra d'ulivi, titanio

TITANiO

Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia]  edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica,  con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023.  Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.

Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.

La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica,  si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.

Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso,  sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione,  ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.

Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar    “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata…  Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r)  ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.”  Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal  bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno  e la veglia,  fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due  parti contrastanti.

Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette,  dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare,  a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la  nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno  fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico  direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//,  appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.

Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici.  C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto  se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.

Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)

Testi

Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.

10.02.2017

Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.

5.4.2017

Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.

10.01.2020

biografia

Siti dell’autrice

https://liminamundi.com 

https://lunacentrale.wordpress.com/

Loredana Semantica

Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza  di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: 

Silloge minima (7/11/2009) 

Metamorfosi semantica (3.2.2010), 

Ora pro nomi(s) (27.3.2010) 

Parole e cicale (13.8.2010) 

L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta  opera selezionata al premio Opera Prima 2012 e finalista al premio Lorenzo Montano 2012” è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis.

Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” .

Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.

antonella pizzo

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Il 19 marzo di Limina mundi con una poesia di Hans Magnus Enzersberger

19 domenica Mar 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie

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Hans Magnus Enzensberger, POESIA

Opera di Christian Schloe

Non leggere odi, figlio mio, leggi gli orari.
Son piú esatti. Svolgi le carte di navigazione
prima che sia tardi. Vigila, non cantare.
Viene il giorno che torneranno a inchiodar liste
sulla porta e a chi dice di no dipinger sul petto
qualcosa di uncinato. Impara ad andare
senza esser conosciuto, impara piú di me:
a cambiar quartiere, passaporto, faccia.
Fai pratica di tradimento al minuto,
di sporca quotidiana salvezza. Le encicliche
sono utili per accendere il fuoco
e i manifesti per incartare burro e sale
a chi è senza difesa. Rabbia e pazienza ci vogliono
per soffiare nei polmoni del potere
la fine polvere mortale, macinata
da chi ha molto imparato,
da chi è esatto, da te.

Hans Magnus Enzersberger

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Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta – Una vita in scrittura

21 mercoledì Dic 2022

Posted by Antonella Pizzo in Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Alfredo Panetta, POESIA, poesia contemporanea, Poesia dialettale, Una vita in scrittura

panetta

per “una vita in scrittura” ho rivolto l’invito ad  Alfredo Panetta che lo ha interpretato come segue e che ringraziamo per il suo interessante  contributo. Antonella Pizzo

 Una vita in scrittura 

Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta

Cosa non è poesia? E quanto contano i luoghi per diventare poeti? Parto da questi due cippi per raccontarmi. La seconda domanda è più facile, la prima è a forte rischio retorico. Proverò ad evitare la trappola dell’elenco. Mi sento fortunato, ho vissuto due vite diametralmente opposte. La prima in un paese sperduto delle colline joniche calabresi, la seconda nell’unica metropoli italiana. Dall’innesto tra questi due luoghi si è concretizzata la mia poesia. Oggi non saprei immaginarmi privo di versi. Almeno uno al giorno, un piccolo mattoncino. Ma torniamo ai luoghi, ai contrasti. Per scrivere ho bisogno di concretezza, di materia che scintilli. Mi serve la terra per immaginare il volo. Mi serve l’odore del cemento per innescare la potenza della memoria. Mi servono i tondini arrugginiti, le crepe sui muri, il profumo di elicriso per raccontare la tragedia del ponte Morandi. È come se, per scrivere, abbia bisogno dei miei strumenti acquisiti nei primi anni di vita. Mi sento un artigiano (lo sono per guadagnarmi da vivere) delle parole, le mie parole. E in questo bagaglio ben fornito è necessaria la parlata dialettale. Il dialetto mi fa stare a casa, ovunque sia. È il mio amico intimo, l’energia che mi sostiene, l’amante che non pretende nulla. Dialetto e italiano lavorano a braccetto, nessuna antipatia. Le mie non sono versioni ma riscritture. I testi devono funzionare in entrambe le lingue. Il dialetto mi permette di mantenere uno sguardo vergine sulla realtà, mi costringe a guardare da vicino le cose, a chiamarle col loro nome. La parola e la cosa coincidono. Continua a leggere →

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Lúcio Cardoso traduzioni di Emilio Capaccio

29 giovedì Set 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Emilio Capaccio, Lucio Cardoso, POESIA, TRADUZIONI

C’è un’epoca in cui la delusione,
la fatica della lotta,
l’intima convinzione che in fondo
la vita non vale così grandi sforzi,
diventano, per taluni spiriti,
un nembo che a poco a poco s’allarga,
fino a oscurare l’orizzonte intero.

L. C.

Lúcio Cardoso (1912-1968)

traduzioni di Emilio Capaccio 


ALBEGGIARE

La notte è in me
ruota nel mio sangue.
Sento sbattere nella mia bocca
le pupille cieche della luna.
Sento le stelle come dita
smuovere la solitudine in cui cammino.
Poi il profumo della poesia
sale ai miei occhi tremanti, serrati,
odo la musica delle cose che si ridestano
sul corpo nero della terra
e la voce del vento distante,
la voce delle palme che s’aprono in raggi,
la voce dei fiumi che scorrono.
E la notte è in me.
Come un uccello
il mio sogno solleva le ali nel cuore dell’ombra.
Ascolto la musica dei fiori che cadono,
il chiasso delle nubi che passano,
e la mia voce che s’alza
come una preghiera nella pianura solitaria.
Allora sento la notte fuggire da me,
sento la notte fuggire dagli uomini
e il sole che avanza a cavallo del mare
e le nubi curvate che riempiono il cielo
come grandi destrieri di fuoco
che svaniscono risucchiati con l’oscurità.
 
AMANHECER

A noite está dentro de mim,
girando no meu sangue.
Sinto latejar na minha boca,
as pupilas cegas da lua.
Sinto as estrelas, como dedos
movendo a solidão em que caminho.
Logo o perfume da poesia
sobe aos meus olhos trêmulos, cerrados,
ouço a música das coisas que acordam
sôbre o corpo negro da terra
e a voz do vento distante
e a voz das palmeiras abertas em raios
e a voz dos rios viajantes.
E a noite está dentro de mim.
Como um pássaro,
meu sonho ergue as asas no coração da sombra.
Ouço a musica das fiôres que tombam,
o tropel das nuvens que passam
e a minha voz que se eleva
como uma prece na planície solitária.
Então sinto a noite fugindo de mim,
sinto a noite fugindo dos homens
e o sol que avança na garupa do mar
e as nuvens curvas que enchem o céu
como grandes corcéis de fogo côr-de-rosa
desaparecendo sugados pela treva.  


UNICA POESIA D’AMORE

tutto così calmo
la vita che sonnecchia
com’ora che cade senza rumore
nella pianura del mio pensiero…
foglie morte che non volano,
uccelli fissi che non cantano,
acqua stagnante che non scorre…
e il corpo tuo come un giglio sulla terra,
e muta la terra, impregnata di profumo,
gli occhi tuoi grandi come fiori notturni,
fiori che s’aprono nella dolciura del silenzio
e l’ombra mia, nuvoletta perduta
affacciata sui tuoi inerti capelli
che fluttuano, fluttuano sull’acqua della pianura…

 
ÚNICO POEMA DE AMOR

tudo tão calmo
a vida dormindo
como agora que tombasse sem murmúrio
na planície do meu pensamento …
folhas mortas que não voam,
pássaros imóveis que não cantam,
água parada que não corre …
e teu corpo como um lírio sobre a terra,
e a terra muda impregnada de perfume,
teus olhos grandes como flores noturnas,
flores que se abrem na doçura do silêncio
e minha sombra como uma nuvem perdida
debruçada sobre teus cabelos imóveis
que bóiam na água da planície…
 
POESIA DEL FERRO E DEL SANGUE

Hanno dimenticato i campi scompigliati
dove vegetano perdute
le ossa oscure
calcinate
di dieci milioni di morti.

Hanno dimenticato le croci improvvisate
che sollevano in alto
preghiere di rami contorti.

E hanno dimenticato il rumore delle granate
rivoltando la terra e i vivi
divorando e i morti
annientando.
 
POEMA DO FERRO E DO SANGUE

Esqueceram os campos revolvidos
onde vegetam perdidos
os ossos obscuros
calcinados
de dez milhões de mortos.

Esqueceram as cruzes improvisadas
erguendo para o alto
preces de galhos retorcidos.

E esqueceram o rumor das granadas
revolvendo a terra e os vivos
devorando os mortos
destruindo.
 
RICETTA DELL’UOMO

Poi deve esser alto,
senza far pensare al freddo stile della palma.
Quanto basti moro per vedersi
tinti i capelli dal sol d’agosto.
E non troppo biondo, talché d’improvviso
nei suoi occhi scintilli qualcosa della zigana patria assopita.
E che abbia mani grandi, per lunghe carezze
e addii rallentati dal peso stesso del gesto.
Anche piedi grandi, perché no,
cosicché i ritorni siano brevi
e ch’abbiano animo a camminar con altri piedi.
Gli occhi parlino, parlino sempre, parlino
d’amore, gelosia, morte o tradimento.
Ma che parlino. Perché senza la musica degli occhi
l’uomo è come una tomba al sol di mezzogiorno.
E possa la risata ricordar un po’ dell’infanzia,
affinché abbia, nel fervor del bacio,
una memoria di pitanga e mora pesta.
Ah, il corpo! S’avvicendino albe per il gentil petto,
e scurisca la calugine fin al sesso velato.
(Ma non del tutto.)
E il suo passo ricordi la danza, ma solida danza,
e parli la sua scia di profumo, senza profumo,
e lenti scorrano fiumi sui fianchi ieratici.
E che canti, senza cantare,
per tutta la sua umana tessitura,
affinché anche le cose attorno a lui cantino,
allorquando, come il prim’uomo,
nudo s’erge davanti al mare. 


RECEITA DE HOMEN

Depois deve ser alto,
sem lembrar o frio estilo da palmeira.
Moreno sem excesso para que se encontre
tons de sol de agosto em seus cabelos.
E nem louro demais para que, de repente
no olhar cintile algo da cigana pátria adormecida.
E que tenha mãos grandes, para demorados carinhos
e adeuses que se retardem ao peso do próprio gesto.
Pés grandes, também, por que não,
para que os regressos sejam breves
e haja resistência para as conjuntas caminhadas.
Os olhos falem, falem sempre, falem
de amor, de ciúme, de morte ou traição.
Mas que falem. Porque o homem sem a música dos olhos
é como sepultura exposta ao sol do meio-dia.
E que o riso relembre um pouco da infância,
para que se tenha, no fervor do beijo,
uma memória de pitanga e amora esmagadas
Ah, o corpo! Sucedam alvoradas ao longo do tórax gentil,
e escureça a penugem até o sexo velado.
(Mas não definitivamente.)
E o seu passo lembre a dança, mas com firmeza,
e o seu rastro fale de perfume, sem perfume
e escorram pausados rios em seus flancos hieráticos.
E que ele cante, sem cantar
por toda a sua humana contextura,
para que também em torno dele as coisas cantem,
quando, como o primeiro homem,
nu ele se erguer defronte ao mar.
 
A UNA STELLA

Il mio dominio è quello del sogno,
la mia gioia, del ciel c’abbuia la bufera
il mio domani al chiar della disperazione.
Solo tu sai il segreto della mia predestinazione.
Solo tu sai l’estensione di tanto dover andare,
solo tu sai l’umile casina in cui ho vissuto.
Chi saprebbe spezzare il sortilegio che m’attornia,
O rosso sole, alba dei moribondi?

Ma mai rifletti il gesto che condanna.
Questo paese, ahimè, è d’arido eterno!
Se dall’alto la stella non guarda la palude,
più grande allor del suo splendore è la sua malignità.

E tu, Vespero, solo tu placherai il mio desiderio,
solo tu potrai deporre, su quest’aggrinzita carne,
il bacio che nelle tenebre dà al sonno il sereno del riposo.
 
A UMA ESTRELA

Meu domínio é o do sonho,
minha alegria é a do céu que a tormenta obscurece,
meu futuro é aquele que amanhece à luz do desespero.
Só tu saberás o segredo da minha predestinação.
Só tu saberás a extensão de tantas caminhadas,
só tu conhecerás a casa humilde em que morei.
Quem saberia romper o sortilégio que me cerca,
ó sol vermelho, aurora dos agonizantes.

Mas não reflitas nunca o gesto que condena.
Ai, este país é o da eterna aridez!
Se da altura a estrela não baixar o olhar ao pântano,
maior será a sua impiedade que o seu esplendor.

E só tu Vésper, só tu aplacarás o meu desejo,
só tu poderás depositar, nesta carne crispada,
o beijo que nas trevas dá ao sono a serenidade do repouso.

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La vetrina di Limina: “Quasi madre” di Rita Pacilio – Pequod, Collana Rive, 2022

11 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali

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Tag

Pequod, POESIA, Rita Pacilio

 

Fammi un favore… questa volta

mi è sembrato possibile riuscirci

qualcosa simile a togliere lo sporco

dalle mani o discutere nella striscia

d’ombra che raggela quando sono qui.

Non serve a niente arrivare in anticipo

cercare di piacerti un’altra volta.

Ci provo da quando ero bambina

nel catino freddo di nonna da cui uscivo

più piccola e più bianca.

Lascia perdere, non è così che diventi

fiume! Ma io scorro senza tregua,

senza consolazione ed è incredibile

quanto oceano sia diventata

nel vetro scuro dei tuoi occhiali

se ogni giorno appaio povera, profanata.

 

 

[…] Ecco allora Rita Pacilio mettere a nostra disposizione una poesia “calma”, una poesia della parola quotidiana (meno male!), una sabiana poesia onesta, rifiutandosi di accedere, tanto per fare qualche esempio, a qualsiasi “scatenamento” espressionista, o surrealista, o peggio, parole in libertà più o meno futuristiche, perché il suo progetto stilistico appartiene a un bisogno aurorale di poesia, giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già “naturalmente” una propria disarticolazione. Una madre come completamento della stessa autrice. […]

Dalla postfazione di Piero Marelli

Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.

 

https://www.rplibri.it/rita-pacilio/

 

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Norah Lange -Traduzioni di Emilio Capaccio

23 mercoledì Mar 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Norah Lange, POESIA, TRADUZIONI

Norah Lange (1905-1972)

Da quel braccio
da cui discendi
arriverai alla mano.
La mano aperta
che ti insegna ad amare
.

N. L.

LUNGO LA STRADA

Lungo la strada c’è un silenzio di parole impossibili
la sera prega in eremo di fuoco.
Sul luogo deserto
fanno penitenza le ombre
le stelle dondolano la scala
da dove gli angeli scenderanno sulla terra.
Goccia a goccia la mia vita si dissangua.

La sera una sola lacrima chiara
ogni ombra è un palpito del cuore che ci bacia.
Vicino, più vicino
è il cuore della notte.

Il silenzio piega gli istanti.
Ogni foglia è una parola in più
che dice la primavera quest’anno.
Per perpetuare l’emozione
la notte serra la parola che è nata.
 
EN EL CAMINO

En el camino hay un silencio de palabra imposible
La tarde reza en ermita de fuego
Sobre el despoblado
hacen penitencia las sombras
Las estrellas columpian la escalera
por donde bajarán los ángeles a la tierra
Mi vida se desangra gota a gota.

La tarde es una sola lágrima clara
Cada sombra es un latido que nos besa
Cerca, más cerca
el corazón de la noche.

El silencio doblega los instantes
Cada hoja es una palabra más
que dice la primavera este año
Para perpetuar la emoción
cerró la noche la palabra que nacía.
 
IL SOLE È CADUTO

Il sole è caduto
con ali spezzate
sopra un ponente.

I tuoi occhi si sono riempiti di crepuscoli pallidi.

È venuto l’eterno vuoto della tua presenza
e tutte le mie ore si sono riempite
di distanze.

Le tue lacrime scivolano
lungo il pendio d’un ricordo.

Il rosario dei tuoi baci
delle tue impronte
attende i tuoi passi.

Ritorna.

Forse alla tua finestra
un verso mio si dissangua.
 
EL SOL SE HABÍA CAÍDO

El sol se había caído
con las alas rotas
sobre un Poniente.

Tus ojos se llenaron de crepúsculos pálidos.

Vino el vacío eterno de tu presencia
y todas mis horas se llenaron
de distancias.

Tus lágrimas se deslizan
por la pendiente de un recuerdo.

El rosario de tus besos
de tus huellas
aguarda tus pasos.

Vuelve.

Acaso en tu ventana
un verso mío se desangra.
 
ALBEGGIARE

Nel cuore d’ogni albero
ha sussultato la mezzanotte.

La notte si sminuzza
in una lenta processione di nebbia.

Tutte le sere mettono fine alla loro stanchezza.

Le insegne luminose dormono
nello stupore dei loro colori
e anticipano la contemplazione d’ogni misero.

In ogni angolo veglia il sonno
e il tuo ricordo è l’unico dolore
che umilia la superbia dei marciapiedi.

Lontano, il primo mendico,
tradisce il portico dove ha dormito.

E la città s’apre come una lettera
per svelarci la sorpresa delle sue strade.

AMANECER

En el corazón de cada árbol
se ha estremecido la medianoche.

La noche se desmenuza
en lenta procesión de niebla.

Todas las tardes terminan su cansancio.

Los letreros luminosos duermen
el asombro de sus colores
y anticipan la contemplación de cada pobre.

En toda esquina vigila el sueño
y es tu recuerdo la única pena
que humilla la altivez de las aceras.

Lejos, el primer mendigo,
traiciona el portal donde ha dormido.

Y la ciudad se abre como una carta
para decirnos la sorpresa de sus calles.

SERA DA SOLA

Vuota la casa dove tante volte
le parole incendiarono i suoi angoli.
La notte si porta avanti
sul piano muto
che nessuno sta suonando

Sola passo da un ricordo a un altro
aprendo le finestre
perché il tuo nome popoli
la misera quiete di questa sera.
Più nessuno immobilizza le lunghe ore chiuse
alla mia felicità.

E il tuo ricordo è un’altra cosa
grande e quieta
dove inciampo da sola.
E i miei battiti formano una fila di passi
che vanno dalla tua porta all’oblio.
 
TARDE A SOLAS

Vacía la casa donde tantas veces
las palabras incendiaron los rincones.
La noche se anticipa
en el piano, mudo
que nadie toca.

Voy a solas desde un recuerdo a otro
abriendo las ventanas
para que tu nombre pueble
la mísera quietud de esta tarde a solas.
Ya nadie inmoviliza las horas largas y cerradas
a toda dicha mía.

Y tu recuerdo es otra cosa
grande y quieta
por donde yo tropiezo sola.
Y mis latidos forman una hilera de pisadas
que van desde tu puerta hacia el olvido.
 
PERCHÉ LA TUA VITA ERA CHIARA

Tu che hai la vita così chiara
mi guardi, come se fossi una lacrima.
Ho messo a tacere le cattive parole
e mi alzo come la prima ombra.
Precisa come l’ombra d’un albero
creata da una luna piena.
E tu non la capisci. Non vedi più
della luce che causa quell’ombra.
Domani, quando non ci sarà più luce
dietro la mia figura triste,
cercherai l’ombra. Io sarò un paesaggio
abbrumato di tenebre, senza contorni,
come quei singhiozzi ripetuti, lenti:
e poiché la tua vita deve essere sempre chiara,
mi eliminerai come una lacrima,
ed io allora, prosciugata in ore vuote,
avrò la purezza dei cimiteri
dentro le lunghe notti…
 
POR QUÉ TU VIDA FUE CLARA

Tú que tienes la vida tan clara
me miras, como si yo fuese una lágrima.
He callado las palabras malas
y me alzo como una primera sombra.
Precisa como la sombra de un árbol
originada por una luna llena.
Y tú no lo comprendes. No vez más
que la luz que causa esa sombra.
Mañana, cuando no se haga la luz
detrás de mi figura triste,
buscarás la sombra. Yo seré un paisaje
abrumado de tinieblas, sin contornos,
como esos sollozos repetidos, lentos:
y como tu vida ha de ser siempre clara,
me eliminarás como a una lágrima,
y yo entonces, agotada en horas huecas,
tendré la pureza de los cementerios
en las noches largas… 

VERSI A UNA PIAZZA

La sera muore come un eremita.
Sul dorso della notte
il cielo trema stretto alle stelle.

La notte tesa e lenta
s’aggrappa ai lampioni,
piccoli e tenui come una luna nuova.

Piazza: sulla tua soglia d’ombre
la sua voce s’alza come una litania
al verde silenzio dei tuoi alberi.

Le strade sono fremiti del destino
sotto il bagliore azzurro di tanto cielo.
La città si rompe bruscamente
contro il grembo dei tuoi piccoli angoli verdi.

 
VERSOS A UNA PLAZA

La tarde muere como una eremita.
Sobre la espalda de la noche
el cielo se estremece apretado de estrellas.

La noche crispada y lenta
se apega a los faroles,
pequeños y suaves como una luna nueva.

Plaza: sobre tu umbral de sombras
su voz sube como una letanía
al silencio verde de tus árboles.

Los caminos son temblores de dicha
bajo la llamarada azul de tanto cielo.
La ciudad se rompe bruscamente
contra el regazo de tus esquinitas verdes.
 
TUTTO IL DOLORE SI È ROVESCIATO

Tutto il dolore si è rovesciato
sul paesaggio.
La sera trasparente
come l’acqua
si è guardata nei tuoi occhi.
Lontano
la notte inginocchiata
tesse tenebre
innanzi al suo specchio.
Il mio cuore un plenilunio di tristezza.

TODO EL DOLOR DERRAMANDO

Todo el dolor derramado
sobre el paisaje.
La tarde transparente
como un agua
se ha mirado en tus ojos.
Lejos
la noche arrodillada
trenza tinieblas
ante su espejo.
Mi corazón es un plenilunio de tristeza.

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La vetrina di Limina: “Dispositivi” di Stefano Guglielmin, Marco Saya Edizioni, 2022

09 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali

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Tag

Dispositivi, Marco Saya Edizioni, POESIA, Stefano Guglielmin

copertina

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza.

l poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere.

Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

Terapia

Si porta fuori un peso, con la parola,
ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,
una salita temporale (e un temporale,
anche, da smaltire), che ci mette infine
il corpo quieto, nel suo porto, e la mente
pure. Per essere più precisi, è la psiche
a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido
pensiero. Lo so
Spaccare il capello è una metafora pedante,
denota che ancora il peso non ha trovato
la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro
(anch’essa parola malata, introflessa).
Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta
l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia
terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

Caterpillar

L’ermo colle, dice, sarà spianato
dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce
l’orizzonte con la biro e prevede,
per noi, un controllato naufragio.
Da ogni lato, tecnici piantano chiodi
e un pugno di tracce da seguire:
il futuro cresce sugli assi cartesiani
su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

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Joyce Kilmer, traduzioni di Emilio Capaccio

23 mercoledì Feb 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Tag

Emilio Capaccio, Joyce Kilmer, POESIA, TRADUZIONI

La tromba echeggia stridula e dolce,
ma non di guerra canta oggi.
La via è ritmata da piedi
di soldati che vengono a pregare.

J. K.

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Joyce Kilmer (1886-1918), traduzioni di Emilio Capaccio

LA LANTERNA DELL’AMORE

Perché la strada era lunga e ripida
per una terra oscura e solitaria,
Dio mise sulle mie labbra una canzone
e una lanterna nella mano.

Di notte in miglia e stanche miglia
che si tendono implacabili sul mio cammino
la mia lanterna arde chiara e serena,
un inesauribile calice di bagliore.

Dorate luci e luci violette,
come fiochi sono i vostri vantati splendori.
Osservate questa mia minuscola lucina;
più stellata d’una stella!

LOVE’S LANTERN

Because the road was steep and long
and through a dark and lonely land,
God set upon my lips a song
and put a lantern in my hand.

Through miles on weary miles of night
that stretch relentless in my way
my lantern burns serene and white,
an unexhausted cup of day.

O golden lights and lights like wine,
how dim your boasted splendors are.
Behold this little lamp of mine;
it is more starlike than a star!

COME VENTI CHE SOFFIANO CONTRO UNA STELLA

Per Aline

Ora per quale capriccio d’insensato caso
occhi radiosi conoscono giorni bui?
E piedi calzati di luce dovrebbero incedere
danzando per uggiosi e grevi cammini?

Ma i raggi dai Cieli, chiari e colmi di sé,
possono penetrare l’oscurità della terra;
e dirompe ma nutre, nella tua anima,
la gloria della celeste allegria.

I dardi d’affanno e sofferenza, scagliati
contro la tua pacifica bellezza, sono
tanto sciocchi quanto impotenti
come venti che soffiano contro una stella.

AS WINDS THET BLOW AGAINST A STAR

For Aline

Now by what whim of wanton chance
Do radiant eyes know sombre days?
And feet that shod in light should dance
Walk weary and laborious ways?

But rays from Heaven, white and whole,
May penetrate the gloom of earth;
And tears but nourish, in your soul,
The glory of celestial mirth.

The darts of toil and sorrow, sent
Against your peaceful beauty, are
As foolish and as impotent
As winds that blow against a star.

ALBERI

Penso che non vedrò mai
una poesia bella come un albero.

Un albero la cui bocca affamata è pronta
per il dolce seno fluente della terra;

un albero che guarda Dio tutto il giorno,
e alza le braccia fogliose per pregare;

un albero che può portare in estate
un nido di pettirossi tra i suoi capelli;

sul cui petto è caduta la neve;
che vive intimamente con la pioggia.

Le poesie sono fatte dagli sciocchi come me,
ma solo Dio può fare un albero.

TREES

I think that I shall never see
A poem lovely as a tree.

A tree whose hungry mouth is prest
Against the earth’s sweet flowing breast;

A tree that looks at God all day,
And lifts her leafy arms to pray;

A tree that may in summer wear
A nest of robins in her hair;

Upon whose bosom snow has lain;
Who intimately lives with rain.

Poems are made by fools like me,
But only God can make a tree.

MAIN STREET

Per S. M. L.

Mi piace guardare la scia fiorita della luna sul mare,
ma non è una vista così bella come una volta era Main Street
quando tutto era coperto da un paio di piedi di neve,
e sulla strada frizzante e radiosa scampanellavano le slitte.

Main Street, orlata di foglie autunnali, era piacevole,
e le sue grondaie erano piene di denti di leone all’inizio della primavera;
mi piace ricordarla bianca di brina o impolverata nel caldo
perché penso sia più umana di qualsiasi altra strada.

Una strada larga e trafficata di città è battuta da mille ruote,
e un peso di traffico sul petto è tutto ciò che sente:
è ottusamente cosciente del carico e della fretta e del lavoro che non cessa mai,
ma umana non può essere come Main Street e riconoscere i suoi fedeli.

Un centinaio di squadre d’operai al giorno c’erano in Main Street,
e venti o trenta persone, e qualche bambino fuori a giocare
e non c’era cocchio o carrozza o uomo o ragazza o ragazzo
che Main Street non ricordasse e che non sembrasse rallegrarsi.

Camion, macchine e tram sopraelevati
fanno risuonare di dolore la stanca strada della città
ma c’è ancora un’eco rimasto nel profondo del mio cuore,
una musica che i ciottoli di Main Street hanno fatto sotto un carretto da macellaio

Sia ringraziato Dio per la Via Lattea che attraversa il firmamento,
questo è il sentiero che i miei piedi calpesterebbero ogni volta che devo morire.
Alcuni la chiamano Spada d’Argento e altri Corona di Perle,
ma è lei l’unica cosa a cui penso, Main Street, Heaventown.

MAIN STREET

For S.M.L.

I like to look at the blossomy track of the moon upon the sea,
But it isn’t half so fine a sight as Main Street used to be
When it all was covered over with a couple of feet of snow,
And over the crisp and radiant road the ringing sleighs would go.

Now, Main Street bordered with autumn leaves, it was a pleasant thing,
And its gutters were gay with dandelions early in the Spring;
I like to think of it white with frost or dusty in the heat,
Because I think it is humaner than any other street.

A city street that is busy and wide is ground by a thousand wheels,
And a burden of traffic on its breast is all it ever feels:
It is dully conscious of weight and speed and of work that never ends,
But it cannot be human like Main Street, and recognise its friends.

There were only about a hundred teams on Main Street in a day,
And twenty or thirty people, I guess, and some children out to play.
And there wasn’t a wagon or buggy, or a man or a girl or a boy
That Main Street didn’t remember, and somehow seem to enjoy.

The truck and the motor and trolley car and the elevated train
They make the weary city street reverberate with pain:
But there is yet an echo left deep down within my heart
Of the music the Main Street cobblestones made beneath a butcher’s cart.

God be thanked for the Milky Way that runs across the sky,
That’s the path that my feet would tread whenever I have to die.
Some folks call it a Silver Sword, and some a Pearly Crown,
But the only thing I think it is, is Main Street, Heaventown.

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA

Il fragile splendore della linea del mare,
il volto sereno e velato d’argento della luna,
fa di questa nave un luogo incantato
pieno di chiara gioia e dorata malia.
Ora, per un po’, sarà spontanea risata
mischiata al canto per conferir più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa senza fine,
daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Nondimeno stanotte, a cento leghe di distanza,
queste acque si tingono d’uno strano e terribile rosso.
Avanti alla luna, una nube oscenamente grigia
s’alza da ponti che si schiantano con cavi volanti.
E queste stelle sorridono a modo loro immemorabile
su onde che avvolgono un migliaio di nuovi morti.

MID-OCEAN IN WAR-TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

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My valentine

14 lunedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Loredana Semantica, POESIA

Buon S. Valentino

con la poesia “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley

Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?

Vedi che le montagne baciano l’alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe più ritroso
verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della Luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi?

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Stavros Girgenis traduce Maria Allo

01 martedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Eleni Marinaki, Maria Allo, POESIA, TRADUZIONI

Le poesie di Maria Allo ospitate su  Exitirion  e tradotte in greco da Stavros Girgenis

(I)
Δεν γνώριζα πως ήμουν μέσα
σ’ ένα αιχμηρό σημείο της γλυσίνας
πριν το άνθισμα.

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)


non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire.

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018


(II)
Η ΓΗ ΠΟΥ ΠΑΡΑΜΕΝΕΙ
Άσε με να μιλήσω για τη θάλασσα και τις αβύσσους της
γίνεται φως στις διαφάνειες
όπως οι αναμνήσεις ή αυτό που λείπει
– κοίτα – αυτό το φαράγγι παραμένει φραγμένο
μια τρύπα στο στήθος
με θάμνους σε όλες τις εποχές.
Άσε με να μιλήσω για τη νύχτα όταν πυκνώνει
στους κροτάφους και στο όνομά σου
τότε με φωτίζεις και μένεις μέσα σ’ αυτή τη σάρκα
διαλύοντας τη σκιά και την απόσταση που εγγίζει τον ουρανό.
Άσε το θάρρος σου οργωμένο στα χείλη μου
περιφρουρεί και αγκαλιάζει τα όρια της θάλασσας
όπως η μνήμη που παραμένει και μεταλλάσσεται.

—Σχισμές ( Ed. L’arcolaio, 2016)


LA TERRA CHE RIMANE
Lasciami parlare del mare e dei suoi abissi
si fa luce nelle trasparenze
come i ricordi o ciò che manca
– vedi – resta questa gola insabbiata
un foro dentro il petto
con sterpaglie in tutte le stagioni.
Lasciami parlare della notte quando si addensa
sulle tempie e sul tuo nome
allora mi rischiari e resti dentro questa carne
strappando l’ombra e la distanza che avvicina il cielo.
Lasciami il tuo coraggio arato sulle labbra
custodisce e abbraccia i confini del mare
come la memoria che resta e si trasmuta.

—Solchi (Ed. L’arcolaio, 2016)


(III)
Πριν τη γένεση του κόσμου
ήμασταν αθώοι
εποχές απρόβλεπτων κυττάρων
τυχαία πλέγματα από τουμπερόζες στον κήπο.
Πριν τη γένεση του κόσμου
ανέπνεε η αυγή και τα φύλλα
αιωρούνταν στην στέγη του στάβλου.
Στον στροβιλισμό υπήρχε το ίδιο όνειρο
[μια μοναδική δύναμη]
σε μετεωρισμό στον άνεμο θερμοί χώροι
βαθύτητα οραμάτων.
Η ιπποκαστανιά σκόρπιζε στα πεζοδρόμια
σκαντζόχοιρους γεμάτους μούρα
με κάποιο κρυφό χάδι του ήλιου
που μερικές φορές έτρεμε ανάμεσα στα μακριά κλαδιά
θωπεύοντάς μας τα χέρια και αίφνης
το θρόισμα των γκρίζων περιστεριών
μέσα στη σιωπή του πρωινού μας ξυπνούσε.
Τώρα δεν υπάρχει εποχή,
κυριαρχεί το σκοτάδι και τα μάτια
χάνονται ανάμεσα στις βλεφαρίδες.
Τώρα στο ψηλάφισμα δεν υπάρχει παρά μόνο ορίζοντας
ο ασταθής πλανήτης εκτοξεύει βέλη.
Είναι εδώ οι Άγιοι Τόποι όπου ο τετράρχης Ηρώδης
ολοκλήρωσε τη σφαγή των αθώων;

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


Prima della genesi del mondo
noi eravamo indocili
stagioni di cellule impreviste
intrecci casuali di tuberose nell’orto.
Prima della genesi del mondo
si respirava l’alba e le foglie
fluttuavano sul tetto della scuderia.
Nel vorticare c’era lo stesso sogno
[una forza unica]
in bilico nel vento caldi spazi
profondità di visioni.
L’ippocastano disseminava sui selciati
ricci gremiti di bacche
con qualche furtiva carezza di sole
che a volte tremava tra i lunghi rami
sfiorandoci le mani e improvviso
il frullare di tortore grigie
nel silenzio del mattino ci destava.
Ora non c’è stagione,
sovrasta il buio e gli occhi
si perdono tra i cigli.
Ora a tentoni si va non c’è orizzonte
il pianeta precario lancia strali.
È qui la Terra Santa dove Erode il tetrarca
consumò la strage degli innocenti?

—Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(IV)
ΞΕΡΕΤΕ
Ξέρετε, έχουμε ρυάκια λάσπης να ανασκάψουμε
πέτρες λάβας και μαύρους αρκεύθους στο πέρασμα των αιώνων.
Όσο για μένα, μια φωτιά φιδογυρνούσε
στα οστά μου: αλλά δεν φαντάστηκα μια φωνή
μέχρι που έβαλα στο στήθος μου
τη μυρωδιά του δέρματός της όπως για να αποφύγει
τις λάμψεις του ιπποφαούς ο χειμώνας έζησε
σε συνεχή πόλεμο από κατάλληλη απόσταση
σαν κόκκινα σφεντάμια που σε μια ανάσα τώρα
στροβιλίζονται έρημα γύρω από τον άνεμο.
Ξέρετε, ξυπνάω το πρωί
σαρώνοντας κάθε φύλλο στο χαμηλότερο κλαδί
αυτού που είναι διασκορπισμένο ανάμεσά μας.

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


SAPETE
Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi

 —Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(V)
ΚΑΘΕΤΟ 
ΒΛΕΜΜΑ
Δεν υπάρχει σχισμή βράχου
στην οποία μπορεί να κυματίσει η θάλασσα.
Λευκοί ερωδιοί διαβαίνουν τον λήθαργο
των κοχυλιών που κοιμούνται
στον πιο καθαρό βυθό της θάλασσας
αλλά σε μια κατάρα το ηφαίστειο
εξαφανίζει ονόματα και φωνές όταν η νύχτα
κατέρχεται και σε ένα βράχο η κραυγή
αναφλέγεται ανάμεσα στις σαπισμένες ακτίνες στις ακτές
σ’ εκείνον που δεν έχει φως στο πρόσωπό του.
Μόνο μερικές φορές η ανάσα είναι καθρέφτης
[ενός κάθετου βλέμματος.

—Ανέκδοτο (2020)


SGUARDO VERTICALE
Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

—Inedito (2020)


(VI)
ΔΕΝ ΜΠΟΡΕΙΣ ΝΑ ΣΤΑΜΑΤΗΣΕΙΣ
Δεν μπορείς να σταματήσεις τον άνεμο
μόνο να συλλάβεις τους οιωνούς του
πίσω από το ανάλαφρο βάρος ενός σύννεφου.
Σου μιλώ από άγνωστους καιρούς
δίχως να ξέρω πώς με διαπερνά
η σκιά, ενώ μια δέσμη ακτίνων
αναρριχάται συγκεχυμένα σε αδιαπέραστα μονοπάτια.
Έχω σπείρει ίχνη
πίσω από ασύνδετους άξονες στον βυθό
τώρα επιπλέουν σε ένα χάσμα
ενώ η σκιά διαστέλλει τη λάμψη μου.
Ιδού. Γράφε καθώς πέφτεις.
Λοιπόν, αυτό μου αφήνεις ως στίχο:
τη μυστική φωνή – σπόρο του χρόνου
και τη βροχή στα χέρια.
Στην αναπνοή σου όλες οι λέξεις,
όλη η σιωπή
ολόκληρο το σύμπαν, τα πάντα και όλοι

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Eleni Marinaki e Maria Allo, rispettivamente in greco e in italiano, leggono la poesia di Maria Allo

NON SI PUÒ FERMARE
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
Dunque questo mi lasci come verso:
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero, tutto e tutti

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Maria Allo è autrice di questo blog, la sua biografia qui

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“Controfobie” di Antonio Corona. Una lettura di Rita Bompadre

11 martedì Gen 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Antonio Corona, Controfobie, POESIA, Recensioni, Rita Bompadre

“Controfobie” di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell’empatia. L’autore interpreta, nell’esperienza della pura solidarietà,  l’attitudine della ragione umana d’intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l’approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell’indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all’apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell’irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l’impulso motivazionale dell’universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l’inafferrabile oscurità dell’ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell’indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell’irresolutezza, dall’apprensione per un’intolleranza che addensa le incrinature dell’anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l’esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un’angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l’originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d’animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l’insolenza dell’offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell’amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere “Controfobie” accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all’intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall’impostazione esistenziale il conflitto dell’incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un’umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d’identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell’urgenza necessaria della scrittura poetica.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Subire

Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.

——————-

Amare nell’ombra

Un bacio mai dato
è un’emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.

—————

Pioggia d’estate

La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d’amore mancato perisce.

—————–

Sulla fune

Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l’unica certezza.
Parole di convivenza

Parole cucite all’orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.

Parole vuote nell’aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.

Vorrei parole unite da una lampo
riportate all’orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.

——————–

A piedi uniti

In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell’ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un’onda, dell’onda
della forza che m’inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l’assenza e l’essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.

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Fine del ’68. Eugenio Montale

31 venerdì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in Poesie

≈ 1 Commento

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Eugenio Montale, Fine del '68, POESIA

La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Eugenio Montale

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Buon compleanno, Arthur

20 mercoledì Ott 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Arthur Rimbaud, Emilio Capaccio, POESIA, traduzione

Credo di essere all’inferno, quindi ci sono

A.R.

Arthur Rimbaud (1854-1891), traduzioni di Emilio Capaccio

Rimbaud

MIO BOHÉMIEN

Me ne andavo coi pugni nei taschini sfondati.
Il mio cappotto diventava ideale.
Andavo a cielo nudo, Musa! a te leale.
Oh! Là! Là! che amori splendidi sognati!

Le mie mutande avevano un largo foro.
Pollicino sognante, rimavo al furore
Della corsa. La mia locanda l’Orsa Maggiore,
Le mie stelle in cielo un dolce coro.

Le ascoltavo seduto sul ciglio delle vie,
Sere buone di settembre, sentivo un goccìo
Di rugiada sulla fronte, corposo liquore;

Facendo rime in ombre lunghe lunghe,
Come lire, trascinavo le stringhe
Delle scarpe ferite, un piede vicino al mio cuore.
 
MA BOHÈME

Je m’en allais les poings dans mes poches crevées.
Mon paletot aussi devenait idéal.
J’allais sous le ciel, Muse! et j’étais ton féal.
Oh! Là! Là! que d’amours splendides j’ai rêvées!

Mon unique culotte avait un large trou.
Petit Poucet rêveur, j’égrenais dans ma course
Des rimes. Mon auberge était à la Grande Ourse,
Mes étoiles au ciel avaient un doux frou-frou.

Et je les écoutais, assis au bord des routes
Ces bons soirs de septembre où je sentais des gouttes
De rosée à mon front, comme un vin de vigueur;

Où, rimant au milieu des ombres fantastiques,
Comme des lyres, je tirais les élastiques
De mes souliers blessés, un pied près de mon coeur!
 
SOGNATO PER L’INVERNO

D’inverno andremo in un piccolo vagone rosa
Con cuscini azzurri.
Staremo bene. Un nido di baci dissennati riposa
Negli angoli molli.

Chiuderai gli occhi per non veder dal finestrino
Smorfiare le ombre delle sere,
Queste mostruosità astiose popolate
Da demoni neri e lupi neri.

Poi ti sentirai la guancia scalfita …
Un piccolo bacio come un ragno folle
Ti correrà per il collo …

E tu mi dirai: “Cerca!”, inclinando la testa
E prenderemo tempo per trovar quell’animaletto
Che fugge tanto …
 
RÊVÉ POUR L’HIVER

L’hiver, nous irons dans un petit wagon rose
Avec des coussins bleus.
Nous serons bien. Un nid de baisers fous repose
Dans chaque coin moelleux.

Tu fermeras l’oeil, pour ne point voir, par la glace,
Grimacer les ombres des soirs,
Ces monstruosités hargneuses, populace
De démons noirs et de loups noirs.

Puis tu te sentiras la joue égratignée …
Un petit baiser, comme une folle araignée,
Te courra par le cou …

Et tu me diras: “Cherche!” en inclinant la tête,
Et nous prendrons du temps à trouver cette bête
Qui voyage beaucoup …
 
ORAZIONE DELLA SERA

Vivo seduto, come un angelo tra le mani d’un barbiere
Impugnando un boccale a forti scanalature,
L’epigastrio e il collo inarcato, una Gambier ai denti,
Sotto l’aria gonfia d’impalpabili velature.

Come gli escrementi caldi d’una vecchia piccionaia,
Mille sogni in me fanno dolci bruciature:
Poi a istanti, il mio cuore triste è come un alburno
Che insanguina l’oro giovane e scuro delle colature.

E quando ho ringoiato i miei sogni con cura,
Mi giro, avendo bevuto trenta o quaranta boccali,
E mi raccolgo per lasciare l’acre bisogno:

Dolce come il Signore del cedro e degli issopi
Piscio verso cieli bruni, molto alti e molto lontani,
Con il permesso dei grandi eliotropi.
 
ORAISON DU SOIR

Je vis assis, tel qu’un ange aux mains d’un barbier,
Empoignant une chope à fortes cannelures,
L’hypogastre et le col cambrés, une Gambier
Aux dents, sous l’air gonflé d’impalpables voilures.

Tels que les excréments chauds d’un vieux colombier,
Mille Rêves en moi font de douces brûlures:
Puis par instants mon coeur triste est comme un aubier
Qu’ensanglante l’or jeune et sombre des coulures.

Puis, quand j’ai ravalé mes rêves avec soin,
Je me tourne, ayant bu trente ou quarante chopes,
Et me recueille, pour lâcher l’âcre besoin:

Doux comme le Seigneur du cèdre et des hysopes,
Je pisse vers les cieux bruns, très haut et très loin,
Avec l’assentiment des grands héliotropes.

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Omaggio a Sebastiano

06 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA

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omaggio, POESIA, ricordo, Sebastiano A. Patanè Ferro

Recentemente è scomparso il mio amico poeta Sebastiano A. Patanè Ferro. Il 15 maggio scorso aveva scritto un messaggio sulla bacheca di fb comunicando che doveva assentarsi per ragioni di salute che tuttavia era ottimista sul suo rapido ritorno. Ho avuto modo di leggerlo, pur nel mio accedere saltuario alla rete,  per poi scoprire, inaspettatamente e dolorosamente, circa dieci giorni dopo, sempre attraverso la rete, che Sebastiano è venuto a mancare.

L’amicizia con Sebastiano su facebook risale al lontano 11 agosto 2010, così mi comunica la funzione “vedi dettagli amicizia” del social. Non sono pochi dieci anni. Il tempo di conoscere una persona, almeno un po’, anche se frequentandola solo virtualmente, solo saltuariamente. Ed io Sebastiano l’ho conosciuto  come persona sincera, generosa e disponibile, alla quale il destino ha riservato, secondo la mia percezione,  prove di resistenza e di coraggio, inducendolo in ogni modo all’esercizio  della resilienza, a sondare le profondità. Raccontava le sue storie, scriveva poesia, e per la poesia ha fondato “Nuova Arcadia”, organizzando reading, incontri, video, sviluppando una rete di contatti nell’ambiente poetico soprattutto siciliano, scosso dalla sua improvvisa scomparsa. Sciaranera era il nome del blog che curava su internet. Risuona ancora l’assonanza, gli stessi luoghi, nomi e scenari della mia esperienza. Sciara a Catania è la lava del vulcano Etna dopo che si è solidificata. E’ nera, durissima, cupa. Ci accomunava la città di nascita, ma anche l’incandescenza della lava, la durezza spigolosa, l’oscurità della roccia vulcanica. Io sono nata nel nero, in una casa, ormai abbattuta, costruita sulla sciara.

La poesia di Sebastiano era vissuta ed intensa, come era lui stesso, come deve essere la scrittura poetica, specchio della nostra essenza, espressione dell’anima del poeta.

La volta che l’ho invitato a partecipare  al “Canto presente” di questo blog mi ha messo a disposizione “L’amore al tempo delle scimmie”, Poemetti collezione, Catania 2015 e “Lazzaro”, Estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione.

Da questa sua offerta sono nati tre post un Canto presente e Prisma lirico 5 e 7, quest’ultimo in sostanza una collaborazione, con mie foto.

Riporto di seguito i link ai post.

Canto presente 17

Prisma lirico 5

Prisma lirico 7

Significativo che il 28 maggio scorso, giorno in cui è stata diffusa la notizia del decesso, pochi minuti prima di apprenderla, io abbia scritto questo testo che riporto più sotto. E’ la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che siamo connessi, e non solamente per via della rete, ma in modo più invisibile e misterioso. Un mistero che per Sebastiano non è più tale. Nel suo passare dall’altro lato si è dissolto, è stato rivelato.

Non mi coordino più con la mia specie
tutti hanno una forma aliena del corpo
una bocca sbagliata un’anca storta
la pelle trasuda lacrime e sebo
il battito ha un ritmo sfasciato
come note stonate nel silenzio.

Se penso al passato mi sembra
che abbiamo avuto passi da gigante
un volteggio elegante e parole
da spendere infinite.

Ora mi sembra di sentire
talvolta disfarsi tra le dita
il presente similmente alle ceneri
di un fuoco spento che lascia supporre
lenta una forma che langue e poi
all’improvviso si estingue
senza lamento o preavviso
negli occhi lo sgomento di chi
non s’era accorto
di come tutto corresse
verso l’ultimo spavento.

Loredana Semantica

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Emilio Capaccio traduce Gioconda Belli

29 sabato Mag 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Emilio Capaccio, Gioconda Belli, POESIA, traduzione

Credo che il solo fatto di esistere
implichi una responsabilità verso il futuro,
verso ciò che esisterà dopo di noi.

G. B.


Gioconda Belli (1948-vivente), traduzioni di Emilio Capaccio

MAGGIO

Non appassiscono i baci
come i malinches*
né mi crescono baccelli nelle braccia;
fiorisco sempre
con questa pioggia interiore,
come i verdi patii di maggio
perché amo il fiume, il vento e le nuvole
e il passo degli uccelli canterini,
malgrado sia irretita nei ricordi,
coperta d’edera come le vecchie pareti,
continuo a credere ai sussurri trattenuti,
alla forza dei cavalli selvaggi,
al messaggio alato dei gabbiani.
Credo alle radici innumerevoli del mio canto.

MAYO

No se marchitan los besos
como los malinches,
ni me crecen vainas en los brazos;
siempre florezco
con esta lluvia interna,
como los patios verdes de mayo
y río porque amo el viento y las nubes
y el paso del los pájaros cantores,
aunque ande enredada en recuerdos,
cubierta de hiedra como las viejas paredes,
sigo creyendo en los susurros guardados,
la fuerza de los caballos salvajes,
el alado mensaje de las gaviotas.
Creo en las raíces innumerables de mi canto.

  • malinches sono arbusti di fiori rossi, simili ad orchidee che fioriscono in maggio, originari del Sudamerica.

ABBANDONATI

Tocchiamo la notte con le mani
sgocciolandone l’oscurità tra le dita,
maneggiandola come il vello di una pecora nera.

Ci siamo abbandonati al disamore,
alla svogliatezza di vivere collettando ore nel vuoto,
nei giorni che si lasciano passare e tornano a ripetersi
intrascendenti
senza orme, né sole, né raggianti esplosioni di chiarore.

Ci siamo abbandonati dolorosamente alla solitudine
sentendo il bisogno dell’amore sotto le unghia,
il vuoto di un’obliteratrice nel petto,
il ricordo e il rumore come in una conchiglia
che ha vissuto troppo tempo in un acquario di città
e si porta solo l’eco del mare nel labirinto del suo guscio.

Come tornare a riprendere il tempo?

Interporgli il corpo forte del desiderio e dell’angoscia,
farlo retrocedere intimidito
per nostra infrangibile decisione?

Chissà se potremmo riprendere il momento
che perdemmo.

Nessuno può predire il passato
quando forse non siamo più gli stessi,
quando forse abbiamo dimenticato
il nome della strada
dove
qualche volta
potremmo
incontrarci.

ABANDONADOS

Tocamos la noche con las manos
Escurriéndonos la oscuridad entre los dedos,
Sobándola como la piel de una oveja negra.

Nos hemos abandonado al desamor,
Al desgano de vivir colectando horas en el vacío,
En los días que se dejan pasar y se vuelven a repetir,
Intrascendentes,
Sin huellas, ni sol, ni explosiones radiantes de claridad.

Nos hemos abandonado dolorosamente a la soledad,
Sintiendo la necesidad del amor por debajo de las uñas,
El hueco de un sacabocados en el pecho,
El recuerdo y el ruido como dentro de un caracol
Que ha vivido ya demasiado en una pecera de ciudad
Y apenas si lleva el eco del mar en su laberinto de concha.

¿Cómo volver a recapturar el tiempo?

¿Interponerle el cuerpo fuerte del deseo y la angustia,
Hacerlo retroceder acobardado
Por nuestra inquebrantable decisión?

Pero… quién sabe si podremos recapturar el momento
Que perdimos.

Nadie puede predecir el pasado
Cuando ya quizás no somos los mismos,
Cuando ya quizás hemos olvidado
El nombre de la calle
Donde
Alguna vez
Pudimos
Encontrarnos.

SFIDA ALLA VECCHIAIA

Quando arriverò a esser vecchia
– se ci arriverò –
e mi guarderò nello specchio
e conterò le rughe
come delicata ortografia
di pelle distesa,
quando potrò contare i segni
che hanno lasciato lacrime
e preoccupazioni,
e il mio corpo risponderà
già lentamente ai miei desideri,
quando vedrò la mia vita
ravvolta in vene azzurre,
in profonde occhiaie,
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
– come si conviene –
quando verranno i miei nipoti
a sedersi sulle mie ginocchia ammuffite
per il passo di molti inverni,
saprò tuttavia che il mio cuore
ticchetterà – ribelle –
e i dubbi e i larghi orizzonti
saluteranno ancora
le mie mattine.

DESAFIO A LA VEJEZ

Cuando yo llegue a vieja
– si es que llego –
y me mire al espejo
y me cuente las arrugas
como una delicada orografía
de distendida piel.
Cuando pueda contar las marcas
que han dejado las lágrimas
y las preocupaciones,
y ya mi cuerpo responda despacio
a mis deseos,
cuando vea mi vida envuelta
en venas azules,
en profundas ojeras,
y suelte blanca mi cabellera
para dormirme temprano
– como corresponde –
cuando vengan mis nietos
a sentarse sobre mis rodillas
enmohecidas por el paso de muchos inviernos,
sé que todavía mi corazón
estará – rebelde – tictaqueando
y las dudas y los anchos horizontes
también saludarán
mis mañanas.

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