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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

1° maggio 2022 – Pace e lavoro

01 domenica Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Una vita in scrittura: Fernanda Ferraresso

27 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Fernanda Ferraresso, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Fernanda Ferraresso che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Fernanda.

IN PUNTA DI PIEDI E CON LE SCARPE IN MANO INCAMMINARSI
SCRIVERE IL GRANDE VETRO

(Fernanda Ferraresso – inediti)

Lo dico così come mi viene, scrivere è scrivere in terra, graffiandosi le mani
spezzandosi le dita, scrivere con la propria vita restando in piedi tra cose che non stanno mai ferme
restare fermi tra gironi di inferni e ghiacci che presto sciolgono i loro ormeggi
credere d’essere d’essere ancora, persi tutti i nomi che credevamo noi, che pensavamo nostri
mentre le ossa calcificano bianco, un attonito bianco, di cenere.
.
a che serve questo sciogliere
lo spago e ferirsi dentro
per l’amianto
che nel fondo della parola incancrenisce delle sue polveri morte?
Che cosa
lesta si aggrappa come cagna
nel calore di una voglia
dietro il muso della parola
grossa gonfia
di sangue troppo pregna
e d’altro si abbatte su un muro
come acqua in uno schianto di lance
senza salvataggio

.
Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua
conoscenza, e apparire a se stesso obiettivo, alla fine
non ne ricava nient’altro che la propria biografia.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano

Scrivere pensando di leggere
i luoghi del mondo mentre
è sempre se stessi che si guarda
di fronte a un cumulo di oggetti
che si sono accasati
accatastati in luoghi del nostro sangue
infittendosi in memorie
ingombrando i giorni
di involucri di vetro
tutti gli specchi in cui credevamo
di avere visto gli altri
ed eravamo noi
ogni volta quell’io trasformista
che sa essere tutto
perché ogni cosa
è solo un vento elettrico
che ramifica i pensieri
strappa i sogni e li riconguaglia
in segni e disegni
senza scampo l’esperimento di vivere
è sempre all’inizio
.

Scrivere i sogni, questo ho fatto sempre, perché la vita è un insuperabile conflitto
dove realtà e irrealtà costruiscono a vicenda l’intero teatro di un attimo
tanto e poco dura l’incantesimo di cui non sappiamo il senso, di cui fatichiamo a comunicarci
il linguaggio, il luogo e l’orizzonte curva ogni nostra storia, distogliendoci
da quanto si fissa in noi per creare il passaggio a quell’oltre spesso desiderato
a cui siamo legati con un senso di abbandono, o nostalgia di un miraggio, dove la morte e la sua 
parola profonda nega a ciascuno un durevole attracco, ricordo del sogno dentro cui vivi si muovono 
tra incontri e conflitti, spaesamenti e drammi, repentine fantasie a cui preclude l’affioramento
in una messa in scena che è questa realtà spietata cruda e durissima che non lascia fiorire che i 
segni, di una vita maldestra e fuggiasca, che cerca di divincolarsi comunque dai nostri corpi infetti 
da corrotte opere, semplicemente umane.

.
in uno stato di veglia
insonne ascoltare il graffio
che incido con l’ago sulla superficie
mia pelle dura trasparenza e giacimento di silenzio
vuoto sotto ogni scoria
l’espulsa parola fradicia di paura
tra verbi lame di coltello e cristalli di scrittura
fragile fragile fragilissima impugnatura
di quel vincolo immaturo
sempre così poco conosciuto e sempre
innocente nella frontiera di una parentela che ci fa
padre madre fratello sorella e
figlio figlia l’abito che si indossa fino alle ossa
e reliquia di alleanza tra persone senza nome
un corpo bianco un brano di tu e io e loro
mai abbastanza noi in una parola bugiarda e
bugiardino del veleno farmaco di ognuno
di noi spergiuro e piana una giuntura
tra alte asperità di pensiero convulso un nodo di volti
umani ancora un poco
sotto l’ipnosi di una realtà mai abbastanza magnanima
che graffia con le unghie e morde
coi canini sguinzagliati dentro la carne
avara di bene e pozzo che scrive sempre
solo se stessa.
.
Scrivere è stare sulla soglia
vivere lo strabismo di uno sguardo
lanciato nell’interno labile di un paesaggio
diurno e notturno frammento di un globulo di luce mai nostro
dall’altro è uno stare fermo nell’immanente
gioco dei nomi creando vetrerie frangibili
per un minimo soffio di vento che sposta
l’asta in cui chi guarda si vede
.
Dall’altra pace della voce
smarrire i toni e i timbri degli inchiostri
breviari brevi diari viari

dall’altra pace della voce

non si può guardare non c’è
traccia di nessun dialogo le lettere
sono scomparse annegate negate in un profondo non

essere è senza corpo e l’abito si strappa
suicida la voce sdrucita vagando ora un labirinto
ora la fronte nuda resta monca di ogni lettura

Dall’altra pace della voce
l’eco è morire?

Dall’altra parte
la gola che là i n c h i o d a la voce
trasmigra quel corallo
vermiglio ineludibile consiglio o semplice un coniglio
il capodoglio che inabissa il cordoglio
e niente resta nessun resto della bestia
anomala che attrae incuriosisce e spaventa
paventando l’assurda piazza della pira che arde
l’ara della fine che urla in ciascuno l’agonia come un’ingiuria
contro la nostra ignoranza che ci ha permesso d’essere
ripetitivi monotoni lagnosi remissivi falsi
alieni a noi stessi e incapaci di pronunciare davvero
una parola chiara una lettera
una
anche una sola
senza necessità di valore
ma viva
.
forse adesso
forse è questa l’ora buona
di abbracciarla sfiorarle la bocca
con un dito la punta del desiderio
in punta di penna spogliarla
sul bianco del foglio esporre nudo il corpo
spavaldo il cielo che ha nel centro del petto
parole fronde voci profonde
e con la lingua toccarla là dove di piacere
al tuo il suo corpo si fonde
nuda
poesia
.
Io pianto radici
tra i luoghi anche
anche se
per risarcirmi di tanta solitudine
a volte ho provato
a trovare un piccolo invaso
di terra un coccio in qualcuno
ma
sempre la distanza ha fiorito semi
copiosi allori sotto la cui ombra gli altri
preferivano sostare
io sono un sassolino
un tubero secco da tempo
non fiorisco
e non ho casa
che non sia aria
un respiro misurato
dalla bocca ingoiato
in tutto il corpo in gioia
trasformato in f f f f fiato
.
di qua di là
prima dopo
si confondono i nostri passi
e sempre si ritrovano ad un bivio
potessimo in punta di piedi
muoverci come un respiro può
nel suo corso tra infinito e
finito
il nostro piccolo foro di luci
quanti nei sensi e un silenzio
così fitto di parole in continua dissoluzione
e trasporto non d’aria ma
destino
cammino
oblio

senza lasciare dietro a sé
vaga
nemmeno un’ombra
.
stanare ogni parola
dalla sua buca o da un nido
aprire il nodo che la strangola
mentre scrivendo la senti
attraversare la mente
nuotarti la gola
e quelle strettoie avide
si allargano si allagano
di quell’immenso silenzio
che ogni sillaba contiene
trattenendolo e invasandolo nella seguente fino
a comporne un segno che ci doppia
ci sdoppia a volte ci frantuma
per regni dove il buio governa
e semi non umani ci dipingono in cuore sonorità
imponderabili
… e ancora mi è impossibile collocarmi con precisione
è così denso il corpo
è così vuoto il tra
scrivere lettere
e so bene che sono lettere a nessuno
sempre un tu l’altro che racconta e si racconta
tentando di ritornare
nel seminario in cui la vita ti ha germogliato
per poter iniziare a tracciare quell’esordio fortunato
in cui gli occhi videro
la prima volta
istituendo il desiderio di un luogo
da cercare e da percorrere
tutta la vita o il suo sogno
senza poter mai davvero trovare quei passi
ma forse ascoltandone il rimbombo
bere la miscela di latte e recitativi di preghiere
battiti e battute schiaffi silenzi
dalla scalcagnata tazza della memoria
e riderne a volte piangerne altre
orfana di quegli sguardi
come di animali furtivi e irraggiungibili
che sei stata tu e ancora lo sei
un fatto
di materiale della vita
a cui non puoi credere a cui non puoi che cedere
– lettere e lettere
.
vorrei scrivere solo poesie d’amore
vorrei spenderti così vita
mentre mi prendi chiedendomi in cambio
le ossa e l’avorio della memoria
il tiglio dei sensi e il taglio dello sguardo
l’intenso bagliore del giorno
quando ti guardo da dentro e per sempre ti mantengo
bruciante e vivida nottetempo raccattando sillabe nei campi
che si fanno parole rare gemme preziose che poi cadono
cedendo bacche semi di distillazioni luci
vita di ogni attimo ogni giorno poesie di un altro mondo
che trascina in questa riva una marea altissima
e dei mali crea residuari di atomi scomposti oceani
scintigrafie di universi che ancora un poco mi trattengono
spingendomi tra cose caduche e alberghi di verdissimi ospizi
nell’invisibile selva che ci cresce il corpo antico e nuovo
reliquario di attimi in quei bagliori degli affetti
che ci irrigano e in una cruna celeste ci dispongono
alla continuità del viaggio
.
Da In pochi attimi di vento- Terra d’ulivi Edizioni 2016

Ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di altri segni
un’intricata foresta i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora era senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole le crepe
sulle facciate di case ormai straniere
quasi una forca la memoria divarica la forcella
e innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio
della mia vecchiaia
incolta sulle spalle trae i pesi dei luoghi
le cimature degli alberi
le siepi gli orti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente riaffiora in quell’antro che è l’androne di una casa
dove abiti ora ma tutto sta stipato
in un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
perché i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano
in un niente così che a te non resta altro
che un vuoto
deposito di polvere tuo unico specchio

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Una vita in scrittura: Rita Pacilio

20 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Tag

Rita Pacilio, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Rita Pacilio che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Rita.

La mia vita in scrittura è legata indissolubilmente alla vita. L’orfanità paterna e la malattia di mio fratello hanno condizionato il mio stare al mondo, sicuramente.

Non denuncerò di me l’assedio
e il rapimento.
Sulla carne intreccerò l’amore.
Perdonerò anche Dio
perché tu non pianga.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Così, per sentirmi meno concentrata sulla parte più dolorosa della mia condizione interiore, ho deciso di calarmi nel mondo, nella sua profondità, e di cercare negli animi umani le stesse dinamiche emotive che mi somigliassero per trovare empaticamente una connessione emozionale. Partendo dagli altri ho imparato a conoscere e ad accogliere anche me stessa. Soprattutto, ho imparato ad avere rispetto amorevole per i segreti e gli aspetti misteriosi che appartengono alla natura.

Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario sarò povera delle solite cose.

(da La venatura della viola – Ladolfi, 2019)
***
Senza accorgermene, via via, la mia vita finiva nelle pagine dei miei libri. Con cura e pazienza mi sono lasciata invadere e incantare dalle metafore, spesso struggenti e impreviste, per catturare in maniera visionaria, le particelle impercettibili della storia, della memoria e dei sentimenti.

Dimmi che la mia bocca
butta giù le porte
quando tace.
E che mi porterai il mare
tra i piedi nudi
a parlarmi di tutto.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Ho studiato sociologia con laurea in psicologia sociale, specializzandomi nella mediazione del conflitto interpersonale, forse proprio per quietare tormenti interiori e le mie fragilità esistenziali.

Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
Studiare, leggere e scrivere sono sempre andati di pari passo: una specie di tessitura composta da tanti dettagli al fine di approfondire i fenomeni che muovono le emozioni. Mi sono sempre interrogata sull’assenza, sul tempo, sul perdono, sulla compassione e sul dolore. Mi sono occupata della solitudine e della frustrazione dell’ammalato, del disagio sociale, dell’indifferenza sociale, del corpo e della sua caducità.

Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite

è latente lo scontento sulle spalle.

Gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
L’amore in tutte le sue forme (l’amore malato, il sopruso …)
Quella che hai amato
io l’ho uccisa
l’ho scucita lungo la schiena
le ho tirato via la carne
succhiato il sangue
l’ho stesa sul lenzuolo:
è lei stessa quel Cristo feroce.

(da Quel grido raggrumato – LVF, 2014)

L’amore è la tematica sottesa a ogni mio scritto; amore come vera e unica motivazione di vita: testamento simbolico e spirituale per l’umanità intera.

[…] Allora, tu, quando io morirò, devi fermarti e smettere di ascoltare coloro che opprimono curiosità e coraggio. Dai voce, invece, alla libertà e nutriti di gioie salvate dalle risate grasse, dai colori estivi, parole che sommate fanno algebre strane. Stordisciti di sapienza, capelli sciolti, di polmoni vuoti e verità. Quando non ci sarò più schiarisci la voce e tieni con te il carico prezioso della tenerezza umana.»

(da Prima di andare – LVF, 2016)
***
L’obiettivo della mia poetica, infatti, è la diagnosi del mondo. Per questo, mi piace ripetere che, secondo me, la poesia è un luogo di esperienza, di incontro, di elaborazioni e modificazioni che partono da un atto di fede e di speranza. È stato molto complicato mettersi in gioco, farsi leggere, pubblicare, partecipare ai Concorsi o Premi. Soprattutto, vincere ed essere apprezzata, accolta. Niente era ed è scontato. Ricordo che venticinque anni fa per far leggere i miei testi inediti ai grandi della poesia, riuniti in un convegno internazionale sulla parola poetica, andai di persona. Presi il treno e dalla mia provincia campana arrivai a Montiglio, in Piemonte. Fu l’esperienza che ha segnato il mio futuro nella scrittura perché fu allora che venni invogliata a pubblicare e a perseguire nella poesia. Certo, non sono mancati sacrifici, errori e delusioni. Chi di noi non ha subito un torto, un’ingiustizia o un tradimento!

Fammi un favore… questa volta
mi è sembrato possibile riuscirci
qualcosa simile a togliere lo sporco
dalle mani o discutere nella striscia
d’ombra che raggela quando sono qui.
Non serve a niente arrivare in anticipo
cercare di piacerti un’altra volta.
Ci provo da quando ero bambina
nel catino freddo di nonna da cui uscivo
più piccola e più bianca.
Lascia perdere, non è così che diventi
fiume! Ma io scorro senza tregua,
senza consolazione ed è incredibile
quanto oceano sia diventata
nel vetro scuro dei tuoi occhiali
se ogni giorno appaio povera, profanata.

(da Quasi madre – Pequod, 2022)

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Uno schiaffo da Oscar

13 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, SPETTACOLO

≈ 1 Commento

Tag

Chris Rock, Cipriano Gentilino, oscar, Schiaffo, Will Smith

L’immagine dello schiaffo di Batman a Robin del 1965, utilizzata oggi in meme popolari su internet.

Lei mi saltò addosso e mi tirò uno schiaffo tale che mi fischiava un orecchio. Io avevo sempre sentito dire che dopo lo schiaffo di una ragazza ci volesse un ruvido bacio, e così le afferrai le orecchie e la baciai a ripetizione. 

Johann Wolfgang Goethe, Poesia e verità, XIX sec.

Lo show della serata per i premi Oscar del 28 marzo scorso è stato caratterizzato da un discusso fuori programma. Uno schiaffo dato dall’attore Will Smith a Chris Rock, uno dei comici chiamati a condurre la premiazione. La vivace reazione è avvenuta in diretta, dopo una battuta sulla testa rasata della moglie di Will, Jada Pinkett-Smith, notoriamente affetta da alopecia. La vicenda ha avuto risonanza internazionale su giornali e internet.
Non si è trattato di una scena preparata per lo spettacolo, ma di una reazione ad una battuta da body shaming che sottolineava con ironia la condizione fisica di una persona in un contesto pubblico di rilevanza televisiva mondiale.
Pare che, dopo la spiacevole battuta, la moglie abbia rimproverato con lo sguardo Chris Rock, mentre il marito è salito con decisione sul palco a dare uno schiaffo al comico, continuando poi ad inveire contro di lui, urlando frasi aggressive per niente adatte al contesto.
Un comportamento da maschio alfa in una situazione di tensione per l’attesa di un giudizio e forse anche una pubblica punizione per precedenti incomprensioni, ma messo in atto in una condizione di superiorità di ruolo e di immagine da candidato all’Oscar.
Molti hanno definito impulsivo lo schiaffo ma, data la distanza e il tempo intercorso tra la battuta e l’atto, il gesto avrebbe potuto forse essere meglio controllato e quindi inibito
Un comportamento che, sebbene non abbia comportato l’esclusione o la revoca dell’Oscar a Will Smith, è stato giudicato inaccettabile dai governatori dell’Accademy che hanno sospeso l’attore dalla possibilità di concorrere al premio per dieci anni.
Sullo sfondo il silenzio del pubblico in sala, sicuramente sorpreso, che, in un primo momento, probabilmente avrà pensato a una gag preparata per lo spettacolo, ma non è da escludere che ormai gli spettatori siano desensibilizzati alla riprovazione da un abuso di battute sfacciate e condotte prepotenti.
Curiosare tra le note biografiche dei due protagonisti della vicenda può aprire spazi di maggiore comprensione dell’accaduto e suggerire ulteriori considerazioni sulle possibili ragioni di un ricorso alla violenza verbale e fisica.
Chris Rock, nato dal secondo matrimonio del padre Julius, è il più grande di sei fratelli. A sei anni si trasferisce con la famiglia a Brooklyn e frequenta una scuola nella quale la maggioranza degli studenti è bianca, spesso si deve difendere dalle aggressioni dei compagni, così sviluppa un sistema di difesa verbale, ricorrendo, quando provocato e arrabbiato, a fulminanti battute, tanto rapide e a raffica che i presenti scoppiano a ridere.
Una difesa verbale che diviene elemento centrale della sua comicità, ma che, usata con ironia spregiudicata, può facilmente superare i limiti del rispetto dell’altro e divenire pertanto violenza verbale.
Will Smith racconta di sé nella sua autobiografia Will pubblicata nel 2021, edita in Italia da Longanesi «Quando avevo nove anni vidi mio padre colpire mia madre alla testa con tanta forza da farla svenire e sputare sangue. (…) Insita in tutto quello che ho fatto da allora (…) c’è sempre stata una sottile sequela di scuse a mia madre per l’inerzia mostrata quel giorno. Per averla delusa in quell’istante. Per non aver tenuto testa a mio padre. (…) È tutta la vita che lotto per non essere un codardo (…)» e a Chris Rock, scusandosi, dice: «Ho sbagliato. Le mie azioni non sono indicative dell’uomo che vorrei essere».
Viene da chiedersi in che senso vorrebbe essere un uomo diverso: diverso dal padre? Capace di difendere la sua donna, la madre, sua moglie, la sua donna interna?
Si è trattato indubbiamente di un episodio percepito come un atto di violenza da entrambe le parti che, in altri ambienti, ad esempio quello scolastico, avrebbe portato facilmente a parlare di bullismo. Più oggettivamente, considerate le diverse circostanze, può essere visto come manifestazione di aggressività, che induce a qualche riflessione psico-pedagogica ulteriore.
E’ probabile che il contesto possa aver favorito la tensione emotiva e con essa l’aggressività. Etimologicamente questa parola deriva dal composto latino ad-gradi, che significa “andare verso”. Questo andare verso l’altro può condurre a comportamenti positivi con finalità di cooperazione, di fare gruppo, di sentirsi parte attiva, in quanto l’altro non è ostacolo, ma co-attore, oppure all’opposto può manifestarsi in maniera negativa, connotata da violenza verbale, talvolta presupposto di quella fisica, con conseguente interruzione del flusso comunicativo positivo.
In una dimensione psicologica lo schiaffo può spezzare il giogo di una costrizione emotiva in una situazione di imbarazzo e conflittualità o avere finalità pseudo educative nei confronti dei figli e, in contesti più arcaici, delle mogli.
Senza entrare in problematiche di differenze storico-culturali è ovvio che una condizione di patriarcato favorisce, se non implica acriticamente, la punizione o/e la violenza, sia per presupposte posizioni dominanti, sia per modelli educativi.
Nello specifico ambito educativo lo schiaffo, o più in generale la violenza, può rappresentare una sconfitta del ruolo genitoriale e trasmettere un messaggio di violenza.
Non è tanto lo schiaffo che corregge ed educa quanto la sanzione non violenta e l’apprendimento dal comportamento genitoriale di valori quali il rispetto dei limiti e le regole di convivenza sociale.
Un rapporto familiare infantile o adolescenziale con aspetti di violenza c.d. tossica può rappresentare un nodo difficile da districare da adulti, mina un equilibrio che diviene più difficile da mantenere in condizioni stressanti.
Un po’ come è accaduto a Will Smith e a Chris Rock, per i quali “probabilmente” recitare permette di convivere con i fantasmi onnipresenti di recupero e di rivalsa e consente loro di metabolizzare le esperienze infantili violente o frustanti. Un equilibrio delicato e poco dinamico che per Rock si è destrutturato nell’occasione di grande visibilità di uno spettacolo preparato con estrema cura sotto ogni aspetto e, per Will, proprio nel momento più importante per una carriera di attore: ricevere un premio ambito.
Non sempre però lo schiaffo ha una connotazione negativa di aggressione fisica, ma, in situazioni completamente diverse, può avere un valore rituale e persino salvifico.
Un bell’esempio di intervento salvifico risolutore lo si trova nel racconto Aladino e la lampada meravigliosa, dove una grossa sberla da parte del mago fa superare ad Aladino la paura. Egli così si rende conto della possibilità di trovare la ricchezza alla quale aspira.
Finalità salvifiche hanno alcune diffuse pratiche a carattere impattante per provocare una reazione psico sensoriale, come lo schiaffo dato per tentare di contenere una crisi di panico o le c.d. crisi isteriche e quegli stati di incipiente agitazione con aggressività etero o auto diretta, così come lo schiaffo che si accompagna ad altre stimolazioni sensoriali per tenere cosciente un paziente prima dell’arrivo dei soccorsi medici.
In questo ambito non è da tralasciare il classico schiaffo per fare tornare la memoria dopo uno shock psichico traumatico o quello dell’infermiere che lo somministra ai bambini sulla pelle prima di inserire l’ago di una iniezione intramuscolo per distrarli, sedare la paura e come forma di anestesia locale.
Ma oltre che con valore salvifico lo schiaffo è presente anche in pratiche rituali antiche o più recenti.
In autori tardoantichi e cristiani viene citata la Alapa (etimologia presunta dall’aramaico allap) usata per indicare lo schiaffo col quale il padrone “addomesticava” lo schiavo oppure la Alapa Militaris ch’era lo schiaffo di iniziazione del militare romano.
Nel rito del sacramento della cresima cristiana è presente lo schiaffo col valore di saluto e accettazione. Il vescovo col un piccolo schiaffo conferma l’accoglienza del cresimando nella Chiesa ed esprime l’incoraggiamento e il monito simbolico di prepararsi anche a sopportare violenze o umiliazioni per essere un autentico soldato di Cristo, secondo l’ insegnamento evangelico: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra”, Luca 6,27-31

Carl Bloch, Cristo deriso da un soldato, 1880

In ambito di riti religiosi a Trabia in provincia di Palermo, fino agli anni Settanta resisteva una singolare liturgia religiosa.
Durante il rito del venerdì santo, quando il celebrante leggeva dal Vangelo di Giovanni l’episodio dello schiaffo dato da una guardia a Cristo per avere osato rispondere al sommo sacerdote, le persone in chiesa cominciavano a darsi reciprocamente ceffoni o meglio timbulate, uno dei modi di dire schiaffo in dialetto siciliano. Un altro modo di chiamare lo schiaffo in siciliano è liffiuni (schiaffone da fare addormentare) dall’arabo afium (oppio), altrimenti può chiamarsi timbuluni, etimologicamente derivante dal greco tiupto (τύπτω) batto o, più evocativamente, da timpanìzo (dal greco τυμπανίζω), battere il timpano nel gioco del timpulu (battere la porta per la conta). Il popolare gioco del nascondino alla siciliana, giocato cioè con l’ausilio di un tamburo.
Oltre allo schiaffo di accoglienza c’è quello di congedo, per esempio, nell’antica Roma, quello ad vindictam dato al liberto in presenza del pretore, o più semplicemente quello che da carezza diventa piccolo schiaffo nel congedarci dal discente, dal paziente, dall’amico e scherzosamente dal lettore… sulla guancia. Un buffetto o poco più col quale si esprime simpatia, confidenza o affetto per l’interlocutore.

Cipriano Gentilino

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Una vita in scrittura: Liliana Zinetti

06 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Liliana Zinetti, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Liliana Zinetti che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Liliana.

Scorcio lago di Endine -Bergamo-

Ho aperto la finestra. Entra senza fare rumore.
(lascia fuori le sue costellazioni).
<<Buona notte, Notte.>>
Sfoglia le pagine d’ombra
in cui tutto è già scritto.
Viene a chiedermi conto.

José Hierro

Ci sono strade che ci invitano a percorrerle con un’urgenza assoluta; la più agevole, la preferita è sempre stata la lettura. Frequentata fin dall’infanzia, quando entrare nella stanza dello zio era entrare in un mondo incantato. Lo zio, seminarista, era sempre assente e nonna, abituata (e rassegnata) ai miei andirivieni, lasciava la porta aperta. Era un tempo di porte aperte, di giochi per le strade. Quella stanza era il mio Paese dei balocchi: gli scrittori russi (nacque allora l’amore per Dostoevskij e mai si è spento) i classici, i poeti; tanti scrittori che mi hanno accompagnato lungo la vita. Posso dire di aver avuto così ottimi compagni di strada, di aver visitato luoghi, vissuto emozioni.
La mia era una famiglia numerosa e nove figli da sfamare non lasciavano spazio ad acquisti di libri, ma aggirai l’ostacolo diventando un’accanita consumatrice di formaggini. Ogni scatoletta era un passo verso la conquista di un libro resa possibile dalla raccolta dei punti.
Detto ora appare anacronistico, ma
si imparava l’arte di arrangiarsi.
I primi balbettii in versi risalgono alla scuola media, ricordo un testo sulla madre che la professoressa di italiano inviò a un giornale locale e, con grande entusiasmo della stessa e con meno entusiasmo da parte mia, qui venne pubblicato. La professoressa trattava spesso la poesia: Pascoli, Quasimodo, Ungaretti furono i più frequentati.
Poi la vita mi portò altrove, in strade assai più difficili e tortuose. Ripresi in tarda età a scrivere in versi, la produzione non è mai stata intensa, spesso la mia musa (il minuscolo è d’obbligo) essendo di natura musona, è latitante. Vivo la poesia come un’esperienza, un corpo a corpo con la parola e il senso con il quale posso esplorare il mondo e il mio vissuto.
Pur (mi auguro) rimanendo lontana dalla cosiddetta poesia confessionale (già la parola denota un senso di egocentrismo, di individualismo che non mi appartengono) ho riversato talvolta nei versi gli accadimenti anche molto dolorosi della mia vita cercando di trasformarli in forma di parole, fermarli per dare loro uno spazio dove essere, divenire esperienza.
Esperienza coinvolgente e intensa è stata pure l’avere curato per alcuni anni un Premio di poesia dove ho conosciuto poeti e scrittori. Alcuni di essi hanno lasciato un segno significativo, un ricordo indelebile, altri si sono rivelati una delusione sul piano umano, ma in una società come la nostra votata all’utilitarismo neppure i letterati fanno eccezione.
L’inutilità (in senso utilitaristico) della poesia. È forse questa la ragione per cui la poesia trova pochi amanti o è l’appiattimento del linguaggio veicolato dai vari media e social che ne è la causa? Certamente non è un linguaggio facile, richiede attenzione e passione.
Propongo un testo semiserio su questo tema.

Sull’inutilità della poesia (e del poeta)

E’ un sobillatore. Però ingenuo.
Dicono che stia sulla porta del buio,
la notte, e parli con gli alberi e gli insetti
e senta la risata breve delle foglie.
Scrive cose strane, perfino terribili
e sappiamo che simula un dolore
che non prova.
Presume di cambiare il mondo
riscrivendolo di nuovo. Aggiungendo
domande alle domande
(quale inutile tormento)
si convince che non vi sia
poesia senza ustione.
Dicono che a volte canti.
Crede in quel che scrive, mentendo.
Fruga nel nulla senza ritegno,
come un gatto tra gli avanzi.
Pochi lo leggono, fortunatamente.
Crede nello scavo, nella poesia salvifica,
farnetica di confini e oltre, di discese
nel dentro delle cose.
Povero illuso, perché nessuno gli dice
che salvarsi è muovere in superficie?

Liliana Zinetti

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Una vita in scrittura: Maria Allo

31 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Maria Allo, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Maria Allo che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Maria.

Con una mano soffrire, vivere, palpare il dolore, la perdita.

Ma c’è l’altra, e scrive.

Hélène Cixous, La venue à l’ecriture

Credo di aver iniziato a coltivare la scrittura, in concomitanza con la mia passione per la lettura, più libri divoravo e più ne restavano a leggere, arrivai a divorare un libro in due soli giorni.  La lettura mi assorbiva al punto di farmi rimandare all’infinito l’atto creativo della scrittura. Ricordo le arrabbiature di mia madre perché effettuavo a sua insaputa una miriade di abbonamenti anche al Club degli editori che proponeva allora i migliori autori del panorama letterario italiano e internazionale. Sono libri elegantemente rilegati che fanno bella mostra oggi nella mia biblioteca con altre opere lette e rilette tante volte. Infatti le serate invernali e i giorni di pioggia, li occupavo con la lettura. D’estate, dopo il mare, lo studio e qualche ora di pallavolo, la lettura mi piaceva più di tutto. Leggevo sdraiata sul letto nella cameretta che dividevo, da piccola, con la zia materna. Ero una ragazzina timidissima, mi appassionavo molto alle ricerche storiche e in particolare alle notizie, escluse dai quadri nazionali e internazionali dei manuali, che potessero indurre alla riflessione sul passato. Fra i molti insegnamenti, poi, che ricevevo dalle mie letture, spontaneamente sceglievo i più affascinanti, e cioè quegli insegnamenti che rispondevano meglio ai miei ideali e al mio modo di essere. Le emozioni mi hanno sempre accompagnata come i viaggi dell’immaginazione, un traino potente della vita tutta e un desiderio umano ineludibile della ricerca di senso: “Non c’è poesia senza pensiero, così come non c’è pensiero senza un momento poetico” dice Agamben.  Sempre profondamente assorta a pensare e quindi distratta, tuttavia accoglievo anche le più futili cose.  Quando mamma mi scorgeva a pensare, a sognare ad occhi aperti, reagivo come se mi avesse sorpresa a rubare, (forse aveva ragione perché, come scrive Mandel’stam,”la poesia è aria rubata”) “Pensare è la causa di tutti i mali perché è il contrario di fare”, gridava. Ancora oggi mi chiedo spesso come si faccia a smettere di pensare. Sono certa che mia madre abbia agito con le migliori intenzioni ma sono certa altrettanto che questo tipo di educazione neghi ai ragazzi la possibilità di crescere ed esprimersi serenamente. La vita in quegli anni era molto austera. Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno, come dice Pavese. Studiavo molto, ma ero timidissima e soffrivo di una forma di agorafobia che però non mi impediva di partecipare alle feste private in casa di amici.  Senza volerlo, iniziai a coltivare una serie di interessi che fino a quel momento non mi erano del tutto estranei, ad esempio la poesia.

Ho una vecchia consuetudine con la poesia. Infatti la mia zia materna amava praticare una forma di poesia estemporanea con gli amici senza l’ausilio della scrittura e recitava le liriche dialettali di Ignazio Buttitta, di Jolanda Insana, della messinese Maria Costa e del più famoso cantastorie della Sicilia orientale, Orazio Strano.  Ricordo che mi piaceva molto sentire il suono del dialetto, per cui stavo lunghe ore ad ascoltarla come troppo forte sentivo il rischio di esaurire in parole urgenze che dovevano essere espresse in esperienze da approfondire. La poesia in dialetto è, prima di tutto, poesia fino alla dimensione sorgiva, primordiale della parola e tende al recupero di un’autenticità originaria Ora rievocare sembra quasi di avvicinare cose lontane e distanziare le presenti e mentre si osservano sembra quasi di essere osservati. Scrivere è sprofondare nel silenzio senza perdere le parole che lo evocano: “Se ti capiterà di avere dei problemi che sembrano insuperabili e penserai di non poterti confidare con nessuno, io ti saprò ascoltare e insieme chiederemo aiuto al Signore” diceva.   Mi tornano spesso in mente queste parole di zia, forse il tempo misura fatti dell’anima che con un loro muto linguaggio prendono corpo e decifrano destini.  Zia Sara era alta e magrissima, dai capelli raccolti e sempre elegante, per niente remissiva, determinata e attivissima, adorava disegnare i modelli dei miei abitini e dei suoi, e dopo confezionava anche i vestiti, talvolta, nella volontà di far valere le ragioni della dignità femminile, spesso allora sottovalutate, prendeva toni molto aspri e decisi. La corrispondenza spirituale con zia Sara nasceva anzitutto dall’aver trascorso la mia infanzia insieme a lei in un ambiente comune, a questa condivisione si aggiungeva una particolare consonanza, alimentata soprattutto dalla sensibilità estetica.

Ecco, ricordare significa vedere le cose per la prima volta sul filo delle sensazioni e dei sentimenti più intimi. Sono grata di avermi comunicato tanta passione e tanta speranza, così colgo l’occasione che Limina mundi mi offre per omaggiarne la memoria con una mia lettura di Jolanda Insana, poeta che zia Sara adorava.

Qui un altro mio omaggio a Jolanda Insana

A proseguire e condividere la mia tendenza per la poesia e cercare i significati segreti nelle cose è stato il mondo magico di Chagall con il quadro Il poeta. Il poeta, che siede al tavolo con una tazza di caffè in mano accanto a una bottiglia di acquavite che si protende invitante verso di lui, sembra inseguire un’ispirazione poetica. In ogni caso egli è immerso in un mondo immaginario, soprannaturale; la sua testa il suo spirito, svincolato dal corpo, supera perfino il reticolo delle diagonali nel quale è intrecciato il mondo figurativo. Per quanto la mia ricerca continui e aneli al senso e alla libertà, con lo stupore e la gratitudine di essere ancora viva malgrado i tempi di incertezza e di confusione, la poesia, in una dimensione verticale, vigila e salva dalla vaga retorica e, come dice Zoé Valdés, è rifugio intimo, terra di pace.  A me basta chiudere gli occhi, farmi trascinare dal vento delle immagini:

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore
Ecco. Scrivi mentre cadi
Firma la tua voce a tutto silenzio
anche se la parola manca.

da” La terra che rimane” 2018, edizioni Controluna
© Maria Allo

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“Ode alla madre” di Mariangela Ruggiu. Una nota di lettura di Loredana Semantica

30 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Loredana Semantica, Mariangela Ruggiu, Ode alla madre, Recensioni

Mariangela Ruggiu, è poetessa sarda della quale leggo spesso in rete poesie che condivide generosamente, già intervistata da Limina mundi qui, in occasione della pubblicazione de “Il suono del grano”, Mariangela mi ha fatto gentile omaggio della sua raccolta “Ode alla madre”.
Ricevo volentieri “Ode alla madre”, per la grazia della confezione, piccola silloge pubblicata per i tipi di Terre d’ulivi Edizioni, nella Collana di poesia 15×15. Il nome della Collana – appare evidente – si riferisce proprio alle dimensioni del libretto, che si caratterizza per l’eleganza dell’elaborazione grafica di copertina, ma ancora di più per il fatto d’essere a sagoma quadrata di quindici centimetri per lato. Il libretto trasmette un senso di semplicità che anticipa e introduce alla lettura di altrettanta sobrietà di versi contenuti nella raccolta. Si tratta di diciannove poesie – a confermare una certa propensione editoriale a preferire raccolte brevi – “titolate” con primo verso del componimento. In verità il primo verso, posto in cima al componimento è in carattere grassetto, come se si trattasse di un titolo, tuttavia, non essendo poi ripetuto successivamente nel corpo della poesia, nonostante il carattere grassetto, in effetti non è un titolo, ma l’incipit.
Nella lettura della poesia di Mariangela, si riconosce che il suo versificare appartiene alla Sardegna al suo modo chiuso e luminoso d’essere isola. Appartiene alle cose buone di una terra naturalisticamente stupefacente. Buone come il grano e la mietitura, buone come il fragore delle onde, il sole che matura i frutti, il vento che soffia iodio e salsedine. Una poesia che fa della dimensione umana dell’essere l’architettura, e dell’appartenenza alla natura la chiave di lettura. Secondo l’autrice non può pienamente comprendersi l’essere uomo se non passando dalla comprensione piena del concetto che egli è creatura tra le creature, complessità dentro l’Unicità, se non compiendo quindi l’atto necessario di umiltà di riconoscersi tutti appartenenti al consesso dei viventi e del creato. Da questa consapevolezza scaturisce una poesia di profondo sentire, d’analisi dei sentimenti, afflizione, compartecipazione per la condizione di sofferenza del singolo o collettiva di profughi, naufraghi, reietti, aggrediti, umiliati. L’osservazione partecipata della prostrazione degli ultimi si traduce in un’esortazione al superamento degli iati e conflitti attraverso la comunanza della fraternità, l’invocazione dell’amore, l’indicazione a fare della speranza la stella polare universale, la bussola del proprio agire. Poesia dei buoni sentimenti, dunque, di chi nel dolore supera, nella pace riflette, nella poesia denuncia, stucca le crepe, offre conforto, ritrova il senso dell’appartenenza, indica la bellezza.
Queste stimmate della poetica sono una sorta di naturale conseguenza dell’essere poetessa isolana immersa nel mondo e tradizioni della sua terra, un mondo che affonda le radici nella pietra, soda, compatta che tiene saldamente la materia come àncora, rispetta la natura, la sua ricchezza e sacralità. Luogo dove si tramandano il senso di rispetto della terra, e nel farsi comunità un ‘esigenza  per superare le difficoltà di sopravvivenza, di permanenza, l’ imprescindibile punto di forza contro le avversità della sorte e dei fenomeni.
La cifra stilistica della poesia della Ruggiu potremmo definirla di semplicità ispirata. Certamente avviene nel processo creativo di questa autrice una ricognizione profonda dell’esperienza e della memoria che porta alla luce pensieri autentici, genuini. Essi emergono dall’amnio dello spirito ammantati di verità e freschezza. Non è presente nei testi alcun compiacimento erudito, lo stesso periodare è breve e composto, solo segni di punteggiatura forti, nessuna virgola, rare parentesi, la spaziatura differenziata tra le righe concorre a separare i versi e scandirne il tempo. I lemmi scelti sono piani provengono da linguaggio usuale e delicato, quasi la poetessa intenda essere massimamente comprensibile al lettore, portatrice di un messaggio essenziale e trasparente. Un versificare sotto l’egida della chiarezza, puro, sfrondato da orpelli eruditi, citazioni colte, figure retoriche, ricco di umanità. Un poetare tanto lontano da voli criptici quanto dall’oscurità del trobar clus. L’ atteggiamento è introspettivo e al contempo alieno da complessità superflue, da abbandoni alla disperazione, allo sconforto, piuttosto improntato alla saggezza antica di una cultura forte, pragmatica.
Ode alla madre si muove nelle stesse coordinate e rappresenta ciò che dice nel titolo, un componimento di lodi e di omaggio per la madre – presumibilmente la madre dell’autrice – esprime il legame amorevole con la figura materna, l’esaltazione del suo ruolo di genitrice, la veste di guida, maestra di vita e veicolo di sapienza da tramandare.
Si avverte nella scelta terminologica dei componimenti la predilezione di riferimenti al corpo, alla fisicità/carnalità di un rapporto: mani, cuore, parto, pelle, grembo, corpi, occhi, abbraccio, baci; alla sfera dei sentimenti e degli affetti familiari: amore e dolore principalmente, ma anche tenerezza, pianto, madre, figlia, sorella; alla terminologia rurale/vegetale: seme, grano, pane, spine, con attenzione ai fenomeni della natura e all’avvicendarsi delle stagioni.
La maestria del pane, è espressione che riferisce con estrema sintesi tutta una filosofia di generosità produttiva, di sapienza laboriosa, cura, artigianalità, risposta al bisogno di nutrimento. 
Si percepisce nell’ode la pena del travaglio, la commozione, la nostalgia dei ricordi, l’ineluttabilità dell’assenza, l’accompagnamento verso l’oltre. Appartiene all’eredità di figlia, quest’ultima diventata madre a propria volta, il riconoscimento nei figli delle forme di volti cari ormai scomparsi: lo stesso naso, gli stessi occhi, il che dà pienamente il senso del lascito, dell’unico vero lascito costituito dai genomi, una treccia elicoidale che da padre e madre a figlio o figlia trasferisce nell’impercettibile, nell’infinitesimale un corredo infinito di informazioni di carne e sangue e forse anche molto di più di ciò che crediamo. Anche impensabili esperienze immagazzinate in modo non ancora noto e soltanto ipotizzato, ma che ci fanno consapevoli d’essere selezione di selezione, l’approdo di tutto un tramandare.
Tra tutte riporto la seguente toccante poesia, rispettando la formattazione della stampa, col primo verso in carattere grassetto, per come ho accennato in premessa.

vai
tu che sei la mia carne e sangue
e i capelli bianchi

tu che sei i miei occhi di pietra
i miei silenzi i gesti muti

e sei il dolore dello strappo
la gioia di averti avuto
madre compagna e seme

sei oltre i limiti del tempo
e sorridi negli occhi dei miei figli

e risuona nello spazio dei silenzi
il tuo nome

 

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Loredana Semantica

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Una vita in scrittura: Giacomo Cerrai

24 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Giacomo Cerrai, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Giacomo Cerrai che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Giacomo.

Che cosa è diventata una voce notturna

Ho smesso di prendere appunti su carta, ed è un male.
L’appunto assomiglia a un segno topografico, una curva altimetrica. Un’idea che arriva, anche una singola parola che vibra. A una certa altezza, intendo.
La carta ha in sé qualcosa di lento, mantiene dopo millenni la gravità della tavoletta d’argilla.
Devi mettere le briglie al pensiero, devi farlo aspettare. Anche il foglio aspetta, devi girarci intorno, tendere al suo centro.
Ora invece mi sveglio in piena notte, o a qualsiasi ora del giorno, dico qualcosa al mio cellulare, lui registra docilmente. Il cane, nell’ombra della stanza, alza la testa perplesso.
Ma l’indomani non so a che cosa stavo pensando davvero. Forse stavo sognando. Succede così che la parola, a volte, deve prendere altre strade, deve germinare altrimenti.

– 10 novembre, ora imprecisata dell’alba

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte

mi dice notturna la mia stessa voce. Si sente, in sottofondo, il buio. Null’altro. Non so se stanotte c’era qualcosa di magistrale in queste parole. Le ho registrate, ricordo, dopo un soprassalto nel dormiveglia, nella verticalità del condominio. Non le ho sognate, sono sicuro, era semmai un questionare tra sé e sé della mente inquieta.

– 10 novembre, mattina

Scrivere è come passeggiare con il cane, a cui somigli, non sai mai esattamente la meta.
Si entra in un giardino dei sentieri che si biforcano, annusando l’aria. La scelta della direzione è un gioco di brezze, nell’aria umida.
Le cose hanno odori, e nomi. I pensieri hanno parole, anche nomi. Si apprende il mondo per analogie, catene sintattiche, estesìe.
Il mondo ha una sua elementarità. Il cane sa dove e perché. Io per il momento no. Ma le cose, come ho detto, hanno nomi. E i nomi si sa, da Dante mi pare, sono consequentia rerum.

– 10 novembre, più tardi

Mi sono ricordato (ma ricordare non è scrivere) a che cosa stavo pensando ieri sera. A un mobile che cigola, a un vecchio tavolo non proprio saldo sulle gambe.
Tenone e mortasa, coda di rondine, mezzo legno. Incastri, insomma. Tenere insieme i pezzi, fare in modo che si reggano da sé.
Da quelli, gli incastri, consegue un equilibrio delle parti, o un disequilibrio. Incastri inesatti fanno cose storte. Come sa qualsiasi falegname.
Il limite è la misura, punti di riferimento nell’oscurità indefessa dell’essere. Il limite è la cognizione del dolore, oltre il quale. Il procedere verso la luce. Rendersi conto, nella scrittura:

gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –

rendersi conto che c’è un luogo non casuale, dove stare. Dove essere amati, o no. Non altro luogo, no, nessun altro invero.
Dall’alba non è tempo perso. Rimuginando si accetta una condizione. La si scrive.
Si cerca di stare all’interno di una zona confortevole, dove i segni sono lì da sempre come mamme per dire quello e non altro, dire fai così, si va sul sicuro, come dietro al cane in prati consueti. Saranno – poi – margherite di certo.

– 10 novembre, ancora

Ma: se invece si uscisse dal recinto, biforcando (nell’ora ancora giovane c’è un tempo per altro, una congiunzione terrestre, il cielo se serve è sopra, andiamo ancora per un po’) e scrivendo a mente, un foglio tutto nuovo, magari per dirsi, e allora

diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.

È questo essere un uomo che scrive, in questa mattinata? Una sorta di comunione, mettersi in mezzo, contare i passi come sillabe scelte, stare attento al terreno, aver cura di riporre ognuno di quei passi sillaba in un recesso, per dopo, per dopo, che certo a qualcosa servirà.
O a nulla, che è un po’ così la poesia, sotto il cielo che imbianca. Mettersi in mezzo.

Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici

– 10 novembre, nell’ora ancora giovane

Il cane scava. Io in qualche modo scavo, tento. Penso che ogni parola scelta è una cancellazione di altre, quindi una decimazione.
Ecco un altro problema: senza il foglio di carta la cancellazione non è un tratto sopra, è una sparizione senza ripensamenti, un oblio invariante, un buco bianco sullo schermo.
Una culla vuota. Il sentiero che non si biforca.
Ciò che è stato cancellato rientra in un limbo cortese, ci guarda speranzoso da una distanza non incolmabile, forse ci tiene d’occhio.

– 10 novembre, poco più tardi

La strada, il sentiero tra canne, l’erba alta sull’argine penso che sono il caso come il dove, il verso dove, il cane non ha percezione di recinti, il vento risale il fiume, cambia idea come vuole, agita un albero.
Io invece cerco di sentire la terra che gira. Cerco il limite e il luogo. Il mio stare. Come un dovere.
Cerco di tornare a casa

– e non ha senno una direzione, un angolo,

– 10 novembre (o giorni seguenti?), casa

Casa. Scrivere è, poi, qualcosa di definitivo. Cioè, mettersi lì, radicarsi, guardare fuori dalla finestra, raccogliere i pezzi su di un tavolo. È quello che provo a fare, non lasciare le cose in sospeso.
Le parole, quelle sopravvissute, tendono a disporsi, cercano alla fine di darsi un’aria di verità.
Vediamo.

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte
gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –
diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.
Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici
– e non ha senno una direzione, un angolo,
un’uscita di sicurezza
seguire le indicazioni, i colori delle linee – semmai
il segnale del vento,
in pieno mutismo,
intendersi,
o la vita di tutti i giorni
una finestra
un albero che devoto ti ci affacci.

Che cosa è diventata una voce notturna. Non so davvero come, né scaturita da, buona, cattiva. So che avrebbe potuto essere diversa, questo sì. Ma così è scrivere, qualche volta. Tutta una questione di sentieri che si biforcano.

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Una vita in scrittura: Flavio Almerighi

17 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 5 commenti

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Flavio Almerighi, Una vita in scrittura

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Flavio Almerighi che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

Una vita in scrittura di Flavio Almerighi

Saper scrivere all’atto pratico non serve a molto, me ne accorsi subito. Iniziai la prima elementare che già sapevo scrivere grazie a un vicino di casa e alle lezioni tv di Alberto Manzi, ma quando misi piede a scuola dovetti ripartire dalle aste. Il mio maestro, pur ligio ai programmi ministeriali, mi trasmise però un indelebile amore per i libri. Mezz’ora prima della fine delle lezioni ci faceva mettere via quaderni e libri, gli ultimi trenta minuti precedenti la campana erano dedicati alla lettura a puntate di un romanzo per ragazzi.  Sono passati più di cinquant’anni, ma ricordo ancora molto bene Capuana, Verga e soprattutto Molnar con I ragazzi della Via Pal. Quel romanzo prese talmente tanto ogni maschietto della mia classe, che ognuno di noi nei giochi dell’intervallo e del doposcuola impersonava un personaggio di Molnar. Io ero Weisz il capo della Società dello Stucco. Questo per dire che saper scrivere intende in primis saper leggere e saper ascoltare. Ho letto, ho letto, fintanto che adolescente sono arrivato alla poesia.

Dribblai, spesso con classe, le poesie che ci obbligavano a imparare a memoria, ma Il Sabato del Villaggio di Leopardi me la ricordo ancora. Ho letto Omero di mia sponte prima di diventare maggiorenne ed è nato allora l’amore vero per la poesia, anzi con la poesia: è stato un amore corrisposto da entrambi. Mi venne anche voglia di cominciare a scrivere, dapprima qualche timida pagina di diario, poi poesiole per intortare qualche ragazzotta che mi piaceva. Sono stati gli anni del teatro amatoriale, della radio, della musica, di tante altre cose, passioni per dimenticare il mio lavoro d’ufficio. Mano a mano che le mie vecchie passioni terminavano, ripresi a leggere poesia e a credere di scriverne, ma quella roba non era ancora poesia. Non so nemmeno se lo sia adesso ai tempi della net poetry. Qualcuno mi chiama “poeta”, ma non mi ci sono mai sentito. E fin qui ho letto tanto, scritto troppo, sporadicamente anche prosa: mezza dozzina di brevi racconti. Penso di dovere molto a Pasquale Panella, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, ad Apollinaire così come a Michel Houellebeq: poeti scrittori che mi hanno attraversato la vita.

Chi scrive sa molto bene quanto sia difficile allontanarsene. Si diventa talmente ipersensibili che ogni cosa rimbomba dentro fino a diventare un’idea. Questo è il lato “bello” della scrittura, la creazione individuale. D’altra parte non c’è arte più individualista della scrittura. Il problema sono gli “altri che scrivono”, soprattutto quei mediocri che pretendono buone recensioni in cambio di buone recensioni: diventa una strada senza uscita. Se è vero che in Italia ci sono più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono, diventa sempre più arduo riconoscere nel minestrone acquoso della scrittura, della poesia italiana contemporanea un qualche buon ingrediente. Sotto questo aspetto invidio chi cucina, un solo piatto, una sola pasta, contengono molte più calorie dell’intera produzione poetico letteraria. Che dire poi degli illustri letterati oramai diventati cacciatori di farfalle morte? Non meritano nemmeno l’epitaffio. A questo punto tanto vale continuare a scrivere anzitutto per proprio ristoro personale, senza pretese di chissà quale stupido riconoscimento. Per quanto mi riguarda sono sempre il buon vecchio Weisz della Società dello Stucco, lo stacco dai vetri di vecchie finestre e lo rimastico per non farlo seccare.

terra grigia marrone verde,

sono più pali della luce

che alberi

.

cielo a strisce bianche grigie blu

finché una luce resta accesa

e io stanco

Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/

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Una vita in scrittura: Leopoldo Attolico

16 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Leopoldo Attolico, Una vita in scrittura

“Omaggio a un poeta”, olio su tavola, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del blog.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Leopoldo Attolico che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

POESIA FOREVER di Leopoldo Attolico

La sindrome – di solito- si manifesta quando calienta el sol dell’adolescenza: il futuro poeta ”in erba”, già fornito -di suo- di antenne, ha metabolizzato i termini del disincanto coniugandoli con i monumenti poetici d’ordinanza prepostigli dalla Scuola dell’Obbligo. Da qui i primi tentativi di piegare a poesia la lingua italiana; tentativi gestiti da uno Spirito che per sua fortuna (data l’età) né sa né può sapere dove sta di casa la Ragione e quindi -se autenticamente poetico- può pervenire a risultati che il futuro poeta, “laureato/diplomato” o meno, non si sognerà più neanche lontanamente di ottenere. Ma non siamo ancora alla patologia: siamo all’infatuazione, allo spontaneismo creativo, in un periodo febbricitante/interlocutorio di conoscenza del proprio corpo poetico.

Quando il Nostro si accorgerà di pensare in versi alle quattro di notte andando in bagno e di doverli irrinunciabilmente mettere su carta, vorrà dire che è successo l’irreparabile; che è convolato; e non c’è più scampo per nessuno, né possibilità di separazione o di divorzio: è perduto per sempre perché è arrivata la consapevolezza. E a questo punto amen.

Come si convive con questo destino? Maluccio, in genere; diciamo “alla viva il parroco”, lancia in resta in un estenuante tentativo di rappresentare- con le parole – la propria “verità”. Ma è un “male” rovinosamente luminoso, felicemente destabilizzante, abbacinante; un vero e proprio tensioattivo. Ma a differenza del brutale detersivo che agisce sottraendo, questo accumula, sedimenta, fa della subsidenza la sua prima incombenza, a cui poi sottentra la “necessità” liberatoria/fisiologica (sua, incorporata), di tradurre in parola scritta, dinamica, attiva, (da qui tensioattivo), le istanze di questa sorta di camicione sempre più pesante e gravoso da portare in giro.

“ Si fanno versi per scrollare un peso e passare al seguente”, dice la clausola ( vagamente in odore di dannazione) di Vittorio Sereni; ma incontrovertibilmente è così. Quanto alle modalità con cui, oggi, ci si “scrolla un peso” e alla praticabilità delle stesse, il discorso si fa subito vertigine e, come direbbe Cardarelli, “mi si porta via”: un tormentone così controverso che gli ineffabili critici/poeti falliti, filosofi disoccupati ed esegeti esagerati che spesso vanno per la maggiore faticano non poco a “disinquadrare” con la protervia dei loro specchi ustori, per poi partorire regolarmente il Nulla .

L’unica a nutrire certezze è la Poesia. Lei sa bene che, rispetto alla Tradizione, non deve produrre dipendenze o vie metaboliche irreversibili, ma rinnovamento creativo, senza cacciar via il povero Palazzeschi o il poverissimo Georg Trakl come fossero scarti di cambusa (acqua passata che non macina più), ma rivisitandoli in chiave moderna , capendone la lezione, lo “spirito”, la “pelle”, se non altro per tentare di imparare a vivere la poesia ( e a scrivere ) al 101 per cento come hanno fatto loro. La poesia sa benissimo quello che vuole e dove vuole andare perché quando azzarda ipotesi di “verità” lo fa cercando in primis quell’autenticità di linguaggio che è la sola a rispettare ad un tempo chi legge e l’oggetto del ricordo, in barba alle fumisterie, al bla bla, alle eccentricità fine a se stesse e ai linguaggi semiautomatici. Insomma la poesia sa il fatto suo; e si fa anche i fatti suoi, con la discrezione che le appartiene; con i poeti – pochi – più preoccupati di essere che di apparire; gente ancora capace di scrivere con gioia (anticamera, tra l’altro, dell’ironico, del giocoso e dell’autoironico), perché – nonostante tutto – non ha mai smesso di amare gli uomini e il mondo, e quindi viva nell’inevitabile senso di impotenza ad amare veramente il mondo.

Poesia/lingua totale, come diceva Spatola, come ci hanno insegnato Cacciatore, Emilio Villa, Vito Riviello; lingua che -deontologicamente- non può essere assimilata ad una telefonata o a un messaggio cifrato, e che punta necessariamente all’assunzione di un suo stile, intendendo per stile- innanzitutto- il segno netto di una individualità entro il luogo comune della lingua, punto di partenza tendente all’infinito a superarsi e non certo punto di arrivo, come certamente frulla nel cervello di non pochi poeti “arrivati”(dove?) . Stile come tensione e non come status; e quindi, di conseguenza, parole capaci di somatizzare il reale, il quotidiano; pedinatrici di ogni minimo segnale in grado di farci capire chi siamo da dove veniamo dove andiamo, alla faccia del solipsismo sterile degli intellettuali che vogliono fare i poeti, (gli stessi che nel prendere la penna in mano si dicono addosso “adesso vi faccio vedere come sono bravo”, fregandosi regolarmente con le loro mani ); poeti (?) marpioni, volponi, intermittenti, che non si sa bene come facciano ad essere dappertutto, sicuri (a ragione ) che per il solo fatto di apparire vengano percepiti come “vincenti” da moltitudini di ganimedi sempre più in balìa delle suggestioni massmediali e della sudditanza psicologica nei confronti del Potere Da Vetrina. Poesia dunque che malgrado i calci nel sedere che incassa dai suoi stessi autori e malgrado le clonazioni con dedica di morte presunta made by Ceronetti et similia , continua imperterrita – nelle sue espressioni migliori – a sorprendere in senso e suono le immagini irresistibili della speranza, proponendosi cocciutamente come opzione in progress e come complemento spirituale puro e semplice del libro della vita vissuta antagonisticamente, militantemente in opposizione alla miseria dei tempi, parola/grido che non risarcisce nulla , che non salva nessuno, ma che se trasmessa come luce, colore, oggetto, profondità, segno, “gesto”, può essere veramente la sola a fare il contropelo al nostro essere “vivi”, oggi.

Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico

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Ciao Monica

10 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, Grandi Donne, SPETTACOLO

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Grandi Donne, Loredana Semantica, Monica Vitti

Poco più di un mese fa, il 2/2/2022, a Roma è scomparsa l’attrice italiana Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Premiata con 5 David, 12 Globi d’oro, 3 Nastri d’argento. Sebbene poco nota ai più giovani perché ritiratasi a vita privata da circa vent’anni, è una figura rappresentativa del cinema italiano nel mondo, non meno di Sofia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Mariangela Melato.  

Attrice di cinema e mattatrice della commedia italiana, versatile e talentuosa, capace di essere considerata al pari di attori quali Alberto Sordi, Marcello, Mastroianni, Nino Manfredi, cioè di figure maschili  che hanno dominato la scena cinematografica degli anni 60-80.

Maria Luisa Ceciarelli divenne Monica Vitti nel 1953, ispirandosi al cognome della madre, Vittigli, scegliendo un nome che aveva letto poco prima in una rivista, seduta a un bar vicino a casa. In un nome può esserci un destino? Sarebbe stata ugualmente famosa mantenendo il nome anagrafico?

Di certo più del nome determinante nella sua carriera fu l’incontro col regista Antonioni che la proiettò nell’universo cinematografico di successo. Senza quell’incontro e, forse, anche senza quel nome Monica Vitti sarebbe rimasta una qualunque Maria Luisa Ceciarelli. Personaggio talentuoso in cerca d’autore. O forse all’inverso il cinema di Antonioni non avrebbe brillato ugualmente senza la musa ispiratrice di Monica Vitti.

In un’ intervista nel 1963 condotta da Oriana Fallaci  la stessa Monica racconta il momento topico della rinominazione:

“Il mio vero nome è Maria Luisa Ceciarelli. Fino all’Accademia fui la Ceciarelli. Poi Tofano mi propose di diventare attrice giovane nella sua compagnia, di fare Brecht, Molière, e mi disse: “Guarda il nome che hai non è mica tanto da attrice, lo devi cambiare”. Allora io sedetti al tavolino di un bar e mi misi a studiare il nome.”

“Ora sono talmente Monica Vitti che mio padre e mia madre mi chiamano Monica anziché Maria Luisa ed io, quando devo firmare Ceciarelli, mi sento a disagio: quasi firmassi col nome di un’altra.”

Con un gioco di parole Vitti d’arte, vitti d’amore  è stato intitolato un film documentario promosso e trasmesso dalla Rai in anteprima presentato al Festival del cinema di Roma del 2021 per il novantesimo compleanno dell’attrice. Nata a Roma il 3 novembre del 1931, Monica ha vissuto a Messina e a Napoli. Proprio qui durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, comprese che la recitazione era la sua strada, inscenando rappresentazioni per distrarre gli altri bambini nascosti nei rifugi.

Tornata a Roma studiò recitazione e intraprese la carriera d’attrice. Con i maestri Silvio D’amico, che la indirizza a ruoli drammatici shakespeariani, e Sergio Tofano, che coltiva il suo lato istrionico, compie la sua formazione.

Monica da piccola era soprannominata dai familiari “Setti vistini”, cioè sette sottane (reminiscenza del periodo vissuto in Sicilia), per l’abitudine a indossare più indumenti uno sull’altro a causa della sua freddolosità.

Non era soltanto freddolosa Monica, non si allontanava volentieri dall’Italia e, quando lo faceva, non vedeva l’ora di tornare, soffriva le limitazioni imposte dalla popolarità che le impedivano una vita normale da persona sconosciuta, non amava i viaggi in aereo, il che ha sicuramente limitato la sua mobilità, ma non le ha impedito di lavorare con registri di livello internazionale, affermandosi come attrice, misteriosa, stralunata, ironica, spaesata, ironica, brillante, caratterizzata da bellezza, freschezza, grandi occhi e grande bocca, splendide gambe e da una voce roca, pastosa, particolare e indimenticabile, anticonvenzionale. Monica Vitti era diva e, al tempo stesso antidiva, non esaltandosi per il ritorno del successo, contrapponendosi per queste sue caratteristiche ai canoni estetici predominanti delle star.

La sua stella sorse nell’arco temporale dal 1960 al 1964. In quegli anni, diretta dal registra Michelangelo Antonioni che ne divenne anche compagno nella vita, Monica Vitti recitò ne L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Quattro film passati alla storia della cinematografia come tetralogia dell’incomunicabilità. Monica recita in ogni pellicola con ruolo di protagonista o coprotagonista, mettendo in luce il suo talento recitativo drammatico.

Preceduto da altri film nel filone della commedia italiana quali La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, di lì a poco segna una tappa importante della carriera di Monica Vitti il film “La ragazza con la pistola” del 1968 diretto da Mario Monicelli. La pellicola ottenne un grande successo di pubblico e consacra la Vitti grande attrice del cinema italiano, dotata di versatilità capace di sostenere con uguale disinvoltura sia ruoli drammatici che comici.

Nel film si racconta la storia di una ragazza siciliana Assunta Patanè, sedotta a abbandonata, caparbiamente determinata a vendicare il suo onore uccidendo l’uomo che l’ha disonorata, con questo scopo lo insegue in Inghilterra. La protagonista infine abbandona l’ intento, avendo compreso in un ambiente più emancipato che si può vivere con onore anche senza vendetta.

Nel video seguente Monica Vitti intervistata all’apice del successo, parla di femminismo, del rapporto con la madre rispondendo alle domande del giornalista Enzo Biagi

In linea con la dichiarata posizione femminista l’attrice preferiva interpretare nei suoi film personaggi femminili  problematici, nevrotici, fragili, rivestendo ruoli drammatici e comici al contempo, che suscitavano riso e commozione, in una recitazione naturalmente ambivalente, speculare.

Le sue donne manifestano il disagio conseguente alla ricerca di emancipazione in una società che le vorrebbe ancora imbrigliare in stereotipi di genere, portatrici pertanto di un disadattamento interiore  trasfigurato in chiave ironica e manifestato in una recitazione personale svagata, alienata, esuberante estremamente lontana da divismi, mitizzazioni e superficialità.

Sebbene le figure che interpreta siano spesso vittime della misoginia o del maschilismo, persino nel senso di subirne la violenza fisica, esse non appaiono mai sconfitte, mai domate e anche quando soccombono, lo fanno con la dignità di chi rivendica  fino all’ultimo la propria essenza e personalità, all’insegna dell’autoironia e senza chiedere o suscitare pena, al più tenerezza, senza indulgere nemmeno nel patetico e nell’ autocommiserazione, inducendo piuttosto al sorriso, nella velata irriverenza ad una società italiana consegnata prevalentemente a mani maschili. Per questa sua singolare capacità di interpretare le contraddizioni sociali del proprio tempo Monica Vitti conquistava sia gli uomini che le donne.

Ricercata da registi internazionali quali l’ungherese Miklós Jancsó che la diresse ne “La pacifista” del 1970, lo statunitense Michael Ritchie regista di “Un amore perfetto o quasi”, Jean Valère che la volle ne “La donna scarlatta”  del 1969 , Luis Buñuel  regista de “Il fantasma della libertà” del 1974, e André Cayatte  per il quale nel 1978 ha recitato in “Ragione di stato”. Ha recitato tra gli altri con Alberto Sordi in “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, con Marcello Mastroianni in “Dramma della gelosia”, Vittorio Gassman in “Camera d’albergo di Monicelli”. Col regista Massimo Russo ha recitato in “Flirt” del 1983 e “Francesca è mia” del 1986, questo rappresenta un caso di persecuzione da stalker ante litteram, culminato in omicidio.

In questo breve video la naturale verve comica dell’attrice si esprime, come lei stessa, amava dire, con la tipica serietà della grande tradizione comica italiana da Petrolini a Totò.

Monica è stata anche regista nel film Scandalo segreto del 1990, da lei stessa scritto e interpretato. 

Sentimentalmente, dopo la relazione con Michelangelo Antonioni e una storia col direttore della fotografia Carlo Di Palma, nel 1983 Monica Vitti si legò al regista Massimo Russo che ha sposato nel 2000. Il marito le è stato accanto fino alla scomparsa, tutelando la sua immagine da curiosità e paparazzi, permettendole la dignità di vita che richiede la cura di una malattia degenerativa.

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La vetrina di Limina: “Dispositivi” di Stefano Guglielmin, Marco Saya Edizioni, 2022

09 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Vetrina

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Dispositivi, Marco Saya Edizioni, POESIA, Stefano Guglielmin

copertina

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza.

l poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere.

Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

Terapia

Si porta fuori un peso, con la parola,
ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,
una salita temporale (e un temporale,
anche, da smaltire), che ci mette infine
il corpo quieto, nel suo porto, e la mente
pure. Per essere più precisi, è la psiche
a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido
pensiero. Lo so
Spaccare il capello è una metafora pedante,
denota che ancora il peso non ha trovato
la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro
(anch’essa parola malata, introflessa).
Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta
l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia
terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

Caterpillar

L’ermo colle, dice, sarà spianato
dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce
l’orizzonte con la biro e prevede,
per noi, un controllato naufragio.
Da ogni lato, tecnici piantano chiodi
e un pugno di tracce da seguire:
il futuro cresce sugli assi cartesiani
su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

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Prisma lirico 37: Vittorio Bodini, Salvador Dalì, Zhivotkov Vladimir Vladimirovich 

02 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Salvador Dalí, Vittorio Bodini, Zhivotkov Vladimir Vladimirovich

Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951, Kelvingrove Art Gallery, Glasgow, Scozia.
I preti di paese
hanno le scarpe sporche
un dente verde e vivono
con la nipote.
Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prender l’oro del sole.

Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

Vittorio Bodini

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Poesia: Vittorio Bodini, 1914 – 1970

Opere:

Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951

Zhivotkov Vladimir Vladimirovich, “La finestra”, 1970

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My valentine

14 lunedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Loredana Semantica, POESIA

Buon S. Valentino

con la poesia “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley

Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?

Vedi che le montagne baciano l’alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe più ritroso
verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della Luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi?

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Canto presente 53: Silvana Pasanisi

09 mercoledì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, poesia contemporanea, Silvana Pasanisi

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Silvana Pasanisi

LETTERE DEL DISTURBO

Carissimo amore
figlio di un cane
scendo ora da questo pandemonio
e pensavo di invitarti a leggere qualche rima
quelle storte che non mi mandi più.
Ne ho bisogno
piccolo disturbo solido,
invenzione delle quindici del pomeriggio,
avverto la tua mano esattamente nella sua posa.
Avevi un meccanismo perfetto
conservalo
ne rivedo il ritmo
il ticchettio dell’orologio.
Mio amore d’altre letture
sono la sposa di tutte le tue mani
io
dovresti saperlo,
non ho altro sangue a disposizione
ma qualche immagine si
se vuoi.
Ti ho scritto da dov’ero
ed è qui il punto.
Non c’era arrivo e nessuna partenza,
restavamo attaccati a piccoli fiori botanici
nello stesso posto
confuso
ingrigito da piccoli alveari.
Una lettera non può arrivare cosi.
Ora qui si tratta di partire
da movimento a movimento,
siamo intesi, ci manterremo in piedi con qualche utensile
l’uno con l’altro
un tandem da piccole manifestazioni eroiche.
Ho parlato con gli amici
mi portano alla rotonda
sono cosi perfettamente sincroni.
Tu non hai mai indovinato un accordo
dio quanto eri fuori tono.
La voce però
aveva un’ infinita anima baritonale
diffusa
da Creatore.
Questa è una lettera
si scrive per un motivo,
e io devo riavvolgere un’intera pellicola,
pensa quanto tempo starò muta a riguardare le scene.
Mandami un colore
uno che parta felicemente
senza croci
senza nemmeno la minima alleanza.
Vedrò di farne qualcosa
mi rinvigorisce il pensiero
dare utilità a qualcosa già perfetto
come la somma del viola e del giallo
o il perbene di certe donne
aggraziate
Mi disturba non sentire la tua voce
era nel basso
nella tastiera
nell’orlo del mio vestito
ora è nell’anticamera del mio gelso bianco.
Ora devo andare
scusa la stanchezza
ho usato vigore e pezzi interi di alchimie
devo conservarmi per tutti gli usi
come fai tu.
In calce al foglio trovi tutto
anima
esempio
storia
presupposti
angolazioni.
Ora anche le scarpe mi sembrano appaiate.

IL DISPETTO

Questa va a memoria
per fare dispetto ai morti
va tenuta a mente
va considerata senza discrezione
Se vi pare poi
dimenticatela
o aggiustatela
mentre siete col vostro cane
Vale per tutte quelle trame non scritte
Per tutte le volte che la realtà ha sopraffatto il mezzo
l’unico mezzo che abbiamo
pieno di parole
Per mancanza di inchiostro
Pure
Per arresto cardiaco
Pure
Che strano
Pensavo di poterne salvare almeno una
di donna come me
con gli stessi vermi
con lo stomaco pieno di capoversi
con l’utero assassino
Non è andata così
Con fare recitativo
impiegate tempo ad imparare i nomi
Ma sono morte
e sono insieme
Non chiedo più alle vive
Il mio appello è alle croci
sotto tutta la terra
Rassegnatevi
Li siamo salve
Intere
A memoria
Da tenere a memoria

PIETA’ DI ME

Scusate se insisto
se mi permetto
avreste per me un aspetto di ripiego?
Si
un paio di occhi scuri come la neve
un portamento antico
a spremere fierezza sui fianchi

Come un limone sul balcone di fronte
che non si inchina più alla sua pianta
Scusate
lo so
vi sembreranno richieste fuori luogo
voi siete una platea intera
e io una
ma per sbagliare bene
devo farvi inumidire gli occhi
e ho bisogno di una forma di sostegno
che non mi pianga addosso

Scusate se insisto
tutte le bambine che sono
non fanno una donna sana

Avreste per me
Qualcosa da dire al mio posto?

ELEGIA DEL CONTRARIO

Sei più bella cosi
morta
Appariscente ma giusta
esaltata dai buoni amici
e non da te

Qui c’era un si
deve essere scappato
sulle inconsistenti nebbie dell’accondiscendenza
Ne faremo buona cenere di legna1313
per il primo fuoco

Lo vedevo quel filo che ti legava alla vita
cosi volgare
Eretico

Lascia che arrivi il finale
A chiacchierare poco
A rendere grazia
A eliminare il sospetto
Stai meglio
morta
le mani giunte e il cappello spostato sugli occhi
le lacrime arrivate fino alle ossa
il libro
diviso in piccole parti

Fottili

arrenditi prima
falli pensare

La foto in cui somigli
a quello che vorrebbero dire di te
l’ho messa sulla lapide
ho scritto con la lingua bagnata
Qui non c’è nessuno
potete piangere
nessuno vi vede

APERTURE ORDINARIE

Si apra il ramo
spuntino a modo loro le sostanze impreviste
foglie
argomenti
clave usate sotto dettatura
amori da fame
quello che ancora non è stato detto
Si chiudano i varchi appassionati
non c’è tempo
Ora che ho la tua attenzione
affacciati e segna col dito i tratti
Può funzionare
se tutto è troppo per una valigia
Da qui
in solitaria
passano isole
qualcuna forse la riconosceresti
promontori lontanissimi
non so
mi dicono siano necessari al viaggio.
Che non si dica mai
mai
che lo sguardo non arrivi al pianeta seguente
che non pratichi l’ingordigia
Oseremo chiamare per nome
una ad una
le conchiglie che portano al mare
Gli arcipelaghi no
quelli faranno di noi
esattamente quello che vogliono

LE MIE SORELLE

Le mie sorelle
sono sottili
fogli di pergamena sottili
dalle gambe fragorose di tritolo
che camminano storte
e ti silenziano il sonno
ti operano lo sguardo

Hanno un rumore di fondo
senza ombra
la loro copertura
e’ da ambiente dell’altro mondo
povero poverissimo
come un santuario chiuso
srotolano i capelli
di lunghezza impercorribile
ma loro lo sanno che cadranno
tutti
e sulle loro teste si spaccherà la luce

Sulla copertina della rivista
sembrano spettatrici casuali
iridescenti
Non credere a niente di quello che vedi
hanno rami lunghissimi e contorti
intrecciati
all’interno del libro ispido
troverai cotone da cucire
tra le cosce e le pieghe
e si svuotano le mascelle
di saliva irata

Con un intero mare al tramonto

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Canto presente 52: Anna Maria Bonfiglio

03 giovedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Anna Maria Bonfiglio, Canto presente, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Anna Maria Bonfiglio

CANTO MINIMO

Ora che la vita stride nelle ossa
ammalorate
la viola incide l’arco minimale
del canto che vorrebbe lievitare.
E l’accompagna un suono
come d’incanto
un incendio che esplode e si fa verso.

Venne sull’ala ubriaca della notte
la voglia di cantare
e fu subito festa
distesa geometria di voli
impennati all’albero più alto
un gioco pazzo
di cui t’accorgi tardi e che tradisce
segreto che ti sguscia dalle mani
prima dell’allegria, prima del sogno.

Abiti la più nuda fra le case
vesti la più impossibile menzogna
e ti fai strada chiusa
anello inciso di desideri e date
età del disincanto
stella che irradia inutili bagliori
profeta di stagioni di declino.

ASSENZA

Forse è naturale consegna
quest’assenza che nessuno reclama
l’ombra solo a me visibile
negli occhi di chi mi parla.

L’azzurro è svolato
verso cieli che ignoro
la notte è segreto
che taglia il respiro.

Ovunque, la pena.

Attendere lune chiare
fra i rami secchi del platano
mentre tu navighi altre barche
e tendi a svalutare
l’oro del mio cuscino.

Svegliarsi e sentire
la vita che torna ―
un grembo profondo
per nascere ancora.

IL TEMPO BREVE
(a Carmelo Pirrera, in memoria)

Dicemmo ci sarebbe stato tempo.
Eppure sapevamo
che alle nostre spalle
tramavano i pirati
che i giardini sarebbero sfioriti
e i campi maturato altro grano.

“Che tempo è, signore?”
“Tempo di solitudine, amico”

La pioggia di febbraio
ha sciolto il miele del tuo canto
e maggio sarà un mese come un altro
solo più lungo forse
e un po’ più solitario
senza colombe e glicini sui muri.

“Che tempo ora sarà, signore?”
“Tempo che fa più breve il nostro, amico”.

GIORNO DEI MORTI

Al mattino era la cerca agli angoli
più oscuri delle stanze ―
forse i Morti ci avrebbero premiati
entrando nella notte a piedi scalzi
o tramutati in misteriosi insetti.
La mosca, per esempio, era zio Gino ―
dieci anni ed una polmonite.

La nonna raccontava della guerra
da cui zio Raffaele tornò dopo
tanti anni dentro una teca lignea

(ombre del nostro immaginario
custoditi dai Lari della casa)

Lo scotto era salire alla collina
e pregare in ginocchio ―
mestizia a sacrificio
e per ringraziamento

Ci accompagnano ora altre assenze
brandelli scomposti della nostra vita
che un giorno ― pare ―
saranno ricomposti

nessuno sa se è vero.

IN ALTRO LUOGO
(a mio padre)

Muti d’abbracci i nostri giorni
si persero nel tempo di un respiro.
Vicini nella resa
ci prendemmo le mani
-fievoli le tue, percorse
da ingrossati rivi pallidi,
le mie rapaci, ancora a reclamare
crediti legittimi e insoluti.

E’ un’altra volta autunno
e nell’umida luce
che taglia il silenzio della stanza
torni anche tu
nella quietezza antica che mi manca.
Potessi avere almeno la certezza
di ritrovarti ad aspettarmi
-quando chiuderò per sempre la mia casa-
e insieme finalmente camminare.

L’APPARENZA

Non guardare di me l’occhio che ride
la voce fresca
o l’ilare bocca che adesca.
Nell’atlante che sfiori con le dita
non cercare le alture ardimentose
o le pianure erbose.
Esplora invece i fiumi azzurri
sotterranei che adornano
le mani, le logorate valli
i merletti dei tarli.
Quello che non appare
è l’ago che segna la scissione
fra il viaggio dell’andata
e l’inversione.

MATTUTINO

Sei tornato nel sonno
dell’ora mattutina
-piccolo dono estorto a mani avare-
e avevi sulla bocca
l’oro del tuo silenzio risolino.
Ti frugavo nel cuore con le mani
per trovare di me qualche frammento
una scaglia rimasta conficcata
nella tua carne d’uomo.

Poi ti oscurò la luce
e fu di nuovo giorno.

 

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Stavros Girgenis traduce Maria Allo

01 martedì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Eleni Marinaki, Maria Allo, POESIA, TRADUZIONI

Le poesie di Maria Allo ospitate su  Exitirion  e tradotte in greco da Stavros Girgenis

(I)
Δεν γνώριζα πως ήμουν μέσα
σ’ ένα αιχμηρό σημείο της γλυσίνας
πριν το άνθισμα.

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)


non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire.

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018


(II)
Η ΓΗ ΠΟΥ ΠΑΡΑΜΕΝΕΙ
Άσε με να μιλήσω για τη θάλασσα και τις αβύσσους της
γίνεται φως στις διαφάνειες
όπως οι αναμνήσεις ή αυτό που λείπει
– κοίτα – αυτό το φαράγγι παραμένει φραγμένο
μια τρύπα στο στήθος
με θάμνους σε όλες τις εποχές.
Άσε με να μιλήσω για τη νύχτα όταν πυκνώνει
στους κροτάφους και στο όνομά σου
τότε με φωτίζεις και μένεις μέσα σ’ αυτή τη σάρκα
διαλύοντας τη σκιά και την απόσταση που εγγίζει τον ουρανό.
Άσε το θάρρος σου οργωμένο στα χείλη μου
περιφρουρεί και αγκαλιάζει τα όρια της θάλασσας
όπως η μνήμη που παραμένει και μεταλλάσσεται.

—Σχισμές ( Ed. L’arcolaio, 2016)


LA TERRA CHE RIMANE
Lasciami parlare del mare e dei suoi abissi
si fa luce nelle trasparenze
come i ricordi o ciò che manca
– vedi – resta questa gola insabbiata
un foro dentro il petto
con sterpaglie in tutte le stagioni.
Lasciami parlare della notte quando si addensa
sulle tempie e sul tuo nome
allora mi rischiari e resti dentro questa carne
strappando l’ombra e la distanza che avvicina il cielo.
Lasciami il tuo coraggio arato sulle labbra
custodisce e abbraccia i confini del mare
come la memoria che resta e si trasmuta.

—Solchi (Ed. L’arcolaio, 2016)


(III)
Πριν τη γένεση του κόσμου
ήμασταν αθώοι
εποχές απρόβλεπτων κυττάρων
τυχαία πλέγματα από τουμπερόζες στον κήπο.
Πριν τη γένεση του κόσμου
ανέπνεε η αυγή και τα φύλλα
αιωρούνταν στην στέγη του στάβλου.
Στον στροβιλισμό υπήρχε το ίδιο όνειρο
[μια μοναδική δύναμη]
σε μετεωρισμό στον άνεμο θερμοί χώροι
βαθύτητα οραμάτων.
Η ιπποκαστανιά σκόρπιζε στα πεζοδρόμια
σκαντζόχοιρους γεμάτους μούρα
με κάποιο κρυφό χάδι του ήλιου
που μερικές φορές έτρεμε ανάμεσα στα μακριά κλαδιά
θωπεύοντάς μας τα χέρια και αίφνης
το θρόισμα των γκρίζων περιστεριών
μέσα στη σιωπή του πρωινού μας ξυπνούσε.
Τώρα δεν υπάρχει εποχή,
κυριαρχεί το σκοτάδι και τα μάτια
χάνονται ανάμεσα στις βλεφαρίδες.
Τώρα στο ψηλάφισμα δεν υπάρχει παρά μόνο ορίζοντας
ο ασταθής πλανήτης εκτοξεύει βέλη.
Είναι εδώ οι Άγιοι Τόποι όπου ο τετράρχης Ηρώδης
ολοκλήρωσε τη σφαγή των αθώων;

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


Prima della genesi del mondo
noi eravamo indocili
stagioni di cellule impreviste
intrecci casuali di tuberose nell’orto.
Prima della genesi del mondo
si respirava l’alba e le foglie
fluttuavano sul tetto della scuderia.
Nel vorticare c’era lo stesso sogno
[una forza unica]
in bilico nel vento caldi spazi
profondità di visioni.
L’ippocastano disseminava sui selciati
ricci gremiti di bacche
con qualche furtiva carezza di sole
che a volte tremava tra i lunghi rami
sfiorandoci le mani e improvviso
il frullare di tortore grigie
nel silenzio del mattino ci destava.
Ora non c’è stagione,
sovrasta il buio e gli occhi
si perdono tra i cigli.
Ora a tentoni si va non c’è orizzonte
il pianeta precario lancia strali.
È qui la Terra Santa dove Erode il tetrarca
consumò la strage degli innocenti?

—Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(IV)
ΞΕΡΕΤΕ
Ξέρετε, έχουμε ρυάκια λάσπης να ανασκάψουμε
πέτρες λάβας και μαύρους αρκεύθους στο πέρασμα των αιώνων.
Όσο για μένα, μια φωτιά φιδογυρνούσε
στα οστά μου: αλλά δεν φαντάστηκα μια φωνή
μέχρι που έβαλα στο στήθος μου
τη μυρωδιά του δέρματός της όπως για να αποφύγει
τις λάμψεις του ιπποφαούς ο χειμώνας έζησε
σε συνεχή πόλεμο από κατάλληλη απόσταση
σαν κόκκινα σφεντάμια που σε μια ανάσα τώρα
στροβιλίζονται έρημα γύρω από τον άνεμο.
Ξέρετε, ξυπνάω το πρωί
σαρώνοντας κάθε φύλλο στο χαμηλότερο κλαδί
αυτού που είναι διασκορπισμένο ανάμεσά μας.

—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


SAPETE
Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi

 —Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(V)
ΚΑΘΕΤΟ 
ΒΛΕΜΜΑ
Δεν υπάρχει σχισμή βράχου
στην οποία μπορεί να κυματίσει η θάλασσα.
Λευκοί ερωδιοί διαβαίνουν τον λήθαργο
των κοχυλιών που κοιμούνται
στον πιο καθαρό βυθό της θάλασσας
αλλά σε μια κατάρα το ηφαίστειο
εξαφανίζει ονόματα και φωνές όταν η νύχτα
κατέρχεται και σε ένα βράχο η κραυγή
αναφλέγεται ανάμεσα στις σαπισμένες ακτίνες στις ακτές
σ’ εκείνον που δεν έχει φως στο πρόσωπό του.
Μόνο μερικές φορές η ανάσα είναι καθρέφτης
[ενός κάθετου βλέμματος.

—Ανέκδοτο (2020)


SGUARDO VERTICALE
Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

—Inedito (2020)


(VI)
ΔΕΝ ΜΠΟΡΕΙΣ ΝΑ ΣΤΑΜΑΤΗΣΕΙΣ
Δεν μπορείς να σταματήσεις τον άνεμο
μόνο να συλλάβεις τους οιωνούς του
πίσω από το ανάλαφρο βάρος ενός σύννεφου.
Σου μιλώ από άγνωστους καιρούς
δίχως να ξέρω πώς με διαπερνά
η σκιά, ενώ μια δέσμη ακτίνων
αναρριχάται συγκεχυμένα σε αδιαπέραστα μονοπάτια.
Έχω σπείρει ίχνη
πίσω από ασύνδετους άξονες στον βυθό
τώρα επιπλέουν σε ένα χάσμα
ενώ η σκιά διαστέλλει τη λάμψη μου.
Ιδού. Γράφε καθώς πέφτεις.
Λοιπόν, αυτό μου αφήνεις ως στίχο:
τη μυστική φωνή – σπόρο του χρόνου
και τη βροχή στα χέρια.
Στην αναπνοή σου όλες οι λέξεις,
όλη η σιωπή
ολόκληρο το σύμπαν, τα πάντα και όλοι

—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Eleni Marinaki e Maria Allo, rispettivamente in greco e in italiano, leggono la poesia di Maria Allo

NON SI PUÒ FERMARE
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
Dunque questo mi lasci come verso:
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero, tutto e tutti

—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Maria Allo è autrice di questo blog, la sua biografia qui

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“Zebù bambino” di Davide Cortese. Una lettura di Loredana Semantica.

20 giovedì Gen 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Davide Cortese; poesia contemporanea, Loredana Semantica, recensione, Zebù bambino

“Zebù bambino” è una silloge di ventuno poesie scritte da Davide Cortese. La raccolta, appena pubblicata da Terra d’Ulivi Edizioni, inaugura la collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.
Le poesie sono brevi e si leggono tutte d’un fiato con la curiosità di scoprire la successiva avventura del piccolo demonio. Scrivere del diavolo senza scrivere del male non è cosa da tutti, eppure, mi sembra, Davide ci riesca bene. Già dal titolo stesso della raccolta: Zebù, vorrebbe contrapporsi e rivoltare in negativo la parola Gesù, ma ne esce fuori un nome, grazioso anche più del nome ispiratore.
Zebù bambino induce il lettore, se così possiamo dire, in tentazione di compiere la prima cattiva azione, quella di non soffermarsi sulle parole, sui versi della silloge, in altri termini di non meditare e maturare il pensiero poetico espresso, facendo ricorso alla pazienza del pensatore, ma di consumare i testi golosamente, come piccole caramelle frizzanti e intriganti.
Davvero però non direi questo un male, anzi dimostra che l’esposizione dell’infanzia diabolica ha la sua “ac-cattiva-nte” grazia, trasfusa nella leggera malia del ritmo che cattura, nell’assonanza sdrucciola di certe chiuse con echi d’accento speculari ai nomi chiave Gesù e Zebù e altre allitterazioni sparse.
Il demoniaco qui è serpeggiante, non manifesto, si nasconde, è accennato, mascherato, sembra trattenuto sull’orlo della promessa di un futuro che, svincolato dall’es e dal super-io, si farà grande, si manifesterà in azioni più eclatanti, più dichiaratamente malvage. Tuttavia non vi sono certezze di epifania, anzi al contrario molti sono i segni che il piccolo diavolo resterà piccolo in eterno.
Un segno è che Zebù si giustifica, si difende, è avvocato di se stesso nel suo j’accuse verso gli uomini, maestri di cattiveria.

A chi aspramente lo rimprovera
per qualche suo scherzo atroce
“L’ho imparato dagli uomini”
ogni santa volta dice.

C’è un vaglio morale in questa spiegazione. Riconoscere l’azione cattiva, imputarla a responsabili diversi da se stesso, significa prendere consapevolezza che il gesto è letto negativamente dal consesso dei “valutatori”. Coloro che esercitano il loro potere sul piccolo Zebù, rimproverandolo aspramente, si sentono quindi rispondere che sono gli uomini a commettere azioni riprovevoli e nel commetterle le insegnano a chi ingenuo, alle prime armi in fatto di cattiverie, non sa ancora farne. Zebù quindi è bambino, tabula rasa e per questo stesso anche innocente emulatore dei cattivi autentici: gli uomini adulti.
Non so quanto la risposta del piccolo si ascriva alle idee sulla bontà innata dell’uomo di Rosseau, ma, del resto come dargli torto, pensando all’importanza innegabile del cattivo esempio e all’effetto di condizionamento.
Un altro segno che induce a credere che il malvagio resterà eterno infante è il pianto di Zebù. E’ un pianto di tristezza, di infinita solitudine per la malinconia di un pensiero che predomina su tutti gli altri, che può essere il bisogno di amore, la ricerca di conforto o di consolazione, lo scorno di una malefatta malriuscita oppure scoperta. L’acquisita consapevolezza dell’errore, la dannazione pirandelliana dell’essere nato. E allora “nel silenzio che fa spavento”

Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.

Tra i pregi della raccolta indubbiamente l’originalità. Chi altri ha indagato l’infanzia del diavolo? Lo stesso autore sottolinea che non è mai stata in precedenza materia poetica. Certo verrebbe di pensare che erroneamente non si è posta sufficiente attenzione in poesia alla radice del male, cioè all’operato del demonio nell’infanzia. Non lo si è chiamato col suo dannato nome. La ragione di molti comportamenti malati o malvagi degli adulti si trova nell’infanzia che essi hanno vissuto, nelle esperienze, insegnamenti, nel rapporto con le fondamentali figure affettive cioè i genitori e, subito dopo gli educatori. E’ di vitale importanza il loro approccio al bambino, il modo in cui affrontano il compito arduo di indirizzarlo, correggerlo, reprimerlo. Eccedere nelle misure di correzione, fargli mancare i gesti di affetto, manifestare freddezza o indifferenza, repulsa, preferenza, disistima. Essere colpevoli di assenza o avere tare nell’equilibrio mentale, son tutti comportamenti che lasciano segni indelebili nella discendenza o negli allievi. Ancora più grave se il bambino abbia subito forme di aggressione morali, fisiche, perverse. E’ lì in quel terreno soffice e tenero dell’animo infantile che il male pone i suoi semi. E il male vorrebbe che radicassero, facessero alberi e frutti approfondendo la breccia nel terreno fertile della mente vergine di un bambino. Questi assorbendo nutrimenti avvelenati a sua volta replicherà gesti e manifestazioni negative, repressive, perverse, in una spirale senza fine.
Osservazione, nascondimento, segreto, ricordo, emersione, esorcizzazione, sono passaggi che caratterizzano il processo attraverso il quale si produce la poesia della memoria, degli eventi dell’infanzia.
La poesia indaga la coscienza, ma non dimentichiamo che il demonio ne è privo, quindi nello Zebù che noi leggiamo vediamo il demonio per tramite dell’operato e delle azioni che, quanto più sono ingiustificate, tanto più sono autenticamente malvage, ispirate cioè dal signore del male.
Il demonio non è capace di scrupoli, non prova invidia, gelosia, amore desiderio di vendetta come un dio malvagio di reminiscenza greca o latina.
Capra, corna, fuoco sono simboli del portatore del male, ma il male realmente non si personifica in un essere, il male agisce attraverso gli uomini che operano nel mondo. Il demonio è un inconsistente manipolatore di coscienze, muove le fila come un burattinaio, combina eventi, suggerisce parole, spinge a gesti, fa in modo che tutto concorra al trionfo del male.
Sono gli uomini in realtà a compiere scelte e scelgono di fare del male, lasciando una scia di effetti che a loro volta diventano cause di altre condotte. Queste scie formano linee malvage, immaginabili come tracce di rotte aeree che si sovrappongono a formare una rete invisibile che s’intreccia. Produrre il male però non può restare senza effetto. Per legami imperscrutabili, misteriosi il male ritorna, in tempi diversi – e chissà, forse anche in mondi diversi – a chi l’ha compiuto. Questo, mi rendo conto, è un assioma e, nel contempo, un atto di fede. Come lo è affermare che solo il bene può spezzare la continuità e l’espansione del male.
Tirare le trecce alle femmine, succhiare il latte da tette di plastica, distruggere i giochi, spiare gli amplessi degli adulti appartengono alla “fedina penale” del piccolo Zebù.
Secondo la classificazione delle tipologie di peccato operati dalla tradizione cattolica, quelli descritti sono peccati “veniali”, ben lontani da quelli “capitali” che “de-capitano” il peccatore, cioè lo alienano dalla grazia celeste perché ne mortificano l’anima. Talvolta nei testi poetici s’alza qualche fiammata infernale di tentazioni mortali.
Tutta la raccolta appare a questo proposito disseminata dei riferimenti tipici degli insegnamenti cristiani, gli stessi personaggi protagonisti: Gesù, Madonna, Giuseppe, Bel-Zebù, sono figure della tradizione tramandata coi Vangeli.
Alla luce di questa analisi le azioni di Zebù bambino non sono demoniache perché giustificate dalla curiosità e dall’imitazione, di per sé sufficienti ad assolvere Zebù. E tutto lo sviluppo di questa breve nota critica vuole assolvere anche noi stessi lettori dal moto di tenerezza che sorge leggendo, che quasi si sarebbe voluto essere lì con Zebù per un abbraccio d’affetto, di consolazione per la comunanza di spirito con la sua indocilità, con la protesta e la disubbidienza, la fuga, il pianto, la disperazione, la ribellione. Tutte cose che ce lo rendono caro, perché tutti siamo Zebù o lo siamo stati o lo vorremmo essere. Ancora adesso. Per dare fuoco al malvagio ad esempio. Mortificare chi ci fa del male. Prima di affogare di rabbia repressa.
L’augurio è che questa silloge prosegua, con altre poesie, le prossime avventure di Zebù, il demonietto che tutti vorremmo per amico.
La raccolta si conclude con una densa postfazione di Mattia Tarantino a cui fa da contraltare la freschezza dei testi poetici preposti.

Loredana Semantica

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA”(LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura) , “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano – Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “Inverso”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” ( Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ). . “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ).

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“Controfobie” di Antonio Corona. Una lettura di Rita Bompadre

11 martedì Gen 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Antonio Corona, Controfobie, POESIA, Recensioni, Rita Bompadre

“Controfobie” di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell’empatia. L’autore interpreta, nell’esperienza della pura solidarietà,  l’attitudine della ragione umana d’intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l’approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell’indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all’apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell’irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l’impulso motivazionale dell’universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l’inafferrabile oscurità dell’ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell’indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell’irresolutezza, dall’apprensione per un’intolleranza che addensa le incrinature dell’anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l’esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un’angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l’originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d’animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l’insolenza dell’offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell’amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere “Controfobie” accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all’intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall’impostazione esistenziale il conflitto dell’incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un’umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d’identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell’urgenza necessaria della scrittura poetica.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Subire

Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.

——————-

Amare nell’ombra

Un bacio mai dato
è un’emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.

—————

Pioggia d’estate

La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d’amore mancato perisce.

—————–

Sulla fune

Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l’unica certezza.
Parole di convivenza

Parole cucite all’orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.

Parole vuote nell’aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.

Vorrei parole unite da una lampo
riportate all’orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.

——————–

A piedi uniti

In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell’ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un’onda, dell’onda
della forza che m’inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l’assenza e l’essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.

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Numeri e Auguri

02 domenica Gen 2022

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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limina mundi, Numeri e Auguri

Scoprite come piegare libri e creare sculture in 85 immagini e alcuni video

Restiamo unici, nonostante i tentativi di imitazione. Questo potremmo dire del nostro Limina mundi in un impeto di autocelebrazione, ma non vogliamo cadere nella trappola del compiacimento, desideriamo quest’anno, non meno di altri trascorsi, con questo post, ch’è ormai una tradizione anche nel titolo, riepilogare il lavoro che si fa con passione su queste pagine.

Una dedizione che viene ripagata dal sempre maggior numero di lettori, dal crescente numero di visualizzazioni e dai tanti scrittori contemporanei che ci sottopongono le loro opere, in cerca di un parere, certo, di visibilità ancor di più, ma noi preferiamo pensare che ciò che li spinge sia una richiesta di attenzione, come il bimbo chiede alla madre, come lo scolaro al suo maestro, come i cittadini alle autorità. E madre, maestro, autorità sono solo degli esempi per dire persone di riferimento, la cui opinione conta o quanto meno non è senza peso. Una richiesta di attenzione che attraverso il blog noi trasferiamo ai lettori,  quelli più fedeli che ci seguono – ormai più di 200- ma anche a quelli che visitano occasionalmente il blog.

Tutti ci chiedono di prendere in considerazione il proprio lavoro, il proprio bisogno, il proprio mondo, quello che hanno costruito con le parole, non meno di quanto noi redazione facciamo qui, pubblicando il nostro pensiero, i vostri scritti, le nostre recensioni, le vostre poesie, le nostre note di lettura, i commenti critici, approfondimenti, parole poetiche di grandi e meno grandi. Un insieme che in questo luogo, anno dopo anno, costruiscono un mondo buono e – il che è lo stesso –  bello.

E allora vi ringraziamo e approfondiamo coi numeri che – come immancabilmente ripeto ogni anno – hanno l’anima, quello che abbiamo fatto in quest’anno appena trascorso.

Abbiamo ricevuto 58902 visite da 44165 visitatori, sono stati pubblicati 112 post. Le visite, a partire dal 2016, anno di fondazione del blog, sono state 227340, i post pubblicati in totale 795.

L’autore che ha ricevuto più visite ai propri post è Deborah Mega con ben 43624 visite. Le visite riguardano anche articoli pubblicati in anni precedenti al 2021, anzi soprattutto questi e soprattutto quelli in cui Deborah commenta “classici” della letteratura. Più sotto un elenco dei post maggiormente visitati nel 2021 (oltre 1000 visite ciascuno). Nella prima colonna il titolo dell’articolo, nell’ultima a destra il numero delle visite.

La casa di Asterione                  7085
Home page                               6613
La città di Leonia                       3395
Continuità dei parchi                  2586
La sorella di Shakespeare           2309
Jaufre Rudel e l’amore de lohn    1887
Giorno d’esame                         1882
Di sera, un geranio                    1524
La chiave d’oro                          1500
Una rosa rossa                          1416

Il 2021 è stato un anno proficuo anche per l’apporto di autori e collaboratori.
Di seguito i numeri dei post pubblicati da ciascun autore.

Loredana Semantica 35
Deborah Mega 44
Annamaria Bonfiglio 9
Francesco Palmieri 10
Adriana Gloria Marigo 11
Maria Allo 2

Ben riuscita la rubrica  recentemente inaugurata a cura di Francesco Palmieri: “A viva voce”, nella quale è proposta la lettura di poesie di vari autori selezionati dalla viva voce del curatore. Francesco ha letto testi suoi e di E.Montale, V.Sereni, G.Caproni, C.Baudelaire, W.Shakespeare, R.Kypling, E.Sanguineti, G.Raboni.

Emilio Capaccio ha proseguito la collaborazione proponendo nella rubrica “Idiomatiche”, del quale è il principale animatore, le traduzioni di Gioconda Belli, Randall Jarrell,  Robert Frost, Georg Heym, Alfred Tennyson, Lya Luft.

Nella rubrica “Versi trasversali” sono state proposte poesie scelte da opere di Zahira Ziello, Alfredo Alessio Conti, Matteo Marangoni, Domenico Bernardo, Thorvald Berthelsen, Davide Rocco Colacrai, Marta Genduso, Alessandro Barbato, Sergio Oricci, Benedetto Ghielmi.

In “Canto presente” sono state pubblicate poesie scelte di Enrico Cerquiglini e Enrico Marià.

Adriana Gloria Marigo nella sua rubrica esclusiva “Miscelaneas” ha dedicato attenzione alle opere di Geo Vasile, Edoardo Gallo, Sergio Carlacchiani, Domenico Pisana, Marco Vitale, Paolo Landi, Paolo Isotta, Silvio Raffo, Pietro Edoardo Mallegni. Adriana ha inoltre pubblicato sul blog un suo approfondimento letterario su “Il dolore nella poesia: esperienza numinosa per l’alfabeto della creanza”.

Annamaria Bonfiglio (marian2643) ha proposto un suo racconto dal titolo “Tre donne” e suoi  approfondimenti letterari  intitolati “Il gusto del liberty nella poesia di Paul Gerardy”, “Natalia Ginzburg, la scrittrice della semplicità”, “Mario Luzi e il rapporto con Palermo”, “Il dolore del vivere. Note sulla poesia di Camillo Sbarbaro”, “100 anni di Leonardo Sciascia. Metafore e contraddizioni”, ha inoltre commentato opere recentemente pubblicate da Fernando Lena e Nicola Romano, ha intervistato Gino Pantaleone.

Maria Allo  ha proposto “Δαιμόνιοι” (Creature demoniache)” di Anna Griva, la visione di Dante personaggio, con una traduzione dal greco e la recensione a “Il sentiero del polline” di Guglielmo Aprile.

Rita Bompadre ha recensito recenti pubblicazioni di Marco Galvagni, Simone Corvasce, Filomena Gagliardi, Milena Tagliavini, Mauro De Candia.

Deborah Mega ha pubblicato sue Note di lettura su opere di Monia Gaita, Sergio Sichenze, Valeria Bianchi Mian. Inoltre ha proposto nel blog i suoi articoli su “Amy, dieci anni dopo” “Squid Game” “La storia del Milite Ignoto e la scelta di Maria Bergamas”, ha intervistato Margherita Pascucci e Grazia Procino, ha commentato il recente “Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020” di Mario Fresa, ha segnalato recenti pubblicazioni dei seguenti autori: Valerio Succi, Alessandro Trasciatti, Gianfranco Vacca, Zahira Ziello, Claudio Pagelli, Davide Rocco Colacrai, Giancarlo Baroni, Mariella Bettarini, Jonathan Rizzo, Riccardo Mazzamuto, Antonella Anedda, Nunzio Di Sarno, Luciano Mastrocola, Francesco Randazzo. Ha pubblicato poesie di autori noti nei giorni delle feste più significative: Pasqua, Natale, Capodanno, Ferragosto.

Loredana Semantica nel 2021 ha pubblicato 4 suoi racconti: “Sogni”, “Anime e animali”, “Irene nel paese delle meraviglie” e “Novembre di zucchero”. Ha commentato le opere “Psychodissey” di Eleonora Federici e “Parabole” di Cipriano Gentilino, ha introdotto la nuova rubrica “Essere donna”, nella quale pubblica suggestivi squarci sulla condizione femminile ora e nel tempo. inoltre ha omaggiato il poeta recentemente scomparso Sebastiano Patanè Ferro e ricordato il cantautore Franco Battiato. Ha dedicato a Marylin Monroe un post della rubrica “Grandi donne” e commentato nella rubrica “Forma alchemica” una poesia capolavoro di Emily Dickinson e  un’altra di Nazim  Hikmet. Ha pubblicato post commemorativi nel giorno della festa della donna, del 25 aprile, per la festa della mamma e S. Valentino e proseguito, con 2 post, la rubrica “Prisma lirico”, suggestioni di immagini e poesia e infine ha scritto il “Numeri e Auguri” riferito al 2020.

In fondo a questo corposo riepilogo non possono mancare i ringraziamenti a tutti coloro che si sono fatti parte attiva nel blog, autori, collaboratori, lettori, commentatori, curiosi, sostenitori…

A tutti un luminoso Anno Nuovo, ricco di cose buone e di buona poesia.

Loredana Semantica

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