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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Uno schiaffo da Oscar

13 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, SPETTACOLO

≈ 1 Commento

Tag

Chris Rock, Cipriano Gentilino, oscar, Schiaffo, Will Smith

L’immagine dello schiaffo di Batman a Robin del 1965, utilizzata oggi in meme popolari su internet.

Lei mi saltò addosso e mi tirò uno schiaffo tale che mi fischiava un orecchio. Io avevo sempre sentito dire che dopo lo schiaffo di una ragazza ci volesse un ruvido bacio, e così le afferrai le orecchie e la baciai a ripetizione. 

Johann Wolfgang Goethe, Poesia e verità, XIX sec.

Lo show della serata per i premi Oscar del 28 marzo scorso è stato caratterizzato da un discusso fuori programma. Uno schiaffo dato dall’attore Will Smith a Chris Rock, uno dei comici chiamati a condurre la premiazione. La vivace reazione è avvenuta in diretta, dopo una battuta sulla testa rasata della moglie di Will, Jada Pinkett-Smith, notoriamente affetta da alopecia. La vicenda ha avuto risonanza internazionale su giornali e internet.
Non si è trattato di una scena preparata per lo spettacolo, ma di una reazione ad una battuta da body shaming che sottolineava con ironia la condizione fisica di una persona in un contesto pubblico di rilevanza televisiva mondiale.
Pare che, dopo la spiacevole battuta, la moglie abbia rimproverato con lo sguardo Chris Rock, mentre il marito è salito con decisione sul palco a dare uno schiaffo al comico, continuando poi ad inveire contro di lui, urlando frasi aggressive per niente adatte al contesto.
Un comportamento da maschio alfa in una situazione di tensione per l’attesa di un giudizio e forse anche una pubblica punizione per precedenti incomprensioni, ma messo in atto in una condizione di superiorità di ruolo e di immagine da candidato all’Oscar.
Molti hanno definito impulsivo lo schiaffo ma, data la distanza e il tempo intercorso tra la battuta e l’atto, il gesto avrebbe potuto forse essere meglio controllato e quindi inibito
Un comportamento che, sebbene non abbia comportato l’esclusione o la revoca dell’Oscar a Will Smith, è stato giudicato inaccettabile dai governatori dell’Accademy che hanno sospeso l’attore dalla possibilità di concorrere al premio per dieci anni.
Sullo sfondo il silenzio del pubblico in sala, sicuramente sorpreso, che, in un primo momento, probabilmente avrà pensato a una gag preparata per lo spettacolo, ma non è da escludere che ormai gli spettatori siano desensibilizzati alla riprovazione da un abuso di battute sfacciate e condotte prepotenti.
Curiosare tra le note biografiche dei due protagonisti della vicenda può aprire spazi di maggiore comprensione dell’accaduto e suggerire ulteriori considerazioni sulle possibili ragioni di un ricorso alla violenza verbale e fisica.
Chris Rock, nato dal secondo matrimonio del padre Julius, è il più grande di sei fratelli. A sei anni si trasferisce con la famiglia a Brooklyn e frequenta una scuola nella quale la maggioranza degli studenti è bianca, spesso si deve difendere dalle aggressioni dei compagni, così sviluppa un sistema di difesa verbale, ricorrendo, quando provocato e arrabbiato, a fulminanti battute, tanto rapide e a raffica che i presenti scoppiano a ridere.
Una difesa verbale che diviene elemento centrale della sua comicità, ma che, usata con ironia spregiudicata, può facilmente superare i limiti del rispetto dell’altro e divenire pertanto violenza verbale.
Will Smith racconta di sé nella sua autobiografia Will pubblicata nel 2021, edita in Italia da Longanesi «Quando avevo nove anni vidi mio padre colpire mia madre alla testa con tanta forza da farla svenire e sputare sangue. (…) Insita in tutto quello che ho fatto da allora (…) c’è sempre stata una sottile sequela di scuse a mia madre per l’inerzia mostrata quel giorno. Per averla delusa in quell’istante. Per non aver tenuto testa a mio padre. (…) È tutta la vita che lotto per non essere un codardo (…)» e a Chris Rock, scusandosi, dice: «Ho sbagliato. Le mie azioni non sono indicative dell’uomo che vorrei essere».
Viene da chiedersi in che senso vorrebbe essere un uomo diverso: diverso dal padre? Capace di difendere la sua donna, la madre, sua moglie, la sua donna interna?
Si è trattato indubbiamente di un episodio percepito come un atto di violenza da entrambe le parti che, in altri ambienti, ad esempio quello scolastico, avrebbe portato facilmente a parlare di bullismo. Più oggettivamente, considerate le diverse circostanze, può essere visto come manifestazione di aggressività, che induce a qualche riflessione psico-pedagogica ulteriore.
E’ probabile che il contesto possa aver favorito la tensione emotiva e con essa l’aggressività. Etimologicamente questa parola deriva dal composto latino ad-gradi, che significa “andare verso”. Questo andare verso l’altro può condurre a comportamenti positivi con finalità di cooperazione, di fare gruppo, di sentirsi parte attiva, in quanto l’altro non è ostacolo, ma co-attore, oppure all’opposto può manifestarsi in maniera negativa, connotata da violenza verbale, talvolta presupposto di quella fisica, con conseguente interruzione del flusso comunicativo positivo.
In una dimensione psicologica lo schiaffo può spezzare il giogo di una costrizione emotiva in una situazione di imbarazzo e conflittualità o avere finalità pseudo educative nei confronti dei figli e, in contesti più arcaici, delle mogli.
Senza entrare in problematiche di differenze storico-culturali è ovvio che una condizione di patriarcato favorisce, se non implica acriticamente, la punizione o/e la violenza, sia per presupposte posizioni dominanti, sia per modelli educativi.
Nello specifico ambito educativo lo schiaffo, o più in generale la violenza, può rappresentare una sconfitta del ruolo genitoriale e trasmettere un messaggio di violenza.
Non è tanto lo schiaffo che corregge ed educa quanto la sanzione non violenta e l’apprendimento dal comportamento genitoriale di valori quali il rispetto dei limiti e le regole di convivenza sociale.
Un rapporto familiare infantile o adolescenziale con aspetti di violenza c.d. tossica può rappresentare un nodo difficile da districare da adulti, mina un equilibrio che diviene più difficile da mantenere in condizioni stressanti.
Un po’ come è accaduto a Will Smith e a Chris Rock, per i quali “probabilmente” recitare permette di convivere con i fantasmi onnipresenti di recupero e di rivalsa e consente loro di metabolizzare le esperienze infantili violente o frustanti. Un equilibrio delicato e poco dinamico che per Rock si è destrutturato nell’occasione di grande visibilità di uno spettacolo preparato con estrema cura sotto ogni aspetto e, per Will, proprio nel momento più importante per una carriera di attore: ricevere un premio ambito.
Non sempre però lo schiaffo ha una connotazione negativa di aggressione fisica, ma, in situazioni completamente diverse, può avere un valore rituale e persino salvifico.
Un bell’esempio di intervento salvifico risolutore lo si trova nel racconto Aladino e la lampada meravigliosa, dove una grossa sberla da parte del mago fa superare ad Aladino la paura. Egli così si rende conto della possibilità di trovare la ricchezza alla quale aspira.
Finalità salvifiche hanno alcune diffuse pratiche a carattere impattante per provocare una reazione psico sensoriale, come lo schiaffo dato per tentare di contenere una crisi di panico o le c.d. crisi isteriche e quegli stati di incipiente agitazione con aggressività etero o auto diretta, così come lo schiaffo che si accompagna ad altre stimolazioni sensoriali per tenere cosciente un paziente prima dell’arrivo dei soccorsi medici.
In questo ambito non è da tralasciare il classico schiaffo per fare tornare la memoria dopo uno shock psichico traumatico o quello dell’infermiere che lo somministra ai bambini sulla pelle prima di inserire l’ago di una iniezione intramuscolo per distrarli, sedare la paura e come forma di anestesia locale.
Ma oltre che con valore salvifico lo schiaffo è presente anche in pratiche rituali antiche o più recenti.
In autori tardoantichi e cristiani viene citata la Alapa (etimologia presunta dall’aramaico allap) usata per indicare lo schiaffo col quale il padrone “addomesticava” lo schiavo oppure la Alapa Militaris ch’era lo schiaffo di iniziazione del militare romano.
Nel rito del sacramento della cresima cristiana è presente lo schiaffo col valore di saluto e accettazione. Il vescovo col un piccolo schiaffo conferma l’accoglienza del cresimando nella Chiesa ed esprime l’incoraggiamento e il monito simbolico di prepararsi anche a sopportare violenze o umiliazioni per essere un autentico soldato di Cristo, secondo l’ insegnamento evangelico: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra”, Luca 6,27-31

Carl Bloch, Cristo deriso da un soldato, 1880

In ambito di riti religiosi a Trabia in provincia di Palermo, fino agli anni Settanta resisteva una singolare liturgia religiosa.
Durante il rito del venerdì santo, quando il celebrante leggeva dal Vangelo di Giovanni l’episodio dello schiaffo dato da una guardia a Cristo per avere osato rispondere al sommo sacerdote, le persone in chiesa cominciavano a darsi reciprocamente ceffoni o meglio timbulate, uno dei modi di dire schiaffo in dialetto siciliano. Un altro modo di chiamare lo schiaffo in siciliano è liffiuni (schiaffone da fare addormentare) dall’arabo afium (oppio), altrimenti può chiamarsi timbuluni, etimologicamente derivante dal greco tiupto (τύπτω) batto o, più evocativamente, da timpanìzo (dal greco τυμπανίζω), battere il timpano nel gioco del timpulu (battere la porta per la conta). Il popolare gioco del nascondino alla siciliana, giocato cioè con l’ausilio di un tamburo.
Oltre allo schiaffo di accoglienza c’è quello di congedo, per esempio, nell’antica Roma, quello ad vindictam dato al liberto in presenza del pretore, o più semplicemente quello che da carezza diventa piccolo schiaffo nel congedarci dal discente, dal paziente, dall’amico e scherzosamente dal lettore… sulla guancia. Un buffetto o poco più col quale si esprime simpatia, confidenza o affetto per l’interlocutore.

Cipriano Gentilino

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Ciao Monica

10 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, Grandi Donne, SPETTACOLO

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Grandi Donne, Loredana Semantica, Monica Vitti

Poco più di un mese fa, il 2/2/2022, a Roma è scomparsa l’attrice italiana Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Premiata con 5 David, 12 Globi d’oro, 3 Nastri d’argento. Sebbene poco nota ai più giovani perché ritiratasi a vita privata da circa vent’anni, è una figura rappresentativa del cinema italiano nel mondo, non meno di Sofia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Mariangela Melato.  

Attrice di cinema e mattatrice della commedia italiana, versatile e talentuosa, capace di essere considerata al pari di attori quali Alberto Sordi, Marcello, Mastroianni, Nino Manfredi, cioè di figure maschili  che hanno dominato la scena cinematografica degli anni 60-80.

Maria Luisa Ceciarelli divenne Monica Vitti nel 1953, ispirandosi al cognome della madre, Vittigli, scegliendo un nome che aveva letto poco prima in una rivista, seduta a un bar vicino a casa. In un nome può esserci un destino? Sarebbe stata ugualmente famosa mantenendo il nome anagrafico?

Di certo più del nome determinante nella sua carriera fu l’incontro col regista Antonioni che la proiettò nell’universo cinematografico di successo. Senza quell’incontro e, forse, anche senza quel nome Monica Vitti sarebbe rimasta una qualunque Maria Luisa Ceciarelli. Personaggio talentuoso in cerca d’autore. O forse all’inverso il cinema di Antonioni non avrebbe brillato ugualmente senza la musa ispiratrice di Monica Vitti.

In un’ intervista nel 1963 condotta da Oriana Fallaci  la stessa Monica racconta il momento topico della rinominazione:

“Il mio vero nome è Maria Luisa Ceciarelli. Fino all’Accademia fui la Ceciarelli. Poi Tofano mi propose di diventare attrice giovane nella sua compagnia, di fare Brecht, Molière, e mi disse: “Guarda il nome che hai non è mica tanto da attrice, lo devi cambiare”. Allora io sedetti al tavolino di un bar e mi misi a studiare il nome.”

“Ora sono talmente Monica Vitti che mio padre e mia madre mi chiamano Monica anziché Maria Luisa ed io, quando devo firmare Ceciarelli, mi sento a disagio: quasi firmassi col nome di un’altra.”

Con un gioco di parole Vitti d’arte, vitti d’amore  è stato intitolato un film documentario promosso e trasmesso dalla Rai in anteprima presentato al Festival del cinema di Roma del 2021 per il novantesimo compleanno dell’attrice. Nata a Roma il 3 novembre del 1931, Monica ha vissuto a Messina e a Napoli. Proprio qui durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, comprese che la recitazione era la sua strada, inscenando rappresentazioni per distrarre gli altri bambini nascosti nei rifugi.

Tornata a Roma studiò recitazione e intraprese la carriera d’attrice. Con i maestri Silvio D’amico, che la indirizza a ruoli drammatici shakespeariani, e Sergio Tofano, che coltiva il suo lato istrionico, compie la sua formazione.

Monica da piccola era soprannominata dai familiari “Setti vistini”, cioè sette sottane (reminiscenza del periodo vissuto in Sicilia), per l’abitudine a indossare più indumenti uno sull’altro a causa della sua freddolosità.

Non era soltanto freddolosa Monica, non si allontanava volentieri dall’Italia e, quando lo faceva, non vedeva l’ora di tornare, soffriva le limitazioni imposte dalla popolarità che le impedivano una vita normale da persona sconosciuta, non amava i viaggi in aereo, il che ha sicuramente limitato la sua mobilità, ma non le ha impedito di lavorare con registri di livello internazionale, affermandosi come attrice, misteriosa, stralunata, ironica, spaesata, ironica, brillante, caratterizzata da bellezza, freschezza, grandi occhi e grande bocca, splendide gambe e da una voce roca, pastosa, particolare e indimenticabile, anticonvenzionale. Monica Vitti era diva e, al tempo stesso antidiva, non esaltandosi per il ritorno del successo, contrapponendosi per queste sue caratteristiche ai canoni estetici predominanti delle star.

La sua stella sorse nell’arco temporale dal 1960 al 1964. In quegli anni, diretta dal registra Michelangelo Antonioni che ne divenne anche compagno nella vita, Monica Vitti recitò ne L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Quattro film passati alla storia della cinematografia come tetralogia dell’incomunicabilità. Monica recita in ogni pellicola con ruolo di protagonista o coprotagonista, mettendo in luce il suo talento recitativo drammatico.

Preceduto da altri film nel filone della commedia italiana quali La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, di lì a poco segna una tappa importante della carriera di Monica Vitti il film “La ragazza con la pistola” del 1968 diretto da Mario Monicelli. La pellicola ottenne un grande successo di pubblico e consacra la Vitti grande attrice del cinema italiano, dotata di versatilità capace di sostenere con uguale disinvoltura sia ruoli drammatici che comici.

Nel film si racconta la storia di una ragazza siciliana Assunta Patanè, sedotta a abbandonata, caparbiamente determinata a vendicare il suo onore uccidendo l’uomo che l’ha disonorata, con questo scopo lo insegue in Inghilterra. La protagonista infine abbandona l’ intento, avendo compreso in un ambiente più emancipato che si può vivere con onore anche senza vendetta.

Nel video seguente Monica Vitti intervistata all’apice del successo, parla di femminismo, del rapporto con la madre rispondendo alle domande del giornalista Enzo Biagi

In linea con la dichiarata posizione femminista l’attrice preferiva interpretare nei suoi film personaggi femminili  problematici, nevrotici, fragili, rivestendo ruoli drammatici e comici al contempo, che suscitavano riso e commozione, in una recitazione naturalmente ambivalente, speculare.

Le sue donne manifestano il disagio conseguente alla ricerca di emancipazione in una società che le vorrebbe ancora imbrigliare in stereotipi di genere, portatrici pertanto di un disadattamento interiore  trasfigurato in chiave ironica e manifestato in una recitazione personale svagata, alienata, esuberante estremamente lontana da divismi, mitizzazioni e superficialità.

Sebbene le figure che interpreta siano spesso vittime della misoginia o del maschilismo, persino nel senso di subirne la violenza fisica, esse non appaiono mai sconfitte, mai domate e anche quando soccombono, lo fanno con la dignità di chi rivendica  fino all’ultimo la propria essenza e personalità, all’insegna dell’autoironia e senza chiedere o suscitare pena, al più tenerezza, senza indulgere nemmeno nel patetico e nell’ autocommiserazione, inducendo piuttosto al sorriso, nella velata irriverenza ad una società italiana consegnata prevalentemente a mani maschili. Per questa sua singolare capacità di interpretare le contraddizioni sociali del proprio tempo Monica Vitti conquistava sia gli uomini che le donne.

Ricercata da registi internazionali quali l’ungherese Miklós Jancsó che la diresse ne “La pacifista” del 1970, lo statunitense Michael Ritchie regista di “Un amore perfetto o quasi”, Jean Valère che la volle ne “La donna scarlatta”  del 1969 , Luis Buñuel  regista de “Il fantasma della libertà” del 1974, e André Cayatte  per il quale nel 1978 ha recitato in “Ragione di stato”. Ha recitato tra gli altri con Alberto Sordi in “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, con Marcello Mastroianni in “Dramma della gelosia”, Vittorio Gassman in “Camera d’albergo di Monicelli”. Col regista Massimo Russo ha recitato in “Flirt” del 1983 e “Francesca è mia” del 1986, questo rappresenta un caso di persecuzione da stalker ante litteram, culminato in omicidio.

In questo breve video la naturale verve comica dell’attrice si esprime, come lei stessa, amava dire, con la tipica serietà della grande tradizione comica italiana da Petrolini a Totò.

Monica è stata anche regista nel film Scandalo segreto del 1990, da lei stessa scritto e interpretato. 

Sentimentalmente, dopo la relazione con Michelangelo Antonioni e una storia col direttore della fotografia Carlo Di Palma, nel 1983 Monica Vitti si legò al regista Massimo Russo che ha sposato nel 2000. Il marito le è stato accanto fino alla scomparsa, tutelando la sua immagine da curiosità e paparazzi, permettendole la dignità di vita che richiede la cura di una malattia degenerativa.

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L’impegno femminista nella scrittura delle donne

08 martedì Mar 2022

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Ada Negri, Amanda Guglielminetti, Erica Jong, George Sand, Madame de Staël, Olympe de Gouges, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir

Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

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CONTRO LA GUERRA!

07 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita

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Bertold Brecht, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo

L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Anche noi di Limina condanniamo ogni azione armata: per noi non esistono “guerre giuste” o “sbagliate”, non vogliamo parlare di guerra nè schierarci con l’imperialismo russo o con quello occidentale. Allo stesso modo, contro la guerra, si sono schierati molti grandi poeti e intellettuali della storia: alcuni hanno raccontato la tragicità di un’esperienza vissuta sulla propria pelle, altri sono stati impotenti testimoni del dramma. Meditiamo dunque sull’assurdità della guerra in compagnia di alcune delle grandi voci del Novecento da cui, alla luce dei fatti odierni e cioè del conflitto Russia-Ucraina, possiamo affermare di non aver appreso nulla, dal momento che la guerra è tornata, ciclicamente, a manifestarsi.

François Flameng, Craonne, 1917

 

Bertold Brecht

 

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Mio fratello aviatore

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

 

Al momento di marciare

 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

*

 

Giuseppe Ungaretti

Fratelli

 

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante

involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

È il mio cuore

Il paese più straziato

 

 

Veglia

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto

attaccato alla vita

 

Soldati

 

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

*

 

Clemente Rebora

 

Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.

*

 

Salvatore Quasimodo

 

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

 

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

*

Continua tu…

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Amy, dieci anni dopo

06 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Grandi Donne

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Amy Winehouse

 

Dieci anni fa, il 23 luglio del 2011, la musica ha perso un’artista eccezionale che in pochi anni ha attuato una vera e propria rivoluzione soul. Amy Winehouse ha concluso drammaticamente e prematuramente la sua parabola umana all’età di 27 anni, dopo una vita ricca di grandi successi e riconoscimenti ma anche di eccessi che l’hanno portata ad intraprendere una china discendente di disordini alimentari e dipendenza dagli stupefacenti e dall’alcool. Come succede quando muore una stella di prima grandezza, ci ricordiamo esattamente dove eravamo e cosa stavano facendo quando abbiamo appreso la notizia della sua scomparsa. Non c’è niente di più triste che assistere allo spreco di talento ed è quello che si è verificato nel suo caso. La triste coincidenza del decesso avvenuto proprio a 27 anni l’ha inserita nel “club” che comprende altri artisti morti alla stessa età: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain per citare i più noti. Ripercorriamo alcune tappe della sua biografia. Amy Jade Winehouse nasce a Enfield, in Inghilterra, il 14 settembre 1983 in una famiglia ebraica. Manifesta ben presto una grande attitudine musicale, tanto da fondare, giovanissima, un gruppo rap amatoriale chiamato Sweet ‘n’ Sour che lei descrive come la versione bianca ed ebraica delle Salt-n-Pepa. Riceve la sua prima chitarra a tredici anni e impara a suonarla.. Nel 1999 comincia ad esibirsi nella National Youth Jazz Orchestra e, dopo che il suo amico e cantante soul Tyler James invia una sua demo a un talent scout, Winehouse esordisce per l’etichetta discografica Island/Universal con l’album Frank, che riscuote un buon successo di pubblico e critica. La sua voce viene accostata a quella di Sarah Vaughan, l’album riceve due dischi di platino e vende un milione e mezzo di copie. I testi della cantante sono molto personali e intimistici: per lei, infatti, la scrittura è catartica, quasi una terapia attraverso cui elaborare le proprie emozioni. L’affermazione vera e propria, però, arriva nel 2007 con l’uscita del secondo album Back to Black che scala le classifiche mondiali ottenendo un successo planetario e che permette alla cantautrice di vincere cinque Grammy Awards e un sesto postumo. Numeri da record che la affiancano a cantanti come Alicia Keys, Norah Jones e Beyoncé. Ad anticipare l’uscita dell’album è il singolo Rehab pubblicato il 23 ottobre 2006 che parla del rifiuto di disintossicarsi dall’alcool e diviene un tormentone mondiale. Il suo stile viene definito “R&B contemporaneo”, “New Soul”, “New Jazz”, “Soul bianco”. A Lisbona il 30 maggio 2008, Amy Winehouse partecipa ad un concerto ma si esibisce con la voce rotta e si giustifica dicendo di aver avuto dei problemi respiratori. Un mese dopo canta a Hyde Park a Londra insieme ad altri grandi artisti per festeggiare i 90 anni di Nelson Mandela. Proseguono intanto i lavori per il nuovo album e, nel novembre 2010, la cantante annuncia un suo ritorno sulle scene musicali, con concerti previsti in Brasile, Italia, Serbia, Turchia e Romania. Nell’aprile 2007 il quotidiano The Sun pubblica la notizia del fidanzamento della cantante con Blake Fielder-Civil. I due si sposano il 18 maggio 2007, a Miami Beach in Florida. Nel novembre 2007, in occasione degli MTV Europe Music Awards, la cantante sale sul palco in evidente stato confusionale: non pronuncia il tradizionale discorso di ringraziamento e canta con qualche difficoltà. In diverse occasioni la Winehouse è coinvolta in problemi legali sfociati in vere e proprie cause, aggressioni a giornalisti e fotografi, possesso di sostanze stupefacenti ma nel 2009 torna a far parlare di sé perché è protagonista di un salvataggio in mare, va in soccorso di una donna e le salva la vita. Nel 2010, Winehouse fa domanda per l’adozione di una bambina caraibica di dieci anni, Dannika Augustin. La richiesta viene accolta, ma la bambina non andrà mai a vivere con la cantante perchè ne sopraggiunge la scomparsa. La crisi del matrimonio e la dipendenza sempre più forte dagli stupefacenti e dall’alcool la costringono a ripetuti ricoveri e la fanno precipitare in uno stato di forte depressione. Dopo il divorzio dal marito, nel 2009, la cantante ha diverse relazioni con Josh Bowman, con il regista Reg Traviss, con Pete Doherty, cantante dei Libertines. Tra le ultime collaborazioni, ricordiamo quella con Tony Bennett nel marzo del 2011, con cui registrò il brano Body and Soul. Bennett così si espresse su di lei: «Si pensa che tutti possano cantare jazz, ma non è così. Quello di saper “sincopare” la musica è un dono che si impara, certo, ma è anche un’attitudine con cui si nasce e Amy Winehouse era nata con quello spirito». Nel 2011, la Winehouse canta visibilmente ubriaca davanti al pubblico di Belgrado, successivamente viene annullato l’intero tour europeo. In varie interviste, ammette di avere disturbi di autolesionismo, depressione e anoressia. La regina del soul riconosce tutta la sua fragilità, sfruttata ossessivamente da un padre prima assente e poi invadente che la convince a non avere necessità di un sostegno psicologico, dal marito Blake che riconosce troppo tardi di averne causato la rovina, dai media, dai manager, dalla stessa industria discografica. Ciascuno ha contribuito a distruggere una personalità sensibilissima e bisognosa di affetto. Al 20 luglio 2011, tre giorni prima della sua morte, risale la sua ultima apparizione in pubblico all’iTunes Festival di Londra. Alle 15:53 del 23 luglio 2011, Amy Winehouse viene trovata morta nella sua casa al numero 30 di Camden Square per abuso di alcool dopo una lunga astinenza. Le esequie sono state celebrate il 26 luglio con rito ebraico al Golders Green Crematorium, situato a nord di Londra. Le ceneri, unite a quelle dell’adorata nonna Cynthia, sono state disperse presso il cimitero ebraico di Edgware. Amy Winehouse era conosciuta per la sua generosità e le attività filantropiche, ha donato infatti denaro a diversi enti di beneficenza, in particolare quelli riguardanti i bambini. Ancora oggi l’incasso del terzo album Lioness: Hidden Treasures, pubblicato postumo il 5 dicembre 2011 dalla Universal, è devoluto alla Amy Winehouse, associazione di beneficenza istituita il 14 settembre 2011 per sostenere i giovani in difficoltà, cresciuti in ambienti svantaggiati o che soffrono di dipendenza da alcool o droga. Un’altra attività di raccolta fondi è stata l’asta del vestito iconico a pois indossato dalla cantante e riprodotto sulla copertina del suo album Back to Black. L’offerta vincente è stata pari a 36 000 sterline. Lioness: Hidden Treasures contiene brani inediti e demo di vecchia data che non erano mai stati pubblicati prima. Salaam Remi, uno dei produttori, commentando il progetto, ha detto:

«Quando ho ascoltato di nuovo i nastri di registrazione ho sentito alcune delle conversazioni con Amy che c’erano in mezzo. Era molto emotiva. È stata dura, ma è stata anche una cosa incredibile. Amy era una ragazza di talento. Credo che lei abbia lasciato qualcosa che va oltre i suoi anni. Ha messo insieme un corpo di lavoro che potrà ispirare una generazione non ancora nata.»

Anticipato dal singolo Our Day Will Come, il disco ha ottenuto un ottimo successo di vendite, in diversi paesi europei. Da allora si sono susseguite diverse pubblicazioni di singoli, di registrazioni live, album postumi perfino nomination postume. Amy Winehouse ha influenzato molti artisti: Adele, Caro Emerald, Duffy, Lana Del Rey, Lady Gaga, Nina Zilli. A sua volta lei è stata influenzata dalla musica Motown, il suo stile infatti combina elementi della musica soul e jazz degli anni sessanta al rhythm and blues. Un timbro vocale potente e inconfondibile e un’estensione di tre ottave ne fanno una delle voci femminili più belle della musica soul e jazz; il look originale ispirato alle pin-up degli anni Cinquanta ne fanno un’icona irraggiungibile. Nel 2015, è stato prodotto il docu-film Amy-The Girl behind the name, girato dal regista Asif Kapadia. Un film crudo che, tra immagini e filmati d’archivio inediti, indaga senza pietà la discesa di Amy Winehouse nell’abisso di alcool e droghe e che non è piaciuto neanche alla famiglia dell’artista perchè fuorviante. A dieci anni dalla morte la BBC ha prodotto il documentario Reclaiming Amy, che celebra la vita di Amy Winehouse attraverso le sue stesse parole e le testimonianze dei genitori Janis Winehouse-Collins e Mitch e dei suoi amici. La madre, affetta da sclerosi multipla è la voce narrante. Amy Winehouse at the BBC invece è una raccolta disponibile in 3 vinili o 3 cd su etichetta UMC/Island, che contiene una selezione delle migliori performance registrate per la BBC dalla cantante. Nel nostro paese Hoepli ha recentemente pubblicato il romanzo La Mia Amy, scritto dal musicista e suo migliore amico Tyler James. Una retrospettiva al Design Museum di Londra celebra voce, trucco, performance, successi e fragilità della cantante. La mostra espone anche i suoi quaderni da teenager, le foto personali e i testi delle canzoni scritti a mano. Ben vengano raccolte, compilation e tributi ad un’autrice, cantante e interprete di classici così originale, talentuosa, carismatica che va ricordata non solo per i suoi problemi come spesso si è fatto finora ma per l’impareggiabile abilità artistica.

 

© Deborah Mega

 

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La storia del Milite Ignoto e la scelta di Maria Bergamas

04 giovedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

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Maria Bergamas, Milite Ignoto

Oggi, 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si commemora la vittoria dell’Italia alla fine della prima guerra mondiale, vittoria con cui si completava il processo di unificazione nazionale dopo la resa dell’Impero austro-ungarico e si verificava l’annessione allo stato italiano di Trento e Trieste. La ricorrenza, istituita nel 1919, rappresenta la data dell’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino a Padova.

Nel 1921, in occasione di questa celebrazione, il Milite Ignoto, militare morto in un conflitto il cui corpo non è mai stato identificato, venne sepolto solennemente all’ Altare della Patria a Roma. Fino al primo conflitto mondiale i monumenti erano dedicati solo ai condottieri: per i caduti erano previsti solo i cimiteri di guerra. La prima tomba di Milite Ignoto dopo la prima guerra mondiale fu creata in Francia, sotto l’Arco di Trionfo a Parigi e in Inghilterra presso l’Abbazia di Westminster.

In Italia, in ricordo di tutti i soldati dispersi durante la Grande Guerra, il colonnello d’artiglieria Giulio Douhet, propose di raccogliere la salma di un soldato non identificato in rappresentanza di tutti i figli, padri, mariti e fratelli perduti  e di seppellirlo al Pantheon. Il Ministero della Guerra affidò l’incarico a una commissione speciale, di percorrere tutti i principali campi di battaglia e raccogliere undici spoglie non identificate per poi designarne una sola da tumulare a Roma, al Vittoriano, il cosiddetto Altare della Patria. I campi di battaglia prescelti furono quello di San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile. Il 27 ottobre 1921 le undici casse con i resti dei dispersi raccolti vennero adagiate su altrettanti carri trainati da 6 cavalli, giunsero in Piazza della Vittoria a Gorizia, furono salutate da una batteria d’artiglieria e sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio dove sarebbe giunta la donna incaricata di scegliere una delle undici salme. L’ardua scelta cadde su Maria Bergamas, una donna di modeste condizioni, originaria di Gradisca d’Isonzo e madre dell’unico figlio Antonio, arruolatosi come volontario nel 137° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, nome fittizio imposto dall’Esercito Italiano per arruolare i volontari irredenti. Al termine del combattimento in cui fu ucciso, nella tasca del ragazzo fu trovato un foglio sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari». La salma di Antonio Bergamas venne riconosciuta e sepolta assieme agli altri caduti nel cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni. In seguito al bombardamento della zona, le salme però risultarono irriconoscibili e Antonio Bergamas risultò ufficialmente disperso.

In una lettera del 27 giugno 1915 Antonio scriveva: “Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cecando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati.” (in Fabio Todero, “Morire per la Patria”, Gaspari, Udine, 2005, p. 148). Il 4 novembre 1921, nella basilica di Aquileia, Maria Bergamas, madre del sottotenente disperso, in rappresentanza di tutte le madri e spose di soldati dispersi nella Grande Guerra, scelse una salma tra gli undici corpi riuniti in undici significativi teatri di guerra al suono delle campane, degli spari delle artiglierie e delle note della Leggenda del Piave eseguita dalla Brigata Sassari.

Nonostante all’inizio avesse pensato di sceglierne una il cui numero le ricordasse in qualche modo il figlio Antonio, alla fine, per la commozione, si accasciò vicino alla decima salma, che non aveva alcun collegamento con il figlio scomparso. La salma prescelta venne posta all’interno di un’altra cassa in legno rivestito di zinco e sul coperchio furono adagiate una teca con la medaglia commemorativa e un’alabarda d’argento, dono della città di Trieste.
Il 29 ottobre 1921 iniziò il lungo viaggio del treno a vapore che passò a velocità moderata davanti alle stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto per consentire a tutti di porgere il loro saluto al soldato.

Il 2 novembre il convoglio giunse a Roma e il Milite Ignoto fu esposto nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Successivamente il feretro venne trasportato in Piazza Venezia all’Altare della Patria e, il 4 novembre 1921, fu tumulato alla presenza di Vittorio Emanuele III. Da allora, militari di tutte le armi sono impegnati a turno per la guardia d’onore al Milite Ignoto. Il 4 novembre 1921 le dieci salme residue furono sepolte nel cimitero degli Eroi dietro l’abside della basilica. Maria Bergamas morì a Trieste il 22 dicembre 1953 e l’anno successivo, il 3 novembre, la salma fu riesumata e sepolta vicino ai corpi degli altri dieci militi ignoti. A Gradisca d’Isonzo, in Via Bergamas 39, esiste ancora la casa dove Maria ed Antonio abitarono.

In occasione del centenario della traslazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria (4 novembre 1921-2021), oltre alle diverse celebrazioni previste, Rai 1 celebrerà la ricorrenza con un docufilm dal titolo La scelta di Maria, che sarà trasmesso il 4 novembre 2021. Nel lungometraggio, girato nell’estate scorsa, fra il Friuli Venezia-Giulia e Roma, sono inseriti filmati dell’Istituto Luce e altri documenti grafici e d’archivio. Il docufilm è diretto da Francesco Miccichè mentre la produzione è affidata a Gloria Giorgianni e Rai Cinema, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia e Istituto Luce-Cinecittà. Il progetto conta anche sul patrocinio del Ministero della Difesa.

Deborah Mega

 

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SQUID GAME: il dramma della sopravvivenza

11 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Recensioni

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Squid Game

Esiste un nuovo fenomeno che sta riscuotendo grandissima risonanza mediatica nel variegato mondo delle serie televisive. È Squid Game, “Il gioco del calamaro”, perché ispirato a un popolare gioco per bambini praticato fin dagli anni Settanta. Si tratta di una serie sud-coreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, disponibile in streaming dal settembre scorso sulla piattaforma Netflix, solo in lingua originale con i sottotitoli. Il progetto è rimasto a lungo nel cassetto per la difficoltà oggettiva di trovare un finanziatore. Per molti si trattava, infatti, di un’idea poco commerciale, data la complessità della struttura. La serie tratta i temi della fiducia nel prossimo e della sopravvivenza: 456 persone, uomini e donne, per diversi motivi, decidono di partecipare ad un gioco in cui rischiano la vita perché sperano di migliorarla aggiudicandosi il ricco montepremi finale che ha in palio 45600000000 won, pari a circa 33 milioni di euro. Il gioco prevede sei sessioni, in cui i perdenti vengono soppressi e non solo eliminati dal gioco. Il protagonista è Seong Gi-hun, un quarantenne disoccupato, sfortunato e privo di prospettive, che vive con la madre malata ed è oppresso dai debiti a causa della sua dipendenza dalle scommesse, ha una figlia che non può mantenere e che sta partendo per gli Stati Uniti con la madre e il suo nuovo compagno. Quando uno sconosciuto in metropolitana gli offre la possibilità di partecipare a un gioco da cui ricavare molti soldi, Seong Gi-hun ci vede una possibilità di riscatto e accetta, anche se non sa a cosa stia andando incontro. Trasferito in una location sconosciuta, al risveglio si ritrova in una prigione, con diversi sorveglianti mascherati che regolano tutte le attività, solo allora l’uomo capisce di essere in trappola. I giocatori e i soldati indossano ciascuno un colore distintivo, che rappresenta l’appartenenza ad una categoria sociale ed enfatizza la differenza tra i due gruppi. I primi indossano una tuta sportiva di colore avio. Ogni soldato è contraddistinto da un numero e segue rigidissime regole, come quella di non rivolgersi ad un superiore se non si viene interpellati. Tutti indossano una tuta da lavoro rossa con cappuccio ed una maschera nera per non rivelare la propria identità. Unico segno distintivo sui volti incappucciati sono le forme geometriche del cerchio per indicare il soldato semplice, del triangolo per il soldato di medio livello fino ad arrivare al quadrato per il più alto in grado.

Le scenografie e i costumi colorati, dal forte impatto visivo, sono stati progettati per trasmettere l’illusione di trovarsi in un mondo fantastico, che però nasconde trappole e orrori. L’ossimoro che è alla base della serie è evidente anche nella colonna sonora di Jung Jae II, che ha composto anche quella di Parasite, così come sorprende la presenza di brani del repertorio classico di per sé rasserenanti e armoniosi durante e dopo momenti di intensa drammaticità. Le sfide consistono in giochi infantili celebri come Un, due, tre stella, i Dalgona Biscuits, il Tiro alla fune o noti in Corea come Il gioco del calamaro, giochi semplici all’apparenza, ma disputati in gigantesche arene o parchi giochi allestiti a tema e controllati dai soldati. Nella serie sono rappresentate diverse tipologie umane: oltre al protagonista, un suo amico d’infanzia, capo di una società di investimenti, ricercato dalla polizia per aver rubato soldi ai suoi clienti, un criminale rissoso e prevaricatore, una profuga giovanissima che vuole vincere il premio per far emigrare i suoi familiari sopravvissuti nella Corea del Sud, un uomo anziano, malato terminale, un immigrato pakistano che deve provvedere alla sua famiglia, un poliziotto che si intrufola nell’organizzazione e si traveste da guardia, alla ricerca del fratello scomparso: uomini e donne diversi ma tutti accomunati da un destino di difficoltà e sofferenza. Nonostante sia il più anziano tra i concorrenti e sia contrassegnato dal numero 1, Oh Il-nam è quello che incarna le caratteristiche di un bambino: è allegro, puro, conosce le regole e i trucchi per vincere le gare e, a differenza degli altri giocatori, gioca per divertirsi. Conservate in una grossa ampolla, sospesa al soffitto del dormitorio, le banconote rappresentano un sogno irraggiungibile per i giocatori che assistono all’incremento del montepremi dopo l’eliminazione di ogni concorrente. Diverse volte nella serie viene sottolineato che i partecipanti lì vivano una condizione di uguaglianza e democrazia che fuori non è loro concessa. La profonda critica nei confronti delle diseguaglianze sociali viene ribadita anche nel momento in cui un misterioso supervisore di nome Frontman, che indossa una maschera diversa dalle altre, scopre un’organizzazione segreta in seno alla stessa organizzazione, dedita al commercio e al traffico di organi prelevati dai giocatori eliminati. Nonostante la serie sia drammatica e disturbante, ricca di dettagli orridi e raccapriccianti e di effetti stroboscopici, si rivela un dramma corale ricco di umanità. Viene spontaneo giudicare le debolezze dei personaggi ma anche provare tenerezza per loro, quando cercano di fare squadra collaborando e stringendo alleanze per affrontare coraggiosamente un nemico invisibile che li manovra come burattini in un gioco perverso e pericoloso. Oltre ad essere una serie avvincente, ben rappresentata e ricca di colpi di scena, Squid Game spinge lo spettatore a riflettere sulla vera essenza dell’essere umano e dei suoi comportamenti.

Deborah Mega

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Avete voluto la parità

19 sabato Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in Essere donna

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Un breve video tratto da “Processo per stupro” un film documentario del 1979 del quale si può leggere più diffusamente qui

NB. Il video, di appena un paio di minuti, ci mette un po’ a caricare, abbiate pazienza.

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Essere donna: intro

13 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna

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Oggi dedico questo post  all’introduzione di una nuova rubrica, il nome della rubrica, come potete leggere anche nel titolo è Essere donna il contenuto della rubrica è già tutto nel suo nome. La parola “essere” del nome della rubrica è da intendersi nel doppio senso di verbo e sostantivo. Non solo quindi come esistenza vita e presenza nel mondo, che è il significato del verbo “essere”, qui usato nel suo significato proprio e non come ausiliario, ma anche nel senso di sostantivo “essere”, come “creatura” che sta nel mondo, esiste, è viva. Il focus è la donna. La rubrica è inserita nella più ampia categoria del blog “Costume e società”

In questo blog talvolta è stata affrontata esplicitamente la problematica della condizione femminile. Ricordo tra gli altri il mio post su Franca Viola nella rubrica “Grandi donne”, il post di Deborah Mega sulla discriminazione di genere nel linguaggio e, più di recente, credo proprio l’otto marzo scorso, il post di Anna Maria Bonfiglio sulla condizione della donna. I tre i post sono quelli che ricordo a memoria, ma sono certa ve ne siano altri disseminati. La loro presenza chiaramente evidenzia l’interesse al tema da parte della redazione di questo blog, che, non mi sembra secondario rimarcarlo, al momento  è tutta femminile. 

Riprendendo il filo del discorso, mi sono resa conto però che, nonostante l’attenzione al tema della condizione femminile, non avevamo dato abbastanza risalto a questa tipologia di post inserendoli in una rubrica a sé. Ho acquisito questa consapevolezza al termine della visione di un video che circola in rete da maggio dello scorso anno, che ha per titolo “Le spose bambine”. Il video è una produzione del 1965 di Rai storia pubblicato su youtube dal canale Cronacavera. Ve lo propongo.

https://www.raiplay.it/video/2021/04/Come-eravamo—16042021-311f7a53-73d3-47fb-a18c-176daf2e41c7.html

E’ costituito principalmente da interviste a donne del paese di Ispica in provincia di Ragusa. Colpisce il titolo del video anche per il gran parlare che si fa oggi sulle spose bambine di paesi diversi dal nostro un po’ più sud di qui. Dice com’eravamo noi donne in quella terra quasi cinquant’anni fa, dice nel contempo la naturalezza di certe scelte e la forzatura dei tempi, dove si matura al sole di bisogni essenziali. 

Desideravo condividere il video perché è una spaccato indubbiamente interessante e problematico della condizione femminile qualche decennio fa e mi sono accorta che mancava lo spazio giusto dove inserirlo L’ho creato stasera. Uno spazio dove dire della condizione femminile ieri, oggi, domani. Per sapere com’eravamo, capire come siamo e immaginare come vogliamo diventare.

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Un fiore per Franco

23 domenica Mag 2021

Posted by Loredana Semantica in MUSICA, Uomini eccellenti

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Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni ottanta sorge la stella di Franco Battiato. Nel panorama musicale di allora comparve come qualcosa d’insolito, non definibile, non etichettabile. E proseguì in ascesa la sua opera musicale negli anni a venire. Colpivano i testi di poche frasi, termini inusuali, evocativi di scenari e terre lontane, di ricerche interiori spirituali, mistiche, filosofiche. Battiato nel sentire dei giovani fruitori di musica rispondeva al desiderio di contrastare l’insulsaggine dei testi che farcivano le canzoni italiane dell’epoca e l’invasione della musica di provenienza estera e lingua inglese. Battiato era la risposta, non solo era italiano, ma aveva anche ai miei occhi l’ulteriore pregio di essere siciliano di Catania (Ionia, il paese di nascita nel 1945 è l’attuale Riposto), era cioè isolano e conterraneo. Non occorreva leggere la biografia per capirlo, il suo cognome è di origine siciliana, anzi è una parola del dialetto siciliano che in italiano si traduce “battezzato”. Quindi il canto di Franco il battezzato, che porta nel volto le sue reminiscenze arabe, e gli occhi grandi e malinconici di certi siciliani, tristi e profondi, arrivò alle (mie) orecchie come liberatore.
Prima di quell’inizio, c’era stata tra le altre la canzone La torre, mentore Giorgio Gaber, che ebbe un certo successo, un testo provocatore ma musicalmente ancora troppo influenzato dai ritmi e gusti della canzone italiana dell’epoca. Pollution e Fetus tra i primi album, furono apripista per i concerti, verso i quali Battiato provò tuttavia ben presto un’autentica repulsa, non era soddisfatto di queste esperienze, le definì schizofreniche. Attraversò allora una crisi non solo musicale, ma più profonda, esistenziale, che lo portò allo studio e alla ricerca. Nella seconda metà degli anni settanta imparò a suonare il violino, la notazione classica, l’armonia, il solfeggio l’arabo, la mistica orientale e scoprì Gurdjieff e il suo pensiero, restandone entusiasta.
Nel 1979 avviene la svolta, è l’anno nel quale emerge la sua personalissima e accattivante cifra pop, che si evolverà in spirituale e filosofica, echeggiante musiche orientali, classiche, rock, synth pop e si caratterizzerà per i cambi di registro sia testuali sia musicali e la frammentazione di un periodare breve, ricercato e misterioso, apparentemente disconnesso, inframmezzato da refrain simili a mantra, un mix che s’intreccia alla musica, intrattiene l’ascoltatore e lo conquista
L’era del cinghiale bianco il singolo inserito nell’omonimo album, rese Battiato noto al grande pubblico. Il pezzo nacque per scommessa con i giornalisti di Muzak, rivista musicale, ai quali Battiato volle dimostrare come fosse facile elaborare pezzi di successo, esso inizia infatti con un travolgente assolo di violino che avvince l’ascoltatore
I versi “Pieni gli alberghi a Tunisi” e “Un uomo di una certa età/Mi offriva spesso sigarette turche” “Studenti di Damasco/Vestiti tutti uguali” costituiscono con ogni probabilità riferimenti ai paesi che Franco Battiato ha visitato negli anni precedenti. Egli racconta infatti che talvolta prendeva una corriera per l’India, scendeva in Turchia e, con la compagnia di due vecchi suonatori e la tastiera, girava avventurosamente quel paese.
Il refrain “Spero che ritorni presto/L’era del cinghiale bianco” è inserito nel testo della canzone in modo alquanto inaspettato e spiazzante, il senso possiamo intenderlo dai chiarimenti che seguono presenti sul sito dell’autore.
“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”.

Singolare che di recente qualcuno abbia definito insulsi i testi di Battiato. A leggerli non sembra affatto, dentro sparsi qui e lì ci sono sostantivi e aggettivi ricercati, costruzioni verbali intriganti, originali, quando non persino poetiche. Qui di seguito una serie di citazioni dai singoli più noti.

“E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” da Prospettiva Nevski
“Traiettorie impercettibili/ Codici di geometrie esistenziali” “Voli imprevedibili ed ascese velocissime/Traiettorie impercettibili/Codici di geometrie esistenziali” e “Giochi di aperture alari/Che nascondono segreti/Di questo sistema solare” da Gli uccelli
“Una vecchia bretone/Con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù/Capitani coraggiosi/Furbi contrabbandieri macedoni/Gesuiti euclidei/Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/Della dinastia dei Ming” da Cerco un centro di gravità permanente, contenente, tra l’altro uno stralcio della poetica dell’autore “Non sopporto i cori russi/La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/Neanche la nera africana”.
“E per un istante ritorna la voglia di vivere/ A un’altra velocità” da I Treni di Tozeur
“Voglio vederti danzare/Come i dervishes turners che girano/Sulle spine dorsali/O al suono di cavigliere del Katakali” da Voglio vederti danzare
“In silenzio soffro i danni del tempo/le aquile non volano a stormi” da Le aquile non volano a stormi
“C’è chi si mette degli occhiali da sole/Per avere più carisma e sintomatico mistero/Uh com’è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme /Imbiancano/ Quante squallide figure che/attraversano il paese/Com’è misera la vita negli abusi di potere.” da Bandiera Bianca
“Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera/Avevo già la Luna e Urano nel Leone” da Cuccurucucù.

Battiato ha raccontato che, ancora ragazzo, suonò sui carri in maschera al Carnevale di Acireale, venne pagato con 13000 lire che all’epoca erano una cifra ragguardevole, ciò però scatenò le ire del padre che voleva Franco applicato agli studi e gli vietò perciò di proseguire con la musica.
Arrivato all’università, iscritto alla facoltà di lingue, morto nel frattempo il padre, Battiato decise di partire per Milano volendo inseguire il suo desiderio di fare musica.
Gli inizi furono difficili, dovette fare il magazziniere per mantenersi, suonare la sera nei locali, ma il suo sogno non si rivelò fallimentare. Dall’era del cinghiale bianco in poi i suoi dischi furono sempre successi, un album dopo l’altro giungendo a pubblicarne ben 42. Ha composto anche opere e colonne sonore ed è stato anche regista di film. Inoltre dipingeva, ma la pittura tuttavia non era professionale, era un modo attraverso il quale esprimeva ancora l’anelito a svolgere la personale ricerca mistico spirituale. Ne è un esempio la copertina dell’album Fleur “Derviscio con rosa” , inserito al principio di questo post.

Si sa pochissimo della vita privata di Battiato. Se provate a cercare alla voce biografia sul suo sito trovate la sua dettagliata storia professionale, la produzione, le collaborazioni con Giusto Pio, Manlio Sgalambro ecc.. Su wikipedia invece alla voce “vita privata” ci sono esattamente tre righe che in parte riporto “Legatissimo alla madre Grazia, scomparsa nel 1994, Battiato non ha mai amato la vita mondana, preferendo il suo eremo siciliano di Milo alle pendici dell’Etna.”
Infatti Franco Battiato, mi pare nel 1989, tornò in Sicilia stabilendosi a Milo, dove poi è morto il 18 maggio scorso. Di quale male non è dato sapere. La famiglia, lui stesso, gli amici hanno mantenuto uno stretto riserbo su questa malattia. Qualcosa alla testa del cantautore ne ha minato la memoria e l’intelletto, il declino è avvenuto a cominciare da una caduta dal palco di un concerto tenuto a Bari. E poi Franco, a quanto pare, non voleva indagare, del resto ciò è in linea col suo pensiero della morte come un passaggio, col suo pensiero della vita come preparazione, trasformazione di se stessi in senso migliore.
Bello il modo in cui lo ricorda Travaglio su Il fatto quotidiano, con qualche aneddoto e una sequenza di aggettivi che tentano di descriverlo (leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naif), ne fa in sostanza il protagonista de “La cura”, cioè un essere speciale.
Tra gli aneddoti Travaglio racconta come Battiato gli inviò appena pronta Inneres auge, scritta nel 2009 pensando all’Italia resa più di quanto non lo sia mai stata bordello. Inneres Auge in tedesco significa terzo occhio, l’occhio col quale si vede l’aura delle persone. E’ in sostanza un’invettiva contro i politici di quell’epoca corrotti e goderecci fino al disgusto. Egli dice nel testo “La giustizia non è altro che una pubblica merce/Di cosa vivrebbero/Ciarlatani e truffatori/Se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente” Questa non è la prima volta che attraverso la canzone Battiato esprime una denuncia politico sociale di corruzione e rovina del Paese. Nell 1991 aveva già scritto “Povera patria” e molto tempo prima, ai suoi esordi nel 1967, cantava la poco conosciuta “Il mondo va così” nella quale, con un respiro più ampio, si prendeva pena per la guerra la fame e l’analfabetismo mondiali.
Tornando alla riservatezza di Battiato. Credo che la riservatezza e una certa repulsa del successo e della vita mondana appartenga alla “sicilianità” più autentica. Giuni Russo, siciliana anche lei, amica di Battiato e voce straordinaria era sulle stesse coordinate. Franco ha scritto per Giuni il pezzo Un’estate al mare, resa indimenticabile dall’interpretazione straordinaria di Giuni, con acuti finali inarrivabili a imitare i gabbiani. Battiato ha scritto brani di grande successo per Milva e Alice, rispettivamente Alexander Platz e per Elisa, queste ultime in collaborazione con Giusto Pio.

Dunque, a quanto ci dice la stringatissima biografia, Franco Battiato non si è sposato e non pare abbia avuto figli, ciò potrebbe far pensare che abbia vissuto una vita senza amore, ma ritengo che sarebbe un errore crederlo. Come ho dimostrato più sopra in alcuni nei suoi testi le frasi sparse non sono “insensate” ma a volte biografiche, a volte citazioni culturali, pensiero, convincimenti. Non manca una produzione di Franco Battiato che parla d’amore, ciò consente la relazione transitiva seguente: se A (produzione non in tema d’amore) è uguale a C (esperienza) anche B (produzione in tema d’amore) è uguale a C (esperienza)
Sono sul tema: la metafisica “E ti vengo a cercare” la filosofica “Tutto l’universo obbedisce all’amore” la spirituale “La cura”, le nostalgiche “Le nostre anime” e “Le stagioni dell’amore” e infine la poco celebrata, ma intrigante “L’animale”
E’ un’elencazione non esaustiva, ma testimonia la delicatezza e versatilità con la quale Franco Battiato sapeva esprimere il tema dell’amore. E non posso fare a meno anche qui di riportare alcuni passi.
Questa citazione che segue ad esempio, è una definizione limpida e struggente dell’amore “Questo sentimento popolare/Nasce da meccaniche divine/Un rapimento mistico e sensuale/Mi imprigiona a te” da E ti vengo a cercare

“Bisogna muoversi/Come ospiti pieni di premure/Con delicata attenzione” “Come possiamo/Tenere nascosta/La nostra intesa” Tutto l’universo obbedisce all’amore/Come puoi tenere nascosto un amore/Ed è così che ci trattiene nelle sue catene” da Tutto l’universo obbedisce all’amore
“Le nostre anime/Cercano altri corpi/In altri mondi/Dove non c’è dolore/Ma solamente/Pace” da Le nostre anime
“Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore” da Le stagioni dell’amore
“Vagavo per i campi del Tennessee/Come vi ero arrivato, chissà/Non hai fiori bianchi per me?/Più veloci di aquile i miei sogni/Attraversano il mare”
“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/Supererò le correnti gravitazionali/Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”
“E guarirai da tutte le malattie/Perché sei un essere speciale/Ed io, avrò cura di te” da La cura
“Ma l’animale che mi porto dentro/Non mi fa vivere felice mai/Si prende tutto anche il caffè/Mi rende schiavo delle mie passioni/E non si arrende mai e non sa attendere/E l’animale che mi porto dentro vuole te” da L’animale, nella quale l’ironia del verso “si prende tutto anche il caffè” scopre un aspetto più volte rimarcato da amici e intervistatori del cantautore: l’ironia di Franco Battiato. Del resto cos’è poi l’ironia se non l’arma con la quale gli intelligenti e indulgenti combattono la propria battaglia nel mondo.
Tra le eredità Franco Battiato ci lascia la raccomandazione di avere uno sguardo feroce e indulgente, è un’espressione contenuta in uno dei suoi testi più recenti e concludo così il mio omaggio al cantautore della mia giovinezza che ha accompagnato anche la mia vita.
Con un saluto a Franco Battiato, la speranza di rivederlo, l’augurio a me e a tutti di raccogliere la sua eredità.
“Lascio agli eredi l’imparzialità/La volontà di crescere e capire/Uno sguardo feroce e indulgente/Per non offendere inutilmente” da Testamento

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25 aprile Celebration

25 domenica Apr 2021

Posted by Loredana Semantica in La società, Pensiero, SINE LIMINE

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Il 25 aprile 1945 il CLNAI ordina l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluiscono nelle città , si uniscono ai combattenti locali e liberano il Nord Italia (tratto da qui)

Il manifesto dell’ANPI per il 25 aprile 2021, realizzato da Lucamaleonte

Qui la storia della Resistenza italiana.

“25 aprile” una poesia di Alfonso Gatto

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

https://www.ilsole24ore.com/art/25-aprile-1945-liberazione-e-tutti-AEy3WPC

https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/17/25-aprile-il-video-memoriale-della-resistenza_ecce828b-d4fd-4d6d-b708-76672f65ffd3.html?fbclid=IwAR3Lj8q9guToVB5FBpKmKH9VMR13RKQ85fnMpPuX06OlVqVAIjAjgRjmm8o

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Quando le donne…

08 lunedì Mar 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Pensiero

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Tag

discriminazioni di genere, festa della donna, otto marzo

Quest’anno il blog Limina mundi celebra l’otto marzo riportando alcuni significativi accadimenti che riguardano o hanno riguardato le donne e facendo infine riferimento ad alcune figure femminili rappresentative.

(Le scritte in colore bordeaux contengono link da cui sono tratti i frammenti riportati in grassetto o virgolettati)

Quando le donne combattono…

donne della resistenza italiana

Tante furono le donne che combatterono al fianco dei partigiani contro il nazifascismo.”

“Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata.

le guerriere curde

Una combattente ha dichiarato: “Dobbiamo controllare l’area da soli senza bisogno di dipendere [dal governo]… Non possono proteggerci dall’ISIS, dobbiamo proteggerci da soli [e] difendere tutti… senza tenere conto della loro razza e della loro religione

le infermiere e il covid

Addio ad Antonietta Patrone, infermiera in prima linea al Cardarelli di Napoli, uccisa dal virus, ennesima vittima di una lista che si allunga inesorabilmente

Quando le donne muoiono…

femminicidio osservatorio

Clara Ceccarelli uccisa il 19 febbraio del 2021 dal suo ex compagno con 110 coltellate, si era già pagata il funerale pochi giorni prima. E’ la nona vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno 2021.

lapidazione

Somalia: la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza tredicenne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte.

ragazze fantasma o le ragazze del radio

Le ragazze del radio (in inglese: Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice radioluminescente utilizzata come pittura per quadranti nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation nella cittadina di Orange, nel New Jersey (Stati Uniti), intorno al 1917…

l’incendio dell’8 marzo non è avvenuto l’8 marzo

Era il 25 marzo del 1911 e cinquecento ragazze e donne giovani (tra i 15 e i 25 anni), più un centinaio di uomini, stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York. La fabbrica di camicie si chiamava “Triangle Waist Company” e occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.

«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda, cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».

Quando le donne soffrono…

mutilazioni genitali femminili

Danneggiano in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolore lancinante, traumi emotivi, complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto. Sono le Mutilazioni Genitali Femminili.

violenza

stupro o violenza sessuale

Apollo e Dafne, Bernini

La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà. 

condizione della donna nei paesi arabi

Negli Stati più tradizionalisti e in quelli che mirano alla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, dove le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa, le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo.

divario retributivo

In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.

manicomio

A finire in manicomio infatti erano quelle donne che non si adeguavano alla morale del tempo, spesso vittime di un trauma o di un abuso sessuale. Loquace, euforica, lasciva, smorfiosa, impertinente, piacente… questi erano gli aggettivi atti a descrivere la sintomatologia delle donne che venivano rinchiuse nei manicomi.

Quando le donne lottano…

il diritto di voto

Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani. 

Rosa Parks

Fu figura-simbolo del movimento per i diritti civili, divenuta famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Nove mesi prima anche Claudette Colvin fu protagonista di un episodio analogo, che non ebbe uguale risonanza mediatica.

Franca Viola

E’ la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Diviene simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Quando le donne fioriscono…

Ipazia, matematica, astronoma e filosofa 

Ipazia fu barbaramente uccisa e smembrata

Artemisia Gentileschi, pittrice

Artemisia fu vittima di stupro

Camille Claudel, scultrice

Camille fu rinchiusa in manicomio fino alla morte

Marie Curie, chimica, fisica e matematica

Marie dovette trasferirsi a Parigi perché in Polonia la donna non era ammessa a studi superiori

Emily Dickinson, poetessa

Emily visse volontariamente da reclusa per gran parte della sua vita

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Grandi donne: Marilyn Monroe

17 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in Cinema, Grandi Donne

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Marilyn Monroe

Quando muore Norma Jeane Mortenson più nota come Marilyn Monroe, il 5 agosto del 1962, io non avevo nemmeno compiuto un anno, non ricordo nulla di questa notizia, ricordo invece quando il 6 giugno del 1968 uccisero Robert Kennedy, ci pensò mio padre ad imprimere la notizia bene nella mia mente con una sberla motivata dalla mia esuberanza e pretesa di attenzione ignara della gravità dell’evento che giusto in quel momento comunicavano al notiziario serale. Tra la morte di Marilyn e l’omicidio di Robert Kennedy si colloca l’omicidio del fratello di Robert, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del  1963. Uno strano filo letale lega Marilyn a queste uccisioni, giacché si scopre, ma molto tempo dopo, che Marilyn era diventata l’amante di John e di Robert.

Ancora oggi si dice che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne doveva essere ben consapevole mentre cantava sensuale e infantile al tempo stesso, fasciata in un carnale abito rosa pelle “Happy Birthday Mister President” alla festa di compleanno di John. Non c’è da sorprendersi che siano nati molti misteri e voci sulle cause della morte dell’attrice cantante e modella statunitense: dal suicidio per ingestione di barbiturici, all’omicidio ordito dai Kennedy perché diventata pericolosa per  gli amanti ai vertici della scena politica americana, all’esecuzione con supposta di veleno per vendetta eseguita dalla mafia nei confronti del Presidente americano che non corrispondeva alle pretese mafiose e con lo scopo di infangare la famiglia Kennedy. Ciò secondo la testimonianza del mafioso Chuck Giancana, confortata dal fatto che all’autopsia non furono trovate pastiglie nello stomaco dell’attrice, ma livelli elevati di barbiturici nel sangue ed ecchimosi su un’anca e la schiena. In effetti per raggiungere lo scopo di screditare i Kennedy sarebbe bastato diffondere le notizie dei comportamenti libertini del Presidente, alquanto affamato dell’altro sesso da avere le cosiddette “ragazze d’occasione” sempre a disposizione. Non so se l’affascinante Marilyn potesse dirsi appartenere a questa schiera, certo la storia l’ha consegnata a ben altro ruolo di icona pop, diva, sex symbol. Per essere stata capace di costruire con le sue sole forze il suo mito, cominciando da un’infanzia di disagio, per la sua sofferta ascesa, l’evidente infelicità, il fulgido esempio di bellezza, la fragilità e la resistenza con cui si oppose alle avversità, il fascino della sua radiosa femminilità, desidero includerla nella lista delle grandi donne del blog Limina mundi e renderle omaggio.

Marilyn ha conquistato fama durevole proprio facendo leva sulle doti che tanto gli uomini amano in una donna: bellezza e sensualità. Era la donna più desiderata dell’epoca. Dedicava tempo al mantenimento dello splendore della pelle, che, si diceva, emanasse una luminosità esclusiva. Si dedicava alla cura del corpo con esercizi fisici e sollevamento pesi mattutini, aveva attenzione per la sua alimentazione e curava naturalmente anche i suoi capelli, che, da castani naturali, divennero biondi decolorati catalizzatori del suo fascino. Sperimentò tutti i livelli di biondo: dorato, cenere, platino fino ad approdare al quel biondo da lei chiamato “federa” – praticamente bianco –  che ancora oggi associamo al suo taglio medio ondulato che l’ha resa diva.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America è l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne aveva fatta di strada per approdare a cotanto amante. Nel 1926, quando nacque, sua madre Gladys Monroe, mentalmente instabile, non era in grado di prendersi cura della figlia neonata, quindi l’affidò a una coppia di coniugi Wayne e Ida Bolender che crebbero la piccola Norma Jeane fino a sette anni, poi la bimba fu affidata a una coppia di inglesi, insieme ai quali per un certo periodo lei tornò a vivere con la madre. Gladys però afflitta da esaurimento nervoso,  per una caduta dalle scale fu ricoverata al Los Angeles General Hospital e successivamente le venne diagnosticata una schizofrenia paranoide, quindi dichiarata incapace di intendere e volere.

Di Norma si occupò in qualità di tutrice la migliore amica della madre, Grace McKee, che lavorava nell’archivio delle pellicole della Columbia Pictures,  ciò indusse Norma ad interessarsi di cinema. Nel 1935, quando Grace McKee  si sposò, Norma Jeane fu portata nell’orfanotrofio di Los Angeles, aveva 9 anni. Fu affidata poi a diverse famiglie e  parenti facendo sempre ritorno all’orfanotrofio, dove cominciò a lavorare come vivandiera.  In questo periodo non mancarono a corredo storie di violenze e abusi veri o presunti.  Nel 1941, a 15 anni, Norma Jean tornò da Grace Mckee e frequentò la scuola. Lì conobbe un vicino di casa James Dougherty e, appena sedicenne, lo sposò. Quattro anni dopo divorziarono. Nel 1944 James partì per il fronte e lei si trasferì dalla suocera a Los Angeles, prese il posto del marito in una fabbrica di aeroplani come operaia.  

James Dougherty e Marilyn Monroe

La sua carriera inizia, quando David Conover si reca in fabbrica per fotografare ragazze che “tenessero su il morale alle truppe” e la incoraggia a diventare modella. Fa servizi fotografici e poi un’audizione per il cinema.  Viene notata. Il significativo passo successivo avviene col regista  Ben Lyon che le fa tingere i capelli di biondo e le suggerisce di cambiare nome. Scelgono un nome sensuale, soffice, morbido di emme. Nasce Marilyn Monroe.

Gli inizi non furono facili, i fatti salienti tra il 1947 e il 1949 sono che lei volle studiare all’Actors Lab di Hollywood per migliorare la sua recitazione, ma i film a cui prese parte non ebbero successo e comunque le sue erano parti minori, le condizioni economiche non erano buone e accettò, tra l’altro di posare nuda per Playboy, oltre che lavorare come spogliarellista, conoscere nomi del cinema, avere amanti e forse prostituirsi.

L’ascesa al ruolo di star di Hollywood avvenne nel 1953 col film “Niagara” e la definitiva consacrazione con il film “Gli uomini preferiscono le bionde” nel quale canta “Bye bye baby” e  “I diamanti sono i migliori amici delle ragazze” (più sotto il video), ingioiellata e vestita con un abito rosa di Travilla, costumista hollywoodiano, abito diventato negli anni seguenti un’icona e fonte d’ispirazione. Seguono  i film di successo: “Come sposare un milionario”, “La magnifica preda”, “Quando la moglie è in vacanza”.

All’apice della fama nel 1954 sposò il suo secondo marito, Joe Di Maggio famoso campione di basball, americano di origini siciliane; con lui Marilyn si sentiva protetta e lui a suo modo l’amava, ma era troppo geloso e incline a scenate nelle quali volavano schiaffi. In sintesi Joe non accettava che la moglie fosse un’attrice famosa, conducesse una vita mondana e fosse desiderata da tanti uomini. Il matrimonio non durò nemmeno un anno. L’iconica scena nella quale la gonna plissettata dell’attrice si solleva per la folata del passaggio del treno su una presa d’aria della metropolitana, avvenuta casualmente nella realtà e ricreata in studio nel film “Quando la moglie è in vacanza”, oltre che diventare un altro momento cult della carriera dell’attrice, fu causa di litigio con Joe Di Maggio.

Marilyn Monroe e Joe Di Maggio

Nel 1956 gira il film “Fermata d’autobus” che le varrà la nomination al Golden Globe come migliore attrice di film commedia. A dire il vero Marylin per tutta la vita cercò di affrancarsi dal ruolo di bionda fatale e anche di progredire nelle sue capacità di recitazione. Studiando recitazione all’Actors Lab di Hollywood, all’ Actor’s Studio di New York, iscrivendosi all’Università della California, Los Angeles, dove studiò critica letteraria e artistica, facendosi spesso seguire da diversi insegnanti di recitazione. Potremmo dire senz’altro che prendeva la sua professione alquanto sul serio, ed aveva quella consapevolezza di sé che la porterà a rifiutare un ruolo in un musical per la ragione che il coprotagonista maschile, Frank Sinatra, riceveva un compenso oltre 3 volte superiore al suo.

Nella vita di  Marilyn si susseguirono, amanti (Johnny Hyde, Robert Slatzer – sposato e lasciato con un matrimonio lampo di appena tre giorni – Frank Sinatra, Yves Montand e altri), film di successo, copertine di riviste, canzoni, dischi, aborti (lei stessa ne riferisce ben 14), interventi chirurgici (uno anche estetico per affilare naso e ammorbidire il mento), medicine, champagne.

Nel 1956 sposa il drammaturgo Arthur Miller, convertendosi, per poterlo sposare, all’ebraismo. Altro matrimonio, altro flop.  Durante questa unione gira “Il principe e la ballerina”  di Laurence Olivier e nel 1958  con Jack Lemmon e Tony Curtis, “A qualcuno piace caldo”. Per questo film vince il Golden globe come miglior attrice di film commedia. Il suo ultimo film fu  “Gli spostati” con Clark Gable e Montgomery Clift. La sceneggiatura del film era scritta dallo stesso Arthur Miller in omaggio alla moglie. Quando il film fu girato però il matrimonio era già finito con un divorzio.

Arthur Miller e Marilyn Monroe

Nel 1962 iniziarono le riprese del film “Something’s Got to Give”, ma Marylin per la prematura morte non poté ultimarlo e il film fu girato nuovamente con Doris Day che ne prese il posto. Negli ultimi anni la salute mentale di Marylin  andò deteriorandosi, soffriva d’insonnia, ingeriva spesso farmaci e alcolici. Si  rivolse a uno psichiatra di New York, il dr. Greenson che cercò di ridurre questi abusi. Allontanatasi da New York e dal medico, Marilyn torna a farne uso, giunge a sentire il bisogno di cure psichiatriche tanto che si fa ricoverare in anonimato all’Ospedale Psichiatrico di New York. Quando si sentì chiusa in gabbia chiese aiuto all’ex marito Joe Di Maggio che la fece uscire.  E’ il periodo in cui Marilyn diventa amante dei Kennedy. Si avvicina la fine. Con la Century Fox che la licenzia a causa della discontinuità sul set si apre una crisi e una controversia legale. Questi problemi tuttavia sembravano ormai risolti. L’attrice il 1° agosto del 1962 aveva tra le mani un nuovo contratto con la casa cinematografica per un milione di dollari e due film,  inoltre si prospettava un un contratto come registra, attrice e sceneggiatrice con una casa cinematografica italiana per quattro film e un compenso di ben dieci milioni di dollari. Si apriva uno scenario di opportunità.

Il 5 agosto del 1962 venne trovata morta nella sua casa a Los Angeles, il poliziotto che per primo raggiunse la sua stanza nel rapporto riferì di averla trovata sul letto, riversa in diagonale, coperta da un lenzuolo,  successivamente altri aggiunsero i particolari della cornetta in mano e del corpo nudo.

Solo i suoi capelli saranno stati lieti della sua morte, non più stressati dalle decolorazioni. Tutti gli altri espressero il cordoglio che si deve a un talento che ha pagato alla vita il suo tributo di sofferenza per restituire splendore. Si apre così il cinquantennio successivo di mostre celebrative e aste su abiti e oggetti personali della diva pagati anche svariati milioni di dollari. Il che è testimonianza della popolarità, ammirazione e desiderio che circondavano l’attrice a livello internazionale.

Marilyn amava farsi fotografare, seguiva i consigli di un amico fotografo che le diceva: se vuoi diventare famosa fai tante foto, devono sempre vederti sui giornali, e lei non si sottraeva all’obiettivo, anzi, davanti all’obiettivo, si trasformava, veniva fuori la sua carica sensuale, ma anche lo sguardo malizioso, quella risata da baciare, il rossetto rosso fuoco, i denti candidi, la pelle di neve (non amava abbronzarsi), le gambe perfette, il seno da coppa di champagne. Lo stesso accadeva davanti alla cinepresa, improvvisamente la smemorata ragazza triste, che arrivava sempre in ritardo e dimenticava le battute, si animava di un incredibile charme e vestita di gioielli luce e abiti glamour cantava: “ I migliori amici delle ragazze sono i diamanti”.  Ed è vero.  Guardatela nel video e dite se non può che essere vero.

Poiché è attraverso le foto che è stata tramandata ai posteri la sua bellezza, non posso che affidarmi alle foto per trametterla a mia volta. Propongo una carrellata di scatti che tentano l’impossibile, similmente a quando, con la fotografia, la pittura, la parola, si vorrebbe penetrare l’essenza di una rosa, cogliere quell’irresistibile fascino che l’immagine non rende, ma che è l’insieme di voce, corpo, movimento, espressione.

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Concludo dicendo che Marilyn è stata anche molto amata. Robert Slatzer non trascurò mai per tutta la vita l’omaggio di rose bianche alla sua tomba. Joe Di Maggio lo testimonierà, organizzando e sostenendo le spese dei suoi funerali, portando per vent’anni fiori sulla sua tomba ad ogni compleanno. Miller scriverà la biografia “Io la conoscevo”, ma personalmente dubito che la conoscesse veramente, giacché è un pozzo nero l’infelicità e poi quattro anni di matrimonio non bastano per conoscere una donna, a volte nemmeno quaranta. Insomma di certo gli uomini non hanno saputo fare felice Marilyn, forse lei sceglieva male, ma più probabilmente il ruolo di sex symbol è incompatibile con quello di moglie di un solo uomo.

Resta comunque vero che la morte precoce, nel pieno della bellezza femminile, ha definitivamente consacrato Marilyn Monroe a eterna diva.

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Ancora sulla violenza contro la donna

02 mercoledì Dic 2020

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Cuore di preda, Loredana Magazzeni

Succede a volte che, seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, radio, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usano senza soffermarsi più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta viene uccisa una donna. Femminicidio, o femicidio, secondo la primaria versione della parola che traduce il termine inglese femicide, è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. A metà degli anni ’90 del secolo scorso, la scrittrice e performer Eve Ensler pubblicò un libro dal titolo I monologhi della vagina nel quale, attraverso testimonianze femminili, denunciava una realtà di violenza espressa nelle manifestazioni più subdole. Il testo suscitò, com’era prevedibile, vaste polemiche, ma fu letto e rappresentato in forma teatrale in molte parti del mondo, compresa l’Italia, e recitato dalle più grandi attrici di teatro. Nel 2015 la stessa Ensler pubblica un documento in cui racconta le violenze esercitate dagli integralisti dell’Isis sulle prigioniere dissidenti o disobbedienti, episodi di una crudeltà inenarrabile, difficili da credere generati da mente umana e che fa paura persino riportare; in seguito Ensler pubblica il libro Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne, nel quale afferma: “abbiamo bisogno di scrittori in quest’epoca terribile di inganni e manipolazioni”. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Certo non sarà un libro di poesia a fermare  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo. Significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura civile e sociale arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. L’antologia Cuore di preda, curata dalla scrittrice Loredana Magazzeni, nasce  per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, uomo di grandissima sensibilità, intellettuale impegnato a combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, e  raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Silenzio generato dalla paura, dalla mancanza di autostima, dal senso di colpa, dall’abitudine ad essere dominate. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come affermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lascata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo.

Se questa è una donna

Con quale numero sarà ricordata

la violenza di ieri su una donna

nel quartiere taldeitali della tale città?

La voce che esce dal televisore,

mentre divagano periferie senza vita,

elenca cronache già dimenticate:

quella che era, l’altra che aveva…

donne raccolte in un mondo di buio.

 

Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti :

Io già lo so

(…) Io cosa per editto maledetta, finto monile

Espio una condanna e sono anima lesa

silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio

che zagara sfiorita nel giardino a spingere il recinto

col mio canto morto.

 

E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile:

Violenza non codificata

Non è per bontà che ora rinunci al sangue

e non è mite la carezza che doma la fera

ma paura che ha perso la traccia del desiderio

seminato lungo la nostra strada in regalo

a fare unica una vita qualunque.

La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre

violenza non codificata per detenzione a vita.

Incapace di cattura il predatore muore

e condanna la preda alla solitudine  della sicurezza.

 

Di Lella De Marchi

e poi mi hanno detto

e poi mi hanno detto:

il tempo aggiusta tutto

anche il tuo corpo offeso

e spaccato,

certo, non temere,

un giorno tutto questo

non ti farà più male

 

ed io ho pensato:

ho fatto davvero qualcosa di sbagliato

perché mi hanno di nuovo violentato.

 

Cuore di Preda è una delle tante operazioni che sono state realizzate per mettere a fuoco una problematica che non cessa di essere attuale e per sensibilizzare istituzioni e società civile a non abbassare la guardia. Tanto è stato fatto e tanto dovrà continuare ad essere perseguito. Confidiamo che alle voci poetiche di queste donne si uniscano tante altre voci ancora, anche maschili, perché si sciolgano fin gli ultimi nodi di un colpevole silenzio.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

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8 MARZO, UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE

08 domenica Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, CULTURA E SOCIETA'

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Anna Maria Bonfiglio

by Elif Sanem Karacoc

by Elif Sanem Karacoc

Succede a volte che seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usiamo senza soffermarci più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta accade che venga uccisa una donna per mano dell’uomo che le è affettivamente e sentimentalmente più vicino. Femminicidio è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. Nel n.28 del Bollettino Archivio Pace Diritti Umani del 2004 è riportato testualmente: “Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne, storicamente diseguali, che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne”. A questa sorta di “scellerata categoria” vanno ascritti crimini di varie specie: stupri, stalking, percosse, omicidi, vessazioni, abusi sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici, prostituzione coatta; e possiamo anche aggiungere escissione ed infibulazione, pratiche ancora in uso in alcune popolazioni. In paesi come India e Cina il femminicidio si è concretizzato addirittura con gli aborti selettivi, impedendo alle donne di partorire figlie femmine. E’ una violenza che intacca i diritti umani, un impressionante segno patologico della civiltà contemporanea che si manifesta tanto nei paesi industrializzati  che nelle zone in via di sviluppo e che investe tutte le classi sociali e culturali e tutti i ceti economici. E nonostante il problema sia stato ed è affrontato attraverso interventi di varia natura, la società e la cultura si trovano ancora davanti ad un lungo cammino i cui esiti sono ancora molto deboli. Tuttavia bisogna perseverare a parlarne e a scriverne, per continuare ad incidere sulla società e sulle istituzioni, perché la violenza maschile sulle donne non è solo una questione privata ma anche sociale e politica, un fenomeno pericoloso in quanto espressione estrema di potere e di prevaricazione. A tutta la società civile è dunque demandato il compito di intervenire per non rischiare di abbassare la soglia di attenzione verso una piaga che sta diventando sempre più virulenta. Nella politica, nell’economia, nella cultura, nella scuola, metta ciascuno anche un piccolo mattoncino perché possa crescere e radicarsi l’idea di un Genere Umano svincolato dalle differenze. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Siamo consapevoli che un libro di poesia non fermerà  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo, significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. Noi, donne e uomini, abbiamo il dovere e il diritto di prendere posizione, ciascuno con le proprie competenze. I poeti hanno la parola e di questa si servono per fare sentire la voce del loro dissenso. Ascoltiamoli. L’antologia Cuore di preda,  nata per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, intellettuale impegnato civilmente a denunciare e combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come autoaffermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lasciata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio, una delle poetesse inserite nell’antologia. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo anche se confessano, come leggiamo nei versi di Marinella Polidori,  “il dovere coniugale fu la vera sofferenza, accettata con devota ripugnanza”. Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti: “Io merce in tuo possesso, io cosa per editto maledetta, finto monile, silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio, che zagara sfiorita nel giardino…” E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile. La donna confessa: “La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre, violenza non codificata per detenzione a vita. Incapace di cattura il predatore muore e condanna la preda alla solitudine della sicurezza.” E’ proprio dalle madri e dalla famiglia che inizia il percorso verso l’annientamento di sé; con il silenzio, con le giustificazioni, lasciando al più forte il potere di tenere sotto scacco la parte debole del nucleo affettivo si permette che si radicalizzi una condotta immorale e corrotta. “Come un ragno le teneva otto zampe sul suo corpo di bambina (…) Chiuse gli occhi che luce non vedesse la vergogna della tenera carne…” Così scrive Narda Fattori. Della crudeltà esercitata sulle donne bambine nei paesi arabi leggiamo nella poesia di Paola Turroni: “Quasi quindici anni e la stanchezza di essere già stata donna (…) bambina una volta…mia nonna mi ha preso di nascosto…mi portava dall’altra parte del villaggio. Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia dice che ora sono aggiustata…” Aggiustata con la violenza per essere consegnata al marito, per diventare “vecchia senza pietà e rabbia, il tempo di fare un bambino se hai spazio per un feto”. “Lo so tu vuoi farmi affondare e temi la mia forza mi spingi giù per la china con i tuoi pregiudizi non ascolti non vedi non sopporti i miei NO”, sono i versi di Anna Zoli che sintetizzano ogni realtà di violenza, la verità ultima della questione: l’affermazione del potere maschile.

Anna Maria Bonfiglio

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Il Manifesto della razza

27 lunedì Gen 2020

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

≈ 1 Commento

Autoritratto con carta d’identità di ebreo, Felix Nussbaum, 1943, Osnabrück, Felix-Nussbaum-Haus

Pubblicato con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e sulla rivista  “La difesa della razza”, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, anticipa di qualche settimana la promulgazione della legislazione razziale fascista applicata in Italia fra il 1938 e il 1944. Firmato da alcuni importanti scienziati italiani, Il Manifesto divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista.

*

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista. Continua a leggere →

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Grandi donne: Frida Kahlo

25 giovedì Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Grandi Donne, Il colore e le forme

≈ 2 commenti

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Frida Kahlo, Grandi Donne

Frida Kalho, una donna e una biografia affascinanti, come un romanzo. Una forte personalità espressa non soltanto nei tratti del viso e dei suoi dipinti, ma nell’ immagine offerta di sé, nella sua arte e nelle scelte.

Ciò che mi preme mettere in luce includendo Frida Kahlo tra le grandi donne di questa rubrica, che è anche il motivo per il quale l’ho scelta, è la sua capacità di trasformare una vita segnata dalla disgrazia in successo, di fare dell’arte il catalizzatore d’ogni nevrosi, risolvendo in essa ogni tribolazione, non tanto per calcolo o ricerca di gloria, ma per necessità. Il modo cioè in cui si manifesta spesso un’autentica vocazione all’arte.

Nacque nel 1907 a Coyocan in Messico, dove morì 47 anni dopo. Il padre di Frida, Guillermo, era un ebreo di origine ungherese emigrato in Messico a diciannove anni, che, dopo aver svolto vari mestieri, divenne fotografo e probabilmente trasmise a Frida il suo amore per l’arte, l’espressione artistica e l’inquadratura fotografica. La madre messicana regala a Frida il fascino bruno e latino, le sopracciglia folte convergenti sulla cima del naso e quel velo di baffetti che Frida esibiva invece di nascondere, giocando anche a vestire con abiti da uomo il suo corpo sottile androgino. L’effetto di questo travestimento produce un risultato, misterioso e attraente come testimoniano alcune foto.

Guillermo Kahlo, Frida in Men’s Clothing, 1926

Guillermo Kahlo, Frida in abbigliamento maschile, 1926

L’evento più significativo della giovinezza di Frida fu un grave incidente per uno scontro tra un tram e il pullman sul quale lei viaggiava col fidanzato Alejandro. Era il 1925. L’investimento ebbe sul corpo di Frida effetti devastanti. Riportò la frattura della colonna vertebrale in tre punti, del bacino in tre parti, undici fratture alla gamba sinistra, lo schiacciamento del piede destro, un corrimano del pullman le attraversò il ventre da parte a parte. Subì innumerevoli interventi chirurgici e dovette trascorrere anni a riposo a letto, con un busto di gesso. Una volta in piedi riuscì a camminare, ma dovette sopportare i dolori conseguenti all’incidente per tutta la vita, oltre a non poter avere figli. Fu proprio durante questo periodo di convalescenza che cominciò a dipingere. La famiglia per agevolarla le comprò dei colori e un particolare letto a baldacchino con specchio sul soffitto che le permetteva di specchiarsi. Dipingeva autoritratti nei quali era ben rappresentata con vividezza di colori e incisività delle linee la sofferenza del corpo martoriato.

Scopertasi artista per via della sofferenza, una volta che si riprese dal trauma pensò di sottoporre le sue opere al vaglio di Diego Rivera, famoso pittore messicano per averne un parere. Frequentandosi Diego e Frida si innamorarono l’uno dell’altra e Diego introdusse la sua amata nell’ambiente culturale messicano e politico comunista. Questa coppia d’artisti formerà fino alla morte di Frida un singolare e discusso connubio, vissuto tutto a loro modo, nell’autonomia reciproca (vivevano in case separate collegate da un ponte), nei frequenti tradimenti di Diego ai quali corrispondevano gli innamoramenti di Frida con coinvolgimento anche erotico (e pare anche sessuale) per donne autodeterminate, forti e indipendenti come Tina Modotti la cantante Chavela Vargas e per uomini tra i quali Lev Trotsky  e Andrè Breton.

Le tensioni  con Diego giunsero al culmine quando lui tradì Frida  con la sorella di lei  Cristina. Frida pretese il divorzio, ma appena un anno dopo Diego e Frida si riavvicinarono. Lui alto imponente e corpulento appare nelle foto che li ritraggono insieme massiccio e predominante rispetto a Frida snella e piccola. Eppure lui amava di lei proprio questo aspetto androgino e sottile e lei in lui quella carnalità prorompente che riempie.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Frida seguì per tutta la vita la sua passione per la pittura, per Diego, per il comunismo e il folclore messicano. Si raffigurava nei suoi piccoli autoritratti (prediligeva il formato 30×37) vestita con gli sgargianti colori degli abiti tradizionali. Famose le sue acconciature complicate di trecce e fiori nei capelli, collane e bigiotteria appariscente. Viene raccontata come una donna piena di vita, intelligente, allegra, che amava alcool, droga e sigarette, feste con gli amici.

Oggetto dei suoi quadri sarà soprattutto se stessa, dirà che ciò avviene perché, trascorrendo molto tempo da sola, è il soggetto che conosce meglio. Osservare i suoi dipinti significa penetrare il vissuto e complesso mondo dell’artista, dall’infanzia all’incidente che la segnò per la vita,  dall’amore per Diego ai tormenti del corpo, dal dolore per l’aborto subito all’attenzione per le istanze sociali del suo popolo. Frida nei suoi quadri rappresenta i suoi capelli, i suoi peli e cuore, le sue viscere esposte, la colonna spezzata che sostiene il suo busto. Per inquadrare la sua opera si è parlato di simbolismo e di surrealismo, e dapprima Frida sembrò accogliere questo accostamento, definendo il surrealismo come l’espressione artistica che fa aprire l’armadio dove a sorpresa si trova un leone invece delle previste camicie. Poi lo rinnego` affermando “credevano dipingessi i miei sogni e invece ho sempre dipinto la mia realtà” .

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Nel 1953 il Messico le dedicò una mostra alla quale poté partecipare su un letto a baldacchino, trasportata sul luogo in ambulanza. Un anno dopo morì, alcuni dicono per l’abuso di farmaci, altri per un’embolia polmonare. Aveva appena quarantasette anni. Oggi è la più famosa pittrice messicana, popolare in tutto il mondo. Della sua pittura diceva «La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno. Dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza altre considerazioni.»

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Cosa ho avuto dall’acqua, 1938, Frida Kahlo

 

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VERSO UNA NEUTRALITÀ DELLA LINGUA/Come evitare le forme sessiste nella lingua italiana

08 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', La società

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Arte matita di Visoth Kakvei.

Dell’importanza socio-politica della lingua ci si è resi conto da qualche tempo: solo nell’ultimo ventennio tuttavia, con il risveglio della coscienza femminista, con il moltiplicarsi di studi e approfondimenti sulla differenza di genere, si è cominciata ad acquisire consapevolezza di quanto e come la nostra lingua sia ricca di forme sessiste, che rispecchiano radicati valori patriarcali. Ciascuno di noi crede di poter controllare e manipolare la lingua secondo i propri bisogni e i propri scopi mentre è la lingua stessa che spesso ci parla, ci condiziona e produce effetti discriminatori e riduttivi nei confronti delle donne perché spinge a utilizzare lessemi, formule, immagini stereotipate. Diversi sono gli aspetti di problematicità che emergono nel corso del discorso.

Secondo la teoria elaborata nei primi del Novecento da Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, il linguaggio influenza il pensiero e la nostra percezione della realtà. Questo modello ha preso il nome di “relativismo linguistico” a rilevare come il pensiero divenga “debole” in relazione alle possibilità “forti” che assume la competenza lessicale. La lingua rispecchia la società e la cultura in cui siamo immersi, ordina la realtà, la forma e la modella determinando e caratterizzando il modo di pensare comune: data la sua natura convenzionale, è facile dare per scontato il consenso al codice. Tra l’uomo e la realtà non c’è contatto diretto ma tutta una mediazione simbolica costituita da categorie percettive e concettuali, rappresentate appunto dalla lingua, dal mito, dalla religione, dall’arte; tale mediazione condiziona e guida la nostra visione della realtà, non a caso Cassirer aveva definito l’uomo “animale simbolico”. Recenti studi sui processi cognitivi hanno dimostrato che il nostro cervello pensi attraverso etichette linguistiche: anche quando non c’è chiesto di nominare gli oggetti, immediatamente dopo l’attivazione di aree cerebrali preposte alla visione, si attivano quelle preposte al linguaggio; di conseguenza elaboriamo pensieri e ricordi per mezzo del linguaggio verbale. La lingua segue di pari passo l’evoluzione della società, è un sistema di segni e regole che si trasformano nel tempo, essendo “una sovrastruttura, che nasce esclusivamente attraverso un processo naturale di sedimentazione a ritmo lentissimo…” [Devoto] Fino a un secolo fa affinché un neologismo si affermasse, occorrevano tempi lunghi, nella società odierna invece é sufficiente un gruppo di trasmissioni televisive perché s’impongano in breve tempo diverse novità linguistiche. La lingua italiana presenta un alto grado di androcentrismo: tutto il patrimonio linguistico è organizzato intorno all’uomo. Sembrerebbe che in primo luogo sia avvenuta la cancellazione del femminile, poi la strutturazione secondo modelli che si riferiscono al maschile, successivamente la reintroduzione del femminile come variante. Si tratta di uno dei tanti condizionamenti che la donna ha dovuto tollerare per secoli. Per rendersene conto basta leggere i saggi della De Beauvoir, della Greer, dell’italiana Elena Gianini Belotti, che, nel 1970 scrisse il saggio “Dalla parte delle bambine” edito da Feltrinelli, sul condizionamento operato dalla scuola, dalla famiglia e dal contesto sociale sulle bambine. Il maschile assume i connotati di razionalità e concentrazione, il femminile diventa simbolo d’irrazionalità ed emotività, caratteristiche che ostacolano la conoscenza. Ne consegue la sua svalutazione. Anche nella costruzione della propria soggettività le bambine si sottovalutano mentre l’autostima da parte dei bambini appare esagerata. La stessa identificazione di genere e di conseguenza anche la scelta di giochi e giocattoli avvengono nell’età compresa tra i 2 e i 12 anni. In Francia il dibattito sulla questione di genere applicata alla lingua è talmente acceso e sentito che il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon e la ministra dei Diritti delle donne Najat Vallaud Belkacem hanno ideato un programma scolastico contro il sessismo, Abcd de l’égalité, destinato alle scuole del primo ciclo. Linguisti e studiosi della lingua affermano che il genere grammaticale e il sesso non andrebbero confusi ma è innegabile che le parole riferite a uomini siano di genere maschile mentre quelle riferite a donne siano di genere femminile tranne che per poche rare eccezioni (es. la sentinella). Ora la dicotomia maschile/femminile è ovvia e necessaria; il problema però è che tale dicotomia non divide il mondo in due zone di pari poteri e importanza, mediante forme linguistiche stereotipate si rafforza la posizione di potere dell’uomo e la subalternità della donna nella società. Nelle coppie oppositive uomini e donne, ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, avviene sempre la precedenza del maschile affermandone la preminenza linguistica, un po’ come nei contrari il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il vero e il falso, ecc. Secondo le regole grammaticali, alla presenza di una serie di nomi femminili e maschili, gli aggettivi, i sostantivi, i participi passati si concordano al maschile per assorbimento del femminile, anche quando c’è prevalenza di nomi femminili. Il fondamento androcentrico della lingua si ritrova anche nell’indicare le professioni, con facilità si utilizzano le forme cassiera, cameriera, infermiera, parrucchiera, riferite alle donne ma, nel momento in cui si passa a definire la professionista con laurea, emergono le incertezze e allora le forme ingegnera, prefetta, sindaca appaiono inconsuete e poco credibili, anche perché la presenza femminile in queste funzioni è ancora limitata. Se invece si fa riferimento a termini con il suffisso –essa come professoressa, (attestato per la prima volta nel 1881, nella Sintassi italiana dell’uso moderno di Raffaele Fornaciari) e dottoressa (utilizzato nel sonetto “La mi’ nora” di G.G. Belli del 1834), è evidente che tali resistenze linguistiche sono crollate miseramente e i termini risultano giustamente  riscattati. C’è anche chi sostiene che termini come preside, deputato, notaio, ministro indichino ruoli e funzioni senza alcun riferimento di genere. La tesi è accettabile per lingue che non attuano distinzioni morfologiche di genere, non dunque per l’italiano. Il suffisso –trice oggi usato, dà luogo a forme regolari e diffuse come senatrice, direttrice. Il suffisso –tora invece è stato spesso utilizzato per indicare professioni riferibili a una sfera sociale bassa come pastora, fattora. Molte professioniste preferiscono il titolo al maschile per trasmettere maggior rigore e serietà: tale svalorizzazione instaura una relazione psichica di dipendenza dagli uomini. Va evidenziato anche il peso diverso di alcuni aggettivi o sostantivi se riferiti a uomini o a donne. Serio ha un significato diverso rispetto a seria così come onesto/onesta, pubblico/pubblica, ecc. La disimmetria semantica intende più o meno consapevolmente richiamare la volontà di controllo sociale del corpo delle donne e del loro comportamento sessuale. Anche con aggettivi epiceni (uguali al maschile e al femminile), in molti casi, si usa l’articolo maschile quando si tratta di cariche di prestigio (Es.: il Presidente della Camera Laura Boldrini). Talvolta interviene addirittura il modificatore donna anteposto o posposto al nome base (Es.: donna sindaco oppure ministro donna, ecc.) istituendo così altre forme disimmetriche: la donna sindaco deriva infatti dal sintagma «la donna che ha la funzione di sindaco», così come il «sindaco donna» deriva dal sintagma «il sindaco che (però) è donna»; spesso, il modificatore appare ingiustificato perché basterebbe l’articolo a specificare il genere. Altre forme discutibili sono zitella e scapolo; nel linguaggio burocratico si utilizzano rispettivamente nubile e celibe ma, mentre per zitella s’intende una donna nubile, di età avanzata e si usa in senso ironico o dispregiativo, scapolo si utilizza con riferimento agli aspetti più invidiabili della libertà maschile nei rapporti con la donna o con riferimento alla solitudine. Fortunatamente espressioni come “prendere moglie”, “portare all’altare” che ricalcano sempre lo stesso stereotipo, sono ormai anacronistiche. Anche il termine maschile / femminile ha una diversa connotazione: mentre è normale dire “una donna molto femminile”, non lo è allo stesso modo per l’uomo, mai sentito, infatti, “un uomo molto maschile”, semmai virile. Perfino nelle metafore non c’è reversibilità: esiste la “mangiatrice di uomini” ma non “il mangiatore di donne”, allo stesso modo l’espressione “gambe mozzafiato” si usa esclusivamente per la donna. Tra stereotipi e clichés c’è anche il pregiudizio della “piccolezza” della donna, che appare finalizzato a far passare la donna per una creatura fragile e indifesa, bisognosa di una figura maschile che le faccia da protettore. È vero che in molte razze la femmina è più piccola del maschio ma da qui ad estendere questa caratteristica anche agli aspetti intellettuali e morali ne passa. Anche l’abbigliamento femminile è descritto attraverso diminutivi o vezzeggiativi mentre mai si parlerebbe del cappellino o della giacchina di un uomo se non con intenti caricaturali. Grande responsabilità riveste infine la figura dell’insegnante nello sviluppare il senso critico delle nuove generazioni, e del giornalista, protagonista indiscusso del processo di mutamento del patrimonio linguistico, del suo arricchimento o, in alcuni casi, peggioramento. Non a caso, quando i mass media trattano un personaggio femminile, focalizzano l’attenzione sulla femminilità del soggetto anziché sul suo comportamento, positivo o negativo che sia, scatenando sentimenti di diffidenza, poiché occupa un particolare ruolo. Anche nelle interviste la formula prevede sempre domande personali, sulla famiglia, i figli, le relazioni, la difficoltà o meno di conciliare il lavoro con le esigenze familiari. Dopo diversi anni di lotte di emancipazione che hanno senza dubbio inciso sull’assetto sociale e politico, il linguaggio della stampa e la lingua quotidiana non si sono completamente adeguati ai cambiamenti avvenuti. La donna continua a essere la grande “esclusa” dalle pagine dedicate alla politica e all’economia, mentre comincia ad affermarsi in quelle dedicate alla cultura e allo sport; emerge con facilità invece nella copertina e nelle immagini pubblicitarie. Nelle riviste femminili spesso gestite da donne, non solo la donna è finalmente presente  ma anche il linguaggio utilizzato non è più patriarcale. Tra i molti cambiamenti linguistici avvenuti in questi anni, diversi sono derivati da una precisa azione socio-politica, l’abolizione ad es. di termini come spazzino, serva, giudeo, negro, è stata accettata e assorbita perché non si vuol essere considerati classisti o razzisti; allo stesso modo si dovrebbe giungere a evitare forme linguistiche discriminatorie per non essere tacciati di sessismo. Tutte le forme sopra suggerite sono anch’esse frutto di un’ideologia dichiarata, non più solo di diritti ma di valori laddove “parità” significhi legittimare la differenza e diventi possibilità concreta di sviluppo e realizzazione per tutti, pur nella diversità.

© Deborah Mega

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1970

Raffaelle Fornaciari, Sintassi italiana dell’uso moderno, Firenze, G.C. Sansoni Editore, 1881

Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Ed. integrale, Roma, Grandi tascabili economici Newton, 1998, 2 voll.

Commissione Nazionale per la Parità e le pari opportunità tra uomo e donna, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, con la collaborazione di Marcella Mariani, Edda Billi, Alda Santangelo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1993, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

*articolo già pubblicato da l’Estroverso a questo indirizzo: https://www.lestroverso.it/verso-una-neutralita-della-lingua/

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Grandi donne: Ipazia

08 venerdì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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Grandi Donne, Ipazia, Ipazia di Alessandria

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

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Oggi dedico l’articolo delle grandi donne a Ipazia, scienziata dell’antichità, barbaramente uccisa. Questa scelta segue precedenti scelte di raccontare la grandezza delle donne. La prima donna della quale ho parlato in questa rubrica ha compiuto una scelta coraggiosa, autonoma di dignità e rivoluzione, rifiutando il matrimonio riparatore: è la siciliana Franca Viola. La seconda a cui ho dedicato il pensiero è un’artista che alla canzone e musica ha dedicato la sua vita: Mia Martini, ingiustamente boicottata dai suoi simili. Oggi è l’otto marzo, giorno del 415 d. C. nel quale qualcuno colloca la data la morte di Ipazia, la terza donna a cui Limina mundi intende fare omaggio. Ipazia non solo realizza assieme alle altre due la perfezione di una trinità di grandezza: umana, artistica, scientifica, a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che la donna può brillare non meno dell’altra metà del cielo in ogni ambito, ma è anche una donna che ha pagato con la vita la sua dedizione alla scienza, all’insegnamento, l’ammirazione che suscitava.

Sappiamo poco di Ipazia, soltanto ciò che le fonti antiche tramandano. Le riporto perché spiegano certo meglio di come potrei fare io la grandezza di Ipazia.

Pallada, poeta e grammatico greco vissuto ad Alessandria d’Egitto nel V secolo, le dedica questi versi:

 

Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
astro incontaminato della sapiente cultura

Isidoro di Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore della Scuola di Alessandra vissuto dal 480 al 550 racconta nella “Vita di Ipazia” quanto segue: “Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.” Vestendo il mantello del filosofo pubblicamente commentava le opere di Platone, Aristotele e altri filosofi con chiunque volesse ascoltarla, godendo di rispetto e stima in tutta la città. Casta, virtuosa, giusta, volle restare single, respingendo anche un suo studente che si era si innamorato di lei. Aveva un eloquio ricco era prudente e civile nei suoi atti “La città intera l’amò e l’adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l’invidiarono” Accadde che un giorno Cirillo, “vescovo cristiano e quindi di fazione opposta a quella di Ipazia ch’era pagana “passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c’era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare. Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso”

Eco del racconto di Damascio quello di Socrate Scolastico, avvocato vissuto dal 380 al 450 che riporta la vita di Ipazia nella sua Historia Ecclesiastica “Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Aveva padronanza di modi e di parola, intelligenza e appariva in pubblico, davanti ai magistrati e alle riunioni di uomini” i quali “tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l’ammiravano grandemente”. Fu vittima della gelosia politica del popolino cattolico che pensò fosse lei ad ostacolare i rapporti tra Oreste, prefetto di Alessandria e Cirillo, vescovo cattolico. “Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un’imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l’assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.” …”Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima” E su questa annotazione di Socrate scolastico si fonda la suggestiva ipotesi che l’omicidio sia avvenuto il giorno dell’otto marzo. 

Anche il vescovo cristiano Giovanni, racconta di Ipazia nella sua Cronaca, ma la accusa di aver prodotto incantesimi per cui la folla inferocita, guidata da Pietro il magistrato, la uccise con ferocia, per come ci raccontano le altre fonti, ma, a suo dire,  lo fece perché vittima dei suoi incantesimi. 

Queste e altre fonti tramandano quindi il brutale assassinio di una donna libera, colta, intelligente, una scienziata dell’antichità, filosofa e astronoma, che aveva scelto la via della conoscenza, superando gli uomini per la sua esclusiva grazia, ma anche per la profondità del sapere, al punto di aver acquisito una visibilità, carisma e rispetto che le attirò l’odio degli avversari politici. Per giungere a tanto furore, si comprende che il clima politico di Alessandria a quei tempi era denso di odi e faziosità; il cristianesimo che sia stava affermando come religione prevalente era una bandiera all’insegna della quale commettere atrocità che per assolutezza del potere, restavano sostanzialmente impuniti. Non fu punito nessuno per l’assassinio di Ipazia, anzi il vescovo Cirillo, da varie fonti indicato come mandante ispiratore, fu proclamato santo. Ciò avvenne perché la supremazia di Cirillo perdurò per svariati decenni. Di contro Ipazia appare come una musa del sapere sacrificata all’altare dell’odio. Perché donna e avversaria politica, geniale e autorevole, una figura che rappresentava un affronto al potere maschile religioso che intendeva dominare incontrastato sulla città.

Non possiamo quindi non ricordare la grandezza di Ipazia, che nonostante i secoli trascorsi e il tentativo dei suoi assassini di distruzione del corpo e delle opere, continua a brillare per fascino superiore e limpido, accresciuto dal sigillo dell’uccisione. Quasi un marchio di martire pagana contraltare ai martiri cristiani. Questi morti per affermare, con la testimonianza del sacrificio della vita, la forza della religione, lei uccisa per lo splendore della cultura dei classici dei quali era portavoce e cultrice, erede e prosecutrice. La sua morte segna la distruzione, attraverso la sua persona, della tradizione di ricchezza e dialogo culturale del passato, del “vecchio” per fare posto a un ordine nuovo, diverso e intransigente. Lei è la prima di una lunga serie di streghe condannate al rogo,  ma, come spesso accade, la morte di Ipazia non segna la fine della sua fama. Al contrario la alimenta nei secoli per giungere fino ai nostri giorni e permetterci una lettura “dalla parte delle donne” della sua drammatica vicenda.

Ipazia non è stata uccisa solo perché esponente politica, ma lo è stata anche in quanto donna che osava disinvoltamente e con successo muoversi in campi: scienza, astronomia, matematica, filosofia, riservati tradizionalmente agli uomini, menti considerate più razionali delle donne, idonee invece ad occuparsi soltanto della casa e della famiglia. Già 1600 anni fa esisteva il germe della discriminazione che ha tarpato le ali a milioni di donne nel tempo e nel mondo aventi testa e cuore sufficienti per raggiungere vette di conoscenza e d’arte.  Nel che sta la profonda ingiustizia della discriminazione di genere, che ancora perdura, pur nella luce di tante battaglie dirette alla parità, vinte e mai del tutto consolidate: il diritto al voto, a possedere beni, a disporre del proprio patrimonio, a studiare, a lavorare e a lavorare nell’ambito sentito, scelto dalla singola donna come a lei più congeniale, il diritto ad occupare posti di responsabilità e comando nelle gerarchie delle organizzazioni.

Luzi, Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Calvino, Leopardi, Monti, Pascal Eco, alcuni nomi  di grandi autori che si sono occupati di Ipazia. Le sono stati dedicati interi libri, tra gli altri: il romanzo di Caterina Contini Ipazia e la notte, Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo di Petta e Colavito, Ipazia. La vera storia di Silvia Ronchey e di recente il film “Agorà” del regista Alejandro Amenábar .

Lunga vita a Ipazia.

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Grandi donne: Mia Martini

22 venerdì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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cantante italiana, Grandi Donne, Mia Martini

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

“La gente è strana.” Cominciava così “Almeno tu nell’universo”, una tra le più belle canzoni della musica leggera italiana, capolavoro della cantante Mia Martini, al secolo Domenica Rita Adriana Bertè, sorella dell’ancora vivente Loredana Bertè, anch’essa cantante, e di altre due sorelle che completavano una tradizionalista famiglia calabra.

“La gente è strana.” Niente di più vero, almeno per Mia Martini, detta Mimì. Particolarmente strana poi la gente di spettacolo, così bisognosa di successo e platea da credere alle idiozie, alla sorte avversa, ai tarocchi e chiromanti, così superstiziosa da dedicarsi agli scongiuri. Girò in quegli ambienti per qualche tempo intorno agli anni 80 la diceria che Mia portasse sfortuna, peggio del colore viola, cominciarono a rifuggirla, isolandola nella maldicenza. Inizialmente Mia non dette alla cosa molto peso, ma quando la cattiva fama giunse al punto che la pregavano di non partecipare alle manifestazioni perché altrimenti si sarebbero defilati tutti, si arrese e ritirò dalle scene. Per qualche anno, poi tornò alla grande alla ribalta, partecipando alla trentanovesima edizione del festival di Sanremo, proprio con “Almeno tu nell’universo” nel 1989.

La verità dell’origine di questa vicenda è quella che lei racconta in un’intervista al settimanale “Epoca”:

“Tutto è cominciato nel 1970. Allora cominciavo ad avere i miei primi successi. Fausto Paddeu, un impresario soprannominato “Ciccio Piper” perché frequentava il famoso locale romano, mi propose una esclusiva a vita. Era un tipo assolutamente inaffidabile e rifiutai. E dopo qualche giorno, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavo con il mio gruppo fu coinvolto in un incidente. Due ragazzi persero la vita. “Ciccio Piper” ne approfittò subito per appiccicarmi l’etichetta di porta jella.“

Ebbene oggi Mia, a quasi 25 anni dalla sua morte, ha la sua rivincita, nel non essere stata dimenticata, anzi nell’essere ancora più amata dal pubblico, come testimonia il successo del recentissimo film a lei dedicato “Io sono Mia”,  prodotto da Luca Barbareschi, trasmesso su RAI1 il 12 febbraio scorso. Il film ha avuto un clamoroso seguito di quasi otto milioni di spettatori.

Ho scelto Mia Martini per questa rubrica dedicata alle grandi donne per il coraggio e la solitudine, per il talento purissimo che il tempo ha confermato splendente, perché donna, osteggiata e denigrata in vita, non soltanto dal padre desideroso di vedere la sua secondogenita incanalata in una carriera convenzionale da medico o insegnante o altra canonica professione, ma anche dallo stesso mondo artistico al quale apparteneva, che l’ha emarginata, pentendosi poi della propria ignobiltà.

Raffinata e sensibile interprete di tanti bei testi musicali suoi e di altri, Mia Martini possedeva una voce limpida e intensa, resa poi più roca in seguito a un’operazione alle corde vocali. E’ stata una donna che ha dedicato la vita alla musica e alla canzone, seguendo convintamente, sin da giovanissima, la sua vocazione. All’inizio con uno stile da ragazza ye ye, zingara, figlia dei fiori, diventando nel tempo sempre più sofisticata; nella maturità andava in scena ai festival o nei programmi radiotelevisivi sorridente ed elegante, in mise di tessuti mobili e fluenti, sul corpo snello o con luccicanti e griffati abiti da sera.

Un mistero la sua morte ad appena 47 anni. Fu trovata nella sua casa in provincia di Varese, sul letto in pigiama, con gli auricolari. Si è parlato di overdose di cocaina, poi di arresto cardiaco. La sorella Loredana ha gettato ombre sulla figura del padre a causa di lividi sulla salma. Tutte le sorelle escludono il suicidio. Si racconta inoltre di un violento litigio tra il padre e Loredana nella camera ardente prima del funerale di Mia. Il padre tuttavia ormai è morto, il corpo di Mia Martini cremato, non c’è modo di approfondire il mistero.

Restano però i ricordi, le canzoni e interpretazioni, le interviste, gli indimenticabili successi di Mia Martini: Padre davvero, Donna sola, Minuetto, Piccolo uomo, Donna con te, Almeno tu nell’universo, Che vuoi che sia, E non finisce mica il cielo, Cummè, La nevicata del ’56, Gli uomini non cambiano.

L’imprinting nell’anima di Mia è avvenuto di certo per l’azione del padre, raccontato da tutte le figlie come violento, che, senza volerlo affatto, ha forgiato l’artista che la figlia è poi diventata, generando prima e rafforzando poi il suo innato spirito malinconico, intriso di solitudine e gonfio di contestazione verso la figura maschile, egoismo e possessività che la caratterizzano e contro la società maschilista e ipocrita. Anche la carcerazione di Mia avvenuta nel 1969 a Tempio Pausania per 4 mesi, accusata del possesso di una sigaretta di marjuana – accusa dalla quale sarà poi scagionata – segnerà profondamente l’artista, tant’è che in carcere tenterà anche il suicidio. Infine Ivano Fossati è stata un importante figura maschile nella vita della cantante, una storia d’amore durata dieci anni. Da essa sono nate collaborazioni musicali e il testo di “E non finisce mica il cielo” scritta da lui per Mia.

Riporto in testa a questo articolo il video di “Almeno tu nell’universo” e in fondo alla pagina l’intervista di Mia Martini e del padre condotta da Marisa Laurito a “Serata d’onore”. Nel video, oltre al vago sentore delle tensioni sotterranee tra padre e figlia, emerge con chiarezza la grazia e lo charme di Mimì in contrasto con il piglio critico del padre, il cui tono leggero non riesce a mascherare la natura autoritaria, apparendo egli al confronto della figlia, rigido e rozzo.

Ebbene al bilancio finale è bello poter dire a Mimì sei tu che hai vinto. Su tutti.

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