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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: ARTI

Prisma lirico 15: Alfonsina Storni – Egon Schiele

10 mercoledì Gen 2018

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Alfonsina Storni, le opere di Egon Schiele

Egon Schiele, Totes Mädchen (detail), 1910

Egon Schiele, Totes Mädchen, 1910 (dettaglio)

Perché io ho il petto bianco, docile,
inoffensivo, dev’essere che le tante
frecce che vanno nell’aria vagando
prendono la sua direzione e lì si piantano.

Tu, la mano perversa che mi ferisce,
se questo è il tuo piacere, poco ti basta;
il mio petto è bianco, è docile ed è umile:
fuoriesce un po’ di sangue dopo, nulla.

schizzo per un autoritratto

Egon Schiele, “Schizzo per un autoritratto”

testo: Alfonsina Storni
opere: Egon Schiele

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ARTISTI PRESENTI (arte e fotografia)

26 martedì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in ARTI, Fotografia

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Un blog si differenzia da una pagina internet perché gli articoli che vengono man mano pubblicati sono ordinati sempre cronologicamente e, qualora la si selezioni, anche per categoria. Ciò non rende molto agevole la consultazione degli articoli pubblicati per autore. Per esaltare l’aspetto corale di Limina mundi abbiamo pensato di introdurre un’indicizzazione che evidenzi la ricca partecipazione autoriale.

Abbiamo quindi creato la pagina degli

ARTISTI PRESENTI (arte e fotografia)

raggiungibile dal link appena sopra riportato, link peraltro ben evidente costantemente nella home del blog Limina mundi, appena sopra il nome del blog, subito dopo le pagine “about”, “chi siamo”, “autori che hanno collaborato con noi”.

La pagina è strutturata come segue: è riportato il nome di ogni artista presente sul blog e sotto il suo nome il link agli articoli dove sono presenti sue opere.  L’ordine nominativo è alfabetico per nome. Qui sotto sono riportati i nominativi degli artisti finora presenti.

Va da sé che qualche refuso è sempre possibile, nel caso vi accorgeste di qualche svista o dimenticanza saremo lieti di ricevere il vostro aiuto per perfezionare il lavoro di indicizzazione.

La pubblicizzazione di questa pagina a ridosso della festività natalizia rappresenta un  piccolissimo regalo e grande ringraziamento per la presenza e i contributi da ciascuno prodotti nel tempo.

INDICIZZAZIONE DEGLI AUTORI PRESENTI IN LIMINA MUNDI PER ARTE E FOTOGRAFIA:

ALESSANDRO BAVARI

ALESSANDRO TOCCO

ANGELO MERANTE

ANNA NAVARRA

ARTUR POLITOV

CARLO PISCOPO

DANIELA ALESSI

DANIELE GOZZI

ELIO SCARCIGLIA

EMANUELE DELLO STROLOGO

FRANCESCO SEVERINI

GIANLUCA DI PASQUALE

LEX LUTTHER

LOREDANA SEMANTICA

MAREK WALIGORA

SALVATORE FRATANTONIO

SAMUELE ROMANO

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Natale di Giorgio Caproni

25 lunedì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in ARTI, Rose di poesia e prosa

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Giorgio Caproni

Sandro_botticelli_e_bottega,_madonna_col_bambino_e_san_giovannino_in_un_tondo,_1490-1500_ca._03

Sandro Botticelli, Madonna con Bambino e San Giovannino, particolare (1490-1550 ca.)

Con l’opera di Sandro Botticelli e la poesia di Giorgio Caproni, il blog Limina mundi e la redazione augurano BUON NATALE.

Nel gelo del disamore…
senza asinello né bue…
Quanti, con le stesse sue
fragili membra, quanti
suoi simili, in tremore,
nascono ogni giorno in questa
Terra guasta!…

Soli
e indifesi, non basta
a salvarli il candore
del sorriso.

La Bestia
è spietata. Spietato
l’Erode ch’è in tutti noi.

Vedi tu, che puoi
avere ascolto. Vedi
almeno tu, in nome
del piccolo Salvatore
cui, così ardentemente, credi
d’invocare per loro
un grano di carità.

A che mai serve il pianto
– posticcio – del poeta?

Meno che a nulla. È soltanto
fatuo orpello. È viltà.

(Giorgio Caproni)

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Punti di vista 5: L’Ultima Cena

04 lunedì Dic 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, L'Ultima Cena, Leonardo da Vinci

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci rappresenta una delle opere d’arte più famose di tutti i tempi, non soltanto per la sua carica innovativa ma anche perché oggetto di innumerevoli imitazioni e riproduzioni da parte degli artisti di tutte le epoche.

E’ un affresco a tempera grassa su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1495-1498 e conservato nell’ex-refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco. A causa dei materiali utilizzati, incompatibili con l’umidità dell’ambiente, confinante con le cucine del convento, versa da secoli in cattivo stato di conservazione tanto da essere sottoposta a uno dei più lunghi e certosini restauri della storia, durato dal 1978 al 1999. Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento, nell’agosto del 1943, venne bombardato: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo.

Leonardo rappresenta il momento più drammatico del Vangelo, quando Cristo annuncia il tradimento di uno degli apostoli e pronuncia le parole “In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”, (Giovanni, 13,21). Al centro della scena è rappresentata  la figura di Gesù. Attorno a lui gli apostoli sono sistemati a gruppi di tre, secondo le diverse reazioni alle parole di Cristo. Nel 1494 Leonardo Da Vinci ricevette un’importante commissione da Ludovico il Moro, che stava avviando importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento della chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, perché divenisse luogo di celebrazione della casata Sforza. Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi, quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio. Sui lati minori sarebbero dovute essere rappresentate la Crocifissione e l’Ultima Cena.

Alla Crocifissione lavorò Donato Montorfano, sulla parete opposta invece Leonardo avviò l’Ultima Cena, che in quel periodo, lo risollevò dalle preoccupazioni economiche.  Come è noto Leonardo non amava la tecnica dell’affresco, perché lo costringeva a  stendere velocemente i colori prima che l’intonaco si asciugasse e non consentiva ritocchi e piccole modifiche.  Scelse così di dipingere su muro come dipingeva su tavola: la preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico; prima di stendere i colori l’artista interponeva un sottile strato di biacca. In seguito venivano stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa.  Questa tecnica permise la raffinata stesura tono su tono e una cura estrema dei dettagli ma fu anche all’origine dei problemi conservativi. Tra i materiali sono stati usati anche lamine metalliche d’oro e d’argento, per impreziosire le figure. Nel 1498 l’opera era già terminata. Nel 1977, dopo diversi studi e ricerche, fu avviato il grande e impegnativo progetto di restauro. L’affresco era ormai ovunque scrostato e lesionato; ci si è resi conto che il Cenacolo era stato spalmato di cera per essere predisposto al distacco, che non fu mai eseguito. L’impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli, avevano peggiorato notevolmente le condizioni del dipinto. Una volta eliminate le ridipinture e ritrovata l’opera originale di Leonardo, i restauratori si erano posti il problema di come riempire le parti mancanti; in un primo tempo queste erano state riempite con un colore neutro, poi si è deciso di riprendere i colori leonardeschi, basati sui frammenti ritrovati  e sulle copie d’epoca del Cenacolo. Tra le tante scoperte, si è trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva (punto di fuga). Si sono riscoperti i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo, distrutti nel XVII secolo dall’apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina. La stanza è illuminata da tre finestre sullo sfondo e, con l’illuminazione frontale da sinistra che corrispondeva all’antica finestra del refettorio, Leonardo rappresentò in primo piano la lunga tavola della cena, con al centro la figura di Cristo. Egli ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase. Ogni particolare è curato con estrema precisione e le pietanze e le stoviglie presenti sulla tavola concorrono a bilanciare la composizione. Nessuno è riuscito a capire cosa ci fosse esattamente sul piatto dei commensali. I tecnici che hanno restaurato il dipinto per vent’anni, guidati da Pinin Brambilla, hanno pensato che il menù fosse a base di pesce, anche se nel momento rappresentato nessuno dei commensali sta toccando cibo. Dal punto di vista geometrico l’ambiente, pur essendo semplice, è ben calibrato. Attraverso alcuni espedienti prospettici come il soffitto a cassettoni, gli arazzi appesi alle pareti, le tre finestre del fondo e la posizione della tavola, si ottiene l’effetto di trompe l’oeil. Il paesaggio che si intravede dalle finestre potrebbe essere un luogo ben preciso. Leonardo rappresentò i “moti dell’animo” degli apostoli  sconcertati di fronte all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro. Alle parole di Cristo gli apostoli manifestano diversi stati d’animo: Pietro (a sinistra) con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni per avere spiegazioni; Giuda, stringe la borsa con i soldi e nell’agitazione rovescia la saliera. Andrea mostra i palmi, Giacomo e Bartolomeo sono sgomenti e increduli. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone pure esprimono con gesti concitati il loro smarrimento. Giacomo Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto. La figura di Tommaso, a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare aggiunta successivamente in modo un po’ posticcio. Alcuni particolari della composizione sono probabilmente stati suggeriti dai domenicani, forse dallo stesso priore  Vincenzo Bandello. Sopra l’Ultima Cena si trovano cinque lunette che rappresentano  imprese degli Sforza entro ghirlande di frutta, fiori, foglie e iscrizioni su sfondo rosso. La lunetta centrale è in buono stato di conservazione e contiene il drago simbolo della famiglia nobiliare, il famoso Biscione.

Una diversa lettura del dipinto è stata compiuta dallo scrittore Dan Brown nel famoso romanzo giallo Il codice da Vinci. Secondo lo scrittore, il discepolo alla destra di Gesù Cristo sarebbe una donna, con cui Leonardo avrebbe voluto rappresentare Maria Maddalena, la possibile amante di Gesù, ipotesi respinta dalla Chiesa, in quanto priva di alcun fondamento. L’aspetto di Giovanni fa parte dell’iconografia dell’epoca, riscontrabile in tutte le “ultime cene” : l’apostolo più giovane (il “prediletto” secondo lo stesso quarto vangelo) era rappresentato come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci.

I quattro gruppi formano delle piramidi concatenate fra loro; piramidale è anche, al centro, Gesù, con le braccia allargate, isolato rispetto ai discepoli, perché è solo nel momento del sacrificio supremo. Leonardo esprime la consapevolezza di chi sa che sarà abbandonato da tutti, ma al tempo stesso la serenità di chi ha accettato una missione che sta per concludersi. C’è dunque distacco fra la concitazione degli altri e la nobile calma di Cristo, altro elemento che rende certi del suo altruismo e del suo amore per l’umanità.

Deborah Mega

 

 

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Prisma lirico 14: Vincenzo Cardarelli – Egon Schiele – Felice Casorati

29 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Egon Schiele, Felice Casorati, Vincenzo Cardarelli

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la fresca poesia di Vincenzo Cardarelli, l’autoritratto di Egon Schiele e l’onirica opera di Felice Casorati

egon schiele Autoritratto con capelli lunghi · 1907

Egon Schiele

Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

felice casoraiti il sogno del melograno 1913

Felice Casorati

poesia: “Abbandono” di Vincenzo Cardarelli, da “Poesie”, 1936

opere:

Egon Schiele, “Autoritratto coi capelli lunghi “, 1907

Felice Casorati, “Il sogno del melograno” , 1913

 

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Punti di vista 4: La persistenza della memoria

13 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, La persistenza della memoria, Salvador Dalí

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La persistenza della memoria di Salvador Dalì.

“La persistenza della memoria” è un dipinto ad olio su tela di cm 24 x 33, realizzato nel 1931 dal pittore spagnolo Salvador Dalí. Il dipinto, inizialmente denominato Gli orologi molli, fu acquistato nel 1932 dal gallerista Julien Levy che lo  espose nella propria galleria d’arte a New York, attribuendogli il titolo con cui è maggiormente conosciuto, La persistenza della memoria. Successivamente l’opera fu acquistata al prezzo di 350 dollari dal Museum of Modern Art, dove è tuttora esposta. Pare che sia stata realizzata in sole due ore, nel 1931:  venne suggerita all’artista dall’eccessiva morbidezza del formaggio che stava mangiando. Si tratta di un’opera surrealista che raffigura un paesaggio costiero della costa Brava, nei pressi di Port Lligat, illuminato da un cielo con delle sfumature gialle e celesti, in cui sono presenti alcuni orologi dalla consistenza morbida, simboli dell’elasticità del tempo. L’ambientazione è surreale, fuori dal tempo e dallo spazio.

Il paesaggio dipinto è privo di qualsiasi vegetazione ma popolato da strani oggetti: un parallelepipedo su cui cresce un ulivo privo di foglie, un occhio dormiente dalle lunghe ciglia, una costa rocciosa sul mare. L’attenzione dell’osservatore, tuttavia, è catturata dai tre orologi molli, veri protagonisti della scena. Sciogliendosi, questi assumono la foggia dei loro sostegni: il primo, rappresentato in primo piano, ha su di esso  una mosca e sembra scivolare, il secondo è sospeso sull’unico ramo dell’albero secco e il terzo è avvolto sulla strana figura che si trova distesa al suolo. Un quarto orologio, l’unico ad essere rimasto allo stato solido, è collocato sempre sul parallelepipedo ed è ricoperto di formiche nere brulicanti; l’artista catalano ha da sempre nutrito una fobia verso questi insetti, sin da quando ancora bambino li vide divorare un coleottero. La rappresentazione del quadro infatti proviene dall’inconscio e dallo stato di sogno, rappresentato dalla creatura quasi embrionale distesa a terra che potrebbe essere la rappresentazione dell’artista stesso. Sensibile all’influenza di Sigmund Freud, Dalì riflette sulla relatività del tempo, il cui scorrere è scandito dal moto cadenzato degli orologi, come si se trattasse di una misura oggettiva da poter quantificare e misurare, non tenendo conto invece della relatività del tempo e della sua caratteristica di essere soggettivo. Ecco che gli orologi diventano simbolo della plasticità del tempo, anche perché regolati dai meccanismi dell’inconscio e dalle percezioni di ciascuno. Di certo è uno dei dipinti più famosi di Dalì, in cui l’invenzione degli «orologi molli» diviene un’intuizione molto suggestiva, che fa riflettere sulla dilatazione o contrazione del senso del tempo dipendente dalla singola individualità.

Deborah Mega

 

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Prisma lirico 13: Bertolt Brecht – Mario Sironi – Auguste Rodin

08 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Auguste Rodin, Bertolt Brecht, Mario Sironi

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la profonda poesia di Bertolt Brecht e le intense opere di  Mario Sironi e Auguste Rodin

mario sironi paesaggio 1952 tre cime di lavaredo

Mario Sironi, Paesaggio, 1952

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht trad. Roberto Fertonani

The_Thinker_Musee_Rodin

Auguste Rodin, “Il pensatore”, particolare

Di innoxiuss – Thinking at Hell’s gate, CC BY 2.0, Collegamento

Testo: Bertolt Brecht, da “Poesie” Einaudi, 1992
Opere:
Mario Sironi, “Paesaggio” ( tre cime di Lavaredo), 1952
Auguste Rodin,  “Il pensatore”, particolare

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Punti di vista 3: La Scuola di Atene

23 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Deborah Mega, La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La Scuola di Atene di Raffaello.

La Scuola di Atene è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane” che si trovano all’interno dei Musei Vaticani. Rappresenta una delle opere pittoriche più importanti della Città del Vaticano, visitabile all’interno del percorso.

Dopo l’insediamento, papa Giulio II, manifestò il desiderio di non utilizzare gli appartamenti del suo predecessore, Alessandro VI, decorati dal Pinturicchio. Per il nuovo appartamento scelse ambienti al piano superiore dei palazzi vaticani, in seguito noti come Stanze, di cui si progetta in un primo tempo la decorazione dei soffitti, ad opera di un gruppo di pittori provenienti da varie regioni italiane: il Perugino, il Sodoma, Baldassarre Peruzzi, il Bramantino, Lorenzo Lotto e il tedesco Johannes Ruysch. A partire dal 1508 ad essi si aggiunge Raffaello, che comincia a lavorare nella Stanza della Segnatura con il Sodoma e Ruysch.  Colpito dalle prove del pittore urbinate, il papa decise di affidargli l’intera decorazione degli appartamenti. Nel soffitto il Sanzio dipinge le personificazioni della Teologia, della Filosofia, della Poesia e della Giurisprudenza entro tondi che sovrastano le lunette delle pareti mentre in scomparti angolari raffigura l’Astronomia, il Giudizio di Salomone, il Peccato dei Progenitori e Apollo e Marsia. Il fatto che fosse ripreso lo schema decorativo tradizionale delle biblioteche medievali e rinascimentali, che ne rispecchiano l’ordinamento in “facoltà” ha fatto pensare che l’ambiente fosse originariamente destinato a ospitare la biblioteca privata del pontefice, anche se non vi sono documenti in tal senso. La decorazione pittorica si avviò dalla volta, per proseguire alla parete est, dove venne raffigurata la Disputa del Sacramento e a quella ovest della Scuola di Atene. Raffaello e i suoi aiuti vi attesero dal 1509 al 1510.

Non è chiaro quanto fu frutto della fantasia e della cultura dell’artista, pienamente inserito  nell’ambiente colto della curia romana e quanto venne invece dettato dal papa e dai suoi teologi. Durante il sacco di Roma gli affreschi della Stanza della Segnatura subirono danni dai soldati luterani che accesero fuochi, il cui fumo danneggiò gli affreschi e vi tracciarono scritte sulla fascia basamentale che vennero coperte da ridipinture seicentesche. Del dipinto esistono vari studi preparatori superstiti.

L’affresco, inquadrato da un arco dipinto, rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell’antichità intenti a dialogare tra loro, all’interno di un edificio ancora incompiuto di grandiose proporzioni, ispirato a esempi tardo-antichi e ai progetti di Bramante per il nuovo San Pietro. Una larga scalinata taglia l’intera scena, al centro è raffigurata una coppia di figure che conversano, identificate in Platone e Aristotele. Una sorta di vasto proscenio favorisce la dinamica articolazione dei gruppi in cui è rispettata la gerarchia simbolica senza tuttavia alterare l’effetto di naturalità della rappresentazione. Le cinquantotto figure presenti nell’affresco hanno sempre sollecitato gli studiosi circa la loro identificazione. Nei volti di alcuni filosofi sono stati riconosciuti i lineamenti di artisti contemporanei: Euclide ha le sembianze di Bramante, Platone quelle di Leonardo, Eraclito quelle di Michelangelo. Raffaello stesso si è ritratto insieme al Sodoma all’estremità destra della lunetta. La presenza di così tanti pensatori di varie epoche evidenzia lo sforzo di arrivare alla conoscenza, alla ricerca razionale, comune a tutta la filosofia antica. Tale rappresentazione è complementare al dipinto della Disputa del Sacramento sulla parete opposta, dove si esaltano la fede e la teologia. I due dipinti rappresentano così la cultura classica e la cultura cristiana. Nel tempo l’opera di Raffaello ha sollecitato innumerevoli interpretazioni: è stata intesa come una raffigurazione della storia del pensiero antico dalle sue origini o anche una rappresentazione delle sette arti liberali con in primo piano, da sinistra la grammatica, l’aritmetica e la musica, a destra la geometria e l’astronomia, e in cima alla scalinata la retorica e la dialettica. L’uomo domina la realtà, grazie alle sue facoltà intellettive, ponendosi al centro dell’universo, in una linea di continuità fra l’antichità classica e il cristianesimo. Nei pilastri che fanno da sfondo alla gradinata su cui si trovano i filosofi, sono collocate due statue, entrambe riprese da modelli classici: Apollo con la lira a sinistra e Minerva a destra, con l’elmo, la lancia e lo scudo con la testa di Medusa. Sotto Apollo si trovano una Lotta di ignudi e un Tritone che rapisce una nereide. Sotto Minerva si vedono invece figure di più difficile interpretazione, tra cui una donna seduta vicino alla ruota dello zodiaco e una lotta tra un uomo e un bovino. Nei medaglioni sotto la cupola sono raffigurati due bassorilievi. Una rappresentazione prospettica così complessa lascia pensare che Raffaello si sia avvalso di uno specialista, forse Bastiano da Sangallo o come riporta Vasari, lo stesso Bramante. È noto però che una delle specialità del Sanzio fosse proprio la prospettiva. Platone, raffigurato con il volto di Leonardo da Vinci, regge il Timeo e solleva il dito verso l’alto a indicare il Bene; Aristotele invece, il cui volto sembra essere quello del maestro di prospettive Bastiano da Sangallo, regge l’Etica Nicomachea e distende il braccio destro per indicare il processo opposto a quello indicato da Platone, ovvero il ritorno dal mondo intellegibile al mondo sensibile. Nella raffigurazione dei due filosofi è stato visto anche un parallelismo con i due apostoli Pietro e Paolo. Tra i filosofi rappresentati alcuni sono chiaramente riconoscibili mentre di altri l’identità è più controversa. A sinistra di Platone, con una tunica verde si trova Socrate, tra i giovani davanti a lui si sono riconosciuti Alcibiade o Alessandro Magno, Senofonte ed Eschine. All’estrema sinistra, Zenone di Cizio vicino a un fanciullo, che regge il libro letto secondo alcuni da Epicuro incoronato da pampini di vite. Pitagora è seduto più avanti, in primo piano, mentre legge un grosso libro. Dietro di lui Averroè col turbante, che si china verso di lui, e un vecchio che prende appunti, identificato con Boezio o Anassimandro o Senocrate o Aristosseno o ancora Empedocle. Davanti si trovano un giovane in piedi di controversa identificazione, Parmenide o Aristosseno. Verso il centro Eraclito, isolato, poggia il gomito su un grande blocco. Il personaggio sulla sinistra, di fianco a Parmenide vestito di bianco e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è probabilmente Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II.

Negli ultimi anni si è identificata questa figura con Ipazia, matematica di Alessandria d’Egitto del IV-V secolo. Nel gruppo di destra è rappresentato Zoroastro mentre tiene in mano un globo celeste, in quanto ritenuto fondatore dell’Astronomia. Il gruppo a destra di Aristotele è di difficile interpretazione. L’uomo vestito di rosso potrebbe essere Plotino, al centro sdraiato sui gradini c’è Diogene. In primo piano si trova un gruppo centrato su Euclide (o di Archimede), in ogni caso la figura è raffigurata con le sembianze del Bramante, intento a enucleare un teorema tracciando figure geometriche. I decori sulla sua tunica sono stati interpretati come la firma di Raffaello,”RVSM”: “Raphaël Urbinas Sua Manu” e forse la data MDVIIII. Dietro di lui, l’uomo che dà le spalle allo spettatore e regge un globo è Claudio Tolomeo. Davanti a lui si trova un uomo barbuto, forse Zoroastro, e dietro due personaggi di profilo, in vesti contemporanee, Raffaello stesso e l’amico e collega Sodoma. La collocazione degli artisti nell’affresco dimostra la consapevole e orgogliosa affermazione della dignità intellettuale dell’operare artistico, secondo lo spirito tipicamente rinascimentale.

Deborah Mega

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Prisma lirico 12: Jannis Ritsos – René Magritte

11 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Jannis Ritsos, René Magritte

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la bellissima poesia di Jannis Ritsos e le surreali opere di  René Magritte.

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Tra una moltitudine di automobili
tra migliaia di giacche vuote
appese fuori sui muri
una giovane donna sorrise
un triciclo passò carico di azalee
balenarono rossi i falli delle statue
dunque non è impostura la poesia.

René Magritte

poesia di Jannis Ritsos

opere pittoriche: “the future of statues”, 1937, “la belle de nuit” , 1932, Renè Magritte

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PUNTI DI VISTA 2: Danae

02 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Danae, Deborah Mega, Gustav Klimt

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo Danae di Gustav Klimt.

Realizzato tra il 1907 e il 1908, è di piccole dimensioni (77 x 83 cm) e si trova a Vienna alla Galerie Würthle.

Il mito di Danae, figlia di Acrisio e madre di Perseo, che Zeus amò sotto forma di pioggia d’oro, è un tema trattato da diversi artisti: Correggio, Tiziano, Artemisia Gentileschi, Rembrandt, Rodin. Anche Klimt, uno dei fondatori della Secessione viennese, la scuola austriaca dell’Art Nouveau, l’ha utilizzato, in modo però molto originale: la rappresentazione coglie il momento del concepimento di Perseo. Il ricordo del mito e di qualsiasi elemento narrativo è quasi del tutto cancellato mentre compaiono nel quadro il motivo della fertilità, tipico dello Jugendstil e l’ossessione klimtiana di una sessualità esclusivamente femminile. Le forme, i colori e gli elementi curvilinei presenti, insieme agli elementi decorativi tratti dalla cultura bizantina, sono ulteriormente accentuati dalla cromaticità dell’oro, dalla pioggia d’oro che scivola nel corpo di Danae, rappresentata rannicchiata  in posizione fetale e avvolta in modo circolare, con forme tondeggianti che rimandano al tema della maternità e fertilità.

Il personaggio mitologico è trasportato ai nostri giorni per effetto di un velo orientaleggiante e di una calza di seta appesa alla caviglia.

La donna rappresenta un esempio di femminilità completamente autonoma e di desiderio solipsistico che si autosoddisfa.  Il viso reclinato e incorniciato dai lunghi capelli rossi, la bocca socchiusa e la contrazione della mano destra di Danae, sembrano descrivere il momento dell’estasi. La stessa nudità diventa elemento decorativo e così la borghesia e l’aristocrazia viennese accettarono questi  nudi perchè emergevano da sfondi colorati di oro e d’azzurro, trasmettendo l’impressione di una bellezza rigogliosa, di una ricchezza sconfinata, caratteristiche ricorrenti in tutte le opere di Klimt. L’ornamentazione del corpo e lo stile decorativo provocano distanza dall’osservatore; come in molte altre sue opere la dimensione onirica avvolge il personaggio e consente di rappresentare Danae dimentica di tutto e sprofondata nel suo mondo irreale, tanto da divenire icona del narcisismo femminile. L’elemento maschile, pure presente, appare cifrato e ridotto al simbolo astratto del rettangolo nero in basso a sinistra che fluisce tra la pioggia d’oro.

Deborah Mega

 

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Prisma lirico 11: Idea Vilariño – Pierre Boncompain – Lucian Freud

27 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Henri Matisse, Idea Vilariño, Lucian Freud

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi coniugo la poesia erotica e passionale di Idea Vilariño e le suggestive opere di Pierre Boncompain e Lucian Freud.

Henri Matisse donna alata

Se morissi questa notte
se potessi morire
se io morissi
se questo coito feroce interminabile
combattuto e senza clemenza
raggiungesse il suo apice
e si afflosciasse
se proprio adesso
se adesso
morissi socchiudendo gli occhi
sentissi che è fatta
che ormai l’affanno è cessato
e la luce non fosse più un fascio di spade
e l’aria non fosse più un fascio di spade
e il dolore degli altri e l’amore e vivere
e tutto non fosse un fascio di spade
e finisse con me
per me
per sempre
e che non dolesse più
e che non dolesse più.

lucian freud pregnat girl

poesia di Idea Vilariño

opere: “Black Venus on blue background” di Pierre Boncompain e ” Pregnat girl” di Lucian Freud

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Prisma lirico 10: Cristina Campo e Antonio Ligabue

13 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Antonio Ligabue, Cristina Campo

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi un connubio insolito: l’ascetica e raffinata poesia di Cristina Campo le potenti espressive  immagini di Antonio Ligabue

8b2f5dc752e15d866e9b6adb12570425

Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

426.tif

426.tif

testo di Cristina Campo, “La tigre assenza” dall’omonima opera, Adelphi, 1991

opere pittoriche:  “Testa di tigre”, 1955 e “Tigre reale”, 1941, di Antonio Ligabue

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PUNTI DI VISTA 1: Ritratto dei coniugi Arnolfini

11 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Deborah Mega, Jan van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Ritratto dei coniugi Arnolfini del pittore Jan van Eyck, uno dei dipinti ad olio più famosi al mondo.

Realizzato nel 1434, di piccole dimensioni (82 x 60 cm), si trova alla National Gallery di Londra, nella stanza numero 56 con il numero d’inventario NG186. Il ritratto fu commissionato dal lucchese Giovanni Arnolfini, uno dei più facoltosi mercanti di Bruges, rappresentato con la moglie Giovanna Cenani, anch’essa figlia di un mercante di Lucca. I due sposi sono raffigurati in piedi, nella stanza nuziale, nell’atto di pronunciare il solenne giuramento di fedeltà matrimoniale e di scambiarsi la fede secondo l’uso canonico anteriore al Concilio di Trento. L’interno borghese e l’inconsueta ambientazione  in camera da letto sono rappresentati con cura per rendere meglio la caratterizzazione sociale dei personaggi e perché ogni elemento, il cane, il candeliere con una sola candela, lo specchio, gli zoccoli di legno, le arance, si riveste di significati simbolici come la fedeltà matrimoniale e la fertilità. La firma del pittore Johannes de eyck fuit hic posta sopra lo specchio, che lo riflette insieme all’altro testimone, garantisce l’avvenuto giuramento tra i coniugi.

La simmetria della composizione sembra accrescere la solenne austerità del momento, le due figure sono di una immobilità assorta, quasi in meditazione. Sono avvolte di luce ed emergono da uno spazio crepuscolare che accentua le tonalità calde dei colori e l’intimità dell’evento. Il gesto dell’uomo può essere interpretato come una benedizione, un saluto, un giuramento; la donna gli porge la mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che sembrerebbe alludere ad una gravidanza futura, in realtà i coniugi non ebbero figli. Il dipinto è un repertorio di elementi tipici della pittura fiamminga: nel clima raccolto e domestico i due personaggi in posa per il pittore sono abbigliati in abiti d’apparato e illuminati dalla luce proveniente da un’alta finestra laterale. L’immagine di Arnolfini appare frutto di uno studio di carattere: il volto è scavato, il naso lungo e sottile, le narici dilatate, l’espressione è intensa e assorta. Il tentativo di interpretazione interiore del personaggio e la cura particolaristica hanno determinato la supposizione che possa trattarsi di un autoritratto. L’unico personaggio a fissare lo spettatore, a non riflettersi nello specchio è il griffoncino di Bruxelles dal pelo rossiccio. La stanza è rappresentata con estrema precisione, tutti gli oggetti sono raffigurati dettagliatamente, tra questi spicca, al centro, uno specchio convesso, dove il pittore dipinse la coppia di spalle e il rovescio della stanza. Jean-Philippe Postel, uno scrittore parigino che è anche un medico, nel suo libro/inchiesta “Il mistero Arnolfini”, pubblicato di recente da Skira con prefazione di Daniel Pennac e la traduzione di Doriana Comerlati, ha analizzato questo quadro così enigmatico. Ha rilevato la presenza di un terzo uomo, l’uomo con il turbante rosso, per molti lo stesso van Eyck; l’ipotesi sostenuta da molti che si tratti del mercante lucchese Arnolfini secondo lui sarebbe da escludere perché negli altri suoi ritratti coevi non mostra alcuna somiglianza fisica con questo dipinto. Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell’archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447 e che probabilmente si riferisce al secondo matrimonio. A Bruges nel XV secolo ci furono quattro Arnolfini e due di essi si chiamavano Giovanni, il più ricco era quello che aveva rapporti con il duca di Borgogna per il quale lavorava Jan Van Eyck.

L’opera rimase sino al 1516 nella casa dei coniugi Arnolfini; poi fu sequestrata e donata a Maria d’Ungheria, reggente dei Paesi Bassi. Nel 1556 il dipinto venne collocato nel palazzo reale di Madrid, per poi giungere in Francia, trafugata da Giuseppe Bonaparte. Successivamente venne prelevata dai soldati inglesi e venduta alla National Gallery di Londra per la bella cifra di seicento guinee. Il dipinto sembra rappresentare un’allegoria della maternità oppure alluderebbe al momento del fidanzamento. Altra ipotesi suggestiva è che nel dipinto sia rappresentata la prima moglie di Arnolfini, Costanza Trenta. La maggioranza degli oggetti fu dipinta dopo avere creato la scena principale. Dall’osservazione degli oggetti e degli abiti indossati appare evidente la condizione di agiatezza della giovane coppia. Lui indossa una tunica scura e sobria, coperta da un mantello con le falde foderate di pelliccia di marmotta e indossa un ampio cappello di feltro nero. Lei indossa un vestito verde, colore della fertilità, con guarnizioni di pelliccia d’ermellino. Ha un’acconciatura elaborata ed indossa una collana, vari anelli e una cintura broccata d’oro. La disposizione degli zoccoli sul pavimento della stanza non è casuale: quelli di Giovanna, rossi, stanno vicino al letto; quelli del marito sono in primo piano, più vicini alla porta d’ingresso. Vengono sfruttate più fonti luminose,  la ricchezza dei dettagli, visibile attraverso l’uso della luce, avvicina l’arte fiamminga a quella del Rinascimento italiano. Una certa rigidezza delle forme e l’espressione enigmatica dei personaggi sono anche caratteristiche tipiche della prima scuola fiamminga. Da grande ritrattista e pittore di costume qual è, Jan van Eyck rivela tutto il suo amore per la luce, il senso della materia e della pluralità delle forme, un’arte nuova che concilia sentimento e ragione.

Deborah Mega

 

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Prisma lirico 9: Goliarda Sapienza – Ivan Aivazovsky – Edvard Munch

06 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Edvard Munch, Goliarda Sapienza, Ivan Aivazovsky

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento la breve e profonda poesia  di Goliarda Sapienza in dialetto siciliano e le intense immagini di Ivan Aivazovsky e Edvard Munch

Kiss, 1892, Edvard Munch

Nun pozzu scinniri
cu tia
pi sta notti c’affunna.
Lu mari è niuru
a st’ura
e iu nun sacciu
natari.

(Goliarda Sapienza, da ‘Ancestrale’)

(Non posso scendere/con te/per questa notte che affonda.
Il mare è nero/a quest’ora/ed io non so/nuotare)

The Black Sea at night, Ivan Aivazovsky ~ Russian artist, 1817-1900

testo di Goliarda Sapienza da “Ancestrale”

opere pittoriche: “Kiss”, Edvard Munch, 1982 e “Il mare nero di notte”, Ivan Aivazovsky , 1817-1900

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Prisma lirico 8: Loredana Semantica & Loredana Semantica

26 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, LETTERATURA, Prisma lirico

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Loredana Semantica, POESIA

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento me stessa: Loredana Semantica & Loredana Semantica. Una mia poesia e due fotografie. Più un’offerta che un’autocelebrazione. In vista delle ferie estive, per suggerimento di pensiero, invito di piacevolezza  e compagnia. Per il resto e sollievo dell’estate che arroventa, un saluto fresco di Sicilia e di cose buone.

IMG_8159 bis
Prima che s’indurisca
prima che si raffreddi
prima che tutto il corpo
marcisca ignaro e indifferente
per ogni volta che a capo chino
il lavacro e i tentacoli
per ogni lavacro tentacolare
per i segnacoli incolti
ignoti segnacoli inconsapevoli
per la scimitarra e la ciminiera
per il drago che urge sulla schiena
per le scuse travolte e tradotte
in ogni messaggio ai quattro venti
come un’eco
per lo svenimento che si alimenta
d’ansia traumatica riversa
in ciò che conviene
per consolazione di tutta la banalità
dell’irrisolto mondo
la rossa granita sanguigna
di fantastici gelsi.
Ve la offro se volete.

IMG_8221 2

testo di Loredana Semantica

fotografie di Loredana Semantica

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Prisma lirico 7: Francesco Tontoli, opere di Thure Sundell e Maurice de Vlaminck

12 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli. La rijfrazione “prismatica” delle parole in immagine e colori è affidata a due opere pittoriche, rispettivamente “Moonlight” di Thure Sundell (1864-1924)  e “L’onda” di Maurice de Vlaminck (1876-1958). In calce una breve biografia/link dell’autore del testo.

Thure Sundell (1864-1924)

“Moonlight”, Thure Sundell

Credetemi
non esiste l’idea del silenzio
senza un giardino silenzioso
non esiste fruscio di vento
ronzare d’ape, abbaiare di cane
planare d’uccello su specchio d’acqua
tuonare di temporale in lontananza
non esiste moto d’onda e gorgoglio
rumore di pioggia che fa affondare
le gocce nel mare aggiungendo
al bicchiere già colmo
altra sostanza vitale
altro silenzio al silenzio taciuto.

l'onda

“L’onda”, Maurice de Vlaminck

testo di Francesco Tontoli

opere:

“Moonlight” di Thure Sundell

“L’onda” di Maurice de Vlaminck

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Prisma lirico 6: Francesco Tontoli – Emanuele Dello Strologo

14 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, MUSICA, Prisma lirico, Proposte musicali

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Emanuele Dello Strologo, Fotografia, Francesco Tontoli, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presentiamo “Neo nati” una poesia di Francesco Tontoli, la fotografia di Emanuele Dello Strologo. In calce link e/o una breve biografia degli autori.

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Ai Neo nati

Eoni fa non eravate che idee
e or ora creati ancora impastati
di fango e di sangue
il vostro legame col sole
si spezza coi denti
e vi soffia quel fiato

sappiate che siete stati invissuti
che foste bevuti in un sorso di luna
che eravate la piuma che non si riposa
che assomigliavate a quei punti di stelle
che si congiungono a formare creature
più come cose sognate simili a dubbi
che vengono a chi si rivolta nel sonno

eravate i mille pensieri senza essere nati
col senno di poi i punti del corpo toccati
e benedetti da un rapido segno di croce
eravate nelle gambe di chi corre incontro all’amore
sulle dita di chi chiude gli occhi ad un morto
sostavate dentro una barca prima di prendere il mare
nelle mani del vento che gonfia lenzuoli e paure

e qualcuno di voi è rimasto un’idea
e qualcuno di voi senza verbo che incarna
ha salutato da un posto imperfetto i due sposi
come in un tempo infinito non coniugato
quel gemello che guarda e che cuce
la candida tela, il pezzo di stoffa del mondo
camicia che protegge da futura paura di vita.

testo di Francesco Tontoli

fotografia di Emanuele Dello Strologo 

Emanuele Dello Strologo, nato a Genova il 30 novembre 1969, si occupa da anni di fotografia, che, scoperta quasi per caso, è diventata la passione/professione che assorbe tutto il suo tempo.  Attraverso le immagini manifesta attenzione per le persone e la loro vita, raccontando di storie umane, quotidianità e vissuto, fissando nei propri scatti volti, momenti,  scenari, situazioni che resterebbero altrimenti sconosciuti, trascorrendo nell’indifferenza del mondo.  Specializzato in reportage e ritrattistica, collabora con Agenzie fotografiche di livello nazionale e internazionale quali Corbis e Getty Images, proponendo lavori fotografici sui temi di maggior interesse sociale.

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Prisma lirico 5: Sebastiano A. Patanè Ferro

07 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ 1 Commento

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POESIA, Sebastiano A. Patanè Ferro

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro alla quale ben si accompagna la Resurrezione di Lazzaro di Giotto. In calce una breve biografia dell’autore del testo.

Giotto_di_Bondone_-_No._25_Scenes_from_the_Life_of_Christ_-_9._Raising_of_Lazarus_-_WGA09204.jpg

che fine ha fatto Lazzaro…

ogni giorno muore qualcosa dentro
e ogni mattina una resurrezione
che imbarazza un po’ per quelli (sospiro)
che non ce l’hanno fatta…
dietro i sogni non ci puoi correre sempre
né comunque fermarti ma (un sorso di vino)
proviamo a ricordare insieme tutti gli anni
tutti, dal primo all’ultimo e senza trascurare
le frazioni e gli aneddoti dimenticati (breve sorriso)
le bambole ignoranti le scelte artefatte dal cuore
e dalla stirpe dei falsi cugini…
(serio) parliamone, parliamone anche senza ricordarli

quanta verità può conoscere un uomo
si chiedeva Nietzsche senza trovare risposta
e quanta menzogna gli si schianta contro
quando decide sulla sincerità
pensiamo al sortilegio della vita e all’artificio
della morte mettiamo riserve:
dov’è Lazzaro che fine ha fatto e quanta strada

potrebbe insegnarci innumerevoli alberi e pietre
ma forse ha maledetto quel giorno…
per fortuna un poeta muore e risorge ad ogni verso
per fortuna (altro sorso di vino)
(drammatico) per fottutissima fortuna

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

opera “Resurrezione di Lazzaro” di Giotto

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Prisma lirico 4: Francesco Tontoli – René Magritte – Loredana Semantica

31 mercoledì Mag 2017

Posted by frantoli in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Francesco Tontoli, Loredana Semantica, René Magritte

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli, con fotografia di Loredana Semantica e opera di Renè Magritte

ph. Loredana Semantica

VERBO

Credo sia arrivato il momento di dirlo
il sole non è rotondo come non lo è l’arancia
e nemmeno la Terra è blu
azzurro il cielo e i monti e i laghi
non sono morti i morti e i vivi
E’ tutta una fantasia
tenuta gelosamente nascosta
a cui abbiamo creduto perché faceva comodo crederci
Tu per esempio , non sei quella che sembri
così per dire, e io non sono quello che sono.
Ed è davvero strano che nonostante
questo non essere questo o quello
non essere interamente bianco su bianco
non essere il corpo che getta ombra
non essere completamente in accordo
e combaciare perfettamente l’uno dentro l’altro
noi, e dico noi per dire chiunque altro
noi cerchiamo ancora la curva che abbellisce la forma
la ruga del viso dove va a sostare una lacrima
trovando l’uno dentro l’altro uno spazio, un luogo
aprendo porte, attraversando corridoi
rimanendo per anni sospesi dentro a una promessa
accontentandoci di essere curvi minatori
crescendo figli come fossero verbi incarnati.
Poi, dopo le traversate nel deserto
quando la vista del sole ci appare schiacciata ai poli
e il colore sbiadito ci fa immaginare
la stupida perfezione della verità delle cose
il pensarlo ci mette davanti allo specchio dell’altro
e magari ci tocca morire proprio sul più bello
lasciando l’altro nel corridoio delle promesse non mantenute
di un verbo non pronunciato nella sua pienezza
come ad esempio il verbo amare.

Francesco Tontoli

René Magritte

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Prisma lirico 3: Luca Di Stefano – Anna Navarra

17 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Anna Navarra, Fotografia, Luca Di Stefano, POESIA

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Luca Di Stefano, la fotografia di Anna Navarra. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

12465775_10207383139515431_2094925846579249958_oTetragramma di pallido satellite

E l’adiaforo atropo specchia l’ali a marchiar la fronte della luna

di vetro pennellata la storpia imago assillante nettasi con la salata parte degl’angeli inciampati sugl’alambicchi degl’affossati altari oculari

sgozzanti smagrate pulsioni sui rispettivi usci le vene a cielo aperto sui palmi dei gomiti imprecano fisarmonica di fede ubriache ognuna dell’atea solitudine dell’altra

in scomposte fratture di genuflessioni l’ovale spoglio da cerone da passeggio ulula la nauseante piega di certe linee schizzate a margine della pallida maniacale ovvietà d’omissioni ser(i)ali partorite in regime di sempiterna attesa di parole capaci di spiegare

lo spleen e i suoi derivati non riescono a numerarsi orbite di (ri/in)voluzione con le sole dita disossate a falangi nel tentativo di risalire il pozzo affogato nel torace

– ogni medaglia al (va/do)lore appesa a foglia di spine sull’albero nervale scricchiola gemito tre volte più assordante della precedente –

Sintetico candelabro gioca l’azzardo d’un destino ridicolo con l’argento

spalmato fra ciglia e ciglia il fiuto fiuta fiele di menzogne annidate nel condizionale di ciascun mulinello di pensiero (pre)occupante impazzito ipotalamo scavatosi giaciglio nei pressi del singhiozzante cardio

salmodiante la metà perversa della speranza la schiena s’inarca a fiacco scudo di improperi alitati al soffitto e sul soffitto condensati in roulette russe di lividi nembi

ingrassati nell’angustia di quattro mura erette a cella d’isolamento i terremoti dell’ossa ghigliottinano il respiro delle tempie frullate in vorticosa nomenclatura di folli dialoghi col Tetragramma Io

– l’ermeneutica del perpetuo algoritmo degl’ami intrrogativi maschera carie a iosa proprio nel sottile limite tra verbo e la sua guisa –

Lo scheletro infranto raccoglie i propri cocci

per saldarsi nuovamente quando la rugiada tornerà a stuprar fiori il viso cerca nei pressi della celeste mappatura epidermica le maschere stracciate nella sana demenza del cereo bagno di luce

E l’adiaforo atropo specchiasi nella luna eclissando un’uscita al di là di essa

12487042_10207383197116871_1636053493991626434_o

testo di Luca Di Stefano

fotografie di Anna Navarra

Luca Di Stefano

Annus Domini MCMLXXXII, un ameno paesino dell’entroterra ascolano, sputo primo vagito nella secca ombra obliqua d’un Dicembre “più innocuo d’una decina di precedenti Suoi”. Da allora, maledizione nella maledizione, incarno intestinale ossimoro “immobile fuga dall’utero materno”. Tale condizione/contraddizione primordiale ha figliato nel tempo alberi su alberi di connesse e intricate antinomie: me. Nell’intento di superare intrinseca di difficoltà nel comunicare mondo interno a mondo esterno tramite semplici catene di fonemi, spesso male interpretate, ho cominciato, fin da tenera età, a veicolarmi attraverso forme d’interazione non convenzionali, riconducibili alla discutibile definizione di Arte. Da compositore musicale a fotografo occasionale, da imbrattatore di linde tele a sperimentale fabbricatore di corti cinematograci, sono approdato, circa tre anni fa, sulle vergini coste della scrittura, più precisamente della poesia. RETRO L’UNA è la mia prima pubblicazione letteraria.

Anna Navarra

Vive e lavora a Torino, dov’è nata. Sposata, ha un figlio che ha voluto crescesse in campagna a contatto con la natura: la migliore scelta della sua vita. Ama viaggiare, i gatti, il cinema, la ceramica, la scultura. Ammira il movimento delle mani che creano e per esprimersi artisticamente ha scelto la fotografia.  Con reportage di vita e colore racconta i suoi viaggi per mezzo mondo (l’altra metà deve ancora visitarla) ed in scatti nei quali allinea occhio-mente- cuore ferma in immagini scorci, architetture e vita della sua città.

 

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