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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

“A un ricordo da te” di Selene Pascasi, Scrivere Poesia Edizioni

18 mercoledì Ott 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Novità editoriali, POESIA

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Tag

A un ricordo da te, poesia contemporanea, Scrivere Poesia edizioni, Selene Pascasi

Segnaliamo tra le opere in libreria la silloge poetica di Selene Pascasi “A un ricordo da te”, edita dalla casa editrice Scrivere Poesia Edizioni. La Casa editrice si caratterizza per l’intento solidale che concretizza con la donazione di 1/3 dei suoi ricavi alle ONLUS di riferimento italiane. In particolare il ricavato di “A un ricordo da te” è destinato per un terzo alla straordinaria Associazione Airalzh (https://www.airalzh.it/) che ogni giorno promuove su scala nazionale la ricerca medico-scientifica sull’Alzheimer. Dalle parole di presentazione dello stesso editore:

Un piccolo capolavoro (come convintamente afferma Flavio Pagano nell’introduzione); una poesia di disarmante sincerità e onestà.
In questa silloge vive la poesia di un amore che si sacrifica pur scorgendo, nel suo futuro, l’inevitabilità amara dell’addio.
Oggi parola è satura di mille sfaccettature, fra paura e tenerezza. Il discorso poetico di ogni pagina è implacabile e scorre su uno dei temi più affascinanti e profondi del nostro sapere: il concetto di memoria. Che di solito ricongiunge al passato, ma in questo caso tradisce, allontana il legame affettivo che pur tuttavia, tenace e fedele, nella sua resistenza conferma l’amore stesso che vibra su ogni percezione e respiro. Un amore che rimane sempre, anche quando, per imprevisti impietosi della vita e difficili da accettare, non pare più ricambiato.

Selene Pascasi

BIOGRAFIA

Selene Pascasi è avvocato, giornalista per Il Sole 24 Ore, critico musicale. È autrice di La persona oggetto di reato (Giappichelli 2011), Sanity and Insanity in a Criminal Trial (Atlanta 2012), e delle sillogi Con tre quarti di cuore (Galassia Arte 2013), Come piuma sulla neve (Ursini 2018), l’aforismario In attesa di me (Rapsodia 2015), i romanzi Dimmi che esisto (La Gru 2018) da cui è tratto il docufilm “Musicanti e Attese verticali” (Libero Marzetto 2021). Vince il Luca Romano, il Per troppa vita che ho nel sangue, il Merini, lo Zirè d’oro, il Ciò che Caino non sa, la Targa Perillo, il Kalos e il Premio della Critica Overdose di cultura. La sua ultima silloge è Senza me (Eretica 2021) e ha partecipato all’antologia poetica Cuori a Kabul (Graphe.it, 2021). Con “A un ricordo da te” esordisce con i tipi di Scrivere Poesia e dedica la silloge ad Airalzh per la ricerca scientifica contro l’Alzheimer.

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“Magneti” di Loredana Semantica. Scambio epistolare tra Patrizia Destro e l’autrice

14 giovedì Set 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Loredana Semantica, Magneti, Patrizia Destro, Porto Seguro editore

Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destro e l’autrice.

Cara Loredana,
ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura.
La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia.
Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi.
La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose.
Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).

Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni.
Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo.
Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi.
Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo.
Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta.
Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.

Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.

Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io!
Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.

Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.

Patrizia

Cara Patrizia,

ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve.
Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata.
Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂
Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura.
L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta.
In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico.
Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza.
Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.


Loredana

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“Eliodoro”, i “Quadri di un’esposizione” di Mario Fresa

26 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Eliodoro, Mario Fresa

 

Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder, le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.

Deborah Mega

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

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Intervista a un giovane autore. Andrea Ghidotti

21 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, POESIA

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Andrea Ghidotti, intervista, Non mi prenderanno mai

Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Andrea Ghidotti per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Non mi prenderanno mai”, Edda Edizioni, 2022

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Buongiorno e grazie mille per l’opportunità. La mia scrittura nasce come bisogno di esternare i miei pareri e le mie esperienze, mettendomi in gioco in una realtà abbastanza sconosciuta agli occhi di noi giovani. La provincia di Bergamo per me rappresenta le mie origini, la mia famiglia e i primi legami che ho costruito nella mia vita, mi dispiace molto il fatto che il mio paese tende a non valorizzare i giovani del territorio, ma sono contento che altri enti di paesi circostanti si siano messi a disposizione per aiutarmi nella promozione delle mie due opere tramite interviste e presentazioni. Un altro luogo importantissimo per me è Pietra Ligure, un semplice paese nella riviera dove trascorro le mie vacanze estive da quando sono nato, qui ho avuto l’opportunità di creare una rete di amicizie con ragazzi di tutto il Nord Italia ed ormai è come se fosse casa mia. Questi due luoghi entrano completamente nell’opera, infatti le vicende narrate sono ambientate in entrambi i posti.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sinceramente non sono un grande lettore, sotto certi aspetti la mia scrittura mi auguro assomigli a quella di Giovanni Verga, poiché cerco sempre di immedesimare il lettore nei panni dei personaggi.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

L’idea di scrivere il libro “Non mi prenderanno mai” è nata nel luglio del 2021, appena 6 mesi dopo dalla pubblicazione del mio primo libro “Estate 2020”; Claudio, un mio grande amico di Pietra Ligure, una sera mi scrisse di progettare un “sequel” del primo libro e ho colto l’idea al balzo cambiando lo stile di scrittura: così passai dal diario al romanzo. Il mio scopo era fin da subito quello di lasciare un messaggio ai giovani, così decisi di trattare l’eterno tema dei “Vizi e degli eccessi dei ragazzi”, il quale si basa su una storia di ragazzi che organizzano serate illegali e sullo sfondo si evidenziano gli sviluppi dei vari vizi, come i più noti, alcool, fumo e azzardo, ma nel quale sottolineo anche gli atteggiamenti e la noncuranza del rischio che noi giovani ci trasciniamo. Tutto ciò con lo scopo di trovare un equilibrio tra uso e abuso, una linea sottile che in tanti non conosciamo e che ci induce all’errore. Per scriverlo ci ho impiegato esattamente 8 mesi, poiché ho iniziato a scriverlo ad agosto e ho terminato a marzo e nel giugno del 2022 venne pubblicato.

  • Pensi che sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il mio romanzo sicuramente non è del calibro degli autori noti, visto anche il fatto che l’ho scritto tra i 19 e i 20 anni, ma può lasciare importanti spunti sia per ragazzi sia per gli adulti, per i primi per riflettere su determinate situazioni, mentre per i più grandi per poter immedesimarsi al meglio nelle situazioni e nelle problematiche giovanili.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

Mi sono affidato sin dalla prima opera ad una casa editrice, Edda Edizioni, piccola realtà romana conosciuta tramite un elenco su Google e penso proprio che loro siano stati le figure che più mi hanno accompagnato in questo percorso.

  • Come hai trovato un editore?

Non sapendo come pubblicare un libro, nel settembre 2020, ero rassegnato a tenere il file come documento Word ed inoltrarlo alle persone interessate, ma mia madre mi spinse a cercare case editrici. Così inoltrai delle mail con 70 case editrici differenti e ben 50 accettarono la pubblicazione dell’opera, poi con un’accurata selezione decisi di firmare per Edda Edizioni ai quali mi sono affidato anche per la seconda opera.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è strettamente legato ad una frase che diciamo noi giovani quando qualcuno ci avvisa che stiamo esagerando, il più classico: “Non mi farà niente”, “Non mi prenderà mai” e visto che trattavo più vizi l’ho reso al plurale con “Non mi prenderanno mai”. La copertina è una semplice foto mia vestito di nero seduto su alcuni scogli vicino al molo di Pietra Ligure, per i caratteri e le lievi sfumature mi sono affidato a Gianluca Bozzato, un mio amico grafico classe 2006, che ha utilizzato l’idea delle due maschere teatrali per rappresentare, come ho fatto io nel romanzo, sia il bello che il brutto di certi vizi.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Come detto prima la pubblicazione è rivolta in primis ai miei coetanei per mostrargli esperienze dirette di ragazzi della nostra età, ma anche agli adulti per potersi immedesimare nelle problematiche e il perché alcuni giovani si comportino in un determinato modo.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Lo sto promuovendo tramite video su Instagram, l’ultimo ha totalizzato la bellezza di 38 mila visualizzazioni; attraverso concorsi letterari, infatti mi sono classificato 20° su 2300 partecipanti al concorso internazionale Academy Pegasus Literary Award; e tramite delle presentazioni che ho avuto la possibilità di fare a Treviglio grazie all’assessore Valentina Tugnoli e a Pozzo d’Adda tramite l’assessore Giovanna Mariani.

  • Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa) Riporto un’estrapolazione dal capitolo 14.

I due entrano nel locale, è quasi tutto vuoto. Qualcuno sta giocando ancora alle macchinette, mentre delle ragazze stanno cercando di scroccare degli shottini o dei drink. È tutto così mosso e confusionario, Matteo apre la porta del bagno e apre le tasche dei pantaloni della tuta chiusi con la zip. Dopo aver tirato fuori chiavi di casa, telefono, un pacchetto di Winston blu e varie cartacce, mostra all’amico una bustina bianca.
Rik è sconvolto e scuote la testa in segno di disapprovazione.
“Rik, l’altro giorno ho provato il crack, te lo dico schiettamente”:
“E come ti è sembrato?” chiede il bergamasco sottovoce.
“E’ una botta assurda, pensavo fosse peggio però. Ti fa battere stra veloce il cuore come quando scendi in campo per giocare una partita importante e ti dà tantissima carica”.
“Ti brucia quella merda, buttala via!” urla stavolta Rik.
“Questa è l’ultima botta giuro…”
“A inizio mese era l’ultima siga, due settimane fa era l’ultima bomba e mi vuoi far credere che questa è l’ultima botta? Fai come vuoi, ti dico solo di pensare alla tua salute e ai tuoi genitori. Vuoi l’adrenalina? Vai a fare sport, fai un tuffo dal molo, ma non toccare più quella roba” si sgola Rik.
Bussa la porta, Alberto sta chiedendo a Rik di smetterla e di andare a casa visto che è abbastanza tardi.
Il bergamasco si sciacqua il viso, da una pacca all’amico ormai tossicodipendente e guardandolo di traverso se ne va senza neanche salutarlo.
“Andiamo Albi, ormai è tardi per tutto” esclama Rik sbattendo la porta.
Mentre salgono sull’auto preferiscono incappucciarsi come loro solito.
“Fra troviamo un posto per parlare, devo dire troppe robe”.
L’amico ormai autista del gruppo acconsente. Le strade sono completamente vuote, perciò guida non curante del rischio. Sale i tornanti sgommando e sbandano un paio di volte, poi accosta in un parcheggino che offre una vista fantastica. Mettono il brano Montpellier di Rhove e mentre parlano di tutto ciò che è successo canticchiano dei pezzi di canzone.
“Sei convinto al 100% di fare l’ultima serata?” chiede Alberto.
“Si, per me non succede nulla”
“E’ un bel rischio, però se te la senti facciamola. A che punto siamo come invitati?”
Rik accende il telefono e vede che nel gruppo ci sono all’attivo circa duecento trenta persone, così ne crea un altro visto che stanno raggiungendo il limite.
Mentre il ligure gira due drum, Rik vede un messaggio di Calluz in cui scrive:
“Fra, dopodomani arriveremo a Pietra. Abbiamo litigato con i proprietari del locale perché ho chiesto un aumento. Ho visto che farai un’ultima serata tra pochi giorni, ti dico che siamo disponibili a dare una mano. Domani sera andiamo a Sanremo a giocare al casinò, voglio godermi quei soldi che abbiamo fatto e chi lo sa, magari raddoppiarli o triplicarli. Ci vediamo a breve fratello”.
Rik risponde subito dicendogli di non esagerare al casinò, ma a quanto pare l’amico ha staccato Internet ed è già andato a dormire visto che il giorno dopo avrebbe attraversato tutto il Nord Italia.
  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che nonostante sia già trascorso un anno dalla pubblicazione di riuscire ad organizzare più presentazioni possibili e svolgere ulteriori interviste. Ovviamente i contenuti digitali non sono terminati, ma vorrei proseguire sul modello concreto e avere un impatto diretto con il pubblico.

BIO E FOTO AUTORE

Mi chiamo Andrea Ghidotti, sono nato il 19/01/2002 e vivo a Cologno al Serio in provincia di Bergamo. Frequento il secondo anno della facoltà Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bergamo e il mio obiettivo è quello di diventare un giornalista sportivo, difatti sto lavorando con due redazioni: Il Pallone Gonfiato e SprinteSport. Con alcuni compagni di università ho creato una redazione in cui affrontiamo temi di svariati ambiti, dallo sport alla musica, fino a politica e attualità.
Inoltre ho pubblicato due libri: Il primo nel dicembre 2020 intitolato “estate 2020”; mentre il secondo “Non mi prenderanno”.

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Intervista a Giancarlo Baroni: Come lucciole nel buio

12 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Come lucciole nel buio, Giancarlo Baroni, saggio

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Giancarlo Baroni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. (puntoacapo editrice, dicembre 2022, p. 81).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

Il libro comprende, come dice il sottotitolo, dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. È diviso in due sezioni, la prima è intitolata Un cannocchiale nel buio e la seconda Una incerta beatitudine. Ogni sezione è composta da dieci saggi. Li elenco: Un senso arriverà; Il cannocchiale puntato sul buio; L’enigma della chiarezza; Post tenebras spero lucem; La menzogna di Ulisse; La faticosa necessità della scrittura; La beatitudine incerta dei poeti; Realtà / Poesia; Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento (Tracce, ipotesi e indizi); Sui romanzi di idee.

La prefazione intitolata Il piacere dell’analogia è del critico Elio Grasso.

   

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

Come lucciole nel buio nasce da un lungo lavoro di riscritture e approfondimenti, di ripensamenti e rifiniture, di scavo e di lima. In una intervista Beppe Fenoglio confidava: «La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti»; mi identifico in queste parole. Il mio libro si confronta in maniera comprensibile ed essenziale con temi complessi e universali: l’esistenza e il suo contrario, la conoscenza e il mistero, chiarezza e oscurità,  verità e menzogna, realtà e poesia, vita e scrittura…

È un testo da leggere e consultare senza fretta. Numerosi gli artisti, gli scrittori e soprattutto i poeti con i quali dialogo e che mi donano spunti, stimoli, frasi memorabili.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

 

Nel 2023 ho compiuto 70 anni; nella Nota che chiude il libro ironicamente ho scritto: « Cari lettori qui trovate buona parte di quello che ho imparato. È poco a settant’anni? Un proverbio dice “piuttosto che niente (è meglio) piuttosto”».

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

In copertina un particolare del dipinto di Cezanne Le mele e le pere. La trovo elegante. Bravo l’editore che l’ha scelta.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Nel 2020 ho pubblicato, sempre con “puntoacapo”, una raccolta di versi intitolata I nomi delle cose; con l’editore mi sono trovato bene, ho continuato il rapporto.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

Adopero un linguaggio il più possibile nitido, levigato, trasparente, chiaro; spero che queste caratteristiche rendano il libro gradevole e comprensibile.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Lo propongo prevalentemente a riviste, siti letterari, blog, a persone e critici che credo possano essere interessati.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

 

Scelgo un brano che spiega il significato del titolo e l’essenza del libro: « Ci sono dei momenti, degli istanti in cui proviamo la sensazione di essere vicini alla verità: una intuizione come un lampo, una visione magica di qualcosa di più profondo e di più nascosto. Come i bagliori delle lucciole rimandano a una luce primigenia da cui sembrano originare, così le nostre illuminazioni passeggere sembrano per un attimo collegarsi a una verità più ampia e universale. Cerchiamo di afferrare quelle intuizioni e trattenerle, ma di solito riottose sbiadiscono come al risveglio certi sogni che durante la notte ci erano apparsi incredibilmente nitidi.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Sarei contento se venisse letta e apprezzata nelle scuole.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Questo mio libro saprà illuminare un angolo di buio?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Qualche mese dopo Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura ho pubblicato, ancora con “puntoacapo”, un breve testo (neppure 50 pagine) intitolato A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020-2022). Se si trattasse non di un libro ma di un 45 giri direi che le “lucciole” costituiscono la facciata A e i “castori” quella B dello stesso disco. Facciate separate ma complementari: da un lato la mia parte prevalentemente meditativa legata al pensiero, dall’altra quella principalmente emotiva legata all’esistenza. Due parti alla ricerca di una precaria completezza.

 

Giancarlo Baroni

 

Abito a Parma dove sono nato nel 1953. Ho pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020).  Ho coordinato, assieme al poeta Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, curato da Mario Fresa e pubblicato nel 2021 dalla Società Editrice Fiorentina, contiene una scheda critica scritta da Giuseppe Marchetti; sono inoltre presente nel saggio di Paolo Briganti Dopo l’Officina. Poesia da ieri a oggi (Storia di Parma, Le lettere, Monte Università Parma Editore, 2012). Nel 2009, 2010 e 2011 ho letto a «Fahrenheit» (Rai Radio 3) diverse mie liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Ho scritto quasi trecento recensioni, la maggior parte pubblicate nella pagina culturale della «Gazzetta di Parma» a cui ho collaborato per vent’anni. Mie poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei miei versi si trova in «Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei».  Sul sito letterario «Italian Poetry» le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Diverse altre sono state tradotte in francese, in blog riviste e antologie, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line «Pioggia Obliqua. Scritture d’arte» curo una pagina intitolata Viaggiando in Italia; collaboro a «Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro». Miei testi e foto sulle città italiane appaiono sulla rivista cartacea «dalla parte del torto». Poeta per passione e fotografo per diletto, ho pubblicato, fuori commercio, quattro piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arte, Bologna, Due volti di Parma e Foglie senza rami. Del 2020, anch’esso fuori commercio, è il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, prefazione di Fabrizio Azzali). Recentissimi sono i volumi Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura  e A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020 – 2022), stampati entrambi da puntoacapo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon Compleanno, Gabriele!

09 venerdì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Gabriele Galloni

 

Gabriele Galloni, talentuoso poeta romano scomparso prematuramente nel 2020, è più vivo e presente che mai. Lo è nei ricordi di chi l’ha amato, nei suoi versi, nei racconti, nelle bozze di romanzi, nelle dichiarazioni di poetica presenti nel web, nelle riviste telematiche e cartacee, nei vari blog e siti letterari di poesia e scrittura. Lo è ancor di più in questi giorni in cui ha visto la luce la sua opera omnia, edita da Crocetti, dal titolo Sulla riva dei corpi e delle anime, con la prefazione di Alessandro Moscè, testimonianza di un fervore creativo che si è manifestato precocemente ma che ha rivelato una ricerca lessicale e stilistica inconsueta per un giovane autore eppure assolutamente matura e convincente. Pubblichiamo una selezione delle poesie più belle di Gabriele, tratte dai libri editi mentre era in vita e postumi insieme ai nostri auguri, ovunque lui sia…

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Intervista a un giovane poeta. Raffaella Rossi, “Epidermide rara”, Eretica Edizioni

31 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Interviste, POESIA

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Epidermide rara, Eretica Edizioni, intervista, Raffaella Rossi

Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Raffaella Rossi, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Epidermide rara, Eretica Edizioni, 2023

  • Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Ho sempre amato scrivere, da quando ero una bambina, forse non capivo ancora cosa stessi facendo, adesso mi è più chiaro. Credo che questa mia passione sia nata proprio per essere un’osservatrice attenta della realtà circostante: per realtà intendo non solo il contesto naturale, anche quello sociale. La poesia per me è un modo di comunicare, è sicuramente un talento e se mi è stato donato, è importante condividerlo. I miei luoghi sono già poesia, adoro la nebbia in inverno che svela le colline con i piccoli germogli di uva quando anticipano la primavera, mi perdo nei paesaggi collinari della mia terra, nelle albe, gli ulivi mi parlano, i fiori mi parlano, c’è un contatto tra me e l’assoluto proprio quando entro in sintonia con i miei luoghi: io vivo in provincia di Avellino, a 480 m s.l.m., immaginate i profumi dei boschi in autunno, il grano in estate, sono contemplativa, cambierei i miei luoghi solo con la Sicilia orientale, mi piacerebbe vivere in Sicilia per tanti motivi, alle pendici dell’Etna con lo sguardo puntato verso il mare e gli odori degli agrumi nella testa. La componente autobiografica -proprio come i luoghi in cui vivo- è parte integrante della mia poesia, forse se non avessi vissuto la mia vita non sarei diventata autrice. Tra la mia vita, i miei luoghi e la poesia c’è un processo osmotico, come affermo sempre “la mia poesia sono io”, quindi ci sono dentro, tutta quanta. Scrivere è un modo per rendere infinite le cose che finiscono, per dare quel tocco di eterno alle esperienze della vita, belle o brutte che siano, a volte mi sento meglio scrivendo, quando si mette l’anima a nudo cambiano tante cose. Mi piace scrivere in modo diretto proprio per questo motivo, non amo girare intorno alle situazioni, se qualcosa fa male voglio dirlo, se qualcosa mi fa bene voglio scriverlo, non so per quale motivo, forse si nasce così, poeti, come chi nasce cantante o cuoco, insegnante, dottore o altro. Poi c’è da dire che ho studiato archeologia, le tracce sono importanti per ricostruire la storia, la poesia è fatta da tante fonti, il poeta è l’archeologo dell’anima.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Quando ero una ragazzina accompagnavo mia madre al mercato, girare tra i mercati mi annoiava molto sono sincera, allora passavo il tempo davanti a quelle bancarelle che vendevano i libri usati, all’epoca con mille lire potevi comprare bei libri. Anche oggi esistono ancora, con due euro riesci a trovare qualcosa di veramente interessante. Ricordo il primo poeta e scrittore al quale mi sono affezionata tanto è stato Cesare Pavese, avevo comprato da una bancarella il libro “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, lo trovai così spassionatamente vero. Non riconobbi Pavese neorealista che mi avevano insegnato alle scuole superiori, ma un poeta così solo, con l’animo messo a nudo che riusciva a comunicarmi il suo dolore attraverso le pagine di un libro. Ho letto tutti i poeti noti, devo dire che anche Giuseppe Ungaretti mi ha formata molto; sempre in quelle bancarelle comprai la sua raccolta e mi appassionai al poeta non “della guerra”,  ma alla raccolta “Dialogo”, piena di luce, di passione e di speranza. Ho apprezzato tanto Rainer Maria Rilke, ho letto tante cose che mi hanno sempre incuriosita e spinta a provare. Devo citare Alda Merini, non solo per la sua poetica alla quale sono molto legata, ma per il suo modo di parlarci, di sentirla così donna, così vera, perciò mi piace leggerla sempre. Della Cavalli, invece, mi  è piaciuta la schiettezza. Attualmente mi coinvolgono molto i poeti dei giorni nostri, ho molta stima per Beatrice Zerbini, la sento molto vicina anche dal punto di vista umano, credo che l’umiltà sia alla base della poesia, dove c’è umiltà riesco a percepire tanta vita. Non cito tutti i nomi ma adoro leggere le poesie che non conosco, mi piace migliorare, siamo in continuo divenire e la poesia ce lo insegna.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Ho deciso di pubblicare le ultime poesie perché hanno tutte una matrice comune. La produzione era abbastanza vasta, ho scelto quelle più dirette che parlano dell’amore, come spiego nell’introduzione si parla dell’amore che io definisco vero, quello che si sente a pelle, quindi, Epidermide rara è un titolo polisemantico.  Non entro in campi che non mi competono,  ma la pelle se trova l’altra pelle vera riesce a sentirne tutte le vibrazioni. Impiego poco tempo per scrivere una poesia, dietro però c’è un lavoro molto complesso, a volte alcune poesie mi fanno piangere peggio di un parto.

  • Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Mi piacerebbe dire di sì, “certo che sì le mie poesie non cambieranno il mondo” scrisse Patrizia Cavalli. Ovviamente è un modo per dire che la poesia non risolve i problemi e i conflitti, però dona al lettore un momento di silenzio e condivisione.  A parte l’utilità, credo che ogni poeta abbia un proprio stile personale, nessuno è uguale all’altro, anche io ho un modo personale di scrivere e può essere approfondito da chi si interessa della poesia, come a me piace interessarmi agli altri poeti e all’arte in generale. Può essere necessario per chi ha voglia di capire che siamo un po’ tutti nella stessa barca, c’è chi riesce ad esprimerlo attraverso più sensibilità e chi invece resta inerte.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

No, non ho contattato nessuno, tra me e la poesia c’è un rapporto intenso e di solitudine, del resto come nella vita, mi tocca fare tutto da sola, un po’ sono abituata. In futuro lo farò (forse). Ritengo importanti le riviste di poesia e di letteratura, in Italia c’è un buon lavoro, sono tutti molto appassionati, perché accostarsi al mondo della poesia significa essere un appassionato in generale, per natura.

  • Come hai trovato un editore?

Ho scritto agli editori di poesia, mi hanno accolta bene. Ho pubblicato con Eretica di Giordano Criscuolo perché sono in sintonia con il suo modo di pensare. Lui ha sempre espresso che non si scrive per vendere ma solo per emozionare, i versi tendono all’infinito. Quando ci siamo salutati prima che il libro uscisse, ci siamo detti grazie, “grazie per le emozioni che tu ci hai regalato” mi ha risposto Giordano. Credo sia una bella cosa.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

La copertina fa parte del progetto editoriale della casa editrice Eretica, la collana “Quaderni di poesia” ha la copertina rossa. Il titolo “Epidermide rara”, come ho espresso prima è polisemico, introduce il lettore verso la rarità dell’amore che si tocca a pelle e la rarità in generale. Sulla prima di copertina c’è questa poesia “Siamo noi/quei fiori bagnati /in mezzo a un campo di belve. /Non chiudermi la porta: /il vento asciuga l’acqua /e allarga le ali. Un po’ difficile, comprendo, ma i fiori bagnati resistono di più alle “belve”, almeno credo sia così.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Domanda difficile: a chi vuole sognare un po’? A chi ha cuore, non lo so davvero,  lo vedo poco indicato per i giovanissimi, però in privato mi scrivono che apprezzano.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Ho un modo di promozione tutto personale, io regalo i miei libri, se avessi la possibilità, spedirei libri in tutto il mondo. Uso molto i social, se usati bene, possono nascere scambi culturali interessanti, infatti sto conoscendo tante persone interessate. Sto partecipando ai premi di poesia edita e per l’estate spero di partire con progetti di diffusione più concreti. Ci vuole molto tempo e spesso manca. Ultimamente realizzo piccoli video quotidiani con la mia faccia, non perché provo piacere nel farmi vedere, ma il contatto visivo è molto importante.

  •  Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legata a più di una poesia, a una in particolare che forse è tutta l’essenza del libro, non cito il titolo perché per scelta le mie poesie sono senza titolo (non voglio vincolare e confinare le parole). Ho scritto dei versi che leggo spesso, quasi per un’esigenza vitale, c’è una poesia che parla della luce quando passa tra gli alberi proprio come fa l’amore quando apre un cuore e poi, c’è la parte finale della  poesia essenza: ” (…)Io conosco gli inferni /e conosco il paradiso /conosco gli abissi/ e conosco i cieli/ ma sono capace di amarti/ e ti amo/ qui e adesso/ nel posto /dove si contano i respiri.” Al “posto dove si contano i respiri” ho dedicato il mio libro, è il respiro che fa l’amore, che fa la vita, i miei respiri li ho contati tutti, uno per uno, quando mi sono mancati. La sincerità di una persona verso l’amore sta proprio nel fatto che puoi aver visto il paradiso, puoi aver visto l’inferno, ma quando ami conta solo l’adesso, non esiste più niente. Esiste il respiro, il momento indimenticabile. 

  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Mi piacerebbe che le persone leggessero di più, non solo le mie poesie e i miei libri, entrare nel mondo di un poeta non è difficile, c’è bisogno di empatia, questo mi aspetto, che un lettore non sfogli le pagine solo per sfogliarle o accontentarmi, ma che nella poesia riesca a trovare anche se stesso. Io leggo gli altri perché mi danno delle emozioni, mi fanno capire che tutto sommato non siamo così soli, questo vorrei anche per me.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Raffaella Rossi è nata ad Avellino nel 1983 e vive in un piccolo paese di provincia, dove svolge la professione di insegnante. Laureata in Archeologia presso l’Università degli Studi di Salerno, dal 2007 si occupa di poesia visiva, ponendo l’attenzione su forme di comunicazioni verbali, accompagnate da forme visive. Il messaggio poetico è sviluppato facendo convergere al segno grafico altri tipi di segni, mettendo l’accento proprio sulla semanticità di questi ultimi.

Ha pubblicato una silloge di poesie dal titolo “Stagioni e Riti” nel 2011. Nel 2023 ha pubblicato la raccolta poetica ”Epidermide Rara” con Eretica Edizioni. L’autrice ha ricevuto l’attenzione da parte di alcuni blog di poesie già con le sue prime poesie su un sito personale, ottenendo una prima traduzione in lingua spagnola per conto di “Laboratori Poesia”. Le sue poesie e recensioni poetiche per altri autori, sono fruibili on line e in una serie di antologie poetiche pubblicate dalle case editrice che hanno ritenuto meritevole la sua poesia ai concorsi. Per l’autrice, la poesia è la parola dell’anima, è un mezzo di comunicazione importante e salvifico, con funzioni anche demiurgiche. La poesia è un dono d’amore per se stessi e gli altri.

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“Salone del libro? Ni… grazie!” di Aldo Viano

30 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Segnalazioni ed eventi

≈ 3 commenti

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Aldo Viano, Salone del libro di Torino

ph. Loredana Semantica

C’ero già andato l’anno scorso. Un nuovo editore aveva appena pubblicato il mio secondo romanzo e mi aveva invitato a Torino. Il mio volumetto faceva bella mostra di sé sul suo banchetto.

Nonostante non fossi più un giovincello (e oggi sono ancora più vecchio), mi feci prendere dall’entusiasmo “dell’autore presentato al Salone del libro”.

«Che cosa devo fare?» chiesi.

«Niente di speciale, ti metti qui davanti, con il tuo libro in mano, e se qualcuno si ferma tu gliene parli e cerchi di venderglielo».

È così per tutti, per tutti gli editori e per tutti gli autori, anche per i più famosi, cambia solo la “lochescion”: i più sfigati in piedi davanti agli stand a fare i piazzisti di pentole di carta, i più commerciabili in una saletta con tanto di microfono e compiacente relatore che li imbocca.Sarà che non sono mai stato portato per il marketing, ma mi sentivo uno scemo. Tra i “do solo un’occhiata” e i “grazie, ma ho già mangiato” (risposta veridica, lo giuro), mi chiedevo che cosa stessi facendo lì.

Quest’anno ci sono andato con minore entusiasmo. Non posso parlare male del mio editore, anzi, dei miei. Sono brave e oneste persone che fanno del bricolage più o meno avanzato, cioè fanno ciò che possono con quello che hanno. Entrambi mi hanno fatto un’intervista pubblicata sui social, il luogo virtuale che rende sempre meno socievoli i lettori e i frequentatori del salone (non sempre coincidono).

È un posto enorme, ben organizzato e altrettanto dispersivo. Entropico è forse l’aggettivo che meglio lo definisce. Tradotto in volgare: un casino innominabile. Coorti di ectoplasmi vagano senza meta tra i padiglioni, lo sguardo vuoto e la borsa piena di libri comprati seguendo le molteplici pubblicità stile “what else?” o grazie alla capacità di persuasione della sirena di turno, leggi l’abilità del “collaboratore” della casa editrice pagato poche centinaia di euro al mese, o con partita IVA incentivato dalla percentuale sulle vendite effettuate.

Un bailamme senza senso, un parossistico bazar dove trovi anche un catafalco del Ministero della Difesa (mi chiedo se difendano la “cultura” e soprattutto da chi), un altro della Rai da dove pontificano giornalai con il titolo di giornalisti, chioschi di rappresentanza delle Regioni, che con la scusa di un opuscolo pubblicitario promuovono attività commerciali e turismo (cioè lo spostamento di persone che starebbero meglio a casa loro in posti che sarebbero migliori senza di loro), un’esposizione di aspirapolvere Fo**etto (visto con i miei occhi) forse per spolverare i vecchi volumi, venditori di street food dagli olezzi pestilenziali e dai prezzi da oreficeria, insomma, un mercato mediorientale dove il principale movente dei “clienti” (attribuire loro l’appellativo di lettori è una scommessa) è quello di dire “io c’ero”.

Durante una pausa, all’esterno dei casermoni adibiti a esposizione faccio due parole con un omone dall’aspetto dimesso. Scopro che è un editore, o meglio uno che stampa manoscritti esenti da diritti d’autore, e che ha uno stand enorme proprio di fronte a quello del mio editore. “Nella giornata della memoria, con il Diario di Anna Frank tiro su 20-30.000 Euro”, mi dice orgoglioso.

Mi chiede in che veste partecipi al salone. Quando gli dico che sono un autore e che ho venduto più di un centinaio di copie si esalta e mi copre di complimenti. Secondo lui (prendo con le pinze le sue affermazioni) ciascuno dei circa 80.000 nuovi manoscritti pubblicati ogni anno vende più o meno 100 copie. Il resto va al macero. La maggior parte degli editori (lui non si definisce tale) sopravvive grazie alla rete di contatti di ogni autore, il quale, se vende una cinquantina di esemplari grazie alle sue presentazioni e firma-copie, gli garantisce la copertura delle spese. Poi ci sono i contributi all’editoria: statali, regionali, europei e via discorrendo. I distributori, soprattutto il più grande, sono delle associazioni a delinquere (ipse dixit).

Alla fine della conversazione, ne esco con la conferma di ciò che sospettavo: i toni trionfalistici, che ogni anno seguono la chiusura della kermesse torinese, lodando il successo di pubblico, il rinnovato interesse per la cultura, la sensibilità delle amministrazioni pubbliche, l’abnegazione degli organizzatori, l’entusiasmo degli editori e via discorrendo, lasceranno il posto non molto tempo dopo ai soliti piagnistei sul fatto che in Italia non si legge, sulla crisi dell’editoria, sull’analfabetismo di ritorno (da dove?) e sulla necessità di nuovi e più cospicui aiuti pubblici a un settore cardine della cultura nazionale.

Ritorno al banchetto del mio editore dove i miei omologhi autori si sfidano in una tenzone di selfie da postare sulle loro pagine social. Sono molto diverso da loro? Ognuno crede d’avere qualcosa d’imprescindibile da dire al mondo, un messaggio in bottiglia.Sono sommerso da un vociare incontenibile, una folla di miei simili che riversa parole in questo capannone annegato in un oceano di parole scritte. Milioni, miliardi di parole, Utili? Inutili?

La cifra essenziale di questo “Salone” è quella commerciale. Significa avere performance misurabili in termini di successo. Nudi, freddi numeri capaci di certificare che il “cliente” (lettore e/o autore) è divenuto performante, perfetto ingranaggio di una oliata macchina dove la divergenza, il senso critico sono considerati con fastidio un inceppo da aggiustare. Perché la vita è una darwiniana competizione in cui solo il più “competente” vince. E gli altri devono percepire il peso dello smacco, del fallimento, divenendo “scarti”. Conta solo vincere a qualunque costo, anche con la slealtà.

I miei libri sono una camola in un silos di milioni di metri cubi di farina.

«Allora perché ci vai al salone?»

Perché come tutti gli umani non sono esente dal demone della vanità. Perché anche a me piacerebbe vendere centinaia di migliaia di copie come i VIP che denigrano Dante, Manzoni, Dostoevskij o Verga e che, en passant, invitano i “clienti” a comprare i loro manoscritti.

Però, io non lo farei, se non altro per buona educazione, un vezzo riservato ai “boomers”.

Vado al salone perché, come diceva Dominique Angel, «Je passe mon temps à me libérer de ce que la nécessité m’oblige à mettre en place pour survivre».

Poi, secondo la legge dei grandi numeri, ti capita qualcuno davanti, uno sconosciuto che ha comprato su Ama*on il tuo libro, che l’ha letto, e te lo conferma citando questo o quel passaggio che gli è piaciuto, che gli ha lasciato qualcosa. E ti chiede la dedica, la medaglietta che lui pensa d’aver meritato attraverso la sua lettura.

E tu, non gliela fai la dedica? Sì, il Salone è proprio una fiera: delle vanità.

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Intervista a Emilio Capaccio. Cuentos Olvidados

23 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Interviste, LETTERATURA, TRADUZIONI

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, intervista, TRADUZIONI

E’ terminata il 5 maggio scorso Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados, il progetto curato da Emilio Capaccio su questo sito nella categoria TRADUZIONI. L’ articolata iniziativa, inziata il 7 aprile dell’anno scorso ha accompagnato i lettori di Limina mundi per oltre un anno, suscitando interesse, abbiamo pensato quindi di rivolgere alcune domande al Curatore in un’intervista proposta nel sottostante podcast.

la linea rossa traccia il percorso ideale compiuto con i Racconti dimenticati

Qui sotto l’audio dell’intervista. La voce dell’introduzione è di Loredana Semantica, formulano le domande Deborah Mega e Loredana Semantica, risponde Emilio Capaccio. Buon ascolto

I volti dei 21 autori dei racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio

EMILIO CAPACCIO

Emilio Capaccio è nato il 16 maggio del 1976. Ha vissuto a Campagna, in provincia di Salerno. Vive a Milano. Ha pubblicato in formato e-book: “Malinconico Oscuro”, traduzioni di poeti sudamericani inediti, con prefazione di Giorgio Mancinelli. Ha collaborato con la rivista internazionale di poesia: “Iris News”. Collabora con vari blog di poesia. Sue traduzioni e poesie sono presenti in varie antologie, blog e nella rivista “Il Foglio Clandestino, Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria”. Ha pubblicato la raccolta poetica: “Voce del Paesaggio”, edita da Kolibris Edizioni 2016, con prefazione di Massimo Sannelli, e la raccolta poetica: “Canzoniere della Biondezza”, edita da L’Arciere del Dissenso 2019, con prefazione di Emilio Paolo Taormina. Come curatore e traduttore ha pubblicato le raccolte: “Radice”, del poeta spagnolo José Luis Hidalgo, Giuliano Ladolfi Editore 2017, e “Princesse Amande”, della poetessa francese Lucie Delarue-Mardrus, LietoColle 2017. Nel 2023, ha pubblicato per Neobar eBooks Via Lattea, traduzioni in rima della raccolta di sonetti inedita del poeta brasiliano, Olavo Bilac.

A questo link tutti gli articoli pubblicati da Emilio Capaccio su Limina mundi

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“Verranno a perderci in trionfo” di Francesco D’Angiò

07 martedì Mar 2023

Posted by emiliocapaccio in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Emilio Capaccio, Francesco D'Angiò, Verranno a perderci in trionfo

La poesia di D’Angiò mi viene incontro sulla via antica per Matera forse ancora di quel lontano Regno di Napoli, in un giorno insperato e insospettabile. Ha arcate sopraccigliari di sassi e polvere, radici di lavanda negli occhi, cappellone di feltro alle ubbie del vento, pizzetto folto d’autorevole arte e tono gentile nella compostezza del proprio dolore. Parla, tra gigari e favagelli di riarse plaghe dell’animo umano, una lingua vaticinante che quasi non ammette titolo ai suoi molti appelli lirici suddivisi in quattro sezioni nella raccolta “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni, 2022. Parla e come scrive il suo prefatore, Paolo Polvani: “nella sua asciutta compostezza non trascura le ragioni di una resa estetica convincente, persegue un’idea di pulizia e nitore, resta immune da qualsiasi tentazione retorica e non agghinda, non tende ad abbellire il verso, non ricorre ad espedienti manieristici e tuttavia, in virtù di quella frequentazione assidua con la poesia dei maestri, riesce, in maniera spontanea e con grande sincerità, a toccare ottimi livelli e si lascia leggere con piacere”.

Emilio Capaccio

TESTO N. 1

Rara, dimora qualche quiete
che non delude,
ed è subito un udire di grigiore
che rifà il giorno.
Ricompare anche
l’infruttuosa saggezza
di chi non ha mai ingoiato
un raggio di sole.
Si regge appena sul fondo del cielo,
l’ancora che ci tiene al mondo,
e la mutilata credenza
di farci bastare i resti
di ogni lembo di terra.
L’immobilità di quell’infinito
concede tregua d’inesistenza,
finché non s’appresta l’ora
che non passa per il tempo.
Ed uno spreco d’incompatibilità
ci avrà seminato senza stenti.

TESTO N. 19

La sera, gli arenili cominciano a dimenare
il ritardo della luce,
perché non vuole andare via
la perdita di coscienza
che è soltanto nella corsa dell’insoddisfazione.
L’elica che seleziona il vento,
si attenua su quello in ritardo,
e la scoperta di una conchiglia sperduta,
dipende dall’ora di chiusura della sabbia.
Come la scoperta di una mezza felicità
dipende dalle cose che devono darsi via,
lasciate sui tavoli sparecchiati in fretta.

TESTO N. 9

Ho paura che d’improvviso
vada via la luce,
mentre cerco il sale nella tua tasca
per benedire lo spessore d’aria
che si trova bene
senza toccarci.
Ho degli uomini e delle donne
che sanno farsi di solitudine
come se tornassero a baciarsi,
fino a quando le striature della loro pelle
si fanno comode per il tacito consenso
di due richieste,
vedere il mare e piangere molto.
E dell’uno o dell’altro
non trascurarne i dettagli,
sia ad altezza di piena
che di sfusi abbagli,
concedendo al cambio di stagione
il punto più confidenziale del nostro esistere.

TESTO N. 104

Dovremmo diventare campo
appena seminato
briciole per i passeri
prima della neve,
al riposo della migrazione, uno stagno.
E punta estrema di roccia
dall’altra parte di un’ultima thule
e poi nessun ritorno,
non si racconta ciò che deve restare.
Una luna gonfia a dominare l’occhio nero
del buon Dio, dovremmo essere,
una ferita che non sana
il peccato originale. Salvare la lacrima
che scioglie la melma,
la frase d’amore al nostro carnefice,
che nonostante tutto
da una stessa bocca si è donata.

Francesco D’Angiò è nato a San Vitaliano (Na) nel 1968. Esordisce nel 1997 con la pubblicazione di un racconto edito da “Alea Editrice Bari” dopo aver vinto un concorso per esordienti. Riprende il filo interrotto della narrazione con la pubblicazione del romanzo breve “Lo sconosciuto” (Planet Book, 2020). L’amore per la poesia sin dall’età adolescenziale, così come varie volte accade, lo porta a partecipare a vari concorsi letterari, riservandogli piazzamenti lusinghieri. Nel 2021 pubblica la prima raccolta di versi dal titolo “Clessidre orizzontali”, Edizioni Tripla EEE. Nel 2022 pubblica la sua seconda raccolta: “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni. Attualmente vive a Matera.

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Un omaggio a Puccini nel cuore di Rapolano 

20 lunedì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in Recensioni, Segnalazioni ed eventi, Teatro

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Kris B. Writer, L'altro Giacomo, Renato Raimo, Sabatina Napolitano

La sera di sabato 18 febbraio sono stata al Teatro del Popolo di Rapolano per lo spettacolo “L’altro Giacomo”, diretto e sceneggiato da Renato Raimo. Puccini è un uomo appassionante e appassionato, sul palco incarnato nel regista che ne ha curato la biografia ricalcando i momenti più frizzanti come gli snodi passionali. Elvira, Corinna, Josephine, Rose: le donne protagoniste della vita del compositore lucchese di cui ricorre il centenario nel 2024. “L’altro Giacomo” scritto a quattro mani da Renato Raimo e Kris B. Writer è uno spettacolo intenso non solo per gli amanti della lirica, attraverso le arie pucciniane il racconto tra narrazione e musica diventa una magia possibile grazie a Carlo Bernini, già direttore musicale di Andrea Bocelli (che però nel nostro caso non c’era perché a New York). Col patrocinio della fondazione Puccini di Lucca, lo spettacolo è una attrattiva interessante e adrenalinica per il pubblico pucciniano. Se quindi la poesia italiana e la storia italiana nell’Opera raggiungono una compiutezza esotica quasi alchemica, è impossibile non considerare che l’Opera con La Boheme, La Tosca, Madame Butterfly, e la Turandot si veste di abiti che non possono essere pensati senza un brivido di inquietudine e di nostalgia. Le dodici opere pucciniane hanno segnato un alone di profondità psicologica e drammaticità tutta italiana nel panorama internazionale, pur richiamando l’opera wagneriana. Lo spettacolo “L’altro Giacomo” restituisce alla storia la memoria dell’uomo Puccini, introverso, solitario, sensibile e profondamente innamorato.

Giampaolo Rugarli autore de “La divina Elvira. L’ideale femminile nella vita e nell’opera di Puccini” (Marsilio, 1999) sostiene che in ogni donna di Puccini c’è in realtà nascosta la figura di Elvira. Il loro è un amore forte e scandaloso nella Lucca di fine Ottocento. Per quasi vent’anni Elvira resta compagna di Puccini e alla morte del marito Narciso, ne diventa la moglie. Elvira non è solo compagna quindi, e poi sposa, ma è anche e soprattutto la musa sotterranea per le ancelle devote e le fate cattive dell’operista, come se tutta la drammatica tensione dell’arte pucciniana non fosse possibile senza il traino e lo slancio di Elvira. Nonostante questo Puccini ama molte donne, ed ogni volta le sue passioni richiamano come una forma di violenza, e probabilmente il pubblico non si sarebbe aspettato diversamente da un genio malinconico e passionale, inevitabilmente mito e simbolo.

Sabatina Napolitano

 

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Zona disforme Carlotta Cicci Stefano Massari

08 mercoledì Feb 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi, Video

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Carlotta Cicci, Stefano Massari, videopoesia, Zona disforme

Segnaliamo ZONA DISFORME

format di videopoesia
a cura di carlotta cicci e stefano massari

Si tratta di cortometraggi, visibili sia sul sito DISFORME che su youtube ZONA DISFORME, pubblicati periodicamente dagli autori che mettono a disposizione contenuti visivi, poetici, letture che “impressionano” sinesteticamente il fruitore.

Di volta in volta i filmati sono dedicati, oppure nei filmati sono citati, riportati, letti, trascritti testi dei poeti del passato o contemporanei. Scorrono nel contempo immagini del tempo presente, caratteri, schemi, ombre, riquadri, in un’ alternanza di stasi e dinamismo. L’iniziativa è giunta al suo settimo appuntamento di prossima pubblicazione, come da locandina sottostante.

L’iniziativa si connota per raffinatezza e suggestione rivolte alla poesia, al sentire e vedere poeticamente il mondo, ma anche per il connubio delle parole – comunicazione rivolto alla contemporaneità, in audio-visioni che proiettano arte, metabolizzazioni, interazioni, spaesamenti nei quali si percepisce il bisogno infinito della ricerca, il senso e la persistenza dell’esistere, del fare poetico, della memoria.

IL TRAILER

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Il dono

12 giovedì Gen 2023

Posted by Antonella Pizzo in NarЯrativa, Segnalazioni ed eventi

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Scritto dal poeta romano Michele Gentile. Si tratta di un libro molto originale come intelaiatura letteraria, a metà tra prosa e poesia. Una favola per adulti con la struttura di un vero e proprio romanzo breve. Il Dono è un libro a metà tra prosa e poesia ma è quest’ultima ad innervare ogni pagina dell’opera dato che essa è presente non solo nei versi della breve silloge che conclude il libro, ma si mostra in tutta la narrazione di questa storia toccante, che vede protagonista il bimbo Giuseppino, rimasto orfano di madre, con un padre assente, e che trova sostegno in Amir, africano sfuggito alle guerre e al razzismo. Il tutto è ambientato nel fantasioso borgo mediterraneo di Roccasolenne, dove il mare è sinonimo di libertà e speranza, dove il bambino si fa cullare dai suoi infiniti orizzonti, trovando sollievo in mondi immaginari e lontani. Continua a leggere →

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ALCYONE 2000.Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

23 venerdì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Alcyone 2000, Raffaele Piazza

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022

 Recensione di Raffaele Piazza

 

La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede, costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude. La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza. Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, una simile opera nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

* * *

A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’ “eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un nomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta e che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in Francese, Inglese, Lituano, Polacco, Portoghese, Romeno, Russo, Spagnolo ed anche Giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nella apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

* * *

Passiamo ora ad un’altra sezione del vol.15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

* * *

“Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferità è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.         C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

* * *

Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

 

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Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta – Una vita in scrittura

21 mercoledì Dic 2022

Posted by Antonella Pizzo in Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Alfredo Panetta, POESIA, poesia contemporanea, Poesia dialettale, Una vita in scrittura

panetta

per “una vita in scrittura” ho rivolto l’invito ad  Alfredo Panetta che lo ha interpretato come segue e che ringraziamo per il suo interessante  contributo. Antonella Pizzo

 Una vita in scrittura 

Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta

Cosa non è poesia? E quanto contano i luoghi per diventare poeti? Parto da questi due cippi per raccontarmi. La seconda domanda è più facile, la prima è a forte rischio retorico. Proverò ad evitare la trappola dell’elenco. Mi sento fortunato, ho vissuto due vite diametralmente opposte. La prima in un paese sperduto delle colline joniche calabresi, la seconda nell’unica metropoli italiana. Dall’innesto tra questi due luoghi si è concretizzata la mia poesia. Oggi non saprei immaginarmi privo di versi. Almeno uno al giorno, un piccolo mattoncino. Ma torniamo ai luoghi, ai contrasti. Per scrivere ho bisogno di concretezza, di materia che scintilli. Mi serve la terra per immaginare il volo. Mi serve l’odore del cemento per innescare la potenza della memoria. Mi servono i tondini arrugginiti, le crepe sui muri, il profumo di elicriso per raccontare la tragedia del ponte Morandi. È come se, per scrivere, abbia bisogno dei miei strumenti acquisiti nei primi anni di vita. Mi sento un artigiano (lo sono per guadagnarmi da vivere) delle parole, le mie parole. E in questo bagaglio ben fornito è necessaria la parlata dialettale. Il dialetto mi fa stare a casa, ovunque sia. È il mio amico intimo, l’energia che mi sostiene, l’amante che non pretende nulla. Dialetto e italiano lavorano a braccetto, nessuna antipatia. Le mie non sono versioni ma riscritture. I testi devono funzionare in entrambe le lingue. Il dialetto mi permette di mantenere uno sguardo vergine sulla realtà, mi costringe a guardare da vicino le cose, a chiamarle col loro nome. La parola e la cosa coincidono. Continua a leggere →

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AA.VV., Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche, Edizioni Simple, 2022.

19 lunedì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in Comunicati stampa, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Pietro Pancamo, Senza tema!

 

SENZA TEMA!
Poesie coraggiosamente atematiche
–Antologia a cura di Pietro Pancamo–

 

Consapevole che infrangere le consuetudini, specie se consolidate, è sempre un atto di coraggio, Pietro Pàncamo si è “ribellato” alla moda delle antologie a tema, curando un piccolo volume collettaneo di versi –«Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche» (Edizioni Simple, Macerata, 2022)–, nel quale a ciascun autore è stata lasciata completa libertà di scegliere autonomamente la materia da trattare; ne è nata un’opera corale in cui tutti, svincolati com’erano da forzature di sorta, hanno avuto una preziosa opportunità d’esprimersi al meglio. Ecco qui di seguito alcuni estratti dai commenti critici che, all’interno del libro, il curatore ha dedicato a ciascuno dei quattro autori antologizzati: Kikai, Angela Lombardozzi, Tommaso Meldolesi e Fabio Sebastiani.

“Secondo il critico e storico della musica Massimo Mila, il sentimento predominante, nei brani di Mozart, è una sorta di benefico sorriso fra le lacrime. Io credo di poter dire lo stesso per i versi della brava Kikai.

[…] Le liriche di Angela Lombardozzi s’improntano invece ad un serrato flusso di coscienza, magistralmente concepito per rispecchiare la concitata e penosa assenza di senso, dalla quale l’esistenza quotidiana di noi uomini è ahimè afflitta.

[…] E se le poesie di Tommaso Meldolesi prendono le mosse da una tenera o meglio sognante rassegnazione che, pur attraversata sempre da una favilla di speranza, piega spesso il ginocchio dinanzi alle (s)torture dell’esistenza, Fabio Sebastiani, in una continua e ica(u)stica dissolvenza incrociata d’immagini che sfumano rapide l’una nell’altra, ci svela impietoso le piccole miserie del grigiore quotidiano, presentandole come un rito scaramantico a cui noi esseri umani, in nome di una vita completamente ottusa e quindi molto più comoda, ci siamo autoaddestrati e autoaddomesticati con tenacia imperterrita”.

*

IL CIELO

 

Un lungo istante di pausa, sospesa dentro l’autobus che arranca, e si ferma. Schiacciata contro il vetro, a fissare un angolo di cielo.

 

Domenica fissando

il cielo e vorrei starmene fuori dalla mia storia.

 

Riposare, dalla mia vita.

Dispersa. Per un po’, solo per un po’

 

Come sepolta, sotto chili di nulla, in una tomba di luce,

[oltre gli oggetti e i sentimenti

 

Oltre i cancelli del tempo.

Oltre il pensiero.

 

Dentro qualcosa che non so.

Più grande di me.

 

Kikai

*

ALI

 

Ho una poesia sulla lingua

Il petto batte

Ma non trovo le ali

Guardo in un altrove

perché qui il presente

è annebbiato

– Ti chiedo il sale

della tua presenza

Quell’eterno stare

che produce tutti i mutamenti

Folle! Folle è l’uomo che tesse

la sua più grande virtù

Un ponte di salvezza

Un filo instabile di luce e precipizio

Ma datemi le ali

perché tremo…

Forse basterebbe anche

un solo abbraccio uno sguardo

Una mano sul cuore

Il tuo sorriso tutto.

 

Angela Lombardozzi

 

*

 

PER LE STRADINE DI MONTMARTRE

 

Dalla nebbia degli anni

riaffiorano memorie

avvolte da ampi strali

d’immensa nostalgia.

M’inoltro a passo lento

per vicoli e stradine

e tento di scovare

le ceneri disperse

di volti diluiti,

di parole sgranate,

di note snocciolate

da chansonniers di un tempo.

 

Tommaso Meldolesi

*

AEROPLANO

 

Se tento

di raggiungere il cielo

la distanza rimane invariata.

M’avvicino

soltanto alle nubi.

 

Pietro Pancamo

*

TRA ALI DI FOLLA SENZ’ALI

 

L’uomo è tutto un contrappunto

sopra l’ideologia

sopra i nomi senza nome

sulle forme del vuoto

svuotate anch’esse

come petali rubati ai fiori.

 

L’uomo a volte non è

nemmeno un discorso

ma il santo procedere

dell’ovvietà, muta nella sera

tra ali di folla senz’ali

che andiamo a casa che è tardi.

 

Calcola i passi badando

a non inciampare

ma è lui l’ostacolo

alla caduta provvidenziale, alla felicità

al perdono che l’universo gli offre.

Che poi a casa è sempre tardi per tutto.

 

E finendoci, nel vuoto

invoca il dio che non ha

amato mai veramente.

Solo pretesto per l’ennesimo inganno

spuntato ai giorni tetri, alla noia

alle parole prese in affitto.

 

Fabio Sebastiani

Pietro Pancamo

Pietro Pàncamo è un editor professionista, nato nel 1972. È autore del volumetto di versi «Manto di vita» (LietoColle) e figura nell’antologia  «Poetando» (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo. Ha collaborato con “Il sabato del racconto”, rubrica settimanale dell’edizione parmense de «la Repubblica». La radio nazionale della Svizzera italiana gli ha dedicato una puntata del programma «Poemondo», mentre sue liriche, novelle o recensioni sono apparse, nel tempo, su quotidiani e riviste come il «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «La Stampa», «Carmilla», «Cronache Letterarie», «Gradiva», «Il cucchiaio nell’orecchio», «Il Ridotto», «La poesia e lo spirito», «Nazione Indiana», «Poesia» (Crocetti editore), «Poetarum Silva», «Scriptamanent» (Rubbettino), «Vibrisse» e il blog «Poesia» della Rai. È stato redattore della rivista filosofico-letteraria «La Mosca di Milano», caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto Babele» e direttore editoriale sia del mensile online «Niederngasse Italian», sia del programma web-radiofonico «Poesia, l(’)abile traccia dell’universo».

Pietro Pàncamo (a cura di), «Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche», collana «Le antologie di “OMERIGGIARE” PALLIDO E ASSORTO», Edizioni Simple, Macerata, 2022, pp. 92, € 12,00.

 

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Una vita nell’arte: Elvezia Allari

14 mercoledì Dic 2022

Posted by Maria Grazia Galatà in ARTI, Una vita nell'arte

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Tag

Elvezia Allari, Maria Grazia Galatà, Una vita nell'arte

  • sono primavera
  • passeggiate effimere
  • abiti da seminare

Opere di Elvezia Allari

Maria Grazia Galatà ha rivolto l’invito di “Una vita nell’arte” a Elvezia Allari, che ha risposto come segue. Grazie Elvezia.

Sono Elvezia Allari, nata a Schio, in provincia di Vicenza, cinquantasette anni fa.
Ricordo benissimo la mia chiamata all’arte. Avevo dieci anni e nel giardino del condominio dove abitavo, ritrovavo le mie coetanee che abitavano nello stesso edificio per giocare con loro. Eravamo un gruppo di quattro amiche. Oltre a me c’erano Carla, Ilaria, e Stefania. Un giorno venne fuori la classica domanda alla quale ognuna di noi doveva dare la sua risposta: che cosa vuoi fare da grande? Chi rispondeva la segretaria, chi la parrucchiera, chi la ballerina e avanti così. Quando viene il mio turno rispondo che voglio sposarmi con un pittore matto. Carla esclama che non è un lavoro. Cioè? le ribatto, visto che tu vuoi diventare una suora, con chi ti sposerai? Con Dio, rispose. Va bene, replicai, allora un giorno me lo farai conoscere.
La sua risposta divenne il mio tarlo. Mi spinse a pensare che diventare sposa aveva un significato tutt’altro che comune. Come fa una a sposarsi con qualcuno che manco vede? Forse è per quello che ho sposato l’arte, perché all’inizio non la vedevo, ma, ad un certo punto, sono riuscita a vederla e a crearla.
Ho iniziato con studi per ceramista allorché di ceramica non mi interessava nulla a parte gli effetti, gli errori nel plasmare l’argilla. Venne l’urgenza di andare a vivere da sola, e a vent’anni, contro il parere dei miei genitori decisi di uscire di casa. Naturalmente, senza una lira. Così, ho iniziato a posare come modella d’arte in un liceo artistico. Pensavo di fare quel lavoro per un anno o due. Sarebbe stata abbastanza per mantenermi mentre studiavo in una scuola di restauro pietra ed affresco. Però non era così semplice. Per pagare l’affitto e tutto ciò che ne consegue dovevo avere un’entrata fissa, perciò quello che speravo di fare per soltanto un anno o due si è trasformato in ventiquattro anni di posa.
La scuola di restauro mi è stata molto utile per capire le possibilità di manipolazione offerte dai vari materiali, trovare soluzioni agli errori, soddisfare la mia fame di storia dell’arte.
Le pose a scuola, però, hanno avuto una funzione catartica. Stare ferma, nuda davanti a ad una ventina di allievi, mi ha dato la possibilità di osservare le loro posizioni, i loro gesti, i segni che tracciavano sulla tela, i loro sguardi. Terminato il lavoro, tornavo nel mio laboratorio e sperimentavo a partire dalle tecniche che avevo viste adoperate e dalle sensazioni accumulate durante le ore di posa.
Ho iniziato con gli abiti per corpi impensabili, abiti di silicone, orpelli, monili, borse per passeggiate effimere. Incominciai a collaborare con compagnie teatrali per le quali realizzavo allestimenti e scenografie. Dal silicone sono passata alla carta, sempre creando abiti sia tridimensionali sia piatti. Abiti da seminare, ovvero abiti di carta colmi di semi inseriti nella carta stessa che sono segni quando guardati mentre l’opera è appesa alla parete ma che diventano fiori quando l’opera viene seminata in giardino. Successivamente, dalla carta la mia attenzione si è rivolta al filo di ferro cotto che tuttora rimane un materiale che sento molto.
Dall’inizio del mio percorso, tutto ruota attorno al corpo che secondo me è l’unica casa che davvero abitiamo, una casa a volte da ristrutturare per fragilità in corso ma che esprime anche solidità e certezza e che ci parla. Ci dice “fai così”, “continua in questo modo”, “non potresti fare altro che questo”, “sei un tramite per qualcuno che arriverà”.
D’altronde, non sono stata chiamata anch’io da qualcuno?

LINK ALLE OPERE DI ELVEZIA ALLARI

OPERE DI CARTA

OPERE IN FILO DI FERRO COTTO

ABITI SCULTURA IN SILICONE

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Dirottare l’esistenza: “Eliodoro” di Mario Fresa

12 lunedì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

Tag

Eliodoro, Mario Fresa, Rosa Pierno

 

*

Nel romanzo di Mario Fresa Eliodoro (Fallone editore, 2022) la letterarietà è certamente il soggetto-principe, mentre realtà e sogno si palesano come materiali indistinguibili: “certe mosche dalle cinque ali, violente come nei sogni”. È un testo metaletterario in cui il teatro inscena le proprie tecniche rappresentative, i personaggi stanno per gli autori o viceversa, con il coro che interviene, attante fra gli altri; insomma è una letteratura di secondo grado, come dichiarava Genette (in Palinsesti), vale a dire che mette in relazione, segreta o manifesta, un testo con altri testi. Ma è anche un romanzo acustico-visivo, in cui la parola dispiega il proprio desiderio di ingaggiare, con le arti visive e musicali, una gara. Viene in mente il paradosso di Zenone, quello della corsa tra Apollo e la tartaruga, dove il più veloce non raggiunge mai il più lento. Ce lo conferma Mario Fresa stesso, quando scrive “è un susseguirsi di immagini non più sovrapponibili, ciascuna delle quali non è mai identica a ciò che la precede”. Nel testo sui testi tutto si trasforma, non è più simile, ha subito trasformazioni irreversibili, una delle quali è la non ricomponibilità, la misurabilità smarrita. Certamente la coscienza, che dovrebbe reggere le briglie dell’unità, sembra frantumarsi e frammentarsi all’infinito. Quando la coscienza non compie più il suo dovere, le immagini, difatti, si moltiplicano, non vengono scelte in base alla necessità, soprattutto quelle relative a una logica della sussistenza biologica, ma si moltiplicano, quasi ad offrire un florilegio delle possibilità.

*

Ritornando alla parola, essa mostra un’invidia nei confronti delle arti plastiche e musicali. Nel senso che la parola, dall’alto della sua astrazione, le tenta tutte per superare, non la mimesi, giacché di mimesi mai vi è traccia nelle arti, ma appunto ciò che deriva dai sensi. Sarebbe mai la parola, già solo per questo, capace di tenere fermo il toro per le corna, di tenere a freno la sua stessa corsa? Intanto, la sintassi mostra un respiro corto; risente della velocità delle associazioni che vengono alla mente. Deve roteare, mitragliare in tutte le direzioni. Il lessico è accuratissimo, penso alle coppie di participi presenti (“guardanti respiranti”), agli aggettivi joyciani e longhiani profusi nel testo, ma soprattutto al linguaggio pirotecnico, capace non solo di tessere, fra le pagliuzze d’oro, alcune escrescenze dialettali, ma di tenere l’acceleratore premuto senza mai consentire che la tensione cada o si allenti! Se non che, per seguire, quanto più metamorficamente, le arti visive, accade che anch’essa si spacchetti in incongruenze: certi aggettivi sorprendenti rispetto al sostantivo che accompagnano denunciano la rincorsa delle parole ai riflessi, anziché alle sorgenti luminose; si disperde in rivoli fluenti di disgressioni locali. Esattamente come il progetto dell’opera pretende. Con la sua forza propulsiva e deragliante, che gli abbiamo visto sfoggiare nelle sue raccolte poetiche, Fresa fa risuonare la grancassa e rilucere il firmamento.  Il lettore non può lasciare nemmeno per un istante la guida al solo sguardo, staccare il cervello e scivolare sui declivi del consueto. La macchina di Fresa lo costringe a seguire con ansia il prossimo svincolo, il luogo ove si produce uno sviamento continuo: “è tempo di rinunciare a capire”. È tempo cioè di abbandonare la logica, di utilizzare gli strumenti della complessità, di abituarci a un nuovo paesaggio, a nuove figure (gli altri, “se li prendi a uno a uno sono gelati misti, mostruosi dorsi pieni di cecità, di fragore indescrivibile”).

*

La psicanalisi viene equiparata a un’indagine poliziesca che il paziente vuole depistare (e il pensiero corre subito ai testi di Dürrenmatt, dove sono l’ingiustizia e il sopruso a pretendere che sia impossibile annichilire l’indagine). Eliodoro, dallo psicoterapeuta, costruisce l’inconscio che gli aggrada. Ma ancora altri percorsi riflessivi si dipartono dalla frase “ogni malato ha un talento che non mostrerà mai a nessuno” poiché ci sovviene il ricordo della mostra La ricerca dell’identità di Gianfranco Bruno sulle capacità artistiche di soggetti etichettati come mentalmente disagiati o il lavoro ostinato di Nannetti sul muro dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. Ciò esige che si estirpino certi paletti divisori all’interno della cultura, i quali sono utilizzati come paratie difensive poste dai benpensanti. Inoltre, l’indagine poliziesca è un genere letterario e i pensieri liberi della madre di Eliodoro ci riportano al discorso interiore della Molly di Joyce. Per quanto giriamo nel labirinto letterario, ci ritroviamo allo stesso punto. E dal linguaggio che non si esce: la realtà così come il sogno noi li restituiamo con la parola. Realtà e sogno sono allora cose già altre, già perdute: “o si parla o si ama” o anche “la vita non mentiva, ma era sempre una cosa dipinta”.

*

Frequentissimi anche i riferimenti non solo ai quadri della storia dell’arte, ma anche alla musica: il gatto che ha “il passo mahleriano”, l’”operistica spruzzatura”, “in un giro di Suite”, “e poi si mette ritto ritto come l’Eroica”, “andatura diavolesca tartiniana”. Certo, se il desiderio di descrivere la musica è ancora più difficile da raggiungere rispetto a quello di far parlare l’arte, nel testo di Fresa si assapora, non di meno, un rutilante, festosissimo ritmo. Sonorissimo. È un romanzo corale; si direbbe che ci siano tutti, da Clara e Schumann a von Eyck, e gli autori non citati esplicitamente vedono comunque i loro personaggi partecipare all’affresco tratteggiato da Mario Fresa, il quale avvisa che “cercheranno di nuovo di far tacere tutte le voci”. Ecco ciò contro cui si deve combattere. Disseppellirle, renderle attuali con la conoscenza, con lo studio, vuol dire fare largo a un pensiero critico, non omologato: “Lottiamo per trasformarci in un verbo finito” e, invece, dovremmo, per l’autore, restituire alla mente la sua potenza, non spaventarci delle sue risorse. Il sogno ridiventa il luogo del possibile, del rovesciamento. Si dovrà però anche comprendere che la storia è sempre la stessa. Che si è affetti dagli stessi vizi, che si hanno pensieri miseri sempre, che tutti compiono bastardate. Che invece, una posizione bisogna assumerla. La storia, presente nella mente dell’autore, diventa, nella sua totalità, attuale: Napoleone o Lenin sono contemporanei. Sono divenuti materiale esistenziale: Robespierre “schiva le pallonate della storia”: la sala della Pallacorda è produttore di metafore attinenti alla sovrapposizione di passato e presente. L’autore si assume la responsabilità di un resoconto da cui non ha alcun senso espungere qualcosa, ma che è da rivisitare e valutare! L’ironia di Fresa è attingibile ad ogni passo e vale come cartellino abbassato o alzato. Ci viene in mente La Divina Commedia per quella perlustrazione che vale come summa, costruzione di valori, mentre si esecrano gli ingiusti!

 

*

Oltre al mito, che funge da materiale costruttivo al pari delle percezioni e degli oggetti, dei personaggi romanzeschi (Malebolge, Ananke) o biblici (Ester), che sono materiali letterari, i quali appartengono alla nostra esistenza al modo dei materiali esistenziali, sono presenti anche materiali televisivi (previsioni meteorologiche, telegiornale), e poi il cinema, la poesia, le ballate, le canzonette. A ogni nome, da Cacciatore al Rinoceronte, sembra di assistere a un continuo scambio di identità. Ci sono ricordi, nella confessione che Eliodoro fornisce al suo psicoterapeuta, che sono parodie (si pensi alle pagine di Klossowski o di de Sade, di cui vengono restituiti protagonisti e vicende). Diversamente che nel gioco del Domino, i pezzi non cadono in maniera prevedibile, ma si aprono a raggiera, captando nuovi sviluppi testuali. E, d’altronde, non sono forse ascrivibile a ogni personaggio molteplici interpretazioni? Dunque, tutto è aperto. Che sarà mai il romanzo, se non lo sviluppo continuo e imprevedibile di casi, quelli sì, sempre prevedibili e finiti, della violenza sessuale, del predominio, del tradimento, dell’innocenza raggirata, delle speranze disilluse, così come naturalmente dei piaceri della carne e del gusto, della felicità, dell’allegria e dell’ingenuità infantile! Ma forse prevale la denuncia che ci fa riassaporare le pagine di Dickens, contro le sopraffazioni, gli appetiti sessuali, le aberrazioni comportamentali. Eliodoro è un testo che ingloba la morale come condizione necessaria per distinguere il bene dal male: ecco ciò su cui non si nutre mai un dubbio nel leggere il romanzo di Mario Fresa.

*

Tutti i materiali collaborano in egual grado alla tessitura dell’arazzo: il filo non si perde. L’associazione è sempre proficua, anzi, la fervida inventiva, la capacità associativa di Mario è strabiliante, oltre che sorprendente, e apre di fatto a nuovi percorsi di senso, di cui uno, particolarmente rorido, è il filone erotico. Nessun materiale letterario è fatto salvo dalla famelica ingordigia citazionista di Fresa. I capolavori che Eliodoro “rivede in mente ovunque” in ogni luogo divengono il nostro inconscio: risalgono, dirottando l’esistenza, il nostro presente. La logica è sopraffatta da codesta immissione continua di materiali testuali ed esistenziali, che passando al vaglio della scrittura, divengono effusiva lava. Non siamo, d’altra parte, lontani dalla Sicilia con Eliodoro, il mago di Catania, invero metamorfico, protagonista del romanzo, ma anche alter ego autoriale. Colpisce, nel romanzo di Mario Fresa, la resa stilistica omogenea capace di tenere testa alle enciclopedie musiliane, la composizione che vale non solo per il presente, ma che si trascina tutto il retaggio culturale messo a segno in tutti i campi dello scibile umano, scienza non esclusa! In questo senso, il romanzo ridiviene strumento efficacissimo che, al di là dell’annuncio sul suo stato di salute, rilancia la questione degli infiniti romanzi che mancano all’appello. Ma vale anche come verifica di ciò che sappiamo e di ciò che non abbiamo ancora imparato. Come se la storia, la narrazione cronologica degli eventi umani, non avanzasse, e per sempre si ritornasse alla favola dei bambini e dell’orco e fosse necessario un pensiero diverso per valutarne possibili origini e probabili esiti.

“La ragione cos’è? “A questa età si crede a tutto…”. “Giganti e fantasmi insieme”.

In un’età in cui sempre più prossima appare la dipartita, non è la ragione, quella ragione che separa e divide, che importa, quanto un accettare qualsiasi cosa, senza preclusione. L’esistenza di tutto e tutto insieme. Soprattutto in riferimento alla seguente questione da non deporre mai come fosse irrilevante: “Perché volere bene se può diventare qualcosa come niente, un breve incidente da cancellare dalla memoria dei più curiosi?”. Non sarà nemmeno una sperata faccenda di metempsicosi: in fondo tutti vivono nella mente degli altri. Certo, negli orti culturali, l’innesto è immediato e inevitabile. Si tratta di qualcosa che invita a non sterminare sensazioni e sentimenti in nome di una logica censurante, spesso scientifica. Se logica non può mancare, a maggior ragione debbono sedere a tavola sensazioni ed emozioni. Leggere Eliodoro è un atto terapeutico, come lo è ogni classico. Sgombra la mente, fa accedere all’intero, accoglie tutte le voci, non più sottoposte ad oblio, soprattutto quando sono una marca del male, consentendo di prendere posizione su una scacchiera finalmente sgombra da rimossi e cancellazioni, macerie di nessuna utilità per la storia.

                                                                                                Rosa Pierno

 

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa (10 luglio 1973) ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali come «Paragone», «il verri», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «Recours au Poème», «Nazione Indiana», «Smerilliana», «La Revue des Archers» e «Poesia». È presente in varie antologie pubblicate sia in Italia sia all’estero, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), Almanacco dello Specchio n. 8 (Mondadori, 2008), Veintidós poetas para un nuevo milenio (in «Zibaldone. Estudios italianos»; Università di Valencia, 2017). Ha pubblicato vari libri. In poesia e in prosa: Liaison (Plectica, 2002, Premio Giusti Opera Prima); Alluminio (2008; tradotto in Francia da Viviane Ciampi); Uno stupore quieto (Stampa2009, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, 2015); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018); Bestia divina (La scuola di Pitagora, 2020). Nel campo saggistico, ha tra l’altro curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola De cura rei familiaris attribuita a Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Ha curato, inoltre, il Dizionario critico della poesia italiana (Società Editrice Fiorentina, 2021). Fa parte del Comitato di redazione del semestrale «La clessidra» e della rivista internazionale «Gradiva» (Università di Stony Brook, New York). Una nuova raccolta poetica, Il mantello di Goya, uscirà nel 2023 a cura di Maurizio Cucchi.

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Una vita in scrittura: Antonella Pizzo

07 mercoledì Dic 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 4 commenti

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Antonella Pizzo, Loredana Semantica, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Per  Una vita in scrittura ho rivolto l’invito ad Antonella Pizzo, che l’ha interpretato come segue.

Grazie Antonella

Da ragazza leggevo come una forsennata, sempre libri in prestito presi in biblioteca, solo narrativa, niente poeti, alle superiori mi ero innamorata di Foscolo, amavo i suoi sepolcri, ero gelosa della sua amica caduta da cavallo,  lui non mi amava, non mi aveva mai conosciuta, vivevo nel suo futuro e non avevo un cavallo da cui cadere. Poi la scuola finì e io lo dimenticai. Ora amo Eliot, non so perché, l’amore non ha una ragione, so che se  sto male e leggo Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock mi pacifico, pare che io non sia la sola, mi è stato detto anche da altre persone, la devono studiare questa cosa, sarà una questione di vibrazioni come quando le mucche ascoltano Mozart e fanno più latte. Quando avevo già i miei bei 50 anni ho cominciato casualmente a scrivere versi, mi sono imbattuta in un concorso di poesia, era un concorso di poesia sullo sport, 36 versi, la cosa mi intrigò parecchio per diversi motivi: non avevo mai scritto una poesia, tanto meno sullo sport, non avevo mai partecipato a un concorso, non avevo mai praticavo uno sport, non seguivo lo sport. Ma si potevano scrivere poesie sullo sport? 36 versi poi mi sembrarono una enormità.  Fu una sfida, la scrissi per distrarmi, avevo un grave lutto da elaborare,  così mi cimentai e scrissi una poesia dedicata ai meninos de rua e al pilota brasiliano  Ayrton Senna da Silva, morto nel 1994. La poesia l’ho smarrita e il concorso non l’ho vinto, però da allora ho scritto ininterrottamente per dieci anni, prima su it.arti.poesia, poi sui blog, su spinder con poetienon, su wordpress con viadellebelledonne, poi pit stop, sosta ai box, ora in attesa di ricominciare, spero. Il mio sito personale

http://antonellapizzo.wordpress.com

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Una vita in scrittura: Toni Piccini

30 mercoledì Nov 2022

Posted by Maria Grazia Galatà in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Maria Grazia Galatà, Toni Piccini, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

Maria Grazia Galatà ha rivolto l’invito a Toni Piccini che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite a Toni.

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