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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

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“Dispositivi” di Stefano Guglielmin. Una lettura di Loredana Semantica

15 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dispositivi, Loredana Semantica, Marco Saya Editore, Recensioni, Stefano Guglielmin

Che possiamo noi realmente sapere
degli altri? chi sono, come sono…
ciò che fanno… perché lo fanno…

Luigi Pirandello

Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe.
Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile da quello che la volpe racconta al Piccolo Principe di Saint Exupery. Potremmo dirlo familiarità o affezione, ma addomesticamento rende meglio l’idea quando si consideri la sua radice etimologica – dal latino domus, casa – preceduta dalla preposizione latina ad che potremmo tradurre come approssimarsi a, contenendo la particella un senso di movimento verso.
Il titolo della raccolta “Dispositivi” potrebbe far pensare al linguaggio tecnologico, e quindi ai devices da collegare ai propri personal, per chi si occupa di sicurezza, sovvengono alla mente i DPI dispositivi di protezione individuale, tra i quali, di recente, balzate in prima linea, le mascherine che tanto hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. In ambito sanitario DM sono i dispositivi medici, una lunga lista dai medicinali alle protesi, ausili e prodotti di ogni genere in materia di sanità e salute. Chi è operatore del diritto intende il dispositivo come contenuto della norma, nelle aule di tribunale dispositivo è la decisione della sentenza.
Un titolo che intercetta vari ambiti di utilizzazione, evocatore e al contempo semanticamente suggestivo. Etimologicamente dispositivo deriva da disporre, verbo composto dalla radice dis, prefisso di origine greca dai molteplici usi: privativo, negativo, rafforzativo…e dal latino ponere, porre, avente quindi il significato, a seconda dei casi transitivo o intransitivo, di ordinare nello spazio, decidere, statuire, poter contare, potersi servire. Dal che dispositivi, plurale di dispositivo, trae dal verbo questa molteplicità di significati che vanno da decisione a congegno o apparecchiatura.
Non c’è dubbio che nessuno può astenersi, vivendo, dal rapportarsi coi dispositivi, salvo vivere come eremita o selvaggio, e basterebbe persino che quest’ultimo inventasse, ad esempio, un congegno che faccia cadere dall’alto l’acqua per lavarsi in una rudimentale doccia e avrebbe già creato un dispositivo. Se dalla singolarità si sposta l’attenzione alla comunità, qualunque forma organizzativa ha la necessità di strutturarsi in organi attribuire poteri, qualunque organo detentore di potere esprime la volontà decisionale appunto attraverso “dispositivi”. Emerge chiaramente l’imprescindibilità dei “dispositivi” nell’esistenza tanto del singolo che della collettività.
Si tratta dunque di un termine pertinente all’umano, che, in ambito filosofico, è stato coniato da Michel Foucalt intorno al 1975 per riferirlo a un insieme eterogeneo di “discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche” applicati alla manipolazione dei rapporti di forze per svilupparle in una certa direzione inibirle o utilizzarle. I dispositivi hanno a che fare con gli ambienti sociali e con il potere. Sono forme o manifestazioni del potere dirette ad indurre i comportamenti dei soggetti. Agamben estende il concetto di dispositivo a qualunque “cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”, non solo quindi in ambiti sociali dove l’esercizio del potere è evidente: scuole, prigioni o fabbriche ecc. “ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi”
Che il titolo della raccolta poetica abbia a riferimento il pensiero filosofico è chiarito dalle due citazioni che Guglielmin premette alla stessa, di Giorgio Agamben e Amos Bianchi tratte dai rispettivi saggi “Che cos’è un dispositivo”. Entrambi i filosofi insistono sul concetto di relazione intercorrente tra i dispositivi e soggetto, l’uno centrando la questione sul processo di “desoggetivizzazione”, cioè di fagocitazione del soggetto nel dispositivo, l’altro sulla “modellazione” comportamentale del soggetto, entrambi pongono dunque il problema del rapporto tra singolo e dispositivo e in definitiva tra dispositivo e libertà.
Dalle premesse non possono che trarsi le chiavi di lettura dei testi poetici: pensiero poetico/filosofico e relazione individuale/collettiva coi dispositivi.
Non si scrive poesia per esprimere l’io, l’uso del primo pronome personale comporta sempre il rischio di essere tacciati di osservare il proprio ombelico, che non è solo ristrettezza di visione, ma ancor peggio contemplazione del sé nello specchio del fiume sulle cui rive ci si sporge cantando, cioè di innamoramento del sé similmente al Narciso mitologico, incapace per “sortilegio” divino di innamorarsi dell’altro. È inevitabile tuttavia che lo scritto poetico conduca un approfondimento interiore, salvo che non si abbia l’intento di raccontare una “storia” facendo ricorso alla forma del verso. Anzi in poesia questa “indagine” deve essere condotta con determinazione impietosa fino a quelle profondità o, se preferite, a quelle altezze, dove l’io si disperde in particelle rarefatte, invisibili, impercettibili, conato umano in cerca di assoluto. Ciò che si è scritto, così depurato, diventa specchio di tutti, ostia di ognuno. Assoluto – e il corrispondente sostantivo assolutezza – hanno la radice etimologica nella parola latina ab solvere, composta dalla preposizione ab “da” e dal verbo solvere – sciogliere -, quindi assoluto è termine evocatore del senso di libertà da ogni peso, laccio, oppressione, non solo da corporeità fisica e quindi assoluto nel senso di metafisico, ma anche da inibizioni che ostacolino il raggiungimento dell’essenza, cioè della verità. L’atto poetico ha nell’assolutezza e nella verità connotazioni imprescindibili, alle quali non può rinunciare specialmente quando si indaga di “dispositivi” più o meno in-accettabili. Smarcare l’espressione dall’io non la depura dalla necessaria sovrapposizione tra io poetico e io autentico e ancora meno sterilizza il seme poetico innervato nella poesia, cioè l’atto politico inteso come ingrediente che penetra nel sociale, per progressivi cunei: osservazione, descrizione, critica, contestazione, sovversione. “Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco” (Edmond Jabes)
Delicatezza, sobrietà, riflessione, denotano e persistono nelle poesie di Guglielmin. L’espressione poetica sorge da un’attenta osservazione del presente, da un vissuto che, introitato dai sensi, trasuda pensiero enucleato da uno stato profondo di meditazione che si trasferisce nei testi in un linguaggio controllato e rifinito. Sovviene nuovamente Jabes “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione.”
Il misurato controllo del dettato, deposto ogni cedimento emotivo o individualista, soppressa ogni animosità o velleità, prese le distante da apologia, invettiva o assertività, ingenera alla lettura una sorta di fiduciosa certezza che il bene misteriosamente, cioè in modi in gran parte sconosciuti, si oppone ancora al male, veicolando sottotraccia – quasi messaggio subliminale – che quest’ultimo, cioè il male, sarà sconfitto, il bene trionferà, gli uomini buoni si riconosceranno tra loro nella rivelazione finale dell’autentica essenza comune.
Un’apocalisse, ma garbata, uno scempio senza dolore, senza vincitori o vinti, ma affratellati in una catarsi collettiva, quasi che si possa sperare per e sulla parola in un mondo rigenerato che riconosciutosi traviato e infetto, ricorre alla cura e splende. E’ una visione celestiale iperbolica, sognante, che investe la poesia di una funzione epica o mitica, tanto più travolgente quanto più è convincente la mano che guida il testo. Questa lettura è lontana dagli intenti dell’autore? Poco importa. E altri lettori è auspicabile decodifichino un simile messaggio? Per questa via potremmo restituire alla poesia la funzione di lettura sociale degli eventi e del mondo. L’avremmo cioè riportata al suo ruolo essenziale, assoluto, “costitutivo”? La poesia interroga, dice ancora al riguardo Edmond Jabes: “Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, … La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio”

Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1918,

Di fronte agli occhi solo il testo e il testo è un orizzonte, come guardare oltre le nuvole dalla cima di un monte, nel gelo delle vette, nel distacco della solitudine, lo spirito è in ascolto, scorre il pensiero sul mondo.

La “vibrazione” che la parola trasmette alle antenne poetiche è luce di candela, fioca luce che brilla di speranza, sgusciante tra le righe di crucifige, occhieggia e non trabocca, suggerisce non grida e perciò, nel sicuro controllo della forza, più forte si dimostra dell’avversione manifesta, dell’urlo o protesta, dell’acuto stridente, dell’invettiva. E’ il volo tremendo in picchiata del falco pellegrino sulla preda senza pena. Implacabile come la natura, senza furia. La calma dello zen. Il colpo del karateka che concentra la potenza nel colpo spaccando di netto tre tavole.

niente. E la gente è fascista: volevo dirlo
anche se non serve, la gente
è feroce. Fascista e feroce, infelice.

Nel libro le poesie sono ripartite in Dispositivi del poetico e in Dispositivi della salute. Appurato che il linguaggio poetico è un dispositivo (vedi sopra Agamben) è del tutto coerente dedicare ad esso i componimenti poetici iniziali, consegna al lettore di una matura e accorta poetica.
Nella fuga della lepre, dis-ponendo insolitamente la parola sul foglio, giocando col termine corsa, sfuggendo l’io, nell’apoteosi degli infiniti sotto l’egida del distinguere, dove pensare è scarto mentre parlare rompe gli indugi e mette a repentaglio la vita. Parlare espone al pericolo. Dire come di fatto è: parla il poeta, pensa.
Il poeta deve il necessario controllo del testo nonostante il canto delle sirene (contaminati linguaggi) ha l’obbligo di scansare il trito e ritrito, l’ovvio e il retorico, di non produrre poesia quotidiana a percussione compulsivamente, ma deve dissenso vero o dispersione, indicando la via per cui “la sfida/ è amare quel buio infetto, rifondare”, raccogliere l’imo, farsene carico, indurre la catarsi: la responsabilità del poeta.
La poesia gronda rimandi, a “Ciao cari” ad esempio (precedente toccante raccolta dello stesso autore) o all’ illuminazione dell’inarrivabile Rimbaud: “io è un altro” fondante in poesia tutta la teoretica dell’alterità dell’io. Troviamo citati poeti, tra gli altri, Sereni, Poe, Baudelaire. Le citazioni contenute sono riportate in un foglio di note alla fine del volumetto.
Dispositivi della salute si apre con un omaggio a Caproni in “L’eterno ritorno” la chiusa “tornare dove non si è mai stati” richiama la chiusa di “Biglietto lasciato prima di (non) andare via” di Caproni. Non credo sia un caso che il poeta rifletta sulla transitorietà dell’essere, non solo perché scrivere poesia è inevitabilmente un continuo confronto con la caducità dell’esistere, ma in “Dispositivi” , ritengo, le recenti vicende di crisi della salute collettiva, la contiguità al pericolo, ai rimedi, alle costrizioni di tutela, non siano state ininfluenti sull’atto creativo poetico, tant’è che non manca una sorta di “ode alla mascherina”.
Scuola (vedi la poesia “Griglie di valutazione”), ospedali, cure mediche, terapie sono tutti oggetto d’attenzione del poeta. Dopamina, serotonina ossitocina elementi chimici che producono anch’essi, inoculati nell’organismo o dallo stesso naturalmente sintetizzati, effetti di condizionamento dei nostri sensi, sentimenti, reazioni, risposte biologiche, per cui l’essere umano è soggetto non solo ai dispositivi (oggetti, comandi, forze) già noti e definiti, ma il poeta rimarca che persino la chimica genera mediatori: proteine, aminoacidi, enzimi, medicinali, vaccini, tutte droghe in senso lato, cioè elementi che introdotti nel corpo ne provocano una modificazione a cui l’essere viene assoggettato, condizionando il suo fisico, le risposte del suo corpo. Input chimici quindi: dispositivi anch’essi?
“Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.” Edmond Jabes
“Incanto”, la terzultima poesia, ha un titolo che è un gioco di parole, e snocciola con perizia una serie di intriganti quartine da marketplace, ma, in verità, corre l’obbligo di dirlo, tutto il linguaggio dei “Dispositivi” è sapiente disposizione sul foglio della parola, uso convincente soprattutto dei punti, a stoppare il respiro, in oculate cadute di ritmo, a rimarcare il senso dei finali. Greppia, infiniti, paronomasie. Magistrale la tenuta del testo. Il finale è ancora un omaggio, stavolta all’insegnamento zen. Breve capolavoro e chiusa d’opera. Come la citazione che segue, ideale prosecuzione della citazione precedente di Jabes.
Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze (Hannah Arendt)

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Una vita in scrittura: Letizia Dimartino

15 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Letizia Dimartino, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Letizia Di Martino che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Letizia.

Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no

Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Fogli a quadretti, grandi. Un bloc notes antico, le mie parole. Sono un’altra. Il flusso, i versi che diventano facili. Una stagione di scrittura. Un libro. Lo faccio leggere, non so cosa mi sia accaduto. Stiamo insieme, io e mio marito, lungo una strada di campagna in una domenica mattina. Il mio libro accettato, le promesse. Si apre qualcosa. Margherite di campo, cani che abbaiano, il silenzio della campagna, la città vicina con le sue case grigie, la pietra opaca, il cielo basso sui tetti scuri. Torniamo senza parlarci. Cosa, cosa sta succedendomi? L’anno 2000 e la sofferenza tutta. Questo io conosco. Ho lunghi capelli biondi. Non li tingerò più, il bianco si insinua piano piano. Io sono questa, mi dico. Ormai il tempo dovrà vedersi nel mio corpo. Che parla quanto il mio libro troppo addolorato. Sarà il primo. Poi verrà tanto altro e sarò. Sarò.

La poesia mi abitò a lungo. Nei giorni difficili e in quelli felici. Nelle mattine piene, in mezzo ai miei genitori vivi e poi malati, con i figli vicini e presenti, con gli amici che mi seguirono, con le sere chiuse e spente, con le ore agitate. Con la bellezza e l’età che mi cambiava. È stata una scoperta, una svolta, una sorpresa, una necessità, una costanza, uno stupore. E poi l’ultimo libro a chiudere un ventennio: Stanze con case. Credevo potessi ricominciare a scriverla. Mi sono sbagliata. Ora sono questa. E anche quella. Non so

Ho avuto un ventennio inusuale, stando come sollevata da terra, trovando conforto, conoscendo poeti che mi hanno formata e portata là dove non avrei immaginato. Posso adesso ben dire che esiste un prima e un dopo la poesia. Ma forse in quel prima, quando cioè essa ancora sembrava non esserci, io l’ho sempre scritta senza accorgermene. Ecco, questo io voglio pensare adesso: che ho sempre scritto.
Il dono è stato l’aver scoperto che potevo scrivere e che di ciò potevo esistere

La poesia risale appunto ad un periodo fatto ancora di brevi uscite mie, una parvenza di vita semi normale, il ritrovarmi con la folla in un centro commerciale, nella sua solitudine. Però avevo il sentire della mia vita che finiva piano piano, la necessità del tornare in casa per il dolore fisico incombente e qui trovare come una “perdizione”. La constatazione che il fuori inconcludente e vacuo aveva nella sicurezza delle stanze lo stesso senso di fine. Attimi di sgomento e di rassegnazione che ho dovuto alimentare poi sempre per sopravvivere. Negli ultimi verso parlo di una voce però, come ultima salvezza. E ad oggi posso dire che di queste voci ne ho ascoltate tante ma che le ho tutte perdute. Anche se esse vogliono resistere nel tempo. È stato, il tutto, molto crudele

Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze

Il vivere proustiano nella stanza, il letto che attira e che comanda. Non uso più una biro, la matita solo per la lista della spesa, e poi mi resta ancora la capacità di pigiare sulla tastiera dell’iPad. Mai più ad un pc mai ad un tavolo mai su un foglio o quaderno. Ma mi resta lo scrivere. È inevitabile pensare a ciò che si è stati, al “fummo” siciliano. Ma anche questo vivere può essere bello, non fosse che ho una paura immensa di invecchiare. E invecchiare con questa malattia che di anno in anno sottrae qualcosa, a volte anche di mese in mese. E allora la vecchiaia diventa spettro ed è inutile farsi coraggio, perché so già cosa avverrà. Vorrei essere una attrice cui si fa una intervista, che dice di non temere niente, non certo di invecchiare, e intanto gli specchi nelle stanze sono coperti da lenzuola. Invecchiare scrivendo in eterno. Ho amato certi scrittori con la forza della gioventù, come è successo a tanti, nei giorni in cui leggevo attorcigliando le mie gambe su una poltrona bassa di velluto gialla come il whisky. E fuori era sempre un primo pomeriggio… e lo fu a lungo

Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa.
Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa. E niente ricorreggo. Vale sempre la prima stesura. L’istinto che vince su tutto. La verità che emerge, il passato che mai può finire.
Ho scritto in prosa della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre, il padre infelice. I loro profumi, i loro corpi. Il cibo e i vestiti. Tre città desiderate. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile. C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Io ho un cuore purtroppo non pacificato, perché la malattia cronica mi impone domande e mai risposte. Cerco di vivere non alla giornata, e dispongo desideri di scrittura dentro, in quel dentro che mi aiuta e mi segue. Paga di almeno questo. Ho il cuore di chi è finalmente certo di avere un dono vero. E qui ritorno allo stupore di cui ho detto all’inizio. Sono io, e io ho questo cuore. Per me e per gli altri che vogliono leggermi. Sì, il cuore. Che vince su tutto, finché potrò aprirlo con generosità di scrittura, con una mano che potrà ancora digitare, nel dolore. Perché ho anche il cuore del dolore. Quello che mi fa dire. Che mi unisce a tanti. E che unisce i tanti a me. Lo scambio del cuore. E la memoria che resiste e si fa grande

Letizia Dimartino

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“Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere nella poesia di Giovanni Tavčar”. Recensione di Floriano Romboli.

13 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Floriano Romboli, Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia

 

Il solido impianto concettuale che sostiene e caratterizza l’elaborazione artistico-letteraria del poeta triestino si obiettiva, nei versi della più recente raccolta significativamente intitolata Tra speranza e angoscia (Guido Miano Editore, Milano 2022), nell’esplicita rivendicazione dell’essenzialità dell’atto del pensare, nella sottolineatura della primarietà della riflessione critico-intellettuale quale tratto qualificante la vicenda storica e morale degli uomini: «Nessun pensiero / che attraversa la nostra mente / lo fa per caso / (…) Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero» (Pensare). I miei corsivi intendono innanzitutto porre in risalto la perizia compositiva di cui l’autore dà prova in un testo dal suggestivo equilibrio circolare e contraddistinto dall’impiego meditato dell’enjambement e dalla predilezione della serie enumerativa, una peculiarità linguistico-espressiva, quest’ultima, ricorrente nella ricerca lirica di Tavčar: «Spesso / ci lasciamo incantare / da chimerici castelli / di cartapesta, / da luccicanti illusioni, / da baluginanti lustrini, / per sfuggire / alle ansie della vita, / ai buchi neri disseminati / dal nostro essere opaco / e stravolto //…» (Illusione); «L’armadio che non si apre, / l’orologio che continua il suo sonoro / e snervante ticchettio, / i tarli che rodono il legno, / il computer che non si accende, / gli appunti illeggibili, / la radio che gracchia, / il rubinetto che perde, / la vicina che strepita e urla, / la lametta consunta del rasoio / che mi regala abrasioni, / l’asciugamano pulito che non si trova /…» (Grigia previsione). Il titolo del libro vale poi l’indicazione “avantestuale” della fondamentale ambivalenza propria di una concezione della realtà intimamente bilicata fra la dura, impietosa constatazione del “mal di vivere” – con le ansie, i dolori, le frustrazioni logoranti, lo sconforto che affligge e costerna -, e, contrastivamente, l’adozione di un atteggiamento fiducioso, l’affermarsi di un animus positivo e persino appagato, nell’alternanza di taedium e di amor vitae. «Stare dentro l’angoscia / è una situazione / che rode e divora. // Un rotolìo furioso / di cieli contrariati, / di venti mordaci, / di perse ragioni. // Singulti di ore / che scompigliano / passi senza domani, / recinti inossidabili. // Un consumarsi continuo / che spegne / i già deboli e rari barbagli / di luce» (Angoscia); e in un rapido moto diadico, in un sorprendente rovesciamento sentimentale e ritmico: «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. // La bellezza m’incanta / e mi fa cantare / all’unisono con i suoni, / mi fa volteggiare / come un albatro / sull’immensa superficie / dei mari, / mi fa riposare sui declivi / della mia sorte. //…» (Sto aspettando), con il correlativo apprezzamento della serenità, della giovinezza, dei momenti di gioia che per “miracolo” scaturiscono dal mistero dell’esistenza: «Sotto la spinta / dei sogni / il risveglio si è rivelato / stamattina / roseo e incantato. // Immagini / colorate e fiorite / mi saltellavano intorno, / (…) // E la mia giornata / si è miracolosamente / rivestita / di insperate gioiosità» (Insperate gioiosità). Risulta pertanto del tutto consequenziale nella struttura dei testi la diffusa formalizzazione dei contenuti etico-culturali attraverso la figura dell’antitesi e agevole sarebbe l’esemplificazione; in questa breve nota mi preme segnalare il nesso oppositivo costrizione/libertà: «…/ Itinerari di passi / senza mète / smembrate fantasie, / echi di nuove paure. // Talvolta smarriamo / la giusta direzione / e ci troviamo impantanati / in limacciosi grigiori / dai quali / è molto difficile uscire» (Talvolta). Nel campo della coazione è la triste esperienza dello spazio chiuso e soffocante, della deiezione spirituale, dell’inaridimento interiore; in quello dell’autonomia sono la spazialità aperta, l’aspirazione all’autenticità e la speranza della felicità: «Rinchiuso / tra le quattro mura / della mia stanza / penso e rimugino sul senso / della vita, / vigilo, fisso lo sguardo / sulle case / e sulle vie che mi / circondano, / ma non aspetto nessuno. // Eppure / so che prima o dopo / qualcuno verrà, / deve venire, / a ristorare le mie pene, / a perdonare / le mie mancanze, / a guarire / le mie ferite / e mi trasporterà / verso orizzonti senza / confini, / verso dimore senza mura. // So che qualcuno verrà. // Sicuramente» (Qualcuno verrà). È arduo, pure per un artista sensibile e generoso come Giovanni Tavčar, raggiungere un punto di stabile sintesi fra tali spinte confliggenti; e la composizione può talora darsi, piuttosto che in una condizione di armonia psicologica e affettiva pienamente realizzata, nella sofferta tensione propositiva, nell’impegno idealmente costruttivo avvertito quale compito storicamente e precipuamente assegnato alla specie umana: «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino, / alimentare / la gioia del nostro sorriso, / affinché si diffonda / e divampi / anche sui volti / di chi ci attornia. // Solo così / porteremo a compimento / il compito / che ci è stato affidato / in questa vita» (Compito).

Floriano Romboli

 

  

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

 

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~A viva voce~

11 sabato Giu 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri, Variazioni su un dolore solo

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/06/non-farti-ingannare.m4a

 

non farti ingannare dalle tende scure
 
dal legno color noce
 
dove sta inciso il nome,
 
non pensare alle mie stanze
 
come a voliere di uccelli neri
 
ai miei soffitti come cielo a bruma
 
al lampadario quasi deserta luna
 
 
 
a volte qui è schiamazzo
 
la palla che rimbalza contro il muro
 
un pazzo che corre con le stelle
 
un bambino che ha fretta dietro alla porta
 
 
 
come se fuori fosse sempre estate
 
come se ci fosse il sole
 
come se non si invecchiasse mai
 
come se non si morisse mai.
 
 
 
Francesco Palmieri
 
 
da “Variazioni su un dolore solo” –  raccolta inedita

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Dianella Bardelli, “Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore”, Compagnia editoriale Aliberti, 2022.

10 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in Eventi e segnalazioni, LETTERATURA

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Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore, Dianella Bardelli, Lenore Kandel

 

Dianella Bardelli

Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore

Lenore Kandel, la musa dell’amore hippy

Compagnia editoriale Aliberti, 2022

 

Lenore Kandel è una figura tutta da scoprire per il pubblico italiano. Il suo libro di poesie The Love Book provocò un terremoto nell’America degli anni Sessanta. Lenore fu tra le protagoniste della Summer of Love di San Francisco nel 1967: la stagione che avrebbe dovuto cambiare il mondo.
Bellezza carismatica, forme rotonde e sensuali, un carattere forte e sereno, Lenore si legò a Bill, un membro della banda degli “Hell’s Angels”. Proprio dal loro incontro comincia questa biografia romanzata, che trova una improvvisa, drammatica svolta nell’incidente in moto della coppia, da cui Lenore uscirà menomata e reclusa in casa per il resto della vita.
Al centro di tutto resta The Love Book, un inno all’eros fra i più espliciti e totali che siano mai stati scritti. Sono passati cinquant’anni e più: ma la sua forza esplosiva, la sua quasi divina energia sensuale scuoteranno ancora le lettrici e i lettori di oggi.

L’autrice racconta Lenore Kandel

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/06/lenore-kandel-di-dianella-bardelli.m4a

 

Dianella Bardelli

Ha pubblicato vari romanzi. L’ultimo, nel 2018, dal titolo 1968, è dedicato alla Bologna di quell’anno. Ha insegnato Lettere e scrittura creativa.

 

 

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Il cane” di Rafael Barrett

09 giovedì Giu 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Il cane, Racconti, Rafael Barrett, TRADUZIONI

P A R A G U A Y

 IL CANE

 (1911)

Rafael Barrett (1876-1910)

Traduzione di Emilio Capaccio

Scrittore, saggista e giornalista, nato in Spagna e morto in Francia, ma vissuto per il periodo più significativo della sua vita in Paraguay, tanto da essere considerato uno dei più influenti scrittori di questo paese e promotore della moderna letteratura paraguayana. Ebbe una vita estremamente avventurosa, e bohémienne, fatta di duelli, ristrettezze economiche, collaborazioni con riviste e giornali di vari paesi e continui viaggi per il mondo. In Paraguay arrivò nel 1904, come corrispondente del giornale “El Tiempo”, per documentare la rivolta politica del generale liberale Benigo Ferreira, futuro presidente del Paraguay, dal 1906 al 1908. Barrett riuscì a farsi portare all’accampamento dei ribelli e a restare con loro fino a quando, alla fine dell’anno, non entrò nella città di Asunción insieme a Benigo Ferreira, vittorioso contro le truppe del presidente in carica, Juan Antonio Escurra, che dovette fuggire in Argentina. Sotto il nuovo governo fu nominato direttore dell’Ufficio Generale di Statistica. Dal 1903 al 1910 fu inviato in Argentina, Uruguay, Brasile e Paraguay come corrispondente per vari giornali, coniando per sé il termine di “giornalista militante”. Quasi tutta la sua opera è stata pubblicata postuma. Il racconto proposto è tratto dalla raccolta “Cuentos breves”.

Attraverso le ampie vetrate aperte della sala da pranzo dell’hotel, contemplavo, dal mio tavolo, l’orizzonte marino, sfumato nel lento crepuscolo. Vicino al molo riposavano le vele delle barche. Qualche silhouette elegante attraversava ad intervalli la sala, salendo la rampa; una cocotte che andava a rifarsi la toeletta per la cena, uno sportman pungolato dall’appetito. La sala si andava riempendo; il tintinnio di piatti e posate preludeva il pasto serale; i camerieri, di affettato e diplomatico aspetto, scorrevano in silenzio.
La luce elettrica, sopra la pila di tovaglie bianche come la neve, saltellava dal bordo di un calice alla convessità di un braccialetto d’oro per brillare all’angolo di una bocca sorridente. La brezza della notte smuoveva le piume dei ventagli, agitava i paralumi delle piccole lampade portatili, scopriva un braccio nudo sotto la flottante mussolina, e mescolava gli aromi del campo e del mare ai profumi delle donne. Si stava bene e non si pensava a niente.
All’improvviso un bel cane entrò nella sala da pranzo, e dietro di esso una giovane donna bionda e altezzosa che andò a sedersi assai lontano da me. Il suo accompagnatore si allontanò controllandoci. Era una specie di levriero, di razza incrociata. Il pelo, fine e dorato, brillava come quello di un pupazzo. La testa intelligente, degna di essere accarezzata da una di quelle mani che solo Van Dick ha compreso nelle sue tele, non si allungava in atteggiamento mendico. All’animale aristocratico non importava cosa succedesse sui tavoli. I suoi occhi alteri, gialli e trasparenti come due topazi, sembravano giudicarci sdegnosamente.
Giunto alla mia altezza, si fermò. Lusingato da questa preferenza, gli offrii un boccone di insaccato. Accettò e mi salutò con un discreto cenno della coda. Non ritenni corretto insistere e lo lasciai andare via. Istintivamente guardai verso la giovane bionda. Il blu intenso delle sue pupille sorrise benevolmente.
Dopo aver consumato la cena uscii sul terrazzo, dove c’era solitudine. Il faro proiettava un raggio di luce rotante, ora bianco, ora rosso, sulle acque nere dell’oceano. Il vento si era calmato. Un alito tiepido si levò dalla terra ancora calda.
Assorto davanti a quello spettacolo sentii, quando meno me lo sarei aspettato, le zampe nervose del mio nuovo amico che si posavano su di me. La giovane bionda mi era accanto.
— Che cane ammirevole, signorina…! o signora? – Domandai.
— Signora – disse la voce più dolce che abbia mai sentito.
Cominciammo così a vederci la sera, sulla terrazza solitaria, e durante alcuni pomeriggi facemmo lunghe passeggiate per i campi insieme a Tom, nostro unico testimone.
La signora di V. era russa. Mal sposata, ricca e malinconica, a volte riusciva a ottenere dal marito un periodo di libertà. Allora si abbandonava al fascino della natura e al sapore dei ricordi, e trascinava le sue delusioni per tutte le spiagge mondane.
— Non dovrei odiarlo – mormorava — ma lo odio; sì, lo odio, e Tom lo stesso; è arrogante, geloso, insopportabile; gli avrei perdonato le mie tristezze, se mi avesse dato un figlio. Neppure quello.
Il suo ombrello tracciava un leggero solco sul prato.
— Non posso permettermi un’amicizia, una simpatia. La sua intransigenza selvaggia mi tiene reclusa. Sarà qui fra quindici giorni.
Abbassò la testa dorata e continuò sottovoce:
— Amico mio; povera me se sospettasse questa innocente amicizia. Non potremo vederci più quando arriverà! Sarebbe troppo pericoloso, V. è uno dei migliori tiratori di San Pietroburgo.
Il suo braccio tremava sotto il mio, ma i suoi occhi umidi luccicavano teneramente. Tom saltava sulle farfalle e veniva a leccarci le mani. Lo accoglievamo con grandi risate e dopo lo consolavamo pieni di rammarico.
In altre occasioni la signora di V. mi riceveva nella sua camera. Tom si gettava sopra di me freneticamente. Lei, con gioia da bambina, mi mostrava i ritratti delle sue amiche, o mi raccontava storie della sua infanzia. Di quando in quando, si impossessava di noi un eccesso di sentimentalismo e con le dita intrecciate restavamo muti, lasciando parlare il nostro silenzio emozionato. Ma sempre prima di andarmene, io e Tom, giocavamo come due ragazzini.
Davanti alla gente facevamo finta di non conoscerci. Quando la signora di V. faceva il suo ingresso in sala da pranzo, a malapena inclinava la fronte. Tom faceva la sua solita passeggiata, e si fermava un attimo a ricevere qualche mia attenzione. Niente salti, niente feste! Il tatto di quell’animale era prodigioso! Un giorno in cui stavo pranzando con un conoscente, passò alla larga, come se non mi avesse mai visto. Ma il suo sguardo sembrava dire: “Non sono geloso; è quel signore che mi è antipatico”.
Venne il momento funesto. La signora di V. si presentò alle terme in compagnia del marito, la mia disperazione. L’uomo non lasciava la moglie un istante, come se si trattasse di una prigioniera. La donna portava Tom con loro, e io non riuscivo neppure ad accarezzare la testa del nostro fedele confidente.
Le settimane passavano e io cominciavo a scoraggiarmi, quando un giorno fui presentato al signor V. nel corso di una conversazione con i signori di H. Per una coincidenza uscimmo insieme, e insieme facemmo rientro nell’hotel.
Il signor V. era così come me lo avevano dipinto; il suo aspetto, aspro e sgradevole; la sua conversazione, autoritaria e asciutta. Scambiammo poche parole. Stringendomi la mano mi chiese con indifferenza:
— Volete conoscere mia moglie? Sarà ancora in piedi. È molto riservata, ma le piace discorrere in francese.
Che fare? Salimmo le scale, e ci fermammo davanti alla camera dove avevo trascorso tanti momenti deliziosi. All’improvviso mi assalì il terrore. Il cane! Avevo dimenticato il cane! Il cane mi avrebbe fatto le feste e leccato con tutta la sua anima! Che partito prendere? Povera amica mia! Povero me! Non mi piacque ricordare che il signor V. era uno dei migliori tiratori di San Pietroburgo.
Come chi va a suicidarsi, entrai nella stanza. La signora V., assalita dal mio stesso pensiero, divenne più pallida della morte. Tom, disteso con elegante indolenza, sollevò le orecchie al rumore dei nostri passi e aprì i suoi lucidi occhi giallastri…
Ma non si mosse neppure. Si accontentò di dimenare ironicamente la lunga coda impennacchiata.

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Una vita in scrittura: Antonio Fiori

08 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Antonio Fiori, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto ad Antonio Fiori che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Antonio.

Antonio Fiori, vita e scrittura

La mia vita in scrittura, lo posso oggi affermare con certezza, nasce da traumi profondi che m’hanno sconvolto nei primi anni novanta. L’ultimo di essi, particolarmente subdolo e indecifrabile, era rintanato nell’inconscio dai primi mesi del novantatrè (lo capirò solo alcuni anni dopo): si trattò di una vera e propria mutazione genetica di ruolo lavorativo, intervenuta quando, pur tenuto ad applicare le stesse leggi, passai dalla funzione di controllore a quella di controllato, ovvero da funzionario ministeriale a responsabile fiscale di una società finanziaria. L’organismo reagì chiedendo disperatamente un aiuto, che però non sapevo come dargli. Seguirono due anni durissimi, finché un giorno, passando davanti a un’edicola, scoprii il farmaco di cui avevo bisogno: vidi infatti (o è il caso di dire – mi apparve?) il mensile Poesia, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Avevo insomma scoperto che per guarire dovevo incontrare la poesia. Grazie al nuovo nutrimento, iniziai ad elaborare il trauma e verso la fine degli anni novanta mi ritrovai a scrivere anche i miei
primi versi. Devo però subito dire che senza l’incontro del 1996 con Angelo Mundula, poeta e critico eccelso, la poesia sarebbe rimasta solo una lettura terapeutica e non avrebbe avuto il coraggio di assumere forma scritta. Quella scrittura divenne invece, pian piano, la mia ‘dose’ quotidiana (intitolai proprio ‘La quotidiana dose’, una delle prime raccolte, edita da Lietocolle nel 2006).
Come accennavo, devo molto ai consigli e all’amicizia di Angelo Mundula, ma devo anche riconoscenza ai primi blog letterari in cui fui ospite o redattore: Via delle belle donne (fondato da Antonella Pizzo), Oboe sommerso (di Roberto Ceccarini), La poesia e lo spirito (fondato da Fabrizio Centofanti), luoghi di confronto culturale e occasioni per sperimentare le prime forme di recensione. In quel periodo, un riconoscimento importante arrivò nel 2004, con il Premio Montale Europa per la silloge inedita.
L’esperienza più significativa della mia scrittura è però abbastanza recente: nel 2019, a estate ormai iniziata, venne rimandato a settembre un appuntamento importante e mi ritrovai inaspettatamente ‘libero’ per un paio di mesi. Decisi allora di cimentarmi in un lavoro borgesiano, ovvero quello di ideare e antologizzare dodici poeti uniti solo da un sogno. Nacquero allora cinque donne e sette uomini, vissuti in epoche e nazioni diverse, che non potevano certo immaginare di aver fatto tutti il medesimo misterioso sogno (qualcuno appariva al sognatore e si rivolgeva a lui in una lingua non solo incomprensibile ma addirittura inesistente). Scrissi così i loro profili biografici e le relative poesie. È stata un’esperienza metaletteraria davvero unica, emozionante e irripetibile, chiusa da una postfazione che si è poi rivelata fondamentale. Il libro, col titolo ‘I Poeti del sogno Piccola antologia’, è uscito nel 2020 per l’editore Inschibboleth, nella collana ‘Margini’ diretta da Filippo La Porta, ed ha avuto un discreto successo di critica e di pubblico (recensito da Mario Baudino su La Stampa, Massimo Onofri su Avvenire, Silvia Rosa su Il manifesto, Giorgio Linguaglossa su Il Mangiaparole, Riccardo Deiana su L’Indice dei libri del mese) nell’ottobre del 2020 il libro è stato votato nella ‘Classifica di qualità’ dell’Indiscreto e nel2022 è stato uno dei dodici libri di letteratura italiana contemporanea scelti per l’annuale seminario di approfondimento della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Liegi, diretta da Prof. Luciano Curreri.
Per me la poesia è in realtà diventata sempre più l’occasione per incontrare persone vere, poeti – innanzitutto – ma anche lettori e scrittori tutt’altro che immaginari. Sono stato per dodici anni giurato del Premio Internazionale Città di Sassari ed ora, finalmente libero dal lavoro, collaboro con le riviste on line Atelier poesia e Avamposto poesia, oltre che col quadrimestrale Menabò (Terra d’ulivi editore), luoghi stimolanti, dove ho fatto grandi amicizie e conosciuto tante voci nuove della nostra poesia.

Autointervista di Antonio Fiori su vita e scrittura

Che rapporti ci sono (o ci dovrebbero essere) tra la vita dell’autore e la sua poesia?

La poesia è – e se non è deve essere – parte integrante della vita di chi scrive. La vita insomma deve entrare nella scrittura e la scrittura nella vita. Angelo Mundula, a questo proposito, parlava anzi di necessaria coerenza tra vita e poesia – una fatica titanica, a ben pensarci, la coerenza valoriale di vita e poesia, raggiunta solo da pochi eroici poeti.

Per ogni poeta esiste una e una sola forma di poesia a lui confacente?

La storia della letteratura ci insegna che pagina poetica e pagina narrativa evolvono, quasi sempre, verso un consolidamento, una ‘cifra’ in cui alla fine l’autore si riconosce e, sopratutto, in cui lo riconosce il lettore. Nello stesso poeta possono però convivere – e forse è auspicabile convivano – temi e forme diversi di poesia, seppure a latere di questa ‘cifra’: la poesia civile e quella religiosa, l’epigramma e la prosa poetica, i temi filosofici e la storia familiare, la forma di preghiera e l’invettiva. Sempre che abbiano un senso, una loro verità – anche parziale e momentanea – che le renda capaci di superare il momento contingente di quando furono scritte. Personalmente mi muovo volentieri su una certa varietà di temi (religiosi, filosofici o addirittura esplicitamente scientifici) e di toni (lavorando per esempio sull’ironia); devo però dire che l’uso del verso libero e una certa
epigrammaticità sono ormai una costanza.

A proposito di poesie che devono reggere il tempo, possiamo avere due esempi autoriali, personali?

Dovendo scegliere una poesia degli esordi, che mi sia cara ma abbia anche dignitosamente retto nel tempo, scelgo Apocalisse (da ‘Almeno ogni tanto’, 1998, poi ripubblicata ne ‘La quotidiana dose’, Lietocolle, 2006):

Quando s’adempirà la profezia
e scopriremo l’alba ultima del mondo,
non cesserà quel giorno di profumar la rosa
e non diversamente assumerà la posa
sul ramo della quercia, il corvo.

Dovendo invece scegliere tra le ultime poesie, propongo questa, senza titolo e ancora inedita:

Un desiderio stanco di sentenza
non umana, che dica su ogni vita
ciò ch’è stata e il suo destino eterno
– prego l’assolva, per l’innocenza
del bambino che un giorno siamo stati
e si sia salvi tutti nell’infanzia lontana.

E per concludere, con l’amore in poesia come ce la caviamo?

Propongo Rivederti, da ‘Nel verso ancora da scrivere’, Manni, 2018:

È sempre un’emozione rivederti
perché in te si confondono le amate
– sei unica e plurale, per questo
sei la prima donna singolare.
E meno posso averti, meno speranze
raccolgo ogni mattina, più vederti
è vampa che incendia questo sangue
– luce che illumina le stanze.

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Lucy

07 martedì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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colonia, Gambarie, Loredana Semantica, Lucy, Racconti

Dorotea conobbe Lucy nel 1969 alla colonia estiva montana di Gambarie in Aspromonte. Gemma, la mamma di Gisella e Dorotea preparò i bagagli delle figlie in vista della partenza per la Calabria. Gemma aveva cucito per loro freschi completi da viaggio. Comodi bermuda azzurro cielo e camicette a fiori pastello primavera. Il bagaglio era tutto in una sacca di tessuto, secondo le istruzioni. Sulla sacca erano applicate tessere di tessuto bianche, ciascuna con una lettera ricamata sopra in filo rosso, accostate a comporre i rispettivi nomi. Su ogni capo di intimo, asciugamani e magliette erano cucite simili tessere che componevano il numero di matricola assegnato. I numeri erano assegnati nella raccomandata con la quale l’E.N.P.A.S. comunicava ch’era stata accolta la domanda per l’ammissione alla colonia estiva e servivano ad associare l’indumento alla persona titolare di quel numero per non disperdere i capi al momento in cui venivano lavati insieme a quelli degli altri compagni. La partenza avveniva da Piazza Adda in pullman gran turismo. Un cinguettare festante di bambini riempiva l’aria dalla prima mattina. Nel momento in cui i pullman si avviavano, tutti a salutare con la mano, a mandare baci. Qualcuno si commuoveva.
Cominciava la vacanza vera. Già il viaggio era un divertimento. Canti, senso di avventura e libertà, giochi e risate. A Dorotea piaceva affacciarsi al finestrino e sentire l’aria schiaffeggiarle il viso, spettinarle il capelli. Il fiato mozzato dalla forza del vento.
Arrivavano a Gambarie all’imbrunire. Spesso completamente afone per aver speso tutta la voce possibile. L’edificio che le accoglieva era grande, su  tre piani, aveva muri esterni giallo chiaro, elementi in rilievo col color crema e grandi finestre. Un aspetto architettonico indeciso tra un castello e un albergo. Il corpo dove si apriva l’ingresso, con le sue scale semicircolari e gli infissi in legno e vetro, sporgeva sul grandissimo cortile ricoperto di pietrisco.
A destra e a sinistra, come ali, i restanti corpi dell’edificio. Tutto intorno alla costruzione e al cortile alberi. Ai piani superiori le camerate dove i ragazzi sistemavano le proprie cose: un comodino ciascuno, un armadio in comune a gruppi di due o tre. Maschi a sinistra femmine a destra nelle due ali dell’edificio. Rigorosamente separati. Poi c’erano il grande salone mensa, lunghi corridoi, seminterrati con le docce, infermeria, cappella e cucine. In un edificio più piccolo aggregato c’era la lavanderia. Tutti i ragazzi della colonia venivano forniti di una sorta di divisa: una gonnellina di tessuto tipo jeans leggero per le bimbe, pantaloncini per i ragazzi, per entrambi camicia azzurra, un maglione di lana blu, un cappellino modello marinaretto blu. All’interno del cappello, foderato di garza, occorreva scrivere il nome per evitare di perderlo o confonderlo con quello di altri.
All’inizio dei venti giorni di vacanza i bambini venivano controllati nel caso avessero i pidocchi. Era il momento in cui Dorotea aveva la sensazione d’essere un vitello da ingrassare. Uno per uno, dopo l’attesa in fila ordinata, entravano in infermeria, lì erano pesati e misurati in altezza. Un altro controllo veniva fatto a metà della vacanza e l’ultimo prima di tornare a casa.
Gambarie era immersa nei boschi di faggio, larice, abete bianco e di tutta la vegetazione montana dell’Aspromonte, il centro abitato di poche case disposte attorno alla piazza, dove c’erano pochi negozi, tra i quali uno di souvenir dove acquistare le cartoline da mandare ai genitori e parenti.
Anche in piena estate il clima era fresco, la sera occorreva una coperta leggera. La mattina suonava la sveglia alle 7,30. Nei bagni i lavandini erano bianchi ampi e circolari, vasche rotonde di ceramica con un cilindro centrale dal quale sporgevano i rubinetti. Da questi usciva un’acqua fredda da far rabbrividire. L’acqua calda c’era e non c’era, nel senso che prima che arrivasse ai rubinetti percorrendo i tubi, i più avevano già finito la toilette. I gabinetti alla turca erano quanto di più scomodo per i bisogni e inquietante per lo spirito, con quel buco grosso al centro che s’affossava nel nero profondo e finiva chissà dove. La giornata iniziava con tutte le squadre, così come si erano formate all’arrivo, distinte per sesso, schierate in ordine nel cortile per l’alzabandiera e l’inno. Una cosa piuttosto militare, ma che aveva un suo fascino. Composto e suggestivo Dopo, sciolte le righe, sempre sul posto un po’ di ginnastica del buongiorno.
La colazione di pane, burro, marmellata, caffelatte. I pranzi alla mensa erano niente male. A Dorotea piacevano in particolare le sogliole fritte in pastella e il pollo al forno. La cena era meno appetibile, spesso c’era pastina in brodo vegetale, per secondo un bel pezzo di svizzero o qualche fetta di prosciutto, verdure cotte e pane.
Dorotea dunque conobbe Lucy alla colonia estiva, non ricordava il momento preciso dell’incontro, ma nel corso della vacanza si accorse che la preferiva a tutte le altre compagne, non solo per giocare, ma perché sentiva ch’erano della stessa pasta, avevano gli stessi gusti, gradivano gli stessi cibi, gli stessi giochi.
Lucy aveva una sorella più grande Elena. Elena aveva gli stessi colori di pelle, capelli e occhi della sorella minore, un naso affilato, i capelli nella parte più alta aderenti alla testa, ondulati in punta, erano divisi da una riga centrale e sulla fronte tagliati a frangia. Elena era più grande, più alta, aveva già le forme di una donna e, ovviamente, altri interessi, i ragazzi innanzitutto e molti ragazzi s’interessavano a lei.
Lucy aveva anche un fratello Piergiorgio più grande di Lucy e più piccolo di Elena.
Piergiorgio era il ragazzo più corteggiato della colonia. Bruno di pelle e di capelli, un sorriso accattivante, denti bianchissimi, un bel fisico atletico, inoltre gentile, sorridente, disponibile anche con Dorotea.
Dorotea avrebbe potuto interessarsi a Piergiorgio ma per qualche ragione vederlo così desiderato e sentirlo, rispetto a sé, più grande, le faceva pensare che fosse del tutto fuori dalla sua portata. Anzi ancora più profondamente, Dorotea tendeva a stare lontano dai ragazzi. Li trovava strani, diversi. Lucy invece no. Lucy era bellissima. Una pelle ambrata perfetta, liscia compatta senza un difetto, gli occhi grandi verdi, due smeraldi nel viso. I capelli erano una danza di onde bionde. Del colore del sole, delle spighe dorate, accendevano il volto, splendevano di giorno, illuminavano la notte.
La vacanza in colonia scorreva in modo alquanto monotono, la mattina dopo la ginnastica e la colazione, passeggiata tra i boschi nei dintorni, tutti in fila per due ben accosti al bordo strada, alcune giovani maestre erano incaricate della sorveglianza e vigilavano ciascuna sul proprio gruppo composto da venti persone circa. Si cantava per ingannare il tempo durante il cammino, spesso i canti della resistenza oppure “Lo sciatore” o “La macchina del capo”, le preferite dai ragazzi. Sosta in qualche punto spianato e circoscritto per permettere il gioco. Ritorno agli alloggi. Dopo il pranzo e il riposino, altra passeggiata più breve, oppure visita a Gambarie o giochi nel cortile. Occasionalmente i Capigruppo organizzavano una giornata di giochi a squadre, tornei di ruba bandiera, partite di pallone per i maschi, la visione di un film nella sala di proiezione, gare canore nelle quali Lucy mostrava le sue doti perché era intonata e aveva una bella voce. Un giorno le chiesero di cantare il suo cavallo di battaglia, un successo del momento: “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi.

C’è un grande prato verde
dove nascono speranze
che si chiamano ragazzi
Quello è il grande prato dell’amore

Uno : non tradirli mai,
han fede in te.
Due : non li deludere,
credono in te.

Tre : non farli piangere,
vivono in te.
Quattro : non li abbandonare,
ti mancheranno.

Quando avrai le mani stanche tutto lascerai,
per le cose belle
ti ringrazieranno,
soffriranno per li errori tuoi.

Grande interpretazione. Gli ascoltatori disposti tutt’intorno in cerchio applaudivano.
L’amicizia tra Lucy e Dorotea intanto cresceva, non con episodi particolari, ma nel quotidiano farsi compagna delle giornate di vacanza, per semplice vicinanza. Dorotea tuttavia si era resa conto che l’affiatamento con Lucy rendeva quest’ultima la sua migliore amica. Quando le era vicina si rallegrava, aveva voglia di scherzare, si animava. Sentiva che insieme avrebbero potuto essere una forza, un’alleanza. Nessuno avrebbe potuto spezzare il cerchio magico che le univa. Forte, luminoso, capace di allontanare amichette dispettose, noia, malumori e pericoli. Come i serpenti che abitavano il bosco e potevano saltare su da qualche mucchio di foglie o pietra, come le bacche che non bisognava mangiare perché facevano venire il mal di pancia. Come le macchine che passavano vicine o il burrone oltre il ciglio della strada. Una specie di talismano contro i tanti pericoli dei monti.
Dorotea e Lucy giocando inventavano storie fantastiche dove l’immaginazione galoppava tra fate, cavalieri, draghi da sconfiggere, oppure di ordinaria quotidianità di genitori, figli scuola, cucina. Terra, foglie, pietruzze e fili d’erba erano d’aiuto per preparare le pietanze da impiattare. Con i grani che crescevano sulla pagina superiore della foglia di un arbusto montano fabbricavano bracciali e collane. Queste escrescenze vegetali avevano le dimensioni di un chicco di farro e la particolarità di diventare col tempo legnosi, un canale naturale nel senso della lunghezza li rendeva sostanzialmente cavi, si prestavano perciò ad essere inanellati in collane. Le ragazzine li chiamavano “coralli” e c’era tra loro un fitto scambio di questi “preziosi”.
Verso la fine della vacanza ci fu un colpo di scena. Arrivarono i genitori di Lucy. Erano venuti a trovare i figli, ma visto che mancavano due giorni alla fine della vacanza, avevano deciso di portarli via con loro. Dorotea si dispiacque molto di non poter fare il viaggio di ritorno con Lucy, ma avendo scoperto che proveniva dalla stessa sua città le chiese il numero di telefono e le scrisse il suo su un biglietto, con la promessa reciproca di sentirsi.
La cosa più singolare per tutti però fu vedere piangere Elena, davvero scossa da questa frettolosa partenza. Per intercessione delle vigilanti si ottenne che Elena al di fuori delle regole della colonia si recasse pochi minuti nel dormitorio dei maschi per salutare Marco. Dorotea non conosceva gli intrecci relazionali tra i ragazzi più grandi e non capì il perché di tanta commozione. Cioè non le sembrava possibile che qualcuno potesse affezionarsi così tanto a una persona da giungere alle lacrime.
Pochi giorni dopo il ritorno a casa dalla vacanza Dorotea decise di telefonare a Lucy. Dapprima al numero che Lucy le aveva dato non rispondevano affatto. Lucy pensò ci fosse un errore e volle controllare sull’elenco telefonico, senza esito. Doveva essere un numero segreto. Poi finalmente ad un successivo tentativo qualcuno rispose, era Piergiorgio, ma le disse che Lucy non c’era, un’altra volta rispose Elena, tuttavia Lucy non la richiamava, sebbene Dorotea lasciasse detto di farlo. Provò a chiamare un’altra volta, un’altra ancora, fino a quando sentì con le sue orecchie dall’altro capo del telefono proprio la voce di Lucy dire alla sorella di riferirle che era uscita.
Dorotea capì, o meglio non capì, fu la sorella maggiore Gisella a spiegarle che Lucy non la voleva più per amica. Dorotea continuò a non capire, ma imparò il rifiuto. Continuò a non capire per anni e anni. Si era convinta che Lucy fosse di una famiglia altolocata, che non poteva coltivare amicizie ordinarie. Una specie di contessina o principessa, la figlia di un agente segreto o di un altissimo funzionario.
Ogni tanto, mentre diventava una giovane donna amabile e graziosa e poi madre e poi adulta, mentre invecchiava, ripensava alla vicenda. Continuò a non capire, e nonostante il tempo passasse, non trovò risposte o soluzioni. Non incontrò più Lucy. Come se non vivessero nella stessa città. Gli interrogativi stagnarono nella mente senza risposte. Si chiedeva quale fosse la macchia, la mancanza o l’errore che aveva commesso, cercava un possibile perché, ma si rendeva conto che tutti poi convergevano in una sola domanda, come una spina: in quale universo si fosse disperso, in quale anfratto si fosse nascosto il suo “mondo d’amore”.

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Roberto Crinò, “Verrà ottobre”, Eretica Edizioni, 2021.

06 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Roberto Crinò, Verrà ottobre

 

“Verrà Ottobre” è una silloge composta prevalentemente, ma non esclusivamente, da liriche scritte durante i tempi della “distanza pandemica”, che pressoché ovunque si è stati chiamati a vivere e che si continua ad esperire da più di un anno a questa parte, con repentine quanto fugaci variazioni sul tema della quarantena o della chiusura (chiusura per carità e non lockdown!) La silloge raccoglie poesie che sono state scritte dall’autore dall’ottobre del 2019, l’ultimo scorcio quindi di vita ante quam, fino a giungere ai tempi attuali per proiettarsi verso un ipotetico post quam individuato nell’autunno prossimo, e più precisamente nel mese di ottobre 2021. Senza possedere una chiara consapevolezza della reale durata di questa condizione di distanziamento collettivo forzato, che va oltre dei semplici termini di legge, poiché ha e avrà delle ricadute psicologiche e culturali, per chissà quanto tempo ancora, l’autore ha scelto questo titolo nella speranza di un dopo, non troppo lontano, in cui sarà possibile riprendere una vita “normale”, con tutto ciò che, forse o di certo utopisticamente, questo termine in positivo veicola e insieme, come opposto, ad esorcizzare tutto ciò che esso significa in senso negativo, laddove “normale” fa rima con “ordinario”, “abituale”, “convenzionale”. L’autore auspica, sotto certi aspetti, l’inizio di una vita nuova. In tal senso la congiuntura pandemica non deve colmare di sé tutto l’orizzonte esistenziale e insieme compositivo. Non è solo la diffusione di un virus patogeno a diventare occasione di ripensamento, ma questa assume un ruolo paradigmatico, poiché la vita è piena di “occasioni palingenetiche”, le quali per loro stessa natura passano dalle “strettoie” del dubbio, della paura o del timore. E così il mese di ottobre, l’autunno diventano il tempo di una seconda opportunità, una “seconda primavera”, una seconda fioritura, stagione di rinascita consapevole e matura, come appunto sono i frutti autunnali. In fondo anche i colori autunnali hanno una loro precipua e inconfondibile bellezza, tenue, lieve e pacificata.

 

Soffro di umanità

 

Ti ho osservata,

quasi tutta la sera,

gli occhi rivolti verso il basso,

non del tutto aperti

– che peccato, che spettacolo

negato al mondo –

come diretti su te stessa,

le tue profondità,

schermata da un velo

di assenza, di altrove.

Il tuo sorriso

alla mia frase

“soffro di umanità!”

è stato un lampo,

un richiamo,

un immediato riconoscersi

e non è vero,

non andavi

solo in avanti,

ma anche indietro,

ondeggiavi,

come in balìa

di spumosa risacca

in una vita di

coste,

approdi,

partenze,

mancanze.

 

 

Verrà ottobre

 

Verrà ottobre

e sarà fragranza

di tempi lenti

e buoni venti,

la cicala ancora canterà,

mentre gli ulivi,

carichi di antichità,

riveleranno

consapevoli verità.

 

Verrà ottobre

e avrà del canto

eburneo manto,

foglie rosse vino

di pace e sincerità

riposeranno,

gravida vitalità,

e la luce lieve

notti afose disperderà.

 

Verrà ottobre

e saprà di quiete,

matura onesta requie,

dopo rancorose

canicole e immobilità

d’onuste stagioni

d’accecante aridità,

ritorneranno

raccolti di nuova intimità.

 

 

Invero volare

 

La strada all’improvviso

mi condusse di notte

nel bosco, luogo inviso,

delle storie interrotte.

 

Una pioggia

di foglie stanche,

manto del sentiero,

rotta soffice di passi

e monumenti di sassi,

ammassi di possibili

trionfi finiti in tonfi.

 

Intonsi giorni

lasciati disadorni

in castelli ghiacciati,

aspettano parole

dimenticate da suole

use alla marcia,

prone al marcio

di spiriti avvelenati.

 

Non è sostanza

l’umbratile parvenza

di fatui fuochi,

di suoni rochi,

l’emozionale paccottiglia

dell’ansia insana figlia.

 

Allontanarsi

dall’inganno

che non è,

non è stato,

 

non sarà,

rivelarsi

in nuovo

dipanarsi,

amarsi,

davvero amare

e così finalmente

invero volare.

 

 

L’essenziale

 

La vita scorre

su lastricati d’azioni

compiute a malincuore

e poi restano porzioni

di rimorso e sordo livore.

 

Sbadiglia solo

quando hai sonno,

che tutto il resto è gioia

scambiata per viziata noia,

capricci di puerile affanno.

 

Di venti in venti

diventi ciò

che t’inventi.

 

Di canti in canti

decanti ciò

che t’incanta.

 

E non rimane che

una sagoma algente,

cristallizzato profilo

di ardore rovente,

di legame potente,

nel cuore trova asilo.

 

 

 Anime guerriere

  

Così è quando spiove,

il cielo s’apre,

le nuvole cedono

il passo ai raggi

d’un sole tenue,

re rosso nel suo trono

blu, siderale sede,

firmata una tregua

tra il buio e la luce,

risplendono d’acqua

atomi di mondo nuovo

e l’eco della tempesta

si placa nella risacca

di anime guerriere.

 

 

Rampa di (s)lancio

 

Oggi nascevi

a vita nuova,

che male non fu

quel dolore

che ti partorì

e vigore ti diede

quel baratro

che ti ghermì.

È lancio alle stelle,

rotte d’asperi astri,

ciò che sembrava caduta.

È ascesa dall’altra parte

del mondo sorgente,

del vagito potente,

inconsapevole sé

nascente,

presente,

nuova-mente.

 

 

Giorni senza ritorni

 

Nostalgia di giorni

appesi su fili di

biancheria al sole,

caldo tepore di

brezze e leggerezze

d’istanti distanti,

nel tempo remoto

d’erose risa rosate,

di vini veri avìti,

effluvi d’ore a venire,

non ancora avute,

come succo spremute.

Resta una sete d’attimi

a colmare arsure di

giorni senza ritorni.

 

 

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Francesca Innocenzi, “Canto del vuoto cavo”, Transeuropa, 2021.

03 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Canto del vuoto cavo, Francesca Innocenzi

 

Canto del vuoto cavo è una plaquette di 60 componimenti brevi, che adottano la metrica dello haiku e delle sue varianti; precisamente, 40 haiku doppi (6 versi) e 20 tanka (5 versi). Ma la metrica è un mero contenitore rispetto a svariate tematiche attinenti realtà umane; gli elementi naturali, tradizionalmente in rilievo nello haiku, restano sullo sfondo. L’unico tratto coerente con il genere è l’assenza della prima persona: si evita di dire io e noi e di utilizzare verbi alla prima persona singolare e plurale. Il titolo, incentrato intorno al concetto di vuoto, intende portare l’attenzione sulla bivalenza insita nello stesso: vuoto come lacuna e mancanza, ma anche spazio fertile di nuove possibilità. I vari componimenti possono essere letti come un itinerario in versi, che temporalmente si avvia al compimento dei quarant’anni: si susseguono immagini e ricordi di un vissuto recente o remoto, come pure riflessioni suscitate dalla pandemia e punti di vista sulla società in genere: nel dittico del dio estremo si propone la tematica dello sfruttamento nel mondo capitalista, mentre le tre elegie dell’uomo comune vertono sulle variegate forme della “banalità del male”. Il mito occupa un posto di rilievo per la sua valenza universale, in grado di svelare l’umano di qualsiasi luogo e tempo. Nel trittico per Medea, in particolare, lo sguardo dell’altro si rivela essere una condanna, marchio del pregiudizio che colpisce inesorabilmente chi è «donna, straniera,/ pazza incantatrice». Dal punto di vista lessicale, si rileva una tendenza alla sperimentazione, con l’utilizzo di vocaboli in diverse lingue: il tedesco, l’inglese, il francese, il latino, il greco antico; una trasversalità dei codici linguistici che insegue l’utopia di una lingua poetica, che comprenda tutte le lingue, per una comprensione profonda tra gli esseri umani.

 

[tre elegie dell’uomo comune]

I.

inoculando

banalità del male

l’uomo comune

si dà un senso

il covid non c’è, però

i negri lo hanno

 

*

 

II.

i mantenuti

dallo Stato negli hotel

con cellulari

costosi – gabbie

di sproloqui su mondi

che non si sanno

 

*

 

III.

gli zingari, i rom

pensa che sono ladri

e delinquenti

pensa che sono

cromosomi erranti

alla deriva

 

*

 

quando la pioggia

si frantuma sui coppi

e cade in basso

l’eclissi di te

si inacqua e dona luce

alla grondaia

 

*

 

[dittico della puella]

 

I.

un grande buco

vuoto l’adolescenza.

come perversi

cenni di vita

gli attacchi di panico,

unica nota

 

*

 

II.

il greco antico

fu un amore saggio

e corrisposto.

un miracolo

di aoristi a sanare

solitudini

 

da Cerimonia del commiato, Transeuropa 2021

 

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (2007), Cerimonia del commiato (2012), Non chiedere parola (2019), Canto del vuoto cavo (2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (2011); il romanzo Sole di stagione (2018). Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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Una vita in scrittura: Anna Maria Bonfiglio

01 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Anna Maria Bonfiglio, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Anna Maria Bonfiglio che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Anna Maria.

La scrittura è sangue che mi scorre nelle vene. Scrivere e leggere, leggere e scrivere sono stati i miei comandamenti ab ovo, e tuttavia più leggo e più scrivo, da cinquant’anni, più mi accorgo di essere una piccola cosa insignificante nella vastità di un mondo abitato da ben altre personalità. Ho iniziato dal basso, da carta e penna, per passare poi a carta e Olivetti Lettera 24 e infine a carta e pc. Il primo racconto che inviai ad una rivista era scritto a mano e naturalmente venne ignorato. Ero naive, sprovveduta e ingenua, ma continuavo a scrivere: poesie, pensieri, sfoghi, racconti, fino a quando nel 1978 vide la luce il mio primo libretto di poesie giovanili, ingenue, certo, ma molto vissute. Se c’è qualcosa che si ricorda più del primo amore è sicuramente il primo libro. Di questa emozione non posso e non voglio dimenticarmi mai. Poi vennero altri libri, e non solo di poesia, e pure una collaborazione giornalistica con novelle. Enumerare le pubblicazioni, i premi e i vari riconoscimenti non serve a nessuno, sono state solo tappe del mio percorso e presa di coscienza dell’importanza e della responsabilità che avevo, e ancora mi sento, nei confronti di una disciplina che si rivolge al pubblico dei lettori. E perciò considerai che avevo, e ho, il dovere di approfondire il mio studio con letture sempre più propedeutiche ad un possibile miglioramento.
Fra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta cominciai ad interessarmi alle attività culturali che avevano luogo a Palermo, dove vivevo e vivo, che era in quegli anni una città ricca di fermenti, dove fiorivano le associazioni e gli artisti, poeti, scrittori, pittori, musicisti, che si riunivano per leggere, ascoltare, esporre, suonare. All’interno di queste associazioni con il tempo ho ricoperto vari ruoli: nei consigli direttivi, nella stesura dei programmi culturali, nella conduzione di incontri e recital, nelle performances personali, nell’istruire a Palermo uno dei primi laboratori, se non il primo, di scrittura creativa. La scrittura, e la poesia in particolare, sono state per me la libertà e la possibilità di dialogare con interlocutori ignoti. Attraverso la poesia ho cercato il senso del mio vivere, ho provato ad arrestare il flusso migratorio delle emozioni vissute, ho tentato di vincere il vandalismo e le piraterie di cui l’essere umano è spesso vittima. Ma nel momento in cui ho deciso di renderla pubblica, la mia poesia mi è appartenuta solo in parte, perché il silenzio di cui si era nutrita si era fatto voce che chiedeva di essere ascoltata e dunque atto sociale e, se vogliamo, anche dono di sé. Andando avanti si spogliava del tono malinconico e solipsistico, dismetteva il suo abito in qualche modo autoreferenziale per cercare di avvicinarsi all’astrazione del simbolo universale in cui ciascuno potesse ritrovarsi, perché “il canto del poeta non appartiene a nessuno ma ciascuno può farlo suo”.

Anna Maria Bonfiglio

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Umberto Piersanti, I luoghi persi e altre poesie inedite, Crocetti Editore 2022 – Nota di Maria Allo

31 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Crocetti Editore, I luoghi persi e altre poesie inedite, Maria Allo, Recensioni, Umberto Piersanti

«la nostra storia è l’ultima vicenda / prima che torni l’autunno, venga l’inverno / era quel giorno l’ultimo che resta / di un’età favolosa quando vagavo / sempre tra i colli con nuove compagne / trasale il sangue nomade che teme / la tiepida dimora che l’attende / che resterà negli anni fissa e immota / e non la muta il tempo e le vicende».
(Dentro le alte nebbie, pp. 21-22)

Umberto Piersanti

Nel libro I Luoghi persi, riedito quest’anno da Crocetti editore, si leva alta la voce autorevole dello scrittore e poeta urbinate Umberto Piersanti, che disegna una linea di ricerca esistenziale ed etica con densità e concentrazione del linguaggio lirico, fondate sulla volontà di restituire all’espressione poetica la sua forza originaria. I luoghi persi diventano dunque l’ambito in cui il poeta vive la sua vita interiore, un tratto di realtà tangibile con immagini e suoni delle sue Cesane, una zona dove può dispiegarsi tutto quello che non trova posto nell’aridità della vita quotidiana, uno spazio per un’esistenza superiore. “Oggi m’inquieta il tempo che m’attende/ le sue opere e i giorni che non vissi/ che non conosco e trovo per la strada/ di questa età di mezzo già sgomenta/ che senza consultarmi mutò il corso/ questa vicenda lunga come la vita/ forse cambia chi viene e non conosco/ io nell’attesa sono come sempre/ in giro sui miei colli nella cerchia/ e poi vado lontano e qui ritorno (p.26). Per Piersanti,” il più importante poeta di natura in circolazione” come scrive con molta cognizione Alessandro Moscè”, pellegrino nell’immensità dell’immaginazione, la parola costituisce l’unica certezza, grazie alla quale è possibile procedere nel percorso di conciliazione con l’universo e dà la misura inequivocabile della perizia dell’avventura poetica che ora si fa emblema di una sofferta realtà interiore, ora parola onesta che nomina le cose e i sentimenti senza timore e vibra di passione, in particolare di quella del poeta per la sua terra, dove ci sono i colli, gli olivi, dove il cielo è azzurro. Così la poesia canta non tanto perché è la forma originaria in cui si esprime il poeta quanto perché nell’armonia della parola lirica consiste il polo medianico dove si concentra e afferma un potere che s’identifica con il ritmo della natura universale. Scrive nella sua accurata e illuminante introduzione Roberto Galaverni: “È attraverso un processo di disincantamento, di messa in prospettiva dell’età favolosa che i luoghi perduti di questo poeta acquistano la loro piena umanità e così il vero incanto”. E infatti nell’accostarci a I luoghi persi non può sfuggire l’intreccio complesso di forme e motivi dissimulato dietro l’accessibilità e la semplicità: il vero significato della poesia di Luoghi persi è altro. Il rapporto privilegiato del poeta con Le Cesane riassume in sé la combinazione di stimoli familiari, punti fissi di riferimento che non sono ovviamente solo geografici ma soprattutto esistenziali e culturali. Non si tratta solo di un tòpos letterario, ma finisce con il rappresentare lo scenario, lo schermo su cui il poeta proietta le proprie angosce, le inquietudini, i fantasmi, i ricordi. Così dalle profondità della memoria riemergono nel poeta sensazioni legate alla sua infanzia con la consapevolezza dell’ impossibilità di ritornare alla condizione originaria e a nonna Fenisa, colta nella sua fierezza, “potente e archetipica figura campeggiante sull’opera come sulla adiacente prova narrativa del nostro, L’uomo delle Cesane (1994) come chiarisce Manuel Cohen : “ tirava il vento gelido che spesso/ attraversasti nonna a primavera/ lunga fu l’orazione con le soste/ come quand’eri in vita che scandiva/ la tua giornata estrema ai Cappuccini/ restano ancora querce alle Cesane/ e crescono le rape di questi giorni/ solo la casa nostra in fondo al fosso/ ho visto ancora più rotta e desolata/ sopra la macchia cresce come sempre/ lì nell’infanzia spesso mi guidavi/ mi resta una tua foto dove sei/ con Jacopo che a un anno era stupito/ per i volti diversi e così i luoghi/ cresce in un altro spazio dove il mare/ si gonfia velenoso di schiuma e olio…”( p.33). Il ritorno alle origini come recupero del tempo passato sotto forma di elemento visivo assume il valore di epifania, in cui si alterna e si fonde la multiforme e sfaccettata poliedricità dell’esperienza umana e l’allargamento di questa tematica a una dimensione universale. Le Cesane preservano il tempo contro l’oblio, attraversano la vita guardando alla terra del poeta e “in terra straniera” come memoria, luogo del genere umano che ristora dal bruciore della esperienza terrena, da incontrare seppure nella grande solitudine, dove luce e cielo sono di conforto e hanno il fulgore della materia in cui sono iscritte: “io non avevo mai capito/ da dove l’anima viene tra gli spini/ ma l’anima è piccola, fatta d’aria, /passa tra gli spini e non si graffia” (p.59).

© Maria Allo

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Massimiliano Damaggio, “Edifici pericolanti”, Dot.com Press, 2017. Nota di lettura di Deborah Mega.

30 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Edifici pericolanti, Massimiliano Damaggio

 

Massimiliano Damaggio

Edifici pericolanti

Dot.com Press 

Postfazione di Fabio Franzin

Nota di lettura di Nino Iacovella

 

La poesia è “una mosca tossica / che depone nel corpo le uova della solitudine” scrive Massimiliano Damaggio in Edifici pericolanti, silloge curata da Giusi Drago per Dot.com Press, ai tempi del compianto Fabrizio Bianchi. Nonostante l’uomo sia un animale sociale è isolato nel mondo, cristallizzato in una condizione di sostanziale incomunicabilità con i suoi simili. L’opera, pubblicata nel 2017, si presenta attuale, originale e compiuta, dalla scelta del formato digitale scaricabile, che mette in evidenza la generosità dell’autore purchè si legga poesia, all’architettura ripartita in sei sezioni di poesia, i cui titoli non compaiono su ogni testo per non interrompere il flusso narrativo ma sono ripresi dalle sei prosette di commento contenute nella seconda parte. A conclusione di ogni sezione appare, come in un refrain, uno slogan pubblicitario dall’effetto straniante e dissonante, con piccole variazioni sul tema. La plastique c’est chic! […] Ti senti spensierata? Immergiti… e poi Lasciati ammaliare! E ancora Sarà easypink o chicblack l’estate?

Le sei parti poetiche recano titoli significativi: Sell-in, sell-out che tratta il tema del lavoro alienante, spersonalizzante, coercitivo, che allontana dalle giuste priorità; Sette tentativi di salvezza che raccontano altrettanti tentativi di resistenza e di dare ordine al caos del reale; Ultime dall’iperghetto su chi assiste impotente allo sfacelo; Sarà la bellezza la nostra vendetta in cui si torna a parlare di resistenza; Cinque simulazioni, in cui si descrivono cinque simulazioni di realtà, infine … E una risposta, in cui si è proiettati in una rassicurante condizione di non tempo. La poesia è potente, caustica, asfittica per chi si pone empaticamente in ascolto. L’uomo vive, lavora, produce, e in questo processo capitalistico di produzione e trasformazione che investe oggetti, persone, sentimenti, emerge il dolore, la pena da cui non è possibile fuggire. Si procede su un terreno insidiosamente minato, costantemente tesi alla ricerca dell’equilibrio mentre si tenta di sopravvivere. La terra è inquinata, defunta, l’Italia, la Grecia, dove vive il nostro autore, non fa alcuna differenza precisare il luogo, perché a causa dell’alienazione a cui ci sottopongono la logica del mercato e le esigenze del processo produttivo, ovunque ci si trovi, siamo vittime di un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione, destinati a perdere la nostra natura umana e ad estinguerci. Siamo uomini dismessi come oggetti in disuso, siamo uomini in affitto, mercificati e in attesa dell’accredito mensile. Questo è quello che resta di ideali, speranze, sogni, illusioni. La società contemporanea è sempre più frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale, invivibile, caotica, e riflette la crisi gravissima dell’uomo e della natura. Gli edifici pericolanti diventano metafora esistenziale della condizione umana, corrispondono alle foglie autunnali di Ungaretti con tutte le loro caratteristiche di precarietà e provvisorietà. L’equilibrio è una condizione interiore, raramente programmabile, scrive Damaggio. Peccato che molto spesso agiscano forze avverse, traumi, dispiaceri che violentano la condizione umana, ne logorano l’armonia e la bellezza e ne compromettono la stabilità. I più compromessi risultano le persone sensibili, senza pelle, troppo permeabili al dolore. Questa è, oltre ad equilibrio, l’altra parola-chiave più ricorrente. Esistono due modi per non soffrire: accettare l’inferno, fingere di non vederlo e accettarlo fino a non vederlo più oppure riconoscere e cogliere persone e sentimenti positivi a cui dare spazio nella propria vita e nel proprio cuore. Fortunatamente, per dirla con Quasimodo, di tanto in tanto appare uno spiraglio di luce, un raggio di sole che rende la condizione umana appena più sopportabile. Ma a volte ci amiamo, nelle pause / piantiamo nel solco un feto ancora, scrive Damaggio. La sua poesia ricava molti elementi d’ispirazione dalla realtà. La osserva, la indaga, la racconta. Per amore di verità il poeta supera il suo isolamento e si mette in contatto con il mondo: il dolore personale diventa compianto universale e la rappresentazione di eventi e stati d’animo si fa sempre più rassegnata, distaccata e obiettiva. L’apertura tematica in direzione civile si accompagna a un linguaggio epico-lirico, il tono diviene disteso, comunicativo, tendente all’oratoria in alcuni punti, ma sempre costantemente pervaso da una incantevole grazia. “Apro le mani, piene di dita inutili / che sanno solo scrivere parole.” Occorre saper osservare e saper raccontare al mondo, con generosità ed empatia. Forse è questa la via di fuga, la soluzione che Damaggio, forse inconsapevolmente,  suggerisce. E non è poco.

 

© Deborah Mega

*

Da Sell in, Sell out:

Le cose con le dita

 

Transitiamo nella zona industriale

su questa terra defunta riposano

nomi di cose in disuso

gonfi di piogge oblique fioriscono

gli uomini dismessi

 

Aspettiamo, alla fermata dell’autobus, la sera

 

Sono piccoli vegetali oscuri

dove immergere la mano

è questo rumore senza forma

sono le cose con le dita

impermeabili fiori all’incontrario

 

corpi scivolati nell’ingorgo

di acque inquinate defluiscono

in esistenze decimate

un nome dopo l’altro, dentro i tabulati, fino all’estinzione

 

In questo modo precipita la notte

Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l’accredito sul conto corrente

 

Poesia della forza vendita

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto

ripiegati in due dentro il contratto nell’atto

di spalancare la bocca

per ingoiare la moneta: Complimenti

mi dice il manager, Lei è in progressione

tuttavia non sa gestire le risorse:

ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

 

Esiste il tempo dei ruminanti

che sanno l’intimo piacere del bastone

il Suo scopo è essere una molla

caricare il significato dei corpi: Lei

deve scavalcare la catasta dei giorni

sopra cui sta un obbiettivo,

che ci segna

 

Il materiale

 

È molto il materiale, che risale

fino alla superficie: del tuo giorno

del passante, di quest’animale

sull’asfalto, aperto in due

all’eccessivo sentimento

per un solo corpo, questo

 

sopravvivere, gravido di cose

da fare, da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine, Guardi

non vedo margini di manovra

 

Eccessivo il materiale

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura

 

Risale il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

nella serra dei corpi

raccolti a fatturare

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi

 

Io non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

tracciare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore

 

Da Otto tentativi di salvezza

Bambino

 

Mi guardi dalla fotografia

ma io non so scrivere nella tua lingua

di ciò che si chiamava bambino

ed era viaggio di vento, irruzione

nel nuovo giorno, al calendario

scandalo

 

Incontrarti oggi in uno specchio di carta

mi ha fatto tremare le mani

perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto

all’uscita di ogni galleria

 

quando insieme per la sorpresa ridiamo

di fronte a un’improvvisa voragine di luce

 

Sulla statale per Killini

 

Ma io alla fine è con l’aria che combatto

e levo in alto le braccia per tradurre

una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro

il cane morto per la strada

 

Se la tua parola era di inciampare nella ruota

e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa

con che grammatica interrotta chiami, ora

quelli che passano, e non si fermano

perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza

 

 

Da Sarà la bellezza la nostra vendetta

Starsailor

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come rifugiati fra due porte

in attesa di un fuoco qualunque

che commuova il calendario

 

In questo venire e andare di corpi

non hai nemmeno il tempo di dargli un nome:

lanciano sul tavolo poche parole, si alzano

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come pieni di linee scure

che potevano essere albero, nuvola: attendiamo

 

nell’apnea delle disattese

è tua la voce a filo d’acqua

che modula una fiamma

per chi, liquido, sta

 

 

Giulia 

 

Ogni cosa mi fa a pezzi

e non basta averti accanto, come hai capito

perché un morso di vita residuo

ritorni al concreto di un sapore

 

Questi i fogli di carta

con il numero del giorno

che ho buttato senza sosta nel cestino

 

Li cerchi, li raccogli, insisti

a vivere, del nostro calendario

la pagina strappata

per lasciarmi quella intatta

 

Testi tratti da Edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio, Dotcom.Press, 2017.

 

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“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022). Una lettura di Rita Bompadre.

28 sabato Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marco Galvagni, Rita Bompadre, Sogno d'amore

 

“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all’infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell’animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell’amore, descrive una eloquente combinazione d’immagini e di sensazioni, coinvolge l’incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l’intonazione della pura adesione all’infatuazione e all’intensità dell’anima, nello stupore e nel calore della complicità. L’occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l’esistenza, coglie l’istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell’illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell’immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l’origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell’attesa, nella ricerca costante dell’universo di senso, nel carattere pulsionale dell’inconscio. L’eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell’orizzonte segreto della volontà amatoria.  “Sogno d’amore” coglie l’intensità vitale nell’ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L’orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l’energia assorta nel balsamo ipnotico dell’immaginazione, sublima l’entusiasmo e la delicatezza dell’ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell’inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d’amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d’amore, traducono la direzione dell’approccio con le tonalità sentimentali dell’essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il poeta

 

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l’onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso

che custodisce i sogni dei gabbiani:

volano nella notte scendendo dalle stelle,

risalgono nell’aurora bruciando il sole.

 

Ho visto te

 

Ho visto un cielo di bolle

colorate di giallo grano,

di verde cespuglio,

di rosso papavero.

Ho visto uno spazio

libero per l’amore.

Ho visto te.

 

Sogno d’amore

 

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

 

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento –

agiterà con desiderio d’ardore le lenzuola.

 

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante –

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d’amore.

 

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi di ogni notte

figlio del mio desiderio d’amarti

facendoti gioire col mio vello.

 

Nell’aurora

 

Ti scorgo nuda e brillante –

un aculeo di paura

irrompe sotto il firmamento –

un fremito nel corpo

il tuo di corallo

orda la spuma dell’erba.

 

Giorni funesti per altre donne

bruciano infuocati,

gioventù s’è infranta,

ora son sorrisi velati

tramati di carezze –

avranno i gemiti del fiore brunito.

 

L’alba libera gli uccelli,

parole dal cuore di marmo,

rettili dagli occhi d’artigli –

costruisco la catena d’un ponte

invisibile come paglia trepida d’aria.

 

Sulla nostra pelle vestita d’amore

 

Potremo respirare

l’odore di stelle del mare

annusando il profumo di muschio della notte

sulla nostra pelle vestita d’amore.

 

Perdermi nella musica d’un arcobaleno

coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga

intinto dei tuoi colori: carbone corvino

come le tracce, ornato – come i nembi del cielo –

da un velo d’ebano come il mare dei tuoi occhi.

 

Volo sognante nella fitta trama dei pensieri

in un’aurora di colori, accarezzato

dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:

saranno sferzate di brezza

sulla nostra pelle vestita d’amore

mentre sarai nuda tra le mie braccia

e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di

desideri.

 

Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,

lascerà una scia di libertà l’impronta dei nostri passi.

 

 

 

 

 

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Michela Zanarella, “Recupero dell’essenziale”, Interno Libri, 2022.

27 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Michela Zanarella, Recupero dell'essenziale

 

Dopo il fortunato “Le parole accanto” pubblicato con Interno Poesia nel 2017, a distanza di cinque anni esatti, Michela Zanarella si presenta ai lettori con una nuova e insolita raccolta edita con Interno Libri, progetto editoriale di Interno Editoria, casa editrice che ha fondato e gestisce il marchio Interno Poesia Editore. ‘Recupero dell’essenziale’ prende forma dal mistero delle coincidenze. Il libro è il frutto di un recupero di poesie andate perdute, ritrovate con l’aiuto di alcuni amici dell’autrice. La raccolta, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Anna Santoliquido, è dedicata all’amica Marcella Continanza, voce nota della poesia contemporanea, ideatrice del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno, scomparsa il 29 aprile 2020. Con una scrittura densa e viva, la poetessa ci accompagna nel suo cammino di ricerca e riflessione sui grandi temi dell’esistenza fino a condurci nella dimensione del sogno, della memoria, della bellezza, in piena comunione con l’universo. Attenta scrutatrice del mondo, Zanarella si lascia trasportare dagli elementi della natura che regolano la vita sulla terra, si pone in ascolto rivelando al lettore le infinite voci del cosmo.

 

Cosa resta di un’estate
 
 
 
Cosa resta di un’estate ormai finita
 
il corpo del mare visto di sfuggita
 
la memoria di un sole che non si è mai arreso
 
e l’asprezza delle cose inattese.
 
Ci ha preso alla sprovvista il dolore
 
è sceso a mutare la luce negli occhi
 
a disorientare gli equilibri del tempo.
 
Settembre ha le sembianze di un sudario
 
la cura è la pazienza ardente tra le viti
 
l’amore che resiste a pugni chiusi.
 
 
 
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
per tutto il dolore vissuto
 
respirare un buio che sa di luce assorta
 
ne scuotono il rumore le stelle
 
ed è come se accadesse un sussulto
 
al cielo di novembre
 
l’autunno prende fiato nei sogni compiuti
 
e la luna pare un segreto di sole
 
rimasto impigliato tra i rami
 
un destino immutabile
 
uguale al colore di albe già viste.
 
 
 
 
 
Da questo tempo
 
 
 
Da questo tempo dove la vita si attorciglia
 
come un’edera che sale sui muri
 
si farà notte come ogni notte
 
e sarà un andare incontro alla luna
 
a colpi di sogno – percorreremo la memoria
 
delle stelle fino a rivederne l’infanzia.
 
È ancora estate e diamo un nome diverso ad ogni cosa:
 
le nuvole si chiamano isole
 
il sole è un pensiero di luce espresso sottovoce,
 
quasi l’amore.
 
 
 
—
 
 
Michela Zanarella 

 

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato diciassette libri. Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Giornalista, autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi, cinese e giapponese. E’ tra gli otto co-autori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La guercia” di Júlia Lopes de Almeida

26 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Júlia Lopes de Almeida, La Guercia, Racconti, TRADUZIONI

B R A S I L E

LA GUERCIA

(1903)

Júlia Lopes de Almeida (1862-1934)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stata una delle ideatrici della “Accademia brasiliana delle lettere”. Avrebbe dovuto far parte dei 40 “immortali” che inizialmente la costituirono, ma fu scelto di mantenere l’Accademia completamente maschile, sull’esempio di quella francese, e al suo posto di dare la cattedra n. 3 al marito, il poeta Filinto de Almeida, che fu chiamato, per questo, “accademico consorte”. Solo nel 2017, è stato riconosciuto dall’Accademia il torto commesso ai danni della scrittrice e riconosciuta la stessa come cofondatrice dell’Accademia. È nota, oltre che per la sua considerevole opera letteraria, giornalistica e teatrale, di influenza prevalentemente naturalista, anche per essere stata una delle più tenaci abolizioniste della schiavitù e del commercio di persone africane nel suo paese, nonché sostenitrice della repubblica e dell’istruzione delle donne, del divorzio e dei diritti civili. Il racconto proposto è considerato un classico della letteratura brasiliana e inserito in molte antologie scolastiche.

Júlia Lopes de Almeida

La guercia era una donna alta, rinsecchita, macilenta, aveva il petto incavato, il busto ricurvo, le braccia lunghe e smilze, ma i gomiti e i polsi erano tozzi; le mani erano grandi, ossute, deformate da reumi e fatica; le unghie ispessite, opache e grigie, i capelli crespi, di un colore tra il bianco sporco e il biondo cinerino, che al tatto apparivano ruvidi e ispidi; la bocca cadente, in un’espressione di spregio, il collo lungo, raggrinzito, come quello degli avvoltoi; i denti, storti e marci.

Il suo aspetto infondeva terrore nei bambini e ribrezzo negli adulti; non tanto per la sua statura e per la straordinaria magrezza, quanto perché aveva un orribile difetto: le avevano cavato l’occhio sinistro; la palpebra scendeva avvizzita, lasciando, tuttavia, accanto al punto lacrimale, una fistola continuamente purulenta.

Era quella macchia giallastra nel fosco dell’occhiaia, quel distillare incessante di pus, che la rendeva ripugnante agli occhi degli altri.

Viveva in una vecchia casupola, il suo unico figlio, che faceva l’operaio in una sartoria, le pagava il fitto; lei si dava da fare lavando biancheria per gli ospedali e si arrabattava a fare qualunque faccenda domestica, compreso preparare da mangiare. Da bambino, il figlio trangugiava le misere pietanze fatte da lei, a volte anche nello stesso piatto sporco; poi crescendo, il disgusto per quel cibo si era manifestato pian piano sul suo viso; finché un giorno, con il pretesto di dover occuparsi di un ordine, aveva detto alla madre che, per comodità degli affari, di lì in avanti non avrebbe più mangiato a casa…

Lei finse di non capire la verità e si rassegnò.

Tutto il bene e tutto il male venivano da quel figlio.

Che importanza poteva avere che la gente la disprezzasse, se il suo amato figlio la ricompensava con un bacio per tutta l’amarezza dell’esistenza?

Un bacio del figlio era più bello di una giornata di sole, era la più dolce blandizia per il cuore triste di una madre. Ma anche i baci cominciarono a scarseggiare, con la crescita di Antonico. Da piccolo, la stringeva tra le braccia e la riempiva di baci; poi passò a baciarla solo sulla guancia destra, dove non c’era traccia della deformità della madre; ora si limitava a baciarle la mano.

Lei comprendeva tutto e taceva.

Il figlio non soffriva meno della madre.

Quando da bambino fece il suo ingresso nella scuola della parrocchia, i compagni di classe, che lo vedevano andare e venire con la madre, presto cominciarono a chiamarlo — il figlio della guercia.

Questo fatto lo indisponeva enormemente e ogni volta rispondeva:

— Io ho un nome!

Quelli ridevano e si prendevano gioco di lui; il bambino si lamentava con i maestri, i maestri rimproveravano gli alunni e qualche volta li punivano anche, ma il soprannome era rimasto, e presto non fu più soltanto a scuola a chiamarlo in quel modo.

Per strada, spesso, sentiva dire da questa o quella finestra: il figlio della guercia! Sta passando il figlio della guercia! Sta arrivando il figlio della guercia!

Erano le sorelle dei suoi compagni, più piccole e innocenti che, istruite dai loro fratelli, ferivano il cuore del povero Antonico ogni volta che lo adocchiavano.

Le fruttaiole, dove andavano a comprare le guava o le banane per la merenda, impararono rapidamente a chiamarlo allo stesso modo, e, molte volte, scostando gli altri bambini che si affollavano intorno a loro, dicevano con pietà e affetto, allungando una manciata di araçá (1):

— Queste sono per te, figlio della guercia!

Antonico avrebbe preferito non ricevere un bel nulla, al sentire tali parole; tanto più che gli altri bambini, con stizza, irrompevano ad alta voce, cantando in coro un motivo noto:

— Figlio della guercia, figlio della guercia!

Antonico chiese a sua madre che non andasse più a prenderlo a scuola; e rosso di vergogna, le raccontò la ragione; ogni volta che lo vedevano apparire sull’uscio della scuola i compagni bisbigliavano ingiurie, strizzavano l’occhio e gli facevano facce schifate.

La guercia sospirò e non andò più a prendere a scuola suo figlio.

All’età di undici anni, Antonico lasciò la scuola: era arrivato ormai ad azzuffarsi quotidianamente con i compagni che lo tormentavano e lo detestavano. Aveva chiesto di entrare nel laboratorio di un falegname. Ma nel laboratorio del falegname, ben presto impararono a chiamarlo — il figlio della guercia, e a umiliarlo, come quando andava a scuola.

Per di più, il lavoro era pesante e cominciò ad avere vertigini e malori. Trovò allora un impiego di addetto alle vendite, ma in breve tempo, i colleghi cominciarono a raggrupparsi davanti alla porta, per prenderlo in giro, e il venditore ritenne prudente mandarlo via, tanto più che arrivavano dalla strada dei teppistelli ad afferrare fagioli e riso nei sacchi davanti il negozio per gettarli addosso al ragazzo. Era una continua grandine di cereali sul povero Antonico.

Dopo questa esperienza si rintanò in casa, nauseato, smagrito, emaciato, disteso per terra alle mosche, sbadigliando di continuo e amareggiato da tutto. Evitava di uscire di giorno e non accompagnava mai la madre; lei lo risparmiava: aveva paura che in uno svenimento, il ragazzo gli morisse tra le braccia, e così non lo rimproverava mai. All’età di sedici anni, vedendolo più in salute, la guercia chiese e ottenne per lui un impiego in una sartoria. La povera donna raccontò al padrone tutta la storia di suo figlio e lo pregò di non lasciare che gli apprendisti lo umiliassero, ma che serbassero un po’ di carità per quel ragazzo.

Antonico incontrò un certo riserbo e una strana silenziosità da parte dei suoi compagni; quando il mastro diceva: — il signor Antonico – percepiva un malcelato risolino sulle labbra degli operai; ma a poco a poco questo sospetto, o questo risolino, cominciò a svanire, finché non iniziò a sentirsi bene nella sartoria.

Trascorse qualche anno e venne il momento che Antonico si prendesse una bella cotta per una ragazza. Fino ad allora, in questa o in quella inclinazione a infatuarsi, aveva trovato sempre una resistenza che lo aveva scoraggiato e lo aveva fatto indietreggiare senza troppe ferite. Ora, però, la cosa era diversa: si era innamorato veramente. Amava come un dissennato la bella morettina dell’isolato vicino, una ragazzetta adorabile dagli occhi neri come il velluto e la bocca fresca come un bocciolo. Antonico tornò un’altra volta a essere presente assiduamente in casa e si aprì alla madre con maggiore affetto; un giorno, quando ebbe scorso gli occhi della morettina fissarsi su di lui, entrò come un folle nella stanza della guercia e la baciò a lungo sul viso, anche sulla guancia sinistra, in un traboccare di scordata tenerezza.

Quel bacio fu per la donna un’inondazione di gioia. Aveva ritrovato il suo figlio caro. Si mise a canticchiare per tutto il pomeriggio, e quella notte, addormentandosi, confidò a sé stessa:

— Sono felice… mio figlio è un angelo!

Intanto Antonico scriveva, su carta fine, la sua dichiarazione d’amore. Il giorno seguente spedì la lettera di buonora. La risposta si fece attendere parecchio. Per molti giorni Antonico si perse in amare congetture.

All’inizio pensò: — È pudore.

Poi cominciò a sospettare qualcos’altro; alla fine ricevette una lettera in cui la bella morettina confessava di voler essere la sua innamorata, a patto che lui accettasse di separarsi da sua madre. Seguivano spiegazioni ingarbugliate, mal allineate: gli ricordava la necessità di cambiare quartiere; lì, era conosciuto come il figlio della guercia, e lei non voleva essere additata come la nuora della guercia, o qualcosa del genere.

Antonico si disperò. Non poteva credere che la sua casta e gentile morettina avesse pensieri così pratici.

Poi volse il suo rancore alla madre.

Lei era la causa di tutte le sue disgrazie. Aveva tormentato la sua infanzia, rovinato tutte le sue carriere, e ora il suo sogno più luminoso si sarebbe dissolto davanti a lui. Si sentì affliggersi per essere nato da una donna così brutta, e decise di cercare un modo per separarsi da lei; si sarebbe sentito umiliato se avesse continuato a vivere sotto lo stesso tetto; certo, avrebbe continuato ad accudire sua madre, ma lo avrebbe fatto da lontano, andando a trovarla qualche volta, di notte, furtivamente…

Salvava in questo modo la responsabilità di un figlio che deve prendersi cura della madre, e, al tempo stesso, poteva consacrare alla sua amata la felicità che le doveva in cambio del suo consenso e del suo amore…

Ebbe una giornata terribile; la sera, tornando a casa maturò il progetto e la decisione di riferirlo alla madre.

L’anziana donna, accovacciata davanti alla porticina del cortile, lavava alcune pentole con uno straccio unto. Antonico pensò: “Obbligherei veramente mia moglie a vivere con…una tale creatura?” Queste ultime parole furono strappate dal suo spirito con autentico dolore. La guercia sollevò il volto verso di lui, e Antonico, vedendo il pus che le colava sulla faccia, disse:

— Pulitevi la faccia, madre…

Lei affondò la testa nel grembiule e lui continuò:

— Alla fine, non mi avete mai spiegato a cosa è dovuto questo difetto!

— Fu una malattia – rispose la madre strozzando le parole — meglio non ricordarlo!

— Sempre la stessa risposta: meglio non ricordarlo! Perché?

— Perché non ne vale la pena; non c’è rimedio…

— Bene! Adesso ascoltate: ho da riferirvi una novità. Il padrone chiede che io vada a stare nelle vicinanze del negozio…ho già affittato una stanza; voi resterete qui, verrò tutti i giorni a trovarvi per sapere se avete bisogno di qualcosa… È per causa del lavoro; non abbiamo scelta, dobbiamo sottostare!…

Mingherlino, curvato per l’abitudine di cucire sulle ginocchia, asciutto e pallido come tutti i ragazzi cresciuti nell’ombra delle botteghe, dove il lavoro inizia presto e la sera finisce tardi, aveva gettato in quelle parole tutta la sua energia, e ora scrutava la madre con uno sguardo esitante e timoroso.

La guercia si alzò e, fissando il figlio con un’espressione tremenda, rispose con doloroso sdegno:

— Filibustiere! La verità e che ti vergogni di essere mio figlio! Vattene via! Che anch’io mi vergogno di essere la madre di un tale ingrato!

Il ragazzo se ne andò a testa bassa, dimesso e sorpreso dall’atteggiamento che aveva assunto la madre, fino ad allora sempre paziente e gentile, obbedendo meccanicamente a un ordine così ferocemente impartito.

Lei lo accompagnò fuori, serrò con un botto la porta, e vedendosi sola, si piegò contro il muro, scoppiando a piangere.

Antonico trascorse un pomeriggio e una notte di inquietudine.

La mattina seguente il suo primo pensiero fu quello di tornare a casa; ma non ebbe il coraggio di farlo; rivide il volto furioso della madre, le guance contratte, le labbra assottigliate dall’odio, le narici dilatate, il suo occhio destro sporgente, penetrante fino al fondo del suo cuore, il suo occhio sinistro formicolante, avvizzito e colmo di pus; rivide il suo atteggiamento altero, il suo dito ossuto, con le falangi sporgenti, che puntava energicamente verso la porta sulla strada.

Poteva sentire ancora il suono cavernoso della sua voce, il fiato che aveva preso per dire le vere e amare parole che gli aveva gettato in faccia; rivide tutta la scena del giorno prima e non osò affrontare un’altra volta il pericolo.

Si ricordò della madrina, l’unica amica della guercia, che, però, di rado andava a trovarla. Andò a chiederle di intercedere per lui, e le disse con franchezza tutto quello che era successo.

La madrina lo ascoltò commossa, poi disse:

— L’avevo previsto, quando consigliai a vostra madre di dirvi tutta la verità; lei non volle ascoltarmi, ed ecco!

— Quale verità, madrina?

Trovarono la guercia intenta a smacchiare il vestito elegante del figlio, voleva mandargli tutti gli indumenti lavati e puliti. La povera donna si era pentita delle parole che aveva pronunciato e aveva trascorso tutta la notte alla finestra, aspettando che Antonico tornasse o semplicemente passasse… Presagiva giorni avvenire vuoti e oscuri, e già si detestava. Quando l’amica e il figlio entrarono nella stanza, restò paralizzata: la sorpresa e la gioia le imbrigliarono ogni movimento.

La madrina di Antonico esordì subito:

— Il vostro ragazzo mi ha pregata di venire a chiedervi perdono per quanto è accaduto ieri e colgo l’occasione per dirgli quello che avreste dovuto dirgli voi, molto tempo fa.

— Non dite niente! – mormorò con voce spenta la guercia.

— Invece parlo! È proprio questa mollezza che vi sta facendo soffrire! Ascoltate, ragazzo! Chi accecò vostra madre foste voi!

Il figlioccio divenne livido in volto; la madrina continuò:

— Ah, non fu colpa vostra! Eravate molto piccolo quando, un giorno, a tavola, alzaste una forchetta nella mano; lei era distratta, e prima che potesse evitare la catastrofe, gliela conficcaste nell’occhio sinistro. Riesco ancora a sentire il suo grido di dolore.

Antonico cadde pesantemente a faccia in giù, in preda a uno svenimento; sua madre gli si avvicinò prontamente, borbottando tremante:

— Povero figlio! Vedi? Ecco perché non volevo dirti niente!

(1) È un frutto spontaneo autoctono del Brasile. La sua bacca è sferica, prevalentemente di colore giallo o rosso, mentre la polpa biancastra è di consistenza carnosa, di sapore dolce e lievemente acidula.

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Una vita in scrittura: Remo Bassini

25 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Remo Bassini, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Remo Bassini che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Remo.

Io non ho certezze sulla scrittura in generale. Sulla mia sì.
È figlia della mia timidezza, della mia eccessiva sensibilità, dei miei fantasmi. Ovvio: per essere un bravo scrittore occorre anche altro. Anni fa, in un’intervista, mi chiesero: Dove nasce il talento di Remo Bassini? Io risposi: “Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, Se questo è un uomo. Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d’aver vissuto dei miei piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste.”
Allora, ho sessantacinque anni e la prima tempesta che rammento arrivò quando di anni ne avevo sei. Morì un fratellino più piccolo. Si chiamava Fabrizio. Mia madre fu spezzata in due e dopo il funerale divenne una madre sconsolata, propensa al pianto. Io avevo un problema: ero troppo discolo, troppo disordinato, e a scuola non andavo bene. Insomma, facevo disperare una donna con i nervi a pezzi. C’era anche mio padre, ma tra fabbrica e orto e lavoretti vari c’era poco.
Forse fu per questo che per vivere e sopravvivere alle sgridate e alla depressione di mamma, cominciai a inventare e raccontarmi storie e personaggi, che mi facessero compagnia. Eravamo poveri, non avevamo la televisione. Ma io ai miei compagni di scuola dicevo di avere visto tanti film: così raccontavo loro le mie storie, i miei personaggi. Mi piaceva che mi ascoltassero.
Non so quando, ma so che da ragazzo, tra un libro di Salgari e uno di Verne, cominciai a dire che da grande avrei scritto un libro.
L’abitudine a scrivere nella mia testa è rimasta: i miei ultimi libri li ho scritti prima passeggiando con il cane e poi davanti al computer.
Ma arrivare alla scrittura, a un romanzo fatto e finito e da proporre a un editore, comunque, non è stato facile.
Per anni e anni ho scritto cose (poesie, copioni teatrali, primi capitoli di romanzi) senza mai ultimarle. Quando rileggevo mi bocciavo: non mi convinceva quanto avevo scritto.
A 35 anni, dopo la laurea in lettere (ho studiato lavorando, 7 anni in fabbrica, poi 3 anni come portiere di notte in un albergo) venni assunto dal giornale storico della mia città (La Sesia, fondato a Vercelli nel 1871); diventai anche bravino (diventerò direttore, anni dopo) però mi portavo dentro un dispiacere. Grande. Non ero riuscito a scrivere almeno un libro. Pensavo ormai di non esserne capace. Fine di un sogno.
Una sera, però accadde qualcosa di diverso. Lo racconto spesso questo episodio, lo racconto soprattutto nei corsi di scrittura che tengo.
Una sera, dicevo. Ho mal di denti, così non esco, non leggo, non guardo la televisione. Ma mi siedo su uno sdraio con un block notes. Mi dico: “Hai 38 anni e ti sei arreso. Non scriverai nessun libro, tu.”
Guardo il block notes. “Inutile che scrivi qualcosa – dico ancora tra me e me – tanto poi, se metti giù qualcosa, quando rileggerai, butterai via tutto.”
Ero quasi sul punto di non scrivere niente, di alzarmi, di fare altro. Arrivò l’illuminazione: sì, illuminazione è il termine giusto. Una lampadina. Dico ancora qualcosa a me stesso. Qualcosa che non avevo mai detto e che non avevo mai pensato. Mi dico: “Raccontami una storia”.
Iniziai a scrivere. Questo:
“Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.”
Cosa c’era di nuovo in queste righe? Tutto. Di che bar stavo scrivendo? Di che luogo stavo parlando? Più andavo avanti e più mi addentravo in qualcosa che non avevo mai visto. In quelle righe non c’era né Vercelli, la città in cui sono cresciuto e in cui vivo, né Cortona, il mio paese, in Toscana, dove spesso torno.
Forse (dico forse, ma non lo so) ero tornato il bambino che inventava storie per sopravvivere al dolore della propria madre…
Sta di fatto che finalmente, quella sera, ero riuscito, dopo anni, a scrivere qualcosa di decente. Diventerà il mio primo libro.
Non solo. Mi avevano insegnato un segreto quelle prime righe: che quando scriviamo dobbiamo sorprenderci. La nostra testa – gli psicanalisti lo sanno bene – sa più cose di quelle che crediamo di sapere.
Ho pubblicato quattordici libri e ho anche ricevuto un paio di riconoscimenti importanti, ma per scrivere non basta aver sofferto, non basta avere la vita complicata da un eccesso di sensibilità. Né bastano gli argomenti che in genere tratto io: i ricordi, il senso di colpa, gli amori impossibili, i grandi rimpianti, i sogni, la rabbia anche. E le storie delle persone fragili e sensibili, nelle quali, almeno un po’, mi specchio.
Non bastano perché la scrittura richiede dedizione, applicazione, sudore. Senza, non si va da nessuna parte. Ce lo insegna Fenoglio, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento: “La mia miglior pagina se ne esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti”.
E la dedizione, all’atto pratico, si traduce nel binomio leggere e scrivere. Quanto leggere e quanto scrivere? La risposta è semplice. Più tempo si dedica a lettura e scrittura e più legna da ardere ci sarà nella nostra testa.
Scrivere ogni giorno, anche solo un quarto d’ora, è importantissimo. Va bene un blog, una pagina di diario, un racconto di mezza pagina. Serve. Serve soprattutto se si impara – o comunque se si prova – a scrivere lasciandoci andare: lasciandoci cioè guidare più dalla mano (l’inconscio) che dalla testa.
Oppure pensando come pensano i pazzi (diceva Flaubert).
Serve leggere, certo. È cosa nota, questa. Trita e ritrita. Ma attenzione: non è importante leggere tanto, quello che importa è leggere bene, con attenzione, in profondità. Prendere una frase, rileggerla. Domandarsi del perché di una virgola, che spesso significa rallentare o dare più ritmo. Io applico due regole nelle mie letture. Regola numero uno. Meglio trascorrere ore per cercare di carpire i segreti di una pagina ben scritta che leggere un libro in fretta e furia. Regola numero due. Scegliere con cura ciò che si legge, perché ci sono scritture che arricchiscono mentre altre, invece, ci fanno solo perdere tempo e non ci insegnano nulla.
Io colleziono pagine belle. Anche di autori con scritture molto diverse dalla mia, anche di autori che non amo. Lo faccio perché so che mi servirà. La faccio da anni, lo farò ancora.
Ho rinunciato a cene con gli amici, a passeggiate quando arriva la primavera, o a qualche ora di sonno per leggere, scrivere, trascrivere frasi belle. Sono orgoglioso di questo.
Io credo che con tanta (ma tanta) applicazione sia più facile, poi, raccontare una storia. Non servono i complimenti degli altri, anzi: spesso sono deleteri. Siamo noi che, alla fin fine, dobbiamo imparare a giudicare la nostra scrittura, basta imparare a confrontarla con quella di chi scrive bene.
Ma c’è un capitolo che interessa agli scrittori: il proporre un proprio lavoro a una casa editrice, il farsi pubblicare per avere poi qualche riscontro (perché pubblicare con un editore a pagamento oppure pubblicare e vendere poco e un po’ come non pubblicare, anzi: spesso è meglio non pubblicare e aspettare il momento propizio).
E comunque: pubblicare, vendere, ottenere un riconoscimento è importante, certo, ma non è l’essenza.
Perché avere successo non rende felici. Vendere 150 copie o 27mila copie di un libro cambia poco: il successo non basta mai, se ne vorrebbe sempre di più.
No, l’essenza è scrivere.
Scrivere arricchisce. È come pregare nel silenzio, viaggiare in mondi lontani.
E poi scrivere aiuta a vivere. Se io sono in coda in posta o all’ospedale per degli esami o al supermercato sto meglio degli altri se nella mia testa “disegno storie”. Che potrebbero diventare storie e personaggi quando sarò davanti al computer (o al block notes: a volte scrivo ancora a mano, per non perdere l’abitudine).
Faccio cose strane, io, quando scrivo. Per esempio: devo avere la testa lavata. Devo bere tanto caffè, per mantenere una certa tensione, evitare gli sbadigli. Devo scrivere quando non ci sono rumori molesti… Accetto solo il miagolio del gatto.
Ma ognuno deve cercare la sua strada.
Le strade che possono portare alla scrittura sono tante, la mia è una, che ho cercato di sintetizzare.
Ho una certezza, però: senza scrivere non saprei vivere.
Scrivere mi serve, dicevo. Esempio. Lockdown del 2021. Esco la sera con il cane, vedo una città morta. Solo nebbia. Si percepiscono paure dietro le finestre delle case. Mi domando: “Dove vorresti essere tu?” Una domanda, certo, che possono porsi tutti. È lecita, banale. Ma per uno scrittore è cosa diversa. Risposi a me stesso: “Vorrei essere nel borgo di Orta, davanti al suo lago”.
Una volta tornato a casa, scrissi alcune pagine: sarebbero diventate il primo capitolo del mio ultimo libro (La suora).
Ecco, ricapitolando, io credo che uno scrittore debba, come ho spiegato sopra, leggere e scrivere, ma alla lettura e alla scrittura va affiancato il “terzo elemento”: osservare la vita con occhi da scrittore.
Quando quella sera di lock down mi domandai “dove vorresti essere tu?” in realtà mi stavo chiedendo: “Dove vorresti essere per raccontare una storia?”.
Chi scrive, insomma, deve avere un’altra prospettiva rispetto agli altri: la testa tra le nuvole.
Si respira meglio, lì.

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“Inciampare nella gioia” di Sotirios Pastakas. Introduzione e traduzioni di Maria Allo

24 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in Idiomatiche, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Inciampare nella gioia, Maria Allo, Soterios Pastakas

Sotirios Pastakas

Da “Παραπάτημα στη χαρά” – “Inciampare nella gioia” (libro secondo) di Sotirios Pastakas

Introduzione e traduzione a cura di Maria Allo.

Il testo proposto, Indaco, tratto da “Canti di misconosciuta gloria”, in preparazione presso la Multimedia Edizioni, è inserito in una sezione di sette componimenti sui sette colori dell’arcobaleno, dal titolo “Inciampare nella gioia”, esempio paradigmatico della cifra espressiva più autentica, ricca di humour di Pastakas. Uno dei sette testi , Rosso, è già noto ai lettori italiani, perché pubblicato nell’ampia antologia del poeta greco dal titolo “ Corpo a corpo”(Multimedia , Salerno 2016) e Blu nella prestigiosa Rivista di poesia Steve di Modena, diretta da Carlo Alberto Sitta ( N. 57 2021) con l’ introduzione di Giancarlo Cavalli, a cui si deve la premessa: “ Vorrei premettere per coloro che non conoscono Soterios Pastakas, che dovranno rapidamente abbandonare gli stereotipi legati all’idea della poesia greca nutrita di miti e archeologia, nel solco della tradizione classica, con sprazzi di paesaggio mediterraneo; se qualcosa di tutto questo, una sorta di grecità, permane in Pastakas, ciò avviene nell’unico modo possibile per un poeta contemporaneo dal respiro internazionale, ossia sovvertendola e demistificandola con le armi corrosive dell’ironia e del disincanto”. In Indaco, colore tra l’azzurro e il viola, associato alla spiritualità e alle facoltà intuitive della psiche, il poeta non denuncia una causa precisa ma dichiara il sentimento dominante della nostalgia di futuro per l’instabilità di tutte le cose: “Non hanno nome le ginocchia. / Sono andate e se ne sono andate/ e non tornano, / come non vanno all’indietro/ il fulmine, l’onda/ gli acini nel mazzo di uva, / Zeus ed Europa sulla spiaggia, / del loro primo amore/. Lo sguardo ironico del poeta sulla realtà, attraverso il gioco della ripetizione, proietta nel futuro un sentimento destinato al passato, quindi assimila il futuro al passato, cioè gli anni ancora da vivere, ignoti e imprevisti, a quelli già vissuti, noti e scontati. Si avverte il desiderio di qualcosa che sottragga all’ ignavia e all’apatia di un personaggio, quasi un doppio del poeta, che contemporaneamente narra la sua vita e vi ragiona sopra: “Dall’indaco il colore diventa cenere,/mare anche lui e non conosce/ il suo nome”. Lo spirito di Pastakas, apparentemente piano e semplice, erotico, mordace e immerso nei “colori” cangianti, scava nel buio dell’inconscio e della memoria. Il potere della sua poesia, con continua alternanza tra realismo e visionarietà al contempo allusiva, non è quello di determinare logicamente la realtà ma di dare forma a una realtà altra che non genera conoscenza ma una nuova coscienza. La poesia crea la vita di Pastakas che non si lascia “confinare nei termini asfittici di una poetica” (G. Cavallo). Certamente il proverbiale incontro con il poeta americano Jack Hirschman si palesa in qualche misura, sia nelle scelte stilistiche che nella formula di poesia “in re” che si faccia corpo, che si faccia vedere e toccare, come dice L. Anceschi. Anche l’interesse del poeta per la letteratura internazionale come per la traduzione di poeti italiani, riesce a far convivere, con assoluta originalità, l’essenza della classicità con le istanze della modernità. Nella chiusa del testo proposto il poeta prende le distanze con la lucida coscienza con la quale fronteggia il negativo e quel fulmen in clausola, battuta amara e autoironica, frequente nella poesia di Pastakas, giustifica la linea programmatica e il dinamismo di un Maestro riconosciuto per le generazioni più giovani.

“l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene”.

L’effetto complessivo è di forte amara ironia.

INDACO

Il Mar Libico
come tutti i mari,
non sa che si chiama Libico,
non conosce il suo nome:
un mare è anche quello,
insieme a tutti gli altri.
Come tutti i mari
cambia colore
di volta in volta,
una volta è pulito
e talvolta pieno di impurità.
Dall’indaco
il colore diventa cenere,
mare anche lui e non conosce
il suo nome.
Come la nave di stanotte
scafo arrugginito “Alekos”
con vernice dipinta di fresco
sulla vecchia lamiera:
«Pacifico», «Monte Carlo»,
nomi che sbiadiscono
sotto la vernice,
non appena le navi
raggiungono il porto, virano
per il prossimo,
cambiano nome,
cambiano carico
e l’equipaggio.
Un mare li accoglie
un mare dice addio,
il Libico non lo sa
il suo nome, come
non conoscono le navi
il loro nome, come non
conosci il corpo
se il tuo nome è Demetra,
Aleka o Calliope.
Il Mar Libico
non conosce il suo nome.
Indaco dall’anima corruttibile
spende nomi
muore ogni giorno.
Molte volte
nello stesso giorno.
La nostra piccola anima lo sa
quanto indaco dreni
ogni ora, ogni momento:
nella necroscopia di oggi
nomi vecchi preferiti
Gavdos, Chrissi, Elafonissos,
Palaiochóra. I mari
stanno cambiando anche i nomi.
Il Libico diventa il mare
di Citera, il mar Ionio,
anche lui è colpito da sciami di venti
del nord e forti venti meridionali.
Il vento cambia nome,
le onde diventano raffiche di onde,
le montagne in fondo
grotte ogni giorno
uccidono la nostra anima,
precedentemente Minosse,
Radamanthis, Sarpidon:
tu mi guardi, io ti guardo
non assomiglio a nessuno,
come la gioia mi condivido
su mille sentieri:
cuori, ferite e interiora fioriti.
Onde nerissime
dalle curve al ciglio della strada,
ho le vene aperte
e la gioia come una gomma forata,
si lascia velocemente
tutto indietro
prima di schiantarsi,
non si cura di noi.
Non hanno nome le ginocchia.
Sono andate e se ne sono andate
e non tornano,
come non vanno all’indietro
il fulmine, l’onda,
gli acini nel mazzo di uva,
Zeus ed Europa
sulla spiaggia,
del loro primo amore,
“Giove” da una lavanderia a secco
è diventato un negozio di kebab,
l “Europa” da salone di bellezza
un’agenzia di viaggi,
i negozi cambiano di mano,
rinnovano le vetrine
ogni giorno, sfitti
rimangono per giorni,
“Philion” viene battezzato
“Dolce”, Via Venizelos
prima di diventare Venizelos,
si chiamava Machis Analatou,
Elias Iliou, il corpo
che si contorce stasera
nelle mie mani ha così tanti
e tanti nomi,
prima e dopo di me,
posso battezzarlo,
la sensazione cambia sempre
gusta quando mordi
la prugna la prima volta
per quest’anno. Il nuovo anno
cambia i numeri.
I corpi dei cuori,
dal sessantasette
in Sud Africa
e fino ad oggi,
reni, fegati.
Cambiano mano i soldi,
nominando i beneficiari
nei libretti di risparmio,
cambiamo portachiavi
marca di sigarette
le nostre abitudini mattutine,
cambiamo playlist.
Stiamo cambiando treni, metropolitane,
autobus, a volte cavalieri
su due ruote, cerchi, pneumatici
nel motore l’olio.
Stiamo cambiando lo shampoo,
il formaggio quotidiano
sulla nostra tavola,
stoviglie, salotti, tende.
Stiamo cambiando colore dei capelli,
smalto alle unghie, opinioni politiche,
hobby, lavori, mogli, amanti,
anime camici da serpente,
prescrizioni mediche
piano in condominio,
taverne, bar, ristoranti,
amici e quartiere, auto, banca
soggiorno, tende.
Stiamo cambiando la lampada,
quattro psichiatri insieme,
sedici poetastri.
Si cambiano le gonne
le ragazze come indossano
la loro nuova anima,
sandali, scarpe, club e canzoni.
Ho cantato con passione
meno le trasformazioni
dell’anima mortale
con più coraggio
l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene.

ΛΟΥΛΑΚΙ

Το Λιβυκό πέλαγος
σαν όλες τις θάλασσες,
δεν ξέρει πως το λένε Λιβυκό,
δεν ξέρει τ’ όνομά του:
μια θάλασσα είναι κι αυτό,
μαζί με όλες τις άλλες.
Σα τις θάλασσες
αλλάζει χρώμα
από στιγμή σε στιγμή,
άλλοτε καθαρή
κι άλλοτε γεμάτη ακαθαρσίες,
περιττώματα, από λουλακί
το χρώμα της να γίνεται σταχτί,
σαν θάλασσα κι αυτή
δεν ξέρει το όνομά της.
Σαν το αποψινό καράβι,
σκουριασμένο σκαρί το «Alekos»
με τη φρεσκοβαμμένη μπογιά
πάνω στην παλιά λαμαρίνα:
«Pacific», «Monte Carlo»,
ονόματα που αχνοφαίνονται
κάτω από το βερνίκι,
καράβια που μόλις
πιάσουν λιμάνι, τραβάνε
για το επόμενο,
αλλάζουν όνομα,
αλλάζουν φορτίο
και πλήρωμα,
μια θάλασσα τα υποδέχεται
μια θάλασσα τ’ αποχαιρετά,
το Λιβυκό δεν γνωρίζει
τ’ όνομά του, όπως
δεν γνωρίζουν τα καράβια
τ’ όνομά τους, όπως δεν
γνωρίζει το σώμα
αν σε λένε Δήμητρα,
Αλέκα, Καλλιόπη.
Το Λιβυκό πέλαγος
δεν ξέρει τ’ όνομά του.
Λουλακί φθαρτής ψυχής
ξοδεύει ονόματα
πεθαίνει κάθε μέρα.
Πολλές φορές
μέσα στην ίδια μέρα.
Η ψυχούλα μας το ξέρει
πόσο λουλακί στραγγίζει
κάθε ώρα, κάθε στιγμή:
στη νεκροφάνεια του σήμερα
ονόματα παλιά αγαπημένα
Γαύδος, Χρυσή, Ελαφόνησος,
Παλαιοχώρα. Οι θάλασσες
αλλάζουν κι αυτές ονόματα.
Το Λιβυκό γίνεται θάλασσα
των Κυθήρων, Ιόνιο,
σαν θάλασσα κι αυτό
το χτυπάν βόρειοι ριπαίοι
άνεμοι, σφοδροί νότιοι άνεμοι.
Αλλάζει ονόματα ο άνεμος,
τα κύματα γίνονται
ριπές κατά κύματα,
τα βουνά στο βυθό
σπηλιάδες κάθε μέρα
σκοτώνουν τη ψυχούλα μας,
άλλοτε Μίνως,
Ραδάμανθυς, Σαρπηδών:
με κοιτάτε, σας κοιτώ
δεν μοιάζω με κανέναν,
σαν τη χαρά μοιράζομαι
σε χίλια μονοπάτια:
καρδιές, πληγές
κι ανθισμένα σπλάχνα.
Κατάμαυρα τα κύματα
απ’ τις στροφές στο οδόστρωμα,
έχω τις φλέβες ανοικτές
και τρύπιο λάστιχο η χαρά,
τ’ αφήνει γρήγορα
όλα πίσω της
προτού να ντεραπάρει,
δεν νοιάζεται για κανέναν.
Δεν έχουν όνομα τα γόνατα.
Φεύγουν και χάνονται
και πίσω δεν γυρνάνε,
όπως πίσω δεν γυρνούν
η αστραπή, το κύμα,
οι ρόγες στο τσαμπί τους,
ο Δίας κι η Ευρώπη
στην αμμουδιά,
του πρώτου έρωτά τους,
ο «Δίας» από καθαριστήριο
έγινε σουβλατζίδικο,
η «Ευρώπη» κομμωτήριο
από γραφείο ταξιδίων,
αλλάζουν χέρια τα μαγαζιά,
ξηλώνουν βιτρίνες
κάθε μέρα, ανοίκιαστα
παραμένουν για μέρες,
σε «Φίλιον» βαφτίζεται
το «Dolce», η Βενιζέλου
πριν γίνει Βενιζέλου,
είναι Μάχης Αναλάτου,
Ηλία Ηλιού, το κορμάκι
που σπαρταράει απόψε
στα χέρια μου έχει τόσα
όσα ονόματα,
πριν και μετά από μένα,
μπορώ να του δώσω,
το συναίσθημα αλλάζει
πάντα γεύση όταν δαγκώνει
δαμάσκηνο πρώτη φορά
για φέτος. Το νέο έτος
αλλάζει νούμερα.
Τα σώματα καρδιές,
απ’ το εξήντα εφτά
στη Νότιο Αφρική
και μέχρι σήμερα,
νεφρά, συκώτια.
Αλλάζουν χέρι τα λεφτά,
όνομα οι δικαιούχοι
στα βιβλιάρια καταθέσεων,
αλλάζουμε μπρελόκ
μάρκα τσιγάρων
τις πρωινές μας συνήθειες,
αλλάζουμε play list.
Αλλάζουμε τρένα, μετρό,
Λεωφορεία, ενίοτε αναβάτες
σε δίκυκλα, ζάντες , ελαστικά
στη μηχανή το λάδι.
Αλλάζουμε το σαμπουάν,
το καθημερινό τυρί
στο τραπέζι μας,
σερβίτσια, καθιστικά, κουρτίνες.
Αλλάζουμε χρώμα μαλλιών,
βαφή νυχιών, πολιτικές απόψεις,
χόμπι, δουλειές,
γυναίκες, γκόμενες,
ψυχές πουκάμισα φιδιού,
φαρμακευτική αγωγή,
όροφο σε πολυκατοικίες,
ταβέρνες, μπαρ, εστιατόρια,
φίλους και συνοικίες,
αυτοκίνητα, τράπεζα
καθιστικό, κουρτίνες.
Τη λάμπα αλλάζουμε,
τέσσερις Ψυχίατροι μαζί,
δεκάξι ποιητάρηδες.
Αλλάζουν φουστάνια
τα κορίτσια σαν να φορούν
ψυχούλα τους καινούργια,
πέδιλα, παπούτσια,
κλαμπ και τραγούδια.
Τραγούδησα με πάθος
λιγότερο τις μεταμορφώσεις
της θνητής ψυχής
και θάρρος περισσό
την μόνη αθανασία
που γνώρισα,
εκείνη του σώματος
τη μόνη χαρά που μου δόθηκε
να τραγουδήσω
μες στο αρχόμενο γήρας:
την αφθαρσία του πέους.

© Maria Allo

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Riccardo Mazzamuto, “Tredici giorni al rifugio”, Eretica Edizioni, 2022.

23 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Riccardo Mazzamuto, Tredici giorni al rifugio

 

sfollamento da livorno e il primo bombardamento a castelnuovo

 

 

livorno città piana

mare distesa

anticipa addii

da sabbia ordigni

di onde alte nel porto

e gente gente

 

il vento porta anglo

americani sbarcati

in sicilia – anzio –

 

sorvolano piccoli aerei

e palle di fuoco

con scopo

d’avvilire verde

la campagna rivale

e fredde rive

senza verdi acque

 

spaventando terrore

grida certezze

di piccoli episodi

a – castelnuovo della misericordia –

paura dei vivi

rabbia dei popoli morti

 

l’avanzata degli anglo – americani e le case in fiamme

 

millenovecentoquarantaquattro

primavera rosicata

infrante le foglie

resistenza tedesca

in combattimento

e\a luglio pian di – vada –

– castelnuovo della misericordia –

retrovia

rilevante per ritardare

l’avanzata

 

iniziano a devastare

il paese

fuoco paglia case

chiome di alberi

dai colori ingannati

semi morti che forse

ri-diventeranno erba

 

successivamente

spento

da noi uomini donne giovani

dal vento che non soffia

con pompe a zaino

da ramato acqua

 

portiamo via

sacchetti farina

bianca gialla

il mugnaio del paese

– marino ciampi- l’aveva occultata

 

in casa

da – giuseppa ceccanti-

per necessità

quella riserva in deposito

che solo i vecchi

antichi sapevano fare

con semplicità

 

il ritorno al rifugio

 

 

se dobbiamo morire

moriremo al rifugio

 

dai campi incolti

vigne uliveti

i miei figli mia moglie

mia nonna – emilia –

e famiglie

l’avevano pensata come noi

 

noi uomini – tordi

dai turni di guardia

per difenderci

da attacchi

 

nascosti tra i cespugli

attigui come insetti

armati muti

di bombe a mano

da fucile modello 91

 

le donne sistemarono

poche vettovaglie

sedie

panche carrozzine

per farvi dormire

i bambini e la magnolia

sembrava spingersi in cielo

con un aereo

da ricognizione da noi

chiamato – la cicogna –

volteggiava

malinconicamente

sulle nostre teste

 

 

le SS a castelvecchio

 

 

vennero a – castelvecchio –

un gruppo di soldati

appartenenti

alle famose SS

armati di mitragliette

bombe a mano

 

incontrate alcune donne

chiesero

loro da mangiare

 

una di queste – gelinda pagliai –

venne al rifugio

a chiedere che qualcuno

andasse a parlare

con quei soldati

 

tutti avevano paura

perché sapevano

che in certi casi

uccidevano

 

decido a malincuore

di parlare con loro

per evitare il peggio

uccido un coniglio

poi cotto

e divorato

dai quattro militari

 

durante il pranzo

parliamo gesti

e al meglio

della guerra in corso

in cambio del mangiare

ci offrirono dei sigari

la natura

non avrebbe voluto questo

 

volevano entrare

in casa per riposarsi

lì indirizziamo

verso la stalla

di proprietà di – sirio morelli-

detto – gigino –

e con grosso respiro

torniamo al riparo

 

viva la libertà

 

 

in festa

abbandoniamo il rifugio

lungo le strade

ad accogliere con gioia soldati

che ci avevano liberati

 

con loro nella piazza

del paese

oltre gli abitanti in festa

partigiani che avevano

operato contro i tedeschi.

 

Ora il rifugio è ancora là

e vi rimarrà per sempre

a testimoniare ai posteri

che lì soffrirono

e sperarono nella pace

e nella libertà gli abitanti

di castelvecchio

 

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Sul poter dire i contesti. Recensione di Michele Cardinali a “Dizionario minimo” di Silvano Sbarbati, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo, 2022.

20 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dizionario minimo, Michele Cardinali, Silvano Sbarbati

 

È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso. Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa? Perché è a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce. Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»[1]; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo. Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»[2], e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»[3]. Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi. Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»[4]; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»[5] o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»[6] e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»[7]. Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»[8]. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo? Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole. Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»[9]; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»[10]; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»[11]. Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»[12] – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»[13]. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza. D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare. In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»[14]. Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»[15]. Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario. E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»[16].

 

Bruxelles, Etterbeek,

14 aprile 2022

Michele Cardinali

 

 

[1] S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.

[2] Ivi, p. 12

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Ivi, p. 26.

[7] Ivi, p. 58.

[8] Ivi, p. 51.

[9] Ivi, p. 53

[10] Ivi, p. 28

[11] Ivi, p. 37.

[12] Ivi, p. 40.

[13] Ivi, p. 41.

[14] Ivi, p. 46.

[15] Ivi, p. 37.

[16] Ivi, p. 21.

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