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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi con me che racconto di fake news e poesia, la serena voce di Anna Maria Bonfiglio nella sua cronaca che infonde coraggio.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

LA SINDROME DELL’ESILIO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Oggi, 6 maggio 2020, dopo 70, dicasi settanta, giorni di domicilio coatto, ho provato a mettere il naso fuori dal portone di casa. Non è che scalpitassi per uscire, essendo già fuori dal contesto lavorativo e, a dirla tutta, non essendovi mai entrata in maniera stabile, sono abituata a trascorrere buona parte del mio tempo a casa, salvo spesa, qualche giornata di shopping, qualche sortita in pizzeria, incontri culturali e teatro. Dite che non è poco? Sì, è vero, ma non è neanche molto, in quanto le suddette attività sono spalmate nell’arco di un anno. Ma comunque, questo è, e va bene così. La permanenza a casa in continuativo e la paura del maledetto covid19, dopo le prime due settimane di ansia, non mi procurarono né insofferenza né nervosismo, né mi infastidì che il primo step di apertura ventilato per il 14 di aprile fosse stato procrastinato al 24 dello stesso mese e di seguito al 4 di maggio. Però, mano a mano che si avvicinava la data per la prima fase di apertura, cominciavo a prepararmi per uscire dalla tana: le mascherine c’erano, i guanti pure, era stata perfino attrezzata una pochette con fazzolettini e gel disinfettanti. Giunta alla domenica 3 marzo mi persuasi che fosse stato meglio evitare di uscire per la prima volta proprio il primo dei giorni che avrebbero visto la folla accalcarsi per le strade, a piedi o in auto, per visitare quelli definiti “propri congiunti” che contemplavano anche la quarta categoria di cugini, gli affetti stabili, i fidanzati, i conviventi, le unioni civili, i bambini con il girello, varie ed eventuali. Bene, meglio aspettare. Il martedì, appena alzata e dopo il caffè,  mi affacciai al balcone per sondare che aria tirasse. Era una giornata grigiastra, verso Monte Pellegrino una nuvolaglia offuscava il panorama. Uscire, ma perché avere tutta ‘sta fretta? Se si fosse messo a piovere? Se l’abbassamento di temperatura che aveva previsto il meteo si fosse presentato? Rischiare un raffreddore dopo tanta quarantena era da stupidi, in fondo ormai la strada verso la libertà era aperta, un giorno in più di chiusura non faceva la differenza. Senza contare che ancora non si avevano notizie precise sul reale effetto in termini di contagio dell’apertura del giorno precedente. Stavo entrando nella paranoia? Forse. Allora dovevo reagire subito. Ingolfata in guanti mascherina tracolla e shopper, entro in ascensore e approdo nell’androne. Spaesata, mi guardo attorno, sono ancora qui, dove tutto è come prima, solo che a me sembra nuovo, quasi estraneo. La mia macchinetta elettrica mi aspetta, la guardo e quasi mi stupisco di trovarla intatta, ma caricarmici su mi riesce più difficile, non trovo la giusta posizione, ho quasi dimenticato come manovrarla. Incontro due dei miei condomini, dico: sto uscendo per la prima volta, come se fossi resuscitata. Fuori dal portone avverto un lieve spaesamento, percorro il marciapiedi, aspetto il verde al semaforo, attraverso, arrivo al negozio dove di solito faccio gli acquisti casalinghi. I ragazzi mi salutano con calore, mi chiedono come sto, io dico bene bene, come fossi stata ammalata; compro quel che devo frettolosamente, fuori c’è gente che aspetta il turno, è buona norma non stare a trastullarsi guardando di qua e di là fra la merce. Ritorno a casa più rinfrancata, ancora una volta ho oltrepassato uno stallo psicologico, ancora una volta ho rimosso la mia fragilità emotiva. Ho superato la sindrome dell’esilio.

Ce la faremo

 

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 4 aprile 2020

LE BUFALE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo facebook una poesia di un (in)certo storico Eracleonte da Gela del 233 a.C. che mi ha inviata mio cognato via wathsapp, la messaggeria istantanea via web. La poesia è questa.

E’ iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Di questa poesia, a quanto pare, è risultato autore un certo Marcello Troisi, vivente, al quale vanno i complimenti per averla ben confezionata.
Prima di condividerla avevo cercato notizie col cellulare di questo Eracleonte e l’unico risultato era su un e book di google che adesso ho scaricato da pc.
Il libro in questione è *Memorie Istoriche di Sicilia* che narra di quanto è *accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori fino alla coronazione del re Vittorio Amedeo* nel quale è citato un Eracleonte, sotto il paragrafetto “Primo concilio de’ Vescovi in Sicilia”. La corona c’entra sempre.
Riporto il passo a seguire riguardante Eracleonte.
Mentre regnò Adriano, e la Romana Chiesa veniva governata da Alessandro Primo di questo nome, vogliono alcuni, che si fusse tenuto in Sicilia un Concilio di Vescovi per condannare l’eresia di Eracleonte discepolo dell’empio Valentino. Insegnava egli, che i Fedeli battezzati ancorché commettessero qualunque eccesso, non potevano più peccare, e rimanevano sempre in grazia: una sì perniciosa dottrina, trovò gagliardissima opposizione tra Prelati Siciliani, i quali avendone prima consultato il Pontefice Romano, si unirono poscia in Concilio Provinciale; e condennata avendo l’eresia di Eracleonte, lo dichiararono scomunicato.
Considerato il regno di Adriano e il Papato di Alessandro Primo la vicenda si colloca intorno al 105 -116 dopo Cristo.
Tutto ciò per amore di approfondimento, per il quale non sempre si hanno tempo e strumenti adeguati.
Se cercate adesso su Google Eracleonte da Gela trovate molti risultati, tutti nel senso che Eracleonte non esiste. Che sia esistito uno storico Eracleonte autore di questa poesia è una bufala o fake news, cioè notizia falsa. Risulta, tra l’altro, che l’ha citata anche Zaia, Presidente Regione Veneto. Questi articoli riportano al suo reale autore, come ho detto all’inizio. Ora le bufale se ne conclude hanno un solo scopo. Balzare agli onori della cronaca. Chi se ne rende autore ha il suo attimo di gloria. Ingannando gli altri, gli artefici compiono il loro piccolo delitto di menzogna, per cui il resto dell’umanità si divide tra coloro che non ci sono cascati e coloro che invece sì, tra chi riprova e chi sbeffeggia.
Questo caso è innocuo, anzi forse benefico, si colloca tra gli scherzi buoni e la poesia mantiene il suo valore, altre bufale invece fanno danno. Gli autori andrebbero perseguiti, così tanto per togliere il gusto dello scherzo senza pensare alle conseguenze, dello scoop non verificato e del protagonismo. Quest’ultimo soprattutto uno dei mali del nostro tempo.
Sul coronavirus io ho scritto due sole poesie. Le riporto, nel caso qualcuno volesse citarmi tra duemila anni in tempo di pandemia Sono proprio mie, non le ho copiate e, inoltre, esisto veramente.

Vediamo oggi da quale distanza
da quanti milioni di anni luce
arriva la tua voce nuova diversa
sgusciata come la polpa di banana
dalla buccia esce tutta
compatta estranea intatta
inaspettata.

Qui stiamo col piede asciutto
fermo ma non in salvo ancora
chiusi rinserrati tra le mura
mentre fuori infuria la bufera
è un ciclone da allerta meteo
ma l’emergenza lo accantona
lo sovrasta e infuria più duramente
si perdono nei grandi numeri
le storie dei singoli
ma si capisce ugualmente
come famiglie intere
siano devastate dai lutti
dalla febbre.

E noi corriamo
come Erinni o Baccanti
su per i monti
corriamo infelici
lontano.

*

Dipingerò un campo di girasoli
nel mio prossimo quadro
una distesa di girasoli
accesi di giallo come il sole.

Un girasole per ogni caduto
di questo male

Il quadro è nato, finito quando il numero dei morti ha toccato il suo picco.

Studio di Silvio Aman su “Canti della clausura e del deserto” – poemetto in quindici stanze, inediti di Silvio Raffo

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There is a strenght in proving that it can be borne

Although it tear –

What are the sinews of such cordage for

Except to bear

The ship might be of satin had it not to fight –

To walk on seas requires cedar Feet

 

Il senso della forza è nel provare

che a ciò che ti distrugge puoi resistere –

a che servono i nervi di una fune

come la tua, se non per sopportare –

Fosse la nave di raso, non occorrerebbe lottare –

Per camminar su mari ci vogliono piedi di cedro

 

(Emily Dickinson)

 

A me che al chiaro tendo

nuvola tenebrosa

insiste il firmamento

a consacrare sposa

 

sento dalle segrete

dell’anima una fonte

premere – dalla sete

odo catene gemere

 

ma non so che germoglio

di pietra sboccia intanto

e quell’intima vena

mura in ghiacciato pianto

 

*

cammino (solo in sogno)

per certe bianche strade

dove i passi non toccano il selciato

 

in verità dimoro

entro murate stanze

il cui ingresso da Gorgoni è vegliato

 

*

pietra di sogno

inarca il mio recinto

filtra da crepe

il canto del deserto

penso talvolta al mio chiuso dolore

come a un prisma di ghiaccio levigato

trasparente prigione –

dall’esterno

invisibile vedo mani tese

tastare la parete, puntellare

la rocca inespugnabile in eterno

*

Fende le nubi il mio pugnale azzurro

depredando le case ampie del cielo

 

ma sotto a quelle sfere, ad onde, a flussi

e riflussi di torbide correnti

che assalti di scirocchi e di libecci

che bufere d’oblio fosforescenti

 

le sere che placarsi sembra il vento

dal tumido furore che deborda,

mutarsi in carezzevole elemento

che fiamma o fumo tetro non ammorba

 

un gelo cala sulle buie rive

del mio orizzonte, livida una lama

s’irradia nell’antartico splendore

e da lampi assediato il giorno muore

 

le notti sono inferni di tregenda

distillate da un’orrida fucina,

visceri d’astri aggrovigliate serpi

che dilania un falcone da rapina

 

e ho conosciuto un’alba di corallo

rossa come una lingua che lambiva

su un morto fiume, fulgido sciacallo,

brandelli del mio corpo alla deriva

 

*

è la Memoria un lungo corridoio

con le pareti foderate a specchi,

privo di pavimento –

ai due lati un abisso, lo strapiombo –

io cammino a ritroso sulla fune

tesa da un’inflessibile Distanza

per chissà quale orrendo esperimento

 

*

a volte un volto occhieggia nella notte,

una forma tra umana ed animale –

con modi ambigui e frasi d’occasione

una tregua propone a basso prezzo,

a garanzia della liberazione –

non scendo a patti mai, benchè lo strazio

raddoppi nel mio gioco innaturale

 

*

ho la nebbia negli occhi

i nervi a pezzi

fiacche, piagate membra

si sfaldano le ossa –

nella buia visione

mi sorridono vermi da una fossa

 

 

*

m’è divenuto familiare il canto

che lieve ascolto a tratti risalire

dalla piatta distesa che circonda

le mura della torre – come voce

che dalle aggrovigliate ondose spire

della sabbia il tormento voglia dire

al condannato fisso alla sua croce

 

*

“prigioniero comanda al tuo Signore

di rinsaldare i nodi della corda

tu claustrato funambolo cantore

corpo insonne al martirio, anima sorda,

ancora un poco soffri la tua pena

dividila coi grani della rena”

 

*

“anche se qualche inganno ti sedusse

di quando in quando, tu non distogliesti

lo sguardo mai dalle tue stelle fisse

 

a ciò non fosti il solo, altri patimmo

gli stessi inganni, e tutto il tuo martirio –

nella sabbia la pena seppellimmo

per attutire l’urla del delirio

 

accecati da un sole mercenario

abbiamo trascinato questa vita

di giorno in giorno, al vaglio della pena

a denti stretti. Meglio se desista

il tempo dal suo futile cimento,

meglio la sosta ai limiti d’Altrove

dove la luce sfumi nel riverbero

 

qui la luce è miraggio liquescente,

fata morgana, alone d’ametista

l’occhio velato è pago di quel niente

un ragnatelo maschera la vista

 

così per l’acqua: di secreti umori

s’alimenta una sotterranea linfa

che ci conforta nell’eterno ardore –

dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente d’ogni nostro canto”

 

*

m’addestra il canto a sopportar la croce

poi che verrà – già il duro abbraccio sento

ed il suo antico peso riconosco –

in un vivido lampo mi rammento

che mi s’era promesso da bambino

nascosta agli occhi, con tarlata voce,

quando m’ero smarrito in quel giardino

*

crocifissione, palma del martirio –

la mano bianca dell’impalatore

consacra il corpo all’ultimo sigillo –

ma il suo volto è velato dal pudore

 

non lo vedrò: sarà come per l’angelo

che mi bendò quando mi benedisse

 

ma dai modi gentili fu tradito –

in lui mi riconobbi, e fui punito

 

*

Passione, compimento del Calvario –

smaglia le carni il tuo pietoso uncino

e l’anima si libra dal sudario

 

(1989)

 

Pourtant, sous la tutelle invisible d’un Ange,

l’Enfant déshérité s’enivre de soleil,

Et dans tout ce qu’il voit et dans tout ce qu’il mange

Retrouve l’ambroisie et le nectar vermeil.

 

Il Joue avec le vent, cause aver le nuage,

Et s’enivre en chantanto de chemin de la croix;

Et l’Esprit qui le suit dans son pèlerinage

Pleur de le voir gai comme un oiseau des bois.

 

Tous ceux qu’il veut aimer l’observent avec crainte,

Ou bien, s’enhardissant de sa tranquillité,

Cherchent à qui saura lui tirer une plainte,

Et font sur lui l’essai de leur férocité.

C. Baudelaire, Bénédiction

 

Il Poemetto (1989) cui presiede nel posto d’onore Emily Dickinson, si avvicina alla forma prosodica del discordo perché, sebbene vi prevalga la quartina, presenta una discreta eterostrofia. Questa forma, in un poeta conosciuto per il suo classicismo e la capacità di scrivere versi impeccabili, è tuttavia motivata dall’aspetto desultorio e spesso drammaticamente teso della composizione.

Per ciò che riguarda il titolo principale, esso assume un diverso valore riguardo al recente Il taccuino del recluso per il fatto di non dipendere da una costrizione oggettiva (il divieto di abbandonare la propria casa per non essere contaminato dal virus) bensì psicologica e, per estensione, esistenziale.

Il senso della forza, esemplato da Emily Dickinson, consiste nel provare che si può resistere agli effetti distruttivi, procurandosi «i nervi di una fune» e i «piedi di cedro» cioè lo scafo per camminare sull’onda marina, sennonché Silvio Raffo lascia trapelare una direzione opposta con evidenti caratteri platonico-cristiani per il riferimento al Calvario, alla passione, alla croce e, di conseguenza, al librarsi dell’anima dal sudario:

 

Passione, compimento del Calvario –

smaglia le carni il tuo pietoso uncino

e l’anima si libra dal sudario

 

La passione, che qui non è intesa nei comuni termini affettivi, appare il compimento della salita al Golgota come preludio alla liberazione dal corpo: proprio per questo, l’uncino al suo servizio è definito «pietoso».

Calvario potrebbe essere inteso in termini metaforici, come quando si dice “che calvario!” ma alcuni riferimenti nei Canti e in poesie di altre raccolte, lo determinano come situazione permanente. Occorre, tuttavia, vedere come.

Ciò che qui si nota, è il contrasto fra tendenza alla luce (cui Raffo, anche per la sua figura e le sue esposizioni pubbliche, pare davvero votato) e la «nuvola tenebrosa» contrasto seguito dalle altre figure opposte dell’idrico e del gelidamente litico. Flusso, dunque, ma gocciolante da un cuore che si è trasformato in dolente alambicco:

 

sento dalle segrete

dell’anima una fonte

premere – dalla sete

odo catene gemere

 

ma non so che germoglio

di pietra sboccia intanto

e quell’intima vena

mura in ghiacciato pianto

 

La prima di queste quartine echeggia a rovescio e da lontano i distici iniziali che d’Annunzio dedicò alla celebre villa progettata da Pirro Ligorio per il cardinale Ippolito d’Este, non senza la suggestione da Jeux d’eau à Villa d’Este dell’abate Liszt (quante gocce si sentono in questa musica!) che il poeta aveva avuto modo di ascoltare da giovinetto proprio in quella villa in una notte di plenilunio, sennonché in Raffo il «pianto» come spirito canoro del Pescarese

 

(Quale tremor profondo la pace degli alberi, o Muse,

agita e alle richiuse urne apre il sen profondo?

 

Chi, dentro gli àlvei muti svegliando gli spirti del canto,

leva sì largo pianto d’organi e di liuti?)

 

assume i timbri della Musa dolente:

 

“… dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente del nostro canto”.

 

Così intonano i fantasmi, cioè i simili, dal deserto. A questo punto sorge la domanda: si tratta della ninfa o della sirena? Nella mitologia certe ninfe subiscono la metamorfosi salvifica che le trasforma in fonti e fiumi, elemento libero, inafferrabile e canoro, mentre qui essa parrebbe assimilarsi alla dolente sirena in cerca del contatto umano, e proprio per questo il suo canto è anche quello del pianto, con rima vagamente paronomastica, ma non antonimica, perché il primo può ben nascere dal secondo. Anche d’Annunzio nomina il pianto con una tonalità tuttavia diversa, perché quello delle fonti richiama ambivalenti sonorità: un continuo oscillare – nel suo chiocciolio – fra la dimenticanza e il melanconico ricordo di ciò che la ninfa era, ma sempre fluido e vitale. Non bisognerebbe inoltre escludere il carattere erotico della ninfa (assieme alla nomenclatura riferita agli orli della matrice: le ninfe) che Raffo sterilizza e addolora nel canto ostruito dal «germoglio di pietra» “vegetale” ma sterile, come lo sono le stalattiti formate nel buio dal lento “goccia a goccia”.

Silvio Raffo non soffre certo di aridità poetiche, anzi le sue composizioni sgorgano con sorprendente generosità e ricchezza d’immagini musicali spesso positive, mentre qui la sua incantevole voce, anziché scorrere abbeverando, s’intreccia e congela nella figura “litovegetale”. A questo proposito, mi sembra che anche nei versi onomatopeici «… dalla sete/ odo catene gemere» “sete” possa richiamare, per inconscia analogia, gli acquatici fruscii della seta-satin presenti nella poesia dickinsoniana in opposizione al gemere, cioè della pressione intimamente inibita. Certo al posto del flusso vitale abbiamo il doloroso gocciolio dai «meati» che in tal caso assume maggiore intensità, sebbene non lo accolga la preziosa coppa della poesia, come si legge in un altro libro, ma il graal del crocefisso.

Dopo la terza stanza, si presenta una cesura nel flusso ideativo, sia pure alleviata da una specie di assonanza con vaga funzione di coordinamento ritmico di pianto: selciato parzialmente assonanti, e da questo punto in poi il poemetto offre una serie di elementi che dilatano il motivo della quartina successiva alla poesia di Emily Dickinson: «A me che al chiaro tendo/ nuvola tenebrosa/ insiste il firmamento/ a consacrare sposa».

Raffo ha già nominato questo matrimonio in Annuncio di nozze: «Io/ e Madamigella Poesia/ ci siamo sposati/ stasera/ alla Casina Valadier». Ora però la fiabesca ironia di Annuncio scompare e il percorso assume un tono drammatico, sicché, dalla terzina spettrale in cui il poeta sogna di camminare «per certe bianche strade/ dove i passi non toccano il selciato» (bianco con una probabile connotazione funebre) segue un capovolgimento: «in verità dimoro/ entro murate stanze/ il cui ingresso da Gorgoni è vegliato».

Dalla «pietra di sogno» di cui la torre è formata, filtra però (non si sa se davvero consolatorio) il canto del deserto, il sabbioso “responsorio” affratellante e incitativo da parte degli altri condannati, i fantasmi ora sepolti laggiù, extra muros.

Il poemetto si muove insomma nei modi della rapsodia attorno ai centri gelo e condanna, tutti inquilini di una torre inespugnabile, i quali non presentano più i risarcimenti del prezioso elisir distillato dal dolore, tanto che al pugnale azzurro che fende le nubi «depredando le case ampie del cielo» (l’immagine potrebbe richiamare il Nimrod di Enigma Variations di Edward Elgar) segue la distillazione di «un’orrida fucina».

E la memoria? Essa è un corridoio di specchi fra due abissi in cui il funambolo, con rischio raddoppiato, cammina a ritroso su una fune significativamente «tesa da un’inflessibile Distanza» perciò senza produrre alcuna effettiva avanzata, e di questo c’è semmai da rallegrarsi, perché le poesie di Raffo, circolarmente musicali, non rovistano nella spazzatura della memoria volontaria. Come l’acqua che forma le stalattiti si congela nel calcare con cui forma una selva a rovescio – e nel tempo la sua omonima in crescita dalle stalagmiti – essa potrebbe attendere questa congiunzione… al fine di ricostruire una storia personale? Direi di no: semmai per cancellarla nelle acque materne.

La fune, presente nella poesia della Dickinson come immagine di forza, rappresenta dunque di nuovo un rovescio, trasformandosi in quella del «claustrato funambolo cantore» la cui polarità è astrale e lontanissima dalla tregua proposta dalla forma «tra umana e animale», e lo stesso moto contrario, per usare una figura presente in musica, è attivo nella lama che non fende più i cieli per sgominarne le case, ma l’«antartico splendore»:

 

… livida una lama

s’irradia nell’antartico splendore

e da lampi assediato il giorno muore

 

Figura retrovolta? No, perché il funambolo, nel retrocedere, si allontana dal futuro senza nulla vedere del passato.

Nell’ottava stanza, il poeta nomina la lusinga proposta da «una forma tra umana ed animale» che

 

con modi ambigui e frasi d’occasione

una tregua propone a basso prezzo

a garanzia della liberazione –

non scendo a patti mai, benché lo strazio

raddoppi nel mio gioco innaturale

 

liberazione offerta invece dal Calvario, come evidenziano i tre versi finali dei Canti. Del resto, nella dodicesima stanza si trova (come voce dal deserto dei compagni di sventura): «“anche se qualche inganno ti sedusse/ di quando in quando, tu non distoglieresti/ lo sguardo mai dalla tue stelle fisse”».

Rileggendo le poesie di Raffo, non ci vorrebbe molto a identificare la forma dal doppio attributo: è quella della persona comune, lontana dalla poesia e dall’anelito che spinge il poeta platonico a vedersi rinchiuso nella torre come i contratti prigioni michelangioleschi lo erano nel marmo.

Riguardo alla luce cui il poeta tende, nella dodicesima stanza, appare la precisazione:

 

qui la luce è miraggio liquescente,

fata morgana, alone d’ametista

l’occhio velato è pago di quel niente

un ragnatelo maschera la vista

 

così per l’acqua: di secreti umori

s’alimenta una sotterranea linfa

che ci conforta nell’eterno ardore –

dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente d’ogni nostro canto

 

Non si tratta, perciò, della luce in cui appare il mondo fenomenico, altrimenti il poeta non nominerebbe il «ragnatelo» ma di quella mirifica e stillante del canto-pianto. All’acqua come metafora del flusso poetico si associa insomma la luce «liquescente» per il fatto di presentarsi come portatrice del miraggio, cioè della stessa ispirazione del poeta rinchiuso nella torre e addestrato dal canto «a sopportar la croce». Da solo? No, perché, come ricordato sopra «dalla piatta distesa che circonda le mura della torre» il poeta ascolta risalire a tratti il canto-esortazione dei compagni di pena:

 

prigioniero comanda al tuo Signore

di rinsaldare i nodi della corda

tu claustrato funambolo cantore

corpo insonne al martirio, anima sorda,

ancora un poco soffri la tua pena

dividila coi grani della rena

 

cioè con le miriadi dei simili «accecati da un sole mercenario» che offre «la tregua a basso prezzo» per cui, tornando all’acqua e al riverbero, lungi dalla fissità della luce naturale, i condannati agognano i sembianti, sebbene illusori («qui la luce è miraggio liquescente») qualcosa d’indiretto e sublimato nella poesia… e questa, almeno nel Nostro, è più lunare che solare. D’altra parte, la rivelazione di certe sfumature d’immagine e pensiero, avviene con l’ausilio delle penombre poetiche e i loro riflessi, non nella luce naturale.

Nella terzultima e penultima stanza, dove Raffo diventa enigmatico, è nominata la croce promessa al bambino smarrito «in quel giardino» che si suppone sia l’Eden per la presenza dell’angelo non sottoposto alla natura, e costui sa di non doversi far riconoscere, così come l’impalatore pudico (con un passaggio non meno cruento e impudico alla crux simplex) non sarà visto dal martire, perché il martirio, benché promesso, rimane incognito fino alla sua rivelazione (sarà stato, usando il futuro anteriore) ma anche duplice: intreccio di pianto e canto, senza soluzione di continuità.

La precoce condanna dipende dal fatto che il bambino riconosce se stesso nell’angelo, cioè – per riprendere la precisazione – in chi non ha «forma tra umana e animale». Quest’ultima, nell’Eden, è sottoposta alle lusinghe del Tentatore, secondo la plausibile interpretazione di Beverland (in Il peccato di Adamo ed Eva) mentre il poeta persegue il suo «gioco innaturale» al fine di ottenere dal proprio alambicco i profumi della poesia ai quali il corpo recluso si ribella con le sofferenze ben note a Santa Teresa d’Avila, che nella sua lotta contro il demonio, alias il sole mondano e «mercenario» confessa appunto le pene perpetrate dall’«orrida fucina» perché resistere alla natura comporta il raddoppio dello strazio.

 

Silvio Aman

 

Bibliografia 

 

Eveline

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Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

Nei racconti di Gente di Dublino, opera pubblicata nel 1914, lo scrittore irlandese James Joyce  vuole fornire una testimonianza emblematica dei personaggi della città di Dublino, nevrotici, alienati, ossessivi, frustrati, falliti nelle loro aspirazioni, incapaci di agire e di cambiare il corso della loro vita. Con Eveline, quarto dei quindici racconti della raccolta, inizia la serie dedicata all’adolescenza. Eveline è una ragazza di diciannove anni, che ha trascorso un’infanzia misera e triste, segnata dalla morte di un fratello amato, dalla pazzia e dalla morte della madre, dal disamore del padre, dalla povertà. Queste drammatiche vicende l’hanno segnata e le precludono il riscatto finale, portandola alla rinuncia passiva. Davanti alla prospettiva della fuga e al progetto di una vita più serena, confortata dall’amore di un giovane, Eveline si rivela incapace di scegliere, incarnando il tema, ricorrente nella letteratura del Novecento, dell’inettitudine e dell’inerzia di fronte alle scelte della vita. La ragazza rappresenta l’immobilità dei Dublinesi. Quel suo starsene sempre ferma, davanti alla finestra, poi aggrappata al parapetto della banchina, definisce la paralisi dell’animo. La salvezza per lei  è la figura di Frank, giovane buono e generoso, che le suggerisce la possibilità di una nuova vita. Il peso dei legami familiari e la polvere però opprime e uccide in lei ogni volontà di riscatto. Tutto intorno alla ragazza è polveroso e incenerito, gli oggetti della casa, il sentiero, le vecchie fotografie;  l’opprimente strato polveroso diviene inquietante metafora della condizione umana, in cui è soffocato ogni slancio verso la felicità. Il flusso di coscienza, tipico di Joyce, è reso attraverso il discorso indiretto libero o il monologo interiore. Il racconto inizia con alcune brevi annotazioni del narratore esterno che descrive un ambiente domestico modesto e triste. Dopo poche battute il narratore assume il punto di vista della protagonista che, alla finestra, osserva il buio della sera che pian piano invade la stanza. Tramite la focalizzazione interna infatti sono analizzati i più segreti moti dell’animo di Eveline. La fabula appare statica, quasi immobile, la voce narrante però interseca i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza con le prospettive della vita futura. I tre piani temporali si intersecano e si sovrappongono continuamente, rincorrendo il libero flusso dei pensieri della protagonista che riguardano l’infanzia, la casa, la brutalità del padre, i progetti di fuga con Frank, i ricordi della madre morente. A una prima lettura il racconto risulta caratterizzato dal registro realistico, per le dettagliate descrizioni. Si scopre, poi, che l’oggettività è solo apparente e che il carattere dominante della narrazione è quello psicologico. Nel racconto affiora di tanto in tanto il narratore onnisciente: ad un certo punto Eveline ascolta il suono di un organetto in strada e si sente lacerata interiormente perché è divisa tra la volontà di liberazione e il senso del dovere per aver promesso alla madre di prendersi cura della famiglia. Nella parte conclusiva del racconto si svolge l’azione vera e propria, Eveline è vittima di una paralizzante crisi di panico, che rivela la sua drammatica dimensione di “morte in vita”.

*

Stava seduta vicino alla finestra, a guardare le ombre della sera che calavano sul viale. Con la testa appoggiata contro le tendine, aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca. Passava poca gente. Passò l’uomo della casa in fondo che rientrava, e lei sentì il rumore dei suoi passi sull’asfalto del marciapiede, poi lo scricchiolare dei suoi piedi sulla cenere del sentiero davanti alle case nuove con la facciata rossa. Lì, una volta, c’era un prato, dove giocavano tutte le sere con gli altri ragazzi. Poi un tale di Belfast aveva comprato il terreno e su di esso aveva fatto costruire le case, non piccole case scure, come le loro, ma allegre case di mattoni rossi, con il tetto lucido. Tutti i ragazzi che abitavano nel viale andavano a giocare in quel prato – i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh, lo storpio, lei, i suoi fratelli e le sorelle. Ernest no, lui non ci andava mai, a giocare: era troppo grande. Molte volte suo padre veniva a cacciarli via con il suo bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e quando lo vedeva venire dava l’allarme. Eppure sembrava che fossero piuttosto felici, a quei tempi. Suo padre non era tanto cattivo, in fondo; e poi c’era ancora la mamma. Era passato molto tempo, da allora; lei, i fratelli e le sorelle erano tutti diventati grandi; la mamma era morta. Anche Tizzie Dunn era morta, e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Anche lei, adesso, stava per andar via, come gli altri, stava per lasciare la sua casa. La casa! Si guardò in giro per la stanza, vide ancora una volta tutti quegli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni senza mai riuscire a capire da dove diavolo venisse tutta quella polvere. Forse non li avrebbe mai più visti, quegli oggetti familiari, dai quali non avrebbe mai immaginato di doversi separare. Eppure, in tutti quegli anni, non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa al muro sopra l’armonium rotto, di fianco alla stampa a colori con la rivelazione alla beata Margherita Maria Alacoque. Era stato compagno di scuola di suo padre. Ogni volta che faceva vedere a qualche ospite quella fotografia, suo padre si limitava sempre a dire distrattamente: – Vive a Melbourne, adesso. Aveva acconsentito a andar via, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene? Cercò di considerare la questione da tutti i punti di vista. In quella casa aveva comunque un tetto e da mangiare; aveva intorno la gente che conosceva da quando era piccola. Certo che doveva faticare parecchio, a casa come al lavoro. Che cosa avrebbero detto, ai Magazzini, quando avrebbero saputo che era scappata con un uomo? Che era una sciocca, forse; e avrebbero messo un annuncio per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta. La punzecchiava sempre, specialmente se c’era qualcuno che sentiva. – Signorina Hill, non vede che quelle signorine stanno aspettando? – Un po’ di energia, signorina Hill, per favore! Non c’era proprio da farci una malattia, a lasciare il negozio. Nella casa nuova, invece, in un lontano paese sconosciuto, sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata, lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto, non l’avrebbero trattata come la mamma. Anche adesso, che aveva diciannove anni compiuti, le capitava di sentirsi minacciata dalle violenze di suo padre. Era per questo che le erano venute le palpitazioni, lo sapeva. Quando erano ancora piccoli, lui non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry e Ernest, perché era una femmina; ma poi aveva incominciato a minacciarla, a dirle quello che le avrebbe fatto se non fosse stato per la memoria della sua povera mamma. E adesso non c’era più nessuno a difenderla. Ernest era morto, e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in giro. E poi le continue discussioni per i soldi, tutti i sabati sera, immancabilmente, le erano divenute ormai indicibilmente penose. Dava in casa tutto il salario di sette scellini, e anche Harry mandava quel che poteva, ma il dramma era farsi dare qualcosa da suo padre. Le diceva che era una spendacciona senza testa, che non era affatto disposto a darle i suoi sudati quattrini per farli buttare dalla finestra, e le diceva anche di peggio, perché di solito il sabato sera era di pessimo umore. Poi, finalmente, le dava un po’ di soldi, le domandava se aveva intenzione o no di comprare qualcosa per il pranzo di domenica. Allora lei doveva correre senza perder tempo a fare la spesa, e farsi strada a gomitate in mezzo alla gente, con il suo borsellino di pelle nera stretto in mano, e poi tornare a casa tardi, carica di pacchi. Aveva il suo daffare per mandare avanti la casa, e badare che i bambini, rimasti affidati a lei, andassero a scuola regolarmente e mangiassero nelle ore giuste. Un lavoro duro, una vita grama, eppure, adesso che stava per lasciare tutto quanto, già non le sembrava poi così terribile. Stava per cominciare un’altra vita, con Frank. Frank era molto buono, forte, generoso. Sarebbe andata via con lui, sul piroscafo che partiva quella notte, e sarebbe stata sua moglie, e avrebbero vissuto insieme a Buenos Aires, dove lui le aveva già preparato la casa. Se la ricordava benissimo, la prima volta che lo aveva visto: era venuto a pensione in una casa sulla strada principale, dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le sembrava che da allora fosse passata soltanto qualche settimana. Lui stava al cancello, con il berretto buttato indietro e i capelli che gli cadevano sulla faccia abbronzata. Poi avevano fatto conoscenza. Lui l’aspettava fuori dai Magazzini, tutte le sere, e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La ragazza di Boemia, e lei si era così emozionata, seduta vicino a lui, a teatro, in quei posti che non le erano abituali. Lui aveva una gran passione per la musica, e se la cavava anche a cantare. La gente sapeva che si volevano bene, e così, quando lui cantava quella canzone della ragazza innamorata di un marinaio, lei si sentiva sempre un po’ imbarazzata, ma era una sensazione piacevole. Lui per scherzo la chiamava Papavero. In principio, lei era molto suggestionata all’idea di avere un ragazzo, poi, in un secondo tempo, Frank aveva incominciato a piacerle davvero. Le parlava di paesi lontani. Aveva incominciato come mozzo, con una paga di una sterlina al mese, su una nave della Allan Line che faceva servizio con il Canada. Le diceva i nomi delle navi sulle quali aveva navigato, le descriveva le diverse mansioni a bordo. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano, e le raccontava certe storie spaventose sui selvaggi della Patagonia. A Buenos Aires, diceva, aveva avuto un colpo di fortuna, ed era tornato in patria solo per una vacanza. Il padre di lei, naturalmente, aveva saputo di quella faccenda, e le aveva proibito di continuare a vederlo. – Li conosco bene, io, i marinai –, aveva detto. E un giorno avevano avuto un alterco, lui e Frank, e da allora lei si era dovuta incontrare di nascosto con il suo innamorato. Faceva sempre più buio, sul viale, e il bianco delle due lettere che teneva in grembo si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo preferito era sempre stato Ernest, ma voleva bene anche a Harry. Negli ultimi tempi, suo padre stava invecchiando: se ne era accorta, e sapeva che gli sarebbe mancata. Anche lui sapeva essere gentile, a volte. Non molto tempo prima, un giorno che lei aveva dovuto stare a letto malata, lui era venuto a leggerle un libro, una storia di fantasmi, e le aveva abbrustolito del pane sul fuoco. Un’altra volta, quando c’era ancora la mamma, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth, e ricordava che suo padre si era messo in testa il cappellino della mamma per far ridere i bambini. Il tempo passava, ma lei continuava a starsene lì, seduta vicino alla finestra, con la testa appoggiata alle tendine, respirando l’odore del cretonne polveroso. Lontano, giù nel viale, sentì suonare un organetto. Lo conosceva, quel motivo. Strano che fosse venuto proprio quella sera a ricordarle la promessa che aveva fatto alla mamma, la promessa di badare alla casa il più a lungo possibile. Le venne in mente l’ultima sera con la mamma malata: era lì al buio, nella stanza chiusa, dall’altra parte dell’anticamera, e fuori si sentiva suonare una malinconica canzone italiana. Poi avevano dato sei pence al suonatore dell’organetto per mandarlo via. Si ricordava di suo padre, che era tornato tutto fiero nella stanza della malata, dicendo: – Maledetti italiani! Proprio qui, devono venire! – e mentre ci pensava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la visione penosa della vita della mamma, una vita di sacrifici quotidiani conclusa con la pazzia. Tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza: – Derevaun Seraun! Derevaun Seraun! Subito la prese un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Fuggire! Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma quello che voleva era vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia, l’avrebbe stretta forte tra le braccia. L’avrebbe salvata. Era lì, in mezzo a quella marea di folla, nella stazione di North Wall. Lui le teneva la mano, e lei si rendeva conto che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sul viaggio. La stazione era piena di soldati, con i loro zaini di tela scura. Di là della tettoia, oltre la banchina, intravedeva la sagoma nera della nave, gli oblò illuminati. Non rispondeva alle sue domande. Si sentiva la faccia pallida e fredda, e in una vertigine di desolazione chiese a Dio di guidarla, di mostrarle quale fosse il suo dovere. La sirena della nave fischiò a lungo, lugubre, nella nebbia. Se partiva, il giorno dopo sarebbe stata in mare aperto, con Frank, in navigazione verso Buenos Aires. I posti erano già fissati. Poteva ancora tirarsi indietro, dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? Dall’angoscia, sentiva dentro un urto di nausea, e continuava a muovere le labbra in una muta, fervida preghiera. Il suono di una campana le batteva contro il cuore. Sentiva che lui la prendeva per la mano: – Vieni! Tutti gli oceani del mondo tumultuavano intorno al suo cuore. E lui la stava spingendo lì dentro, la faceva affogare. Si aggrappò con tutt’e due le mani al parapetto di ferro. – Vieni! No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrappavano freneticamente al parapetto. E, dal gorgo, lei gridò il suo tormento. – Eveline! Evvy! Lui correva di là della cancellata, e le gridava di seguirlo. Gli gridavano di andare avanti, ma lui continuava a chiamarla. Lei voltò verso di lui la sua faccia pallida, inerte, come un animale senza scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.

James Joyce, da Gente di Dublino