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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Canto presente 23: Rita Pacilio

15 venerdì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Tag

poesia contemporanea, Rita Pacilio

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Rita Pacilio

*

LA VOCE È UNA PIETRA NERA

Billie dormiva anche di giorno

l’alcool lascia segni sulle gote

nel baffo tirato senza grazia

– la riluttanza della fede fallace –

 

si sdraiava con il corpo senza-corpo

nella stanza infantile dell’allodola

a otto anni sul pavimento del night

ingoiava i suoni e le interferenze

 

si trattenevano i singhiozzi nella voce

alta e nera di seppia. L’eleganza possibile

pettinava le particelle scure della storia

per abbassarle nella parola intima

 

basta questo per possedere la vita

ripetuta nella continuazione del chorus

laborioso, improvvisato, meditato piano

quando il sole dilata il centro e il suo chiodo.

 

BILLIE HOLIDAY, detta Lady Day (1915 – 1959), è stata una cantante statunitense fra le più grandi di tutti i tempi nei generi Jazz e Blues. Infanzia travagliata e dolorosa, a soli quindici anni, iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem. Il suo stile è connotato da una vena sofisticata e da un timbro espressivo discorsivo, quasi recitativo, flemmatico. Unica nella sua interpretazione melodica del chorus è considerata la regina dell’improvvisazione.

(tratta da Il suono per obbedienza, poesie sul jazz – Marco Saya Edizioni 2015)

*

Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano

mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate

dove resta immobile il seme infuriato.

Difficile dirti adesso le foglie sulla via

quando file di formiche sui bordi

spalancano voragini nel suolo raffreddato.

Non chiedono perdono né fanno lamento

le facce dei degenti

sotto giornali stesi come coperte al sole

perché Dio li ama fino al mattino.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Ho parlato al tuo corpo fraterno

conficcato nella pioggia che lava

sollevato ruggiti sfibrati

per pietrificarne i momenti.

 

In questa scorza ci sentiamo stretti

provoca dolore la bruna pupilla

lo so, tu sai scucire la terra

una grossa onda sul nostro campo.

 

Rinascere dal poco movimento

ogni istante si converte

la riga che non fa triangoli

un’immagine che resta al centro.

 

Così ti riparo dalle voci

e fisso il segno delle parole

qui ti lascio lamento malato

custode di ossa imporporate.

 

Non cambiare l’odore al soffitto.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Avrei voluto piangerti con gli occhi di una vecchia

con le dita scuoiate e spaventose

dipinte sul mio volto scavato

caduta, graffiata dai calcinacci di sguardi gonfi

rabbrividita nel ventre ossuto

cupa e rabbiosa come un astro nella notte,

invece facevo il rumore di un ramo, umido, sradicato

bianco di acero, troppo smilzo

che sperava di indossare le tagliole nel terreno

un segno triste, cammino della memoria di tibie e cosce.

Avrei voluto farti tornare indietro dalla bocca dei vermi

aprirti alla luce di te stesso

sperare di cambiare il fregio dopo la pioggia

togliere la ruggine alla melma appiccicosa

e partorirti senza mestruo.

Avrei voluto farti scivolare dal mondo all’età di ottant’anni

dopo quaranta estati ammainate nell’erba secca

cresciuta sulla tua barbapapà.

Adesso continua a muoversi l’oscurità sulla tua schiena.

 

(tratta da Quel grido raggrumato – La Vita Felice 2014)

*

Non devi restituirmi la difesa

appuntire collera tra me e te

riparare nelle mani a forma di cuore

tutti i pensieri belli e tristi

che raccontano beltà sbarazzine,

 

non devi sbattere porte per dimenticare

il mento alzato agli uomini che ho

baciato. Non maledire

le parole dei poeti che mi hanno

 

voluta in sposa e poi copiata.

Non devi perdonare i dubbi di Romeo

il suo Pater Nostro in ginocchio

bruciato nelle lettere perfette

 

mai spedite. Che fatica

aprire gli occhi e trovarsi attorcigliata

sembrare un tuono, lunga, un fiume stretto.

Vedersi seminata, vangata

un miscuglio di quesiti spalancati.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, una boa

dalla forma di pesce supino

dalla voce umana con braccia di violino

 

al posto delle branchie l’anima

spugna polposa e fili d’erba i capelli.

 

Si diventa così quando si va via

 

un nome senza nome

rimasto tra le palpebre e la mente

giovinezze disperse in un altro viaggio.

Quando anche le viscere svuoteranno

 

residui della traversata

resteranno bucce vuote

involucri rancidi, mezzi sorrisi,

il seno ormeggiato.

 

Questo siamo quando lasciamo

una casa, un fiore, chi abbiamo amato.

Capiterà a tutti di essere una boa

 

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

La copia 

Non potrai mai essere come me
non hai gli occhi verdi di marzo
quel silenzio pacato, tiepido
la fine del mio amore per l’inverno.
Non potrai avere capelli bianchi
ho impiegato anni per tenere riccioli
i ricordi. Copiare ciò che sono io:
le scale in ginocchio, il coraggio,
preghiere urlate, pianto la morte
degli uccelli caduti dai rami.
Non sei madre degli alberi
e ai limoni tu non sei mancata.
Queste rughe le vedi? Non sono tue
ci vogliono secoli di scavo
per arrivare al calco di Pompei
un bacio segnato dalle dita
dove non porti il cerchio dell’anello.
L’atteggiamento sì, la copia falsa
quando il vestito compri uguale
al mio. La voce, il tono, passi lenti,
la risata. Non sarai il porto d’armi
chiuso nel cassetto, labbra amare
attaccate alla libertà, la bandiera
della paura. Quella no, s’impiglia
alla miseria del desiderio nefasto
consola lo sfondo delle ossa inclinate:
domandare alla guerra la fotografia.
Il petto disfatto la mia miscela.
(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

*

Non invidiatemi
ho la pelle vecchia e stanca
ho i capelli bianchi, li vedete?
Non vedete le ossa distese
quanti muri alzano tra me
e il vento?
Non invidiatemi perché non ho
l’orizzonte della verità.
Passo nella cruna arrugginita
dove separo gli occhi dal ricordo.
Non dovete invidiarmi
qui la tempesta mi ustiona intera.

 

(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

 

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L’essenziale è invisibile agli occhi

08 venerdì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Ispirazioni e divagazioni, LETTERATURA, SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Tag

Antoine de Saint Exupèry, Deborah Mega, Il piccolo principe

foto dal web

 

21

In quel momento apparve la volpe.

“Buon giorno”, disse la volpe.

“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non  vide nessuno.

“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”
“Chi sei?”
domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”
, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te”
, disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Ah!. Scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Non sei di queste parti, tu
,” disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”
, disse il piccolo principe. “Che cosa vuol dire addomesticare?” 

“Gli uomini”, disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”
, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” 
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?” 

“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“È possibile”
, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”
“Oh! non è sulla Terra
,” disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta? Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No
.”
“Questo mi interessa! E delle galline?”
“No
.”
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose.”
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano,” disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?”
domandò il piccolo principe.

“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti.”

“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe. 
“Anche questa, è una cosa da tempo dimenticata”,
disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò.”    

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”
, disse la volpe.
“Ma piangerai!”  disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”
, disse la volpe, “il colore del grano.”
Poi soggiunse:  “Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto.”

foto di Loredana Semantica

 

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente,” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo.”
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho  riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è  lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”
E ritornò dalla volpe.

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”    

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

***

Il capitolo tratto da Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupèry offre lo spunto per alcune riflessioni di educazione all’affettività.

In primo luogo il brano ricorda l’importanza delle relazioni e dei legami, delle piccole cose, quelle che sembrano di poco conto ma che in realtà sono importanti perchè ci fanno stare bene. Un gesto, un abbraccio, una buona azione, un saluto, un sorriso, sembrano invisibili ma sono indispensabili, essenziali, dettagli tutt’altro che insignificanti. L’essenziale è invisibile agli occhi. 

Allo stesso modo la vera bellezza spesso è quella che non si vede, dunque occorre andare al di là delle apparenze per cogliere la vera essenza di persone e cose: solo la nostra sensibilità permette di percepire la singolarità dell’altro. Il discorso si allarga fino a fornire la definizione di “addomesticare”, inteso come rendere domestico, creare dei legami, spiega l’autore, tramite la voce della volpe. Addomesticare rende l’altro “speciale”, unico al mondo e questo vale sia nelle relazioni di coppia che di amicizia e presuppone infinita pazienza. Diventiamo anche responsabili di ciò che addomestichiamo, se non ce la sentiamo di mantenere una relazione per la paura di limitazioni alla nostra libertà, rischiando di deludere l’altro, evitiamo di creare l’attesa, quello che nel brano viene definito rito. È il tempo e l’attenzione che dedichiamo agli altri a permetterci di creare un vero legame con loro. Ogni persona per noi è importante per via del rapporto che abbiamo costruito con lei, del tempo che abbiamo investito nel creare e nel coltivare la relazione. Anche l’insegnamento se vogliamo è un atto di addomesticamento che ci impegna nella conoscenza dell’altro. Presuppone pazienza, tempo da dedicare e un atteggiamento di empatia e di ascolto nei confronti dell’altro.

L’altra considerazione importante è che le parole possono essere fonte di malintesi, sembrano innocue ma sono molto importanti, vanno misurate e usate con cautela e prudenza. La volpe insegna al Piccolo Principe il valore dell’amicizia, che per lei significa essere addomesticata mentre per il piccolo principe vuol dire prendersi cura della sua rosa. Il legame con una persona implica anche la sofferenza del distacco ma varrà la pena soffrire se poi in cambio ne otterremo il colore del grano, un arricchimento, un ricordo che ci accompagnerà per sempre.

La vanità della rosa è la causa della rottura del rapporto con il Piccolo Principe, il protagonista perde il proprio punto di riferimento, in molte interpretazioni infatti la rosa rappresenta la metafora della madre ed egli soffre per la fine di questo rapporto. Da questo dolore però, da questo senso di solitudine e di abbandono proviene la spinta ad esplorare nuovi pianeti. Elaborata la perdita, possiamo dirigerci verso opportunità che prima non riuscivamo nemmeno a scorgere.

Per l’alto mare aperto.

Deborah Mega

 

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Souvenir d’estate

01 venerdì Set 2017

Posted by LiminaMundi in Ispirazioni e divagazioni, LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Tag

Alessandra Fanti, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Loredana Semantica

L’estate sta finendo e Limina mundi torna con il mese di settembre alla sua programmazione ordinaria con nuove e vecchie rubriche per spaziare senza limiti nel mondo e nell’arte in tutte le sue espressioni.

Iniziamo l’attività di quest’ultimo quadrimestre dell’anno quindi, ma non senza prima dare un saluto all’estate, una specie di souvenir della bella stagione, celebrata con le parole poetiche di alcuni autori del blog che le offrono come dono propiziatore di nuove estati a venire ancora insieme qui su Limina mundi.

sole per limina 1

Chi sono io
nell’infuocato pomeriggio d’estate
dentro l’alito rovente che brucia lo sguardo
nell’isola di silenzio
quando il vento scava nell’inquietudine
e l’ora contraria intreccia i corpi madidi e ardenti.
Chi sono io
dentro la spaccatura della pietra focaia
nella sospensione del lapillo nell’aria
nel migrare del granello di sabbia sopra il mare
nella cenere vulcanica che rapprende i fossili di conchiglia.
Chi sono io
dentro la chiglia del barcone che mi culla
nella pensione vista mare che mi annulla
nella tensione di due uomini che si contendono l’amante
nella costruzione delle filastrocche che i bambini tentano
mentre gli adulti accaldati dormono
per uccidere il tempo che precipita come una lama
sulle loro teste, e non li ama.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

Per tre volte ha dentro la radice o la parola morte
il mantra estivo che sorge dalla bocca
al ghibli impietoso che soffia caldo asciutto
il sole fa violenza coi suoi raggi sulle cose esposte della terra
quelle vive stimano i margini di sopravvivenza
le carcasse invece senza esalare si fanno cosa secca.

C’è un’aria intorno ch’ è deserto vivo
come il respiro caldo del tuo corpo
la pelle abbacinata al morso dei raggi
riarso il bianco dentro gli occhi
appena poche ore è la risposta
oltre non c’è speranza
la natura è torrida di sete
torna il refrain del principio
un fuoco senza pena purifica e uccide.

Loredana Semantica

sole per limina 1

Forma idrodinamica
spinta slancio
guizzo propulsione
fendente che divide il corpo
l’acqua al suo passaggio.

Vita non pullula
nel mondo sottoposto
ondeggiano alghe mute
irreali senza tempo
distese ovattate
di ombre e di silenzio.

Penetrano i raggi obliqui
negli anfratti misteriosi
rivelano anemoni
e corpuscoli sospesi
geometrie caleidoscopiche
di luci e di colori.

Mi mimetizzo mare
nella tua trasparenza
nell’acqua che è sorgente
di vita e di purezza
ormai ricordo antico
di ere primordiali.

Mi sfioro con le dita
le squame iridescenti
e poi riemergo ancora
acquamarina fluida
a respirare il cielo.

Deborah Mega

sole per limina 1

Il ferro d’agosto

L’Agosto siderurgico
ribatte a martello il suo ferro di sole
il gong di rame sonoro
nel cielo d’acciaio rovente

disperde fumaglia e acque reflue
ammorba l’aria di burrofuso
spalmando corpi su spiagge
arrampicando sui monti vecchietti e filosofi.

Tutto qui è greve e mi pesa sul petto
davanti allo schermo di questo similmondo
sto appollaiato e sudaticcio
come un animale in cattività
nella sua gabbia ardente .

Mi rigiro tra le mani lettere di fuoco
vocali incandescenti
e foto carbonizzate agli angoli.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

29 luglio 2010
senza metafora. proprio nel mare. partorisco l’aforisma mio del giorno. le ossessioni rovinano. le passioni invece. salvano gli uomini. lo regalo a mio figlio. per salvagente tra le onde.

1 agosto 2010
ieri il sole splendeva. così vicino nei raggi. da infuocare la ringhiera. la sabbia tra la riva e la salvezza. bruciava le piante. ardendo sotto i piedi. da sempre fallisco l’obiettivo di un grande avvenire da fachiro.

6 agosto 2010
da giorni osservo uno spicchio di mare tra il pino e le palme. il suo colore cangiante. a seconda del vento. blu intenso a scirocco. al tramonto più chiaro. al crepuscolo è di un grigio. azzurro quasi polvere. che si fonde con il cielo. due centimetri al grandagolo che annegano il respiro.

9 agosto 2010
ultimo giorno. raccolgo i pezzi. ciabatte. teli mare. sparse magliette. anche i bagagli di alcune cose belle. che avrei voluto fare. messe da parte. alla fine non è poi così lontana l’altra riva. un’altra vita. ancora poche ore. poi si parte.

da ” Parole e cicale, Diario poetico di una vacanza”, issuu, 13/10/2010

Loredana Semantica

sole per limina 1

Luglio

Lusingata dagli sguardi sul bronzo
Uscivo dal guscio d’inverno danzando.
Grate alla pelle per la cortese collaborazione
Le ciglia facevano ombra alla paura dei no.
Indossavo sguardi e movenze seduttive.
Osavo ogni giorno un nuovo passo falso.

Agosto

Ancorate sotto vetro museo
Galleggiano impressioni d’agosto
Ora sembrano d’altri e non mie.
So tutto quello che c’è da sapere
Tutto, al riguardo, sui baci sprecati
O sull’essere giovani insicuri.

Settembre

Sembrava lontanissimo
Erano solo
Tre mesi fa
Tutta l’estate ci aspettava
Estasi di libertà obbligate
Misura di bellezza esposta
Brivido calpestato dal cotone leggero.
Ritorna, settembre, carico di noiosa serietà
E ogni anno sembra avere più fretta.

Fresco

Fresco colore
rosa caramellata
marmellata sbocciata
dolcezza di polpa fiorita
non ho più anni da contare
se mi baci con i tuoi occhi belli.

Alessandra Fanti

sole per limina 1

(il “quadretto” divisorio tra le poesie è una creazione digitale di Loredana Semantica)

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (91) di Enrico Cerquiglini

30 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì vi ha tenuto compagnia un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Proponendo l’ultimo di questi racconti brevi, colgo l’occasione per ringraziare di cuore Enrico Cerquiglini di questa sua gradita presenza su Limina mundi.

Risaliva tutte le sere l’unica strada che divideva in due il paese, aspettava che calasse il sole prima di uscire dall’osteria. “Passata la sciatica?”, “Anche questa giornata è finita, signora bella”, “No, grazie, è meglio che non bevo più per oggi. Ma c’è sempre domani!”, “Notizie dalla Svizzera?”, “C’è finita in trappola la volpe?”, “Quando lo facciamo quel lavoro?”. Ogni quattro passi una sosta per un saluto, una battuta, una domanda. Quella in fondo alla via, subito dopo il dosso, era la sua casa, ed era stata la casa del padre e del nonno… e sarebbe stata anche la casa del figlio se la polmonite non se lo fosse portato via poco più che bambino. Ed anche la moglie se n’era andata. Il lavoro nei campi, il dolore per la morte della creatura avevano distrutto il suo esile fisico “non adatto alla terra”, come diceva la povera anima di sua madre. Teneva le due foto sopra la trave del camino e alzando lo sguardo si rattristava a volte, altre veniva preso da un senso di inquietudine, mista a rabbia, che si scioglieva in una reiterata bestemmia. La mattina la passava nell’orto (i campi aveva smesso di coltivarli, la vecchiaia non perdona) o nel pollaio. Poi se ne andava all’osteria, fino a pranzo, non a bere (beveva poco e non sopportava gli ubriachi come quel fesso di Vinovo – lo chiamavano  così perché chiedeva sempe il vino nuovo – che per il vino aveva perso moglie, podere e casa e che dormiva nella stalla del cugino, con le vacche e i vitelli), ma per scambiare qualche parola coi pochi abitanti rimasti.

In realtà nel paese, tranne lui, non c’era più nessuno da anni. Non se n’era voluto andare come aveva fatto suo fratello. Conosceva le pietre di ogni casa ed aveva fermato il tempo. Non c’era più nessuno da anni ma lui continuava a recarsi all’osteria, dove parlava col vecchio oste (era già vecchio quando lui era bambino), con la di lui moglie, ancora giovane e procace, con i vecchi del paese (ridotti a guardare gli ultimi raggi di sole con un mezzo toscano in bocca). E la sera, risalendo verso casa, salutava tutti: la vedova (morta di parto nel ’56, per colpa della neve), il vecchio mulaio (quello che aveva fatto la guerra del ’15-’18), il fabbro (morto d’infarto nel ’75), la ragazza dalle trecce bionde (fatta morire da un maldestro strappadenti), il potatore (morto cadendo da un melo a quasi novant’anni) e tutti gli altri.

Quando fu la sua ora, nel sonno, senza soffrire, non vedendolo passare la mattina per andare all’orto e al pollaio, tutti si fecero sulla porta e cominciarono a gridare il suo nome. A valle, a chilometri dal paese, fu udito distintamente il canto del suo gallo con la cresta a rosa.

 

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (85) di Enrico Cerquiglini

23 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Tagliato tra le due terre, restò per sempre un frutto dall’apparenza selvatica, aspra, scontrosa. Piccolo di statura, nient’affatto armonico nel fisico, dal viso intagliato senza alcuna perizia, fu sempre trattato dalla madre come un anatroccolo che mai sarebbe diventato cigno (e non lo sarebbe davvero mai diventato). Cresceva sgraziato, senza nessuna istruzione che non venisse dai lavori nei campi, più legato alle bestie che alle persone, timido, ma spesso, per reazione, violento. Aveva quindici anni quando la madre, prossima alla morte per un cuore che non reggeva più, gli disse che la natura con lui era stata malvagia, gli aveva dato povertà e bruttezza e che mai nessuna donna l’avrebbe voluto. “Le donne bisogna comprale o con gli averi o con i soldi, o stregarle con le parole e la bellezza, e tu non hai niente di questo”. Non capì subito quello che la madre gli aveva detto, sopraffatta com’era dai dolori. Gli tornarono in mente quelle parole quando vide lei, una ragazza di luce, dai capelli neri, dagli occhi che folgoravano le stelle. “Quanto costerà? Sicuramente tanto. Ci vorranno cento milioni”. Da quel giorno cominciò a non spendere più nulla, a lavorare giorno e notte, a mettere da parte quei quattro soldi della pensione di orfano di guerra: stendeva i biglietti da mille e li riponeva al riparo dai topi. Anni e anni di lavoro, di privazioni (mangiava erba dei campi piuttosto che spendere una lira, niente luce elettrica, niente mobili in casa, si tagliava barba e capelli da solo con le vecchie forbici della madre, indossava vestiti consumati, rattoppati da solo), di risparmi. Ogni tanto andava a vederla di nascosto: era ormai una donna fatta, con un marito e figli, ma aveva quegli occhi…

L’avrebbe comprata, altri 5-6 anni e sarebbe riuscito ad averli questi maledetti cento milioni. Nessuno frequentava la sua casa-porcile, tranne un cugino che, di tanto in tanto, andava a fargli visita. Era l’unico con cui parlasse: un bell’uomo, pieno di donne e di vizi, sempre profumato e azzimato. Gli confidò un giorno il suo segreto. Ci sorrideva il cugino, ma non gli diceva nulla.

Quando lo ritrovarono con la testa fracassata sotto un noce, nessuno si meravigliò di quell’incidente. Non aveva più l’elasticità di un tempo. “Aveva frequenti capogiri”, diceva il cugino. Doveva averne dei soldi, dicevano in giro, ma nessuno riuscì a trovarli. Il cugino, dopo poco, lo si vide girare con una decappottabile americana, nuova, fiammante…

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (82) di Enrico Cerquiglini

16 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Si diceva di lui che avesse attraversato tutti gli oceani, visto tutte le terre del mondo e si fosse macchiato di crimini inenarrabili. A vederlo vecchio, ricurvo, sempre col sorriso pronto, lo si sarebbe detto un simpatico ottuagenario che attende, senza particoli ansie, la fine spettante a tutti. Eppure c’era chi giurava che dietro quella testa canuta, dietro le sigarette senza filtro, dietro il suo amore per gli animali (allevava canarini e tortore) si nascondesse un assassino spietato. Quando passavano davanti alla sua piccola casa i ragazzini facevano scongiuri, gli uomini sputavano catarro e resti masticati di tabacco, bestemmiando ad alta voce. Alla sua morte nessuno volle partecipare al funerale, anche il prete si rifiutò. “Non era un credente, né si è mai pentito dei suoi crimini”. La casa restò chiusa a lungo e fu soggetta alle sassate dei bambini. Un giorno uno di questi ragazzini, più per sfida che per curiosità, entrò nella casa. La porta non aveva mai avuto serratura. Tra ragnatele e scaffali ormai compromessi dai tarli vide tanti libri, tanti fogli scritti, tante lettere. Ne lesse alcuni e rimase sbalordito dalle descrizioni di crimini efferati, di sadismo, di violenza gratuita. Lo sguardo cadde su una busta con una bellissima calligrafia, sicuramente femminile. “Amico carissimo, quanta violenza in questi tuoi racconti! Tu persona così mite, così dolce, incapace di fare del male a qualsiasi essere vivente, vittima di mille persecuzioni e sevizie, trasferisci nel carattere, nel corpo del carnefice i tuoi tratti, il tuo nome. Che ne direbbero i tuoi paesani se leggessero le pagine di questo romanzo in forma di confessione?” In effetti qualcuno aveva letto sul tavolo da cucina l’inizio di quel romanzo: “Signor Giudice, prossimo ormai al giorno estremo, io *** ***, assassino di mia madre, di mio padre, dei fratelli miei tutti, sento il dovere di confessare a Lei, che tanto si è battuto per ricostruire la verità, storica più che giudiziaria, che io sono il solo colpevole. Non le invierò questa confessione né per chiedere perdono (la parola ‘perdono’ non fa parte del mio vocabolario) né per volere espiare quelle che Lei ritiene colpe e delitti. La mia è solo una testimonanzia per restituire verità alla Storia. Il giudizio sul mio operato spetta alla Storia non certo alla mediocre Sua persona, Vostro Onore!”

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (78) di Enrico Cerquiglini

09 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Quanto l’aveva desiderato un figlio! Per anni aveva temuto di dover morire senza lasciare traccia di sé. Gli sembrava inutile la vita senza un’appendice di immortalità. Quando, dopo cure e trattamenti medico-chirurgici, la moglie rimase incinta il sole ricominciò ad illuminare i suoi giorni. Com’era bello quel bambino, pieno di riccioletti biondi, con i lineamenti identici al padre che diventavano ancora più somiglianti con il passare degli anni. Ma dal padre non aveva ripreso la voglia di lavorare, il senso del sacrificarsi per la famiglia e per raggiungere certi obiettivi. Neanche la scuola faceva per lui, “T’insegnano tutte stupidaggini. Che me ne frega di Giolitti o di Pascoli? Andare a scuola è solo una perdita di tempo”, tanto che finì a 16 anni la terza media e decise di non continuare a perdere tempo. Il padre cercò di farlo entrare nella fabbrica dove lavorava da trent’anni, ma lui rifiutò “Io non voglio fare lo schiavo nella vita”. Passava le mattinate a letto e le serate a zonzo per i locali della città: un po’ di birra, qualche pista di neve, qualche amoruccio di strada e si faceva l’alba. Il pomeriggio lo passava al bar a discutere con i pensionati, si faceva offire prosecchini a raffica e quand’era alticcio cominciava ad insultarli perché quelli come loro rubavano il suo futuro e quello degli altri giovani. I giovani come lui dovevano lavorare per pagare le loro pensioni. Anche con gli immigrati ce l’aveva: ci rubano il lavoro, la cultura e le tradizioni. Le poche volte che incrociava il padre pretendeva da questi il denaro che gli serviva per fare una vita dignitosa aspettando l’arrivo di un lavoro. E spesso lo minacciava di rompergli il “muso”. E a pensare a quanto l’aveva desiderato quel figlio, gli veniva un groppo in gola.

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (51) di Enrico Cerquiglini

02 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Ultimo di una covata di figli, nato nella miseria di una campagna-periferia, non desiderato né cercato, con i genitori ormai prossimi alla vecchiaia, imparò a camminare e a parlare piuttosto tardi, al punto di esser bollato dai fratelli e dai parenti come uno stupido. Non era stupido, non più degli altri della famiglia e dei suoi coetanei, ma interiorizzò ben presto questa sua presunta magagna. Fece ridere la maestra che lo rimproverava per non aver scritto bene le letterine, “Sono stupido, signora maestra, lo sanno tutti”. Rise di gusto la maestra e non le restò altro che convenire con la voce popolare. Smise di frequentare la prima elementare appena imparò a fare la firma. Ci mise più degli altri ma, ormai, anche per la maestra era uno stupido. Crebbe con la convinzione di essere stupido e si trovava bene solo con gli animali che non glielo ricordavano ad ogni occasione. Fu riformato alla visita militare. “Chi non è buono per il re neanche per la regina”, gli dicevano ridendo paesani e fratelli, e se ne convinse. Non si sposò, venne utilizzato dai fratelli come uno strumento parlante per i lavori più faticosi e umili. Ma tanto era uno stupido. Tutti glielo dicevano che non capiva nulla, che non ci arrivava a comprendere le cose della vita, che era incapace di organizzarsi la vita da solo. Un nipote, forse meno cinico degli altri, cercò di dimostrargli che stupido non era, che aveva grandi capacità nel lavorare il legno e la creta. Un po’ s’inorgogliva nel sentirsi riconoscere tali qualità, ma un giorno prese il nipote da una parte e glielo disse chiaramente: “Senti, ho quasi sessantanni e sono sempre stato stupido per tutti. Adesso arrivi tu e vuoi farmi credere che non lo sono? Lasciami in pace, lasciami morire da stupido! Tu mi dici che non sono stupido e, ammettiamo che sia vero, significherebbe che mi hanno rubato la vita. Mi getti nell’inferno del tempo sprecato a coltivare la mia stupidità. Non dirmi più certe cose. Sono lo zio stupido, e basta!”

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Canto presente 22: Anila Resuli

28 venerdì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Anila Resuli, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Anila  Resuli

qui corpo trave argine dove non sente
il crampo il muscolo da cui sciogliersi
dove non argina il sangue non l’odore
chiama narici non luce l’occhio
prima del sole. qui corpo è trave
e trappola e sordo e arido bosco
è come chiamarlo la mattina dopo il buio. Continua a leggere →

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Prisma lirico 8: Loredana Semantica & Loredana Semantica

26 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, LETTERATURA, Prisma lirico

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Loredana Semantica, POESIA

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento me stessa: Loredana Semantica & Loredana Semantica. Una mia poesia e due fotografie. Più un’offerta che un’autocelebrazione. In vista delle ferie estive, per suggerimento di pensiero, invito di piacevolezza  e compagnia. Per il resto e sollievo dell’estate che arroventa, un saluto fresco di Sicilia e di cose buone.

IMG_8159 bis
Prima che s’indurisca
prima che si raffreddi
prima che tutto il corpo
marcisca ignaro e indifferente
per ogni volta che a capo chino
il lavacro e i tentacoli
per ogni lavacro tentacolare
per i segnacoli incolti
ignoti segnacoli inconsapevoli
per la scimitarra e la ciminiera
per il drago che urge sulla schiena
per le scuse travolte e tradotte
in ogni messaggio ai quattro venti
come un’eco
per lo svenimento che si alimenta
d’ansia traumatica riversa
in ciò che conviene
per consolazione di tutta la banalità
dell’irrisolto mondo
la rossa granita sanguigna
di fantastici gelsi.
Ve la offro se volete.

IMG_8221 2

testo di Loredana Semantica

fotografie di Loredana Semantica

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Incipit 13: Una donna

24 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, romanzo autobiografico, Sibilla Aleramo, Una donna

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo. Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, si, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza — mi si diceva — e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desideri. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente. L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava : egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, ” quando l’Italia non c’era ancora „. Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose. II babbo dirigeva i miei studi e le mie letture s senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classe, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorché il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando Io vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo! » […]

Sibilla Aleramo, Una donna, Società Tipografica Editrice Nazionale,Torino, 1906

 

Una donna è l’opera prima di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice e poetessa italiana, nata ad Alessandria nel 1876. Si tratta di un romanzo autobiografico e di formazione, in cui la protagonista narra in prima persona eventi della sua vita, dagli anni dell’infanzia fino alla maturità. Fin dall’inizio emerge la descrizione di un padre amatissimo espresso dalla frase “L’amore per mio padre mi dominava unico” e di una figura materna quasi assente e dominata dal marito. Rina ha una vera e propria adorazione per il padre, la madre invece appare meno interessante, defilata, malinconica, meno colta. Continua a leggere →

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Poesia sabbatica: Al mio amante che torna da sua moglie

23 domenica Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Al mio amante che torna da sua moglie

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.
Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso
e concreta come pentola di ghisa.
Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso.
Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.
Lei è molto di più.
Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento.
Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,
ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,
l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.
Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro
poco sonno.
Ti restituisco il cuore.
Ti do libero accesso:
al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa
al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso
sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera per il richiamo
lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.
Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
lei è solida.
Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

Anne Sexton

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TOTO’, IL PRINCIPE DELLA RISATA

21 venerdì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Cinema, CULTURA E SOCIETA', La società, Segnalazioni ed eventi, SPETTACOLO, Teatro, TV

≈ 1 Commento

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cinquantenario dalla scomparsa, Deborah Mega, Totò

Cinquant’anni fa, esattamente il 15 aprile 1967, si spegneva a Roma Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei più grandi attori comici italiani. E’ stato la risposta italiana a Charlot e a Buster Keaton, un attore istrionico, un artista irresistibile e poliedrico, dotato di grande acume e di straordinaria umanità. La morte per lui significò l’inizio di una nuova fase, quella del riconoscimento incondizionato, della scoperta da parte delle nuove generazioni, del pentimento da parte di chi lo aveva criticato definendo totoate i suoi film e lui un clown, un attore improvvisato, scurrile, da quattro soldi, ecc. Pare che Totò abbia sempre sofferto molto per queste critiche infelici, dopo una prima consultava tutte le principali testate alla ricerca di una frase di elogio e di riconoscimento. Spesso la ricerca si rivelava vana, la lettura gli lasciava l’amaro in bocca tanto che era solito dire che “in Italia bisogna morire per essere apprezzati”. E aveva ragione. Il pubblico, per fortuna, incurante dello sprezzante giudizio dei critici, è sempre accorso ad assistere ai suoi spettacoli e ai suoi film. Da anni Totò è addirittura divenuto oggetto di culto, venerato come San Gennaro e pure la cappella gentilizia che fece erigere nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi dell’aeroporto di Capodichino, è divenuta un vero e proprio santuario. La morte lo colpì all’età di 69 anni nella casa romana di via Monti Parioli 4 per un attacco alle coronarie, per lui fu celebrato un triplice funerale: a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio, a Napoli in presenza di 250.000 persone presso la chiesa di Sant’Eligio, ancora a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio. Continua a leggere →

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Forma alchemica 16: Thomas Stearns Eliot

19 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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TS_Eliot

Thomas Stearns Eliot

Alta marea
nelle vie della città
ma le onde della vita fremono
si restringono si frantumano
in mille frammenti
sbattuti contrastati accidenti.
Questa è l’ora attesa.

Questa è l’ora suprema
che dà un senso alla vita.
I mari dell’esperienza
che erano così ampi e profondi
così impetuosi e scoscesi
sono improvvisamente tranquilli.
Dite quel che volete
questa pace mi atterrisce.
Altro intorno non c’è.

Thomas Stearns Eliot
traduzione di Loredana Semantica

(testo in lingua originale)

Along the city streets,
It is still high tide,
Yet the garrulous waves of life
Shrink and divide
With a thousand incidents
Vexed and debated:—
This is the hour for which we waited—

This is the ultimate hour
When life is justified.
The seas of experience
That were so broad and deep,
So immediate and steep,
Are suddenly still.
You may say what you will,
At such peace I am terrified.
There is nothing else beside.

Dopo Rilke e Kavafis, in questa sedicesima forma alchemica, è la volta di un altro grande della poesia: Thomas Stearns Eliot. Celebrato poeta inglese, Eliot nacque a Saint Louis nel Missouri nel 1888, si trasferì nel 1914 in Europa ed in seguito divenne suddito britannico. In gioventù studiò la letteratura europea e Dante in particolare, che suscitò la sua ammirazione e lo avvicinò alla lingua italiana,si laureò ad Harvard in filosofia. Nel 1917 si trasferì a Londra, dove restò fino alla morte, avvenuta nel 1965.
A Londra Eliot trovò lavoro nella Lloyd’s Bank. Sposò Vivienne Haigh-Wood nonostante i dubbi e la contrarietà della famiglia Eliot motivati dai disturbi mentali della donna. Probabilmente per questa scelta dovette affrontare anni dopo un forte esaurimento nervoso che lo porterà, nonostante il senso di colpa, a separarsi da lei ed a farla rinchiudere in un istituto per malati di mente.
Nel frattempo egli aveva avviato una casa editrice la Faber Faber, meditato una conversione religiosa al cristianesimo-anglicanesimo, varato i suoi capolavori: la raccolta Prufrock and Other Observations( Prufrock ed altre osservazioni, 1917), i poemi The Waste Land (La terra desolata, 1922) e The Hollow Men (Gli uomini vuoti, 1925) .

Dopo la conversione le sue opere manifesteranno la rigenerata religiosità, registrando toni meno cupi e desolati della sua prima produzione. Ciò è evidente soprattutto negli altri suoi capolavori: Mercoledì delle ceneri, Quattro quartetti e Assassinio nella cattedrale. Fu anche saggista e scrittore di opere teatrali.
Eliot ebbe contatti con Ezra Pound, fu ammiratore di Groucho Marx. Nel 1948 fu insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry”.
Nello stesso senso della Commissione del Nobel, il critico Roberto Sanesi “Thomas Stearns Eliot, il poeta che forse più di qualsiasi altro ha contribuito a mutare il corso della poesia dall’Ottocento al Novecento (non soltanto in Inghilterra) e a dare un’impronta inequivocabile a tutta la poesia del nostro secolo”
Eliot tuttavia non ebbe soltanto estimatori, riporto a conferma  il pensiero di Elias Canetti, che non apprezzava affatto il poeta e lo dice senza mezze misure: “Sono stato testimone della fama di un Eliot. Qualcuno proverà mai vergogna a sufficienza per avergliela tributata? Un libertino da nulla, un galoppino di Hegel, uno stupratore di Dante. Sarà molto difficile raffigurare Eliot com’era realmente, ovvero nella sua malvagità abissale. La sua opera d’un gretto minimalismo (tante piccole sputacchiere del fallimento artistico) il poeta del moderno impoverimento inglese dei sentimenti”.
La poetica di Eliot è espressione: di profonda crisi esistenziale (speculare alla crisi della cultura occidentale), di solitudine e alienazione dell’artista, di atteggiamento critico verso la letteratura di stampo vittoriano, derivazione di quella romantica. Tutte tematiche proprie del modernismo, corrente letteraria alla quale appartengono anche Virginia Woolf ed Ezra Pound. Il modernismo sottolinea l’importanza dell’oggetto ma non nel senso simbolista, quanto piuttosto evocativo, emozionale in una teorizzazione definita del correlativo oggettivo. Secondo questa idea unico modo di esprimere un’emozione in forma artistica è individuare una serie di oggetti, una situazione, una sequenza di eventi che costituiscano la formula di quella specifica emozione, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata.

Modernista è definita anche la poesia di Eliot, che non sviluppa un filum logico, ma esprime concetti conclusi, lapidari. Composizione di frammenti che suggeriscono al lettore un completamento mentale secondo la propria esperienza. Analoga discontinuità avviene anche nella forma poetica che accosta immagini di grande bellezza, espressioni profonde, filosofiche, a descrizioni di squallore e decadenza, nel contrasto che si estende anche al registro linguistico tra forme alte, liriche e linguaggio usuale.

La poesia che propongo oggi è una creazione giovanile di Eliot, composta nel giugno del 1910, quando Eliot aveva appena 21 anni e si era da poco laureato. Egli racconta quest’attimo creativo come un momento visionario nel quale, camminando per le strade di Boston ebbe una sensazione di restringimento e divisione delle strade e contemporaneamente un’esperienza di estraniamento e silenzio che lo pervasero proiettandolo oltre il tramestio del mondo. La sensazione di appartenere a un attimo senza tempo, senza prima e dopo. “You may call it communion with the Divine or you may call it temporary crystallization ofthe mind” (tu puoi chiamarlo comunione col divino o temporanea cristallizzazione della mente) come Eliot stesso ebbe modo di dire.
Fu in sostanza un’esperienza mistica che verrà successivamente ripresa ed espressa in altre forme in altre sue più famose opere, come ne “La terra desolata”. Esperienza che non appartiene solo a Eliot, ritrovandola con simile espressione anche nella poesia di Montale “Forse un mattino”, contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”, della quale riporto di seguito a riprova la prima strofa.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Tuttavia Montale è tutta un’altra storia della quale prima o poi mi occuperò in una  specifica forma alchemica.

Loredana Semantica

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Parole di donna 12: ANNE SEXTON

17 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Anne Sexton, Deborah Mega, Words

Projection Lauren, by Cbanck

Be careful of words,
even the miraculous ones.
For the miraculous we do our best,
sometimes they swarm like insects
and leave not a sting but a kiss.
They can be as good as fingers.
They can be as trusty as the rock
you stick your bottom on.
But they can be both daisies and bruises.
Yet I am in love with words.
They are doves falling out of the ceiling.
They are six holy oranges sitting in my lap.
They are the trees, the legs of summer,
and the sun, its passionate face.
Yet often they fail me.
I have so much I want to say,
so many stories, images, proverbs, etc.
But the words aren’t good enough,
the wrong ones kiss me.
Sometimes I fly like an eagle
but with the wings of a wren.
But I try to take care
and be gentle to them.
Words and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible
things to repair.
Anne Sexton, Words, The Complete Poems

 

*

Siate attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere affidabili come la roccia
su cui ci si siede.
Possono essere sia margherite che lividi.
Eppure sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre poggiate sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.
Ma spesso mi deludono.
Troppe cose vorrei dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non sono abbastanza buone,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.
Provo ad averne cura
e ad essere gentile con loro.
Parole e uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono impossibili
da riparare.
Anne Sexton, Le parole, The Complete Poems, trad. di Deborah Mega

 

Verba volant scripta manent recita un’antica locuzione latina, come se le parole oltre a circolare e volare di bocca in bocca, possano perdersi una volta pronunciate. Esiste anche un’altra locuzione sullo stesso concetto derivata da una formula omerica ricorrente ben 124 volte tra Iliade e Odissea, ἔπεα πτερόεντα προσηύδα, diceva parole alate. In Words Anne Sexton ci invita a utilizzare le parole con cautela, con grande attenzione perché oltre al dono della leggerezza nel senso di trasmettere concetti liberamente e ovunque, esse rivestono una grande importanza.  Continua a leggere →

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Il fiume

16 domenica Lug 2017

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Ci sono momenti – felici e difficili –

in cui l’intero corso del fiume vedo scorrere

la sorgente all’inizio come uno scherzo d’acqua

allegro ma poco convincente sul saper andare oltre

la discesa disordinata fino al primo salto

le corse, le anse, le velocità mutevoli con le pendenze

da vicino colgo turbinii sabbiosi e trasparenze

a distanza mi appare il tratto netto di una matita

azzurra naturalmente come nelle cartine che usavo a scuola

dove i fiumi erano elenchi di nomi da mandare a memoria

e non storie di rapide e guadi

la foce è un respiro che si fa lento ma profondo

il sapore del sale, inaspettato sempre

si mischia a quello di erbe e terra e alberi visti da lontano

guardiani seri e silenziosi

almeno fino a quando non si alza il vento

L’intero corso, ho detto, ma è un poco una bugia

perché mi manca in tutto il mio guardare

un breve tratto che resta fuori vista

di cui nessuno sa l’andare.

Mi prende per mano un dolce dispiacere

di questo faticoso non sapere mi agita il sapore

eppure ne sono grata come di un dono

come di sorpresa immeritata che commuove

Due lacrime concede la visione

e io ne ignoro il senso

non so se siano per una mia partenza generosa

che mi eviti dolori più cocenti

o gioia di sentire che il percorso è molto più di un’occasione

che la vita rivela a chi la accoglie

Sono momenti

Poi – come tutti – fingo di incespicare e rido

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POESIA SABBATICA: Se saprai starmi vicino

15 sabato Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Pablo Neruda, Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
 
e potremo essere diversi,
 
se il sole illuminerà entrambi
 
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
 
 
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
 
e non il ricordo di come eravamo,
 
se sapremo darci l’un l’altro
 
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
 
 
Allora sarà amore
 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
 
 
(Pablo Neruda)

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Canto presente 21: Veronica Pinto

14 venerdì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Tag

poesia contemporanea, Veronica Pinto

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Veronica Pinto

#2

Che torni l’ape nel dramma del bosco
a indicarmi la via
e la rondine a ricordarmi del nido disfatto.
Venga ancora
La tigre sull’iceberg a incoraggiarmi, a nuotare
Un temporale a sentenziare la fine.
Ritorni il tuono a dirmi la verità che gli umani
non sapevano come.

Che possa ridiventare l’elettrone che ero
quel giorno notte d’anni fa, in orbita
sempre attratto dalla fusione.
Che si nasconda ancora la prateria nella manica
E nel colletto molti nuovi ami
Sulla mia bocca un morso di sole. Continua a leggere →

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Prisma lirico 7: Francesco Tontoli, opere di Thure Sundell e Maurice de Vlaminck

12 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ Lascia un commento

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli. La rijfrazione “prismatica” delle parole in immagine e colori è affidata a due opere pittoriche, rispettivamente “Moonlight” di Thure Sundell (1864-1924)  e “L’onda” di Maurice de Vlaminck (1876-1958). In calce una breve biografia/link dell’autore del testo.

Thure Sundell (1864-1924)

“Moonlight”, Thure Sundell

Credetemi
non esiste l’idea del silenzio
senza un giardino silenzioso
non esiste fruscio di vento
ronzare d’ape, abbaiare di cane
planare d’uccello su specchio d’acqua
tuonare di temporale in lontananza
non esiste moto d’onda e gorgoglio
rumore di pioggia che fa affondare
le gocce nel mare aggiungendo
al bicchiere già colmo
altra sostanza vitale
altro silenzio al silenzio taciuto.

l'onda

“L’onda”, Maurice de Vlaminck

testo di Francesco Tontoli

opere:

“Moonlight” di Thure Sundell

“L’onda” di Maurice de Vlaminck

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Incipit 12: Lo straniero

10 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Albert Camus, Deborah Mega, L'Étranger, Lo straniero, romanzo

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.[…]

Albert Camus, Lo straniero, Gallimard, 1942

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo  dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 da Gallimard. La vicenda inizia con la lettura di un telegramma da parte del protagonista Meursault, con cui viene informato della scomparsa della madre, ospite di un ospizio fuori città. Meursault è di origine francese ma vive ad Algeri, è un modesto impiegato, chiede un congedo di quarantotto ore al suo titolare e, dopo averlo ottenuto, va a pranzare in un ristorante. Alle due del pomeriggio prende l’autobus e per la stanchezza e il gran caldo dorme per tutto il tragitto. Incontra il direttore dell’ospizio e poi si reca in una stanza dove si trova il corpo della madre ma rifiuta di vederlo. Continua a leggere →

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