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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Canto presente 15 : Beatrice Niccolai

07 venerdì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Beatrice Niccolai, Fuorivena, Gramigna, Sans papier - reato d'esistenza di una buona a nulla, Silenzio inverso

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Beatrice Niccolai

***

Le nostre donne

Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti.
Le nostre donne sono girasoli in fiore
nella battaglia dei giorni
e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori,
dopo il calar del sole.
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita
la tenacia, la dolcezza, gli errori.

Delle nostre donne, io sono l’errante.
Le nostre donne
parliamo lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro
bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo
una bandiera.

Beatrice Niccolai
(da) “Sans papier – Reato d’esistenza di una buona a nulla”, 2006, Ennepilibri

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Forma alchemica 12: Lorenzo Calogero

05 mercoledì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Lorenzo Calogero, POESIA

Di tanto rovinoso mare
poco suono giunge
al mio orecchio assorto
in ascoltazione dell’Eterno
che come un angelo passa.

lorenzo-calogero-1954-milano-piazza-duomo-_2-web11.jpg

Per includere in Forma alchemica Lorenzo Calogero ho scelto una poesia molto breve, appena cinque versi. Anche stavolta la scelta è caduta come le precedenti composizioni che ho proposto qui su una forma disposta con ammirevole grazia in un’armonia di suono e senso che incanta. Credo che scrivendola Calogero abbia voluto esprimere la sua essenza di vita, turbata dai marosi interiori, ma anonima per il resto, dimessa, raccolta nell’ascolto di qualcosa che non è per le orecchie di tutti, in un dialogo con l’oltre, col muro, con se stesso che lo ha consumato.

Calogero è nato a Melicuccà, Reggio Calabria nel 1910 e lì è morto nel 1961, in circostanze non chiarite. Il 21 marzo 1961, fu visto per l’ultima volta dai suoi vicini, tre giorni dopo fu trovato morto nel suo letto. La primavera non perdona. Ed i poeti la soffrono. Calogero non meno, essendo poeta fin  dentro le ossa. Il suo modo straordinario di scrivere non gli conquistò molte attenzione in vita, nonostante egli abbia ripetutamente tentato di ottenere un riconoscimento e la pubblicazione dei suoi versi, recandosi tra l’altro personalmente da Giulio Einaudi. Riuscirà a pubblicare soltanto un’opera con Vallecchi, nel 1956, Parole del tempo.

Si laureò in medicina ed esercitò la professione fino al 1955. Commovente la sua storia di solitudine, disturbi pischici, amori infelici, attaccamento alla madre. Mezzo secolo di tormento e scrittura che hanno portato alla stesura di un consistente corpo poetico ignoto ai più, perché conosciuto solo da addetti ai lavori. L’ironia della sorte volle  che nel 1962, appena un anno dopo la sua morte, furono pubblicate dall’editore Lerici le “Opere Poetiche”, quasi l’esecuzione testamentaria del suo ultimo verso, trovato in un foglio sullo scrittoio della sua casa “Vi prego di non essere sotterrato vivo”.

In vita ignorato sistematicamente, apprezzato soltanto dal poeta Leonardo Sinisgalli, l’unico che credette in lui e gli rimase amico fino alla morte, Calogero con la pubblicazione delle “Opere poetiche” divenne un caso letterario. Eugenio Montale, Giancarlo Vigorelli ed altri critici espressero parole di apprezzamento e di paragone ai grandi della letteratura da Rilke a Rimbaud, da Novalis a Mallarmè. Persino la critica letteraria straniera s’interessò a Lorenzo Calogero, con parole che rendono il pregio della sua finissima scrittura “…Si ha l’impressione che tutto sia sviluppato sotto il livello della coscienza. Le immagini si fondono, le parole si associano stranamente, spesso la sintassi è dislocata, i ritmi quasi ipnotici. Non si può dubitare che questo flusso abbia una forza straordinaria e neppure si può dubitare dell’abilità di Calogero nel disporre le immagini in improvvise giustapposizioni bellissime, né della sua perizia musicale…”

Nient’altro da dire, se non che quando s’incontra un poeta, lo si riconosce a distanza. Questo è Calogero, semplicemente un poeta.

A lui è dedicata questa mia del 8/09/2010

Guarda com’è fatto un poeta
nella posa rannicchiata
rigida impacciata
colto di sorpresa con gli occhiali spessi
neri nel cercine e lo sguardo
miope sul naso
dritto all’obiettivo che lo guarda.

Rileva la sagoma del corpo
i punti dell’ombra sulla strada
confronta le distanze
sovrapponi i perimetri
e le masse
valuta specialmente la misura
se s’approssima
anche solo appena
sollevando in punta i piedi
o meglio su una scala
alla sua la tua
statura.

 Loredana Semantica

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Incipit 6 : Storia di una capinera

03 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Giovanni Verga, romanzo, Storia di una capinera

Scicli (Ragusa) Chiesa di S. Matteo e scorcio di Palazzo Fava, foto di Loredana Semantica

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta. Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera. Continua a leggere →

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UN ANGELO

02 domenica Apr 2017

Posted by alefanti in LETTERATURA, Poesie

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Un angelo.
Me l’aveva detto un angelo.
Sì, anche a me un angelo
aveva annunciato qualcosa di straordinario.
Se si è concretizzato?
È questo che mi stai chiedendo?
E che importa ormai?
È il ricordo di quella luce a fare la differenza.
L’ha fatta per una vita intera.
Che altro avrei potuto volere di più?

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POESIA SABBATICA : Non ci sono amori felici

01 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Louis Aragon, Non ci sono amori felici

Nulla è mai eterno per l’uomo né la sua forza
né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
di aprire le sue braccia la sua ombra è quella di una croce
e quando crede di stringere la felicità la sbriciola
la sua vita è una strana e dolorosa lacerazione.
Non ci sono amori felici.

La sua vita somiglia a quei soldati senza armi
pronti per un altro destino
a che può loro servire alzarsi al mattino
a loro, che ritroviamo la sera sfaccendati, incerti
dite queste parole: la mia vita, e trattenete le lacrime.
Non ci sono amori felici.

Mio bell’amore mio caro amore straziante
ti porto dentro di me come un uccello ferito.
E gli altri senza saperlo ci guardano passare
ripetendo dietro me le parole che ho intrecciato
e che per i tuoi grandi occhi morirono così presto.
Non esistono amori felici.

Ormai è troppo tardi per imparare a vivere
e piangono nella notte i nostri cuori all’unisono
ogni tristezza alla minima canzone
ogni dispiacere contraltare al brivido
ogni singhiozzo a un’aria di chitarra.
Non c’è amore felice.

Non c’è amore che non rechi dolore
non c’è amore che non strazi i cuori
non c’è amore che non ci consumi
e non più di te l’amore della patria
non c’è amore che non viva di pianto.
Non c’è amore felice
ma c’è l’amore di noi due.

Louis Aragon

da Poesie d’amore, a cura di Francesco Bruno, Crocetti, Milano 1984, n. ed. 2000 (Traduzione di Francesco Bruno)

 

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La fatalità epica di Vittorio Bodini

31 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Uomini eccellenti

≈ 1 Commento

 

Tu non conosci il Sud, le case di calce

da cui uscivamo al sole come numeri

dalla faccia d’un dado.

(La luna dei Borboni, Milano, Edizioni della Meridiana, 1952)

 

Vittorio Bodini è stato uno dei maggiori scrittori e poeti salentini del Novecento. Stimato ma guardato con diffidenza dagli stessi leccesi, ha sempre intrattenuto un rapporto controverso con la propria terra, fatto di invettive, partenze, ritorni, addii, una passione che avvicina e allontana, costruisce e distrugge. Nel secondo dopoguerra, che si parlasse di Sud non era una novità assoluta, data l’attenzione rivolta dal nostro paese al problema meridionale: già Quasimodo, Sinisgalli, Gatto, Levi, Jovine avevano trattato il Meridione. Il fatto però che si parlasse di Salento, un paese “così sgradito da doverlo amare” e di sentire di averlo quasi inventato, come lui stesso rivendicò in una lettera del 1950 indirizzata a Oreste Macrì, costituisce certamente una novità. Pur essendo nato a Bari nel 1914, Bodini era leccese, per famiglia e formazione. A tre anni, dopo la morte del padre, fu condotto nel capoluogo salentino, qui frequentò le scuole fino al conseguimento della maturità classica presso il Ginnasio-Liceo “G. Palmieri”. Introversione e pessimismo caratterizzarono sempre il suo animo: il fatto di aver perso il padre in tenera età influì notevolmente sulla sua crescita.

Continua a leggere →

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Forma alchemica 11: Simone Cattaneo

29 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 3 commenti

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POESIA, Simone Cattaneo

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

Simone Cattaneo

Questa è una forma alchemica particolare, di poche parole, perché c’è poco da dire oggi. Oggi come tutti i giorni in cui l’abisso si apre sotto i nostri occhi, nelle parole di un uomo che soffre. Nato nel 1974 a Saronno, Simone Cattaneo si è suicidato nel 2009,  a soli 35 anni. Quando un uomo è un uomo e non si può più dire un ragazzo. Ha vissuto abbastanza per conoscere il mondo, per sperimentare il dolore. L’urlo poetico di Simone Cattaneo non si è ancora sopito, continua a inquietare i vivi, a spiazzarli dalle loro convenzioni e certezze. Continua a leggere →

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Parole di donna 5 : ALDA MERINI

27 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Alda Merini, Deborah Mega, I poeti lavorano di notte, Testamento

 

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Alda Merini

La poesia che ho scelto, a mio avviso, è una delle più belle e significative della poetessa dei Navigli. E’ tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico, in essa infatti si mette in evidenza il ruolo del poeta : egli lavora di notte perché l’atmosfera notturna è misteriosa, silenziosa, affascinante, foriera di ispirazione. Si tratta in effetti di un momento proficuo e favorevole alla scrittura perché tace il rumore della folla, il tempo sembra sospeso, tutto tace, la razionalità dello scrittore viene per un attimo messa da parte ed emerge l’interiorità del poeta. Continua a leggere →

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POESIA SABBATICA : Prima colazione / Immenso e rosso

25 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Immenso e rosso, Jacques Prévert, Prima colazione

 

PRIMA COLAZIONE
 
 
Lui ha messo
 
Il caffè nella tazza
 
Lui ha messo
 
Il latte nel caffè
 
Lui ha messo
 
Lo zucchero nel caffellatte
 
Ha girato
 
Il cucchiaino
 
Ha bevuto il caffellatte
 
Ha posato la tazza
 
Senza parlarmi
 
S’è acceso
 
Una sigaretta
 
Ha fatto
 
Dei cerchi di fumo
 
Ha messo la cenere
 
Nel portacenere
 
Senza parlarmi
 
Senza guardarmi
 
S’è alzato
 
S’è messo
 
Sulla testa il cappello
 
S’è messo
 
L’impermeabile
 
Perché pioveva
 
E se n’è andato
 
Sotto la pioggia
 
Senza parlare
 
Senza guardarmi,
 
E io mi son presa
 
La testa fra le mani
 
E ho pianto.
 
***
 
 
IMMENSO E ROSSO
 
Immenso e rosso
 
Sopra il Grand Palais
 
Il sole d’inverno viene
 
E se ne va
 
Come lui il mio cuore sparirà
 
E tutto il mio sangue se ne andrà
 
Se ne andrà in cerca di te
 
Amore mio
 
Bellezza mia
 
E ti ritroverà
 
In qualunque posto tu stia.
 
Jacques Prévert

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Canto presente 14 : Pier Maria Galli

24 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 4 commenti

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l'origine del nudo, Pier Maria Galli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Pier Maria Galli

l’origine del nudo

sarebbe un delitto terreno non dire, e non diffondere
sulle dita rimaste a parlare d’altro
l’orlo tagliente di una poesia.
dovremmo conversare sul modo in cui
i pomeriggi eccetera eccetera, oppure
sul perché in quel film loro fanno all’amore
senza toccarsi e gettandoci nel
panico eccetera eccetera; dovremmo
prepararci separatamente il mio caffè e
le tue foglie e posare le tazze sul tavolo
e metterle in discussione prima che le bocche
le svuotino e disegnino quella forma dell’alba
che hanno le tazze dopo che le abbiamo
scavate con la prima bocca che la mattina
ci ha dato; dovremmo spogliarci in luoghi
che si staccano dai corpi cadendo per terra
insieme a noi, mentre i vestiti restano ad osservarci
dall’alto disordinato di una sedia; dovremmo
passare più tempo ad ascoltare il rumore
delle labbra che si screpolano; dovremmo
abbandonare i tuoi seni ed il mio sesso
sui posti a sedere di un cine abbandonato
sopra la locandina dove 2 corpi siedono
sopra la stessa sedia e si vede solo la sedia
e nel film non c’è nessuno; dovremmo
ripetere mille volte il gesto di entrare in una
vasca vuota e uscirne ripuliti e con la pelle
bagnata da quell’aria che sappiamo inventare;
dovremmo prepararci con meno bianco assoluto
quei frammenti di burrasca che sono i parcheggi
sotterranei di un ipermercato nelle ore deserte
della notte; dovremmo cambiare ogni sera
il corso delle vene sui polsi, rimescolando
l’orientarsi della mappa sui nostri corpi;
dovremmo scambiarci gli specchi del bagno
per scoprire i nostri visi appena svegli e
senza concluderli mai; dovremmo confessare
la pagina nera quando ci asciughiamo gli occhi e
portarci il cibo alla bocca con le mani sotto il tavolo;
dovremmo spiegare a chi ci ha amato o ci ama
la casa che hanno costruito sull’altro lato della strada
dove non ci sono mai state case ma solo un fiume
ed ora l’inizio di un lago e perché nessuno
ci ha mai visto prima di addormentarci affacciati alle finestre
e chiudere le persiane come una tremenda notizia personale;
dovremmo sederci sulle ginocchia e nello stesso istante
io sulle tue e tu sulle mie, e ancora così, e non finire
di salirci sopra, crescendo nei corridoi di quei rami
in un prato dove c’è solo erba che entrano dalla finestra
graffiandoci la pelle e spesso l’impalcatura dove operai
senza un progetto in cima alle dita ci fabbricano il cuore

Continua a leggere →

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Forma alchemica 10: Derek Walcott

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 5 commenti

Tag

Derek Walcott, POESIA, Siracusa

Sono perseguitato da siepi d’oleandro rosa
lungo le strade siciliane, le loro consonanti di ghiaia
sotto le ruote, da pile di pietre, da muri la cui sorpresa
è che non c’era bisogno di andare così distante
per riconoscere ciò di cui mi ero già accorto,
tranne, e ora ritorna, quello strano castello
in rovina con un blu caraibico affacciato alle porte
e il nome Ortigia che tintinna come cristallo
nel suo fragile equilibrio. Nel fruscio del pino,
dell’ontano argenteo e dell’olivo qualcosa iniziava a cambiare,
suoni che andavano tradotti. Il mare era uguale
tranne per la sua storia. La nostra santa patrona
era nata qui. Condividevano un unico nome:
Lucia. La calura aveva l’identica innocenza
di un pomeriggio isolano, ma con una differenza,
l’aspetto degli oleandri e la verde fiamma dell’olivo.

I am haunted by hedges of pink oleander
along the Sicilian roads, their consonants of gravel
under the tires, by stone piles, by walls whose wonder
is that there was no need to travel
this far, to recognize things I already knew,
except, and now it grows, the odd broken castle
through whose doors peered a Caribbean blue,
and the name Ortigia that rings like crystal
in its fragile balance. In the pine’s rustle
and the silver alder’s and the olive’s, a difference began,
sounds that needed translation. The sea was the same
except for its history. The island was our patron saint’s
birthplace. They shared the same name:
Lucia. The heat had the identical innocence
of an island afternoon, but with a difference,
the way the oleanders looked and the olive’s green flame.

Derek Walcott

(da Suite siciliana, Egrette bianche, Adelphi, 2015)

IMG_3879 xxx.jpg

ph. Loredana Semantica “Oleandro rosa pallido”

Derek Walcott entra di “diritto” in Forma alchemica per aver egli raggiunto appena qualche giorno fa, il 17 marzo 2017, lo stato di defunto, che è, insieme alla bella forma poetica, requisito necessario per accedere a questa rubrica.

La poesia di Walcott che propongo non è tra quelle da me selezionate e da tempo salvate nella mia cartella “poesie scelte”, l’ho scelta invece recentemente dal web, precisamente dal blog Imperfetta Ellisse di Giacomo Cerrai, che, senza volere, creando una specie di “coccodrillo involontario”, come l’ha chiamato lui stesso, ha pubblicato sul suo blog una selezione di poesie di Derek Walkott, giusto qualche giorno prima dell’ exitus dell’autore.

Le poesie proposte mi hanno colpito in particolare perché tra esse ce ne sono alcune dove son presenti a piene mani riferimenti alla città dove vivo: Siracusa. Ed è proprio una di queste poesie che propongo qui, oggi, esplicitando i richiami a me noti.

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Anniversario del blog: Primavera senza limiti

21 martedì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

≈ 2 commenti

Un anno fa abbiamo inaugurato il blog Limina Mundi. Al momento del varo non abbiamo scelto un giorno a caso, ma volutamente abbiamo deciso che l’avvio avvenisse il 21 marzo. Questo perché il 21 marzo:

  • è l’equinozio di primavera,
  • in primavera si festeggia la Pasqua
  • è risveglio della natura
  • si festeggia la giornata mondiale della poesia e, per finire,
  • è il giorno in cui è nata Alda Merini.

Per celebrare degnamente un anno di attività di questo blog abbiamo pensato ad un’iniziativa che coinvolgesse anche i lettori. Una specie di festa di primavera. Le abbiamo dato il nome di “Primavera senza limiti”, e consiste in un invito rivolto a poeti (e non) a proporre una poesia su uno di questi temi: Rinascita, Risveglio, Natura, Primavera, Pasqua.

La poesia dovrà essere inviata all’indirizzo mail del blog liminamundi@gmail.com

L’iniziativa si avvia oggi 21 marzo 2017 e si concluderà il giorno di Pasqua: 16 aprile 2017.

Tutte le poesie pervenute saranno pubblicate in questo stesso post, di seguito a questo annuncio.

Buona poesia a tutti e buona festa di primavera.

 ***
Cominciamo ad inserire i testi inviatici in ordine di arrivo. Saranno pubblicati in gruppi di cinque poesie per volta. Continuate ad inviare i vostri testi sulla Primavera.Grazie. 

Il logo della rosa che separa i testi è stato disegnato da Maria Rita Orlando.

 

Di regola tutte le poesie sulla primavera vengono automaticamente cestinate. Questo tema ha cessato di esistere in poesia, Nella vita ovviamente continua a esistere. Ma si tratta di due faccende diverse. (Szymborska, Posta letteraria, Scheiwiller 2002)

Chi ha visto primavera? Era la poesia
ancora da scrivere, un suono di nuvole,
il foglio dove il vento
tra soffi di anemoni si sarebbe posato

L’hanno vista, dicono, i bambini
che sono stati bambini nei cortili,
l’hanno vista in tutti gli azzurri
e nei verdi dell’erba cantare.

Ho perso la primavera.
È andata con la luce dei prati
e le corse dei bambini.

Guardavo le case, gli alberi
stretti, in un silenzio di cose
finite molto prima di adesso:

l’acqua senza le ninfee di Monet
i fiori di bosco che il babbo
più non porterà alla mamma.

Mi fermavo davanti al bianco delle betulle
che mangiava la luce
e alla riga scura della pioggia
che fa triste la poesia e i giorni.
E mi pareva un assurdo scherzo la vita,
come chi dice ridendo vado via
e scompare per sempre.

da Nel solo ordine riconosciuto, Gianfranco Fabbri editore

Liliana Zinetti

Cambiare

Il vagito della primavera
ha portato via il mantello del gelo.
Gli animali cambiano
piumaggio,
pelle,
manto.
Gli alberi
colore,
fogliame,
frutti.
E io?
Io posso cambiare
aria alla casa,
coperte al letto,
abbigliamento,
colore e taglio dei capelli
e poi …
Il mondo
si chiude sempre a ombrello.
Il rumore
di ieri è sempre vita di un giorno.
Un giro di anime
segna sempre un vissuto.
Il tempo
nasce età
e muore sempre in eterno.
I ricordi
riposti sempre in stanze chiuse
con muri senza finestre.
I rancori
s’imprigionano in scrigni
in fondo al mare
ma emergono sempre
dal fango melmoso.
Sempre!
Sempre!
Sempre!
Ho capito.
Devo cambiare
sole,
pelle,
viso.
Essere amore.
Un amore
che ti fa odorare
la pelle del tuo uomo.
Il suo profumo di maschio.
Ti togli la maschera.
Ti presenti nuda nell’anima.
Vestita con le tue fragilità.
Un segreto …
Non murarti dentro
con l’ultimo respiro
devi  …  cambiare!

Clara Chiariello

Vèrta in Canséi*

A pas lidier la va la cerva piena
incontra a l’orìvo ndove i saléz
i met i primi but, la bat al trói
de la nef de la vèrta, ognequaltrato
la trà, squasi a assar indrìo la mòrt
che la ghe mòrz le cadìce, al so vèrs
l’é ’n reciamo che ’l sgorla in cao al bosch
al costà dei faghèr, na ora la val
n’altra stajon intiera, na nassesta
che la fà del futur tut al presente,
la se met prèssa, al so òcio l’é ’n mondo
che ’l sogna na ciarèla che la sìe
cesura de erba, co ’n ùltemo sfòrz
la salta ’l fil spinà, vers un tenp novo.

Primavera in Cansiglio

A passo leggero la cerva gravida va / incontro al limitare (del bosco) dove i salici / mettono i primi germogli, batte il sentiero / della neve primaverile, ogni tanto / scalcia, quasi a lasciare indietro la morte / che le morde le caviglie, il suo bramito / è un richiamo che scuote in fondo al bosco / il costato dei faggi, un’ora vale / un’altra stagione intera, una nascita / che fa del futuro tutto il presente, / si mette fretta, il suo occhio è un mondo / che sogna una radura che sia / recinto d’erba, con un ultimo sforzo / salta il filo spinato, verso un tempo nuovo.

* Dialetto veneto della Foresta del Cansiglio

Pier Franco Uliana 

Primavera altra

Il giovane corpo d’albero robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro a un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove,
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

Silvia Rosa

maiuscole di vita

dove sporgono le rapide del sogno
come visioni su rasoi di luce
dove guardano i bambini che scoprono
in un gambo di prato
maiuscole di vita
nel piccolo largo delle loro mani

in fondo al bianco delle scale sole
le voci
i bambini che pedalano l’aria
e il pasto del cielo che vola
è musica il suono di piccole mani
il giallo a stento delle loro ali
è un passo largo tra gli spigoli delle ombre
l’odore è buono
una stanza di pane e di domenica
l’azzurro del bucato

Marisa Guagliardito 

Stamane , all’improvviso …

C’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli nei limoneti
in fondo alle valli intrecciate di ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche finocchi selvatici
menta e rucola.
C’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre,  sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso…
Tendo l’orecchio a inseguire voci
che invadono segni  consonanze
di parole lievi librate nelle crepe
dei muri sconnessi tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe.
C’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo della vecchia casa
nella speranza che tende la mano.
Inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
E c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi come le mie ciglia,
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti.
Ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è  silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia arde seguendo tracce
di odori suoni e colori…
Ma non ti ho detto che  la pietà
ha grosse ali di viva carne e linfa nuova
a foglia di mandorlo
come segreto albero radicato nell’aria
impastato di lava e  comprensione  radiosa
nelle braccia gigantesche di perdono.
Cresce stamane all’improvviso  l’universo
tra solchi e semi come ininterrotti fiori
nel vorticare di memorie salde a questa terra.
Lentamente  torna  più calda
la fragranza  di essenze mutevoli
ma immortali lungo questo fiume.
Persefone s’imperla come il suono
di ogni voce in un ciliegio.

Maria Allo

Prima Vera

La bella stagione zufola Zefiro
pollini ed erba, tutto sospeso
lo scoppio del canto
la coltre del chiaro discanto
dischiuso il sereno passeggia
con la pace benigna
in un ciondolo al seno
falene di notti ancora insonni
affanno di brame contuse
al cuscino d’incudine e cotone sogno
e rapace possesso
notturno cinereo infetto
domani il sole nuovo
scaccerà altre nubi
evaporando inutili scuse
sul prato in cui rinasco
ingoiando foglie secche
per poi ritornare verde

Federico Preziosi

 

 Primavera a Piazza di Spagna

Passioncella canuta, mio fiore nero (ti sei tinta?)
chi (cosa) ti alimenta
ti accudisce e ti accredita
oltre la circostanza di un sorriso?

Maggio è tornato.
Alla mattina dipinta dai suoi colori forti
sottentra una controra di smog che non lo onora…

Tu rovesci in questo cielo
la tua vecchia cartolina in bianco e nero
e dribblando il nepente del benzene
mi fai subito planare
in un terso mattinale annicinquanta.

Da “Siamo alle solite”, Fermenti Editrice, 2001

 Leopoldo Attolico

 

  

I giorni dell’acqua e delle rose

I giorni dell’acqua e delle rose
quando la prima pioggia sa di vino
e il tuo stelo è un istante
se ti amo.

 Giovanni Baldaccini

 

  

(Primavera)

fa carezza, dove Amore ha scordato la viola nei silenzi
le nascono fiori fragranze distribuite ai vari sensi
quando la Vita sospende nei fuori corso
c’era una volta e c’è
la scultrice del sogno che non perde la musa
di bellezza senza dannazione
nell’anima in lirica..
non osa morire, non osa il dolore
non ama dice…
e s’ inganna nel continuo

©Emmaistrini

l’attesa leggera  il tonfo
dondolìo  d’un immenso
istante dal vento scende

sai d’acqua a maggio  le
ciglia  di bianco silenzio
la mano quasi un odore

il girotondo accucciato i
tuoi gesti  nel soave dire
fammi di niente  domani

la casa  la margherita di
un bambino e il sole giù
dal tetto al mio petto un

saremo nudità anteriore
andando e stando inizio
nel cavo come arreso di

una mora addormentata
e d’innocenza accesa la
vertigine così all’infinito

s’è fiorita al nido la ferita
dall’alba bagna doralisa                                                                            

( daìta martinez, 2017 )

Non si pente l’incedere
di sempre si ripete
uguale nei secoli
mantiene la promessa
atavica alla vita
tornerò nella cadenza della terra
tornerò eterna nel tempo
più d’ogni virgulto
d’ogni vagito avrò le vene
mosse dall’impulso
che segue il germoglio
il piacere del gemizio
che spreme linfa agli atomi
alle cellule ai versi di tutti
gli animali allo sbocciare
d’inni e magnificat
al vortice di pollini
di odori a tutta questa
grazia pompata nei polmoni
d’api di chimica d’ormoni
s’inchina implacabile e commossa
alla bellezza indicibile dei fiori.

Loredana Semantica

 E’ un canto senza voce
un grido represso inespresso
il turbinio di emozioni
vigili ma contenute
fili di seta che si aggrovigliano
annodati ma vitali
vibrazioni gravi che si fanno strada
in questa primavera
un’altra delle tante
ma non trovano il varco
il passaggio naturale ed obbligato
la soluzione che dal corpo cassarmonica
risuoni e si innalzi
libera.

Deborah Mega

 

Se ci pensi potrebbe anche essere primavera
ma le cose sembra siano andate tutte storte.
Potrebbe per esempio, esser fiorito aprile
col caldo e sudati, staremmo a fare le salite
dei sentieri che conoscevamo da ragazzi
oppure ad ascoltare le rane nelle pozze
gracidare, e noi imitarle e tirar sassi.
Suonare tutti i campanelli dei palazzi
fare le squadre con nessuno in porta
e le ragazze tiferebbero per noi
e proprio a quello timido che segna
andrebbe forse un bacio o un cenno d’occhi.
Se ci pensi si sta qui a sperar di maggio
e per molti versi credimi, inutilmente.
E il tepore che ora proviene dal riverbero
d’asfalto, oppure dagli schermi azzurri
delle case tutte divise dal tessuto connettivo
che ci rende eremiti societari, non ci scalda
e non ci asciuga. Come la mano delle mamme
quando tornavamo dentro tutti sporchi
a prendere la dose santa degli schiaffi.

Francesco Tontoli

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

Rita Pacilio

Dis/lirica

il pesco era rosa
nella stagione dell’amore,
poi venne il vento
di rasoi e lame
(ma chi l’aveva chiamato?
da dov’era venuto?)

freddo era il fiato
sulle corolle aperte
(oh fiori innocenti
oh petali ardenti)

e si vive l’aprile
come il mese più vile.

Francesco Palmieri 

 

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Incipit 5 : Le notti bianche

20 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Deborah Mega, Fëdor M. Dostoevskij, Le notti bianche, romanzo

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più spesso all’anima!… Parlando di vari signori irascibili ed irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno. Fin dal mattino un’improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l’impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo; ecco perché ebbi l’impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda ad un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi succedesse. Anche se andavo sul Nevskij, o ai giardini, anche se mi mettevo a passeggiare sul lungofiume, non incontravo nessuno di quei volti che ero abituato a incontrare sempre nello stesso luogo, alla solita ora, per tutto l’anno.

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Gli alberi sembrano identici

19 domenica Mar 2017

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie

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Tag

Franco Fortini, Gli alberi sembrano identici, Loredana Semantica

foto di Loredana Semantica

Gli alberi sembrano identici
che vedo dalla finestra
Ma non è vero. Uno grandissimo
si spezzò e ora non ricordiamo
più che grande parete verde era.
Altri hanno un male.
La terra non respira abbastanza.
Le siepi fanno appena in tempo
a metter fuori foglie nuove
che agosto le strozza di polvere
e ottobre di fumo.
La storia del giardino e della città
non interessa. Non abbiamo tempo
per disegnare le foglie e gli insetti
o sedere alla luce candida
lunghe ore a lavorare.
Gli alberi sembrano tutti identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi
e tu impari chi è tuo padre.

 Franco Fortini, da Questo muro, 1973

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POESIA SABBATICA : Adesso che il tempo sembra tutto mio

18 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Adesso che il tempo sembra tutto mio, Francesco Palmieri, Patrizia Cavalli

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Patrizia Cavalli

da “Il cielo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

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AforisticaMente

17 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', La società

≈ 1 Commento

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aforismi, Deborah Mega, Giuseppe Pontiggia

“Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole”.

Stanislaw Lec

 

Gli aforismi, dal greco aphorismòs che significa delimitazione, definizione,  sono enunciati che esprimono efficacemente un concetto in poche frasi segnando un limite, un confine, non a caso il termine ha la stessa radice della parola “orizzonte”. Caratteristica fondamentale dell’aforisma è la brevità. Nella prosa gli aforismi si configurano come forme brevi simili ad affermazioni e precetti, destinati a essere pubblicati in raccolte o in racconti, romanzi, diari. Al di là dell’ambito letterario gli aforismi possono trovare spazio nei film, nelle pellicole del passato e del presente che hanno fatto epoca: frasi celebri divenute popolari, affermazioni ironiche e divertenti, battute divertenti penetrate nel patrimonio linguistico di intere generazioni.

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Forma alchemica 9: Fernanda Romagnoli

15 mercoledì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 2 commenti

Tag

Fernanda Romagnoli, POESIA

roma

Fernanda Romagnoli

Confesso che ho qualche difficoltà a scegliere una “rosa” di poesia di Fernanda Romagnoli, alla quale intendo dedicare questo mercoledì di Forma Alchemica. La difficoltà non sta certo nel valore, perché la produzione di Fernanda ben rappresenta il senso del titolo di questa rubrica, che ho spiegato qui, nel penultimo capoverso della nota introduttiva. La difficoltà è piuttosto dovuta alla scelta di quale poesia sia maggiormente rappresentativa dell’eccellenza poetica di questa autrice.

La forma che la Romagnoli dà alla scrittura e la sapiente, sorprendente abilità di scegliere i lemmi da disporre nella perfetta architettura dei suoi versi, ben le meritano i commenti entusiastici espressi dai critici che “battezzarono” le sue raccolte. Appena quattro, sparse lungo tutto l’arco della sua vita: Capriccio, Roma 1943 Berretto rosso, Roma 1965 Confiteor, Guanda, Parma 1973 Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano 1980. Si sa poco di Fernanda Romagnoli, studi al Conservatorio, matrimonio con un militare, una vita scorsa tra gli anni dalla nascita nel 1916 alla morte nel 1986 in grande riservatezza, tanto che qualcuno ha osservato come si contrapponga alla vita in ombra e apparentemente  piana, senza scosse, tutta l’agitazione esposta nella potente dolorosità dei suoi versi.

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Parole di donna 4 : CHANDRA LIVIA CANDIANI

13 lunedì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Tag

Chandra Livia Candiani, Deborah Mega, La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore

img_22827_17943

(foto dal web)

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, in “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Ed. Einaudi

Per questo nuovo appuntamento con Parole di donna ho scelto un testo di un’autrice contemporanea vivente, Chandra Livia Candiani. Da quando l’ho letta per la prima volta mi ci sono ritrovata molto perché particolarmente ricca di suggestioni condivisibili. A chi non capita di ritrovarsi al risveglio di fronte allo specchio e di dare un’occhiata sfuggente al proprio volto? Potremmo avere delle sorprese non da poco. Il riflesso rivela i segni della lotta, quella che conduciamo ogni giorno e che non ci abbandona neanche durante il sonno. Ci ritroviamo così ad alzarci poco riposati, a riprendere la routine quotidiana con lo sguardo feroce pronto ad una nuova battaglia. Occhi e bocca più di tutto rivelano il nostro stato d’animo, la fatica, la durezza di certe mattine.

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POESIA SABBATICA : Dicembre finalmente freddo

11 sabato Mar 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Dicembre finalmente freddo, Francesco Palmieri, Gianfranco Lauretano

Dicembre finalmente freddo
l’Adriatica addobbata di luci
svogliate e natalizie
la strada svolta e si estingue in pianura
verso Cesena.
Ogni ritorno è diverso
come le case
che scorrono nel finestrino
e le prostitute
bellissime viste da qui, da dove
non si capisce la tristezza

ma come sarà
il ritorno oggi, chi sarà
il ritorno, chi
davanti alla casa aperta o
chiusa
come sarà il viso
di chi mi aspetta, di chi
benedetto mi aspetta

mare Adriatico
cielo nero di Romagna, San Marino
che devi essere quelle luci
arancioni a cucuzzolo verso sinistra
anche voi pregherei
per essere sicuro di un’attesa
pregherei i sassi
le zolle ghiacciate dei campi
anche ciò che non ascolta
perché ci fosse mio padre
sulla porta

se come un regalo
senza ricorrenza lo vedessi
sulla porta dove non è mai stato
distratto dal vento ma attratto
da un figlio vagabondo
e felice di scorgerlo
come una sentinella

padre che tutto mi ha separato
io, e una troppo lunga adolescenza
un ritorno mai venuto
una casa ininfluente e prigione
la frenesia di cancellare
il campo seminato della tradizione
lui stesso che ha portato sé
al bordo di troppi
irrealizzati desideri
e tutta una vita e tante

ma so cosa davvero
ci ha tenuto lontano
il non destino che scegliamo
con malata insistenza
assenza che scoordina i fiati

pensa se fosse sulla mia porta
pensa come verrebbero le stelle
per fargli una corona
a lui che comunque
è sempre un re
con la sua faccia così vera
con le rughe che hanno
ognuna cent’anni
il suo volto grande
la cosa più simile a Dio
che io abbia visto.

Gianfranco Lauretano (da Occorreva che nascessi, Marietti, 2004)

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Canto presente 13: Marina Raccanelli

10 venerdì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 7 commenti

Tag

Marina Raccanelli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Marina Raccanelli

Isole sospese, io sono lì
nell’azzurro irreale oltre
la visibile linea liquefatta

sospese isole, io sono qui
sopra la sinuosa
serpentina di schiuma, scia
dietro il vivere

*

Cerco la goccia in fondo al mare
un piolo nel turbinare
dell’umanità disgregata –
cerco le latitudini strane
dei miei pensieri smagliati
i suoni dell’assurdo non percepito
il silenzio sordo del mondo
in fragile disgregazione –
cerco
l’incarnazione di Dio nel minuscolo
fiore, nell’unghietta di un bimbo
neonato, nel soffio dei venti astrali
e trovo te, illogico amore
ritornato bambino

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