
È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso. Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa? Perché è a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce. Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»[1]; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo. Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»[2], e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»[3]. Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi. Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»[4]; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»[5] o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»[6] e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»[7]. Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»[8]. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo? Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole. Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»[9]; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»[10]; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»[11]. Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»[12] – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»[13]. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza. D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare. In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»[14]. Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»[15]. Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario. E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»[16].
Bruxelles, Etterbeek,
14 aprile 2022
Michele Cardinali
[1] S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.
[2] Ivi, p. 12
[3] Ivi, p. 14.
[4] Ivi, p. 24.
[5] Ivi, p. 12.
[6] Ivi, p. 26.
[7] Ivi, p. 58.
[8] Ivi, p. 51.
[9] Ivi, p. 53
[10] Ivi, p. 28
[11] Ivi, p. 37.
[12] Ivi, p. 40.
[13] Ivi, p. 41.
[14] Ivi, p. 46.
[15] Ivi, p. 37.
[16] Ivi, p. 21.



La nuova raccolta di poesie di Gabriella Grasso, Il Generale inverno, da poco uscita per Il Convivio, ha il passo poetico di un percorso diaristico, lontano da ogni astrazione simbolica e tentazione intellettualistica, nella verità. Il nucleo fondamentale attorno al quale ruota l’opera, (il cui titolo rinvia esplicitamente, come spiega la Grasso in un’intervista, alla figura-personificazione del Generale Inverno, che disorientò e costrinse alla ritirata gli eserciti francese e poi tedesco), si fonda sul tentativo di stabilire radici abbastanza solide della propria identità in una stagione caratterizzata da una condizione di desolazione storica e spirituale che deve essere accettata nella sua cruda interezza perché possa produrre frutti, una condizione di povertà e annullamento, ma anche di attesa di un incontro e di una risposta. <<Ci costrinse, lui, a guardarlo in faccia/non mostrava sembianze di uomo/ ma affrontandolo/ come in uno specchio/ noi trovammo un’immagine nuova di noi/ stupefatta straniata/ interdetta/ benedetta dalla scoperta/ della nostra vulnerabilità>> (Il Generale inverno p.26). La scelta di seguire la scansione in sei sezioni tematiche è frutto della volontà dell’autrice di presentare l’opera come una sorta appunto di diario, registrato con l’ intensa urgenza di porsi in armonia con il tutto, per ritrovare quella sintonia che l’uomo sembra aver perduto in questa età particolarmente fragile. L’autrice ci offre il suo viaggio interiore immergendosi nel flusso dell’esistenza accogliendo tutto ciò che esso propone in modo aperto e pieno e non pretende di raggiungere verità assolute solo indica la tensione ad una chiarezza che la poesia non può raggiungere perché non dispone di strumenti in grado di compensare il dolore. Tuttavia le è concesso il privilegio del canto, incontro con l’altro, che diviene sollievo alla pena. <<Ai tuoi occhi, a te che mi parli/ vorrei chiedere/ hai toccato anche tu / quella faglia dischiusa/ nel cuore della terra/ diventata ferita/ a cielo aperto/ strappo / straripante di lava/ con i bordi di sciara/ taglienti? / E a che punto sei del cammino / hai compiuto dei passi/ oltre a quelli che conosco anche io/ ti sei spinto oltre?>> (Incontro p.13). È innegabile che l’intera raccolta sia segnata dalla frattura e dalla precarietà del vivere quotidiano causata non solo dalla pandemia ma anche dall’amaro rimpianto per gesti, parole, sguardi perduti per sempre come magma confuso di sentimenti e di certezze e ricerca delle ragioni ultime per le quali continuare a vivere e a sperare. <<Tra un istante arriverà/ una sorpresa consueta / per chi come noi/ ogni giorno scivola lungo/ l’asfalto impietoso/ di un tortuoso percorso/ di vita/ Ci assalirà/ un afflato di sogno nascosto / in giardini riemersi / il profumo sensuale e giocondo/ di zagara e incenso / folata di attimo intenso/ da lasciare sospeso/ tra la gola ed il petto/ pensandolo eterno >>(p.15). In questo mondo fragile e insidiato costantemente dal nulla la Grasso si sente incapace di trovare il proprio posto nel mondo e di dare un senso alla propria esistenza, che finisce per assumere i caratteri di un viaggio inesauribile alla ricerca di un’originaria perduta innocenza, celata in fondo all’anima << …qui nessuno mi chiede/ che cosa mi manca/ nello stream/ tutti danno riempiono sanno/ cosa offrire ad un cuore/ che naviga a vista/ conoscendo soltanto/ il vuoto codice ed il moto apparente/ del suo guscio di scafo>> (p.49), e che solo la memoria può recuperare e richiamare alla vita <<Ci entro quando voglio/ stai tranquilla, non temere/ per me/ Ci entro e mi soffermo quanto basta/ per ritornare al centro/ a ogni principio/ e non smarrire/ quella mia smania lirica e sottile/ di immaginare voli/ e trattenere con me quei respiri / quel calore>> (p.19). Gabriella Grasso dunque con le strategie del viaggio, del vagabondaggio fantastico e dello scavo nelle viscere della propria coscienza rintraccia e riscopre il desiderio di pace, l’unica possibile speranza tenuta desta dal soffio dell’esistenza, e a essa presta la propria fede con la capacità di guardare alla natura con ingenuità ed emozione, stupendosi per ogni particolare che esprime la potenza generatrice del processo di creazione poetica, in grado di portare alla luce un inaspettato frammento di senso. . <<È maggio, di nuovo/ incensiere di fumo/ e profumi/ luce bianca che cola / carezza / a suo modo consola / e la sera che arriva alle spalle/ senza pena/ a ricordare che la dolcezza / esiste ancora>> (p.58). Dario Talarico, nell’illuminante prefazione, individua nel percorso di Gabriella Grasso una poesia che non tradisce mai quella Sicilia lirica e piana, epica, «barocca sempre». Il Generale inverno è un libro da leggere, ricco di risonanze interiori. Ad ogni lettura tocca corde profonde dell’animo, cui si accompagna un sapiente lavoro di cesello che interessa tutti i livelli del testo, fonico-ritmico, lessicale e sintattico. E un buon libro di poesia, deve essere anche questo.


















